Il sequestro penale ex art. 321 c.p.p. trascritto in data successiva al pignoramento non determina la improseguibilità dell'esecuzione (a margine di Trib. Matera, ord. coll. 27.3.2019)

Il conflitto determinato dall'insistenza sul medesimo bene di un sequestro penale ex art. 321 c.p.p. e del pignoramento va risolto secondo la regola dell'ordo temporalis delle formalità pregiudizievoli

La trascrizione di un sequestro penale ex art. 321 c.p.p. in data successiva alla trascrizione del pignoramento non determina, di per sé, la infruttuosità dell'esecuzione

Tribunale, Matera, 27 marzo 2019 - Pres. ed est. Disabato

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - VENDITA - INFRUTTUOSITÀ;

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La funzione del sequestro penale ex art. 321 c.p.p. non è vanificata dalla messa in vendita del bene e l'eventuale successiva confisca configura un acquisto a titolo derivativo

Tribunale, Matera, 27 marzo 2019 - Pres. ed est. Disabato

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE;

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Il sequestro penale ex art. 321 c.p.p. trascritto in data successiva al pignoramento non determina la improseguibilità dell'esecuzione

Tribunale, Matera, 27 marzo 2019 - Pres. ed est. Disabato

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE;

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Il provvedimento in rassegna rappresenta – a quanto consta – il primo precedente della giurisprudenza di merito relativo alla tematica della incidenza di un sequestro penale ex art. 321 c.p.p. su una procedura esecutiva in corso edito successivamente alle pronunce Cass. pen. 9.11.2018, n. 51043 e Cass. civ. 30.11.2018, n. 30990.

Come è stato in altra occasione notato[1], difatti, la giurisprudenza di legittimità ha, nelle citate occasioni, espresso principi non omogenei.

Rileva preliminarmente chiarire che il contrasto attiene in specie ai casi di sequestro ex art. 321 c.p.p. funzionali alla confisca ex artt. 240 e 322-ter c.p.[2].

Ciò in quanto, in ordine ai sequestri ed alle confische di prevenzione, il legislatore ha dettato una disciplina volta a regolare la concorrenza tra tali misure ed una eventuale procedura esecutiva interessanti il medesimo bene; disciplina che la l. n. 161 del 2017 ha esteso – pur nella diversità della funzione sostanziale degli istituti equiparati in ordine a tale profilo - ai sequestri ed alle confische ex art. 240-bis (olim art. 12-sexies, d.l.  8 giugno 1992, n. 306, conv.  conv. in l. 7 agosto 1992, n. 356).

Si allude, principalmente, alla disposizione contenuta nell’art. 55, d.lgs. n. 159 del 2011 (Codice antimafia), secondo cui:

  • il sequestro determina il divieto di procedere in via esecutiva se l’esecuzione non è ancora iniziata;
  • il sequestro determina il divieto di proseguire l’azione esecutiva se questa è già stata promossa;
  • la confisca – che implica l’acquisizione del bene libero da oneri e pesi (cfr. art. 45, Codice antimafia) – determina la estinzione (si discute se tipica o atipica[3]) della procedura esecutiva pendente;
  • viceversa, in caso di dissequestro, l’azione esecutiva, come detto temporaneamente improseguibile nelle more del procedimento di prevenzione (o del procedimento penale teso all’accertamento del fatto di reato, cui pertiene la res colpita dalla misura reale “allargata”), va iniziata o proseguita entro un anno dal provvedimento in questione.

Come anticipato, invece, l’art. 55, d.lgs. n. 159 del 2011 non è, allo stato, applicabile ai sequestri (che per comodità potremmo chiamare ordinari) strumentali ad una confisca ex artt. 240 o 322-ter c.p.; ed anzi la stessa Cassazione penale ha sostenuto, in modo netto, che “è manifestamente infondata in diritto la tesi (…) per la quale il richiamo dell’art. 104-bis, disp. att. c.p.p. alle norme di cui al libro I, titolo III, del d.lgs. 159/2011 si estenderebbe anche all’art. 20 del d.lgs. 150/2011 per il riferimento contenuto nell’art. 41”, in quanto “confisca di prevenzione, confisca del profitto e confisca per equivalente hanno tre distinte rationes e tre distinte nature giuridiche”[4]; altrimenti detto, si è escluso che la disposizione contenuta nell’art. 104-bis disp. att. c.p.p., relativa all’attuazione dei sequestri ex art. 240-bis c.p. (che opera un richiamo, per quanto qui interessa, alle norme del Codice antimafia), sia applicabile in via analogica ai sequestri ordinari.

