L' esperto risponde

Uno staff di esperti risponde ai quesiti posti dai professionisti del settore. Il servizio è riservato a professionisti che operano nell'ambito del processo esecutivo. La redazione si riserva di filtrare i quesiti in relazione alla natura e alla originalità delle questioni dedotte.


Nel caso in cui il pignoramento immobiliare venga effettuato e trascritto nei confronti degli eredi del debitore (moglie e figli) e non vi sia agli atti l’accettazione dell’eredità quali adempimenti deve porre in essere il professionista delegato?

DOCUMENTAZIONE IPOCATASTALE - CONTINUITA' DELLE TRASCRIZIONI - ACCETTAZIONE DELL'EREDITA'

Nel processo esecutivo per espropriazione, il giudice dell’esecuzione (e anche il professionista delegato) è tenuto a verificare, d’ufficio, la titolarità, in capo all’esecutato, del diritto reale pignorato sul bene immobile.

La predetta verifica deve essere rigorosamente eseguita attraverso l’esame della documentazione prodotta dal creditore (o di quella ulteriore richiesta dal giudice) ai sensi dell’art. 567 c.p.c. e consiste nella disamina delle risultanze dei registri immobiliari, non potendo trovare spazio nel processo esecutivo un vero e proprio accertamento (come avviene, invece, nel processo di cognizione).

Il controllo, dunque, è prettamente formale ed è richiesto – in ossequio al principio di continuità delle trascrizioni ex art. 2650 c.c. – che dai registri emerga la trascrizione di un titolo d’acquisto a favore dell’esecutato, nonché l’assenza di trascrizioni prese contro il medesimo e relative ad atti di disposizione del bene anteriori alla trascrizione del pignoramento.

Con specifico riferimento all’acquisto mortis causa da parte del soggetto esecutato, Cass. 26/5/2014, n. 11638 (che ha affermato anche i principi sopra richiamati) ha stabilito che – qualora sia sottoposto a pignoramento un diritto reale su un bene immobile di provenienza ereditaria e l’accettazione dell’eredità non sia stata trascritta (ex art. 2648 c.c.) a cura dell’erede-esecutato – il creditore deve, alternativamente:

  • richiedere, a sua cura e spese, la trascrizione dell’atto comportante accettazione tacita dell’eredità che risulti da sentenza, da atto pubblico o da scrittura privata autenticata od accertata giudizialmente

  • far accertare l’intervenuta successione per accettazione tacita (ex artt. 485 o 527 c.c.) con provvedimento giurisdizionale idoneo alla trascrizione e trascriverla nei registri, se l’atto che presuppone la volontà di accettare non è ex se trascrivibile.

Infatti – aggiunge la Suprema Corte – il giudice non potrà disporre la vendita se non dopo che la qualità di erede dell’esecutato sia stata accertata e la continuità delle trascrizioni ripristinata.

In altri termini, il creditore può pignorare il bene anche se difetta la continuità delle trascrizioni, ma il giudice deve respingere l’istanza di vendita qualora, al momento di provvedere su questa, dalla documentazione ipocatastale non risulti la trascrizione dell’acquisto mortis causa.

L’esigenza di incardinare il processo esecutivo nei confronti dell’attuale titolare del cespite prescinde dalla sua qualità di debitore e, dunque, la regola sopra richiamata vale 1) sia nel caso di esecuzione promossa su bene pervenuto al debitore per successione, 2) sia nella diversa fattispecie di espropriazione condotta nei confronti degli eredi del debitore (ipotesi prospettata nel quesito). Difatti, l’art. 477 c.p.c. agevola il creditore solo per la notificazione di titolo esecutivo e precetto, atti che possono essere destinati agli eredi collettivamente e impersonalmente, nell’ultimo domicilio del defunto entro un anno dalla sua morte, ma non concerne l’atto di pignoramento, il quale deve essere notificato e trascritto nei confronti di soggetti precisamente identificati.

