Il decreto di trasferimento: natura, effetti e profili applicativi

Brevi considerazioni, sistematiche ed applicative, sulla disciplina propria del provvedimento che chiude la fase della liquidazione forzata immobiliare
Il decreto di trasferimento: natura, effetti e profili applicativi

 

SOMMARIO: 

1. La natura “intrinsecamente” esecutiva del decreto di trasferimento
2. I presupposti, la natura e la revoca del decreto di trasferimento
3. Il regime impugnatorio
4. Il carattere derivativo dell’acquisto e la continuità delle trascrizioni
5. La mancata trascrizione dell’accettazione dell’eredità in favore dell’esecutato.
6. La successione nella titolarità del diritto dopo la trascrizione del pignoramento
7. La cancellazione delle formalità pregiudizievoli
8. Le eccezioni all’effetto purgativo della vendita forzata sulle ipoteche: gli artt. 508 c.p.c. e 41, quinto comma, t.u.b
9. Il rifiuto del conservatore di eseguire la cancellazione delle formalità in pendenza del termine per l’opposizione ex art. 617 c.p.c. (ovvero fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce tale rimedio)
10. Le ragioni del creditore ipotecario sono tutelate dall’art. 498 c.p.c. e dal controllo affidato al giudice dell’esecuzione
11. I vincoli non cancellabili.

 

  1. La natura “intrinsecamente” esecutiva del decreto di trasferimento.

 Il brocardo nulla executio sine titulo, contenuto nell’art. 474 c.p.c., che apre il terzo libro del codice di procedura civile, costituisce il principio fondante del processo di esecuzione forzata.

Solo chi è in possesso di un titolo appartenente al catalogo di cui all’art. 474 c.p.c. può esercitare l’azione esecutiva in maniera “astratta”, senza cioè necessità di dimostrare al giudice l’esistenza effettiva ed attuale del diritto contenuto nel titolo. Per questa ragione il carattere di titolo esecutivo è esclusivo degli atti e dei provvedimenti ai quali il legislatore ha espressamente riconosciuto efficacia esecutiva.

Il principio non è assoluto ma patisce due vistose eccezioni.

La prima è costituita dall’ordinanza di assegnazione del credito pignorato ex artt. 552 e 553 c.p.c. che è titolo esecutivo nei confronti del terzo pignorato, pur in mancanza di un’esplicita qualifica in tal senso nel dato normativo.

La seconda eccezione attiene al decreto di trasferimento dell’immobile espropriato per il quale l’ultimo comma dell’art. 586 c.p.c. dispone espressamente che costituisce titolo limitatamente alla trascrizione della vendita sui libri fondiari “e titolo esecutivo limitatamente al rilascio del bene[1].

Per vero, si tratta di deroghe che confermano il principio della tassatività dei titoli esecutivi se si considera che in entrambi i casi si tratta di provvedimenti emessi dal giudice a conclusione della fase liquidativa (o satisfattiva in caso di assegnazione) dell’espropriazione forzata. Più in  generale, si può senz’altro dire che i provvedimenti del giudice dell’esecuzione, ad eccezione di quelli meramente ordinatori, sono tutti intrinsecamente esecutivi perché impartiti per attuare il comando portato dal titolo su cui è fondata l’espropriazione ex art. 474 c.p.c.[2] Va aggiunto che il carattere esecutivo è confermato dal fatto che si tratta di un provvedimento esclusivo del giudice, non delegabile al professionista che, ai sensi dell’art. 591 bis c.p.c. si limita a predisporre la bozza[3].

 

  1. I presupposti, la natura e la revoca del decreto di trasferimento.

Una volta riscontrato il regolare e tempestivo versamento del saldo ed escluse eventuali ipotesi di sospensione della vendita per ingiustizia del prezzo[4], il giudice è tenuto a trasferire l’immobile all’aggiudicatario.

Laddove invece il prezzo risulti versato con modalità diverse da quelle indicate nell’ordinanza di vendita, il giudice non emette il (recte: firma la bozza) decreto[5] e dichiara la decadenza dell’aggiudicatario.

Poiché in seguito al deposito del decreto di cui all’art. 586 c.p.c. si realizza il trasferimento del diritto espropriato, non sembra che, dopo tale momento, possa ancora operare l’art. 487 c.p.c., in forza del quale i provvedimenti del giudice dell’esecuzione sono modificabili o revocabili fino a quando non abbiano avuto attuazione. Al riguardo va tuttavia chiarito che il decreto è  privo di autonoma efficacia traslativa ogni volta che difetti l’atto presupposto (qual è il versamento prezzo); pertanto, in questa particolare fattispecie, è revocabile nonostante l’avvenuta cancellazione delle iscrizioni e trascrizioni[6].

Il decreto di trasferimento è suscettibile altresì di essere modificato[7] ,rettificato o integrato con le forme della correzione degli errori materiali, purché non vi sia controversia in ordine all'identificazione del bene trasferito[8].

 

  1. Il regime impugnatorio.

Quanto ai rimedi impugnatori va preliminarmente escluso che il decreto di cui all’art. 586 c.p.c. possa essere censurato con il ricorso straordinario ex art. 111 Cost., posto che difetta del requisito della definitività; il suddetto provvedimento, infatti, è impugnabile con l'opposizione agli atti esecutivi sia per vizi formali, sia per vizi sostanziali (quali l'esistenza di posizioni soggettive sostanziali escludenti la validità o l'efficacia dell'atto)[9].

Quanto al termine per la proposizione dell’opposizione, occorre distinguere le parti del processo esecutivo dagli altri soggetti interessati. Posto che per le prime non è prevista una comunicazione di cancelleria del decreto, il dies a quo per l'opposizione decorre dalla conoscenza legale dell'emissione del provvedimento[10]. Per tutti gli altri soggetti il termine decorre, invece, dal compimento dell'atto e, quindi, dal deposito in cancelleria[11].

Considerato poi che anche nel processo esecutivo vige il principio di conversione delle nullità in motivi di gravame, la parte (o altro interessato) ha l'onere di far valere le presunte nullità attraverso l'opposizione agli atti esecutivi[12], unico ed esclusivo rimedio per dedurre la nullità del decreto di trasferimento.

Tra i motivi di opposizione possono, ad es., annoverarsi il tardivo o omesso versamento del prezzo[13], ovvero un oggetto in tutto o in parte diverso rispetto a quello aggiudicato e/o pignorato[14]. Di contro si esclude la legittimità di tale rimedio per denunciare invalidità della vendita determinate dalla erroneità dei dati catastali: in tali casi l'opposizione dovrebbe, infatti, proporsi tempestivamente nei confronti dell’ordinanza di vendita[15].