Il che ha imposto di ricercare la regola secondo cui risolvere il conflitto tra il pignoramento ed il sequestro nei principi generali.

Pur muovendo dalla medesima constatazione (manca una disciplina espressa, onde il criterio risolutore dei conflitti va desunto dai principi), la Cassazione penale e quella civile sono giunte a soluzioni divergenti.

Difatti:

  • secondo la Cassazione penale “in tema di rapporto tra sequestro e confisca in sede penale e procedimento immobiliare in sede civile con riferimento alla posizione dei terzi acquirenti, difettando specifiche disposizioni di legge che lo disciplinino, deve ritenersi che il legislatore abbia considerato ed ammesso la possibilità di una contemporanea pendenza di due procedimenti, cui consegue la possibilità di rinvenire un punto di coordinamento nel principio secondo il quale la confisca diretta del profitto, che nel caso di specie è individuato negli immobili, non può attingere beni appartenenti a persone estranee al reato”. Peraltro, “tenuto anche conto del disposto dell’art. 2915 c.c., (…) l’opponibilità del vincolo penale al terzo acquirente dipende dalla trascrizione del sequestro (ex art. 104, disp. att. c.p.p.), che deve essere antecedente al pignoramento immobiliare venendo così a rappresentare il presupposto per la confisca anche successivamente all’acquisto” (corsivi nostri);
  • secondo la Cassazione civile costituisce “principio generale dell’ordinamento” quello della “prevalenza delle esigenze pubblicistiche penali sulle ragioni del creditore del soggetto colpito dalle misure di sicurezza patrimoniali, anche se il primo sia assistito da garanzia reale sul bene”, con la conseguenza che “non può ritenersi fondato il presupposto di diritto alla base della complessiva prospettazione di parte ricorrente, secondo il quale la confisca (facoltativa) disposta ai sensi dell’art. 240 c.p. in sede penale, laddove non preceduta da sequestro ad essa strumentale, prevale agli effetti civili su quest’ultimo solo laddove venga a sua volta trascritta prima della trascrizione del pignoramento” (corsivi nostri).

Resta salva solo l’ipotesi in cui vi sia già stata l’aggiudicazione, dovendosi qui ritenere stabile l’acquisto dell’aggiudicatario, posto che “in questo senso, e solo in questo senso, può affermarsi la natura ‘derivativa’ del relativo acquisto in favore dello Stato” [i.e. dell’acquisto operato con la confisca]. 

In sintesi, si è dato nel primo caso rilievo prevalente al principio per cui il conflitto tra diversi aventi causa dal medesimo autore (il debitore proprietario del bene in questione) va risolto sulla scorta della regola in base alla quale chi (iscrive o) trascrive per primo prevale su chi (iscrive o) trascrive per secondo, dal che discende:

  • che se il sequestro è trascritto anteriormente alla trascrizione del pignoramento (salvo che il primo atto dell’esecuzione non sia posto in essere dal creditore ipotecario con iscrizione anteriore alla trascrizione del sequestro) la confisca intervenuta in pendenza della procedura esecutiva dovrà prevalere;
  • che se il sequestro è trascritto in data posteriore alla trascrizione del pignoramento nulla osta alla prosecuzione della procedura, mentre è dubbio se la confisca intervenuta dopo l’aggiudicazione avrà ad oggetto il ricavato della vendita o meno (su tale profilo, quanto alla soluzione ipotizzata dal Tribunale di Matera, v. infra).

Nell’altro caso, invece, si è dato rilievo assorbente al principio per cui le esigenze penalistiche sottese alla confisca sono destinate di per sé a sovrastare le ragioni creditorie, anche se assistite da garanzia reale.

È bene però rimarcare che la pronuncia della Cassazione civile nulla dice (perché non rilevava nel caso di specie) circa la sorte della procedura esecutiva laddove, indipendentemente dalla data della relativa trascrizione, sia stato adottato (soltanto) un provvedimento di sequestro: manca infatti una disposizione generale che annetta al sequestro penale l’effetto di procurare la sospensione del procedimento esecutivo in corso e, come detto, l’art. 104-bis disp. att. c.p.p. è (stato ritenuto) insuscettibile di applicazione analogica.

