Note sui rapporti fra espropriazione singolare e procedure concorsuali

Un'analisi del complesso coordinamento fra l'esecuzione forzata individuale e le procedure concorsuali. Le sovrapposizioni e i profili di ambiguità. Il ruolo e le scelte del curatore, gli istituti applicabili, le opportunità dei creditori.
Note sui rapporti fra espropriazione singolare e procedure concorsuali

SOMMARIO:

1. Gli effetti del fallimento rispetto ai creditori 
2. Il quadro originario dei rapporti fra esecuzione concorsuale ed esecuzione individuale
3. L’attuale facoltatività del subentro del curatore
4. I presupposti del subentro
5. Le modalità del subentro
6. La conservazione degli effetti del pignoramento in ipotesi di liquidazione endofallimentare dei beni
7. Le conseguenze del subentro
8. La clausola di compatibilità e i suoi corollari in materia di riparto
9. La dichiarazione di improcedibilità dell’esecuzione individuale
10. L’ipotesi del curatore inerte
11. Conseguenze e corollari della violazione dell’art. 51 l. fall

 

  1. 1. GLI EFFETTI DEL FALLIMENTO RISPETTO AI CREDITORI.

Com’è noto, la dichiarazione di fallimento implica, ai sensi dell’art. 52, comma 1, l. fall., anzitutto l’apertura del concorso dei creditori sul patrimonio del fallito. All’imprenditore fallito è sottratto, ex art. 42, comma 1, il potere di amministrare e di disporre dei propri beni, che viene concentrato in capo al curatore[1].

La procedura concorsuale si regge, da lì in avanti, su due precipue regole: quella del concorso formale, in base alla quale tutti i creditori sono tenuti a far accertare le rispettive ragioni nelle forme tratteggiate dagli artt. 92 e ss. l. fall.[2]; quella del concorso sostanziale, in virtù della quale i creditori possono soddisfarsi proporzionalmente, ferme le rispettive cause di prelazione, sul ricavato della vendita dei beni del fallito.

È nel quadro disegnato dalle regole evocate che l’art. 51 l. fall. sancisce il c.d. blocco delle azioni individuali esecutive, immobiliari, mobiliari, per consegna o rilascio (artt. 605 e ss. c.p.c.), per esecuzione degli obblighi di fare e non fare (artt. 612 e ss. c.p.c.), per esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c.

Il blocco or ora richiamato è stato, peraltro, allargato anche alle azioni cautelari (sequestro conservativo e giudiziario, azioni di reintegrazione e di manutenzione nel possesso, denuncia di nuova opera e di danno temuto, azione ex art. 700 c.p.c.), in quanto mirate a garantire la conservazione del patrimonio debitorio. D’altronde, considerato che, a seguito della dichiarazione di fallimento del debitore, ogni iniziativa volta a conservare la garanzia patrimoniale  rappresentata dai beni del debitore è strettamente riservata al curatore, il divieto affascia anche le azioni surrogatorie e le azioni societarie di responsabilità, le azioni revocatorie ordinarie[3].

L'improponibilità/improcedibilità delle azioni esecutive sancita dall'art. 51 non esaurisce il proprio angolo di incidenza nella procedura esecutiva in senso proprio, allargandosi, piuttosto, anche agli incidenti di cognizione, tra i quali sono ricomprese senz’altro le opposizioni all'esecuzione ex art. 615 c.p.c. e le opposizioni di terzo ex art. 619 c.p.c.[4]: anche in questa ultima ipotesi i diritti dei terzi vanno fatti valere nelle forme della rivendicazione ex art. 103 l. fall.[5].

Mette in conto l’osservare che, in piena coerenza con l’art.51, il comma 6 dell’art. 107 prevede, a sua volta, che le azioni esecutive (o cautelari) avviate dopo il fallimento sono improcedibili, mentre quelle già pendenti alla data della relativa declaratoria divengono improseguibili, salvo che il curatore non ritenga discrezionalmente di subentrarvi.

Alcuni “esoneri” dal divieto di dare inizio o ulteriore corso alle azioni esecutive sono tratteggiati da altre norme della legge fallimentare: sono aggredibili individualmente, per quanto sia stato dichiarato il fallimento, innanzitutto, i beni che, ai sensi dell’art. 104-ter, comma 7, l. fall., il curatore abbia ritenuto di non acquisire all’attivo e quelli che abbia rinunciato a liquidare per manifesta sconvenienza; vengono in evidenza, inoltre, i beni sopravvenuti in capo al fallito in costanza di procedura fallimentare, alla cui acquisizione alla massa la curatela, del pari, abdichi, ai sensi dell’art. 42, comma 3, l. fall., in ragione del maggiore impatto dei costi di acquisto e conservazione rispetto al presumibile valore di realizzo.

 

  1. 2. IL QUADRO ORIGINARIO DEI RAPPORTI FRA ESECUZIONE CONCORSUALE ED ESECUZIONE INDIVIDUALE.

L’art. 105 l. fall., nella sua versione primigenia, anteriore alla profonda revisione della fase liquidatoria della procedura fallimentare attuata dal d.lgs. n. 5 del 2006, disponeva che alle vendite di beni mobili o immobili acquisiti fallimento si applicassero le disposizioni del codice di rito civile sul processo di esecuzione, nei limiti della compatibilità.

L'art. 107 l. fall., nel testo primitivo, prevedeva che il curatore si sostituisse in automatico al creditore istante nelle procedure esecutive immobiliari pendenti alla data del fallimento, indipendentemente dalla fase in cui si trovassero.

Nella ricostruzione dominante, ci si trovava al cospetto di una fattispecie di sostituzione processuale del curatore al creditore procedente nelle esecuzioni pendenti[6]. Queste ultime, in deroga alla previsione dell'art. 51 l. fall., proseguivano, con la particolarità che il prodotto monetario dell'espropriazione veniva indirizzato alla soddisfazione di tutti i creditori concorsuali, in ragione dell’avvenuto subentro ipso iure del curatore nelle procedure pendenti e senza neppure la necessità di un intervento formale da parte del curatore o di un provvedimento del giudice dell’esecuzione teso a disporre la sostituzione[7].

Proprio l’automatismo del “rimpiazzo” del creditore con il curatore presupponeva che la prosecuzione dell'esecuzione pendente non fosse subordinata ad un apposito atto di costituzione dell’organo concorsuale[8].

Più che una sostituzione processuale[9], l’art. 107 comportava una una successione processuale, sol che si consideri che il curatore assumeva la qualità di parte in luogo del procedente e dei creditori intervenuti, sottraendo loro il ricavato della vendita coattiva, a salvaguardia della par condicio creditorum, quindi subentrando nelle posizioni processuali attive (doveri, poteri e facoltà) ed inattive (diritti soggettivi ai provvedimenti di merito e/o di rito)[10].

In realtà, mediante il subentro il curatore fa esercizio di un potere stricto sensu processuale: egli non subentra affatto nella titolarità dei diritti sostanziali dei creditori, venendo, piuttosto, semplicemente messo in grado di provocare il compimento di atti espropriativi.

L’avvicendamento del curatore al creditore nel potere d'impulso spettante a quest’ultimo costituiva, a ben guardare, manifestazione del più generale potere di amministrazione e quindi anche di disposizione dei beni del fallito ex art. 31 l. fall.[11]. Al curatore era conferita, segnatamente, una legittimazione straordinaria esclusiva a coltivare il processo esecutivo iniziato dal creditore pignorante. Ipotesi del tutto caratteristica, ove si constati come di norma la legittimazione straordinaria non escluda quella ad agire del titolare del diritto[12] (si pensi all'azione surrogatoria).

La norma, nell’assecondare un'esigenza di economia processuale, considerava, a ben guardare, il curatore alla stregua di un creditore intervenuto cum titulo, che proseguiva l'esecuzione singolare nell’inerzia imposta ai concorrenti titolati, ai quali la dichiarazione di fallimento impedisce ex art. 51 il compimento di ogni atto propulsivo dell’espropriazione.

Il curatore subentrante è parte in senso formale, non essendo titolare del diritto risultante dal titolo esecutivo del quale è provvisto il creditore procedente. Il subentro è circoscritto ai poteri processuali – che vanno da quello di dare impulso alla fase espropriativa a quello di ottenere la consegna del ricavato – senza estendersi al rapporto materiale sottostante, che rimane ad appannaggio del creditore.  Ovviamente, poiché nulla executio sine titulo, il curatore non potrebbe provocare il compimento di atti espropriativi se non si avvalesse del titolo esecutivo del procedente. In tal senso, l’organo concorsuale è certamente legittimato a dare impulso all'esecuzione singolare non soltanto ratione muneris, ma in quanto un creditore cum titulo abbia, anteriormente dichiarazione di fallimento, esercitato l'azione espropriativa. In tal senso, il subentro necessariamente sottende un’ipotesi di efficacia ultra partes del titolo esecutivo, spendibile dal curatore, non quale successore a titolo universale o particolare (art. 475, comma 2, c.p.c.), ma quale successore meramente processuale.

