Trust ed esecuzione forzata

L'analisi dei principali aspetti strutturali e funzionali del trust in funzione dell'indagine sul complesso rapporto fra la segregazione patrimoniale e l'esecuzione forzata sui beni conferiti nel patrimonio di destinazione
Trust ed esecuzione forzata

SOMMARIO:

1. Il trust: nozione e struttura
2. Causa astratta e causa concreta del trust
3. La "segregazione" patrimoniale e l’inaggredibilità dei beni
4. Il meccanismo della surrogazione reale
5. Portata e incidenza dell’art. 2929-bis c.c.

 

  1. Il trust: nozione e struttura.

Il fondamento operativo del trust è un atto di disposizione patrimoniale, mediante cui un soggetto si “spossessa” di uno o più beni, trasferendoli al trustee o a sé stesso quale trustee[1], affinché detti cespiti siano amministrati nell’interesse di un terzo beneficiario o per uno specifico fine, secondo quanto da lui stesso programmato nell’atto costitutivo.

Il trust, in altri termini, è strumento che consente a un soggetto di diritto, di "distaccare", dal suo patrimonio generale uno o più dei suoi beni, conferendoli dentro un distinto patrimonio specifico, affiché siano gestiti in funzione di uno scopo predefinito in un atto istitutivo[2].

Dal trust sorge un rapporto fiduciario, posto che  il trustee acquisisce la formale titolarità di determinati beni all'uopo attribuitigli dal disponente, rimanendo vincolato da precise obbligazioni "fiduciarie", a usarne a vantaggio di uno o più beneficiari cui è rivolto l’anzidetto fine predefinito, secondo un meccanismo di dissociazione della proprietà fra una persona, il trustee che ha i diritti e i poteri di un proprietario, ed un'altra, che a quella proprietà ha impresso un vincolo.

Si può dire che il trustee è proprietario e gestore nell’interesse altrui dei beni oggetto del trust. Egli acquisisce i beni dal disponente, quei  beni divengono certamente “suoi” (perché egli ne diventa il proprietario – possessore), ma la legge attribuisce poziorità ad un interesse diverso e alieno. In altri termini, l’aggettivo “suo” riferito al trustee, concerne, in certo senso, il titulus, ma non il commodum. Il trustee è, infatti, titolare dei beni, ma dagli stessi non può trarre alcun profitto, alcun commodum, essendo chiamato ad amministrarli per farne godere i beneficiari e, comunque, in di trasferirli ad essi o di ritrasferirli al medesimo disponente.

Non vi è sdoppiamento alcuno del diritto di proprietà, bensì il semplice trasferimento di un diritto (se del caso reale) da un soggetto (il disponente) ad un altro (il trustee), che lo accetta come intrinsecamente collegato ad un obbligo di amministrazione e di gestione.

Il risvolto del vincolo teleologico che assoerbe e connota la proprietà dei beni segregati sta in ciò, che il trust genera "obbligazioni fiduciarie", che si oggettivano nei limiti e nelle forme di disponibilità del diritto trasferito. Al gestore fa capo un obbligo di amministrazione, reinvestimento e reimpiego, che esige il rispetto di determinati standards di diligenza e è indirizzato alla realizzazione di quelle finalità previamente impresse dal disponente, attorno alle quali gravitano gli interessi dei beneficiari da quest’ultimo selezionati[3].

Manca a tutt'oggi in Italia una legge di disciplina dell'istituto. Tuttavia, l'art. 2 della Convenzione sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento, adottata a L'Aja nel luglio 1985 e ratificata con la L. 16 ottobre 1989, n. 364 contiene una definizione “larga” dell'istituto, enucleando i requisiti minimi affichè un rapporto giuridico, in virtu del quale un soggetto disponente si spoglia della proprietà di parte o di tutti i suoi beni, con atto tra vivi o a causa di morte, ponendoli sotto il controllo di un trustee, con l'obbligo di costui di amministrarli nell'interesse di uno o più soggetti determinati o per un fine specifico, sia suscettibile d’esseree qualifiato trust[4].

In virtù della legge di ratifica sono divenuti pienamente ammissibili sia i "trusts stranieri", ossia i trusts connotati da elementi di "estraneità" ulteriori rispetto a quello rappresentato dalla “legge regolatrice” (essenzialmente: dislocazione all’estero dei beni oggetto del trust, nazionalità o residenza estere del disponente, del trustee o dei beneficiari), che i "trusts interni" (o domestici), che sono quelli costituiti da cittadini italiani, su beni situati in Italia, a favore di beneficiari anch'essi italiani e il cui unico elemento di "estraneità" rispetto alla "Nazione" sia rappresentato dalla legge straniera prescelta ex art. 6 Convenzione dell'Aja ai fini della sua specifica disciplina[5].