Resta da chiarire, stante quanto sopra, come il G.E. debba dirigere l’ulteriore corso dell’esecuzione (ex art. 484 c.p.c.).

Verosimilmente la soluzione varierà a seconda dello stato di avanzamento della procedura; ciò non toglie, però – data l’incidenza dirompente del provvedimento di confisca, salvo l’acquisto dell’aggiudicatario – che: 1) bisognerà dare adeguata pubblicità della esistenza del sequestro nell’avviso di vendita; 2) occorrerà procedere, ad ogni esperimento di vendita alle necessarie indagini ipotecarie onde verificare se, tra un tentativo di vendita e l’altro, sia intervenuto il provvedimento (definitivo) di confisca; 3) la procedura – pur in astratto proseguibile – andrà con ogni probabilità incontro ad un esito infausto, dato che la pendenza del procedimento penale (e quindi la possibilità che, con la condanna, al sequestro faccia seguito la confisca) ben potrebbe incidere sulla appetibilità del bene sul mercato (senza però determinare, di per sé, la infruttuosità dell’esecuzione: su tale profilo v. infra).

***

Questo essendo lo stato dell’arte della giurisprudenza di legittimità, appare necessario l’esame delle motivazioni che hanno spinto – prima - il G.E. a disattendere l’istanza di sospensione formulata dal debitore in considerazione della intervenuta trascrizione, in data successiva alla trascrizione del pignoramento (ed a maggior ragione all’iscrizione dell’ipoteca in favore dello stesso procedente), di un sequestro ex art. 321 c.p.p. e – poi – il Collegio a confermare, in sede di reclamo, il provvedimento pronunciato dal Giudice di prime cure.

Ciò con l’opportuna precisazione che il provvedimento oggetto del reclamo è intervenuto in data anteriore agli esaminati arresti della giurisprudenza di legittimità, mentre il provvedimento collegiale è agli stessi successivo.

Vero è che, ad eccezione della menzione, ad adiuvandum della soluzione adottata, di Cass. pen. 9.11.2018, n. 51043, il Collegio ha in pieno condiviso le considerazioni del G.E., il quale, dopo aver puntualmente evidenziato la carenza di una disciplina specifica riguardo al caso controverso (diversamente da quanto accade, come detto, per altre tipologie di sequestro), ha rilevato:

  • che la funzione del sequestro penale è quella di sottrarre all’imputato la disponibilità delle cose “che servirono o furono destinate a commettere il reato, e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto” (art. 240, comma 1, c.p., relativo alla confisca facoltativa) o delle cose “che costituiscono il prezzo del reato” stesso (art. 240, comma 2, c.p., relativo alla confisca obbligatoria);
  • che tale funzione non è vanificata dalla messa in vendita (nella specie forzata) del bene in questione, anche tenuto conto della circostanza che il debitore non può partecipare all’asta;
  • che proprio per tale ragione l’acquisto in capo allo Stato va qualificato come a titolo derivativo e non originario “con correlativa salvezza dei diritti reali di garanzia vantati dai terzi ed anteriori rispetto alla misura reale penale”;
  • che, mancando una espressa scelta normativa ad hoc, “il conflitto tra la pretesa statuale e quella dei terzi creditori [va] risolto sulla base del principio dell’ordo temporalis delle formalità pubblicitarie sebbene con l’importante temperamento della verifica della buona fede del creditore da parte del Giudice penale”[5].

Alla luce di tali rilievi, nel caso in questione (caratterizzato – si ripete – dalla anteriorità della iscrizione ipotecaria e della trascrizione del pignoramento a quella del sequestro), si è ritenuta preferibile la soluzione secondo cui l’esecuzione può proseguire il suo corso “sebbene con accorgimenti funzionali alla tutela del potenziale acquirente, ovvero la doverosa pubblicità della pendenza del sequestro preventivo, formalità la cui cancellazione è comunque rimessa al giudice penale e perciò inibita al giudice dell’esecuzione forzata”.

Ancora, si è ritenuto che “l’eventuale sopraggiungere di un provvedimento di confisca consentirebbe la soddisfazione della pretesa statuale sulla somma ricavata dalla vendita attraverso un sequestro autonomo di tale somma”[6].

