Pignoramento ex art. 72-bis, d.p.r. n. 602 del 1973 e strumenti di tutela alla luce della più recente giurisprudenza

Questioni in tema di opposizione agli atti esecutivi e di opposizione all’esecuzione
Pignoramento ex art. 72-bis, d.p.r. n. 602 del 1973 e strumenti di tutela alla luce della più recente giurisprudenza

Sommario:

1. Caratteristiche dello strumento di cui all’art. 72-bis, d.p.r. n. 602 del 1973.
2. Questioni in tema di tutela del debitore: l’opposizione agli atti esecutivi.
3. (Segue) … e l’opposizione all’esecuzione.
4. Razionalizzazione delle implicazioni legate alla pronuncia della Corte Costituzionale n. 114 del 2018: ipotesi problematiche.
5. Conclusioni.

 

  1. Caratteristiche dello strumento di cui all’art. 72-bis, d.p.r. n. 602 del 1973.

Lo strumento esecutivo previsto e disciplinato dall’art. 72-bis, d.p.r. n. 602 del 1973 presenta una notevole rilevanza pratica: tenuto conto delle sue peculiarità, che saranno appresso sinteticamente richiamate, l’Agente della riscossione se ne serve con una frequenza crescente, ragione per la quale, benché i recenti arresti della giurisprudenza costituzionale e di quella di legittimità riguardino – in astratto – tutte le forme di azione esecutiva contemplate dal d.p.r. n. 602 del 1973, è proprio con riferimento all’atto esecutivo di cui qui si discorre che l’analisi del formante giurisprudenziale presenta - in concreto – maggiore interesse.

L’ordine diretto di cui all’art. 72-bis, d.p.r. n. 602 del 1973 viene comunemente definito come una forma speciale di espropriazione presso terzi[1], per quanto le specificità rispetto al modello codicistico (artt. 543 e ss.) siano lampanti.

Come ha evidenziato, anche di recente, la S.C. la caratteristica saliente dell’ordine diretto sta in ciò, che qualora lo stesso “sia spontaneamente adempiuto dal terzo, i suoi effetti sono equiparabili a quelli dell’ordinanza di assegnazione”[2].

Ed infatti “il pagamento da parte del terzo pignorato completa la vicenda espropriativa, determinando non solo e non tanto il trasferimento del diritto di credito dal debitore esecutato all’agente della riscossione procedente, con l’estinzione del credito del terzo pignorato nei confronti dell’esecutato [nel che si compendia, come è noto, l’effetto principale dell’ordinanza di assegnazione ex art. 553 c.p.c., n.d.s.], quanto piuttosto l’immediato effetto satisfattivo che consegue alla riscossione delle somme dovute”[3].

Altrimenti detto, nel caso che qui interessa, vi è una sovrapposizione tra la fase espropriativa e quella satisfattiva, nel senso che, in caso di adempimento spontaneo da parte del terzo, è allo stesso atto esecutivo che va ricollegato il momento satisfattivo, senza necessità - salvo che siano proposte opposizioni - di una fase apud iudicem (culminante con l’adozione dell’ordinanza di assegnazione).

Dalla caratteristica appena esaminata la dottrina ha tratto, sebbene con esiti diversificati, rilevanti implicazioni di regime quanto alla individuazione della natura (amministrativa o giurisdizionale) del procedimento di esecuzione c.d. esattoriale.

Tanto i sostenitori della tesi della natura amministrativa quanto quelli della natura giurisdizionale richiamano la disciplina contenuta nell’art. 72-bis, cit.: i primi[4] perché si tratta di un esempio eloquente della idoneità dell’atto ivi disciplinato a procurare la coattiva realizzazione del diritto per cui si procedere in via esecutiva indipendentemente da un comando giudiziale (e quindi di autotutela esecutiva); i secondi osservano che si tratta “di un atto solo apparentemente espropriativo, poiché, in assenza della collaborazione del terzo pignorato, l’Agente della riscossione deve intraprendere la procedura ordinaria”, il che “conferma che l’autotutela esecutiva determina, in questa esecuzione speciale, un effetto coercitivo che, solo mediante la collaborazione del debitore o del terzo pignorato, può comportare la completa attuazione del credito tributario”, mentre “l’effetto sostitutivo desiderato e tipico di cui all’art. 2910 c.c. (…)” dipenderà anche in questo caso – e pur sempre – da un provvedimento giudiziale, “a dimostrazione del fatto che gli atti espropriativi tributari sono estranei all’autotutela”[5].

La giurisprudenza, dal canto suo, ha ricavato dalla specificità dello strumento esecutivo in questione la conclusione della inapplicabilità (nel caso de quo): 1) dell’istituto della conversione – nel senso che la mancanza dell’avvertimento di potersi avvalere di tale beneficio non importa nullità dell’atto; 2) ovvero, seppure sulla scorta di un ragionamento che muove da una diversa ricostruzione sostanziale del relativo vizio (mera irregolarità e non nullità, a certe condizioni insanabile, data l’inidoneità dell’atto a raggiungere lo scopo[6]), della norma secondo cui il pignoramento deve contenere l’avviso ad eleggere domicilio o a dichiarare residenza nel circondario del Tribunale competente in ordine all’esecuzione (proprio perché, nella normalità dei casi, l’esecuzione in questione si svolge in assenza di un Giudice)[7].

 

  1. Questioni in tema di tutela del debitore: l’opposizione agli atti esecutivi.

Le questioni più marcatamente problematiche, peraltro, riguardano l’ipotesi in cui il debitore contesti il diritto di procedere in via esecutiva ovvero la legittimità degli atti dell’esecuzione forzata e, quindi, l’ipotesi in cui, a fronte di un ordine diretto di pagamento ex art. 72-bis (ossia di uno strumento espressione – secondo la ricostruzione a nostro avviso preferibile – di autotutela esecutiva[8]), sia invocato l’intervento di un Giudice in relazione a tali doglianze.

Non a caso le pronunce che in appresso saranno passate in rassegna attengono, ed in buona sostanza ridisegnano, la fisionomia degli strumenti di tutela a disposizione dell’esecutato.

Prima di procedere in tal senso appare opportuno segnalare che, laddove il procedimento di esecuzione esattoriale sia avviato e portato a compimento per il recupero di crediti di natura non tributaria, non si pongono significative criticità: le opposizioni esecutive – secondo l’art. 29, d.lgs. n. 46 del 1999 che ha in ciò dato seguito ai rilievi provenienti dalla giurisprudenza costituzionale[9] – possono essere in questo caso proposte senza alcuna limitazione.