L'art. 107 l. fall. consentiva, in definitiva, al curatore, senza soluzione di continuità, di agevolarsi degli effetti sostanziali e processuali del pignoramento a vantaggio di tutti i creditori, in linea con i poteri che al curatore competono quale organo della procedura fallimentare.

Il fenomeno era quello di una vera e propria conversione del procedimento, posto che, se da un lato, il creditore, privato in forza della declaratoria fallimentare della legittimazione all'azione esecutiva, smarriva la possibilità di dare impulso alla fase liquidatoria dell'espropriazione forzata, dall’altro lato, l’art. 107 consentiva malgrado ciò la conservazione dell'attività pregressa, della quale il curatore veniva a giovarsi a beneficio e nell’interesse della massa dei creditori.

Nell’abbozzato contesto non veniva meno, peraltro, la discrezionalità dell'ufficio fallimentare sull’opportunità/convenienza di “avocare” in sede fallimentare l'esecuzione liquidatoria: in tal caso la procedura individuale, non proseguita dal curatore, né proseguibile dall’originario creditore procedente, stante il divieto dell'art. 51 l. fall., diventava improcedibile.

Nondimeno, tale improcedibilità dell'esecuzione pendente, posto l’avvenuto subentro automatico e incondizionato del curatore, a norma dell'art. 107, già alla data del fallimento, non cagionava la caducazione degli effetti sostanziali del pignoramento, nei quali l'ufficio fallimentare era, invero, già de plano subentrato.

Solo una parte minoritaria della dottrina ipotizzava, in epoca pre-riforma, che il subentro nell’esecuzione individuale non avvenisse sulla scorta di un automatismo, ma postulasse la necessità di un intervento del curatore. A sostegno dell’opzione ricostruttiva si poneva in luce l’esigenza di far salva, in senso effettivo e non virtuale, la facoltà di “scelta” sussistente in capo al curatore. Ne conseguiva che, qualora il curatore non avesse spiegato un intervento formale, la procedura era destinata ad estinguersi secondo il meccanismo dell’art. 631 c.p.c. per mancanza d’atti di impulso[13].

 

  1. 3. L’ATTUALE FACOLTATIVITÀ DEL SUBENTRO DEL CURATORE.

Il D.lgs. n. 5 del 2005 ha rimaneggiato in profondita la liquidazione fallimentare, riscrivendo le norme che regolamentano le forme di subentro del curatore nelle procedure esecutive pendenti.

La disciplina è ora interamente contemplata dal sesto comma dell'art. 107 l. fall., introdotto dall'art. 94 del richiamato d.lgs. n. 5, che è rimasto inalterato nel successivo decennale flusso riformatore.

La disposizione prevede che "Se alla data di dichiarazione di fallimento sono pendenti procedure esecutive, il curatore può subentrarvi; in tale caso si applicano le disposizioni del codice di procedura civile; altrimenti su istanza del curatore il giudice dell'esecuzione dichiara l'improcedibilità dell'esecuzione, salvi i casi di deroga di cui all'articolo 51".

Laddove in precedenza la legge disponeva che il curatore si sostituiva, oggi essa specifica che il curatore "può subentrare".

In seguito alla riforma è d’uopo osservare che l’applicazione delle disposizioni codicistiche non è più un passaggio obbligato e diviene, anzi, un’ipotesi tendenzialmente assai recessiva.

Le norme sul processo di esecuzione saranno, infatti, adoperate nel contesto fallimentare in due sole situazioni generali: quella in cui il curatore abbia deciso liberamente di affidarsi ad esse, prevedendo nel suo programma di liquidazione l’esecuzione delle vendite endofallimentari attraverso l’impiego dei collaudati strumenti codicistici (art. 107, comma 2); quella in cui il curatore discrezionalmente ritenga di subentrare nelle procedure esecutive, se del caso, già pendenti alla data della declaratoria fallimentare (art. 107, comma 5).

Parte autorevole della dottrina ha inteso leggere nella nuova espressione un addentellato a sostegno della attuale non automaticità della sostituzione del curatore al creditore procedente[14]. Il subentro del curatore non deriverebbe (più), in tal senso, dalla legge, radicandosi orama nell’ineludibilità della scelta dell’organo concorsuale di intervenire, qualora lo ritenga conveniente, nella procedura espropriativa. Il subentro si produrrebbe, pertanto, non in coincidenza e in virtù della declaratoria fallimentare, ma solo se e in quanto il curatore abbia spiegato formale intervento nell'esecuzione in atto.

Detta opzione ermeneutica non è scevra, perlomeno in astratto, di conseguenze dirompenti, ove si consideri che, in difetto di intervento, verrebbero coerentemente in risalto, per un verso, il divieto di prosecuzione delle azioni esecutive di cui all'art. 51 l. fall., per altro, concomitante verso, il venire meno degli effetti sostanziali del pignoramento, suscettibili di rimanere saldi e salvi solo qualora il curatore imboccasse la strada dell’esecuzione individuale anziché quella della liquidazione endofallimentare.

 

  1. 4. I PRESUPPOSTI DEL SUBENTRO

Il subentro del curatore postula l’imprescindibile pendenza dell’esecuzione alla data del fallimento.

Il subentro può avvenire sino alla distribuzione materiale delle somme ai creditori[15]. Nella fase post-vendita e prima che si concluda la distribuzione del prezzo l’intervento del curatore sembra palesarsi, anzi, obbligatorio, dovendo egli procedere, a beneficio di tutti i creditori, all’apprensione del ricavato dell’alienazione forzata, al fine di procedere al riparto in sede fallimentare[16].

In linea astratta, è processualmente pendente anche l'esecuzione che sia stata sospesa ai sensi dell’art. 624 c.p.c.. Nondimeno, benché la misura interinale non vincoli il curatore, questi non è abilitato ad esercitare un potere d'impulso del quale il creditore procedente era anche solo temporaneamente sfornito; il curatore si avvale del resto del titolo esecutivo del creditore, che in virtù della sospensione non è legittimato a compiere atti esecutivi (art. 626 c.p.c.). Conservano, pertanto, valore nei confronti dell’organo concorsuale i provvedimenti sospensivi non ancora rimossi alla data d’apertura del fallimento.

In questo quadro, è evidente che il subentro presuppone la parallela validità del titolo esecutivo in capo al procedente e del pignoramento da costui notificato e trascritto. D’altronde, l’espropriazione forzata si fonda sul titolo e pende in virtù del pignoramento. Sotto tal profilo, il curatore non può esercitare poteri maggiori di quelli che ascrivibili in origine al procedente (nemo plus iuris ad alium transferre potest quam ipse habet). [17]

Qualora difettino, per inesistenza o nullità, il titolo esecutivo o il pignoramento l’esecuzione è travolta al pari del subentro.

 

  1. 5. LE MODALITÀ DEL SUBENTRO.

Posto che nell’esecuzione forzata vale il principio di cui all’art. 82, comma 3, c.p.c., il curatore è tenuto a depositare atto con il quale, con l'obbligatorio patrocinio di difensore munito di procura, dichiara di subentrare al creditore procedente.

Il subentro è espressione di una scelta eminentemente discrezionale del curatore, che va trasfusa nel programma di liquidazione sottoposto all'approvazione del comitato dei creditori (art. 104-ter, comma 1, l. fall.).

La scelta esige, anzitutto, una congrua motivazione sull'interesse, per il ceto creditorio, di dare corso alla vendita del singolo bene pignorato, in luogo dell'intero complesso aziendale. In linea di principio, l’art. 105 l. fall. impone al curatore la preservazione e la valorizzazione, a fini liquidatori, del going concern. In tal senso, l’indicazione di sistema nel senso dell’alienazione tendenzialmente unitaria dell’azienda e dei suoi rami esclude che l’opzione del curatore per la vendita atomistica dell’immobile possa giustificatamente reggersi, in misura assorbente, sull’avvenuto, mero espletamento della stima del bene pignorato e/o sull’eseguito deposito della documentazione ex art. 567 c.p.c.. L’economia processuale e il risparmio dei costi sono recessivi in rapporto all’esigenza di salvaguardare l'integrità dell'azienda in funzione di una sua più proficua cessione quale complesso di beni organizzato a fini produttivi[18].

 

  1. 6. LA CONSERVAZIONE DEGLI EFFETTI DEL PIGNORAMENTO IN IPOTESI DI LIQUIDAZIONE ENDOFALLIMENTARE DEI BENI.

Una parte della dottrina ritiene che si realizzi la caducazione degli effetti materiali del pignoramento ogni qualvolta il curatore non si avvalga della facoltà di subentro[19].

