L' esperto risponde

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Il creditore del rinunciante all’eredità, autorizzato ex art. 524 “ad accettare” in luogo del rinunciate al solo scopo di soddisfare il proprio credito sui beni ereditari, promuove l’azione esecutiva contro chi? Può essere applicato in tal caso, per analogia, l’art. 2902 1° comma c.c. e quindi procedere con pignoramento a carico dell’erede successivo accettante (non debitore) o in sua mancanza a carico dell’eredità giacente?

 

Rinuncia del debitore all’eredità – Azione ex art. 524 c.c. – Espropriazione del bene

L’art. 524 c.c. stabilisce: “Se taluno rinunzia, benché senza frode, a un'eredità con danno dei suoi creditori, questi possono farsi autorizzare ad accettare l'eredità in nome e luogo del rinunziante, al solo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari fino alla concorrenza dei loro crediti. Il diritto dei creditori si prescrive in cinque anni dalla rinunzia.”.

La domanda giudiziale ex art. 524 c.c. è soggetta a trascrizione ai sensi dell’art. 2652 n. 1 c.c. e la norma dispone che “le sentenze che accolgono tali domande non pregiudicano i diritti acquistati dai terzi in base a un atto trascritto o iscritto anteriormente alla trascrizione della domanda”.

La giurisprudenza di legittimità ha più volte ribadito che l’azione del creditore del rinunciante differisce dall'azione surrogatoria, perché non tende a far pervenire i beni oggetto di delazione al patrimonio del chiamato ed è anche diversa dall'azione revocatoria, perché non richiede la frode del rinunciante, ma solo la insufficienza degli altri suoi beni a soddisfare i suoi creditori.

Ad ogni buon conto “nella sostanza [essa] produce gli effetti dell'azione revocatoria, perché consente ai creditori del chiamato che non ha accettato di soddisfare i loro crediti su beni rifluiti tra quelli pervenuti agli altri eredi od offerti alla loro accettazione, rendendo così inefficace nei confronti del creditore del chiamato l'effetto della rinuncia, effetto che, per i creditori, si concreta in una diminuzione della garanzia patrimoniale che altrimenti i sopravvenuti beni del chiamato avrebbero loro offerto” (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 7735 del 29/03/2007).

La domanda ex art. 524 c.c. deve essere rivolta – e, soprattutto, trascritta! – sia nei confronti del chiamato che abbia deciso di rinunziare all'eredità, sia nei confronti di colui al quale l'eredità è devoluta, che deve essere necessariamente convenuto in giudizio insieme al rinunciante (non si tratta di una fattispecie di litisconsorzio necessario, bensì di un onere del creditore affinché la pronuncia spieghi concretamente l’effetto voluto): infatti, perché possa conseguirsi l'effetto previsto dall'art. 2652 n. 1 c.c., è necessario che la domanda sia trascritta anche nei confronti del successivo chiamato al quale l'eredità è devoluta per effetto della rinuncia (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 15468 del 15/10/2003; Cass., Sez. 3, Sentenza n. 7735 del 29/03/2007).

Una volta dichiarata inefficace la rinunzia, il creditore può soddisfarsi sui beni ereditari fino alla concorrenza del proprio credito: la conseguente azione esecutiva deve essere esercitata nei confronti dell’attuale titolare dei beni e, cioè, dell’erede che abbia (in seguito al rinunciante) accettato l’eredità o dell’avente causa di quest’ultimo o del curatore dell’eredità giacente. L’analogia tra l’azione ex art. 524 c.c. e la revocatoria ex art. 2901 c.c. (in particolare, la mancanza di un diritto di credito nei confronti del titolare dei cespiti) induce a ritenere che l’espropriazione debba essere condotta con le forme prescritte dagli artt. 602 ss. c.p.c.


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