Alcune questioni rilevanti in materia di opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. anche alla luce della giurisprudenza di legittimità

Brevi note in materia di legittimazione attiva e passiva, interesse ad agire, modalità introduttiva e struttura del giudizio di opposizione agli atti esecutivi
Alcune questioni rilevanti in materia di opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. anche alla luce della giurisprudenza di legittimità

SOMMARIO 

  1. La legittimazione attiva
  2. L’interesse ad agire
  3. La legittimazione passiva e il litisconsorzio necessario
  4. Il termine per proporre opposizione agli atti
  5. La modalità introduttiva e la struttura bifasica del giudizio di opposizione agli atti ex art. 617 c.p.c .

 

  1. La legittimazione attiva.

L’art. 617 c.p.c. nulla dispone circa la legittimazione a proporre opposizione agli atti esecutivi.  E’ tuttavia possibile affermare che la categoria dei soggetti legittimati a valersi di tale rimedio impugnatorio può essere individuata in ragione del suo oggetto.

E così, poiché l’opposizione agli atti ex art. 617 c.p.c. si sostanzia in un gravame volto a far valere l’invalidità o anche l’inopportunità degli atti esecutivi, è evidente che l’oggetto del rimedio allarga, rispetto all’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., il novero dei soggetti legittimati ad agire.

Legittimato ad agire sarà chiunque abbia un interesse giuridicamente  apprezzabile a che il processo esecutivo si svolga correttamente [i].

In proposito, occorre distinguere tra la legittimazione a proporre opposizione nella fase pre-esecutiva, ex art. 617 co. 1°, c.p.c. [ii], e legittimazione a proporre opposizione nella fase esecutiva [iii].

In particolare, laddove si contesti la regolarità formale del titolo esecutivo e del precetto (es. per la mancata o incompleta o irregolare spedizione in forma esecutiva del titolo o per l’erronea trascrizione del titolo nel precetto laddove essa sia prescritta) o si intenda far valere la nullità della notificazione di detti atti, la legittimazione a proporre opposizione ex art. 617 c.p.c. rimarrà necessariamente circoscritta al debitore esecutato o, nell’ipotesi di espropriazione ex art. 602 c.p.c.,  al terzo proprietario. Dopo l’inizio dell’esecuzione la categoria dei soggetti legittimati sarà invece destinata ad ampliarsi in ragione dell’ampliamento dell’oggetto del mezzo di gravame,  sino a ricomprendere, oltre alle parti naturali del processo esecutivo (debitore esecutato e terzo assoggettato all’espropriazione) anche i creditori concorrenti e, secondo la giurisprudenza, qualunque terzo potenzialmente destinatario degli atti esecutivi che possa avere interesse alla loro rimozione.

Appare tuttavia opportuno procedere ad alcune puntualizzazioni.

Quanto al debitore esecutato e al terzo assoggettato all’esecuzione, sebbene sia pacifico che essi siano legittimati a proporre opposizione ex art. 617 c.p.c., nondimeno è necessario che detti soggetti siano gli effettivi proprietari (o titolari di un diritto reale) del bene, difettando, in caso contrario, l’interesse ad agire ex art. 100 c.p.c.

In particolare, la Cassazione ha condivisibilmente escluso la legittimazione attiva del terzo non proprietario dell’immobile cui sia stato notificato il pignoramento, in ragione del fatto che questi ha interesse all’invalidazione del procedimento e non a salvaguardare la correttezza del suo svolgimento. Né l’interesse a proporre opposizione può sostanziarsi nel generico interesse, in capo a tali soggetti, a non essere esposti alla pubblicità di un procedimento esecutivo o a segnalare l’instaurazione di procedimenti esecutivi anomali [[iv]].

In giurisprudenza, come sopra evidenziato, la facoltà di proporre opposizione agli atti ex art. 617 c.p.c. è stata riconosciuta a qualsiasi soggetto destinatario dell’atto che si assume viziato e che abbia interesse all’accertamento della sua invalidità.

E così, sono stati ritenuti legittimati a proporre opposizione ex art. 617 c.p.c.  l’aggiudicatario (dichiarato decaduto o definitivo) [[v]],  l’aggiudicatario provvisorio [[vi]] ,  l’offerente non aggiudicatario [[vii]], il comproprietario non debitore del bene indiviso pignorato .

Ci si chiede tuttavia se, con particolare riferimento all’offerente non aggiudicatario, l’introduzione della obbligatorietà della delega a seguito della modifica dell’art. 591 bis c.p.c. [[viii]]  e la modifica del successivo art. 591 ter non abbia inteso ridurre lo spazio di applicazione dell’art. 617 c.p.c., posto che nel caso in cui “insorgano difficoltà”  durante le operazioni di vendita, soccorre il rimedio tipico del reclamo avverso gli atti del professionista delegato [[ix]].

E’ senz’altro escluso dal novero dei soggetti legittimati a proporre opposizione ex art. 617 c.p.c. il terzo che rivendica una situazione giuridica soggettiva sul bene esecutato e relativa al diritto che l’esecuzione è diretto a realizzare tale da impedire l’esecuzione del bene pignorato, perché egli non ha interesse all’osservanza delle regole del processo esecutivo.

Mutando il suo precedente orientamento, la giurisprudenza di legittimità più recente ha poi escluso la legittimazione del terzo che abbia acquistato il bene in pendenza di esecuzione, essendo egli legittimato soltanto a proporre opposizione di terzo ex art. 619, c.p.c., allo scopo di far valere l'eventuale inesistenza o la nullità della trascrizione [ [x]].

Ancora, è stata affermata la carenza di legittimazione attiva del socio della società in nome collettivo quando la società rivesta la posizione di debitore  [[xi]].

Nonostante il progressivo ampliamento, ad opera della giurisprudenza di legittimità, della categoria dei soggetti legittimati a proporre opposizione agli atti esecutivi, resta escluso che detta legittimazione possa essere riconosciuta al “quisque de populo”, dovendo con ciò intendersi il soggetto portatore di un interesse soltanto potenziale a rendersi acquirente del bene oggetto di esecuzione [[xii]].

 

  1. L’interesse ad agire

Il tema della legittimazione attiva si intreccia inevitabilmente con quello dell’interesse a proporre opposizione.  Ciò in quanto per proporre opposizione agli atti esecutivi non è sufficiente essere astrattamente legittimati, ma occorre altresì allegare quale sia l’interesse concreto che si intenda soddisfare con la revoca o invalidazione dell’atto opposto.

L’opponente deve infatti allegare e precisare quale sia il pregiudizio subito in conseguenza dell’atto invalido o inopportuno e quale sia il risultato utile e concreto che intenda conseguire con l’intervento del giudice.