Tuttavia, nella ricostruzione del sistema odierno, la necessità di escludere dall’orizzonte applicativo delle norme le conseguenze dirompenti adombrate nel paragrafo che precede impone di accogliere una diversa lettura del rapporto tra gli artt. 51 e 107, comma 6, l. fall.

In linea di continuità con la visione ante Riforma, il subentro facoltativo si disvela quale manifestazione del più generale potere di disposizione dei beni del fallito che al curatore compete e che trova fonte nella legge fallimentare e, segnatamente, nell’art. 31[20]. Il subentro si connota pur sempre quale eminente manifestazione del più generale potere di disposizione dei beni del fallito, che al curatore compete in forza dell’art. 31 l. fall.[21].

L’art. 51, d’altronde, si limita a prevedere l'improcedibilità delle espropriazioni in corso su iniziativa dei singoli creditori, mentre l’art. 107 nient’altro descrive che le forme che il curatore deve seguire qualora opti per l'intervento nella procedura pendente, rimandando tout court alle disposizioni del codice di rito, salva la clausola di compatibilità.

Non può essere accidentale, peraltro, che le norme regolatrici tacciano sugli effetti sostanziali del pignoramento e sul fatto che essi siano destinati a svanire in ipotesi di liquidazione endofallimentare.

Né le norme evocate possono essere interpretate in un senso che varrebbe a prescludere l’opportunità di scelta effettiva del curatore, che dev’essere posto nella condizione reale di scegliere tra lo sposare le norme codicistiche “aderendo” all’espropriazione forzata in corso e lo smarcarsi dalle forme consuete e in certo senso paradigmatiche, per coniarne di nuove e destrutturate.

Si intende dire che, nel programma di liquidazione il curatore deve poter prediligere le modalità di liquidazione che ritiene più efficienti e convenienti in rapporto al caso di specie, senza che la preferenza per la liquidazione endofallimentare, in luogo di quella per la prosecuzione dell’espropriazione singolare in corso, sia suscettibile di compromettere la massa dei creditori sotto l’aspetto basilare della conservazione degli effetti del pignoramento che sta alla base dell’esecuzione individuale abdicata.

Le locuzioni adoperate non sono, sotto tal profilo, meramente casuali, ma a loro modo sintomatiche e rigorose: in tal senso è d’indubbio significato che il processo espropriativo per la cui prosecuzione il curatore non abbia optato non si estingua a norma di legge, ma semplicemente rimanga improcedibile. Esso non prosegue oltre, ma gli effetti sostanziali che l’hanno articolato vengono assorbita nell’esecuzione collettiva fallimentare, con la piena conservazione di quelli correlati al pignoramento[22], tra cui l’effetto fissato dall’art. 2916 c.c., in base al quale nella distribuzione della somma ricavata dall'esecuzione non si tiene conto delle ipoteche, anche se giudiziali, iscritte dopo il pignoramento.

Giova considerare che la vendita endofallimentare non è che una forma peculiare vendita forzata, quand’anche venga attuata con modalità competitive deformalizzate.

Del resto, non è lo schema operativo adoperato a venire in decisivo risalto, ma l'ambito espropriativo in cui la vendita si colloca e la declinazione coattiva che essa comunque comporta, nella misura in cui si svolge contro la volontà del debitore e sovraordinate rispetto a quelle correlate al singolo creditore.

Qualora non sia quello espresso l’orizzonte interpretativo accolto, il curatore sarebbe sempre tenuto a proseguire l'esecuzione singolare onde conservare gli effetti del pignoramento. Ne uscirebbe irreparabilmente svilita, non solo la sua facoltà discrezionale di scelta ex art. 107, comma 6, l. fall., ma anche la centralità conferita all’organo della curatela nel quadro della pianificazione liquidatoria della riforma del 2005[23].

Ed allora il comma 6 dell'art. 107 l. fall., nella parte in cui evidenzia che il curatore “può subentrare”, è semplicemente teso a consentire all’organo anzidetto di far propria, in uno con gli effetti sostanziali del pignoramento “ereditati” de plano in esito alla declaratoria fallimentare, anche l'attività processuale già compiuta nel procedimento esecutivo individuale, con il solo onere dell'adempimento degli ulteriori atti di impulso previsti dal codice di rito per pervenire alla conclusione dello stesso procedimento. In virtù dell’art. 107, comma 6, in altri termini, il curatore, dunque, potrà operare, in via generale, una scelta di opportunità e convenienza tra: a) il mantenimento degli effetti anche processuali degli atti già posti in essere dal creditore, proseguendo nel procedimento pendente; b) l'arresto di tale procedimento, con l’attrazione in sede concorsuale di ogni attività di liquidazione dei beni già sottoposti a pignoramento.

Nel senso indicato si è orientata la Corte di Cassazione[24]: l’improcedibilità del giudizio esecutivo individuale non determina la caducazione degli effetti sostanziali del pignoramento, giacché nella titolarità di quegli effetti è già subentrato automaticamente e senza condizioni il curatore a norma dell’art. 107. Per cui, alla stregua di quanto previsto dagli artt. 2913 e ss. c.c., gli atti (soprattutto traslativi) successivi al pignoramento sono comunque inopponibili al fallimento ancorché il curatore prediliga la vendita in sede fallimentare, tralasciando l’opportunità di intervenire nella procedura esecutiva[25].

Tale principio, tuttavia, presuppone necessariamente l'astratta possibilità che il curatore si sostituisca al creditore istante, usufruendo per conto della massa dell'inefficacia degli atti trascritti dopo il pignoramento (art. 2916 c.c.), o comunque che, pendente tale situazione di inefficacia, gli effetti della dichiarazione di fallimento si saldino con la medesima (art. 51) con conseguente irrilevanza della eventuale successiva improcedibilità del procedimento esecutivo singolare non coltivato dal curatore. Diversa è invece la situazione allorquando, come nella fattispecie, sia venuta meno l'efficacia del pignoramento anteriormente alla dichiarazione di fallimento in quanto in conseguenza della stessa divengono efficaci per i creditori e quindi anche per il curatore del successivo fallimento le trascrizioni medio tempore effettuate, non potendo evidentemente quest'ultimo giovarsi, subentrandovi, di una posizione giuridica non più esistente.

Il fallimento produce gli effetti di un pignoramento soggettivamente ed oggettivamente universale del patrimonio del fallito, il che vuol dire che , nel senso che tutti i beni del fallito vengono vincolati al soddisfacimento paritario di tutti i creditori che saranno ammessi al passivo, salve le cause legittime di prelazione, così attuandosi il concorso formale e sostanziale. Il fallimento è, da questo angolo di visuale, anche (e soprattutto) un processo esecutivo, avviato dalla sentenza dichiarativa, che alla medesima stregua di un pignoramento individuale spossessa il debitore e ne vincola i beni al soddisfacimento dei creditori[26]. Dichiarato il fallimento in pendenza dell'espropriazione forzata, si verifica, con buona evidenza, un fenomeno omologo alla consecuzione di pignoramenti sul medesimo bene, regolata dall’art. 493 c.p.c., il cui primo capoverso prevede che “il bene sul quale è stato compiuto un pignoramento può essere pignorato successivamente su istanza di uno o più creditori”.

Quando il fallimento sopraggiunge all'avvio dell'espropriazione forzata, esso opera alla stregua di un pignoramento successivo del bene già attinto da un creditore, ma a beneficio dell'intera massa dei creditori. E tale effetto non può che prodursi ipso iure, quantunque il curatore non si serva della facoltà di subentro.

In ogni caso, infatti, l'organo fallimentare può coltivare l'esecuzione singolare od intraprendere la liquidazione concorsuale, senza che i creditori rimasti estranei alla prima (in quanto in essa non intervenuti) siano pregiudicati da alienazioni del bene pignorato compiute e trascritte antecedentemente alla sentenza dichiarativa. Ciò proprio in virtù dell'estensione al secondo pignorante – quindi, segnatamente, alla massa dei creditori –degli effetti protettivi del primo pignoramento.

Il pignoramento, in quanto vincolo a “porta aperta”, è inidoneo a precludere l'intervento di altri creditori sicché, anche in ipotesi in cui l’esecuzione forzata singolare non sia proseguita dal curatore, esso finisce per essere assorbito dalla procedura concorsuale, in guisa da agevolare l’intero ceto creditorio. Nel nostro sistema il primo vincolo ha e conserva la sua efficacia anche dopo il fallimento, per il periodo che intercorre tra il suo sorgere e quest'ultimo fenomeno.

La riassunta conclusione non è revocata in dubbio dalla lettera della legge e dall’espressione di facoltatività che si coglie nella locuzione “può subentrare” riferita dall’art. 107, comma 6, al curatore.

Se la sostituzione non operasse, comunque, di diritto, il legislatore non avrebbe previsto come conseguenza del mancato subentro l’improcedibilità dell’esecuzione, bensì la sua estinzione per mancato impulso della curatela, ai sensi dell’art. 631 c.p.c..

