L' esperto risponde

Uno staff di esperti risponde ai quesiti posti dai professionisti del settore. Il servizio è riservato a professionisti che operano nell'ambito del processo esecutivo. La redazione si riserva di filtrare i quesiti in relazione alla natura e alla originalità delle questioni dedotte.


La società A trasferisce la proprietà di un hotel alla società B. La prima (A) fallisce e il Curatore ottiene (per due gradi di giudizio) la dichiarazione di simulazione del contratto di compravendita tra la prima e la seconda società. La seconda società (B)viene esecutata ed il fallimento interviene nella procedura esecutiva. Il Curatore, ad aprile 2017, aveva ottenuto autorizzazione dal GD di vendere l'hotel unitamente con i beni mobili delegando tutto allo stesso professionista. Non si sono fatte vendite sino ad oggi per motivi relativi ai pagamenti dei fondi spese, finalmente eseguiti. Mi chiedo: alla luce della novella legislativa sulle vendita, si può vendere tutto insieme (beni mobili ed immobili) con un unico bando? In tal modo non verrebbe eseguita la pubblicità sul PVP sotto la sezione dei beni mobili (peraltro di valore superiore agli €.25.000) e mi chiedo se sia una anomalia. Preciso che l'ordinanza di vendita è generica, non prevedendo la particolarità del caso. Mi domando se piuttosto il procedente non farebbe meglio ad adottare la riserva di cui all'art.569 IV co c.p.c.

VENDITA – FALLIMENTO DEL DEBITORE IN ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE – SUBENTRO DEL CURATOIRE FALLIMENTARE – POTERI – VENDITA CONGIUNTA DI BENI MOBILI ED IMMOBILI

 

Il quesito prospetta una espropriazione immobiliare nella quale, dichiarato fallito il debitore esecutato, sia subentrato il curatore del fallimento di quest’ultimo.

L’ipotesi è positivamente disciplinata dall’art. 107, comma 5, della legge fallimentare, così attualmente formulato: “se alla data di dichiarazione di fallimento sono pendenti procedure esecutive, il curatore può subentrarvi; in tal caso, si applicano le disposizioni del codice di procedura civile; altrimenti su istanza del curatore il giudice dell’esecuzione dichiara l’improcedibilità dell’esecuzione, salvi i casi di deroga di cui all’art. 51”.

Rinviando per una più diffusa ed analitica trattazione dell’argomento al saggio di LEUZZI, Note tra i rapporti fra espropriazione singolare e procedure concorsuali (consultabile al segute indirizzo: https://www.inexecutivis.it/approfondimenti/2017/12/note-sui-rapporti-fra-espropriazione-singolare-e-procedure-concorsuali, è qui necessario brevemente segnalare che:

- diversamente dal regime anteriore alla novella del 2006 (che prevedeva una automatica sostituzione del curatore nella posizione del creditore procedente singolarmente) l’attuale disciplina disegna una mera facoltà di subentro del curatore nelle procedure espropriative singolari pendenti in danno del soggetto dichiarato fallito;

- il subentro è oggetto di una discrezionale opzione del curatore tra l’attrazione delle operazioni liquidatorie in sede concorsuale e la prosecuzione del procedimento esecutivo secondo le forme del codice di rito; la relativa determinazione deve essere contenuta nel programma di liquidazione, sottoposto all’approvazione del comitato dei creditori ed all’autorizzazione del giudice delegato, e congruamente motivata in ordine all’interesse per la massa dei creditori a dare corso alla vendita del singolo bene pignorato, anziché dell’intero complesso aziendale: scelta orientata in base allo stato della espropriazione singolare (ad esempio, l’aver già ivi depositato la documentazione ipocatastale oppure effettuato la stima del cespite staggito ovvero addirittura aver già iniziato la fase liquidativa) ma che in ogni caso deve prioritariamente considerare il miglior risultato economico utile per la massa creditoria e l’esigenza di conservazione dell’integrità dell’azienda;

- per effetto del subentro (che richiede l’obbligatorio patrocinio di difensore munito di procura e si effettua con atto depositato nel fascicolo dell’esecuzione), il curatore subentrante diviene parte in senso formale della espropriazione quale successore meramente processuale del procedente, il cui titolo esecutivo, valido ed efficace, rappresenta pur sempre il presupposto per il compimento degli atti espropriativi da parte del curatore;

- l’espropriazione forzata singolare proseguita dal curatore continua ad essere retta esclusivamente dalle norme di diritto processuale comune, senza subire alcuna contaminazione (salve particolarità in sede di distribuzione) per effetto di tale subentro: così il curatore fa propria, in uno con gli effetti sostanziali del pignoramento “ereditati” de plano in esito alla declaratoria fallimentare, anche l’attività processuale già compiuta dai creditori procedenti singolarmente, ma (cuius commoda, eius et incommoda) soggiace ai medesimi oneri processuali che gravano sul creditore nella fase liquidativa, dovendo cioè provvedere a tutte le attività previste a pena di estinzione della procedura (istanza di vendita, deposito documentazione, effettuazione di pubblicità obbligatoria sul P.V.P. e quant’altro).