Con riferimento all’interesse ad agire del debitore, va sottolineato che esso non è sussistente in re ipsa, in quanto non consiste nell’interesse al corretto svolgimento del procedimento esecutivo. In giurisprudenza si afferma infatti che il debitore deve allegare e provare la lesione di un interesse concreto, non sussistendo interesse ad agire, ad esempio, laddove si assuma, genericamente, il mancato rispetto del principio del contraddittorio [[xiii]].  Ciò in quanto, atteso il carattere tipicamente unilaterale del processo esecutivo, la convocazione delle parti che nel processo medesimo venga disposta dal giudice quando la ritenga necessaria o quando la legge lo prescriva, avviene non per introdurre un formale contraddittorio, ma esclusivamente per il migliore esercizio della potestà ordinatoria affidata al giudice stesso. Pertanto, qualora il giudice dell’esecuzione non disponga la comparizione del debitore nei casi previsti dalla legge o quando il debitore non venga portato a conoscenza del decreto con il quale è stata fissata l’udienza per la sua comparizione, non si verifica una violazione del contraddittorio deducibile ex se quale motivo di opposizione; detta omissione può riflettersi sull’atto esecutivo successivo, contro il quale il debitore potrà proporre opposizione ex art. 617 c.p.c., ma soltanto allegando la lesione di un interesse concreto [[xiv]].

In applicazione di tale principio, la Cassazione ha affermato che l’omessa comunicazione al debitore del decreto con cui il giudice dell'esecuzione fissa l’udienza per l’autorizzazione alla vendita dell'immobile non è, di per sé, causa di nullità del procedimento, essendo l’audizione del debitore soltanto strumentale al migliore esercizio della potestà ordinatoria del giudice; detta violazione potrà dunque essere dedotta dal debitore con l'opposizione agli atti esecutivi contro l'ordinanza di vendita, ma il debitore non potrà dolersi soltanto della omessa comunicazione del decreto di fissazione dell’udienza ex art. 569 c.p.c., essendo tenuto a specificare i vizi del procedimento determinati dal mancato avviso.  Ancora, è stato escluso l’interesse ad agire del debitore in caso di allegazione, in sede di opposizione, della mera violazione delle disposizioni che disciplinano le modalità dell'incanto, dovendo essere altresì dedotto e provato che la violazione ha comportato la lesione dell'interesse protetto del debitore di ricavare dalla vendita il maggior prezzo possibile, avendo detta violazione impedito ulteriori e più convenienti offerte di acquisto [[xv]].

Diversamente, l’opposizione proposta dal debitore ai sensi dell’art. 617 c.p.c. avverso l’ordinanza di aggiudicazione poiché pronunciata a seguito di ordinanza di vendita emessa fuori udienza che non gli era mai stata notificata è stata ritenuta fondata, avendo l’opponente dedotto che la violazione del principio del contraddittorio gli aveva precluso la possibilità di poter depositare istanza di conversione [[xvi]].

Per i vizi del pignoramento, dell’ordinanza di vendita e degli atti o provvedimenti che abbiano una valenza lesiva immediata per chi subisce l’espropriazione, sembra corretto affermare che l’interesse è in re ipsa.

L’interesse del debitore esecutato a proporre opposizione agli atti esecutivi è poi stato ritenuto sussistente anche nell’ipotesi in cui questi intenda far valere la nullità del pignoramento successivo (artt. 524, 561 c.p.c.) caduto sugli stessi beni colpiti dal precedente pignoramento. In tal caso, infatti, l’interesse si sostanzia nella eventualità che il primo pignoramento possa essere dichiarato, a sua volta, nullo o inefficace o che sia accertato che il creditore primo pignorante non aveva diritto di procedere ad esecuzione forzata nei confronti del debitore [[xvii]].

Quanto all’interesse dei creditori a proporre opposizione agli atti, esso si configura ogniqualvolta l’atto esecutivo illegittimo determini una lesione dell’aspettativa di soddisfacimento del credito anche in termini soltanto temporali.

Si pensi, ad esempio, all’ipotesi del rinvio abnorme, ovvero sostanzialmente integrante una sospensione della esecuzione [[xviii]]

Ancora, è stata riconosciuto l’interesse del creditore procedente a proporre opposizione agli atti esecutivi- al fine di prevenire una propria responsabilità risarcitoria ex art. 96 c.p.c.- se, dopo la sua rinuncia agli atti del processo esecutivo per l'intervenuta integrale soddisfazione del credito, il giudice dell’esecuzione abbia proceduto, anziché alla dichiarazione di estinzione del processo, alla vendita del bene pignorato, sollecitata da soggetto intervenuto non legittimato [[xix]].

 

  1. La legittimazione passiva e il litisconsorzio.

Quanto all’individuazione dei soggetti legittimati passivamente  nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi, è evidente che nella fase che precede l’inizio dell’esecuzione (art. 617, comma 1, c.p.c.), legittimato passivamente sarà il creditore precettante. Nell’ipotesi di opposizione successiva all’avvio dell’esecuzione, invece, vige il principio secondo il quale debbono essere convenute in giudizio le parti del procedimento esecutivo, vale a dire il debitore e il terzo assoggettato all’esecuzione, i creditori procedenti e i creditori intervenuti. In caso di opposizione successiva, poi, la legittimazione passiva si estenderà necessariamente anche ai terzi che possano avere interesse alla conservazione della validità dell’atto, in quanto destinatari dei suoi effetti. E così, laddove vengano opposti provvedimenti relativi alla vendita (dei quali si contesti la validità formale o sostanziale),  saranno legittimati passivi l’offerente in aumento e l’aggiudicatario.

Il ricorso in opposizione agli atti e il decreto di fissazione dell’udienza vanno pertanto notificati, al fine dell’integrità del contraddittorio, a tutti i soggetti indicati dall’art. 485 c.p.c.: creditore pignorante, intervenuti, debitore ed eventuali altri interessati. Se entro il termine fissato dal giudice dell’esecuzione la notifica sia avvenuta soltanto nei confronti di alcuni dei legittimati passivi, il giudice dell’esecuzione dovrà ordinare l’integrazione del contraddittorio con assegnazione di un termine perentorio, in forza della norma anzidetta, non trovando applicazione nella fase antecedente all’introduzione del giudizio di merito l’art. 102  c.p.c..

