La legittimazione del curatore alla proposizione dell’opposizione ex art. 615 c.p.c.

In caso di prosecuzione dell’espropriazione da parte del creditore fondiario ai sensi dell’art. 41 TULB, la legittimazione all’opposizione ex art. 615 c.p.c. è esclusiva del curatore, sempre che sussista la relativa prospettazione.
La legittimazione del curatore alla proposizione dell’opposizione ex art. 615 c.p.c.

TRIB. MONZA Sez. III Civile

IL GIUDICE Dott. Alberto Crivelli

A scioglimento della riserva assunta all’udienza dell’1 marzo 2018 osserva quanto segue:

Parte opponente contesta il diritto del creditore procedente C.V. S.p.A. di procedere all’esecuzione forzata deducendo l’usurarietà del contratto di mutuo concluso tra le parti per superamento del tasso soglia. A suffragio di tali deduzione l’attore produce perizia di parte secondo cui dalla nullità degli interessi deriverebbe per l’istituto di credito l’obbligo della restituzione degli interessi corrisposti in eccedenza pari ad euro 8.128,92.

Resiste in giudizio parte opposta deducendo che il credito per la sola sorte capitale portato da titolo esecutivo è pari a 93.824,45 euro e che al fine del computo dell’usurarietà degli interessi parte opponente ha sommato gli interessi corrispettivi e quelli moratori.

In primo luogo deve verificarsi la legittimazione processuale dell’opponente A. C. (mentre è pacifica quella dell’altra debitrice esecutata G.C.), dichiarato fallito come da sentenza trascritta presso i RRII, in quanto in linea astratta in base all’art. 43 l.f. lo stesso è privo di capacità processuale con riferimento ai diritti patrimoniali compresi nel fallimento, per i quali la legittimazione spetta curatore, tale difetto può essere rilevato solo ove sia prospettata la legittimazione del curatore, pertanto ove sia allegata l’acquisizione del bene al fallimento. In questo caso non v’è dubbio che il bene aggredito – o perlomeno la quota del 50 % dello stesso (la restante quota appartenendo al debitore non fallito) - astrattamente rientri nella massa fallimentare, e ciò nonostante la liquidazione del bene sia lasciata al giudice dell’esecuzione trattandosi di procedimento attivato su impulso di creditore fondiario. E’ noto che sul punto non esiste univocità in giurisprudenza, nel senso che almeno in base ad un risalente indirizzo la SC aveva ritenuto che la legittimazione all’opposizione all’esecuzione spettasse al debitore ancorché fallito (cfr. Cass. 2532/1987).

Successivamente il SC ha sempre ritenuto, in tutti i casi concretamente affrontati, la legittimazione del solo curatore. In particolare Cass. 12115/2003 ha affermato che spetta al curatore di opporsi ex art.615 cpc all’esecuzione promossa dal creditore fondiario, per affermare che invece il bene debba essere liquidato in sede concorsuale, attuando così la prevalenza del disposto dell’art.51 l.f. e l’insussistenza dei presupposti di cui all’art.41 TUB per la prosecuzione dell’azione esecutiva individuale nonostante la declaratoria di fallimento del debitore. E’ vero che la pronunzia in parola ha escluso l’applicabilità del principio affermato da Cass. 2532/87 sull’osservazione che quella decisione riguardava una fattispecie

Tuttavia è proprio la sentenza in parola che continua segnalando che “del tutto diversa, rispetto alla quale era fuori discussione che ricorressero i presupposti del privilegio processuale di cui al testo unico bancario.

Se, dunque, il curatore era legittimato ad opporsi all'esecuzione, egli, e non anche la società fallita, era anche l'unico legittimato giacché l'art. 43 legge fall. dispone che nelle controversie, anche in corso, relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento, sta in giudizio il curatore: norma che, come questa Corte ha affermato (sent. n. 9456 del 1997), e va qui ribadito, comporta l'attribuzione in via esclusiva al curatore della capacità processuale e, pertanto, la perdita della capacità processuale del fallito (salvo casi di inerzia dell'amministrazione fallimentare, che qui non vengono in considerazione), e che - deve essere qui precisato - va interpretata nel senso che è sufficiente la mera prospettazione che si tratti di beni da ricomprendersi nel fallimento perché insorga la capacità processuale esclusiva del curatore”.

