Pignoramento presso terzi: Proponibilità autonoma dell’azione di risarcimento da parte del creditore procedente in caso di dichiarazione mendace od elusiva del Terzo pignorato

La Corte suprema di cassazione, terza sezione civile, con la sentenza n. 26962, pubblicata il 15/11/2017, in materia di esecuzione forzata presso terzi, conferma la proponibilità autonoma dell’azione di risarcimento ex art. 2043 c.c. nei confronti del terzo che abbia reso una dichiarazione falsa o reticente
Pignoramento presso terzi: Proponibilità autonoma dell’azione di risarcimento da parte del creditore procedente in caso di dichiarazione mendace od elusiva del Terzo pignorato

E’ pacifico che, nel processo esecutivo che si svolge nelle forme del pignoramento presso terzi, rivestono il ruolo di parti necessarie solo il creditore procedente ed il debitore esecutato. Il terzo, difatti, è – di norma – un soggetto estraneo alla procedura nella quale viene semplicemente coinvolto ed è considerato mero ausiliario di giustizia.

La riforma del 2012, completata dalle novelle del 2014 e del 2015, ed – in particolare – le previsioni dell’art. 548 c.p.c., come modificato (secondo cui il silenzio del terzo pignorato assume valenza di una dichiarazione presunta di contenuto positivo), induce a ritenere che il terzo abbia sì il ruolo di ausiliario del giudice, ma debba ritenersi titolare, più che di un onere di collaborazione, di un vero e proprio obbligo la cui inosservanza viene sanzionata in modo diretto e specifico.

La dichiarazione del terzo  che – quindi -può essere espressa o presunta, è atto del processo esecutivo, finalizzata al perfezionamento del vincolo imposto dal pignoramento alle somme dovute dal debitor debitoris, completando la fattispecie complessa dell’atto di pignoramento presso terzi con l’esatta indicazione delle somme di denaro o delle cose sottoposte ad esecuzione.

Ampio ed ancora aperto è il dibattito sulla natura della dichiarazione del terzo. L’opinione prevalente la ritiene qualificabile in termini di confessione e vi ricollega una vera e propria efficacia preclusiva, consentendo al terzo di rimettere in discussione l’esistenza del credito riconosciuto, ma solo previa impugnativa della dichiarazione in quanto viziata da violenza o errore di fatto. Con la dichiarazione resa il terzo deve specificare di quali cose o di quali somme è debitore o si trova in possesso e quando ne deve eseguire il pagamento o la consegna; deve altresì indicare l’esistenza di precedenti sequestri o pignoramenti eseguiti presso di lui, le cessioni che gli sono state notificate o che ha accettato, eventuali controcrediti che vanta o dichiara di vantare nei confronti dell’esecutato, gli accantonamenti eseguiti in caso di pignoramento ai danni di un lavoratore (art. 547, 1° e 2° co., c.p.c.).

È escluso che il terzo possa opporre l’esistenza di vincoli di destinazione, considerato che non ha alcun interesse a dedurli. Fa eccezione il sistema delle tesorerie di enti pubblici, nel quale la giurisprudenza di legittimità ha rinvenuto un onere del terzo di dichiarare i fatti, a sua conoscenza, da cui desumere gli elementi di eventuale impignorabilità delle somme giacenti, trattandosi di norme a presidio di un preminente interesse di natura pubblicistica.

Nulla quaestio, quando la dichiarazione di terzo ex art. 547 c.p.c. sia positiva: siffatta dichiarazione ha l'effetto di accertare in modo definitivo l'esistenza dei beni e dei crediti, aprendo la fase destinata all'assegnazione o alla vendita degli stessi, finalizzata a soddisfare il credito spettante al procedente.