È da dire che l’art. 632, comma 2, c.p.c. prevede che l'estinzione “rende inefficaci gli atti compiuti”. Benché detta regola sia suscettibile d’estenzione anche alle ipotesi innominate di improcedibilità, essa non puà rilevare in caso di fallimento, poiché la conseguenza sarebbe la cessazione retroattiva degli effetti sostanziali del pignoramento e l'opponibilità alla massa degli atti dispositivi compiuti dal debitore prima della dichiarazione di fallimento (quelli successivi essendo inefficaci ex art. 44 l. fall.).

Il curatore verrebbe, pertanto, costretto a proseguire l'esecuzione singolare per non produrre tale nefasto risultato, incorrendo in responsabilità civile nei confronti dei creditori; quindi la liquidazione unitaria dell'azienda in sede fallimentare sarebbe impedita quando il debitore avesse disposto del singolo bene pignorato.

In realtà, non si può non ritenere che l’improcedibilità prevista dall'art. 107 l. fall. non sia affatto equiparabile, quoad effectum, all'estinzione: sarebbe invero incongruente facoltizzare il curatore a chiedere al giudice dell'esecuzione di adottare un provvedimento di anticipata chiusura che, rendendo inefficace il pignoramento, pregiudicherebbe i creditori. Se il curatore fosse in grado, non subentrando nell'esecuzione pendente, di rendere opponibili ai creditori (e non soltanto a quelli pignorante ed intervenuti, ma anche a coloro che sono rimasti estranei all'espropriazione forzata) le alienazioni del bene pignorato anteriori al fallimento, disporrebbe – in carenza manifesta di potere – dei diritti acquisiti dai creditori, tra i quali figura quello all'inopponibilità degli atti di cui agli artt. 2913 ss. c.c..

Deve, dunque, reputarsi che, nei casi declaratoria di improcedibilità della procedura esecutiva che consegue all’opzione della curatela per moduli alternativi alla prosecuzione della procedura in corso, il giudice dell’esecuzione non possa procedere alla cancellazione del pignoramento, posto che gli effetti prenotativi che ad esso si collegano rimangono a beneficio della massa dei creditori. Sarà prerogativa del giudice delegato alla procedura concorsuale, ai sensi dell’art. 108, coomma 2, cancellare la trascrizione del pignoramento dopo che la vendita sarà stata eseguita.

Il principio della conservazione degli effetti sostanziali del pignoramento quand’anche l'esecuzione individuale non sia proseguita dal curatore è stato ribadito, in modo incisivo, in un recente arrêt della Suprema Corte[27].

 

  1. 7. LE CONSEGUENZE DEL SUBENTRO

Il quadro normativo impone al curatore subentrato l'osservanza delle norme del codice di rito e quindi anche dei relativi termini perentori.

La vendita si svolge a norma degli artt. 570 ss. cod. proc. civ., le opposizioni agli atti esecutivi ed il reclamo contro gli atti del professionista delegato saranno proposti al giudice dell'esecuzione, cui ovviamente compete anche la pronuncia del decreto di trasferimento.

L’organo fallimentare si giova degli atti precedentemente compiuti dai creditori e dall'ufficio esecutivo: in primis del pignoramento, ma anche dell'eventuale aggiudicazione del bene.

Se l'aggiudicatario decade, per omesso versamento del saldo, la cauzione è incamerata a beneficio della massa dei creditori, rappresentata dal curatore.

Qualora il bene venga successivamente aggiudicato ad un prezzo inferiore a quello offerto dall'inadempiente, il decreto ingiuntivo ex art. 177 disp. att. cod. proc. civ. dovrà essere pronunciato in favore dell’organo concorsuale.

Il subentrante sottostà ai medesimi oneri processuali che incombono sul creditore nella fase liquidatoria: il curatore pertanto, pena l’estinzione del processo esecutivo, dovrà provvedere, se del caso, all'iscrizione a ruolo, al deposito dell'istanza di vendita e della documentazione ex art. 567 c.p.c., ove a detti incombenti non abbia già assolto un creditore titolato anteriormente della dichiarazione di fallimento.

Il mancato compimento tempestivo degli atti d'impulso, da parte del curatore, conduce all’estinzione ai sensi dell’art. 631 c.p.c.

Qualora, per una qualsiasi ragione, venga meno il titolo che aveva legittimato la sostituzione del curatore, i singoli creditori riassumono la legittimazione all'azione esecutiva individuale e, se questa era stata proseguita dal curatore, ai sensi dell'art. 107 l. fall., possono a loro volta proseguirla dal punto al quale era giunto il curatore[28].

A base del principio v’è l’opportunità del risparmio del tempo e delle attività processuali complesse e dispendiose già poste in essere per l'instaurazione della procedura esecutiva individuale e per la sua prosecuzione da parte del fallimento[29].

In ipotesi di subentro del curatore nella procedura in corso procedura esecutiva non sopravvivono le opposizioni all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., dal momento che, in virtù della dichiarazione di fallimento, i crediti sono suscettibili d’essere accertati solo in sede fallimentare, mediante le forme del concorso formale ex art. 52 l. fall.

Non rimangono in piedi neppure le opposizioni di terzo all’esecuzione ex art. 619 c.p.c., sol che si consideri che i diritti dei terzi devono essere fatti valere nelle forme della rivendicazione ex artt. 93 e 103 l. fall.

Il subentro obbliga il curatore ad avvalersi, per la liquidazione dei beni acquisiti all’attivo, delle forme del processo esecutivo. Ciò comporta, esemplificativamente, che il curatore sarà facoltizzato ad esercitare le prerogative normalmente proprie del ceto creditorio, tra cui quella relativa al dissenso ex art. 572 c.p.c. in ordine all’unica offerta di acquisto. La sospensione della vendita avverrà, se del caso, in forza dell’art. 586 c.p.c., non già mediante il ricorso ab externo al potere contemplato dall’art. 108 legge fall, che vede il proprio orizzonte applicativo circoscritto ai casi in cui la liquidazione venga svolta in sede endofallimentare.

 

  1. 8. LA CLAUSOLA DI COMPATIBILITÀ E I SUOI COROLLARI IN MATERIA DI RIPARTO

Il rinvio alle norme sull'esecuzione singolare è condizionato da una clausola di compatibilità

In tal senso, in virtù della quale la distribuzione non è governata dagli artt. 541 ss. c.p.c. (nell’esecuzione mobiliare) e 596 ss. c.p.c. cod. proc. civ. (nell'esecuzione immobiliare), atteso che ciò comporterebbe l'attribuzione del ricavato a creditori non ammessi al passivo del fallimento e il soddisfacimento dei soli creditori concorrenti, in violazione del principio della par condicio creditorum, con compromissione delle regole del concorso formale e sostanziale, che connotano la disciplina del fallimento.

Da ciò consegue che, nelle esecuzioni individuali proseguite dalla curatela, l'intero ricavato dev’essere devoluto, al lordo delle spese sostenute nel processo, al curatore, affinché al riparto possa provvedere in sede fallimentare il giudice delegato.

In buona sostanza, a proseguire secondo le norme codicistiche è la sola fase liquidatoria, non anche quella satisfattiva, che, per converso, si compendia nella devoluzione al curatore del prodotto monetario dell’alienazione forzosa.

In ogni caso, le spese anticipate dall’originario creditore procedente nell’ambito del processo d’esecuzione proseguito dal curatore sono assistite, in sede fallimentare, dal beneficio della prededuzione ex artt. 2755 e 2770 c.c. In tal senso, milita l’evidente circostanza per la quale dette spese appaiono effettuate nell’interesse della massa dei creditori, che si agevola, tanto del pignoramento e dei suoi effetti sostanziali (artt. 2113 e ss. c.c.), quanto degli atti esecutivi posti in essere fino al subentro del curatore[30].

Nondimeno, gli esborsi “funzionali” anticipati dal creditore procedente non vanno prededotti dal ricavato della vendita, da riversare, di contro, interamente al curatore. Ciò in quanto il privilegio ex art. 2770 c.c. non può che essere sottoposto alla verifica del passivo e riconosciuto, nel concorso tra i creditori, dal giudice delegato. In tal senso, si è indotti a titenere che la regola in forza della quale le spese devono essere liquidate dal giudice davanti al quale si è svolto il processo è soppiantata dalla lex specialis che riserva al giudice delegato l'accertamento del passivo.

 

  1. 9. LA DICHIARAZIONE DI IMPROCEDIBILITÀ DELL’ESECUZIONE INDIVIDUALE

Qualora il curatore non ritenga di dare impulso all’esecuzione forzata, portandola innanzi, al sopravvenire del fallimento (o della liquidazione coatta amministrativa) consegue l’improcedibilità dell'esecuzione medesima, fermi e impregiudicati, a tutela del concorso, gli effetti conservativi del pignoramento originario[31].