Resta da dire che è esperibile un’autonoma azione di cognizione ogni volta che difetti la sottoscrizione del giudice dell'esecuzione, conformemente a quanto disposto dall’art. 161, comma secondo, c.p.c. Di qui la precisazione che, in questa particolare fattispecie, il decreto di trasferimento è inidoneo a produrre effetti traslativi; pertanto il debitore, quale proprietario dell'immobile, è legittimato a proporre azione di rivendica, ex art. 948 c.c., nei confronti dell'aggiudicatario, che di quel bene ha il possesso senza titolo[16].

 

  1. Il carattere derivativo del trasferimento e la continuità delle trascrizioni.

Se da una prospettiva meramente processuale il decreto di trasferimento rappresenta il momento conclusivo della fase di liquidazione, volta a convertire in denaro l’immobile espropriato[17], da un punto di vista sostanziale tale provvedimento consente di attribuire all’aggiudicatario lo stesso diritto di cui è titolare il debitore, ex art. 2919 c.c.[18]

Se è vero poi che l'effetto traslativo è determinato dalla pronuncia del decreto e non già dalla mera aggiudicazione né dal versamento del prezzo[19], si deve ritenere che il danneggiamento (o la distruzione del bene) effettuato tra l'aggiudicazione ed il decreto gravi sull'esecutato (e, pertanto, sui creditori), con possibilità per l'aggiudicatario di domandare il risarcimento del danno[20].

Proprio il carattere derivativo del trasferimento coattivo impone, inoltre, il rispetto del principio della continuità delle trascrizioni ai sensi dell’art. 2650 c.c.

Per questa ragione il giudice (ovvero il professionista delegato, in sede di predisposizione della bozza del decreto di trasferimento) è tenuto a verificare l’effettiva continuità delle trascrizioni e la titolarità, in capo al debitore, del diritto reale pignorato.

In sintesi: dalla documentazione depositata dal creditore procedente, ovvero integrata per ordine dello stesso giudice ai sensi dell'art. 567 c.p.c., deve risultare la trascrizione di un titolo di acquisto in favore dell’esecutato. Al riguardo va precisato che si tratta di una verifica formale e non sostanziale, in quanto fondata su indici di appartenenza del bene desumibili dalle risultanze dei registri immobiliari[21].

La questione  si complica qualora l’oggetto del pignoramento sia un immobile del quale il creditore procedente assume la titolarità in capo al debitore esecutato per acquisto effettuato in qualità di erede: poiché l'eredità si acquista con l'accettazione (ex art. 459 c.c.), la verifica officiosa ha ad oggetto la trascrizione dell'accettazione (espressa o tacita) dell'eredità.

 

  1. La mancata trascrizione dell’accettazione dell’eredità a favore dell’esecutato.

Se il chiamato all'eredità ha compiuto uno degli atti che comportano accettazione tacita dell'eredità, il creditore procedente può richiedere, a sua cura e spese, la trascrizione dell’accettazione, qualora risulti da atto pubblico o da scrittura privata autenticata od accertata giudizialmente, anche dopo la trascrizione del pignoramento, ma prima del provvedimento autorizzativo di cui all’art. 569, comma 2, c.p.c.: in questo modo è, dunque, possibile ripristinare la continuità delle trascrizioni ex art. 2650 c.c.[22]

Se, invece, il chiamato all'eredità ha compiuto un atto che comporta accettazione tacita dell'eredità ma questo non sia trascrivibile (perché non contenuto in sentenza, atto pubblico o scrittura privata autenticata), ovvero se si assume che l'acquisto della qualità di erede sia seguìto ex lege ai fatti di cui agli artt. 485 o 527 c.c., non risultando dai pubblici registri, la vendita coattiva del bene ai danni del chiamato è improcedibile: essa presuppone che la qualità di erede dell’esecutato sia accertata con sentenza[23].

 

  1. La successione nella titolarità del diritto dopo la trascrizione del pignoramento.

Occorre ora brevemente accennare ad ipotesi particolari come, ad esempio, quella determinata dal trasferimento inter vivos della res pignorata dopo il pignoramento. L’acquisto della res pignorata per atto inter vivos successivo alla trascrizione del pignoramento (o anteriore ma trascritto dopo) è inefficace rispetto al creditore procedente ed a quelli intervenuti ai sensi degli artt. 2913 e 2914, n. 1, c.c.

Da un canto si può affermare che l’esecutato non perde la legitimatio ad causam e, dall’altro va recisamente escluso che il successore possa essere equiparato al soggetto passivo dell’espropriazione[24]. Da qui la constatazione che in quest’eventualità il decreto di trasferimento vada comunque emesso nei confronti del debitore esecutato[25].

Anche in caso di decesso del debitore dopo la trascrizione del pignoramento, il decreto di trasferimento va pronunciato nei confronti del debitore, senza che rilevi la trascrizione dell’accettazione dell’eredità ex art. 2648 c.c. Persino nell’ipotesi in cui l’erede subentri nella medesima posizione processuale e sostanziale del defunto, l’oggetto del trasferimento è, e rimane, un diritto spettante al defunto e non coincide affatto con quello dell’erede, posto che effetto tipico del pignoramento è quello di scolpire, ai sensi dell’art. 2910 c.c. la situazione del bene rispetto ai terzi, vincolandolo appunto alla soddisfazione dei creditori procedente ed intervenuti nel processo esecutivo. Sotto altro profilo va escluso che l’accertamento del titolo di erede rientri nei compiti e nelle funzioni del giudice dell’esecuzione.

Quanto all’eventualità del decesso dell’aggiudicatario prima dell’emissione del decreto di trasferimento, va detto che anche in questo caso l’evento risulta inidoneo ad interferire con la prosecuzione della procedura: il diritto va dunque trasferito all’aggiudicatario, indipendentemente dalla circostanza che gli eredi abbiano richiesto al giudice la pronuncia del decreto in proprio favore. Come già anticipato supra sub § 2, tra aggiudicazione e decreto di trasferimento intercorre, difatti, un inscindibile nesso di dipendenza[26].

 

  1. La cancellazione delle formalità pregiudizievoli.

Una volta emesso il decreto di trasferimento, il vincolo del pignoramento ha svolto la funzione di cui all’art. 2910 c.c.; ed infatti, la soddisfazione dei creditori non è più garantita dal bene ma dalla somma ricavata dalla liquidazione. Per questa ragione il decreto di trasferimento contiene, ex art. 586, comma 1, c.p.c. l’ordine di cancellare le trascrizioni dei pignoramenti e delle iscrizioni ipotecarie (se queste ultime non si riferiscono ad obbligazioni assunte dall’aggiudicatario ex art. 508 c.p.c.) anche successive alla trascrizione del pignoramento.

Alcune precisazioni si impongono per particolari formalità come: il pignoramento successivo, la sentenza dichiarativa di fallimento ed il sequestro conservativo.

Riguardo al pignoramento successivo, va detto che il decreto di trasferimento deve ordinare la cancellazione di tutti i pignoramenti che hanno colpito il bene. È appena il caso di precisare che, in questa particolare ipotesi, è indispensabile l’avvenuta riunione delle due procedure, perché in difetto il creditore procedente e gli intervenuti nella seconda procedura rimarrebbero esclusi dalla fase distributiva[27].