Argomenti condivisibili e di carattere generale, che portano alla conclusione immancabile del difetto di legittimazione in capo al fallito rispetto all’opposizione all’esecuzione forzata su di un bene acquisito al fallimento, e nella specie non può sorgere dubbio in proposito visto che la sentenza di fallimento è stata trascritta dal curatore a carico del bene oggetto di esecuzione.

Tali argomenti trovano però il loro limite nella sussistenza della relativa prospettazione, che nella specie fa difetto (fermo restando che ovviamente in caso di accoglimento dell’opposizione il bene lungi dal tornare nella disponibilità del debitore tornerebbe nella potestà liquidatoria del fallimento posto che quest’ultimo ha chiaramente mostrato il proprio interesse per il tramite della trascrizione della sentenza). Né può sostenersi la necessità di estendere il contraddittorio al fallimento stesso, cosa che non è necessaria come bene indicato dalla citata giurisprudenza di legittimità, e del resto la procedura poteva e può senz’altro se interessata essere presente con lo strumento dell’intervento nella procedura individuale sorretta dal creditore fondiario.

Nel merito poi non assume rilevanza la circostanza, altrimenti determinante, della sussistenza di un ulteriore creditore intervenuto titolato – deve specificarsi nei confronti del solo C. - nella persona dell’Agenzia delle Entrate Riscossione, per euro 2.531.762,08. Infatti se tale ultima circostanza sarebbe in generale di per sé sufficiente ad escludere la fondatezza della domanda di sospensione tenuto conto che, secondo quanto osservato dal S.C., le vicende relative al titolo esecutivo del creditore procedente (sospensione, sopravvenuta inefficacia, caducazione, estinzione) non possono ostacolare la prosecuzione dell’esecuzione sull’impulso del creditore intervenuto il cui titolo abbia conservato la sua forza esecutiva (cfr. SS.UU. 61/2014), nella specie l’esecuzione come premesso si regge esclusivamente sull’impulso del creditore fondiario ai sensi dell’art.41 TUB, per cui in caso di esistenza dei presupposti per la sospensione la stessa dovrebbe essere effettivamente accolta. Tuttavia va osservato come la somma che l’opponente deduce essere stata illegittimamente addebitata dalla banca (pari ad euro 8.128,92) non giustifica la sospensione della procedura esecutiva in corso, atteso che il credito del procedente, considerato anche solo per la parte capitale, è superiore ad euro 93.000,00.

In ogni caso deve aggiungersi che secondo quanto stabilito dalla giurisprudenza prevalente, l’eventuale superamento del tasso soglia calcolato sulla base della sommatoria tra interessi corrispettivi e moratori, comporta il solo venir meno della debenza degli interessi moratori, ferma restando quella degli interessi corrispettivi ove (come nella specie) inferiori alla soglia di legge.

Sulla base di quanto premesso pertanto non si giustifica, allo stato ed in base alla delibazione sommaria propria di questa sede, la sospensione della procedura esecutiva in corso.

PQM

  • - Respinge l’istanza di sospensione;
  • - Assegna alla parte interessata termine di giorni 60 per l’introduzione del giudizio di merito a norma dell’art. 616 e.p.c.;
  • - Condanna l’opponente alla rifusione delle spese di giudizio che si liquidano in complessivi euro 3.000,00 oltre accessori come per legge.

Monza, 01/03/2018

IL GIUDICE DELL’ESECUZIONE Dott. Alberto Crivelli

 

 

Sommario 

  1. Il caso.
  2. La decisione.
  3. Gli artt. 42 s. l. fall. e la legittimazione del curatore a proporre l’opposizione ex 615 c.p.c.
  4. . Brevissime considerazioni finali.