D’altro canto, “laddove il legislatore ha inteso discostarsi dai principi generali ha optato per espresse deroghe normative tipizzando la improseguibilità dell’esecuzione forzata a fronte di ipotesi di reato di particolare allarme sociale ed a fronte di specifiche misure reali penali, caratterizzate da una spiccata funzione preventiva e da un’attenuazione del nesso di pertinenzialità tra la cosa ed il reato”, motivo che, già prima dell’equiparazione ex lege n. 161 del 2017 tra sequestri ex art. 12-sexies, cit. e sequestri c.d. antimafia, aveva condotto una parte della giurisprudenza a ritenere estensibili in via analogica ai primi le disposizioni dettate espressamente per i secondi[7].

Il Collegio ha integralmente condiviso in parte qua le motivazioni del Giudice dell’esecuzione, corroborando – come anticipato - la soluzione adottata (nel senso della proseguibilità dell’esecuzione, malgrado il sequestro trascritto posteriormente) attraverso il richiamo a Cass. pen. 9.11.2018, n. 51043.

Viene inoltre esaminato e confutato l’argomento (evidentemente dedotto per la prima volta in sede di reclamo) secondo cui la prognosi negativa circa la fruttuosità dell’esecuzione discenderebbe, di per sé, dalla circostanza che il bene pignorato sia attinto, in epoca successiva all’inizio del procedimento, da un sequestro ex art. 321 c.p.p..

Al riguardo il Tribunale osserva condivisibilmente che “il fatto che gli ultimi interventi del legislatore siano stati diretti a garantire efficienza e rapidità al processo esecutivo, anche rimettendo al Giudice la possibilità di provvedere all’estinzione anticipata dell’esecuzione, nelle ipotesi in cui vi sia scarsa possibilità di conseguire un risultato utile, non esclude che tali interventi si muovono comunque nella logica del soddisfacimento delle pretese del creditore”; tra l’altro – si rileva - la “antieconomicità” della procedura è invocabile solo a seguito dell’effettivo esperimento di un certo numero di tentativi di vendita andati deserti e non sulla scorta di aprioristiche prospettazioni sulla appetibilità dell’immobile sul mercato (ossia: solo perché lo stesso è riguardato da un sequestro penale).

Il Collegio, per converso, non si perita di confutare ex professo le ragioni sottese al contrapposto orientamento della Cassazione civile, sopra richiamato.

Invero, benché tanto nella pronuncia della Cassazione penale quanto in quella della Cassazione civile il profilo non sia esplicitamente approfondito, appare chiaro che la prima abbia preso le mosse dall’intendimento dell’acquisto compiuto con la confisca (e “prenotato” attraverso il sequestro) come acquisto a titolo derivativo (non avrebbe altrimenti senso il riferimento alla regola dell’ordo temporalis[8]) e che la seconda abbia preso le mosse dall’intendimento dello stesso come acquisto a titolo originario (non si spiegherebbe, ad argomentare diversamente, ed a parte il discorso sulla salvezza dell’acquisto del terzo[9], l’affermazione della prevalenza della confisca a prescindere dalla relativa trascrizione).

Alla luce di quanto detto, sarebbe quanto mai opportuna una presa di posizione riguardo a tale questione di fondo di centrale rilevanza, nell’ottica di comporre il divisato contrasto interpretativo.

***

In attesa di tale intervento chiarificatore della giurisprudenza, qualche spunto verso una soluzione del problema (diversa da quella seguita dal Tribunale materano) potrebbe provenire dal Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza, che ha espressamente disciplinato (richiamando al riguardo le norme del Codice antimafia) la incidenza del sequestro ex art. 321 c.p.p. sulla procedura concorsuale già aperta o da aprire[10].

In specie:

  • l’art. 317, comma 1, ha sancito la prevalenza rispetto alla gestione concorsuale delle misure cautelari penali incidenti sui beni di cui all’art. 142 del medesimo Codice (cioè sui beni ricompresi nella liquidazione giudiziale), a prescindere dalla data della apertura di tale gestione. Trattasi, come specifica il secondo comma del menzionato art. 317, dei sequestri preordinati alla confisca (deve ritenersi: sia facoltativa che obbligatoria), mentre per quelli c.d. impeditivi trova applicazione l’opposto principio della cedevolezza, come disciplinato dall’art. 318 del Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza (che qui non mette conto di approfondire, trattandosi ivi di un sequestro non preordinato alla confisca);
  • l’art. 373 ha modificato l’art. 104-bis d.a. c.p.p., per quanto qui specificamente interessa, nel senso che per i sequestri di cui al secondo comma dell’art. 321 c.p.p. la tutela dei terzi creditori ed i rapporti con la procedura concorsuale sono regolati dagli artt. 52 e ss. del Codice antimafia.