Ora, qualunque rapporto giuridico riproduttivo della "struttura" delineata dall'art. 2 della Convenzione va qualificato come trust, restando irrilevante la matrice "nazionale" o "straniera" dei profili che lo contraddistinguono. Sotto tal profilo, viene in rilievo la chiara opportunità, per un cittadino italiano, di istituire un trust che, palesando la piena (o preminente) connessione di tutti i propri elementi soggettivi ed oggettivi con il territorio del nostro stato, presentasse, quale unica componente di “estraneità”, la disciplina applicabile, necessariamente costituita dalle regole contenute nella legge straniera scelta dal disponente ai sensi del richiamato art. 6 della Convenzione. 

E gli elementi della "struttura" sono efficacemente prestabiliti: una causa destinatoria, che postula la sottoposizione di determinati beni al controllo del trustee affinché questi li gestisca in funzione di uno scopo che gli è dato dal disponente; l'esercizio, da parte del trustee, di un controllo operativo su quei determinati beni; la natura unilaterale della volontà del disponente; l'essenzialità dello scopo che “marchia” la proprietà, indirizzandone l’uso e il godimento.

In definitiva, sul piano strutturale, se si escludono le ipotesi di trust "autodichiarato", nella dinamica del trust i dati essenziali sono due: il trustee è soggetto necessario; i beni in trust devono essere trasferiti necessariamente al trustee. Proprio il trasferimento “completo” di una posizione giuridica soggettiva é il profilo contraddistintivo della struttura fiduciaria del truste, in quanto è la pienezza tendenziale del diritto trasferito a permettere al trustee di seguire il proprio compito, orientandolo agli scopi segnati nell’atto costitutivo.

In buona sostanza, qualora il disponente conservasse diritti, sia pure parziali, sui cespiti oggetto trust fund, il rapporto de quo non sarebbe sussumibile nello schema istituzionale, per quanto dilatato, del trust, ma al più in quello del mandato o dell'accordo di gestione.

Il disponente può, al massimo, nominare (o far nominare da un soggetto da lui designato nell’atto costitutivo) un guardiano (o protector), incaricato di vigilare sulla reale applicazione di quanto disposto[6].

Il trust rivela sempre una chiara natura negoziale unilaterale: unilaterale è l’atto che lo istituisce; tale è anche l’autonoma accettazione del trustee. Anche la giurisprudenza italiana ha sovente affrontato la problematica dell'inquadramento della natura giuridica del trust, escludendone la contrattualità[7].

Segnatamente il trust è negozio a formazione complessa[8], posto che all’atto istitutivo fa seguito un atto traslativo di beni e, infine, l’accettazione autonoma del trustee, il quale assume in carico un ufficio di diritto privato.

Se l’atto traslativo serve a dotare il gestore dei beni da amministrare in funzione dello scopo, è l’atto istitutivo a determinare la c.d. segregazione dei beni, ossia a isolarli dal patrimonio del disponente imprimendo loro un vincolo funzionale.

Secondo le categorie tradizionali del nostro ordinamento, l’acquisizione negoziale di un diritto di proprietà è suscettibile di avvenire solo a titolo di scambio o di liberalità, perlomeno qualora si tratti di un’acquisizione a titolo definitivo del diritto stesso. Tuttavia, in ambito di trust il trasferimento della proprietà al trustee è, per sua natura, non definitivo, ma transitorio, in quanto funzionale al conseguimento della causa concreta del negozio di attribuzione. In altri termini, nella dinamica del trust, il trasferimento della proprietà dei beni (o di altri diritti) al trustee non è incline all’arricchimento finale del trustee, ma è strumentale al conseguimento, transitorio, per quanto protratto nel tempo, di  vantaggi dei beneficiari. In tal senso, il trasferimento di proprietà al trustee è il mezzo di attuazione della specifica causa del trust, alla cui cessazione i beni andranno trasferiti secondo le indicazioni già dettagliate nell’atto istitutivo.

 

  1. Causa astratta e causa concreta del trust.

La dinamica è presto compendiata: il trustee è titolare di un diritto di piena proprietà sebbene gravato da un vincolo di destinazione; il beneficiario vanta un mero diritto di credito nei confronti del trustee.