 

  1. Il caso.

Il debitore, dichiarato fallito, ha  proposto opposizione all’esecuzione – intrapresa dal creditore fondiario - deducendo l’usurarietà del contratto di mutuo per superamento del tasso soglia; a conferma di tale assunto l’opponente ha prodotto una perizia di parte in base alla quale il creditore – stante la nullità degli interessi - dovrebbe restituire al debitore gli interessi corrisposti in eccedenza (pari ad euro 8.128,92).

Anche per tale ragione il debitore (fallito) ha chiesto al giudice dell’esecuzione di disporre la sospensione dell’esecuzione.

Dal proprio canto il creditore ha dedotto che il credito in linea capitale portato dal titolo esecutivo ammontava a 93.824,45 euro e che al fine del computo dell’usurarietà degli interessi il debitore ha sommato gli interessi corrispettivi e quelli moratori.

Nessuna attività difensiva è stata invece compiuta dal curatore che non si costituiva in giudizio.

 

  1. La decisione.

Il giudice dell’esecuzione, dopo aver ribadito – in ottemperanza al prevalente orientamento della giurisprudenza di legittimità - il difetto di legittimazione in capo al fallito a proporre l’opposizione ex art. 615 c.p.c. su di un bene acquisito al fallimento, ha avuto modo di precisare che il curatore - nel caso di specie – nulla ha eccepito al riguardo. Pertanto solo in difetto della «relativa prospettazione» da parte del curatore, il fallito può recuperare una legittimazione cd. «suppletiva» alla proposizione del rimedio di cui all’art. 615 c.p.c.

Con la seconda parte della decisione il giudice dell’esecuzione ha: i) respinto l’istanza di sospensione; ii) assegnato alla parte interessata termine di giorni 60 per l’introduzione del giudizio di merito ex art. 616 e.p.c.; iii) condannato l’opponente alla rifusione delle spese di giudizio.

Anche a voler ritenere condivisibile la tesi dell’opponente, secondo cui il creditore gli avrebbe illegittimamente addebitato interessi per euro 8.128,92, la sospensione della procedura esecutiva in corso non avrebbe potuto comunque essere disposta: il credito del procedente, considerato solo per la parte capitale, superava, difatti, l’importo di 93.000,00 euro.

La decisione - che ci sembra condivisibile - si fonda sulle argomentazioni di seguito esaminate.

 

  1. Gli artt. 42 s. l. fall. e la legittimazione del curatore a proporre l’opposizione ex art. 615 c.p.c.

 

A norma dell'art. 42, comma primo, l. fall., nelle controversie, anche in corso, relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito sta in giudizio il curatore.

È proprio da tale disposizione che si desume come la privazione dei poteri processuali in capo al fallito rappresenti un effetto dello spossessamento, fenomeno da intendersi come incapacità del fallito di amministrare e disporre i beni che compongono il patrimonio responsabile. Da qui l’ulteriore precisazione che la privazione della legittimazione processuale del fallito patisce la sola eccezione di cui all’art. 43, comma 2°, l. fall., in forza del quale il debitore ha facoltà di partecipare al giudizio limitatamente alle questioni dalle quali può dipendere un’imputazione di bancarotta a suo carico; e non si estende alle controversie sui beni e sui rapporti strettamente personali.

In definitiva, la dichiarazione di fallimento trasferisce la legittimazione processuale a proporre qualsiasi tipologia di contestazione sull’esecuzione pendente dal debitore all’organo gestorio della procedura concorsuale.