Quando viene in rilievo un credito di natura tributaria, o anche un credito di natura tributaria, la questione si complica.

La disciplina fondamentale in materia è data dal combinato disposto degli artt. 2, d.lgs. n. 546 del 1992, e 57, d.p.r. n. 602 del 1973.

A mente della prima disposizione “restano escluse dalla giurisdizione tributaria soltanto le controversie riguardanti gli atti della esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento e, ove previsto, dell'avviso di cui all'articolo 50 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, per le quali continuano ad applicarsi le disposizioni del medesimo decreto del Presidente della Repubblica”.

A mente della seconda, per come essa era formulata prima del recente intervento manipolativo della Corte Costituzionale[10], sono inammissibili: 1) le opposizione di cui all’art. 615 c.p.c. salvo che non si discuta della pignorabilità dei beni; 2) le opposizioni di cui all’art. 617 c.p.c. relative alla regolarità formale ed alla notificazione del titolo esecutivo.

La dottrina si è interrogata se una tale limitazione fosse in contrasto con l’art. 24 Cost..

La questione, come implicitamente confermato anche dalla Corte Costituzionale nella recente pronuncia di incostituzionalità dell’art. 57, cit. (sulla quale si tornerà infra), assume una curvatura diversa a seconda che sia in contestazione: 1) un vizio formale di un atto del procedimento di riscossione; 2) la insussistenza del diritto di procedere in via esecutiva.

Nel primo caso, particolare rilevanza assume la questione relativa ai “vizi derivati” dell’atto di pignoramento[11].

Si chiarisce.

Laddove venga in rilievo un vizio relativo alla regolarità formale del titolo o alla sua notificazione che sia dal contribuente conosciuto o conoscibile e, quindi, deducibile innanzi alla Commissione tributaria, non si pone alcun vulnus, posto che la prevista inammissibilità si spiega proprio in considerazione della sussistenza della possibilità (rectius dell’onere di) adire il Giudice del rapporto tributario.

Se, invece, si discute di atti conosciuti per la prima volta al momento della notifica del pignoramento, ancorché si tratti di atti (in astratto) impugnabili innanzi alla Commissione tributaria (perché ricompresi nel “catalogo” di cui all’art. 19, comma 1, d.lgs. n. 546 del 1992), la inammissibilità prevista dall’art. 57, comma 1, lett. b) avrebbe potuto, in effetti, tradursi in un vuoto di tutela del debitore proprio nel momento in cui, con l’inizio dell’azione esecutiva, sorge (non essendo profilabile in precedenza) il relativo interesse alla contestazione dei vizi del procedimento.

La dottrina, nell’intento di porre rimedio a tale limitazione, ha fornito una lettura “costituzionalmente orientata” del sistema.

In specie, si è osservato che “il collegamento con il limite interno per l’accesso al giudizio tributario può stabilirsi anche per il tramite di un atto non impugnabile”, poiché il nesso “tra atti ipotizzato dalla disposizione [dell’art. 19, comma 3, d.lgs. n. 546 del 1992, n.d.A.] (l’uno adottato e non notificato, l’altro notificato) non può logicamente concernere atti che siano autonomamente impugnabili. Ove così fosse, infatti, solo l’atto notificato (e cioè il secondo) sarebbe impugnabile ed il suo vizio consisterebbe proprio nel non essere stato preceduto dalla notificazione dell’atto propedeutico; circostanza da sola sufficiente ad invalidarlo senza che il ricorrente sia costretto ad impugnare anche l’atto non notificato. Si ha, al contrario, la necessità di impugnare l’atto semplicemente adottato e non notificato, quando il termine per l’accesso alla tutela tributaria è eccezionalmente costituito da un atto non autonomamente impugnabile, che serve in questo caso da tramite per la sua conoscenza”[12].

Altrimenti detto, l’atto di pignoramento costituisce solo il “veicolo” attraverso cui proporre una domanda relativa al rapporto sottostante del tipo di quella introducibile impugnando la cartella esattoriale (ove notificata), pur restando estraneo all’ambito oggettivo della lite[13].

Tale lettura ha trovato una significativa sponda nella giurisprudenza di legittimità[14], che “punta ormai a sostituire l’atto impugnabile con l’interesse ad agire”[15], nonché in quella di merito[16].

Fino al recente passato, però, la stessa giurisprudenza pareva orientata nel senso di ritenere che “l’ammissibilità dell’opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell’art. 57, comma 1, lett. b), del d.p.r. 602/1973 dipende dall’atto impugnato e non dal vizio dedotto, sicché, mentre per il contribuente non può impugnare dinanzi al giudice ordinario la cartella di pagamento o l’avviso di mora, la cui cognizione è riservata al giudice tributario, può proporre opposizione ex art. 617 c.p.c. avverso il pignoramento oltre che per vizi suoi propri, anche per far valere la nullità derivata conseguente all’omessa notificazione degli atti presupposti e, cioè, della cartella di pagamento o della intimazione ad adempiere”[17].

Non si dubitava, cioè: 1) che lo strumento da attivare fosse quello dell’opposizione agli atti esecutivi; 2) che tale domanda (da proporre al Tribunale secondo la consueta – e necessaria - articolazione “bifasica” del relativo giudizio[18]) sfuggisse alla comminatoria di inammissibilità posta dall’art. 57, cit. proprio in quanto – come detto – ciò che conta a tali fini non è il vizio dedotto, ma l’atto impugnato.

Di recente, tuttavia, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione[19] hanno rimeditato tale orientamento affermando il seguente principio: “in materia di esecuzione forzata tributaria, l'opposizione agli atti esecutivi riguardante l'atto di pignoramento, che si assume viziato per l'omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento (o degli altri atti presupposti dal pignoramento), è ammissibile e va proposta - ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 2, comma 1, secondo periodo, art. 19, D.P.R. n. 602 del 1973, art. 57 e art. 617 cod. proc. civ. - davanti al giudice tributario”.

Tale giurisprudenza è stata vivacemente criticata[20].

I rilievi si muovono su vari piani.