Orbene, se il professionista delegato (o il custode o lo stimatore) si avvede della discontinuità delle trascrizioni per la mancanza della formalità di accettazione dell’eredità da parte dell’esecutato, deve immediatamente segnalare la circostanza – idonea a minare la prosecuzione della procedura – al giudice dell’esecuzione (eventualmente con atto formale e, cioè, con ricorso ex art. 591-ter c.p.c.) affinché siano adottati i conseguenti provvedimenti.

Quanto a questi ultimi, la menzionata sentenza della Suprema Corte si limita ad affermare che la mancanza della trascrizione dell’acquisto mortis causa al momento della decisione sull’ordinanza di vendita comporta l’improcedibilità dell’esecuzione; non è chiarito, tuttavia, il procedimento che il creditore dovrebbe seguire per ottenere l’arresto temporaneo della procedura esecutiva nelle more del processo di cognizione avviato per conseguire la pronuncia idonea alla trascrizione.

Sul punto, dottrina e giurisprudenza hanno ipotizzato variegate soluzioni:

  • il giudice, segnalato il problema al creditore ed esortato quest’ultimo ad intraprendere una causa per accertare l’avvenuta successione, dovrebbe disporre rinvii nell’attesa della definizione del processo (a tale soluzione osta il disposto dell’art. 111 Cost.)

  • il giudice, nell’ambito delle verifiche della documentazione ex art. 567 c.p.c., dovrebbe fissare al creditore un termine perentorio di 60 giorni per integrare la documentazione con la prova dell’intervenuta trascrizione dell’acquisto mortis causa (soluzione eccessivamente penalizzante per il creditore perché comporterebbe, di fatto, l’estinzione del processo ogniqualvolta l’accettazione debba essere accertata)

  • il giudice dovrebbe fissare al creditore il termine ex art. 567 c.p.c. non già per un ripristino della continuità delle trascrizioni entro 60 giorni, ma perché, entro detto termine, sia provato l’inizio del processo volto a tale scopo (la soluzione non risolve i problemi della gestione della procedura e della sua ragionevole durata, che dovrebbe essere regolata con plurimi rinvii in attesa della definizione del processo di cognizione)

  • il giudice, segnalato il problema, potrebbe – su istanza del creditore – sospendere il processo esecutivo ex art. 624-bis c.p.c. per la durata di due anni (ma se il creditore non riuscisse ad ottenere una pronuncia idonea alla trascrizione entro tale termine – ipotesi non improbabile – la sanzione sarebbe comunque quella della chiusura del procedimento espropriativo)

  • il giudice, preso atto dell’avvio del processo di cognizione volto ad ottenere l’accertamento dell’acquisto per successione in capo all’esecutato, potrebbe disporre la sospensione del processo esecutivo a norma dell’art. 295 c.p.c. (a tale soluzione ostano sia la collocazione della norma nel libro secondo del codice di rito e, quindi, la sua inapplicabilità al processo di esecuzione, sia la costante giurisprudenza che esclude la configurabilità di una situazione di pregiudizialità tra una causa di cognizione e un’esecuzione forzata)

  • il giudice potrebbe sospendere il processo ex art. 623 c.p.c. (ma tale norma è dettata per la sospensione del processo esecutivo in caso di sospensione aliunde del titolo esecutivo)

  • come nei casi in cui l’esecuzione è sospesa ex lege in pendenza di un processo volto a definire l’oggetto dell’espropriazione stessa (ci si riferisce alla sospensione ex art. 601 c.p.c. in pendenza di divisione endoesecutiva o a quella ex artt. 548 e 549 c.p.c. anteriori alla riforma del 2013 in pendenza del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo), anche nel caso de quo la procedura resterebbe automaticamente sospesa in attesa dell’accertamento finalizzato a specificare l’oggetto dell’esecuzione immobiliare.

Giova rimarcare – anche per tranquillizzare chi ha proposto il quesito – che non compete al professionista delegato l’adozione di alcuno dei predetti provvedimenti, ma soltanto la segnalazione al giudice dell’esecuzione della problematica riscontrata.