Quando entrerà a regime tale testo normativo, i beni colpiti da un sequestro ex art. 321 c.p.p. funzionale alla confisca non potranno essere venduti nell’ambito della liquidazione giudiziale e i creditori che vogliano soddisfarsi sui beni attinti dalle suddette misure non potranno farlo che secondo le modalità e (soprattutto) le condizioni previste dal Codice antimafia.

Avuto riguardo al richiamo alle norme di cui agli 52 e ss. del Codice antimafia (ed in specie degli artt. 63 e 64) la prevalenza del sequestro rispetto alla procedura concorsuale si specifica secondo tre criteri:

  • il criterio della esclusione/separazione dei beni sequestrati o confiscati rispetto alla liquidazione giudiziale (artt. 63, comma 4, e 64, comma 1, Codice antimafia);
  • il criterio della chiusura della procedura concorsuale, laddove nella stessa non siano ricompresi beni che non siano al contempo sequestrati o confiscati (artt. 63, comma 6, e 64, comma 7, Codice antimafia);
  • il criterio della acquisizione alla procedura concorsuale dei beni sequestrati/confiscati in caso di revoca della misura patrimoniale penale (artt. 63, comma 7, e 64, comma 10, Codice antimafia).

È opportuno chiedersi se tale disciplina (ancora non entrata in vigore) sia applicabile in via analogica all’ipotesi in cui la concorrenza riguardi il sequestro ex art. 321 c.p.p., da un lato, e la procedura esecutiva individuale, dall’altro.

Posto, infatti, che, per quanto concerne i rapporti con la procedura concorsuale, vi è oggi una norma espressa (il novellato comma 1-bis, dell’art. 104-bis, disp. att. c.p.p.) che regola tale fattispecie (nel senso sopra chiarito), si potrebbe affermare, argomentando dalla sussistenza di una medesima ratio, che tale disciplina si estenda al caso (ancora) non espressamente disciplinato.

In quest’ottica occorrerebbe sostenere che, a far data dall’entrata in vigore del Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza, i rapporti tra sequestri ex art. 321, comma 2, c.p.p. e procedure esecutive individuali dovranno essere regolati secondo le norme contenute nel Titolo IV del Codice antimafia e, per quanto qui segnatamente rileva, secondo l’art. 55, che prevede (come già detto): a) il divieto di azioni esecutive su beni sequestrati; b) il divieto di proseguire le azioni esecutive già pendenti laddove intervenga il sequestro (con conseguente sospensione ex art. 623 c.p.c. della procedura esecutiva); c) la estinzione delle procedure esecutive individuali quando, nelle more, sia intervenuta la confisca definitiv

 

[1] Sia consentito il rinvio ad Auletta, Rapporti tra misure sequestri e confische penali e procedimenti espropriativi alla luce di due recenti (e divergenti) arresti della Corte di Cassazione, in questa Rivista, ed ivi ulteriori riferimenti.

[2]  Quanto alla distinzione tra le due ipotesi rileva notare quanto segue. A mente dell’art. 240 c.p.: 1) in caso di condanna, il giudice può ordinare la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato, e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto (confisca c.d. facoltativa); 2) il comma 2 prevede i casi di confisca obbligatoria (dei quali qui specificamente rileva quello in cui la cosa costituisca il prezzo del reato). A mente dell’art. 322-ter c.p.: 1) “è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto” (comma 1); 2) “è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a quello di detto profitto e, comunque, non inferiore a quello del denaro o delle altre utilità date o promesse al pubblico ufficiale o all'incaricato di pubblico servizio” (comma 2).

Senza pretesa di esaustività, si può osservare che le confische sopra esaminate presentano, per ciò che attiene al loro oggetto, un più marcato collegamento con il reato, dacché la misura colpisce il profitto o il prezzo del reato ovvero (e subordinatamente) un bene di valore equivalente.

[3]  Su questo e su altri profili riguardati dalla riforma del 2017, si veda, se si vuole, Auletta, Sequestro e confisca antimafia: la tutela dei terzi alla luce della l. n. 161 del 2017, in questa Rivista, ed ivi ulteriori riferimenti.