Il primo, per così dire, prospettico, in quanto il contrasto con la propria giurisprudenza pregressa (contrasto da cui muovono le Sezioni Unite) è “ipotetico”, dacché Cass. S.U. 5 luglio 2011, n. 14667 (già prima richiamata) aveva ritenuto munito di giurisdizione il Giudice tributario relativamente ad una controversia il cui oggetto “non era propriamente costituito da un atto dell’esecuzione forzata (pignoramento), riguardando, invece, soltanto la contestata legittimità del titolo esecutivo (cartella di pagamento riproduttiva del ruolo) e della sua notificazione”[21].

Al di là di ciò un Autore ha individuato nel ragionamento della S.C. “tre errori di sistema”[22]:

  • la giurisdizione si determina in base all’atto impugnato e alla situazione soggettiva che forma oggetto di giudizio e non in ragione del vizio dedotto.

Sotto tale profilo, si osserva, “il primo errore, d’immediato riscontro, attiene al criterio (…) per l’individuazione della giurisdizione davanti alla quale va collocata la controversia in cui il contribuente sottoposto a pignoramento ne faccia valere la illegittimità per mancata notifica del titolo esecutivo che ne sta alla base”[23].

Ed invero tale criterio “si pone in diretta contraddizione con quanto disposto dalla legge, che, all’art. 2, comma 1, secondo periodo, del d.lgs. n. 546/1992, per segnare il confine, anche cronologicamente insormontabile, della giurisdizione tributaria, fa, invece, riferimento, proprio e soltanto, ‘agli atti’ riguardanti l’esecuzione forzata ‘successivi’ alla notifica degli atti impugnabili davanti al giudice tributario, prescindendo quindi totalmente dai motivi fatti valere, ed anzi escludendone generalmente ogni essenziale rilevanza ‘riguardo’ agli atti stessi”[24];

  • ciò che rileva ai fini della determinazione della giurisdizione è il petitum sostanziale (l’impugnazione dell’atto cui è correlata la situazione giuridica che dallo stesso risulta incisa) piuttosto che la soggettiva prospettazione del vizio da parte del debitore;
  • il pignoramento non rientra tra gli atti autonomamente impugnabili davanti al Giudice tributario.

Sotto questo profilo, si osserva che “altro errore, nel quale la giurisprudenza della Corte ormai persiste da tempo, ma che, non per questo, cessa di essere grave, sta nell’essersi frainteso il ruolo dell’art. 19 del d.lgs. n. 546/1992 nel sistema di accesso alla tutela giurisdizionale davanti al giudice speciale tributario ed ancor poi nell’aver inserito in esso l’atto di pignoramento”[25].

In specie, “risulta disarmonico ‘infilare’, in un insieme di atti considerati autonomamente impugnabili senza limitazioni di sorta, un atto che si consideri autonomamente impugnabile per il solo caso che non sia preceduto dalla notifica della cartella di pagamento”[26].

Si sottolinea, infine, che “il pignoramento è atto totalmente disomogeneo rispetto agli atti sostanziali espressamente indicati dall’art. 19 del d.lgs. n. 546/1992 e non v’è traccia nell’ordinamento di dati normativi che lo possano ricondurre entro tale contesto”[27].

A parte questi profili critici, poi, pone questioni di non minore rilevanza la qualificazione dell’azione da proporre alle Commissioni tributarie.

Volendo prescindere dall’asserito fraintendimento del ruolo sistematico dell’art. 19, comma 3, cit. (v. sopra), la qualificazione dell’azione in questione come “recuperatoria” (e per di più innanzi al Giudice tributario) mal si concilia con la sua qualificazione in termini di opposizione agli atti esecutivi.

Qualificazione, invero, nient’affatto scontata, se è vero che, nelle pronunce successive ai citati (e contestati) arresti delle Sezioni Unite, la S.C. ha in alcuni casi parlato apertis verbis di opposizione agli atti esecutivi[28], in altri – più cautamente e, a nostro avviso, opportunamente – di opposizione ex artt. 2 e 19, d.lgs. n. 546 del 1992[29].

Ma se effettivamente si tratta di una impugnazione differita innanzi alle Commissioni tributarie, i termini per proporla dovrebbero, a rigore, essere quelli previsti per la tutela d’annullamento esperibile innanzi a tale Giudice, senza applicazione della esclusione della sospensione feriale; nel mentre non è agevole conciliare la qualificazione sopra proposta con la natura bifasica delle opposizioni esecutive..

In particolare, si pone la questione della sorte dell’opposizione proposta (erroneamente, avuto riguardo all’orientamento più recente[30]) innanzi al Tribunale, ed in specie con ricorso al G.E..

Ad avviso di chi scrive, anche in considerazione di alcuni passaggi della sentenza della Corte Costituzionale che ha riguardato ex professo l’opposizione all’esecuzione, ponendosi una esigenza di pienezza della tutela, quale che sia il plesso giurisdizionale competente ad erogarla, il Giudice ordinario non dovrebbe dichiarare, in casi siffatti, la inammissibilità della domanda ma – al contrario – declinare la giurisdizione e favorire, per tale via, la translatio iudicii[31].

Se così è, premesso che i provvedimenti sulla giurisdizione sono adottati con sentenza (art. 279, comma 2, n. 1, c.p.c.), il G.E. innanzi al quale si svolge la (necessaria) fase sommaria dell’opposizione dovrà: 1) rigettare l’istanza cautelare, perché prima facie non è munito di giurisdizione in relazione alla domanda; 2) assegnare alla parte il termine per l’introduzione del giudizio di merito, all’esito del quale (con sentenza) sarà declinata la giurisdizione.

Tuttavia, ferma restando la proponibilità ex novo della domanda innanzi alle Commissioni tributarie (se sono ancora pendenti i termini per farlo) e ferma restando la possibilità di seguire un doppio binario (cioè adire contemporaneamente i due Giudici), non v’è chi non veda come la pronuncia declinatoria della giurisdizione non potrà che giungere in un momento in cui, per essere sicuramente trascorso il termine dato al terzo per pagare, non vi sarà più interesse alla coltivazione dell’azione (anche tenuto conto del fatto che, secondo l’opinione preferibile[32], con l’inutile decorso di tale termine cessa ex lege l’obbligo del terzo di tenere “bloccate” le somme di cui sia creditore il debitore esecutato, dovendosi dare corso al pignoramento di crediti secondo l’ordinaria disciplina codicistica: arg. ex comb. disp. artt. 72-bis, comma 2, e 72, comma 2, d.p.r. n. 602 del 1973).