 


Buongiorno, vorrei sottoporvi i seguenti quesiti che ruotano intorno al principio della struttura “bifasica” dell’opposizione all’esecuzione e della natura cautelare della prima. 1). In seno al processo esecutivo, promossa una opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615, comma secondo, c.p.c. può esserne promossa una seconda, successivamente, per ragioni di diritto non dedotte nella prima? Io riterrei di no perché stante la natura pacificamente cautelare della fase del giudizio di opposizione che si svolge davanti al Giudice dell’esecuzione, si applica l’art. 669 septies c.p.c., il quale prevede che una domanda cautelare rigettata può essere riproposta soltanto in presenza di “nuove ragioni di fatto o di diritto”, per nuove intendendosi le ragioni sopravvenute in un secondo momento e non semplicemente quelle non proposte prima (altrimenti la norma non avrebbe senso). 2) il giudizio di merito sulla seconda opposizione deve concludersi con una declaratoria di rigetto della domanda per inammissibilità dell’opposizione o trattandosi, appunto, di giudizio di merito deve entrare nel merito? Secondo me deve concludersi con una pronuncia di inammissibilità della domanda, poiché altrimenti il carattere necessariamente bifasico del giudizio verrebbe meno. 3) E’ possibile introdurre una nuova domanda nella fase di merito? Detto altrimenti: l’oggetto del giudizio oppositivo promosso ex art. 615 comma 2 deve essere integralmente definito in sede di ricorso al Giudice dell’esecuzione, o nel passaggio alla fase di merito posso introdurre domande nuove? Se per esempio ho eccepito davanti al ge l’intervenuto adempimento (per fatti successivi alla formazione del titolo esecutivo) posso dedurre nell’atto di citazione la prescrizione del credito se questa era già deducibile davanti al Giudice dell’esecuzione in sede di ricorso?

STRUTTURA BIFASICA DELLE OPPOSIZIONI ESECUTIVE - POSSIBILITA' DI PROPOSIZIONE DI PLURIME OPPOSIZIONI E DI MOTIVI NUOVI NEL GIUDIZIO DI MERITO

Nella configurazione risultante dalla novella della legge 28 febbraio 2006 n.52, l’opposizione all’esecuzione proposta dopo l’inizio dell’esecuzione (cd. opposizione successiva) ex art. 615, comma 2, cod. proc. civ. è giudizio a bifasicità eventuale, segue cioè una scansione articolata in due fasi:

- una prima fase, con funzione cautelare, introdotta da ricorso indirizzato al giudice della esecuzione, imperniata su un’udienza svolta in camera di consiglio (art.185 disp. att. c.p.c.) ed informata ad una cognizione di mera verosimiglianza, ha ad oggetto la delibazione sulla istanza di sospensione della procedura esecutiva e si conclude con un provvedimento in forma di ordinanza - soggetta a reclamo -, avente, quale contenuto predeterminato dalla legge, la fissazione ad opera del G.E. di un termine perentorio (art.616 c.p.c.) per: a) l’introduzione del giudizio di merito ad opera della parte ineteressata, secondo le modalità previste in ragione della materia e del rito previa iscrizione a ruolo, se competente per la causa di opposizione è l’ufficio giudiziario al quale appartiene il G.E., oppure b) per la riassunzione della causa dinanzi all’ufficio giudiziario competente;

- una seconda fase - peraltro meramente eventuale- aperta dall’atto introduttivo (o riassuntivo) del giudizio di merito, si svolge innanzi al giudice competente ai sensi dell’art. 27, comma 2, c.p.c., secondo le modalità (inerenti, innanzitutto, la forma dell’atto introduttivo) del processo ordinario di cognizione (ovvero secondo un differente rito speciale, se pertinente alla materia della causa)  ed ha ad oggetto il merito della lite, venendo definita, in forza di tutti gli strumenti assertivi e asseverativi della cognizione piena, con sentenza idonea al giudicato.