Ora, l'atto istitutivo del trust è sempre in un atto unilaterale, cui seguono uno o più atti traslativi di beni, contestuali o successivi alla costituzione del trust, ma ad esso collegati, tanto da esibire una causa “esterna”, consistente nella realizzazione della somma di obiettivi (e di interessi) selezionati e definiti nell'atto istitutivo medesimo.

É in ragione di questo collegamento negoziale, che i beni posti in trust sono fiduciariamente segregati per il perseguimento delle finalità proprie del trust medesimo.

Gli atti di conferimento dei beni rinvengono, in altri termini, la propria causa nel collegato negozio istitutivo: si tratta di una causa fiduciae tipizzata dalla legge di ratifica della Convenzione, il che vuol dire che, sul piano della causa astratta, il trust non pone problemi di ammissibilità – validità. Detta causa rimane neutra rispetto alle ulteriori finalità perseguite dall’istituto[9]. In altri termini, la “destinazione” fiduciaria può acquisire in concreto tratti distintivi eterogenei. In tal guisa, il trust è schema generale di rapporti che trova specificazione operativa di volta in volta, di volta in volta mostrando una causa concreta variabile, ossia una funzione economico-individuale distinta[10]. Il riferimento alla "causa concreta" del trust è in dato sedimentato in varie pronunce della nostra giurisprudenza in materia[11]. E del resto, fintantoché l’istituto non verrà consegnato ad una disciplina interna, l’assetto di interessi che esso regola e veicola, non potrà sottrarsi al controllo di meritevolezza ex art. 1322, comma 2, cod. civ.

Quanto s’è detto vale a dire che l’approccio congruo ed utile verso l’istituto in disamiina é quello di valutare i singoli trusts, abidicando – una volta acquisite le categorie di indagine essenziali –  al tentativo di dissertare sul trust come tipo generale.

 

  1. La "segregazione" patrimoniale e l’inaggredibilità dei beni.

S’è detto che il trust fa fulcro in astratto su una causa fiducie e che, segnatamente, detta causa coincide con una "segregazione fiduciaria" di beni, o meglio, di posizioni soggettive, nonché con l’attuazione del programma, anch’esso "fiduciario”, esposto nel negozio istitutivo. In tal senso, la causa segregativa è mutuata e richiamata nei successivi negozi di trasferimento di beni dal disponente al trustee.

Per quel che qui rileva, la segregazione si risolve nella sottrazione, stabile e definitiva, del complesso di situazioni giuridiche soggettive che confluiscono nel fondo in trust, alle regole generali della responsabilità patrimoniale (art. 2740 cod. civ.), del matrimonio e della successione del soggetto che ne diviene il titolare – trustee. Il compendio di beni trasferito, in altri termini, non si rimescola né si sovrappone mai con il patrimonio personale del gestore, ancorché si palesi nella titolarità di quest’ultimo. Dunque, esso si profila inattingibile dai suoi creditori personali, non fa parte di alcun regime patrimoniale nascente dal suo matrimonio (o da convenzioni matrimoniali), non forma oggetto della sua successione ereditaria. L’effetto essenziale di qualsiasi trust è quello di distaccare una situazione giuridica soggettiva dal suo patrimonio originario di riferimento e di destinarla ad una specifica, assorbente finalità, rendendola avulsa da ciascuna vicenda che attenga alla circolazione e alla responsabilà correlata al patrimonio di origine[12].

Questi i dati eloquenti e sedimentati. In altri termini, i beni conferiti in trust assurgono a massa distinta rispetto ai cespiti rimasti nel patrimonio generale del disponente e rispetto a quelli, del pari personali, che risultino intestati ai beneficiari e al trustee.

L’art. 11, comma 2, della Convenzione dell’Aja sui trusts disegna quattro aspetti contraddistintivi e peculiari della segregazione connaturale al trust riconosciuto.

Innanzitutto, rileva l’insequestrabilità dei beni in trust da parte di creditori personali del trustee.

Inoltre, viene in evidenza la separazione di tali beni dal patrimonio del trustee per il caso di insolvenza di quest’ultimo, ossia – in sul piano pratico – per l’ipotesi di incapacità sopravvenuta del predetto a far fronte ai debiti contratti, scaduti, liquidi ed esigibili.

Ancora, assume rilievo – come accennato – l’estraneità dei beni in trust alla successione e al regime matrimoniale del trustee.