[4]  Cass. pen., 15.11.2018, n. 51603.

[5] Sulla cui indefettibilità viene citata Cass. S.U., 17 marzo 2015, n. 11170, c.d. sentenza Uniland. Su tale pronuncia, cfr., per tutti, Bontempelli, Sequestro preventivo a carico della società fallita, tutela dei creditori di buona fede e prerogative del curatore, in Arch. Pen., 3/2015, spec. pag. 2.

[6]  Il passaggio è appena accennato (dato il suo rilievo marginale rispetto alla vicenda controversa) ma cruciale. La questione si pone in termini dubbi, visto che si potrebbe sostenere che la confisca intervenuta dopo l’aggiudicazione si trasmetta automaticamente sul saldo prezzo. In termini contrari si esprime chi rileva che manca, nella normativa qui in esame, una disposizione simile all’art. 25, comma 3, d.p.r. n. 327 del 2001 (T.U. espropri), secondo cui “dopo la trascrizione del decreto di esproprio, tutti i diritti relativi al bene espropriato possono essere fatti valere unicamente sull'indennità”. In questo senso v. Cardino, Sequestri, confische ed espropriazione forzata, in Cardino-Romeo, Processo di esecuzione forzata. Profili sostanziali e strategici alla luce delle riforme e delle risposte giurisprudenziali, Padova, 2018, 1508 e ss., spec. 1574.

[7]  Cass. 20 maggio 2014, n. 26527; Cass. 13.12.2016, n. 9757; Cass. 13.12.2016, n. 9758; contra: Cass. 12 febbraio 2014, n. 10471; Cass. 20 gennaio 2016, n. 8935; Cass. 6.7.2017, n. 36092.

[8] D’altro canto, se la confisca integrasse un acquisto a titolo originario sarebbe conferente la giurisprudenza secondo cui il conflitto fra l’acquirente a titolo derivativo e quello a titolo originario (nella specie per usucapione) è risolto, nel regime ordinario del Codice civile, a favore del secondo, “indipendentemente dalla trascrizione della sentenza che accerta l’usucapione e dall'anteriorità della trascrizione di essa o della relativa domanda rispetto alla trascrizione dell'acquisto a titolo derivativo, atteso che il principio della continuità delle trascrizioni, dettato dall’art. 2644 c.c., con riferimento agli atti indicati nell'art. 2643 c.c., non risolve il conflitto tra acquisto a titolo derivativo ed acquisto a titolo originario, ma unicamente fra più acquisti a titolo derivativo dal medesimo dante causa” (Cass. civ., 3.2.2005, n. 2161; Cass. civ., 10.7.2008, n. 18888); principio affermato “anche in relazione all'acquisto di un bene per aggiudicazione in sede di esecuzione forzata, essendo quest'ultimo un acquisto non a titolo originario, ma a titolo derivativo, in quanto trasmissione dello stesso diritto del debitore esecutato da quest'ultimo all'acquirente” (Cass. civ., 6.12.2000, n. 15503). 

[9]  In senso critico a quanto sostenuto da Cass. civ., 30.11.2018, n. 30990, in altra occasione (Auletta, Rapporti, cit.) si è sostenuto, proprio partendo dalla giurisprudenza appena citata, che, se si ragiona in termini di acquisto a titolo originario, allora – e per quanto indesiderata, perché contraria alle esigenze di tutela del legittimo affidamento – la conseguenza del travolgimento dell’acquisto dell’aggiudicatario sembra ineluttabile; nel mentre non sembrano ricorrere le condizioni per applicare, in via analogica, il comma 195 dell’art. 1, l. 24 dicembre 2012, n. 228 - che ha dettato la disciplina dei rapporti tra misure di prevenzione antimafia e procedimenti espropriativi in sede civile con riferimento ai procedimenti non ricadenti ratione temporis sotto il vigore del Codice antimafia - dato il carattere transitorio di tale disciplina.

Sulle esigenze di stabilità della vendita come “principio generale” e sulle ragioni a fondamento di tale assunto v. Cass. civ., 8.2.2019, n. 3709.

[10] Sul tema sia consentito rinviare ad Auletta, La rimodulazione dei rapporti tra misure cautelari penali e procedura concorsuale, in D’Arrigo, De Simone, Di Marzio, Leuzzi (a cura di), Commento al Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza – I quaderni di inexecutivis, Genius, 2019, 405 e ss..