Senza considerare che il (già intricato) percorso potrebbe ulteriormente complicarsi nei casi (assai frequenti) in cui il pignoramento sia posto in essere per il recupero sia di crediti tributari che di crediti non tributari e, ancora, quando oltre al “vizio derivato” sia dedotto un “vizio proprio” dell’atto di pignoramento (di cui conoscerà senz’altro il G.O. in sede di opposizione agli atti esecutivi[33]).

In tali eventualità occorrerà procedere al (non sempre agevole) “spacchettamento” della domanda e, in questa logica, un ulteriore profilo di difficoltà potrebbe essere costituito dalla riconosciuta ammissibilità dell’opposizione all’esecuzione (per motivi diversi dalla impignorabilità dei beni) a seguito della più volte richiamata pronuncia della Corte Costituzionale.

 

  1. (Segue) … e l’opposizione all’esecuzione.

Pronuncia, della quale, quindi, occorre adesso occuparsi ex professo[34].

Va anzitutto richiamato quanto sopra osservato riguardo alle limitazioni poste dall’art. 57, d.p.r. n. 602 del 1973; limitazioni alle quali, con riferimento all’opposizione agli atti esecutivi, non senza seguire opzioni talvolta discutibili, si è posto rimedio in via interpretativa.

Il problema però si pone(va) in termini più radicali con riferimento all’opposizione all’esecuzione, dove una lettura “correttiva” di eguale efficacia non era data (si riteneva al più da taluno che il contribuente avrebbe potuto pagare il debito e presentare istanza di rimborso, avverso il rigetto – anche tacito – della quale sarebbe stato possibile proporre ricorso al Giudice tributario[35]).

La dottrina aveva quindi in prevalenza ritenuto che il sistema fosse, con riferimento alla dedotta (sopravvenuta) carenza del diritto di procedere in via esecutiva, irrimediabilmente percorso da una vena di incostituzionalità[36].

In particolare, si notava, il fatto estintivo che voglia esser fatto valere dopo l’inizio dell’esecuzione non potrebbe esser dedotto innanzi al Giudice tributario in virtù di quanto disposto dall’art. 2, d.lgs. n. 546 del 1992; ma nemmeno innanzi al G.O., stante quanto previsto dall’art. 57, cit..

Piuttosto, il debitore avrebbe dovuto subire l’espropriazione, ancorché ingiusta, e poi agire per la ripetizione dell’indebito.

I giudizi a quibus in relazione ai quali è stato sollevato l’incidente di costituzionalità riguardavano: a) la eccessività del pignoramento (dello stipendio) perché incidente sul minimo vitale e la dedotta inesistenza di rapporti tra terzo e debitore pignorato (Trib. Sulmona); b) la violazione dell’art. 7, comma 1, lett. m), d.l. n. 70 del 2011, che prevede che in caso di richiesta di sospensione giudiziale degli atti esecutivi non si procede ad esecuzione fino alla decisione del Giudice e comunque fino al centoventesimo giorno (Trib. Trieste).

Le questioni poste dal Tribunale di Sulmona sono state ritenute inammissibili.

Diversamente a dirsi per quelle poste dal Tribunale di Trieste, poiché, nella fattispecie sopra richiamata, “il giudice dell’esecuzione è quindi chiamato a fare applicazione della disposizione censurata la quale prevede che nel procedimento di riscossione esattoriale l’opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c. è inammissibile, fatta eccezione per quella concernente la pignorabilità dei beni”; non è stata ritenuta ostativa alla valutazione in punto di rilevanza della questione la circostanza che, nel caso controverso, l’Agente della riscossione avesse provveduto alla sospensione in autotutela dell’atto di pignoramento “fino a diversa comunicazione”, proprio perché l’esecuzione intrapresa a dispetto del termine di moratoria previsto dalla disposizione richiamata, quantunque sospesa, avrebbe potuto riprendere il suo corso in ogni momento, ferma restando limitazione posta dall’art. 57, cit..

La Corte Costituzionale, dopo aver ricostruito l’evoluzione normativa in materia, con riferimento al quadro regolatorio delineato per effetto della nuova disciplina del contenzioso tributario (d.lgs. n. 546 del 1992) e di quella della riscossione tramite ruolo estesa alle entrate di qualsiasi natura dello Stato (d.lgs. n. 46 del 1999), ferme restando le previsioni dell’art. 57, cit., ha premesso:

  1. che l’art. 2, d.lgs. n. 546 del 1992 ha fissato la linea di confine tra le giurisdizioni nella cartella e nell’eventuale successivo avviso di mora, nel senso che “fino a questo limite la cognizione degli atti dell’amministrazione, espressione del potere di imposizione fiscale, è devoluta alla giurisdizione del giudice tributario; a valle, la giurisdizione spetta al giudice ordinario e segnatamente al giudice dell’esecuzione”;
  2. che, per quanto quello sopra indicato sia un criterio di riparto della giurisdizione, “la sommatoria della tutela innanzi al giudice tributario e di quella innanzi al giudice (ordinario) dell’esecuzione deve realizzare per il contribuente una garanzia giurisdizionale a tutto tondo” (corsivi nostri);
  3. che tale tutela complementare ricomprende anche il potere cautelare di sospensione della riscossione, che il Giudice tributario esercita ai sensi dell’art. 47, d.lgs. 546 del 1992 e il Giudice ordinario ai sensi dell’art. 60, d.p.r. n. 602 del 1973.

Tanto detto, ad avviso della Corte, la limitazione dettata con riferimento all’opposizione agli atti esecutivi non si pone in contrasto con gli artt. 24 e 113 Cost., poiché “queste ultime opposizioni [quelle sulla regolarità formale del titolo e sulla sua notificazione, n.d.s.] sono attratte alla giurisdizione tributaria”, e ciò “senza che le regole di riparto della giurisdizione possano significare alcuna soluzione di continuità della garanzia giurisdizionale nel rispetto dei parametri evocati dal giudice remittente”.

Ciò vale, inoltre, anche laddove l’atto impugnato sia costituito dal pignoramento, ma – in tale sede – si facciano valere “vizi derivati” (nel senso sopra chiarito).