Infine, acquisisce pregnanza la ricuperabilità dei beni in trust ove il trustee li abbia confusi con i propri o abbia compiuto su di essi atti di disposizione in violazione delle obbligazioni risultanti dal trust.

La specialità del meccanismo segregativo si comprende solo raffrontandola al contiguo istituto del c.d. patrimonio separato.

Nel contesto di quest’ultimo, come noto, il separante conserva un rapporto di collegamento con ciò che è separato: esemplificativamente è il meccanismo della partecipazione sociale rispetto al patrimonio conferito in società.

In secondo luogo nel patrimonio separato si pongono in luce, da un lato la potenziale comunicazione diretta degli arricchimenti di gestione dal patrimonio di destinazione a quello generale, dall’altro la comunicazione “mediata” della responsabilità dal patrimonio generale a quello separato.

Del tutto diversa la connotazione del patrimonio segregato, sol che si considerino i tratti salienti della relativa fisionomia.

Intanto, il disponente aliena ogni diritto sui beni, eseguendo un “affidamento” ontologicamente pieno, senza dar vita ad una persona giuridica nuova. In virtù della "segregazione", nel patrimonio del trustee si creano tante sfere quanti sono i beni vincolati in trust. Alla sfera rappresentata dal patrimonio proprio del trustee, si affiancano quelle inglobanti i singoli beni che confluiscono nel fondo.

Ciascuna delle sfere si atteggia come patrimonio in senso tecnico, poiché composta da elementi attivi e passivi. Ciascuna sfera risponde per le obbligazioni che la riguardano e nessuna, quindi, risponde dei debiti che si correlano al personale del trustee. In buona sostanza, il trust assurge a centro autonomo di imputazione giuridica[13], ma non già ente dotato di personalità giuridica. Coordinate ben chiare, quelle riassunte, anche alla giurisprudenza di legittimità in tema di esecuzione forzata, che ha di recente efficacemente chiarito che il pignoramento di beni immobili eseguito nei confronti di un trust in persona del trustee, e non di quest’ultimo, è illegittimo, in quanto il trust è un mero insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato, formalmente intestati al trustee, il quale è l’unico soggetto che, nei rapporti con i terzi, è titolare dei diritti conferiti nel patrimonio vincolato: ne deriva che il giudice dell’esecuzione, nell’ambito della verifica in ordine all’esistenza delle condizioni dell’azione esecutiva, può disporre d’ufficio la chiusura anticipata della procedura esecutiva[14].

La giurisprudenza di merito si era espressa in precedenza nel medesimo senso, evidenziando che la notifica dell’atto di pignoramento e la trascrizione dello stesso sono invalide, e la nullità è rilevabile d’ufficio, se eseguite nei confronti del trust, dovendo invece notifica e trascrizione di atti riguardanti i beni in trust essere eseguite nei confronti del trustee[15]. Con analoga chiarezza in altro arrêt era stata dichiarata l’improcedibilità del pignoramento eseguito nei confronti di un trust, e non nei confronti del trustee, per inesistenza del soggetto escusso, evidenziandosi, ancora una volta, che il trust è un rapporto fra soggetti, non è un ente autonomo a sé stante, né è provvisto di soggettività giuridica, né opera tramite il trustee, essendo, per converso, il trustee ad agire nella sua qualità di titolare dei beni; l’inesistenza del soggetto escusso travolgeva, nella prospettiva accolta, anche la nota di trascrizione del pignoramento, la cui invalidità determinava, pertanto, l'estinzione – dichiarata – del processo esecutivo[16].

Che un trust istituito in conformità della legge regolatrice comporti, in uno con l’effetto segregativo, l’impossibilità per i creditori del trustee di attaccare i beni a quest’ultimo trasferiti è conclusione cristallizzata negli approdi della nostra giurisprudenza di merito. In altra pronuncia, è stato evidenziato che il creditore del disponente, alla medesima stregua di quello personale del trustee, non può aggredire, con azione esecutiva di espropriazione, i beni che il debitore ha trasferito al trustee con atto avente data certa anteriore al pignoramento[17].

In altro provvedimento si legge che i creditori personali del trustee non possono aggredire i beni del trust e dunque, tali beni non sono neppure sequestrabili o pignorabili alla stessa stregua dei beni costituiti in fondo patrimoniale, fino a che sia vigente ed operativo il vincolo del trust o fino a che il vincolo non venga caducato per effetto di annullamento o revocazione del negozio costituito[18].