L'improcedibilità in discorso non estingue il processo esecutivo, ma lo conserva in stato di sospensione, fintantoché il bene non sia alienato in sede fallimentare o sia, per converso, escluso per derelictio dal programma di liquidazione. La sospensione viene meno anche allorché il fallimento sia revocato o chiuso senza che la vendita endofallimentare del bene sia efficacemente avvenuta[32].

Da ciò deriva che il giudice dell'esecuzione non deve ordinare la cancellazione della trascrizione del pignoramento immobiliare nel mentre dichiara l’improcedibilità dell’esecuzione forzata singolare, dietro impulso in tal senso del curatore.

D’altronde, l'esigenza stessa di imporre, ai sensi dell’art. 51 l. fall., il temporaneo arresto delle azioni esecutive individuali si lega alla necessità che il bene pignorato non sia liquidato a beneficio dei soli concorrenti nell'espropriazione. Il solo strumento che si rivela idoneo allo scopo è quello della sospensione.

In tal senso, quella disciplinata dall'art. 51 è una fattispecie di sospensione ex lege dei processi esecutivi pendenti in danno del fallito e di privazione temporanea dell’azione esecutiva spettante ai singoli creditori.

Il fallimento produce, in altri termini, l’effetto inibitorio connaturale al provvedimento di sospensione nei confronti dei creditori, attribuendo, contemporaneamente, al curatore la legittimazione straordinaria a proseguire l'esecuzione, in luogo di essi, ed a concluderla con l'incasso del ricavato o, in alternativa, la facoltà di avocare la vendita in sede fallimentare.

Ove, il curatore opti per questa seconda opportunità, l'esecuzione pendente, rimane quiescente ex lege sicché “nessun atto esecutivo può essere compiuto” ad istanza dei creditori (art. 626 c.p.c.).

Se l’improcedibilità dell’art. 51 l. fall. è, all’evidenza, un’ipotesi di sospensione, è evidente che la locuzione normativa si profili impropria: l'improcedibilità si risolve, infatti, in un temporaneo divieto a carico dei creditori di proseguire l'esecuzione e non in una anticipata chiusura, la quale altrimenti non potrebbe che rendere inefficace il pignoramento e quindi opponibili alla massa le alienazioni del bene compiute dal debitore.

Da quanto detto è d’uopo evincere che nel chiedere la declaratoria di improcedibilità, il curatore non fa che domandare al giudice dell'esecuzione di dare atto che egli non intende subentrarvi e che il processo esecutivo resta, pertanto, sospeso, non potendo i creditori (i cui titoli sono temporaneamente privati della vis executiva) coltivarlo.

L'improcedibilità de qua non è, dunque, una misura estintiva, ma semplicemente ricognitiva della sospensione dell'esecuzione individuale. Al che consegue che gli effetti sostanziali del pignoramento rimangono integralmente vitali, posto che il pignoramento semplicemente si traduce, da vincolo preordinato all'espropriazione forzata individuale, in misura conservativa statica del bene, a salvaguardia delle ragioni della massa.

In altri termini, il pignoramento muta funzione, poiché da strumento atto a individuare il bene, vincolandolo al soddisfacimento del creditore procedente e degli intervenuti successivi, diviene mezzo d’attuazione della garanzia patrimoniale e della par condicio tra i creditori.

La subordinazione del processo esecutivo a quello fallimentare implica, infatti, l’arresto del primo finché pende il secondo. In tal senso, se il fallimento determina la trasformazione dell'azione esecutiva individuale in azione concorsuale, da esercitare per il tramite della domanda di ammissione al passivo, è, del pari, evidente che la revoca o chiusura del fallimento determina la reviviscenza dell’azione esecutiva medesima.

Lo stato di temporanea quiescenza del processo esecutivo, con il correlato impedimento a compiere atti di impulso (art. 626 c.p.c.), è garanzia dell'unicità ed universalità del processo di liquidazione del patrimonio del fallito. L'esecuzione non prosegue, ma neppure è retroattivamente caducata; essa rimane sospesa, per volontà del curatore che dà seguito alla liquidazione fallimentare. Coerentemente trova applicazione il principio per cui la sospensione non infima gli atti compiuti, né determina la cessazione degli effetti materiali del pignoramento.

 

  1. 10. L’IPOTESI DEL CURATORE INERTE.

Una complessa questione si apre allorché il giudice dell’esecuzione venga a accidentalmente conoscenza della pronuncia di fallimento, medio tempore intervenuta, del debitore esecutato. Invero, se, per un verso, ai fini della dichiarazione di improcedibilità, è imprescindibile un’istanza espressa del curatore, per altro verso, gli atti posti in essere successivamente alla declaratoria fallimentare, nel contesto della procedura individuale, sarebbero inefficaci ope legis ai sensi dell’art. 51 l. fall.

Posto che il curatore "può" subentrare nelle procedure esecutive pendenti alla data di dichiarazione di fallimento del debitore esecutato (art. 107, comma 6), ma è facoltizzato, per contro, pure ad abdicarvi, è immanente nel sistema il rischio di uno stallo permanente connesso a tutti i casi in cui il curatore, da un lato non si “affacci” nella procedura individuale nell’ottica di darvi impulso a beneficio della massa, dall’altro non invochi immantinente la dichiarazione di improcedibilità.

Benché consti il diritto del creditore procedente di impugnare con il reclamo ex art. 36 l’inerzia della curatela fallimentare, è indispensabile, in una prospettiva di funzionalità del sistema, ricorrere allo schema tratteggiato dall’art. 498 c.p.c. per i creditori iscritti, indirizzando un avviso agli organi concorsuali in funzione dell’opportunità di sollecitarli a valutare l’opportunità o meno del subentro del curatore nella procedura esecutiva individuale.

Ora, ancorché l'art. 107, sesto comma, l. fall. riservi all'iniziativa del curatore la richiesta di improcedibilità dell'esecuzione nella quale egli non ritenga di dover subentrare, deve reputarsi che il giudice dell'esecuzione non possa dar seguito alla fase espropriativa sol che sia a conoscenza del fallimento del debitore. In tal senso,  l'art. 51 l. fall. sembra contemplare un divieto insormontabile rivolto, esplicitamente ai creditori, ma implicitamente anche al giudice dell’esecuzione. Un diversa lettura sarebbe irrimediabilmente confliggente con lo scopo della norma e il suo ruolo nel sistema.

Il divieto è, all’evidenza, finalizzato a conservare l’integrità del patrimonio del fallito, nell’ottica di procedere alla sua ordinata e proficua liquidazione unitaria. Si intende scongiurare l’alienazione parcellizzata dei beni, posto che gli stessi, assurgendo sovente a componenti essenziali dell'azienda, ne sbarrerebbero la cessione unitaria, eventualmente previo affitto o esercizio provvisorio.

Il divieto mira, poi, ad escludere che sul ricavato della vendita forzata finiscano per soddisfarsi soltanto taluni creditori – ossia qualli palesatisi ritualmente nell’esecuzione individuale – in pregiudizio di tutti gli altri.

Se si constata l’ubicazione dell’art. 51 nel complesso delle norme tese a disciplinare gli “effetti del fallimento per i creditori”, quindi l'incidenza della dichiarazione di fallimento sui diritti sostanziali e sui poteri processuali dei creditori, se ne coglie la reale portata sistematica: la norma si risolve in una imprescindibile inibitoria ope legis dell'esercizio dell'azione espropriativa.

In definitiva, il giudice dell'esecuzione, appresa la notizia del fallimento, deve sospendere la liquidazione in attesa delle determinazioni del curatore, che può sollecitare mediante apposito avviso.

 

  1. 11. CONSEGUENZE E COROLLARI DELLA VIOLAZIONE DELL’ART. 51 L. FALL.

La violazione dell’art. 51 l. fall. non è assistita da esplicita sanzione.

Peraltro, ove si consideri che il fallimento determina la sospensione ex lege dell'esecuzione singolare, se ne ricava in coerenza che gli atti compiuti dai creditori in violazione del divieto di proseguire l'esecuzione individuale non sono nulli, ma inefficaci, sebbene l'inefficacia sia rilevabile d'ufficio.

Detti atti, tra i quali vanno ricompresi sia la vendita che il riparto, in quanto relativi ad una procedura di esecuzione forzata individuale protrattasi pur dopo l’intervenuta dichiarazione di fallimento (ignorata dal giudice dell’esecuzione) sono, peraltro, senz’altro improduttivi d’effetti ex lege ai sensi dell’art. 44 l. fall.[33] .

La giurisprudenza ritiene la legittimazione del debitore esecutato, in costanza di fallimento, a proporre opposizione all'esecuzione mirata a far constare detta circostanza[34].

