L' esperto risponde

Uno staff di esperti risponde ai quesiti posti dai professionisti del settore. Il servizio è riservato a professionisti che operano nell'ambito del processo esecutivo. La redazione si riserva di filtrare i quesiti in relazione alla natura e alla originalità delle questioni dedotte.


Sto predisponendo un progetto di distribuzione del ricavato da una vendita immobiliare. Tra i creditori intervenuti che hanno regolarmente precisato il credito, c'è anche il custode giudiziario nominato – da altro Tribunale rispetto a quello dell'esecuzione – nell'ambito di una procedura di sequestro conservativo avente ad oggetto gli stessi immobili pignorati nella procedura esecutiva (e contro lo stesso debitore) ed iniziata anteriormente alla procedura ad oggetto. Faccio presente che il sequestro non è stato convertito in pignoramento e non ha dato origine alla procedura esecutiva dove io sono custode e delegato, poiché tale procedura è stata iniziata da altro creditore rispetto al creditore sequestrante (che poi è intervenuto nella procedura esecutiva).

Il problema è questo: il Custode del sequestro, avendo una liquidazione giudiziale del proprio compenso per l'attività svolta in tale altra procedura, mi chiede di inserire il proprio credito nel piano di riparto "in prededuzione".

Secondo voi è corretto? Io non ritengo che sia l'interpretazione giusta, tanto più che la procedura esecutiva non è stata originata dalla conversione del sequestro in pignoramento.

– Custode dell’immobile sequestrato (diverso dal custode dell’immobile pignorato) – Privilegio o prededuzione - 

La peculiare fattispecie che è oggetto del quesito vede la compresenza diacronica di due custodi: uno incaricato dal giudice che ha disposto il sequestro conservativo; uno designato dal giudice dell’esecuzione forzata promossa da un creditore diverso dal sequestrante.

La liquidazione del compenso spettante al custode nominato nella procedura di sequestro compete, ex art. 65, comma 2, c.p.c. al giudice che lo ha designato (e, dunque, al giudice della cautela).

Il provvedimento di liquidazione costituisce titolo esecutivo nei confronti della parte a carico della quale è posta la spesa.

Se, invece, il decreto di liquidazione non contiene l'indicazione della parte obbligata al pagamento del compenso medesimo, non potendo essere inteso nel senso che la spesa è posta solidalmente e in uguale misura a carico di tutte le parti costituite, non vale come titolo esecutivo nei confronti di alcuna delle parti (Cass. 15850/2000).

A maggior ragione, se la parte individuata è diversa dal proprietario dell’immobile (poi assoggettato ad esecuzione), il decreto di liquidazione non costituisce titolo esecutivo nei confronti di quest’ultimo.

Si pone, quindi, un primo problema, di natura formale: il custode che interviene nel processo esecutivo (in cui non è ausiliario del giudice) deve essere munito di titolo esecutivo nei confronti dell’esecutato (ex art. 499 c.p.c., che contiene alcune eccezioni qui non rilevanti), a pena di inammissibilità dell’intervento (rilevabile anche ex officio in sede di distribuzione del ricavato).

Conseguentemente, prima ancora di interrogarsi sulla riconoscibilità della “prededuzione” o di altro privilegio, occorre esaminare se il custode designato nel procedimento cautelare abbia spiegato un legittimo intervento nel processo esecutivo e, cioè, se il decreto di liquidazione del compenso individui il debitore esecutato quale parte tenuta al pagamento.

Presupponendo che l’intervento sia stato correttamente eseguito e che sia, perciò, ammissibile, si deve rilevare che la configurabilità della prededuzione nel processo esecutivo è controversa.

Infatti, in assenza di una norma analoga all’art. 111, n. 1, L.F., potrebbe apparire azzardato immaginare una “prededuzione esecutiva”, da intendersi quale categoria distinta da quella dei crediti ex art. 2770 c.c. (i quali sono postergati ai crediti in prededuzione) in cui includere tutte le spese di conservazione, amministrazione e, in generale, di custodia afferenti all’immobile aggredito. La tesi favorevole alla riconoscibilità della prededuzione si fonda sulla natura di patrimonio separato (a cui devono essere imputati i rapporti obbligatori creati dal suo custode) del compendio pignorato, dalla quale discende, per conseguenza, che delle obbligazioni non possano essere chiamati a rispondere in via diretta né il procedente, né l’esecutato, né lo stesso custode, bensì il patrimonio stesso. In dottrina, si è sostenuto che «Nell’esecuzione individuale, la categoria dei crediti prededucibili non è espressamente richiamata, risultando regolato soltanto il privilegio inerente le spese di giustizia per atti conservativi o per espropriazione nell’interesse comune dei creditori (artt. 2755 e 2770 c.c.). Un indizio nel senso della comunanza ad essa della regola sulla prededuzione si trae peraltro dall’art. 41, 3° co., d.lgs. n. 385/1993, t.u. leggi bancarie, in ambito di custodia di beni assoggettati ad esecuzione fondiaria, secondo cui il custode dei beni pignorati, l’amministratore giudiziario e il curatore del fallimento del debitore versano alla banca le rendite degli immobili ipotecati a suo favore, «dedotte le spese di amministrazione e i tributi », sino al soddisfacimento del credito vantato.».

Pur ipotizzando una “prededuzione esecutiva”, la stessa non può che riguardare le spese di conservazione e amministrazione maturate nel corso della medesima procedura e, dunque, quelle conseguenti alle attività custodiali del custode designato dal giudice dell’esecuzione.

Dette spese non potrebbero in alcun modo riferirsi al custode dell’immobile sequestrato, perché relative ad altra procedura, non sfociata nell’espropriazione immobiliare (nel quesito si precisa, infatti, che l’esecuzione scaturisce da pignoramento autonomo e non da sequestro convertito in pignoramento).

Al compenso del custode potrebbe astrattamente riconoscersi il privilegio ex art. 2770 c.c. (“I crediti per le spese di giustizia fatte per atti conservativi o per l'espropriazione di beni immobili nell'interesse comune dei creditori sono privilegiati sul prezzo degli immobili stessi”).

Anche per addivenire a tale risultato, però, occorrerebbe forzare il dato letterale della disposizione perché, nella più comune lettura, la norma si riferisce al creditore dell’esecutato che abbia compiuto atti – comunque funzionali alla soddisfazione dell'interesse comune dei creditori – connessi alla conservazione della garanzia patrimoniale, sostenendo spese per l’esercizio di azione surrogatoria o di revocatoria e/o per il procedimento di sequestro conservativo.

Il custode non ha sostenuto “spese di giustizia fatte per atti conservativi”; piuttosto, il suo compenso costituisce spesa, che sicuramente gode del privilegio ex art. 2770 c.c., sostenuta dal creditore che quel sequestro abbia richiesto e ottenuto.

In conclusione, si ritiene che nessuna prededuzione o privilegio spetti al custode designato nel procedimento cautelare; al contrario, qualora il creditore sequestrante sia stato onerato del pagamento del custode “del sequestro” e, intervenuto nella procedura, invochi il privilegio ex art. 2770 c.c. per il compenso corrisposto all’ausiliario, tale spesa deve essere collocata con preferenza nel riparto della procedura espropriativa.

 


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