In altra pronuncia ancora, è stato affermato che solo una volta esperita con successo l’azione revocatoria dell’atto di conferimento di beni in trust da parte del proprio debitore nei cui confronti detto atto sia stato dichiarato inefficace, il creditore può legittimamente sottoporre a pignoramento i beni che siano nella titolarità del trustee facendo ricorso, se del caso, alle forme dell’espropriazione presso il terzo proprietario (artt. 2910, comma 2, cc. e 602 e ss. c.p.c.) atteso il venir meno del vincolo segregativo nascente dall’atto istitutivo del trust[19]. In tal senso, la notifica del titolo esecutivo e del precetto va effettuata anche al terzo con indicazione del bene che si intende espropriare.

Importante, peraltro, la precisazione dogmatica – resa da un'altra importante ordinanza – secondo cui l’opposizione proposta contro il pignoramento di un credito asseritamente trasferito dal debitore al trustee va qualificata quale opposizione di terzo[20].

La fisionomia della segregazione mostra tre connotati salienti: innanzitutto, i beni in trust sono "segregati", proprio in quanto rimangono sottratti e inattaccabili dai creditori del trustee; inoltre, i beni non sono aggredibili neanche, su un livello primario, dai creditori del disponente; infine, i beni sono attingibili dai soli “creditori del trust”, che sono quelli nei cui confronti il trustee abbia assunto obbligazioni proprio nell’intento di gestire i beni medesimi secondo lo scopo del trust.

In buona sostanza, nel quadro della segregazione il bene in trust esce dal patrimonio del disponente, che perde su di esso ogni diritto, ed entra nel patrimonio del trustee, con un “marchio” di destinazione impresso dallo stesso disponente[21]. Da ciò deriva che il fondo in trust rimane protetto rispetto alle eventuali aggressioni esecutive connesse a rapporti obbligatori facenti capo al trustee, ma estranei agli “scopi” del trust. In altri termini, viene in rilievo l’opponibilità generalizzata del trust nei confronti delle pretese esecutive dei creditori personali, così del disponente, come del trustee.

Ciò implica un dato di sintesi: la "segregazione" non permette alle vicende generali di un soggetto di riflettersi sui beni in trust e sul suo rapporto con detti beni, purché il vincolo che concerne i beni in trust sia reso adeguatamente conoscibile da parte dei creditori[22].

Ora, il principio di ordine pubblico fissato dall'art. 2740 cod. civ. sembrerebbe apparentemente escludere che nell’esercizio dell’autonomia privata possano essere costituiti restringimenti e strozzature della responsabilità del debitore, mediante la creazione di patrimoni "segregati", dunque non comunicanti col patrimonio d’origine. Nondimeno, l’art. 11 della Convenzione ratificata ha, nella sostanza, introdotto una norma sostanziale uniforme proprio in relazione all’effetto "segregativo", consentendo di tratteggiare, in linea di principio e condizionatamente alla sussistenza di un interesse meritevole di tutela in concreto ex art. 1322 c.c., una limitazione legislativa della responsabilità patrimoniale contemplata dalla norma codicistica[23].

È proprio nella norma appena evocata che il trust trova il proprio addentellato normativo di sostegno: i beni in trust diventano inaggredibili dai creditori personali di tutti i soggetti citati, oltre che esclusi dalla procedura fallimentare che del soggetto colpisca il patrimonio personale. Detti beni non sono suscettibili di essere attinti da un’esecuzione forzata per debiti che non maturino in relazione alla loro gestione da parte del trustee, in funzione dello scopo impresso nell’atto costitutivo del trust. E del resto, essi non fanno parte a monte del regime patrimoniale e delle successioni del trustee.

Chiaro il panorama giurisprudenziale consolidatosi. È stato chiarito che, in materia di trust interno, il creditore del disponente non può aggredire, con azione esecutiva di espropriazione, i beni che il debitore ha trasferito al trustee con atto avente data certa anteriore al pignoramento, proprio in quanto essi danno vita ad un patrimonio c.d. segregato, che non appartiene cioè né al disponente né al trustee, tanto da essere inattaccabile dai rispettivi creditori[24].

Si è anche evidenziato che il vincolo che in[25] forza del trust conforma i beni ne inibisce la sottoponibilità a sequestro conservativo per debiti del disponente, sino a una eventuale caducazione del trust per annullamento o revocazione[26].