Altro vincolo da cancellare è la sentenza dichiarativa di fallimento trascritta dopo il pignoramento; va però precisato che l’ordine è esclusivo del giudice dell’esecuzione qualora: i) il curatore sia subentrato nell’esecuzione ai sensi dell’art. 107, comma 6, l. fall.; ovvero ii) l’esecuzione sia iniziata o proseguita dal creditore fondiario ex art. 41 t.u.b. In quest’ultimo caso sembra necessario che il giudice dell’esecuzione (ovvero il professionista delegato) informi il giudice delegato (o il curatore) dell’ordine impartito per evitare un’inutile duplicazione delle attività processuali[28].

Nessun dubbio, poi, che se il sequestrante ottiene sentenza di condanna e il sequestro si converte ex lege in pignoramento ex artt. 686, comma 1, c.p.c. e 156 disp. att. c.p.c., il sequestro vada cancellato. In realtà, anche se al momento della pronuncia del decreto di trasferimento il sequestro non è stato ancora convertito, il vincolo va cancellato, senza che si possa iniziare un nuovo e autonomo processo in danno del debitore: l’art. 158 disp. att. c.p.c. prevede, infatti, il diritto del sequestrante di ricevere l’avviso ex art. 498 c.p.c. all’evidente fine di consentirgli di intervenire per far valere il suo credito. V’è da dire che il sequestrante, a causa della cancellazione del vincolo, va collocato nel progetto di distribuzione; tuttavia la somma deve essere accantonata ex artt. 499 e 510 c.p.c. e non può essergli immediatamente erogata.

A norma dell’art. 2878, n. 7 c.c. la pronuncia del provvedimento che trasferisce all’acquirente il diritto espropriato estingue l’ipoteca e, pertanto, segue la cancellazione della formalità pubblicitaria. L’effetto cd. purgativo o estintivo della vendita riguarda ogni iscrizione ipotecaria indipendentemente dalla circostanza che il creditore iscritto sia intervenuto nella procedura. Nel tentativo di alleggerire i registri immobiliari da inutili formalità anche l'ipoteca successiva al pignoramento deve essere cancellata; nonostante il creditore non abbia titolo a concorrere al riparto (art. 2916 n. 1 c.c.), essa è definitivamente inopponibile all'acquirente dell'immobile espropriato (art. 2919 c.c.), se non addirittura estinta per effetto del decreto di trasferimento (art. 2878 n. 7 c.c.). In questo modo l’acquirente non incontra difficoltà a rivendere o concedere ipoteca sull'immobile.

Analogo effetto estintivo riguarda, inoltre, i privilegi speciali sull'immobile, ancorché assistiti da diritto di seguito nei confronti degli aventi causa del debitore originario ex art. 2747 c.c. Ciò in quanto l'art. 2916 c.c. stabilisce che nella distribuzione del ricavato si tiene conto di ipoteche e privilegi  iscritti o sorti prima del pignoramento, e, pertanto, come evidente corrispettivo, le garanzie relative debbono estinguersi[29].

 

  1. Le eccezioni all’effetto purgativo della vendita forzata sulle ipoteche: gli artt. 508 c.p.c. e 41, quinto comma, t.u.b.

Una eccezione alla cancellazione delle iscrizioni ipotecarie è rappresentata, come anticipato, dall’assunzione del debito da parte dell’aggiudicatario, a norma dell’art. 508 c.p.c. In seguito all’accollo, il creditore (titolare di una causa legittima di prelazione sull’immobile pignorato) conserva la propria garanzia, di grado anteriore rispetto a quella di altri eventuali creditori dell’aggiudicatario (o dell’assegnatario), con conseguente parziale rinuncia all’effetto purgativo della vendita forzata[30].

L’accollo postula un’apposita istanza dell’aggiudicatario e può essere autorizzato dal giudice sempre che non risulti pregiudizievole ai creditori, né determini effetti dannosi per la procedura. La concessione dell’autorizzazione comporta l’esclusione dal piano di riparto del creditore ipotecario, che non può più pretendere dall’esecutato (ormai liberato) il saldo del debito. L’effetto liberatorio non può essere ritardato o sospeso, né condizionato all’adempimento dell’aggiudicatario[31]. Ciò in quanto la tutela delle ragioni del creditore privilegiato rimane affidata proprio all’ipoteca che continua a gravare sull’immobile, sia pure nei limiti del prezzo che l’aggiudicatario è dispensato dal versare. Occorre, inoltre, avvertire che la medesima situazione si verifica quando l’immobile viene aggiudicato ad un creditore ipotecario poiché, anche in questo caso, il giudice autorizza il creditore-aggiudicatario a corrispondere solo parte della somma e a trattenere il resto[32]. L’importo versato entra a far parte del progetto di distribuzione, con la conseguenza che il debito nei confronti del creditore-aggiudicatario può dirsi saldato solo dopo l’approvazione del progetto.

Per completezza occorre segnalare che in forza del quinto comma dell’art. 41, t.u.b., l’aggiudicatario (o l’assegnatario) può, anche senza autorizzazione del giudice, subentrare nel contratto di finanziamento stipulato dal debitore purché, entro quindici giorni dal decreto previsto dall’art. 574 c.p.c. (ovvero dalla data dell’aggiudicazione o dell’assegnazione), corrisponda direttamente al creditore fondiario l’importo garantito da ipoteca ex art. 2855 c.c.[33]

 

  1. Il rifiuto del conservatore di eseguire la cancellazione delle formalità in pendenza del termine per l’opposizione ex art. 617 c.p.c. (ovvero fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce tale rimedio).

Una recente decisione di merito ha ritenuto legittimo il rifiuto del conservatore di cancellare iscrizione ipotecaria e pignoramento, ordinata con decreto di trasferimento, qualora non consti l’inutile decorso del termine di venti giorni dalla conoscenza legale dell’atto; ovvero se impugnato con opposizione agli atti esecutivi non definita con sentenza passata in giudicato. Queste due condizioni costituiscono, infatti, il presupposto per qualificare il decreto come definitivo, ex art. 2884 c.c., ed eseguire l’ordine di cancellazione[34].

Per questo orientamento, le cancellazioni potrebbero dunque, eseguirsi solo in base ad una copia del decreto recante l’attestazione del cancelliere che avverso il decreto non è stata proposta impugnazione nei termini di legge, analogamente alla cancellazione della trascrizione del pignoramento ordinata dal giudice nei casi d’inefficacia ex art. 562 c.p.c. o estinzione ex art. 629 c.p.c.