La correttezza di questa impostazione non viene scalfita nemmeno laddove l’esecuzione sia intrapresa o proseguita dal (presunto) creditore fondiario ex art. 41 TULB, poiché il curatore, quale organo pubblico dell’esecuzione collettiva, rappresenta l’unico soggetto legittimato all’opposizione all’esecuzione per contestare l’azione esecutiva promossa dal creditore fondiario. È appena il caso di precisare che si tratta di un orientamento condiviso dalla giurisprudenza di legittimità ( v. in tal senso Cass. 19 agosto 2003, n. 12115). Occorre tuttavia segnalare un diverso e risalente indirizzo  della giurisprudenza di legittimità, secondo cui la legittimazione all’opposizione all’esecuzione spetterebbe al debitore ancorché fallito (cfr. Cass. 11 marzo 1987, n. 2532); a quest’ultimo riguardo va poi notato che la decisione aveva ad oggetto una fattispecie completamente diversa, non ricorrendo i presupposti di cui all’art. 41 TULB.

In altre e più semplici parole, si può concludere che la legittimazione processuale del fallito è espressamente esclusa dalle norme surrichiamate, eccezion fatta per casi di inerzia dell'amministrazione fallimentare (sul punto va segnalata Cass., 26 settembre 1997, n. 9456 che ha riconosciuto una eccezionale legittimazione processuale «suppletiva» del fallito; coerentemente con tali premesse Cass., Sez. Un., 24 dicembre 2009, n. 27346 e Cass., 22 luglio 2005, n. 15369, hanno invece escluso tale legittimazione ogni volta che l’inerzia della curatela sia dovuta dalla valutazione negativa sulla convenienza della coltivazione della controversia. Per Cass. 9 marzo 2011, n. 5571, il difetto di legittimazione processuale del fallito assume carattere assoluto ed è opponibile da chiunque e rilevabile d’ufficio sempre che la curatela abbia dimostrato interesse per il rapporto dedotto in lite. Più di recente Cass. 15 luglio 2016, n. 14449, ha tuttavia affermato il principio che la contestazione – da parte del debitore - della possibilità per il creditore (non fondiario) di iniziare o proseguire l’esecuzione singolare per violazione dell’art. 51 l. fall., configura una vera e propria contestazione del diritto di procedere ad esecuzione forzata e non attiene alla mera regolarità di uno o più atti d’esecuzione ovvero alle modalità di esercizio dell’azione esecutiva. Di conseguenza essa va qualificata come opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. e non può dirsi assoggettata al regime di decadenza di cui all’art. 617 c.p.c.).

Peraltro va considerato che in caso di inerzia e/o mancata costituzione in giudizio del curatore, la (suppletiva) legittimazione del fallito a proporre opposizione all’esecuzione risulta priva di qualsiasi utilità concreta;  ed infatti, in caso di accoglimento del rimedio, il bene è destinato a rimanere nella massa attiva fallimentare.

Al riguardo è sufficiente rilevare che, nella fattispecie decisa dal provvedimento che si commenta, il bene aggredito esecutivamente dal fondiario– recte la quota del 50 % dello stesso (appartenendo la restante quota al debitore non fallito) – fa parte della massa fallimentare, e - anche se la liquidazione del bene è affidata al giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 41 TULB - non può certamente ritenersi nella disponibilità del debitore; tanto più ove si consideri che il curatore era comunque determinato ad acquisire il bene nella massa attiva «visto che la sentenza di fallimento era stata trascritta dal curatore a carico del bene oggetto di esecuzione».

 

  1. Brevissime considerazioni finali.

 

Sullo sfondo rimane la considerazione che la partecipazione al giudizio esecutivo di un ulteriore creditore titolato non interferisce in alcun modo con la ricostruzione sopra prospettata. A ben guardare tale circostanza sarebbe solo astrattamente idonea ad escludere la fondatezza della domanda di sospensione, posto che le vicende relative al titolo esecutivo del creditore procedente (quali sospensione, sopravvenuta inefficacia, ecc.) non ostacolano la prosecuzione dell’esecuzione sull’impulso del creditore intervenuto il cui titolo abbia conservato la sua forza esecutiva (Cass. Sez. Un., 7 gennaio 2014, n. 61). Tuttavia, nel caso di specie, l’esecuzione presuppone il solo impulso del creditore fondiario, senza che rilevi in alcun modo l’intervento di altro creditore munito di titolo.