In caso di esecuzioni riunite, sorrette da pignoramenti distinti, legittimati passivamente saranno i debitori esecutati e i creditori pignorante e intervenuti (nonché eventuali terzi destinatari degli effetti dell’atto che si assuma viziato) in relazione a ciascun rapporto processuale. Ciò in quanto, per effetto della riunione dei pignoramenti eseguiti da più creditori in danno degli stessi debitori, coesistono nell'unico processo esecutivo diverse esecuzioni che si svolgono parallelamente; pertanto, le opposizioni agli atti esecutivi proposte distintamente dai singoli debitori, pur dando luogo ad un unico processo di cognizione, concretano distinti e paralleli rapporti processuali tra ciascuno dei debitori esecutati ed i rispettivi creditore pignorante e creditori intervenuti. Ne consegue che l'integrità o meno del contraddittorio deve essere accertata separatamente per ciascuno di tali rapporti processuali di opposizione [[xx]].

La Cassazione ha poi escluso la legittimazione passiva del coniuge dell’aggiudicatario in comunione legale dei beni in caso di opposizione agli atti esecutivi con cui si denunci l’illegittimità del decreto di trasferimento, poiché l’acquisto della comproprietà del bene “ope legis”  non attribuisce a tale soggetto la veste di parte del negozio acquisitivo [[xxi]].

Occorre tenere presente che tutti coloro cui spetta la legittimazione passiva nel giudizio di opposizione agli atti devono ritenersi litisconsorti necessari in detto giudizio. La pronuncia deve essere pertanto necessariamente emessa nei loro confronti e, quindi, (nella fase di merito) previa integrazione del contraddittorio ex art. 102 c.p.c.., essendo inutiliter data la sentenza emessa in ipotesi di contraddittorio non integro.

In definitiva, dunque, ai fini della integrità del contraddittorio nel giudizio di opposizione agli atti, è indispensabile la presenza del debitore esecutato, del creditore procedente e di quelli intervenuti; l'aggiudicatario rivestirà la qualifica di litisconsorte necessario soltanto allorché l'opposizione investa questioni attinenti alla aggiudicazione. Estranee al giudizio restano le parti di altro procedimento esecutivo eventualmente riunito a quello che ha dato origine all'opposizione [[xxii]] .

Quanto ai creditori, il litisconsorzio processuale è necessario con tutti i creditori che rivestano la qualità di procedente o di interventore al momento in cui la singola opposizione sia instaurata, non rilevando a tal fine gli interventi successivamente dispiegati [[xxiii]].

La mancata partecipazione al processo di un litisconsorte necessario può essere rilevata anche d’ufficio in ogni stato e grado. La conseguenza , nella fase di cognizione ordinaria,  è la nullità della sentenza con rimessione al primo giudice.

Merita un approfondimento la questione del litisconsorzio necessario nell’ipotesi di opposizione agli atti proposta nell’ambito di una esecuzione contro il terzo proprietario ex art. 602 c.p.c.. In tal caso, il debitore non è legittimato passivo dell’azione esecutiva, che viene promossa nei confronti del terzo, e pertanto gli va notificato soltanto il titolo e il precetto; una volta avvertito il debitore dell'imminente espropriazione del bene, il pignoramento e gli altri atti esecutivi debbono essere compiuti nei soli confronti del terzo proprietario. Ne discende che legittimato passivo all'espropriazione è  esclusivamente quest'ultimo, cui, ai sensi dell'art. 604 c.p.c. deve essere notificato l'atto di pignoramento.

Proprio partendo da tali premesse,  la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che il debitore non può reputarsi litisconsorte necessario nel successivo giudizio di opposizione agli atti esecutivi, ex art. 617 c.p..c., diversamente da quanto accade nell’ipotesi di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.  e di controversia distributiva ex art. 512 c.p.c.

Di recente, tuttavia, la Cassazione sembra avere mutato orientamento, avendo affermato, in due pronunce di poco successive, che nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. instaurato contro gli atti pre-esecutivi o contro gli atti esecutivi si configura sempre litisconsorzio necessario iniziale fra il creditore, il debitore diretto ed il terzo proprietario [[xxiv]].   Invero, il debitore diretto attraverso lo svolgimento dell'attività esecutiva sul bene del terzo vede soddisfatto a favore del creditore un debito che egli ha nei suoi confronti; lo stesso debitore (che, naturalmente non abbia ragioni per contestare la pretesa nell'an), proprio in vista di quella soddisfazione e, dunque, della liberazione dalla pretesa del creditore procedente, risulta dunque interessato a che il terzo proprietario non frapponga contestazioni infondate allo svolgimento del processo esecutivo.

In tal senso, dunque, egli è parte necessaria del processo, al quale partecipa a titolo diverso da quello del terzo proprietario esecutato ed in tale veste deve essere sentito

Quanto al procedimento di esecuzione presso terzi, poi, il terzo deve essere ritenuto litisconsorte necessario nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi ogniqualvolta si contesti la validità o legittimità dell’atto di pignoramento , in quanto a detto giudizio può conseguire la liberazione dal relativo vincolo. Pertanto, egli deve essere necessariamente chiamato in causa dall'opponente e, in mancanza, il giudice è tenuto ad ordinare l'integrazione del contraddittorio nei suoi confronti [[xxv]].

 

  1. Il termine per proporre opposizione agli atti.

L’opposizione agli atti esecutivi deve essere proposta entro venti giorni dal compimento dell’atto, stando al tenore letterale della norma.

In linea generale può affermarsi che, secondo il disposto dell’art. 176 c.p.c., il termine per proporre opposizione agli atti per i provvedimenti assunti in udienza decorre dalla data della loro assunzione non solo per le parti presenti ma anche per quelle che non abbiano partecipato pur se messe in condizione di comparire. Lo stesso per i provvedimenti assunti in udienza di mero rinvio rispetto a quella nella quale avrebbero dovuto essere assunti.

Nelle altre ipotesi, è ormai consolidato nella giurisprudenza della Cassazione il principio della sufficienza, ai fini della decorrenza del termine decadenziale di venti giorni previsto dall’art. 617 c.p.c., della conoscenza anche solo di fatto dell’atto da opporre [[xxvi]].

In quest’ottica, è stata ritenuta rilevante la data in cui il ricorrente ha eseguito un accesso al fascicolo chiedendo, ad esempio, il rilascio di copia autentica dell’atto impugnato che non gli sia stato comunicato o notificato [[xxvii]].

Deve, pertanto, ritenersi ormai superata la più rigorosa precedente impostazione sulla necessità della conoscenza legale [[xxviii]], già temperata dal riconoscimento della sufficienza della conoscenza di un atto della sequenza procedimentale che presupponeva l'atto viziato [[xxix]].  