Siffatta interpretazione tende, a ben guardare, ad evitare che, dopo la cancellazione di pignoramento e ipoteche, il decreto di trasferimento venga poi caducato per effetto di nullità inerenti alla fase della vendita e, dunque, opponibili all'aggiudicatario ex art. 2929 c.c., nel rispetto delle forme e dei termini stabiliti  dall’art. 617 c.p.c.[35] Segnatamente in caso di accoglimento dell’opposizione il giudice, dichiarata la nullità del decreto di trasferimento, dovrebbe indire un nuovo tentativo di vendita di un bene ormai libero dal vincolo del pignoramento e dalle ipoteche. Con la precisazione che, anche se il giudice dell’esecuzione ordinasse una nuova trascrizione del pignoramento, i creditori rimarrebbero esposti al rischio di essere pregiudicati da atti dispositivi compiuti dal debitore nel lasso di tempo tra l’annotazione della cancellazione e la nuova trascrizione.

Quest’orientamento recepisce, invero, una prassi attuata presso alcune agenzie del territorio (ex conservatorie) fondata su una particolare interpretazione dell’art. 2884 c.c. in forza del quale "la cancellazione (dell'ipoteca) deve essere eseguita dal conservatore, quando è ordinata con sentenza passata in giudicato o con altro provvedimento definitivo", vale a dire non più soggetto ad impugnazione[36].

Tale soluzione non sembra corretta.

In primo luogo perché, da sempre, il decreto di trasferimento costituisce un “provvedimento definitivo che impone al conservatore l’immediata cancellazione dei gravami, pur essendo l’atto impugnabile; ciò sul presupposto che definisce la fase liquidatoria e non è revocabile se ormai posto in esecuzione, quando cioè siano state espletate le formalità successive alla sua emanazione[37]. In altre parole la definitività di cui parla l’art. 2884 c.c. è caratteristica diversa dalla inoppugnabilità per gli atti diversi dalle sentenze: si tratta, in effetti, di atti che sono definitivi, pur essendo impugnabili.

Con particolare riferimento al decreto di trasferimento va segnalato che il suo carattere immediatamente esecutivo deriva dal fatto che è provvedimento esclusivo del g.e. (non delegabile al professionista che, come visto supra, si limita a predisporre la bozza); senza trascurare, più in generale, che i provvedimenti del giudice dell’esecuzione sono intrinsecamente esecutivi perché impartiti per attuare il comando portato dal titolo su cui è fondata l’espropriazione ex art. 474 c.p.c. [38]

In secondo luogo, l’intrinseca esecutività del decreto di trasferimento e dell’effetto purgativo della vendita forzata è confermata dalla circostanza che costituisce titolo esecutivo per il rilascio, ex art. 586, ultimo comma, c.p.c.

Da ultimo, va detto che l’art. 2884 c.c. - richiamato dal Tribunale di Lucca come ostacolo all’attuazione dell’ordine di cancellazione impartito dal giudice - disciplina l’ipotesi del creditore che, dopo il pagamento dell’obbligazione, non acconsente alla cancellazione dell’iscrizione ipotecaria. È evidente che si tratta di una particolare fattispecie in cui il debitore, il terzo acquirente del bene ipotecato, il terzo datore d’ipoteca e coloro che rischiano di essere pregiudicati dalla permanenza della iscrizione ipotecaria, possono chiedere l’accertamento dell’estinzione del credito e della garanzia che lo assiste. Pertanto la sentenza che accoglie la domanda è attuata dal conservatore solo una volta passata in giudicato.

La norma che governa il caso deciso dal Tribunale di Lucca sembra, invece, da individuarsi nel n. 7) dell’art. 2878 c.c. che, nell’elencare le cause di estinzione dell’ipoteca, annovera espressamente tra queste ultime la pronunzia del “provvedimento che trasferisce all’acquirente il diritto espropriato e ordina la cancellazione delle ipoteche”, e cioè il decreto di trasferimento emesso dal giudice dell’esecuzione. Qui la cancellazione prescinde dal rispetto del principio del contraddittorio perché il soggetto che subisce la cancellazione è parte del processo esecutivo (creditore pignorante) oppure ha ricevuto l’avviso del pignoramento (creditore ipotecario, sequestrante), ed è, pertanto, consapevole che la vendita forzata comporta ex lege l'ordine di cancellazione del vincolo e/o garanzia. Non occorre, dunque, disporre l'audizione dell'interessato prima di ordinare la cancellazione.

Emerge così, nitidamente, la differente funzione svolta dall’art. 2878, n. 7 c.c. (e, ad un tempo, dall’art. 586 c.p.c.) rispetto all'art. 2884 c.c. in forza del quale la cancellazione dell'ipoteca va eseguita dal conservatore se ed in quanto “ordinata con sentenza passata in giudicato" e perciò previo radicamento del necessario contraddittorio tra le parti[39].

Resta da dire che anche a voler aderire – a tutto concedere – alla particolare interpretazione dell’art. 2884 c.c. fornita dal Tribunale di Lucca, il rifiuto del conservatore potrebbe riguardare solo l’iscrizione ipotecaria e non anche il vincolo del pignoramento, la cui permanenza, dopo la pronuncia del decreto di trasferimento, risulta del tutto priva di addentellato normativo.

 

  1. Le ragioni del creditore ipotecario sono tutelate dall’art. 498 c.p.c. e dal controllo affidato al giudice dell’esecuzione.

Anche se nelle espropriazioni immobiliari delegate sussiste il rischio che la caducazione del decreto di trasferimento, per nullità opponibili all’aggiudicatario, si riverberi sul creditore iscritto, va detto che la legge processuale prevede già un particolare strumento per evitare che la cancellazione dei gravami comporti il “sacrificio definitivo” del creditore ipotecario.

 Si tratta, in particolare, della notificazione dell’avviso di espropriazione effettuata, ai sensi dell’art. 498 c.p.c., dal creditore procedente nei confronti dei creditori titolari di un diritto di prelazione (risultante da pubblici registri) sui beni pignorati, che costituisce una vera e propria provocatio ad agendum, tale da condizionare la procedibilità del procedimento esecutivo[40].

La rituale notifica dell’avviso addossa al creditore iscritto l’onere di intervenire, poiché il privilegio sui beni pignorati viene cancellato con il trasferimento della proprietà del bene a favore dell’aggiudicatario, stante l’effetto c.d. purgativo della vendita forzata.

Quanto alla legittimazione alla deduzione del vizio, la mancata notifica dell’art. 498 c.p.c. pregiudica il creditore avente diritto di prelazione risultante da pubblici che può denunciare tale irregolarità con l’opposizione agli atti esecutivi[41]. La medesima  legittimazione non sussiste in capo al debitore, posto che la violazione dell’avviso ex art. 498 c.p.c. attiene esclusivamente alla tutela delle ragioni del creditore[42].

Non solo. I creditori iscritti privilegiati, di cui all’art. 498 c.p.c., che — seppure avvisati —non abbiano proposto intervento sono comunque destinatari, limitatamente all’espropriazione immobiliare, della notifica dell’ordinanza di vendita[43].