Mette in conto rilevare, in buona sostanza, che sul complesso dei beni "segregati" in trust si produce uno "schermo giuridico" che li ripara dalle iniziative esecutive dei creditori personali di ciascuna delle figure che connotano strutturalmente il trust: disponente, trustee, beneficiari.

Efficacemente espressiva del congegno segretativo si palesa un precedente di merito, nel quale è dato leggere che, qualora un soggetto vanti un credito verso altro, se quest'ultimo ha trasferito i propri beni al trust, tali non possono più essere attaccati, in quanto dal riconoscimento del trust deriva l'effetto segregativo del patrimonio del trustee, in quanto titolare di un diritto reale non nell'interesse proprio ma nell'interesse altrui. Pertanto sia considerando il debitore come disponente, che considerandolo come trustee del trust, i suoi beni non possono essere assoggettati ad esecuzione forzata[27].

 In altri termini, ad essere esclusi dall’opportunità di soddisfarsi sui beni "segregati" sono tutti i creditori estranei al “momento gestorio” del trust. Proprio in tal modo, la segregazione vale ad assicurare l’adempimento delle obbligazioni "fiduciarie" del trustee, posto che sui beni del trust potranno indirizzare le proprie iniziative esecutive esclusivamente i creditori nei cui riguardi il trustee abbia maturato debiti correlati ad obbligazioni strumentali alla amministrazione dei beni trasferitigli.

E tuttavia rimane imprescindibile una puntualizzazione: il principio di autoresponsabilità e la tutela dell'affidamento dei terzi creditori paiono delineare, in ambito di trust, il corollario per cui il trustee è tenuto a rispondere delle obbligazioni di gestione del trust nei soli limiti del valore del relativo fondo solo qualora abbia avuto l’accortezza di dichiarare, in concomitanza con la stipula dell’atto di amministrazione dei beni del fondo "fiduciario" di intervenirvi nella qualità appunto di trustee.

 

  1. Il meccanismo della surrogazione reale.

È da dire che, nel contesto funzionale del trust, la "segregazione" nel trust si lega al meccanismo della c.d. surrogazione reale, in virtù del quale l’esecuzione reiterata di operazioni economiche concernenti il singolo bene in trust non fa venir meno, anzi preserva, il vincolo di destinazione sul bene medesimo. In buona sostanza, il vincolo "segregativo" si sposta sull'utilità economicamente rilevante che discende dalla alienazione del bene primigenio, quindi, in definitiva, sul risultato ultimo dell'atto di disposizione che ha avuto ad oggetto il bene inizialmente segregato.

In forza della "surrogazione reale", in definitiva, il bene in trust si trasforma in un altro senza che questo comporti una perdita di valore del patrimonio di riferimento, il quale, anzi, è destinato ad incrementarsi nella misura in cui, chi svolge funzioni caratterizzate dalla dimensione "fiduciaria", assurge a trustee di un trust avente ad oggetto ogni "beneficio" anche impropriamente ottenuto in conseguenza dello svolgimento delle funzioni gestorie.

In ultima analisi, si tratta di una surrogazione idonea a comportare la sostituzione automatica del bene oggetto di alienazione con il corrispettivo che in via immediata se ne trae. La posizione del trustee assurge, dunque, a quella di “custode”, non tanto del bene, ma del quantum di ricchezza che vi si sottende, con evidenti riflessi sulla permanenza dell’opportunità, per i creditori del “momento gestorio” del trust, di aggredirne i beni e le utilità per ottenere soddisfazione dei propri crediti.

 

  1. Portata e incidenza dell’art. 2919-bis c.c.

Sulla materia della non aggredibilità dei beni oggetto del trust interferisce adesso il nuovo art. 2929-bis c.c., rubricato “Espropriazione di beni oggetto di vincoli di indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito”. La nuova disposizione risponde allo scopo di accelerare il soddisfacimento del diritto dei creditori titolati, ponento un freno alla proliferazione degli atti elusivi della responsabilità patrimoniale; essa assegna al creditore un anno di tempo dalla data di trascrizione del vincolo di indisponibilità (in ipotesi istituito mediante trust) o della donazione per far pignorare l’immobile o il bene mobile registrato del debitore, anche senza avere ottenuto la revocatoria dell’atto.

L’esecuzione forzata e, in particolare, il pignoramento dei beni donati o concessi in trust è stata sensibilmente sovvertita, attraverso un vero e proprio snellimento dei pignoramenti nei confronti di quei debitori che, da non oltre un anno, abbiano donato oppure inserito un bene immobile di loro proprietà in un fondo patrimoniale.