Con una recentissima pronuncia la Cassazione si è spinta ancora oltre, avendo affermato il principio secondo il quale, proprio in forza dell'agilità delle forme procedimentali  che caratterizza il processo esecutivo, è richiesto alle parti un peculiare onere di diligenza, avente ad oggetto l'acquisizione della consapevolezza dello sviluppo del processo medesimo. Pertanto, avuta conoscenza anche informale o in via di mero fatto dell'esistenza di un atto di quello che si reputi o si sospetti viziato, è onere di chi intende renderlo oggetto di opposizione formale prenderne conoscenza nel tempo utile a formulare le sue difese. La Cassazione, proprio in forza dell’anzidetto principio, ha affermato che ad integrare la conoscenza di fatto dell'esistenza del provvedimento pregiudizievole, è sufficiente che la comunicazione, perfino quando sia affetta da nullità per violazione di norme sul procedimento, dia sufficiente conto quanto meno di un dispositivo chiaramente pregiudizievole, restando esclusa l'idoneità all'attivazione del termine decadenziale soltanto quando la comunicazione non integrale o nulla abbia un contenuto concreto di obiettiva ambiguità o non significatività, ad esempio perché limitato all'avviso del deposito di un provvedimento non meglio specificato, il cui contenuto ed il tenore del cui dispositivo vengano completamente taciuti od omessi [[xxx]].   

Si ricollega al tema della conoscenza di fatto anche l’orientamento secondo il quale è possibile proporre opposizione ex art. 617 c.p.c. avverso il decreto di trasferimento per denunciare che il bene aggiudicato e trasferito configuri un aliud pro alio. La Cassazione, in tale ipotesi, ha infatti ammesso che colui che ha acquistato dalla procedura esecutiva è legittimato a impugnare il decreto di trasferimento , del quale abbia già avuto conoscenza legale, nei venti giorni dal momento in cui è stato posto in condizione di constatare la difformità del bene rispetto al bando di vendita, ovvero dalla conoscenza di fatto dello stato dei luoghi: in tal caso, dunque, il termine è assolutamente flessibile ed è svincolato dalla comunicazioni e notificazioni eseguite nell’ambito del processo esecutivo [[xxxi]] .

L’orientamento giurisprudenziale, peraltro ormai consolidato, secondo il quale è sufficiente la conoscenza di fatto dell’atto che si assume viziato per il decorso del termine decadenziale di venti giorni per proporre opposizione, ha fatto sorgere problemi in ordine all’onere della prova della tempestività dell’opposizione.

Poiché la tempestività costituisce presupposto processuale dell’opposizione, si deve ritenere che gravi sull’opponente l’onere di allegare e provare il momento in cui ha avuto conoscenza dell’atto esecutivo che assume viziato [[xxxii]].  Tale onere deve tuttavia essere contemperato con il principio di acquisizione probatoria; con la conseguenza che esso deve ritenersi assolto ogniqualvolta la prova della tempestività dell'opposizione emerga, comunque, dagli atti del fascicolo dell'esecuzione o da quelli prodotti dall'opposto [[xxxiii]].

In presenza di specifica eccezione di tardività sollevata dall’opposto, l’opponente ha in ogni caso l’onere di dimostrare la data in cui ha avuto conoscenza legale o di fatto dell’atto impugnato. Il Giudice, comunque, deve sempre verificare d’ufficio la tempestività [[xxxiv]], potendosi rilevare in ogni stato e grado del giudizio, anche d’ufficio e anche in Cassazione, l’inosservanza del termine perentorio [[xxxv]] .

Lo spazio temporale entro il quale l’opposizione agli atti esecutivi è proponibile resta circoscritto dallo stesso svolgersi del processo esecutivo. In particolare, il momento iniziale per la proposizione del mezzo di gravame in questione va individuato nella notificazione del precetto (come per l’opposizione all’esecuzione) e il termine ultimo nella sua conclusione [[xxxvi]].

L’opposizione agli atti sarà quindi proponibile anche avverso l’atto che chiude il processo esecutivo (come l’ordinanza di assegnazione del credito nel presso terzi [[xxxvii]] o il provvedimento di esecutività del progetto finale di distribuzione all’esito della sua approvazione  [[xxxviii]]), restando al contrario esclusa la possibilità di contestare la legittimità di un atto del processo esecutivo ormai definito con una autonoma azione di accertamento.

Colui il quale intenda contestare la legittimità di un atto del processo esecutivo nel quale abbia assunto la qualità di parte ha infatti l'onere di dispiegare i relativi strumenti processuali, con le forme e le modalità previste dalla disciplina di rito; in mancanza, egli decade dalla possibilità di fare valere le relative ragioni. La Cassazione ha peraltro ritenuto ammissibile, nel caso eccezionale di impossibilità incolpevole di azionare tempestivamente i rimedi endoprocessuali, una rimessione in termini per proporre il rimedio tipico se il processo esecutivo ancora pende e purché ne ricorrano tutti i presupposti e, se il processo esecutivo non è più pendente, un'azione autonoma [[xxxix]].

Al mancato rispetto del termine decadenziale fissato dall’art. 617 c.p.c. consegue, dal punto di vista processuale, l’inammissibilità dell’opposizione e, dal punto di vista sostanziale, la sanatoria del vizi dell’atto.

Questo meccanismo è volto ad assicurare la stabilità del processo esecutivo e la sua concreta operatività presuppone che i potenziali interessati abbiano avuto conoscenza di ciascun atto esecutivo, per poter essere messi in condizione di opporsi.

Resta esclusa dalla sanatoria per decorso del termine dei venti giorni l’ipotesi dell’atto inficiato da nullità insanabile.

Invero, se il vizio dell’atto esecutivo integra una nullità insanabile, non opera il limite dei venti giorni, ma ciò non implica che il vizio sia deducibile sine die, per tutta la durata del processo esecutivo o addirittura oltre.

Da un lato, infatti, la chiusura del processo esecutivo impedisce di far valere vizi che si sono formati al suo interno al di fuori e oltre il processo stesso. Dall’altro, occorre considerare che il processo esecutivo , a differenza di quello di cognizione, non è costituito da una sequenza continua di atti preordinati al provvedimento finale, ma si articola in una successione di subprocedimenti, ovvero una serie autonoma di atti e distinti provvedimenti successivi; l’autonomia di ciascuna fase [[xl]] rispetto a quella precedente comporta che le situazioni invalidanti che affliggono gli atti esecutivi e, quindi, anche gli atti viziati da nullità insanabile, sono deducibili con opposizione ex art. 617 c.p.c. sino alla chiusura della fase in cui l’atto è stato posto in essere [[xli]].