In tale frangente, il Giudice delle leggi sembra prendere atto dell’orientamento della S.C. che “a composizione di un contrasto ravvisa nel primo atto della riscossione coattiva (quale l’atto di pignoramento) di cui il contribuente abbia avuto conoscenza, in mancanza di precedenti atti ritualmente notificati, quello recante l’esercizio della potestà impositiva, la cui contestazione radica una controversia devoluta alla giurisdizione del giudice tributario ed onera il contribuente del ricorso ex art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992 (nel prescritto termine di decadenza) [corsivi nostri]. Anche in tale evenienza la tutela del contribuente c’è, ma è attivata con lo strumento processuale di accesso al giudice tributario […], non essendo ammissibile invece l’opposizione ex art. 615 c.p.c.”[37].

La Corte, peraltro, osserva che resta sempre salvo il meccanismo della translatio iudicii, onde gli effetti sostanziali e processuali della domanda proposta al Giudice sfornito di giurisdizione sono fatti salvi come “se il giudice di cui è stata dichiarata la giurisdizione fosse stato adito dall’inizio”.

In definitiva, nella parte in cui esclude “che sia ammissibile l’opposizione all’esecuzione per il solo fatto che il contribuente opponente formuli un petitum con cui contesta il diritto dell’amministrazione finanziaria o dell’agente della riscossione di procedere ad esecuzione forzata, come sarebbe invece possibile secondo il canone ordinario dell’opposizione ex art. 615 c.p.c.”, l’art. 57, cit. non presta il fianco a rilievi di incostituzionalità, poiché “l’inammissibilità dell’opposizione ex art. 615 cod. proc. civ. si salda, in simmetria complementare, con la proponibilità del ricorso ex art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992, assicurando, in questa parte, la continuità della tutela giurisdizionale”.

Diversamente a dirsi per quelle controversie in relazione alle quali non sussiste – neppure in virtù del collegamento con l’art. 2, cit. – la giurisdizione del Giudice tributario, poiché – per utilizzare le stesse parole della Corte – la controversia si colloca a valle di tale giurisdizione.

In tale ambito - l’opposizione all’esecuzione essendo l’unico strumento di tutela - si configura, a fronte della prevista inammissibilità della stessa, “una carenza di tutela giurisdizionale”, non altrimenti recuperabile[38].

Ciò porta a ritenere che “la pur marcata peculiarità dei crediti tributari […] non è però tale da giustificare che, nelle ipotesi in cui il contribuente contesti il diritto di procedere a riscossione coattiva e sussista la giurisdizione del giudice ordinario, non vi sia una risposta di giustizia se non dopo la chiusura della procedura di riscossione ed in termini meramente risarcitori”, con conseguente frontale contrasto con gli artt. 24 e 113 Cost..

 

  1. Razionalizzazione delle implicazioni legate alla pronuncia della Corte Costituzionale n. 114 del 2018: ipotesi problematiche.

Fin qui le condivisibili considerazioni della Corte quanto alla esigenza di una tutela piena ed effettiva.

Quando però si passa dal piano degli enunciati a quello concretamente operativo la individuazione dei fatti deducibili in sede di opposizione all’esecuzione pone delicate questioni, della cui soluzione, stante la peculiarità della vicenda controversa nei giudizi a quibus, è investita, in prima battuta, la giurisprudenza di merito.

La Corte, invero, opera delle esemplificazioni:

  • l’intervenuto pagamento del debito tributario;
  • la sopravvenuta estinzione dello stesso “per essersi il contribuente avvalso di misure di favore per l’eliminazione del contenzioso tributario, quale, ad esempio la c.d. rottamazione delle cartelle di pagamento”.

A tali ipotesi la dottrina[39], in sede di commento al rilevante arresto di cui sopra, ne ha aggiunte altre:

  • la intervenuta sospensione del titolo esecutivo o dell’esecuzione a seguito di provvedimento giudiziale ex art. 47, d.lgs. n. 546 del 1992;
  • la contestazione della direzione in concreto assunta dall’azione esecutiva (si richiama il caso in cui l’opponente sia il terzo datore di ipoteca ovvero il soggetto esecutato in virtù della sua contestata qualità di erede del debitore iscritto a ruolo;
  • il caso in cui il socio eccepisca il beneficium excussionis[40];
  • il maturare della prescrizione.

Invero, mentre non pongono particolari dubbi le ipotesi dell’intervenuto pagamento del debito e quella della contestazione della direzione in concreto assunta dall’azione esecutiva, le altre fattispecie sono, a nostro sommesso avviso, più difficilmente riconducibili all’ambito dell’opposizione all’esecuzione o lo sono a patto che vengano operate delle precisazioni (da ricavare, però, in assenza di una espressa presa di posizione da parte del Giudice delle leggi, dalla complessiva ratio decidendi a base della pronuncia di incostituzionalità).

Non sembra, in particolare, che siano riconducibili all’ambito dell’opposizione all’esecuzione i vari casi (sempre più frequenti nella normativa degli ultimi anni) di misure di favore per l’eliminazione del contenzioso tributario[41].

Prendiamo come esempio proprio quello della c.d. rottamazione prevista dall’art. 6, d.l. n. 193 del 2016.

Va premesso che, a mente del comma 5 di tale disposizione, l’Agente della riscossione “non può altresì proseguire le procedure di recupero coattivo precedentemente avviate” sempre che (nelle procedure “presso terzi”) non vi sia già stata l’assegnazione del credito.

Si è ritenuto che l’espressione “non può proseguire” non integri la previsione di una causa di improcedibilità dell’azione esecutiva, con conseguente declaratoria di estinzione della procedura e liberazione delle somme detenute dal terzo, quanto piuttosto una causa di sospensione operante fin tanto che la procedura di definizione agevolata non si sia conclusa, con la conseguenza, in quest’ultimo caso, che le somme a disposizione del terzo non possono essere liberate.

Milita in questo senso, secondo la citata giurisprudenza, innanzitutto un argomento letterale, dato dalla lettura combinata del citato 5° co. e del precedente 4° co., laddove si prevedono le conseguenze dell’omesso versamento dell’unica rata o delle rate in cui si articola il piano di rientro: a fronte di tali circostanze, “l’agente  della riscossione prosegue l’attività di recupero” (corsivo nostro). L’utilizzo del termine “prosegue” lascia intendere che le “procedure di recupero precedentemente avviate” (v. 5° co.) restano in uno stato di quiescenza destinato ad evolversi:- nella prosecuzione dell’azione di recupero, in caso di mancato versamento delle rate in cui è stato dilazionato il pagamento;

- nella estinzione dell’azione esecutiva e, inoltre, dei giudizi, promossi dal debitore, aventi ad oggetto i “carichi” per il cui recupero forzoso si precede (ai sensi del 2° co. dell’art. 6 il debitore “si impegna a rinunciare” a tali giudizi, il che fa intendere che l’effetto collegato alla rinuncia non è immediato, ma subordinato alla completa definizione del procedimento di cui all’art. 6).