All’incisiva tutela riconosciuta dalla legge processuale ai creditori privilegiati si affianca, inoltre, il duplice sistema di controlli di cui agli artt. 617 e 591 ter c.p.c. (quest’ultimo operante nell’ipotesi di espropriazione delegata). Se è vero, poi, che è compito il giudice dell’esecuzione sospendere ex art. 618 c.p.c. ovvero modificare o revocare i propri provvedimenti, ex art. 487 c.p.c., il conservatore è tenuto ad ottemperare l’ordine di cancellazione, anche in pendenza dell’opposizione agli atti contro il decreto di trasferimento ogni volta che il giudice dell’esecuzione ha (ritenuto i motivi di opposizione manifestamente destituiti di fondamento e conseguentemente) rigettato l’istanza di sospensione.

In questo stato di cose il rifiuto del conservatore di eseguire la cancellazione non può mai ritenersi legittimo, essendogli precluso interferire con la valutazione operata dal giudice sui motivi di opposizione e, pertanto, sulla stabilità dell’espropriazione[44].

A questo riguardo si impone ancora un’ultima considerazione di tipo pratico. Il problema che la pronuncia del Tribunale di Lucca ha tentato di risolvere può essere più semplicemente ovviato dalla comunicazione, ad opera del professionista delegato, del decreto di trasferimento a tutte le parti del giudizio[45]; in questo modo si anticipa ad un momento ben preciso il decorso del termine per proporre l’opposizione ex art. 617 c.p.c. avverso il decreto di trasferimento, costringendo il debitore ad una eventuale e celere reazione.

 

  1. I vincoli non cancellabili.

Il decreto di trasferimento non può ordinare la cancellazione di trascrizioni diverse dal pignoramento come le domande giudiziali proposte da terzi nei confronti dell’esecutato per l’accertamento del diritto di proprietà o di altro diritto reale di godimento. Questo assunto riposa sul fatto che la cancellazione di tali domande postula necessariamente il consenso delle parti interessate ovvero una sentenza passata in giudicato ex art. 2668 c.c.[46] Va, inoltre, considerato che chi ha trascritto sull’immobile una domanda giudiziale non ha diritto all’avviso ex art. 498 c.p.c., benché sia opportuna l’audizione di tale soggetto in qualità di interessato[47].

L’effetto estintivo della vendita forzata non riguarda, inoltre, le obbligazioni propter rem che gravano sul bene (si pensi a quelle relative ad oneri condominiali), le eventuali convenzioni matrimoniali ovvero la trascrizione del verbale di assegnazione della casa coniugale al coniuge affidatario della prole, gli atti di asservimento urbanistici o cessioni di cubatura, né il retratto successorio di cui all’art. 732 c.c.

Né al giudice è consentito ordinare la cancellazione della trascrizione del fondo patrimoniale ex art. 167 c.c. A ben guardare, si tratterebbe di cancellazione superflua, perché ai fini dell’opponibilità ai terzi rileva l’annotazione a  margine dell’atto di matrimonio e non la trascrizione (dall’evidente funzione di pubblicità notizia)[48].

I diritti di servitù, usufrutto, uso e abitazione trascritti dopo l'ipoteca, ma prima del pignoramento, sono inopponibili al creditore ipotecario che può far subastare la cosa coma libera. Ai sensi dell’art. 2812 c.c., tali diritti si estinguono in forza della espropriazione del fondo e i titolari sono ammessi a far valere le loro ragioni sul ricavato “con preferenza rispetto alle ipoteche iscritte posteriormente alla trascrizione dei diritti medesimi”. In seguito all’estinzione del diritto, costoro sono equiparati ai creditori privilegiati risultanti dai pubblici registri, sia perché vanno soddisfatti prima dei chirografari, sia perché hanno diritto a ricevere l'avviso ex art. 498 c.p.c. Può dirsi, dunqe, legittima la cancellazione (o l'annotazione di inefficacia ex art. 2655 c.c.) della trascrizione dei relativi diritti[49].

 

 

[1] Capponi, Manuale di diritto dell’esecuzione civile, Torino 2016, p. 154, nota 4.

[2] Così la risalente Cass. 31 marzo 1949, n. 744, in Giur. compl. Cass. civ., 1949, II, XXVIII (sia pure in relazione all’ordinanza che disponeva la sostituzione di altra persona al debitore nelle funzioni di custode dei beni pignorati).

[3] Va avvertito che l’attuazione di tale comando, in caso di mancata ottemperanza del conservatore, non è assicurata dalle norme che regolano l’esecuzione in forma specifica ma attraverso il giudizio di cui all’art. 2888 c.c. Ma al riguardo si dirà meglio infra, sub §§ 9-10.

Che si tratti, poi, di provvedimento esclusivo del giudice dell’esecuzione è confermato dalla formulazione dell’art. 591 bis c.p.c. Questa disposizione, nell’individuare le attività delegabili, prevede che il professionista delegato predisponga la bozza del decreto di trasferimento per trasmetterlo tempestivamente al giudice unitamente al fascicolo ed a tutti i documenti necessari per la sua emanazione.

[4] Il giudice dell’esecuzione può sospendere la vendita ai sensi dell’art. 586, primo comma, c.p.c., qualora ritenga che il prezzo di aggiudicazione “sia notevolmente inferiore a quello giusto”.

Nel senso che tale sospensione può essere disposta dal giudice dell’esecuzione dopo l’aggiudicazione sempre che: a) siano sopravvenuti fatti rispetto al momento dell’aggiudicazione; b) interferenze di natura criminale abbiano influito sul processo di vendita; c) il prezzo del bene sia stato determinato in forza di dolo, scoperto dopo l’aggiudicazione; d) vengano prospettati al giudice fatti noti ad una parte già prima dell’aggiudicazione, purché ci sia il consenso delle altre parti, cfr. Cass. 21 settembre 2015, n. 18451, in Riv. es. forz., 2016, 272 ss. con nota di P. Farina, Ingiustizia del prezzo e sospensione della vendita nella più recente interpretazione della Suprema Corte.

[5] Il decreto di trasferimento, quale atto del processo esecutivo, può essere revocato dal giudice qualora questi accerti, prima della sua emanazione, che non è stato versato il saldo prezzo: cfr., ex multis, Cass., 2 aprile 1997, n. 2867; Cass. 20 agosto 1997, n. 7749; Cass., 16 settembre 2008, n. 23709.

