Commento a prima lettura alla novella di cui all’ art. 4, d.l. 14 dicembre 2018, n. 135

Modifiche in tema di conversione del pignoramento e liberazione dell’immobile pignorato
Commento a prima lettura alla novella di cui all’ art. 4, d.l. 14 dicembre 2018, n. 135

 L’art. 4, d.l. 14 dicembre 2018, n. 135 (Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e la pubblica amministrazione) ha introdotto due modifiche significative (e, per quanto si dirà, criticabili sotto vari profili) al Codice di procedura civile.

La prima concerne l’istituto della conversione, già interessato dalla riforma del 2015 (d.l. 27 giugno 2015, n. 83, conv. In l. 6 agosto 2015, n. 132).

In quella occasione, come si ricorderà, le novità hanno riguardato:

  • la possibilità di ottenere la rateizzazione anche laddove il pignoramento riguardi cose mobili (mentre in precedenza questa possibilità era prevista solo per l’espropriazione immobiliare);
  • la possibilità di stabilire, ricorrendo giustificati motivi, che la restituzione abbia luogo in trentasei (anziché diciotto) rate mensili;
  • la introduzione – con la evidente finalità di “controbilanciare” la più ampia rateizzazione - di distribuzioni parziali (a nostro parere si tratta di distribuzione in senso tecnico, dato il richiamo all’art. 510 c.p.c.) che hanno luogo di sei mesi in sei mesi. 

Il legislatore della recenziore riforma segue la medesima linea di favor per l’istituto (e quindi per il debitore), attraverso le seguenti previsioni:

  • l’accesso al beneficio della rateizzazione è condizionato – per le procedure avviate dal 15.12.2018 - al deposito di una somma di denaro “non inferiore a un sesto” (anziché, come in passato, a un quinto) dell’importo del credito per il cui recupero si agisce in via esecutiva, comprensivo di capitale, interessi e spese;
  • il pagamento della somma determinata dal G.E. nell’ordinanza di conversione può avvenire (ricorrendo i giustificati motivi) in quarantotto rate (in luogo delle trentasei previste in precedenza);
  • la decadenza dal beneficio della rateizzazione è dichiarata a fronte di un ritardo di “oltre trenta giorni” (e non più, come in passato, di “oltre quindici giorni”) nel pagamento delle rate previste nella ordinanza di cui ai commi 3 e 4 dell’art. 495 c.p.c.;
  • il creditore procedente ed i creditori intervenuti a norma dell’art. 499 c.p.c. hanno l’onere di depositare, almeno trenta giorni prima dell’udienza ex art. 569 c.p.c., “un atto, sottoscritto personalmente dal creditore e previamente notificato al debitore”, con indicazione dell’ammontare del capitale residuo, comprensivo degli interessi e delle spese sostenute fino all’udienza, nonché del criterio di calcolo degli interessi maturandi. In mancanza di tale indicazione, ai fini della determinazione della somma “da sostituire al bene pignorato”, “il credito resta definitivamente fissato nell’importo indicato nell’atto di precetto o di intervento, maggiorato dei soli interessi al tasso legale e delle spese successive”.

Tuttavia, come si anticipava, vi sono dei profili critici.

In primo luogo, la disposizione che prevede la rateizzazione in quarantotto mesi si mostra di difficile coordinamento con quanto disposto dalla legge Pinto in materia di ragionevole durata delle procedura esecutive.

Difatti, a mente dell’art. 2, comma 2-bis, l. 24 marzo 2001, n. 89, il termine di ragionevole durata del processo esecutivo è rispettato se il procedimento si esaurisce in tre anni.

In questa logica, già la previsione del termine di trentasei mesi si poneva ai limiti, dato che l’istanza di conversione è presentata sempre (rectius: necessariamente) in un momento successivo al pignoramento e fino all’udienza ex art. 569 c.p.c. (momento nel quale, con l’adozione dell’ordinanza di vendita, il debitore decade dal diritto di accedere al beneficio); udienza che, nelle prassi virtuose di alcuni Uffici, è fissata a non meno di un anno dall’inizio del processo esecutivo. 