Egualmente indiscutibile, nel caso di omessa dichiarazione, che l’accertamento della esistenza del credito è subordinata alla effettuazione di un duplice incombente (previsto dall’art. 548 I° co. c.p.c.). ed  "il credito pignorato o il possesso del bene di appartenenza del debitore, nei termini indicati dal creditore, si considera non contestato ai fini del procedimento in corso e dell'esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione", ove l'allegazione del creditore consente l'identificazione del credito o dei beni di appartenenza del debitore in possesso del terzo”.

Ove, infine, dovessero sorgere contestazioni sulla dichiarazione fornita dal terzo, ovvero, se a seguito della mancata dichiarazione del terzo non sia possibile l'esatta identificazione del credito o dei beni del debitore in possesso del terzo, l'art. 549 c.p.c., nel testo novellato, prevede che sia il giudice dell'esecuzione a provvedere (su istanza di parte, e compiuti i necessari accertamenti nel contraddittorio tra le parti e con il terzo), con ordinanza, la quale, produce effetti ai fini del procedimento in corso e dell'esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione ed è impugnabile nelle forme e nei termini di cui all'art. 617 c.p.c.  

Discordante, invece, è l’opinione della dottrina per l’ipotesi di dichiarazione elusiva, reticente o ingannevole: ad un primo orientamento, che assimila il terzo al destinatario dell’ordine di esibizione, si contrappone la teoria che riporta la responsabilità del terzo alla clausola generale di cui all’art. 2043 c.c., condivisa dalle S.U. della Corte di cassazione nella decisione del 18.12.87, n. 9407.

“Nell’espropriazione presso il terzo, qualora la dichiarazione da questi resa, ai sensi dell’art. 547 cod. proc. civ., risulti, in esito al successivo giudizio di accertamento contemplato dall’art. 549 cod. proc. civ., reticente od elusiva, sì da favorire il debitore ed arrecare pregiudizio al creditore istante, a carico di detto terzo deve ritenersi configurabile non la responsabilità processuale aggravata di cui all’art. 96 cod. proc. civ. (dato che egli, al momento di quella dichiarazione, non ha ancora la qualità di parte), ma con riguardo al dovere di collaborazione per illecito aquiliano, a norma dell’art. 2043 cod. civ., in relazione alla lesione del credito altrui per il ritardo nel conseguimento del suo soddisfacimento provocato con quel comportamento doloso o colposo…L’accertamento della responsabilità del terzo non potrà che avvenire nel giudizio ex art. 549 c.p.c., considerato che l’interesse del creditore permane solo in questa sede” ( Conformi: Cass., 3 aprile 2015, n. 6843, Cass., 4 marzo 2015, n. 4380,  Cass. 10 novembre 2000, n. 14630 - in senso parzialmente difforme, Cass., 19 settembre 1995, n. 9888).

Con la sentenza n. 26962, pubblicata il 15/11/2017, depositata il 15 novembre 2017 (Presidente M.M. Chiarini – Estensore C. D’Arrigo), terza sezione civile, la suprema Corte decide in conformità con i più recenti principi affermati recentemente con la sentenza n. 5037 del 28.02.2017 ed in continuità con la più risalente decisione delle S.U. innanzi richiamata.

Partendo dal presupposto che il contenuto di una dichiarazione possa non essere condiviso e che la contestazione debba essere contestata mediante l’accertamento dell’obbligo del terzo che si svolge nelle forme della cognizione sommaria previste dall’art. 549 c.p.c. nuova formulazione, il Collegio afferma  che, qualora il terzo si sottragga a tale dovere di collaborazione nell’interesse della giustizia attraverso una condotta elusiva che allontani nel tempo la definizione del procedimento esecutivo rendendo indispensabile la spendita di una ulteriore attività processuale a carattere incidentale e cognitivo, e quando questo ritardo sia direttamente foriero di un consequenziale pregiudizio aggiuntivo per il creditore esecutante, ricorrono i presupposti in presenza dei quali è dato al Giudice di merito di applicare i principi sulla lesione del diritto di credito da parte del terzo.