Le considerazioni esposte consentono una prima risposta agli interrogativi posti: la vendita con unico bando dell’immobile e dei beni mobili che lo arredano è possibile soltanto ed unicamente se nella procedura espropriativa nella quale è subentrato il curatore il pignoramento aveva ad oggetto oltre all’immobile anche i beni mobili (a nulla rilevando cioè che questi facciano parte dell’attivo fallimentare da liquidare, in ragione dell’universalità oggettiva della procedura concorsuale).Nel senso indicato si è orientata la giurisprudenza di legittimità, affermando che: “Ai sensi dell'art. 107 l.fall., come modificato dal d.lgs. n. 5 del 2006, il curatore fallimentare subentra di pieno diritto nelle procedure esecutive, mobiliari ed immobiliari, pendenti alla data della dichiarazione di fallimento al posto del creditore procedente (che non possa più proseguirle giusta l'art. 51 l.fall.), scegliendo con il programma di liquidazione di sostituirsi a lui, ovvero di proseguire la liquidazione nelle forme fallimentari. In tale ultima ipotesi, l'improcedibilità dell'esecuzione, dichiarata dal giudice dell'espropriazione su istanza del curatore, non determina la caducazione degli effetti sostanziali del pignoramento di cui agli artt. 2913 e segg. c.c. (ovvero non determina l’opponibilità degli atti traslativi  successivi al pignoramento), giacché nella titolarità di quegli effetti è già subentrato, automaticamente e senza condizioni, l'organo fallimentare, purché nel frattempo non sia intervenuta una causa di inefficacia del pignoramento medesimo; del resto, opinando diversamente, il curatore sarebbe sempre tenuto a proseguire l'esecuzione singolare onde conservare gli effetti del pignoramento, cosi svilendosi non solo la sua facoltà discrezionale di scelta di cui all'art. 107, comma 6, l.fall., ma anche il suo stesso ruolo centrale assunto dalla programmazione liquidatoria nella riforma del 2006 (Cass., 22/12/2015 n.25802).

Si tratta di eventualità espressamente prevista e disciplinata dall’art.556 cod. proc. civ. (“il creditore può fare pignorare insieme coll’immobile anche i mobili che lo arredano, quando appare opportuno che l’espropriazione avvenga unitariamente”), praticata di solito proprio nel caso di espropriazione di beni organizzati in azienda, con il pignoramento (contestuale o anche successivo ma poi riunito) dell’immobile e dei mobili ivi ubicati che unitariamente compongono l’azienda.

In tale ipotesi, infatti, si svolge una unitaria procedura di espropriazione con una vendita unica (o meglio congiunta) di tutti i beni staggiti, al fine di realizzare, secondo elementari considerazioni di mercato, un prezzo superiore a quello conseguibile attraverso una vendita del compendio immobiliare separata da quello mobiliare.

Con la doverosa precisazione, tuttavia, che la somma ricavata dalla vendita congiunta non va a costituire una sola massa, dacchè il prezzo delle due categorie dei beni deve essere tenuto distinto, per consentire una distribuzione preferenziale del ricavato nel caso di concorso dei creditori aventi differenziati diritti di prelazione sui beni mobili e sui beni immobili (così Cass. 29/09/1993, n. 9760).

Nella vicenda rappresentata dal quesito, la vendita congiunta (con unica ordinanza) dell’hotel e dei mobili che lo arredano (possibile, si ripete, solo a condizione che detto intero compendio fosse stato oggetto del pignoramento) non trova ostacolo nella formalità pubblicitaria obbligatoria del P.V.P., a tal fine apparendo sufficiente (ma al contempo necessaria) la doppia pubblicazione dell’estratto dell’ordinanza di vendita, tanto nella sezione dei beni immobili quanto in quella relativa ai beni mobili.

Né quest’ultimo (non significativamente incidente) aggravio delle forme pubblicitarie (e dei relativi costi) sembra poter giustificare la facoltà per il giudice dell’esecuzione di derogare alla forme della vendita telematica (costituenti la modalità chiaramente preferita dal legislatore) in favore della vendita tradizionale (o, come ora definita, analogica).

Una scelta del genere, da adottare con provvedimento motivato del giudice dell’esecuzione, è infatti riservata alle situazioni in cui, secondo l’apprezzamento discrezionale del giudice dell’esecuzione, la vendita telematica “sia pregiudizievole per gli interessi dei creditori o per il sollecito svolgimento della procedura”: fattispecie intese da dottrina e giurisprudenza come residuali ed eccezionali, circoscritte a vicende in cui (per tipologia o valore stimato del bene staggito, per bacino di potenziali soggetti interessati all’acquisto o per altro) l’esperimento della vendita telematica si profili di assoluta inutilità ai fini della più utile e vantaggiosa collocazione sul mercato del compendio pignorato.


Risultati da 1 a 1 di 49 totali