Una risalente pronuncia di legittimità statuì che la non rilevabilità d’ufficio della violazione del divieto di inizio o prosecuzione delle esecuzioni singolari, evidenziando come quest’utima potesse essere denunciata soltanto dal curatore[35].

Il principio è stato successivamente riaffermato dalla Suprema Corte, che ha evidenziato l’eccepibilità dell’inefficacia da parte del solo curatore, non anche del fallito[36].

Solo più recentemente, la Suprema Corte ha espresso un avviso di segno antitetico, osservando la titolarità in capo al giudice dell'esecuzione del potere di rilevazione officiosa, muovendo dal dato dell’indisponibilità del divieto in capo alle parti[37]. Del resto, se, da un lato, in virtù del fallimento  il creditore è privato dei poteri di azione e di impulso, dall’altro, l'inefficacia (temporanea) del titolo si connota alla stregua di presupposto processuale.

Qualora l’assegnazione o l'aggiudicazione del bene pignorato avvengano nonostante l’avvenuta dichiarazione di fallimento dell'esecutato, per prosecuzione del procedimento espropriativo in spregio all'art. 51 l.fall., il vizio che le connota è, secondo autorevole avviso, quello della nullità[38].

La circostanza che la vendita e l’assegnazione non siano afflitte da un vizio formale e che, in ogni caso, il vizio che le contrassegna sarebbe destinato a sanarsi in mancanza di opposizione agli atti esecutivi nel circoscritto termine di venti giorni (art. 617 c.p.c.) è valorizzata dalla diversa tesi dell’inefficacia dell’atto dismissivo nei confronti della massa dei creditori. Il curatore, in tal senso, rimarrebbe legittimato pienamente a liquidare il bene già trasferito al terzo, in deroga all’art. 2919 c.c.[39] e con obbligo dell’aggiudicatario (o assegnatario) del bene di consegnarlo all’organo concorsuale che glielo richieda[40].

Del resto, con riferimento a immobili o mobili registrati viene in rilievo l'art. 45 l.fall., che dichiara inefficaci nei confronti dei creditori le formalità per rendere opponibili gli atti ai terzi eseguite dopo la dichiarazione di fallimento, con la conseguenza che la trascrizione del decreto di trasferimento del bene espropriato non è opponibile alla massa dei creditori. A detta corrisponde il corollario in base al quale il curatore potrà giustappunto procedere alla vendita fallimentare come se l'immobile od il mobile registrato fosse ancora di proprietà del fallito.

Nella diversa ipotesi che il bene, di qualunque natura, sia stato assegnato al creditore procedente o ad altro creditore concorrente, l'assegnatario è invece a conoscenza della dichiarazione di fallimento, che addirittura può essere stata pronunciata su sua istanza. Egli non può, pertanto, in alcun modo invocare il suo affidamento incolpevole, avendo scientemente obliterato il divieto di proseguire l'esecuzione singolare dopo il fallimento. L'assegnazione disposta in suo favore è, in tal guisa, inefficace, occorrendo che il curatore promuova la dichiarazione di inefficacia ex art. 44 l.fall. per avere l'atto dispositivo attinto un bene ricompreso nella massa fallimentare. Il bene sarà, pertanto, oggetto, all'esito della declaratoria di inefficacia, di vendita in sede fallimentare.

Ciò detto, mette in punto l’osservare che l'inefficacia afferisce anche gli atti abdicativi posti in essere con riguardo ad un procedimento di esecuzione forzata. Del resto, se il creditore potesse sic et simpliciter rinunciare agli atti del processo esecutivo pure in seguito alla declaratoria fallimentare, quindi nelle more del subentro eventuale da parte del curatore, egli potrebbe condizionare e influenzare in senso anomalo l’opponibilità alla procedura degli atti dispositivi del bene staggito e delle ipoteche iscrittevi dopo la trascrizione del pignoramento.

 

[1] Dal che deriva che gli eventuali atti e pagamenti compiuti dal fallito dopo la pronuncia di fallimento sono inefficaci (art. 44 l. fall.).

[2] Al concorso formale sottostà qualsiasi credito, ancorché prelatizio: i crediti c.d. di massa (in ipotesi in cui siano oggetto di contestazione sulla collocazione o sull’importo), ogni diritto reale o personale mobiliare, i diritti reali immobiliari (gli ultimi due da accertarsi secondo le forme e le modalità prevedute dall’art. 103), i crediti esentati dal divieto delle azioni esecutive individuali ed i crediti che siano stati fatti valere in riconvenzionale da un creditore del fallito contro il quale il curatore abbia proposto una domanda giudiziale recuperatoria di un credito del fallito medesimo. V. per una articolata analisi W. Celentano, Effetti del fallimento per i creditori, su Fallimento e altre procedure concorsuali, diretto da G. Fauceglia e L. Panzani, Torino, 2009, p. 488 e ss.

[3] V. peraltro Cass. 2 dicembre 2011, n. 25850: Il divieto di azioni esecutive individuali posto dall'art. 51 l. fall. non osta alla procedibilità della revocatoria ordinaria già promossa dal creditore dell'alienante, ove la domanda ex art. 2901 cod. civ. sia stata trascritta anteriormente alla dichiarazione di fallimento dell'acquirente; diversamente, il creditore dell'alienante, pur trovandosi nella condizione di opponibilità alla massa, ai sensi dell'art. 45 l. fall., dell'azione proposta, resterebbe privo della garanzia patrimoniale ex art. 2740 cod. civ. e l'atto fraudolento gioverebbe ai creditori dell'acquirente fallito (per la sola sostituzione a questi dal curatore); l'azione revocatoria, infatti, pur se preordinata al soddisfacimento esecutivo del creditore, non può considerarsi un'azione esentiva, volta com'è a rendere in opponibile al creditore l'atto dispositivo compiuto dal debitore.

[4] Cfr. A. Penta, I rapporti tra esecuzione concorsuale ed esecuzione individuale. Il credito fondiario, in Dir. Fall., 2010, 292.

[5] Per effetto della combinata revisione degli artt. 24, 52 e 103 l.fall., anche le azioni intese a recuperare i beni in natura, liberandoli dallo spossessamento fallimentare, devono essere proposte nelle forme di cui all'art. 93 l.fall., con la domanda di ammissione al passivo, risultando così eliminata ogni distinzione tra domande di insinuazione di crediti e domande di rivendica o restituzione di beni determinati.

[6] Per la giurisprudenza v. Cass., 6 luglio 1999, n. 6968 in Rep. Foro it. 1999, v. Fallimento, n. 148; Cass., 26 settembre 1996, n. 8515, in Fallimento, 1997, p. 185; Cass., 22 novembre 1990, n. 11269, in Fallimento, 1991, p. 456.; Trib. Rovereto, 19 novembre 1998, in Foro it. 1999, I, c. 2098; Cass., 15 dicembre 1994, n. 10735, in Fallimento, 1995, p. 644. Per la dottrina v. V. G.G. Ruisi, in G.G. Ruisi (e P.F. Censoni), A. Jorio, A. Maffei Alberti, G.U. Tedeschi, Il fallimento, 2ª ed., Torino 1978, I, p. 434 ss.; G. Tarzia, L'oggetto del processo di espropriazione, Milano 1961, p. 528 ss.; C.E. Balbi, Effetti sostanziali del pignoramento e fallimento, in Giur. comm. 1984, II, p. 462 ss., spec. p. 472 ss.; G. Tarzia, Esecuzione forzata e procedure concorsuali, Padova 1994, p. 601 ss.; S. Satta, Diritto fallimentare, 3ª ed., Padova 1996, p. 371; P. Pajardi, Manuale di diritto fallimentare, 5ª ed., Milano 1998, p. 248; A. Bonsignori, Il fallimento, in Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell'economia, diretto da F. Galgano, Padova 1986, p.351; G. Ragusa Maggiore, Istituzioni di diritto fallimentare, 2ª ed., Padova 1994, p. 174; B. Inzitari, Effetti del fallimento per i creditori, in Commentario Scialoja-Branca, Legge fallimentare, a cura di F. Bricola, F. Galgano, G. Santini, Bologna-Roma 1988, p. 20; M. Foschini, v. Fallimento V) Effetti per i creditori, in Encicl. Giuridica, Roma 1989, XIII, p.1; L. Panzani, D. Colombini, Il fallimento. Profili applicativi, Torino 1999, p.147; F. Pastore, Lezioni di diritto fallimentare, Napoli 1993 p. 121 ss..

[7] V. Cass. 29 maggio 1997, n. 4743; Cass. 15 aprile 1999, n. 3729; Cass. 24 settembre 2002, n. 13865; Cass. 3 dicembre 2002, n. 17109; Cass. 16 luglio 2005, n. 15103; Cass. 8 novembre 2006. In dottrina v. M. Montanari, Commento sub art. 107, in G.U. Tedeschi (a cura di) Le procedure concorsuali, Torino, 1998, II, p. 1019 s..