I plurimi quesiti proposti concernono le ricadute della struttura bifasica sul cd. jus variandi, e più in generale, sulle facoltà di allegazione di differenti ragioni di opposizione ad opera della stessa parte, sotto forma di una vera e propria nuova opposizione oppure di nuovi motivi nella fase di merito dell’opposizione.

Per offrire risposta, occorre muovere dalla corretta individuazione dell’oggetto del giudizio di opposizione all’esecuzione.

Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che l’opposizione ex art. 615, comma 2, cod. proc. civ., ha ad oggetto l’accertamento negativo del diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata, controversia nella quale l’opponente ha veste formale e sostanziale di attore. In tale opposizione la domanda giudiziale va identificata, nell'aspetto oggettivo, con i suoi elementi costitutivi: il petitum, consistente nella richiesta di un provvedimento giurisdizionale che dichiari l'inesistenza del diritto del creditore di procedere ad esecuzione forzata; la causa petendi,  consistente nella situazione giuridica sostanziale dedotta dalla parte istante a fondamento della assunta inesistenza del diritto di procedere in executivis.

I motivi di opposizione all’esecuzione (al pari dei vizi di regolarità formale dedotti con opposizione agli atti esecutivi) assumono il carattere di fatti individuatori della domanda di tutela, la quale ha natura eterodeterminata e concerne tutti i possibili fatti, esistenti al momento di proposizione dell’opposizione, che possano giustificare l’inesistenza del diritto a procedere ad esecuzione forzata.

Dal descritto carattere eterodeterminato della domanda spiegata con l’opposizione esecutiva (diffusamente argomentato in Cass. 20/1/2011, n. 1328; Cass. 07/08/2013, n. 18761; Cass. 28/07/2011, n. 16541) derivano due conseguenze.

Innanzitutto, poiché l’opposizione all’esecuzione è diretta all’accertamento della inesistenza del diritto di procedere all'esecuzione per i motivi dedotti e sulla base di tutti gli elementi ed i fatti allegati ed esistenti al momento della sua proposizione, la domanda giudiziale deve essere formulata con l'atto introduttivo del giudizio e le circostanze poste a fondamento dell'opposizione debbono essere prospettate con esso; ne deriva che la deduzione di nuovi motivi di contestazione basati su fatti esistenti e deducibili sin dal momento dell’introduzione dell’opposizione, si risolve in una mutatio libelli, come tale non consentita dall'art. 183 c.p.c., il quale ammette solo la precisazione o la modificazione della domanda (cfr. oltre alle pronunce citate, Cass. 28/07/2011, n. 16610).

In secondo luogo, la sentenza sulla opposizione all’esecuzione passata in giudicato copre il dedotto ed il deducibile, ovvero tutti i possibili motivi di contestazione del diritto a procedere basati su  circostanze impeditive, modificative ed estintive preesistenti al giudizio o verificatesi nel corso di esso, precludendo la proposizione di nuove opposizioni.
Le argomentazioni esposte ci consentono le richieste risposte.
Diversamente da quanto prospettato nel quesito, è possibile la proposizione di una nuova opposizione all’esecuzione basata su differenti ragioni fattuali o giuridiche qualora sulla prima opposizione non sia intervenuta sentenza passata in giudicato: non a caso, il codice di rito abilita tutte le parti all’introduzione del giudizio di merito, ravvisando appunto specifico interesse del creditore opposto alla formazione della res iudicata, con effetto preclusivo di ulteriori contestazioni da parte del debitore.
Atteso il carattere unitario (seppur con l’articolazione bifasica) della controversia oppositiva, non è invece ammissibile dedurre con l’atto introduttivo del giudizio di merito motivi di contestazione del diritto a procedere esecutivamente diversi rispetto a quelli già illustrati nel ricorso introduttivo della prima fase, configurando motivi del genere una non consentita domanda nuova.


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