La giurisprudenza, dunque, al fine di garantire- per quanto possibile- la stabilità del processo esecutivo,  ha sommato alla sanatoria per decorso del termine dei venti giorni la sanatoria di fase.

La scadenza del termine perentorio fissato dall’art. 617 c.p.c. dalla conoscenza del provvedimento che chiude la fase del singolo subprocedimento in cui si articola il processo di esecuzione comporta la definitiva stabilizzazione delle attività sino a quel momento compiute.

Alla luce di quanto suesposto,  pertanto, le situazioni invalidanti che si producano nella fase conclusasi con l’emissione dell’ordinanza di autorizzazione alla vendita saranno suscettibili di rilevo nell’ulteriore corso del processo esecutivo mediante ricorso in opposizione agli atti esecutivi anche dopo l’emissione di detta ordinanza (in deroga all’art. 569 c.p.c.) o saranno, comunque, rilevabili d’ufficio dal giudice, soltanto nell’ipotesi in cui impediscano al processo di raggiungere il suo scopo tipico.

La preclusione di fase, infatti, come precisato dalle sezioni unite della Cassazione, incontra l’unico limite degli atti inficiati da vizi che impediscano al processo di raggiungere il suo scopo. Deve tuttavia trattarsi di situazioni invalidanti talmente gravi da poter essere rilevate anche d’ufficio dal giudice, al di fuori del meccanismo dell’opposizione, e che, una volta riscontrate, non si risolvono con la revoca dell’atto viziato e la regressione del procedimento, implicando, piuttosto, una declaratoria d’improcedibilità dell’esecuzione.

In definitiva, rientrano tra questi vizi invalidanti quelli che sono riconducibili a presupposti indefettibili del processo, come il vizio del pignoramento connesso al difetto di procura, ovvero sottoscritto dalla parte personalmente. La giurisprudenza è concorde nel ritenere che il difetto di ius postulandi integri un vizio rilevabile anche d’ufficio in ogni fase dal giudice dell’esecuzione, anche su sollecitazione del debitore, che conduce a declaratoria d’improcedibilità (a sua volta opponibile ex art. 617 c.p.c.). In ordine ai limiti temporali per proporre opposizione agli atti, la Cassazione ha in un primo momento affermato che integrando questo vizio una nullità assoluta che impedisce al processo di raggiungere il suo scopo, esso può essere denunziato dal debitore anche senza l’osservanza dei termini oltre che rilevato dal giudice [[xlii]]; con una recente pronuncia, tuttavia, ha precisato che in ogni caso, pur integrando il difetto di ius postulandi una nullità insanabile, nondimeno il vizio deve essere denunciato nel termine di venti giorni dalla conoscenza dell’atto esecutivo impugnato, in quanto la finalità del processo esecutivo di giungere ad una sollecita chiusura della fase espropriativa non tollera che esso possa trovarsi in una situazione di perenne incertezza  [[xliii]].

Allo stesso modo, anche la deduzione della nullità del pignoramento immobiliare per mancata o incompleta identificazione del bene staggito, concernendo la validità formale dell'atto e non già il diritto del creditore di procedere ad esecuzione forzata, configura motivo di opposizione agli atti esecutivi ed è pertanto soggetto alla relativa disciplina; in tal caso, non opera, tuttavia, la preclusione derivante dalla decorrenza del termine di cui all’ art. 617 c.p.c., trattandosi di una nullità che non ammette sanatoria, in quanto impedisce al processo esecutivo di pervenire al suo scopo con l'espropriazione del bene  [[xliv]].

 

  1. La modalità introduttiva e la struttura bifasica del giudizio di opposizione agli atti.

L’opposizione agli atti esecutivi, avendo la precipua finalità di decidere una questione di rito del processo esecutivo, deve essere proposta con ricorso al tribunale, restando senz’altro esclusa, anche nell’ipotesi di opposizione pre-esecutiva, la competenza del giudice di pace, incompetente nella materia dell’esecuzione forzata [[xlv]].

L’atto introduttivo del giudizio di opposizione agli atti assume la forma dell’atto di citazione nell’ipotesi di opposizione preesecutiva e del ricorso nell’ipotesi in cui l’esecuzione sia già stata intrapresa.

Si ritiene che, nell’ipotesi di opposizione agli atti esecutivi avanzata nel corso del procedimento già iniziato, la forma prevista dall’art. 617 co. 2° c.p.c. non sia richiesta a pena di nullità e che la predetta opposizione possa, pertanto, essere proposta anche oralmente all’udienza davanti al giudice dell’esecuzione, ovvero mediante deposito di una comparsa di risposta in detta udienza, trattandosi di forme idonee al raggiungimento dello scopo (costituzione del rapporto processuale cognitivo) proprio di tali atti [[xlvi]].

Nel caso di proposizione dell’opposizione ad esecuzione già avviata mediante ricorso, l’atto deve essere depositato presso la Cancelleria del giudice dell’esecuzione e introduce un procedimento incidentale di natura sommaria, regolato dall’art. 737 c.p.c., che si chiude con ordinanza.

Ci si chiede quali conseguenze si determinino nell’ipotesi di opposizione introdotta direttamente davanti al tribunale competente per il merito, sostanzialmente “saltando” la fase innanzi al giudice dell’esecuzione [[xlvii]].

In tal caso, non si configura un’ipotesi di nullità dell’atto per mancato raggiungimento dello scopo, poiché il ricorso (o la citazione, laddove l’opponente abbia introdotto la domanda con citazione) viene utilizzato proprio al fine di ottenere una pronuncia di merito sulla legittimità dell’atto impugnato.

Tuttavia, la domanda viene proposta a un giudice che non è competente per la fase introduttiva del processo: unico giudice funzionalmente competente per tale fase, infatti, è il giudice dell’esecuzione.

In tale ipotesi, il giudice funzionalmente incompetente dovrebbe limitarsi a dichiarare l’inammissibilità dell’opposizione.

Diversa è la situazione che si verifica laddove l’opposizione, inequivocabilmente diretta al giudice dell’esecuzione, sia stata erroneamente iscritta al ruolo delle cause civili: il fascicolo dell’opposizione, in tal caso, dovrebbe semplicemente essere riassegnato al giudice dell’esecuzione funzionalmente competente.

Dal disposto dell’art. 618 c.p.c., nella parte in cui prevede che sia il giudice dell’esecuzione “in ogni caso” a fissare un termine perentorio per l’introduzione del giudizio di merito, discende la struttura necessariamente bifasica in cui deve articolarsi il procedimento di opposizione agli atti, che tuttavia mantiene un carattere unitario [[xlviii]].