[8] V. Cass., 8 novembre 2006, n. 23799; Cass., 16 luglio 2005, n. 15103; Cass., 3 dicembre 2002, n. 17109, in Fallimento, 2003, p. 1268; Cass., 24 settembre 2002, n. 13865, ivi, p. 631; Cass., 15 aprile 1999, n. 3729, in Giust. civ., 2000, I, p. 862, tutte concordi nell'affermare che il subingresso del curatore non era subordinato né all'intervento nell'esecuzione singolare, né ad un provvedimento di sostituzione da parte del giudice dell'esecuzione; l'esecuzione non proseguita dall'organo fallimentare diveniva improcedibile, ma con salvezza degli effetti sostanziali del pignoramento, «proprio perché nella titolarità di quegli effetti è automaticamente, e senza condizioni, già subentrato il curatore ex art. 107.

[9] Che non si concretizzasse una vera e propria sostituzione processuale ex art. 81 c.p.c. è evidente nella circostanza per la quale il curatore non agiva in nome proprio a tutela di un diritto altrui, ma nell'interesse della massa dei creditori.

[10] Picardi, La successione del curatore nell'esecuzione immobiliare, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1965, p. 514 ss.

[11] Così Cass. 11 dicembre 2009, n. 25963, in Fallimento, 2010, con nota di Conte, Opponibilità al curatore fallimentare, subentrato nella procedura esecutiva, di atti compiuti prima della conversione del sequestro in pignoramento, in motivazione. Così anche Cass. 16 maggio 2013, n. 11986, secondo cui, ove, prima della dichiarazione di fallimento, sia stato trascritto da un creditore il sequestro conservativo su un bene immobile, successivamente ceduto dal debitore ad un terzo, con acquisto trascritto anteriormente alla conversione della misura cautelare in pignoramento, a seguito dell'inizio dell'espropriazione forzata sul predetto bene ed a norma dell’art. 107 l. fall., il curatore si sostituisce al creditore istante, che perde ogni potere di impulso ai sensi del’art. 51 l. fall., e tale sostituzione opera di diritto, senza che sia necessario un intervento del curatore o un provvedimento di sostituzione del giudice dell'esecuzione; se il curatore interviene nell'esecuzione, si realizza un fenomeno di subentro nel processo, come manifestazione del più generale potere di disposizione dei beni del fallito legge, ex art. 31, ma non una vera e propria sostituzione processuale ex art. 81 cod. proc. civ., potendo perciò il curatore giovarsi degli effetti sostanziali e processuali del solo pignoramento, ex art. 2913 cod. civ., ma non sostituirsi nelle posizioni giuridiche processuali strettamente personali del creditore istante, dalle quali non deriva i propri poteri, che, invece, hanno fonte nella legge fallimentare. Ne consegue che mentre al curatore, come partecipante alla medesima esecuzione che con lui prosegue, sono inopponibili gli atti pregiudizievoli trascritti successivamente al pignoramento, egli non può giovarsi della inopponibilità degli atti che hanno per oggetto la cosa sequestrata in quanto tale, trattandosi di effetti di cui si avvantaggia, ex art. 2906 cod. civ., solo il creditore sequestrante.

[12] Avverte infatti C. Mandrioli, Delle parti, in AA.VV., Commentario del codice di procedura civile, diretto da Allorio, I, 2, Torino, 1973, p. 926 che nei casi di legittimazione straordinaria la titolarità dell'azione «spetta (o spetta anche) a soggetti (o nei loro confronti) che si affermano (o che sono affermati) soggetti attivi o passivi del rapporto dedotto in giudizio».

[13] Cfr. A. Bonsignori, La liquidazione dell'attivo e il riparto, in G. Ragusa Maggiore - C. Costa (a cura di) Le procedure fallimentari, Il Fallimento, Torino, 1997, 494.

[14] A. Paluchowski, Commento sub art. 104-ter e 107, in P. Pajardi, Codice del Fallimento, a cura di M. Bocchiola - A. Paluchowski, VII ed. Milano, 2013, 1348 s.; A. Maffei Alberti, Commentario breve alla legge fallimentare, VI ed., Padova, 2013, 748; M. Montanari, Commento sub art. 107, in C. Cavallini, Commentario alla legge fallimentare, Milano, 2010, 1049; P. Liccardo - G. Federico, Le modalità competitive della liquidazione concorsuale, in A. Jorio - M. Fabiani (diretto da), Il nuovo diritto fallimentare, 2010, Bologna, 553.

[15] V. Cass. 6 luglio 1999, n. 6968 che ha statuito che "In tema di esecuzione mobiliare presso terzi, la procedura esecutiva non può considerarsi definita fino a quando non sia avvenuta la distribuzione delle somme ai creditori, non essendo a tal fine sufficiente il provvedimento di assegnazione che, disposto solo pro solvendo a norma dell’ art. 553 c.p.c., non importa l’immediata liberazione dei debitori; peraltro, anche la pendenza del giudizio di opposizione, sia pure agli atti esecutivi, non consente di considerare esaurito il procedimento di esecuzione, ripercuotendosi la relativa decisione proprio in tale procedimento attraverso la verifica della regolarità dei singoli atti oggetto dell’opposizione, con la conseguenza che, in caso di dichiarazione di fallimento del debitore, l’intervento del curatore che chiede, anche in sede di opposizione e pur dopo il provvedimento di assegnazione, l’interruzione della procedura di espropriazione individuale, comporta l’improcedibilità della stessa ai sensi dell’art. 51 l. fall. ed il suo assorbimento in quella collettiva".

[16] Il giudice dell’esecuzione dovrebbe, dal canto suo, sollecitare il curatore all’intervento secondo lo schema “informativo” dell’art. 498 c.p.c., definendo successivamente il riparto con la mera assegnazione del ricavato al fallimento.

[17] Il pignoramento può palesarsi afflitto da vizi formali od extraformali tempestivamente denunciati con l'opposizione agli atti esecutivi e può aver assunto a bersaglio beni inespopriabili. Si consideri che esso, benché valido, può essere divenuto inefficace, per l’omesso deposito tempestivo della nota di iscrizione a ruolo o dell'istanza di vendita o della documentazione ex art. 567 c.p.c..

[18] Alla salvaguardia dell’unitarietà del bene azienda e degli intangibles alla stessa connessi sono preordinate le misure cautelari ex art. 15, comma 8, l. fall.

[19] Farina, Il subentro del curatore nell’espropriazione pendente, 2016, p. 1106; Soldi, Manuale dell'esecuzione forzata, 5a ed., Padova, 2016, p. 2289.

[20] Bozza, Criteri di liquidazione selettiva dell'attivo come strumento di gestione rapida ed efficiente del fallimento, in Fallimento, 2010, 1078.

[21] Così Cass. 16 maggio 2013, n. 11986, secondo cui, ove, prima della dichiarazione di fallimento, sia stato trascritto da un creditore il sequestro conservativo su un bene immobile, successivamente ceduto dal debitore ad un terzo, con acquisto trascritto anteriormente alla conversione della misura cautelare in pignoramento, a seguito dell'inizio dell'espropriazione forzata sul predetto bene ed a norma dell’art. 107 l. fall., il curatore si sostituisce al creditore istante, che perde ogni potere di impulso ai sensi del’art. 51 l. fall., e tale sostituzione opera di diritto, senza che sia necessario un intervento del curatore o un provvedimento di sostituzione del giudice dell'esecuzione; se il curatore interviene nell'esecuzione, si realizza un fenomeno di subentro nel processo, come manifestazione del più generale potere di disposizione dei beni del fallito legge, ex art. 31, ma non una vera e propria sostituzione processuale ex art. 81 cod. proc. civ., potendo perciò il curatore giovarsi degli effetti sostanziali e processuali del solo pignoramento, ex art. 2913 cod. civ., ma non sostituirsi nelle posizioni giuridiche processuali strettamente personali del creditore istante, dalle quali non deriva i propri poteri, che, invece, hanno fonte nella legge fallimentare. Ne consegue che mentre al curatore, come partecipante alla medesima esecuzione che con lui prosegue, sono inopponibili gli atti Così Cass. 16 maggio 2013, n. 11986, secondo cui, ove, prima della dichiarazione di fallimento, sia stato trascritto da un creditore il sequestro conservativo su un bene immobile, successivamente ceduto dal debitore ad un terzo, con acquisto trascritto anteriormente alla conversione della misura cautelare in pignoramento, a seguito dell'inizio dell'espropriazione forzata sul predetto bene ed a norma dell’art. 107 l. fall., il curatore si sostituisce al creditore istante, che perde ogni potere di impulso ai sensi del’art. 51 l. fall., e tale sostituzione opera di diritto, senza che sia necessario un intervento del curatore o un provvedimento di sostituzione del giudice dell'esecuzione; se il curatore interviene nell'esecuzione, si realizza un fenomeno di subentro nel processo, come manifestazione del più generale potere di disposizione dei beni del fallito legge, ex art. 31, ma non una vera e propria sostituzione processuale ex art. 81 cod. proc. civ., potendo perciò il curatore giovarsi degli effetti sostanziali e processuali del solo pignoramento, ex art. 2913 cod. civ., ma non sostituirsi nelle posizioni giuridiche processuali strettamente personali del creditore istante, dalle quali non deriva i propri poteri, che, invece, hanno fonte nella legge fallimentare. Ne consegue che mentre al curatore, come partecipante alla medesima esecuzione che con lui prosegue, sono inopponibili gli atti pregiudizievoli trascritti successivamente al pignoramento, egli non può giovarsi della inopponibilità degli atti che hanno per oggetto la cosa sequestrata in quanto tale, trattandosi di effetti di cui si avvantaggia, ex art. 2906 cod. civ., solo il creditore sequestrante.pregiudizievoli trascritti successivamente al pignoramento, egli non può giovarsi della inopponibilità degli atti che hanno per oggetto la cosa sequestrata in quanto tale, trattandosi di effetti di cui si avvantaggia, ex art. 2906 cod. civ., solo il creditore sequestrante.