Se tale interpretazione è corretta, come pare, se è corretto cioè ritenere che in caso di rottamazione operi una causa legale di temporanea improseguibilità dell’esecuzione (anche esattoriale), crediamo sia più corretta l’applicazione dell’art. 623 c.p.c. a fronte di una “istanza esecutiva” (ex art. 486 c.p.c.) che tale causa faccia valere innanzi al Giudice dell’esecuzione[42].

In altre parole, per quanto si debba (e si possa) invocare in questo caso l’intervento del Giudice dell’esecuzione (l’art. 49, comma 2, d.p.r. n. 602 del 1973 consente di applicare le norme del Codice di procedura civile per gli aspetti non espressamente disciplinati dalla normativa settoriale), il provvedimento che questi adotta non è fondato su una valutazione in punto di verosimiglianza della fondatezza dell’opposizione - ove l’occasione per far constare l’accesso alla procedura di rottamazione sia costituita dalla presentazione di un ricorso in opposizione con allegata istanza di sospensione – quanto piuttosto sulla presa d’atto della operatività di una causa di sospensione (o temporanea improseguibilità) esterna al processo esecutivo e, quindi, all’opposizione all’esecuzione.

Analoghe considerazioni sembra debbano farsi – a maggior ragione – con riferimento al caso di intervenuta sospensione del titolo esecutivo o dell’esecuzione a seguito di provvedimento giudiziale ex art. 47, d.lgs. n. 546 del 1992.

Problematica è anche la fattispecie della prescrizione.

Non vi è dubbio che, in astratto, la stessa rientri tra i fatti estintivi della pretesa creditoria da far valere in sede di opposizione all’esecuzione.

Tuttavia, se di opposizione all’esecuzione si parla, è chiaro che non si può prescindere dall’orientamento secondo cui, quanto meno con riferimento ai titoli giudiziali che possono essere ridiscussi in sede di impugnazione (in senso lato), i soli fatti estintivi deducibili sono quelli maturati successivamente alla formazione del titolo; cioè i soli fatti che il debitore non ha potuto opporre in precedenza.

Applicando, non senza qualche sforzo, questo ragionamento al caso che qui interessa, crediamo si debba escludere che sia ammissibile l’opposizione all’esecuzione diretta a far valere la prescrizione maturata tra la notifica della cartella e quella dell’avviso di mora (rectius: dell’intimazione ad adempiere ex art. 50, d.p.r. n. 602 del 1973); al contrario, crediamo sia ammissibile la (sola) opposizione all’esecuzione diretta a far valere la prescrizione maturata dopo la notifica dell’avviso di mora (e prima del pignoramento).

In questo senso milita un argomento logico fondato sull’apprezzamento della ratio dedicendi alla base della esaminata pronuncia di incostituzionalità.

La Corte Costituzionale ha inteso realizzare una simmetria complementare tra i rimedi attivabili innanzi al Giudice tributario e quelli (oggi) attivabili innanzi al Giudice dell’esecuzione.

Sembra quindi che fin quando vi sia un rimedio attivabile innanzi alle Commissioni tributarie, a monte, oltretutto per far valere una causa estintiva del credito sottostante, non vi sia spazio per (e prima ancora la necessità di) un rimedio da proporre, ad esecuzione avviata (cioè a valle), davanti al Giudice ordinario.

Nell’esempio proposto, quindi, la prescrizione del credito tributario maturata dopo la notifica della cartella ma prima dell’avviso di mora va dedotta in sede di impugnazione di tale atto (se conosciuto) o (crediamo, ma l’ipotesi pone problemi in termini di concorrenza dei rimedi) di impugnazione differita del primo atto successivo conosciuto; altrimenti detto, il fatto estintivo in questione si colloca al di qua della linea di demarcazione tra le giurisdizioni che la Corte assume come dato di partenza del proprio argomentare.

Per le stesse ragioni, ma sul rilievo che la prescrizione maturata dopo l’avviso di mora si collochi al di là del limite esterno della giurisdizione tributaria, l’unica sede in cui tale fatto (estintivo del diritto di procedere in via esecutiva) potrà essere eccepito è l’opposizione all’esecuzione e l’inammissibilità di tale azione si tradurrebbe in un intollerabile vuoto di tutela (vuoto che, appunto, l’intervento manipolativo della Corte è diretto, evidentemente, a colmare).

 

  1. Conclusioni.

A fronte degli esiti giurisprudenziali appena esaminati, risulta evidente una notevole macchinosità del sistema delle tutele del contribuente.

Innanzitutto, si profila (al di là di quanto prima notato) una sorta di paradosso: quello per cui la opposizione (talvolta qualificata come) agli atti esecutivi va proposta al Giudice tributario, laddove - specie ove non si aderisca alla nostra idea quanto ai limiti alla proponibilità innanzi al G.O. dell’eccezione di prescrizione - del credito tributario dovrà occuparsi un Giudice diverso da quello del rapporto sottostante.

Inoltre, nei non infrequenti casi in cui l’atto esecutivo (e segnatamente l’ordine di cui all’art. 72-bis, d.p.r. n. 602 del 1973) sia posto in essere per il recupero – uno actu - di crediti tributari e non, e le contestazioni del debitore riguardino profili vari (vizi derivati del pignoramento, vizi propri dello stesso, profili che incidono sulla esistenza del diritto di credito), il Giudice dovrà spacchettare la domanda e trattare ciascun segmento della stessa secondo un distinto regime processuale.

È quindi auspicabile, così come ritenuto da autorevole dottrina[43], un complessivo ripensamento di tale sistema di tutele del contribuente, in funzione di una (vera e non solo anelata) razionalità ed effettività dello stesso.