La Cassazione di recente, nel ribadire il precedente orientamento circa il carattere unitario a struttura bifasica del procedimento di opposizione agli atti esecutivi, ha ulteriormente chiarito che il carattere unitario del procedimento neanche è compromesso dalla cesura tra la prima e la seconda fase, poiché tale cesura è funzionale all'attribuzione della cognizione del merito dell'opposizione ad un giudice tendenzialmente diverso da quello dinanzi al quale si è svolta la fase sommaria (e, dopo l'introduzione dell'art. 186 bis disp. att. c.p.c., anche ad un "magistrato" diverso da quello che ha conosciuto degli atti avverso i quali è proposta opposizione) [[xlix]].

La prima fase (sommaria) del procedimento di opposizione agli atti , innanzi al giudice dell’esecuzione, è pertanto necessaria ed è preordinata all'adozione di eventuali provvedimenti ai sensi del secondo comma dell'art. 618 c.p.c. e all’assegnazione di un termine perentorio per l’introduzione del giudizio di merito. Da ciò consegue che la seconda fase (di cognizione piena) in cui si articola il giudizio di opposizione agli atti non si fonda su un meccanismo automatico di prosecuzione, su impulso del giudice, ma è rimessa all’impulso di parte.

Il giudice dell’esecuzione, dunque, svolge una funzione di raccordo tra l’esecuzione in corso e il giudizio di opposizione, essendogli preclusa la potestà di emanare una decisione definitiva finanche su un presupposto del merito, quale la competenza.

Qualora poi il giudice dell'esecuzione, con il provvedimento positivo o negativo della tutela sommaria, ometta di fissare il termine per l'introduzione del giudizio di merito, la parte interessata- vi sia, o meno, provvedimento sulle spese - potrà chiedere l'integrazione del provvedimento, ai sensi dell'art. 289 cod. proc. civ., ovvero potrà senz'altro introdurre autonomamente la causa di merito nello stesso termine entro il quale il provvedimento sarebbe stato integrabile [[l]].

La mancanza dell'istanza di integrazione, nel termine di cui all'art. 289 c.p.c., ovvero dell'iniziativa autonoma della parte di introduzione del giudizio di merito nello stesso termine, determinerà l'estinzione del processo, ai sensi dell'art. 307, comma terzo, c.p.c., con conseguente impossibilità di mettere in discussione il provvedimento sulle spese eventualmente adottato dal giudice dell’esecuzione.

Resta in ogni caso esclusa, come sopra evidenziato, la possibilità di proporre opposizione agli atti esecutivi avverso il provvedimento che chiude la fase sommaria del giudizio di opposizione [[li]].

Se, poi, il provvedimento emesso dal giudice dell’esecuzione, negando l'adozione di provvedimenti indilazionabili (o, addirittura, rigettando l'opposizione), provveda altresì sulle spese del procedimento, in tal modo palesando la sua intenzione di precludere qualsiasi svolgimento ulteriore del procedimento, il rimedio esperibile avverso detto provvedimento sarà quello del ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost..

Il precipitato logico della necessaria bifasicità del giudizio di opposizione agli atti è che, anche qualora nessuna delle parti compaia all'udienza fissata per la fase sommaria del giudizio, il giudice dell'esecuzione dovrà comunque fissare un termine perentorio per l'eventuale introduzione del giudizio di merito [[lii]].

La fase di merito successiva a quella sommaria non si palesa come indispensabile, poiché la sua introduzione, come suesposto, è rimessa all’iniziativa della parte interessata.

L’art. 618 c.p.c., utilizzando la locuzione “introduzione della causa di merito”, sembra confermare che il giudizio di merito deve essere introdotto con atto autonomo, che può assumere la forma dell’atto di citazione o del ricorso a seconda del rito del giudizio di cognizione. Si deve tuttavia ragionevolmente ritenere che l’atto predisposto in violazione dello schema legale sia comunque idoneo al raggiungimento dello scopo a condizione che la causa venga introdotta nel rispetto del termine perentorio.

L’art. 618 c.p.c. evidenzia che l’introduzione del giudizio di merito può essere avviata da qualunque parte interessata; resta inteso che, qualora sia stata disposta la sospensione da parte del giudice dell’esecuzione, l’introduzione del giudizio di merito impedirà la stabilizzazione del provvedimento di sospensione.

 

[[i]] cfr. METAFORA,  Le opposizioni esecutive, in Processo  di esecuzione (a cura di Cardino-Romeo),  Padova, 2018, 1224

 

[[ii]] Sulla opposizione preventiva agli atti esecutivi, cfr. SOLDI, Manuale dell’Esecuzione forzata, Padova, 2017, 2045 e  ss.

 

[[iii]] Sulla opposizione successiva agli atti esecutivi, cfr. SOLDI, cit., 2062 e ss.

 

[[iv]]  In tal senso, Cass. 4.5.1994, n. 4282 ha affermato che “Il soggetto cui sia stato notificato il pignoramento immobiliare, ancorché non sia proprietario dell'immobile sul quale è caduto il pignoramento, non è legittimato a proporre opposizione agli atti esecutivi, per far valere l'irregolarità del procedimento esecutivo, atteso che, a norma dell'art. 617 cod. proc. civ., solo il debitore ed il terzo assoggettato all'esecuzione, in quanto proprietari dei beni staggiti (art. 2910 cod. civ.), hanno interesse al corretto svolgimento del processo di esecuzione che si svolge nei loro confronti, mentre ne' il generico interesse a non essere esposto alla pubblicità di un procedimento esecutivo, ne' l'interesse a segnalare l'instaurazione di procedimenti esecutivi anomali configurano l'interesse ad agire, quale si ricava dall'art. 100 del codice di rito” .