L’accertamento della sussistenza dei presupposti di detta responsabilità è certamente riservato al giudice di merito, “….restando semmai controverso se sia dapprima necessario esercitare, con esito vittorioso, l'azione di accertamento dell'obbligo del terzo pignorato (come sembra ritenere la risalente Sez. U, Sentenza n. 9407 del 18/12/1987, Rv. 456542), ovvero se il carattere reticente o elusivo della dichiarazione del terzo pignorato, tale da favorire se stesso o il debitore ed arrecare pregiudizio al creditore istante, possa essere accertato incidentalmente in altro giudizio (Sez. 3, Sentenza n. 5037 del 28/02/2017, Rv. 643141, secondo cui l'instaurazione del giudizio di accertamento dell'obbligo del terzo non costituisce condizione di proponibilità della domanda risarcitoria da parte del creditore procedente che assuma di aver subito danni per la dichiarazione falsa o reticente resa dal terzo pignorato).

In ogni caso la Corte nomofilattica esclude che a carico del terzo sia configurabile un'ipotesi di responsabilità processuale aggravata, si sensi dell'art. 96 c.p.c., dato che egli, al momento della dichiarazione ai sensi dell’art. 547 c.p.c., non riveste ancora la quanta di parte.

Ciò si basa su un dato incontrovertibile: il terzo, nel processo esecutivo, non assume la qualità di parte (che funge da presupposto per l’applicazione dell’art. 96 c.p.c) e, pur assumendola nel giudizio di accertamento,,il provvedimento emesso all’esito di quest’ultimo, è privo di rilevanza sostanziale nei rapporti tra creditore, debitore e terzo, essendo rilevante ai soli fini dell’esistenza e dell’entità del credito ed, inoltre, contiene un accertamento (efficace nei rapporti tra il terzo pignorato e il creditore procedente) che produce effetti esclusivamente endoesecutivi, rilevanti ai soli fini dell’assegnazione dei crediti oggetto del pignoramento.

Avuto, invece, riguardo al dovere di collaborare nell'interesse della giustizia, che al terzo incombe quale ausiliario del giudice, viene confermato che dalla dichiarazione falsa o reticente può discendere la responsabilità del dichiarante per illecito aquiliano, a norma dell'art. 2043 c.c., in relazione alla lesione del credito altrui per il ritardo nel conseguimento del suo soddisfacimento provocato con quel comportamento doloso o colposo.

Il supremo Collegio, quindi, conclude affermando che gli eventuali obblighi risarcitori del terzo pignorato nei confronti del creditore procedente devono essere accertati in apposito giudizio ai sensi dell’art. 2043 c. c. e  che gli stessi non possono trovare ristoro mediante l'applicazione diretta, nel processo esecutivo, degli artt. 1219, secondo comma, n. 2, e 1224 c. c..

Nessun accenno, nella decisione in commento, viene fatto in ordine alla necessità (o meno) del preventivo esperimento del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo al fine di introdurre la domanda di risarcimento ai sensi dell’art. 2043 c.c..

Pienamente condivisibile è, invece,  quanto affermato dal giudice di legittimità nella sentenza n. 5037 del 28.02.2017: la peculiare posizione del terzo pignorato – quale collaboratore, od ausiliario, del giudice dell’esecuzione, e parte di un rapporto sostanziale esistente col proprio creditore, ma non anche col creditore precedente (oltre a comportare che la sua responsabilità per avere reso una dichiarazione ex 547 c.p.c., che si assume falsa o reticente, si configuri come illecito aquiliano, a norma dell’art. 2043 c.c., e non come responsabilità processuale aggravata da far valere ai sensi dell’art. 96 c.p.c. nel giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo) implica che l’instaurazione del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo (oggi la contestazione della dichiarazione del terzo ai sensi dell’art. 549 c.p.c.) non costituirebbe condizione di proponibilità della domanda risarcitoria e la mancata contestazione della dichiarazione del terzo potrebbe, al più, rilevare come fatto colposo del creditore ai sensi dell’art. 1227 c.c..