Estinzione del processo esecutivo e cessazione della materia del contendere nel giudizio di opposizione

Commento a Cassazione civile, Sez. III, 12 aprile 2018, n. 9060 - pres. Chiarini, est. Tatangelo

Senza la dichiarazione di estinzione del processo esecutivo, non può essere dichiarata cessata la materia del contendere nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi

Cassazione civile, Sez. III, 12 aprile 2018, n. 9060 - pres. Chiarini, est. Tatangelo

ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO; OPPOSIZIONE AGLI ATTI ESECUTIVI;

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La Suprema Corte ha statuito che, in mancanza della dichiarazione di estinzione del processo esecutivo, nel giudizio di opposizione, ex art. 617 c.p.c., non può essere dichiarata  cessata la materia del contendere.   

La ricorrente nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi, promosso ex art. 617 c.p.c., lamentava di non aver mai ricevuto la notifica degli atti di esecuzione (ai sensi degli artt. 599, comma 2, c.p.c. e 180 disp. att.), sebbene, nella veste di comproprietaria dei beni pignorati per l’intero (dei quali aveva ereditato dal padre, terzo datore di ipoteca, una quota), risultasse anch’essa (benché non debitrice) soggetto passivo del processo esecutivo.
Il giudice di prime cure, rilevato che nelle more del giudizio un altro comproprietario (esecutato) aveva soddisfatto il creditore procedente (surrogandosi nelle sue ragioni), dichiarava cessata la materia del contendere, nell’assenza, però, della formale e definitiva dichiarazione di estinzione del processo esecutivo.
La S.C. ha stabilito che il soddisfacimento del credito del procedente (nel corso del giudizio di opposizione) da parte di un terzo (sebbene esecutato) - in presenza, tra l’altro, di creditori intervenuti muniti di titolo esecutivo e in mancanza della dichiarazione di estinzione della procedura esecutiva - non può far ritenere cessata la materia del contendere, in quanto permane l’interesse dell’opponente a conseguire l’eventuale dichiarazione di illegittimità degli atti esecutivi e la loro consequenziale caducazione.
La declaratoria di cessazione della materia del contendere, infatti, presuppone che il fatto sopravvenuto abbia completamente rimosso i motivi del contendere, facendo venir meno le ragioni stesse del contrasto tra le parti e, di conseguenza, l'interesse ad agire e a contraddire, nonché la necessità di una pronuncia del giudice sull'oggetto della controversia; vale a dire che per l'attore è necessario che la situazione sopravvenuta soddisfi in maniera totalmente soddisfacente il diritto esercitato, in modo tale da escludere alcuna utilità alla pronuncia di merito.
In sostanza, può farsi luogo a declaratoria di cessazione della materia del contendere, per sopravvenuta carenza di interesse delle parti, solo quando le stesse si diano reciprocamente atto dell'intervenuto mutamento della situazione,  sottoponendo al giudice conclusioni conformi.
In sintesi, quando nel corso del giudizio sia intervenuta una transazione ed i fatti non siano controversi, il giudice può dichiarare cessata la materia del contendere; al contrario, se permangono questioni problematiche e lo stato del processo non consenta la loro trattazione, la dichiarazione non è attuabile.
Come più volte affermato dalla Suprema Corte, occorre l’obiettiva constatazione che la pretesa attrice sia stata soddisfatta in misura piena successivamente all’instaurazione del giudizio e che tale soddisfazione faccia venir meno ogni concreto interesse dei contendenti alla prosecuzione del giudizio stesso.
A conferma di quanto sinora enunciato, si richiama il consolidato orientamento della S.C. in base al quale l’estinzione del processo esecutivo (anche con riferimento alle ipotesi di chiusura anticipata o di c.d. estinzione atipica)  comporta la cessazione della materia del contendere per sopravvenuto difetto di interesse a proseguire il processo (per quanto riguarda le opposizioni agli atti esecutivi; mentre relativamente alle opposizioni aventi per oggetto il diritto a procedere ad esecuzione forzata, in rapporto all’esistenza del titolo esecutivo o del credito, permane, comunque, l’interesse alla decisione).
Infine, ad ulteriore sostegno dei principi innanzi esposti - volendo applicare l’assioma in base al quale la successione per atto tra vivi a titolo particolare nel diritto controverso (disciplinata dall’art. 111 c.p.c.) concerne la titolarità attiva e passiva dell’azione (c.d. legitimatio ad causam) - appare corretto affermare l’inidoneità della cessione del bene oggetto della vertenza (in quanto successiva all’inizio della medesima) a far venir meno l’interesse ad agire e a resistere in giudizio in capo alle parti originarie, dovendo il processo proseguire tra le stesse.