[6] Per Cass. 19 luglio 2005, n. 15222 e Cass. 16 settembre 2008, n. 23709, il mancato pagamento del prezzo legittima la revoca, anche d'ufficio, del decreto di trasferimento, a nulla rilevando che i provvedimenti del giudice dell'esecuzione siano revocabili solo prima che siano portati ad esecuzione. Il trasferimento dell'immobile, infatti, è l'effetto di una fattispecie complessa, costituita dall'aggiudicazione, dal successivo versamento del prezzo e dal decreto di trasferimento; quest'ultimo, che verifica ed accerta la sussistenza degli altri presupposti, è, in sé e per sé considerato, privo di autonoma efficacia traslativa in assenza delle altre condizioni, ed in particolar modo del pagamento del prezzo, attraverso il quale si realizza il fine della vendita, consistente nella liquidazione del bene per il soddisfacimento dei creditori, e si giustifica il trasferimento del bene all'aggiudicatario  

Tuttavia, per Cass., 16 novembre 2011, n. 24001 relativa ad una fattispecie  di violazione in materia di tempestività dell’offerta, il giudice dell'esecuzione può sempre revocare il decreto di trasferimento di sua iniziativa, anche dopo la scadenza del termine previsto dalla legge per l'opposizione di cui all'art. 617 c.p.c., a meno che il provvedimento non abbia avuto definitiva esecuzione, momento, quest'ultimo, che si identifica con quello del compimento delle operazioni di cancellazione.

Stando ad un’impostazione più risalente il momento dell'esecuzione del decreto va individuato nella trasmissione all'ufficio del registro per il pagamento della relativa imposta (Cass., 2 aprile 1997, n. 2867).

[7] Cass., 20 maggio 1993, n. 5751.

[8] Cass., 22 febbraio 1992, 2171.

[9] Cass., 22 novembre 1978, n. 5466, in Foro it., 1979, I, 750, con nota di Mandrioli, Ancora sull'inammissibilità del ricorso ex art. 111 Cost. contro i provvedimenti esecutivi. Più di recente cfr. Cass., 9 agosto 2007, n. 17460; Cass., 11 gennaio 2007, n. 311; Cass., 12 novembre 1998, n. 11430; Cass. 14 luglio 1993, n. 7755).

[10] Cass., 27 marzo 2007, n. 7446.

[11] Cass. 14 ottobre 2005, n. 19968.

[12] Cass. 16 aprile 2004, n. 7922, in Giur. it., 2005, 94.

[13] Cass., 27 marzo 2007, n.  7446 cit.; Cass., 9 agosto 2007, n. 17460 cit. Per completezza va segnalato che l’ampiezza del trasferimento è solitamente uguale a quella del pignoramento, per cui il trasferimento ha ad oggetto quei beni ai quali si estendono gli effetti del pignoramento nel rispetto dell’art. 2912 c.c., come gli accessori, le pertinenze, ed i frutti. Ciò anche laddove non siano espressamente menzionati nel decreto e salva la prova di una diversa volontà in sede di vendita. Pertanto il terreno che circonda l'edificio pignorato, seppur non esplicitamente indicato, può essere considerato come una cosa unica con il bene pignorato, cioè se indispensabile ai fini del normale uso dello stabile: così Cass. 16 novembre 2000, 14863.

Più di recente è stato, tuttavia, affermato - sulla scorta del principio della c.d. autosufficienza della nota di trascrizione - il principio che la mancata indicazione espressa, nel pignoramento e nella nota di trascrizione dei dati identificativi catastali propri, esclusivi ed univoci, di una pertinenza, a fronte dell’espressa indicazione di quelli, diversi e distinti, di altri beni, integra, in difetto di ulteriori ed altrettanto univoci elementi in senso contrario (ricavabili, ad esempio, da idonee menzioni nel quadro relativo alla descrizione dell'oggetto o nel quadro "D" della nota meccanizzata), una diversa risultanza dell'atto di pignoramento e della sua nota di trascrizione, idonea a rendere inoperante la presunzione di cui all’art. 2912 c.c. (Cass. 21 maggio 2014, n. 11272).

[14] Cass. 13 marzo 2014, n. 5796, che comunque riconosce ai terzi lesi da tale errore nella loro sfera giuridica, la facoltà di avvalersi, nel rispetto delle regole previste dall'art. 2929 c.c. a tutela dell'acquirente o assegnatario, dei rimedi, diversi dall'opposizione agli atti esecutivi, endoesecutivi o esterni al processo esecutivo loro riservati. Con particolare riferimento all’aliud pro alio, cfr. Cass. 29 gennaio 2016, n. 1669, in www.ilprocessocivile.it, secondo la quale la differenza con la vendita negoziale esclude l'adozione, in sede di vendita forzata, di una nozione lata di aliud pro alio. Pertanto la nullità del decreto di trasferimento sussiste solo per radicale diversità del bene oggetto di vendita forzata ovvero se ontologicamente diverso da quello sul quale è incolpevolmente caduta l'offerta dell'aggiudicatario; oppure perché, in una prospettiva funzionale, dopo il trasferimento risulti definitivamente inidoneo all'assolvimento della destinazione d'uso che, presa in considerazione nell'ordinanza di vendita, ha costituito elemento determinante per l'offerta dell'aggiudicatario.

Su questi temi, v. pure, Cass. 25 ottobre 2016, n. 21480, in www.ilprocessocivile.it, secondo cui l’aliud pro alio è configurabile esclusivamente quando il bene appartenga ad un genere del tutto diverso da quello indicato nell'ordinanza di vendita, ovvero manchi delle qualità necessarie per assolvere la sua naturale funzione economico-sociale, ovvero risulti compromessa la destinazione del bene all'uso che, preso in considerazione dalla succitata ordinanza, abbia costituito elemento determinante per l'offerta di acquisto.

[15] Cass. 16 maggio 2008, n. 12430, in Foro it., Rep. 2008, voce Esecuzione per obbligazioni pecuniarie, n. 76.

[16] Cass., 8 giugno 1985, n. 3447, in Giur. it., 1987, I, 562.

[17] Cass., 22 novembre 1978, n. 5466 cit.

[18] Viene così recepito dal legislatore il principio nemo plus juris in alium transferre potest quam ipse habet. Sul punto v. Luiso, Diritto processuale civile, Milano 2000, III, 122; Micheli, sub art. 2919 c.c., in Commentario del codice civile, a cura di Scialoja e Branca, Tutela dei diritti, Bologna-Roma 1964, VI, 113 ss.; Proto Pisani, Lezioni di diritto processuale civile, Napoli 2002, 739 s.

Occorre tuttavia segnalare che per alcuni si tratterebbe di una «derivatività sui generis», atteso che il diritto acquisito dall’aggiudicatario costituirebbe una diretta conseguenza non soltanto della posizione del debitore, ma anche di quella del creditore procedente: così Mazzamuto, L’esecuzione forzata, in Tratt. Rescigno, Torino 1985, 231 s. Va poi avvertito che, in seguito alla regolamentazione degli effetti sostanziali negli artt. 2919 ss. c.c., da parte del legislatore del 1942, la letteratura giuridica si è progressivamente disinteressata della natura della vendita forzata, aspetto che, in precedenza, aveva provocato vivaci dibattiti. Ciò anche perché, con l’introduzione degli artt. 2919 ss. c.c., non hanno trovato più alcuna giustificazione le teorie che riconducevano la vendita coattiva allo schema di quella volontaria per legittimare l’applicazione del regime delle impugnazioni previsto per i contratti.

[19] Cass., 18 gennaio 2001, n. 697;  Cass.,15 aprile 1980, n. 2463.