La normativa di riforma, ha segnatamente definito le modalità con cui il creditore può avviare il pignoramento e, dunque, l’esecuzione forzata ed aggredire cespiti sui quali il debitore abbia creato un “vincolo di indisponibilità” a titolo gratuito costituendo un fondo patrimoniale o un trust oppure che il debitore abbia semplicemente donato a terzi.

Il creditore alla cui pretesa si frapponga il vincolo destinatorio è ora facoltizzato a procedere comunque all’esecuzione forzata dei beni mobili o immobili sui quali il debitore ha costituito un “vincolo di indisponibilità” o che abbia donato a terzi.

Il creditore potrà procedere all’esecuzione forzata su tali beni anche se non abbia preventivamente conseguito una sentenza dichiarativa di inefficacia degli atti compiuti dal debitore. Dovrà, semplicemente, essere munito di titolo esecutivo e dovrà trascrivere il pignoramento nel termine di un anno dalla data in cui l’atto posto in essere dal debitore è stato trascritto.

Pure il creditore anteriore che interviene – entro un anno dalla trascrizione dell’atto pregiudizievole – nell’esecuzione promossa da altri ha le medesime possibilità di procedere ad esecuzione forzata. 

 

 

[1] Nella c.d. "declaration  of  trust",  ossia  nel  c.d. trust  autodichiarato, si realizza la coincidenza tra il  disponente  e  il  trustee: il primo nomina sé stesso gestore, con conseguente mancanza di un effettivo trasferimento di  beni, rimpiazzato dalla creazione di un vincolo di destinazione ad un determinato fine su una parte dei beni del patrimonio personale. L'ammissibilità del trust "autodichiarato" é un dato ormai acquisito nella nostra giurisprudenza. Per tutte, Trib. Reggio Emilia, 14 maggio 2007, in Guida al diritto 2007, 26, 50 (nota di: FINOCCHIARO).

[2]    R. FRANCESCHELLI, Il trust nel diritto inglese, 1935, p. 138.

[3] Alla figura del trustee le leggi "regolatrici" ricollegano una serie di duties (doveri). Quelli sostanzialmente indefettibili sono in linea di principio tre: il trustee non può trarre vantaggio dal proprio ufficio; il trustee deve proteggere i beni affidatigli; il trustee é obbligato sempre e soltanto verso i beneficiari, intesi quali categoria, mai uti singuli.

[4] L'art. 2 della Convenzione prevede: "per trust s’intendono i rapporti giuridici istituiti da una persona, il costituente – con atto tra vivi o mortis  – qualora dei beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee nell’interesse di un beneficiario o per un fine specifico"

[5] In tal senso è "interno" il trust che non disvela rispetto agli ordinamenti giuridici stranieri alcun significativo elemento di "contatto" al di là della legge "regolatrice", atteso che gli elementi di matrice oggettiva e soggettiva che lo connotano sono riconducibili, in un senso o nell'altro, all'Italia.

[6] La vigilanza si esplicherà, a seconda dei casi, nell’espressione o nella negazione del consenso all'atto di disposizione del bene in trust, nel rilascio di un parere obbligatorio e non vincolante, nella risoluzione di controversie tra i soggetti del trust (beneficiari tra di loro o beneficiari e gestore) in rapporto ad atti di delicata importanza gestionale.

[7] Cfr. Trib Milano, 16 giugno 2009, in Trusts e attività fiduciarie 2009, 533; Trib. Napoli, 1 ottobre 2003, in Riv. Notariato 2004, 565 (nota di: LUPOI).

[8]    A. TONELLI, Trascrivibilità nei registri immobiliari dell'atto istitutivo di trust, in Riv. Notariato 2001, 45.

[9] Con riferimento alla nozione di causa astratta del trust cfr. Trib. Grosseto (decreto G.I.P.), 6 febbraio 2004 , in Trusts e Attività Fiduciarie 2005, 416.