Ne consegue che, se già con il riconoscimento della rateizzazione in trentasei mesi lo sforamento del termine triennale è pressoché automatico, ciò avverrà a maggior ragione (ed in misura meno trascurabile) con l’estensione di cui si è detto.

Resta impregiudicato il potere del G.E. di valutare la sussistenza dei “giustificati motivi” e quindi di modulare la determinazione del numero di rate alla particolarità del caso concreto, anche tenuto conto delle esigenze di ragionevole durata del processo (esigenze che rilevano – giova ribadirlo – in termini di costo sociale, a fronte della violazione del relativo termine).

Particolare attenzione merita la modifica che assegna al creditore procedente ed ai creditori intervenuti l’onere di depositare, entro trenta giorni prima dell’udienza di cui all’art. 569 c.p.c., una nota di precisazione del credito (previamente notificata al debitore), la quale  deve contenere, relativamente agli interessi maturandi, anche la indicazione del relativo criterio di calcolo.

La novità riprende – evidentemente – la prassi di quegli Uffici giudiziari ove, all’atto della fissazione dell’udienza per l’adozione della ordinanza di conversione, il G.E. onera il creditore procedente e quelli eventualmente intervenuti di depositare un atto riepilogativo dell’ammontare del proprio credito, in relazione alle diverse voci (capitale, interesse e spese) di cui lo stesso si compone.

Profondamente innovativa, però, è la previsione secondo cui, in caso di mancato deposito di tale atto, il credito si considera “definitivamente fissato nell’importo indicato nell’atto di precetto o di intervento, maggiorato dei soli interessi al tasso legale e delle spese successive”, seppure ai limitati fini del sub-procedimento di conversione.

Il legislatore, cioè, applica, nel contesto dell’esecuzione individuale, un meccanismo tipico della esecuzione concorsuale.

D’altro canto, vi è da chiedersi:

  • come tale previsione incida sul potere officioso del G.E. di determinare l’esatto ammontare della somma da versare ai fini della conversione (v. ad esempio Cass. 24.1.2012, n. 940; sul più generale potere del G.E. di determinare l’esatto ammontare del credito azionato in via esecutiva, con eventuale riduzione ove lo ritenga ingiustificato, v. Cass. 17.11.2014, n. 24367; Cass. 26.3.2003, n. 4491; Cass. 23.6.2000, n. 8559; Cass. 10.9.1996, n. 8215; Cass. 8.5.1998, n. 4653);
  • se il creditore abbia l’onere di depositare tale nota anche nell’ipotesi in cui l’udienza per l’ammissione alla conversione sia fissata più di un mese prima rispetto all’udienza ex art. 569 c.p.c. e, in caso affermativo, se il suo mancato deposito produca gli stessi effetti.

Quanto alla prima questione, deve ritenersi che il G.E. conservi il potere di determinare l’esatto ammontare del dovuto (v. la giurisprudenza richiamata supra), ad esempio escludendo delle voci inserite a titolo di spese di esecuzione che, invece, il creditore non avrebbe potuto inserire.

Quanto alla seconda questione, occorre considerare:

  • che la novella in esame è stata disposta modificando il primo comma dell’art. 569 c.p.c.;
  • che il termine per il deposito della nota di precisazione del credito (previamente notificata al debitore) va computato a ritroso a partire da tale udienza;
  • che, quindi, nell’ipotesi in cui l’istanza di conversione sia presentata in un momento in cui non sia ancora fissata l’udienza ex art. 569 c.p.c. ovvero sia stata fissata a diversi mesi di distanza:
  • il creditore non sarà tenuto al deposito di tale atto;
  • ove onerato dal G.E. di depositare una nota di precisazione del credito, il mancato deposito della stessa non produrrà la conseguenza della “definitiva fissazione” del credito nei termini di cui all’atto di precetto o di intervento o quella dell’applicazione in via sostitutiva del tasso legale.