 

 

[1]  Al riguardo va rilevato che la Corte Costituzionale, nel dichiarare la inammissibilità della q.l.c. posta con riferimento alla norma in esame, ha avuto modo di notare – incidenter tantum - che “la facoltà di scelta del concessionario tra due modalità di esecuzione forzata presso terzi non crea né una lesione del diritto di difesa dell’opponente né una rilevante disparità di trattamento tra i debitori esecutati, sia perché questi ultimi sono portatori di un interesse di mero fatto rispetto all’utilizzo dell’una o dell’altra modalità e possono in ogni caso proporre le opposizioni all’esecuzione o agli atti esecutivi di cui all’art. 57, d.p.r. n. 602 del 1973, sia perché non sussiste un principio costituzionalmente rilevante di uniformità delle regole procedurali”.

[2]  Cass. 9.8.2018, n. 20706/o..

[3]  Cass. 9.8.2018, n. 20706/o..

[4] Glendi, Natura giuridica dell’esecuzione forzata tributaria, in Dir. Prat. Trib., 2992, I, 2240; Basilavecchia, Riscossione delle imposte, in Enc. Dir., Milano, 1989, XL, 1179; la dottrina meno recente, invece, desumeva la natura amministrativa della esecuzione esattoriale dalla circostanza che anche l’esecuzione ordinaria era da considerare come una attività amministrativa, perché sfornita dei caratteri della cognizione: Allorio, Diritto processuale tributario, 1969, 235; tra gli amministrativisti, cfr. Cassese, L’esecuzione forzata, in Dir. Proc. Amm., 1991, 173.

[5]  Così Odoardi, Esecuzione forzata tributaria, in Enc. Treccani – Diritto online, in www.treccani.it; ma nello stesso senso v. già Costantino, Le espropriazioni forzate speciali. Lineamenti generali, Milano, 1984, nonché Russo, Diritto e processo nella teoria dell’obbligazione tributaria, Milano, 1967, 464.

[6] Cass. 23.3.2011, n. 6662.

[7]  In questo senso v. ancora Cass. 9.8.2018, n. 20706/o..

[8]  Sia consentito, anche per altri riferimenti, il rinvio ad Auletta, L’espropriazione forzata esattoriale, in Cardino-Romeo (a cura di), Processo di esecuzione. Profili sostanziali e processuali, Padova, 2018, 1419 e ss..

[9]  Cfr. Corte Cost., 13.7.1995, n. 318; Corte Cost., 18.7.1997, n. 239, in Riv. Giur. trib., 1998, 100, con nota di Anni; Corte Cost., 26.2.1998, n. 26.

[10] Corte Cost., 31.5.2018, n. 114.

[11] Tema su cui v., anche per la ricostruzione analitica dei vari orientamenti sul campo, Fronticelli Baldelli, Pignoramento esattoriale viziato da omessa notifica degli atti prodromici: la giurisdizione al giudice tributario, in Fisco, 2017, 32-33, 3141.

[12] Renda, Il sistema delle tutele giurisdizionali nella fase della riscossione esattoriale (commento all’art. 57, d.p.r. 29.9.1973, n. 602), in Arieta-De Santis-Didone (a cura di), Codice commentato delle esecuzioni civili, Torino, 2016, 1930

[13]  Nucera, La tutela del contribuente nella riscossione coattiva, in Rass. Trib., 2012, 1049; Puri, Randazzo, Le problematiche di giurisdizione nei casi di riscossione tributaria non preceduta da avviso di mora, in Riv. Dir. Trib. 2003, II, 916; Randazzo, Confini della giurisdizione sul versante della riscossione e dell’esecuzione forzata, in Corriere trib., 2007, 45.

[14]  Cfr. Cass. S.U. 5.7.2011, n. 14667; in un primo momento la S.C. si era diversamente orientata: Cass. S.U. 6.11.2002, n. 15563.

[15] In dottrina v. Odoardi, Il processo esecutivo tributario, Roma, 2012, passim; in giurisprudenza, per la valorizzazione dell’interesse ad agire, v. Cass. S.U. 10.8.2005, n. 16776, in Riv. Dir. trib., 2006, 1, II, 29, con nota di Muscarà; Cass. 15.6.2010, n. 14373, ivi, 2010, 10, II, 612, con nota di Carinci; Cass. S.U. 10.5.2009, n. 10672.

[16] Comm. trib. prov. Catania 15.2.2011, n. 176; Comm. trib. prov. Treviso 4.3.2009, n. 23; contra Comm. trib. prov. Milano 7.6.2010, n. 256; Comm. trib. prov. Novara 23.7.2010, n. 89.

[17]  Cass. 7.5.2015, n. 9246.

[18] La necessarietà di tale fase è stata da ultimo ribadita da Cass. 11.10.2018, n. 25170, su cui sia consentito rinviare al mio commento La natura necessariamente bifasica delle opposizioni esecutive c.d. successive al vaglio della Corte di Cassazione, in www.inexecutivis.it.

[19] Cass. S.U. 5.6.2017, nn. 13913 e 13916; al cui orientamento hanno dato seguito: Cass. S.U. 23.10.2018, n. 24965; Cass. 23.3.2018, n. 7341/o.; Cass. 4.4.2018, n. 11481; Cass. 4.4.2018, n. 8319/o.; Cass. 22.5.2018, n. 12608/o.; Cass. 22.5.2018, n. 12612/o.; Cass. 25.5.2018, n. 13123; Cass. 19.10.2018, n. 26378/o.; Cass. 28.11.2018, n. 30756; Cass. 30.11.2018, n. 31035/o.; in senso contrario, per quanto non siano espressamente prese in considerazione le pronunce nn. 13913 e 13916, v. Cass. 7.9.2017, n. 20928/o.

[20]  Tra i commenti critici, v. in specie Glendi, Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione “stravolgono” i confini tra giurisdizione tributaria e giurisdizione ordinaria sul versante dell’esecuzione forzata, in Gazz. trib. – Riv. Giur. Trib., 2017, 10, 762 e ss.; Glendi, Disorientamenti giurisprudenziali al vertice sull’opposizione agli atti esecutivi, in Corr. Giur., 2018, 5, 677 e ss.; Carinci, La Consulta rimuove il divieto all’opposizione all’esecuzione: cade una (altra) specialità dell’esecuzione esattoriale, in Fisco, 2018, 27, 2642, ove l’A., nel commentare la pronuncia della Corte Costituzionale n. 114 del 2018, a proposito dell’orientamento delle Sezioni Unite richiamato supra, rileva che “quello della Suprema Corte appare a tutti gli effetti un intervento eversivo, non solo perché disattende il chiaro dato positivo, ma, soprattutto, poiché stravolge i criteri che presiedono all’intera architettura del processo tributario: dalla tassatività degli atti impugnabili […], alla regola del vizio proprio di cui all’art. 19, comma 3, alla definizione della giurisdizione in ragione degli atti e non dei vizi lamentati. Tutto ciò, peraltro, senza modificare il dato testuale che, quindi, rimane invece ancora legato a quell’architettura”. In senso adesivo, v. Basilavecchia, Anche il pignoramento può essere atto impugnabile, inCorr. trib., 2017, 30, 2388 e ss.; Tabet, In tema di pignoramento “a sorpresa”, in Rass. trib., 2017, 4, 1120 e ss..