[10] La "causa in concreto", come sintesi ultima, non dei soli elementi essenziali del negozio, ma di tutti gli indici costitutivi del medesimo, sia primari che secondari (o ulteriori) é dato finalmente acquisito dalla nostra Suprema Corte: lo spartiacque tra la prospettiva tradizionale della causa come funzione economico-sociale e la valorizzazione della causa concreta può essere individuato in Cass., 8 maggio 2006, n. 10490, in Il civilista 2008, 9, 71 (nota di: MINERVINI): "la causa quale elemento essenziale … non deve essere intesa come mera ed astratta funzione economico sociale del negozio bensì come sintesi degli interessi reali che il contratto è diretto a realizzare, e cioè come funzione individuale del singolo, specifico contratto, a prescindere dal singolo stereotipo contrattuale astratto, fermo restando che detta sintesi deve riguardare la dinamica contrattuale e non la mera volontà delle parti".

[11] Cfr. Trib. Milano, 16 giugno 2009, n. 36129, in Giustizia a Milano 2009, 9, 62; Trib. Trieste, 19 settembre 2007, in Trusts e Attività Fiduciarie 2008, 42.

[12] La moderna legislazione italiana è contraddistinta da innumerevoli disposizioni strumentali alla produzione del predetto effetto essenziale, e pur tuttavia solo con riguardo a casi specifici: dal fondo patrimoniale alla legge sui fondi comuni di investimento del 23 marzo 1983, n. 77, alla legge sulla cartolarizzazione del 30 aprile 1999, n.130; al nuovo art. 2447-bis cod. civ. sui patrimoni destinati ad uno specifico affare. Il trust offre, piuttosto, un meccanismo "segregativo" generale di situazioni giuridicamente rilevanti.

[13]  Trib. Roma, 8 luglio 1999, in Giur. it. 2001, 959 (nota di: BELLONI).

[14] V. Cass. civ., 27 gennaio 2017, n. 2043. Cfr. anche Cass. civ., 22 dicembre 2015, n. 25800, la quale aveva precisato che il trust non è un ente dotato di personalità giuridica ma un insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato, nell'interesse di uno o più beneficiari, e formalmente intestati al trustee, il quale, pertanto, disponendo in via esclusiva dei diritti conferiti nel patrimonio vincolato, è l'unico soggetto legittimato a farli valere nei rapporti con i terzi, anche in giudizio..

[15] Trib. Reggio Emilia, sez. II,  25 febbraio 2014 n. 370.  

[16] Trib.Reggio Emilia,  25 marzo 2013.

[17] Trib. Brescia, 12 ottobre 2004, in Trusts e Attività Fiduciarie 2005, 83.

[18] Trib. Siena, 16 gennaio 2007, , in Trusts e Attività Fiduciarie 2007, 266.

[19] Trib. Torino, 5 maggio 2009.

[20] Trib. Reggio Emilia, 14 marzo 2011, in Trusts e Att. fid., 2011, 6, 630.

[21] I beni in trust sono emarking (marchiati) nel vocabolario dei civilisti anglosassoni.

[22] Cfr. Trib. Cagliari, 4 agosto 2008, in Banca borsa tit. Cred. 2010, 6, 797 (nota di: CORAPI): "La trascrizione del trust - eseguita anteriormente alla trascrizione del pignoramento dei beni che ne costituiscono oggetto - ne rende opponibile la costituzione ai creditori procedenti".

[23] Sulla compatibilità, in tal senso, fra il trust e l'art. 2740 cfr. Trib. Reggio Emilia, 14 maggio 2007, in Trusts e Attività Fiduciarie 2007, 425, che evidenzia come l’art. 2740 cod. civ. non costituisca un principio inderogabile dell’ordinamento, soprattutto dopo l’entrata in vigore dell’art. 2645-ter cod. civ. Nella medesima ottica si era già espresso Trib. Bologna, 01 ottobre 2003, in Giur. Merito 2004, 469, segnalando che l'effetto segregativo prodotto dal trust nel patrimonio del trustee apparteneva a numerose ipotesi già previste nelle norme codicistiche ed in altre recate da leggi speciali.

[24] Trib. Reggio Emilia, 14 maggio 2007, in Corriere del merito 2007, 8-9, 1006.

[25] Ciò vale in generale, secondo le leggi del modello internazionale e secondo l'impostazione accolta dalla Convenzione, salvo che nella legge inglese laddove la separazione patrimoniale prodotta dal trust è unilaterale (e non bilaterale), talché il trustee viene maggiormente responsabilizzato, in quanto potrebbe trovarsi, nel caso di incapienza dei beni in trust, a dover rispondere con i propri beni personali dei debiti eventualmente discendenti dalla gestione del patrimonio "segregato".

[26] Trib. Siena, 16 gennaio 2007 cit.

[27] Trib, Reggio Emilia, 14 maggio 2007 cit.