Al fine di evitare disparità di trattamento tra i diversi sub-procedimenti di conversione a seconda del momento processuale in cui gli stessi si collocano, sarebbe stato opportuno, a nostro parere, inserire tale disposizione nell’art. 495 c.p.c. e prevedere, ad esempio, che il deposito della nota avvenisse, in via generalizzata, entro un dato termine dall’udienza fissata dal G.E. per l’adozione dell’ordinanza di conversione.

La seconda modifica introdotta dall’art. 4 in commento attiene all’istituto della liberazione anticipata dell’immobile pignorato.

La norma - che trae l’abbrivio da una nota vicenda di cronaca – è diretta a procrastinare la liberazione dell’immobile laddove il debitore esecutato, a sua volta, vanti nei confronti di una pubblica amministrazione crediti “di ammontare complessivo pari o superiore all’importo dei crediti vantati dal creditore procedente e dai creditori intervenuti”: in tale ipotesi, “il giudice dell’esecuzione, con il decreto di cui all’articolo 586 c.p.c., dispone il rilascio dell’immobile pignorato per una data compresa tra il sessantesimo e il novantesimo giorno successivo a quello della pronuncia del medesimo decreto”.

Alcune considerazioni si impongono:

  • la modifica in esame concerne il terzo comma dell’art. 560 c.p.c.;
  • si tratta – come è noto – della disposizione che disciplina l’ordine di liberazione “discrezionale” che il G.E., secondo le prassi virtuose raccomandate anche dal C.S.M. (circolare del 13.10.2017, sulle c.d. buone prassi), normalmente adotta in seno all’udienza ex art. 569 c.p.c., indicando al custode giudiziario le modalità (anche tempistiche) della relativa attuazione (normalmente congegnate in modo tale che la consegna dell’immobile, una volta avvenuta l’aggiudicazione, avvenga “chiavi in mano”);
  • dalla lettura del terzo comma, come risultante a seguito della modifica complessivamente intesa, sembra doversi desumere che – nella fattispecie delineata - la liberazione potrà aver luogo solo in forza del decreto di trasferimento (che in parte qua costituisce titolo esecutivo per il rilascio) e secondo una tempistica rigidamente predeterminata dalla norma; in altri termini, se il debitore allega di trovarsi nella (invero non comune) situazione descritta dalla norma (del che dovrà esser data notizia anche nell’avviso di vendita), va esclusa la possibilità di adottare l’ordine di liberazione anticipato (rispetto al trasferimento dell’immobile).

Benché la norma sia ancorata – come si diceva – alla sussistenza di un presupposto soggettivo piuttosto singolare, il che rende minima la possibilità di una sua applicazione significativa, la stessa è criticabile da più punti di vista:

  • non tiene in alcun conto la giurisprudenza della Corte di Cassazione (in termini perspicui v. Cass. 3.4.2015, n. 6836), secondo cui la valutazione se procedere o meno alla liberazione anticipata del bene va condotta tenuto conto del prioritario interesse alla soddisfazione dell’interesse del ceto creditorio, che deve essere la più rapida e ampia possibile (con la conseguenza riflessa, peraltro, di un maggior effetto esdebitativo a favore del debitore esecutato);
  • si mostra del tutto irragionevole, e quindi di dubbia costituzionalità, nel punto in cui addossa al creditore procedente il costo del ritardo della pubblica amministrazione nell’effettuare i pagamenti al proprio creditore (nella specie debitore esecutato), laddove esistono già dei meccanismi di salvaguardia della funzionalità degli Enti pubblici tenuti ad effettuare dei pagamenti che appaiono più che adeguati e che, soprattutto, non coinvolgono la posizione di un terzo la compressione della cui tutela esecutiva è, pertanto, arbitraria.