[20] Cass. 17 febbraio 1995, n. 1730.

[21] Se il creditore procedente deve soltanto dimostrare la trascrizione di un titolo d'acquisto a favore del debitore, nonché l'assenza di trascrizioni a carico dello stesso debitore relative ad atti di disposizione del bene, precedenti la trascrizione del pignoramento, va escluso che il decreto di trasferimento contenga l'accertamento dell'appartenenza del bene al soggetto esecutato (Cass., 10 novembre 1993, n. 1109, in Giust. civ., 1994, 1591, con nota di Del Sarto, Efficacia del decreto di trasferimento nei confronti dei terzi).

[22] Cass., 26 maggio 2014, n. 11638, in Corr. giur., 2014, 1023.

[23] La dichiarazione di successione, il pagamento delle relative imposte, la richiesta di registrazione del testamento e la sua trascrizione, infatti, trattandosi di adempimenti di prevalente contenuto fiscale, caratterizzati da scopi conservativi non sono equipollenti dell’accettazione di eredità. Anche la richiesta di voltura catastale, pur volendo configurarla come accettazione tacita di eredità, non è solitamente recepita in un atto pubblico o in una scrittura privata autenticata e, pertanto, non è trascrivibile. In tutte queste ipotesi l'accettazione tacita dell'eredità necessita di un accertamento giudiziale esterno al processo esecutivo. Tuttavia, secondo un recente orientamento, il giudice dell’esecuzione può disporre la sospensione ex art. 623 c.p.c. per consentire ai creditori di munirsi dei titoli necessari al ripristino della continuità delle trascrizioni facendo salvi gli atti del processo esecutivo fino a quel momento compiuti: si tratta di Trib. Bologna 13 luglio 2017, edita in www.ilprocessocivile.it

[24] Sulla posizione del terzo acquirente nel processo d’espropriazione ed i rimedi a disposizione di tale soggetto v. Costantino, Il terzo proprietario nei processi d’espropriazione. Parte I: le figure di terzo proprietario, e Vaccarella, Il terzo proprietario nei processi d’espropriazione. Parte II: la tutela, in Riv. dir. civ., 1986, II, 387 ss.; Gili, Sulla legittimazione del terzo acquirente del bene pignorato a proporre opposizione agli atti esecutivi, in Nuova giur. civ. comm., 1993, I, 909 ss.; Luiso, L’acquirente del bene pignorato nel processo esecutivo, in Giust. civ., 1986, I, 441 ss.

[25] Resta il problema pratico della voltura catastale. Ed infatti se l’acquirente inter vivos risulta già titolare del diritto espropriato, l’Agenzia del Territorio potrebbe non dar corso alla voltura in mancanza di corrispondenza tra l’intestatario e il soggetto a carico del quale viene emesso il decreto di trasferimento.

[26] Cass., 15 aprile 1980, n. 2463; più di recente v., pure, Cass. 19 luglio 2005, n. 15222.

[27] La riunione rimane preclusa ogni volta che il pignoramento sia stato trascritto dopo l’annotazione del decreto di trasferimento nei registri immobiliari. In questa ipotesi il giudice della seconda procedura dichiara l’inefficacia del pignoramento successivo; in mancanza, l’aggiudicatario-acquirente può esperire il rimedio dell’opposizione 619 c.p.c. Per questa ragione il giudice dell’esecuzione che ordina la cancellazione del pignoramento successivo, deve - in difetto di riunione - informare il giudice dell’esecuzione del secondo procedimento.

[28] Laddove invece il curatore abbia scelto di proseguire nelle forme dell’esecuzione concorsuale la cancellazione del pignoramento e della sentenza dichiarativa di fallimento sono ordinate dal giudice delegato ex art. 108 l. fall., purché si acceda alla tesi che l’improcedibilità dell’esecuzione non comprometta l’effetto prenotativo del pignoramento. Al riguardo sia consentito rinviare a P. Farina, L’aggiudicazione nel sistema delle vendite forzate, Napoli 2012, 466 ss.

[29] Per queste ed altre considerazioni si rinvia ad Astuni, Il trasferimento dell’immobile. Stabilità dell’aggiudicazione e della vendita, in AA.VV., Il processo di esecuzione, Padova 2011, 790 ss., specie per la precisazione che in caso di privilegio speciale immobiliare, all'effetto estintivo operante ex lege, non segue di norma un ordine del giudice visto che, in genere – ad eccezione del privilegio ex art. 2775 bis c.c.– la causa di prelazione opera ex facto, indipendentemente dalla pubblicazione nei registri immobiliari.

[30] Cfr., per tutti, Redenti - Vellani, Diritto processuale civile, Milano 1999, III, 278.

L’accollo costituisce titolo esecutivo nei confronti dell’aggiudicatario, ma si esclude abbia la medesima efficacia anche contro l’assegnatario, stante il particolare carattere dell’ordinanza di assegnazione: così Di Stefano, Assegnazione nell’esecuzione forzata, in Enc. dir., Milano 1958, III, 276.

Quanto alla patologia dell’accollo va segnalato che l’inadempimento dell’aggiudicatario (o dell’assegnatario) non travolge il trasferimento della titolarità del diritto, poiché il creditore può agire in executivis direttamente nei confronti del terzo acquirente: così Bonsignori, Assegnazione forzata e distribuzione del ricavato, Milano 1962, 66; Di Stefano, Assegnazione nell’esecuzione forzata, cit., 276. Laddove l’acquirente abbia subìto l’evizione, viene meno anche l’assunzione del debito, in quanto priva di causa; pertanto il terzo non è tenuto al pagamento del debito e, se le somme sono state già corrisposte, ha diritto alla restituzione: in arg. Travi, voce Vendita dei beni pignorati, in Noviss. dig. it., Torino 1975, XX, 640.

[31] Ai fini della liberazione del debitore e dei garanti non rileva il fatto che il titolare del credito ipotecario sui beni espropriati sia diventato un soggetto diverso dal creditore originario, come ad es. il confideiussore solvens, per effetto della surrogazione disposta ex art. 1949 c.c.: di quest’avviso Cass., 11 luglio 1967, n. 1712, in Banca, borsa e tit. cred., 1968, II, 165.

[32] L’istituto in esame rappresenta un’agevolazione sia a favore del creditore privilegiato, sia dell’aggiudicatario che, ex art. 508 c.p.c., è stato autorizzato dal giudice ad assumersi il debito, con le garanzie inerenti allo stesso. Il creditore ipotecario-aggiudicatario del bene ha comunque diritto alla limitazione, poiché opera una compensazione fra quanto dovuto per il credito garantito e la somma da versare alla procedura. Nel senso che in questo caso si ha una vera e propria compensazione fra credito vantato e prezzo di compravendita, si è espressa Cass., 9 giugno 1990, n. 5641, in Il fall., 1990, 1108, che ammette la possibilità di prevedere la compensazione quale clausola accessoria alla aggiudicazione. In arg. v., pure, Cass., 5 novembre 1981, n. 5846, in Mass. Giust. civ., 1981, 11, secondo cui l’assunzione del debito, ex art. 508 c.p.c., da parte dell’assegnatario del bene pignorato, non integra un atto esecutivo e pertanto, ancorché anteriore al provvedimento di assegnazione, non può trovare applicazione l’art. 2929 c.c., sulla nullità degli atti esecutivi anteriori alla vendita o all’assegnazione.