 

[[v]] La Cassazione ha affermato la legittimazione dell’aggiudicatario a proporre opposizione agli atti esecutivi avverso il provvedimento con cui questi era stato decaduto dall’aggiudicazione per mancato versamento del saldo del prezzo entro il termine assegnatogli: “E’ inammissibile il ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111, comma settimo, Cost., avverso il provvedimento con cui il giudice, nell'espropriazione forzata immobiliare, dopo che sia stata disposta la vendita con incanto e sia avvenuta l'aggiudicazione definitiva, dichiari la decadenza dell' aggiudicatario, per non avere questi provveduto al versamento del prezzo nel termine assegnatogli, trattandosi di provvedimento che ha natura di atto esecutivo, contro il quale il rimedio esperibile è l'opposizione di cui all'art. 617 cod. proc. civ.” (Cass. ord. 31.8.2011, n. 17861). E’ pacifico, poi, che l’aggiudicatario in favore del quale sia stato emesso il decreto di trasferimento, in quanto parte del processo esecutivo, sia legittimato a proporre opposizione avverso detto decreto e ciò anche per far valere l’ipotesi di aliud pro alio (cfr., in tal senso Cass. 22.4.2014, n. 7708 )

 

[[vi]] Cass. 26.10.1992, n. 11615, con riferimento all’ipotesi di opposizione ex art. 617 c.p.c. proposta dall’aggiudicatario provvisorio del bene immobile contro il decreto del giudice dell'esecuzione che aveva prorogato il termine di versamento del prezzo di aggiudicazione del bene nella gara seguita alla offerta di acquisto con aumento di sesto

 

[[vii]]  Invero, nell'espropriazione forzata immobiliare, il terzo offerente non aggiudicatario è legittimato a proporre opposizione agli atti esecutivi avverso i provvedimenti del giudice dell'esecuzione in quanto interessato al regolare svolgimento del processo esecutivo, sì da non restare pregiudicato da atti che assume non conformi alla legge ( Cass. ord.18.11.2014, n. 24550).

In tal senso, cfr. Cass. 13.3.2009, n. 6186 , secondo la quale nell’ipotesi di esecuzione per espropriazione immobiliare con modalità di vendita senza incanto, qualora uno dei partecipanti alla gara, nel formulare la sua offerta, abbia depositato la cauzione in una misura inferiore a quella prescritta dall'art. 571, secondo comma, c.p.c., gli altri partecipanti, al fine di far constatare al giudice dell'esecuzione tale condizione d’inefficacia, sollecitando l'esercizio dei suoi poteri officiosi “sono tenuti, in mancanza, nell'eventualità in cui lo stesso giudice provveda ad emettere l'ordinanza di aggiudicazione del bene in favore dell'offerente che abbia depositato la cauzione in modo incongruo, a proporre opposizione agli atti esecutivi avverso siffatta ordinanza (alla quale si trasmettono i vizi delle operazioni inerenti l'espletata vendita senza incanto), nel termine prescritto dall'art. 617 cod. proc. civ., decorrente dalla conoscenza legale del provvedimento medesimo (ossia dal giorno della stessa udienza in cui l'ordinanza sia stata adottata, per le parti che vi abbiano partecipato o che siano state messe in condizione di parteciparvi, ossia dalla sua comunicazione da parte della cancelleria, nell'ipotesi di emissione fuori udienza)”.

 

[[viii]] d.l..  27 giugno 2015, n. 83, convertito, con modificazioni, nella l. 6 agosto 2015, n. 132.

 

[[ix]]  La questione verrà esaminata dalla terza sezione civile della Cassazione, nell’ambito del “Progetto esecuzioni”

 

[[x]] Il terzo che, in pendenza dell'esecuzione forzata e dopo la trascrizione del pignoramento immobiliare, abbia acquistato a titolo particolare il bene pignorato, soggiace alla disposizione di cui all'art. 2913 c.c., il quale, sancendo l'inefficacia verso il creditore procedente ed i creditori intervenuti delle alienazioni del bene staggito successive al pignoramento, impedisce che egli succeda nella posizione di soggetto passivo dell'esecuzione in corso, e, quindi, che sia legittimato a proporre opposizione all'esecuzione ai sensi dell'art. 615, secondo comma, c.p.c. (Cass.  12.4.2013, n. 8936; conf. 26.7.2004, n. 14003;  Cass. n. 23.1.2009, n. 1703; Cass. 28.6.2010, n.15400). In precedenza, si registra un orientamento difforme: cfr. Cass. 4.9.1985, n. 4612 e Cass. 14.4.2000, n. 4856 secondo le quali il terzo acquirente di un bene pignorato è legittimato a proporre in proprio, e non in via surrogatoria rispetto all'alienante, l'opposizione all'esecuzione a norma dell'art. 615 c.p.c..

 

[[xi]] Ciò in quanto, “poiché il socio di una società in nome collettivo - essendo la sua responsabilità, ancorché solidale, di natura sussidiaria - non è tenuto ad eseguire la prestazione cui è obbligata la società, ma deve soltanto sopportare le conseguenze dello inadempimento di questa, egli non è neppure legittimato in proprio a contrastare l'azione del creditore della società (non essendo soggetto passivo di un'obbligazione avente lo stesso contenuto della obbligazione sociale) e, di conseguenza, non può proporre opposizione agli atti esecutivi od all'esecuzione iniziata nei confronti della società” ( Cass. n. 5995 del 13.10.1986).

 

[[xii]] Sul punto, cfr. Cass. 8.10.1999, n.11287, secondo la quale “nella liquidazione dell'attivo fallimentare il reclamo disciplinato dall'art. 26 legge fall. tiene luogo dell'opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 cod. proc. civ. e soggiace alle stesse condizioni di ammissibilità. In particolare, la legittimazione ad esperire i rimedi giurisdizionali consentiti dalla legge avverso l'attività del giudice delegato può essere riconosciuta soltanto a coloro che della fase procedimentale si pongano come parti e in funzione di un loro specifico apprezzabile interesse. Consegue che tale legittimazione non compete al soggetto che, solo genericamente portatore, al pari di "quisque de populo", di un potenziale interesse a rendersi acquirente del bene assoggettato ad espropriazione, non abbia dato concreta attuale consistenza e giuridica rilevanza a tale interesse con la partecipazione alla vendita”.

 

[[xiii]] In considerazione della natura unilaterale del processo esecutivo, nel quale non vige normalmente il principio del contraddittorio, non basta la violazione delle disposizioni che regolano il processo a legittimare il debitore a proporre opposizione agli atti esecutivi, occorrendo altresì che detta violazione importi la lesione di un interesse di cui egli sia portatore. Sulla scorta di tale principio la Cassazione ha affermato che “la violazione dell'art 505 cod proc civ, il quale, dettato nell' interesse esclusivo dei creditori, prescrive che l'assegnazione dei beni pignorati ad uno o più creditori procedenti o intervenuti può esser fatto soltanto se vi sia l'accordo di tutti, non legittima all'opposizione il debitore esecutato, prevedendo la legge che egli possa perdere il proprio diritto sui beni oggetto dell'esecuzione a seguito di un provvedimento di assegnazione anche nell'ipotesi di unico creditore procedente. Pertanto l'opposizione proposta dal debitore adducendo la violazione predetta va dichiarata inammissibile” (Cass. 3.3.1971, n. 546 )

 

[[xiv]] In tal senso, Cass. n. 13.1.1976, n. 94; Cass. 13.2.1988, n. 1550; Cass. 24.7.1993, n. 8293; Cass. 19.9.2003, n. 12122; Cass. 26.1.2005, n. 1618