[22] Condizione necessaria è peraltro che, nel frattempo, non sia sopravvenuta una causa di inefficacia del pignoramento stesso, la quale, anche quando non dichiarata dal giudice dell'esecuzione all'epoca della dichiarazione di fallimento, opera ex tunc ed automaticamente.

[23] Nonno, Art. 107, in Ferro (a cura di) La legge fallimentare. Commentario teorico pratico, cit., 1476; A. Paluchowski, Commento sub art. 104-ter e 107, cit., 1340; A. Penta, Effetti sostanziali delle vendite fallimentari, in questa Rivista, 2010, 1143; Caiafa, La liquidazione dell'attivo, in Didone (a cura di), Le riforme della legge fallimentare, Milano, 2009, 1205; Zanichelli, La nuova disciplina del fallimento e delle altre procedure concorsuali, Torino, 2008, 258; Fimmanò, La liquidazione dell'attivo fallimentare nel correttivo alla riforma, in Dir. fall., 2007, I, 860

[24] Cass. 2 dicembre 2010, n. 24442, ord., in Fallimento, 2011, 424, con nota di R. Conte, Subentro del curatore nella procedura esecutiva: Nell'ipotesi in cui, prima della dichiarazione di fallimento, sia stata iniziata da un creditore l'espropriazione di uno o più immobili del fallito, a norma dell'art. 107 l. fall., il curatore si sostituisce al creditore istante, e tale sostituzione opera di diritto, senza che sia necessario un intervento da parte del curatore o un provvedimento di sostituzione da parte del giudice dell'esecuzione; ove il curatore ritenga di attuare altre forme di esecuzione, la procedura individuale, non proseguita, per sua scelta, dal curatore, né proseguibile, ai sensi dell'art. 51 l. fall., dal creditore istante, diventa improcedibile, ma tale improcedibilità non determina la caducazione degli effetti sostanziali del pignoramento (tra cui quello, stabilito dall'art. 2916 cod. civ., in base al quale nella distribuzione della somma ricavata dall'esecuzione non si tiene conto delle ipoteche, anche se giudiziali, iscritte dopo il pignoramento), purchè però, nel frattempo, non sia sopravvenuta una causa di inefficacia del pignoramento stesso, la quale, benchè non dichiarata dal giudice dell'esecuzione all'epoca della dichiarazione di fallimento, opera "ex tunc" ed automaticamente. (Affermando detto principio e cassando la decisione impugnata, la S.C. ha ammesso al passivo privilegiato il creditore e così riconosciuto l'efficacia verso la massa dell'ipoteca iscritta dopo il pignoramento, affetto da inefficacia per non essere stata depositata nella relativa procedura la documentazione ipocatastale ai sensi dell'art.567 cod. proc. civ.).

[25] Cass. 12 luglio 2011, n. 15249: Non hanno effetto nei confronti del curatore del fallimento, che subentri nella posizione del creditore pignorante ex art. 107 l. fall., gli atti di alienazione di beni sottoposti a pignoramento, applicandosi il disposto dell'art. 2913 cod.civ..

[26] Sulla natura esecutiva del processo fallimentare e sull'equivalenza funzionale tra pignoramento e fallimento si è espressa la dottrina prevalente: Provinciali, Manuale di diritto fallimentare, I, 5a ed., Milano, 1969, p. 18 ss., 701 ss.; Micheli, Dell'esecuzione forzata, in Commentario del codice civile, a cura di Scialoja-Branca, 2a ed., Bologna-Roma, 1977, p. 77 ss.; Monteleone, Brevi note sulla natura giuridica del fallimento, in AA.VV., Studi in onore di Crisanto Mandrioli, II, Milano, 1985, p. 863 ss. (ora in Scritti sul processo civile, II, Roma, 2013, p. 273 ss.). In giurisprudenza, esplicitamente nel senso che la dichiarazione di fallimento attua il pignoramento generale dei beni del debitore in favore della massa dei creditori: Cass., 13 marzo 2014, n. 5792; Cass., 30 luglio 2009, n. 17735; Cass., 12 giugno 2009, n. 13759; Cass., 20 luglio 2007, n. 16158; Cass., 9 luglio 2004, n. 12684; Cass., 22 marzo 2001, n. 4090; Cass., 29 luglio 1997, n. 7078; Cass., 14 aprile 1988, n. 2960; Cass., 5 giugno 1987, n. 4915; Cass., 10 dicembre 1984, n. 6482; Cass., 21 giugno 1984, n. 3657.

[27] Cass., 22 dicembre 2015, n. 25802, in Fallimento, 2016, p. 677, con nota di Macagno, Conservazione degli effetti del pignoramento nella sequenza esecuzione forzata, concordato preventivo e fallimento: la risposta affermativa della S.C… Nella pronuncia è, tra l’altro, precisato che non si può giustificare anche l'imputazione al fallimento delle spese relative agli atti esecutivi compiuti, posto che essa è subordinata all'appropriazione dei predetti atti da parte del curatore, che ha carattere discrezionale, presupponendo la manifestazione della volontà di proseguire la procedura esecutiva, ai sensi dell'art. 107, comma 6, l. fall.; diversamente, infatti, il fallimento sarebbe tenuto a rispondere delle spese relative alle azioni esecutive promosse in epoca anteriore all'apertura della procedura concorsuale, anche nel caso in cui le stesse non avessero prodotto alcun vantaggio per la massa dei creditori, essendosi pervenuti alla vendita dei beni pignorati indipendentemente dalle attività compiute nell'ambito della procedura esecutiva.

[28] I casi in cui i creditori riprendono la legittimazione a proseguire l’esecuzione singolare sono, esemplificativamente, quello della chiusura del fallimento, della revoca del fallimento, dell’accertamento della opponibilità al fallimento del titolo di acquisto del terzo, perché anteriore sia al fallimento del debitore e sia al pignoramento ad iniziativa del creditore procedente.

[29] Cass. 19 luglio 1999, n. 7661.

[30] L'art. 111, comma 2, l. fall. considera prededucibili i crediti sorti “in occasione o in funzione delle procedure concorsuali” sicché, nella misura in cui, il ceto creditorio si giova degli atti compiuti dal creditore pignorante, le relative spese devono stimarsi sostenute in funzione della proficua liquidazione fallimentare.

[31] Detti effetti rimangono in vita anche quando il curatore non decida di proseguire la procedura individuale: Cass. civ., 24 settembre 2002, n. 13865; Cass. civ., 15 aprile 1999, n. 3739.

[32] Cessato il fallimento, ovvero la destinazione del bene alla massa dei creditori secondo le regole del concorso, cessa infatti anche l'esigenza di tutelare la par condicio creditorum.

[33] Cass. 3 dicembre 2002, n. 17109, cit.; Cass. 30 marzo 2005, n. 6737.

[34] Cass. 15 luglio 2016, n. 14449; Cass. 22 marzo 2011, n. 6546.

[35] Cass., 23 gennaio 1984, n. 546, in Giur. comm., 1984, II, p. 249.

[36] Cass., 3 dicembre 2002, n. 17109, in Fallimento, 2003, p. 1268, con nota di Baccaglini, Divieto di azioni esecutive individuali nelle procedure concorsuali.

[37] V. Cass. 15 luglio 2016, n. 14449 in motivazione.

[38] Satta, Diritto fallimentare, III ed., 1996, p. 371; Bonsignori, Della liquidazione dell'attivo, 1976, p. 144 s..

[39] E.F. Ricci, Espropriazione forzata e fallimento, in Riv. dir. proc., 2000, p. 975

[40] Garbagnati, Fallimento ed azioni dei creditori, in Esecuzione individuale e fallimento, p. 376.