[33] Il quinto comma dell’art. 41 t.u.b. integra una vera e propria deroga all’operatività dell’art. 508 c.p.c., per il quale il subentro nel contratto di mutuo necessita sempre di una preventiva autorizzazione del giudice e del consenso dell’istituto di credito. Tale deroga trova giustificazione nel fatto che il mutuo fondiario è un finanziamento speciale, a lungo ed a medio termine, oggetto di particolare tutela a causa delle finalità pubblicistiche che lo contraddistinguono.

Per queste ragioni il legislatore ha privilegiato la continuità della rateizzazione delle somme da pagare per il rimborso del mutuo, rinviando la risoluzione del contratto al momento della vendita del bene e, in particolare, alla scelta dell’acquirente di non subentrare nel contratto di mutuo.

Nella vendita forzata degli immobili ipotecati a garanzia di un credito fondiario, l’aggiudicatario può dunque subentrare nel mutuo, a condizione che corrisponda all’istituto di credito le semestralità scadute, gli accessori e le spese. Per approfondimenti v. Bozza, Il credito fondiario nel nuovo T.U. bancario, Padova 1996, 135 ss.; Tardivo, Il credito fondiario nella nuova legge bancaria, in Quaderni di banca, borsa e titoli di credito, Milano 2003, 242. Più di recente v. Lodolini, L’esecuzione individuale del creditore fondiario, in Riv. es. forz., 2009, 548 ss.; Saletti, L’espropriazione per credito fondiario alla luce delle modifiche normative e dei primi orientamenti interpretativi in Riv. es. forz., 2000, 14 ss.

[34] Si tratta di Trib. Lucca, 26 luglio 2017, in www.ilprocessocivile.it, con nota di P. Farina, Sulla illegittimità del rifiuto del conservatore di purgare il bene pignorato dai vincoli pregiudizievoli.

[35] In arg. v. supra § 3.

[36] Nel senso che la cancellazione può avvenire in assenza di contraddittorio perché il soggetto che ha preso la formalità o è parte del processo esecutivo (pignorante, intervenuto) o ha diritto a ricevere avviso del pignoramento (ipotecario, sequestrante), con conseguente consapevolezza che la vendita forzata comporta ex lege l'ordine di cancellazione del vincolo e/o garanzia. Ciò è sufficiente a garantire il rispetto del "giusto processo regolato dalla legge" (art. 111 Cost.), senza necessità di disporre l'audizione dell'interessato prima di ordinare la cancellazione della formalità. Di qui la distanza tra l'art. 586 c.p.c. e l'art. 2884 c.c. in forza del quale la cancellazione dell'ipoteca va eseguita dal conservatore “quando è ordinata con sentenza passata in giudicato" e perciò previo radicamento del necessario contraddittorio tra le parti. Così, Astuni, op.loc.cit.

[37] Cass. 16 novembre 20011, n. 24001.

[38] Così Cass. 31 marzo 1949, n. 744, cit. Nel senso che l’ordine di cancellazione ha come destinatario il conservatore ed è un provvedimento di carattere meramente “esecutivo, vincolante per l’ufficio”, v. Satta, Commentario al codice di procedura civile, III, Milano 1965, 397 ss. Più in generale v. supra § 1.

[39] Sul punto si rinvia alle considerazioni di Astuni, riportate supra, sub nota 36.

[40] Cass., 10 giugno 1968, n. 1827.

[41] Cass., 22 marzo 1993, n. 3379, in Giur. it., 1993, I, 2268.

[42] Cass. 24 febbraio 1973, n. 548.

[43] Anche in questo caso, la pretermissione può essere fatta valere dal creditore con l’opposizione agli atti esecutivi, il cui termine inizia a decorrere dalla conoscenza del primo degli atti adottati o compiuti senza il rispetto della norma che imponeva la convocazione; in nessun caso tale opposizione può inficiare la vendita eventualmente già avvenuta, solo residuando, la responsabilità del creditore procedente, ai sensi dell’art. 2043 c.c. In arg., cfr. Cass., 23 febbraio 2006, n. 4000, in Riv. es. forz., 2006, 422.

[44] Che - nel caso deciso da Trib. Lucca, 26 luglio 2017 - la mancata cancellazione dei vincoli non sia funzionale alla effettiva tutela del ceto creditorio, è provato dalla circostanza che solo i comproprietari terzi datori di ipoteca hanno aderito alle conclusioni del conservatore, mentre i creditori ipotecari non hanno esplicato alcuna attività difensiva. In questo stato di cose la pronuncia, ben lungi dal tutelare i creditori, introduce un (illegittimo) vaglio del conservatore sul (legittimo) ordine di purgazione impartito dal giudice dell’esecuzione e, al contempo, impedisce all’acquirente di disporre subito del bene, allontanando di fatto il pubblico dalle vendite forzate.

[45] Nel senso che il decreto di trasferimento del bene espropriato, emesso a norma dell'art. 586 c.p.c., non deve essere comunicato alle parti, dovendo esso sottostare - nel silenzio della legge - solo agli adempimenti formali suoi propri, v. Cass., 14 ottobre 2005, n. 19968.

[46] Cass., 10 settembre 2003, n. 13212; Cass., 9 novembre 1978, n. 5121, in Giust. civ., 1979, 1307.

[47] Nessun problema sembra sussistere se il decreto di trasferimento contiene un ordine di cancellazione già pronunciato dal giudice competente e passato in giudicato: da un lato non sussiste alcuna lesione di diritti di terzi; dall’altro si evita all’aggiudicatario di richiedere, ad esempio, copia della sentenza.

[48] Così Cass. 8 ottobre 2008, n. 24798, in Giust. civ., 2008, 1451. Come noto il vincolo del fondo patrimoniale integra un’ipotesi d’impignorabilità del bene, da dedurre ex 615 c.p.c.; pertanto, se il bene è stato venduto in difetto di opposizione, il suddetto vincolo è inidoneo a pregiudicare le ragioni dell’aggiudicatario: in arg. cfr. Cass. 22 gennaio 1991, n. 576.

[49] Per Astuni, op.loc.cit., potrebbe ammettersi anche la cancellazione della domanda giudiziale trascritta, avente a oggetto quei diritti, a condizione che il conflitto con l'ipoteca si risolva sulla base della mera regola prior in tempore (artt. 2652, nn. 1-3, c.c.), non potendo pretendere maggiori diritti per aver trascritto la sola domanda piuttosto che il titolo d'acquisto del diritto.