[21]  In questo senso v. Glendi, Disorientamenti, cit..

[22]  Si allude ancora a Glendi, op. ult. cit.

[23]  Ibidem.

[24]  Ibidem.

[25]  Ibidem.

[26]  Ibidem.

[27]  Ibidem.

[28] Cass. 4.4.2018, n. 11481.

[29] Cfr. Cass. 20.4.2018, n. 9833, sulla quale sia consentito rinviare alla mia nota redazionale di commento in www.inexecutivis.it.

[30]  Cfr. ancora Cass. 11.10.2018, n. 25170.

[31]  Elementi in tale senso possono scorgersi in Cass. 20.4.2018, n. 9833, cit..

[32]  V. Odoardi, Esecuzione forzata tributaria, cit..

[33] Come opportunatamente chiarito da Cass. 20.4.2018, n. 9983, cit.; nell’ambito della giurisprudenza di merito, nel medesimo senso, Trib. Napoli Nord, 10.7.2018.

[34] In relazione a tale pronuncia v. Glendi, La Consulta schiude le porte alle opposizioni nell’esecuzione esattoriale, in Corr. Giur. 2018, 11, 1418; nonché Carinci, La consulta rimuove, cit.; v. inoltre Fronticelli Baldelli, Novità in tema di opposizione all’esecuzione ed agli atti esecutivi, come disciplinati dall’art. 57, d.p.r. 602/73, dopo l’intervento della Corte Costituzionale.

[35]  Glendi, Abolizione dell’avviso di mora: si torna al solve et repete, in Corriere trib., 1999, 2833.

[36]  Scala, La tutela del contribuente nella riscossione coattiva, in Rass. Trib., 2008, 1299; Longo, in Commentario Consolo-Glendi, Padova, 2012, 1009 e ss..

[37] La Corte, invero, ricorda anche il diverso orientamento (Cass. S.U., 27.10.2016, n. 21690), secondo cui “interpretando l’ambito della opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. come comprensivo anche dell’ipotesi della dedotta nullità derivata dell’atto di pignoramento in ragione della mancata (o invalida) notifica dell’atto presupposto su cui si fonda la riscossione coattiva […], afferma sussistere la giurisdizione del giudice ordinario, chiamato a conoscere dell’opposizione così qualificata”. Benvero, anche aderendo a questa diversa impostazione in termini di riparto della giurisdizione, “non si pone un problema di inammissibilità dell’opposizione all’esecuzione perché si ritiene che si versi nella fattispecie dell’opposizione agli atti esecutivi”.

[38] La Corte osserva che “questa carenza di tutela giurisdizionale [non] sarebbe colmabile con la possibilità dell’opposizione agli atti esecutivi laddove la contestazione della legittimità della riscossione non si limiti alla regolarità formale del titolo esecutivo o degli atti della procedura. Una dilatazione dell’ambito di applicazione di tale rimedio processuale lascerebbe comunque un’ingiustificata limitazione di tutela giurisdizionale se non altro in ragione dell’esistenza di un termine di decadenza per la proponibilità dell’azione, che invece non è previsto in caso di opposizione all’esecuzione”.

[39]  Tra gli altri v. Guidara, Esecuzione forzata tributaria – Il discutibile ampliamento dell’opposizione all’esecuzione in materia tributaria conseguente all’intervento della Corte Costituzionale, in Giur. It., 2018, 12, 2661.

[40]  In questo senso v. Longo, La Corte Costituzionale ridisegna il confine tra ricorso al Giudice tributario e opposizione all’esecuzione, in corso di pubblicazione in Giusto Proc. Civ., 2018 (che leggo in dattiloscritto per gentile concessione dell’Autrice), ove vengono citati precedenti di legittimità in termini; il tema è peraltro stato oggetto, di recente, di pronunce della S.C. nel senso che la violazione del beneficio andrebbe dedotta in sede di opposizione alla cartella, e quindi innanzi alle Commissioni tributarie: Cass. 27.2.2017, n. 4959, nonché – più di recente, a seguito della pronuncia della Corte Costituzionale – Cass. 27.9.2018, n. 23260. Tale pronuncia, nel ritenere che “è quindi indubbio che il beneficium excussionis si possa, anzi, di debba opporre davanti al giudice tributario allorquando si riceva la notificazione della cartella”, poiché “è in quel momento e in quella sede che il contribuente ha titolo per contestare la sussistenza della condizione posta al fisco per agire esecutivamente contro di lui”, sembra porsi in contrasto con la premessa (da cui la stessa muove)  per cui il rispetto del beneficio costituisce “condizione dell’azione esecutiva del contribuente” che dello stesso è titolare.

[41] Circa quelle introdotte di recente, ed in specie dal d.l. n. 119 del 2018, conv. in l. n. 136 del 2018, si v. D’Alonzo, La pace fiscale ed esecuzione forzata. Note a prima lettura dell'art. 3 del d.l. 23 ottobre 2018, n. 119, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, l. 17 dicembre 2018, n. 136, in www.inexecutivis.it.

[42] Si pensi a quanto accade in materia di sequestri e confische antimafia, alla stregua del novellato art. 55, d.lgs. n. 159 del 2011. Sul tema sia consentito il rinvio, anche per ulteriori riferimenti, ai miei: Sequestro e confisca antimafia: la tutela dei terzi alla luce della l. n. 161 del 2017 e Rapporti tra misure sequestri e confische penali e procedimenti espropriativi alla luce di due recenti (e divergenti) arresti della Corte di Cassazione, in www.inexecutivis.it.

[43]  Incisivamente in questo senso v. Carinci, La Consulta, cit..