[[xv]]  Cass. 30.6.2014, n. 14474

 

[[xvi]] Cass. 5.3.2009, n. 5341

 

[[xvii]] Cass. 22.4.1996, n. 3817

 

[[xviii] ]  La Cassazione ha affermato che “può costituire oggetto di opposizione agli atti esecutivi soltanto l'atto del processo esecutivo, viziato nelle forme o nei presupposti, che abbia incidenza dannosa nella sfera degli interessati, tale che sia attualmente configurabile un interesse reale alla rimozione dei suoi effetti. È pertanto, inammissibile l' opposizione ex art. 617 cod. proc. civ. - per carenza di interesse ad impugnare - allorché investa provvedimenti del giudice dell'esecuzione che abbiano finalità di mero governo del processo, come è tipicamente quello di rinvio dell'udienza (da non confondere, ovviamente, col rinvio della vendita, disciplinato dall'art. 161 bis disp. att. cod.proc. civ., e col rinvio per la mancata comparizione all'udienza, disciplinato dall'art. 631 cod. proc. civ),  salvo che detti provvedimenti non siano abnormi, e cioè rechino statuizioni non coerenti con la funzione riconosciuta ad un determinato atto dall'ordinamento, e pregiudizievoli per le parti. Situazione, quest'ultima, che può verificarsi per le ragioni del rinvio ovvero per le modalità o le circostanze dell'adozione del relativo provvedimento (per esempio, in caso di rinvio ripetuto ovvero di rinvio a data incompatibile con le ragioni poste a suo fondamento, sì da tradursi in una sostanziale sospensione del processo esecutivo), sempre che la parte che si opponga al rinvio dimostri l'esistenza di un pregiudizio serio ed attuale alle proprie ragioni” (Cass.7.2.2013, n. 2968). Nel caso di specie, la Suprema Corte ha escluso la ricorrenza delle condizioni legittimanti l'opposizione, in quanto il rinvio dell'udienza venne contenuto in un breve arco temporale e motivato dal giudice con la necessità di acquisire documentazione rilevante ai fini della definizione del processo esecutivo.

 

[[xix] ] Cass. 17.4.2000, n. 4923

 

[[xx] ] In applicazione di tale principio la Cassazione ha affermato l’illegittimità dell'ordine di integrazione del contraddittorio (e, in caso di sua inosservanza, della declaratoria di estinzione del relativo processo) nei confronti di soggetti estranei al rapporto ad esso afferente, ancorché litisconsorti necessari in altro dei rapporti coesistenti (Cass. ord. 27.5.2011, n. 11885).

[[xxi]] In particolare, la Cassazione ha affermato, conformemente a un indirizzo giurisprudenziale consolidato (cfr., tra le ultime pronunce, Cass. 29.1.2013, n. 2082 e Cass. 2.7.2013, n. 16559), che qualora uno dei coniugi, in regime di comunione legale dei beni, abbia da solo acquistato o venduto un bene immobile da ritenersi ricadente in comunione, il coniuge rimasto estraneo alla formazione dell'atto non può ritenersi litisconsorte necessario in tutte quelle controversie in cui si chieda una decisione che incide direttamente e immediatamente sulla validità ed efficacia del contratto o dell'atto di acquisto (mentre sarà litisconsorte necessario in tutte le controversie in cui si chieda al giudice una pronuncia che incida direttamente e immediatamente sul diritto dominicale) ( Cass. ord. 26.3.2015, n. 6091).

 

[[xxii]] Cass. 15.5.2007, n. 11187

 

[[xxiii]] Cass. 5.9.2011, n. 18110

 

[[xxiv]] Cfr, Cass. 31.1.2017, n. 2333 (confermata da Cass. n. 9.11.2017, n. 26523) che in motivazione afferma, altresì, che condizionatamente all'esistenza di un interesse concreto e secondo i canoni che regolano la possibilità di agire ai sensi dell'art. 617 c.p.c., il debitore diretto può anche assumere egli stesso l'iniziativa di proporre opposizione agli atti.

 

[[xxv]] Cass. 5.3.2009, n. 5342

 

[[xxvi]] Cass. 31.10.2017, n. 25861; Cass. ord. 27.7.2017, n. 18723; Cass. 22.12.2015, n. 25743; Cass. 31.8.2015, n. 17306; Cass. 13.11.2014, n. 27533; Cass. 13.11.2014, n. 12881; Cass. 28.9.2012, n. 16529; Cass. 9.5.2012, n. 7051; Cass. 13.5.2010, n. 11597; Cass. 17.3.2010, n. 6487 del 17.3.2010; Cass. 30.4.2009, n. 10099.

 

[[xxvii]]  Cass.21.3.2017,  n. 9962

 

[[xxviii]]V., da ultimo, Cass. 16.4.2009, n. 9018, che escludeva la sufficienza della conoscenza di fatto.

 

[[xxix]] Cass. 6.8.2001, n. 10841; successivamente, tra le altre ed oltre quelle già ricordate che ammettono anche la rilevanza della conoscenza di fatto, Cass. 22.8.2007, n. 17880 7 e Cass. 10.1.2008, n. 252

 

[[xxx]] Cass. 30.3.2018, n. 7898 , secondo la quale  “In tema di opposizione agli atti esecutivi, la nullità della comunicazione del provvedimento del giudice dell'esecuzione - avvenuta senza la trasmissione del testo integrale della decisione comprensivo del dispositivo e della motivazione (in violazione dell'art. 45, comma 4, disp. att. c.p.c.) - è suscettibile di sanatoria per raggiungimento dello scopo, anche ai fini del decorso del termine per la proposizione dell' opposizione agli atti esecutivi, qualora l'oggetto della comunicazione sia sufficiente a fondare in capo al destinatario una conoscenza di fatto della circostanza che è venuto a giuridica esistenza un provvedimento del giudice dell'esecuzione potenzialmente pregiudizievole; in tal caso è onere del destinatario, nonostante l'incompletezza della comunicazione, attivarsi per prendere utile e piena conoscenza dell' atto per valutare se e per quali ragioni proporre tempestivamente l'opposizione ai sensi dell'art. 617 c.p.c. oppure, alternativamente, incombe all'opponente dimostrare l'inidoneità in concreto della ricevuta comunicazione ai fini dell'estrinsecazione, nei predetti termini, del suo diritto di difesa”.

 

[[xxxi]] Cass. 2.4.2014, n. 7708. Il principio è stato ribadito da Cass. ord. 11.5.2017,  n. 11729, secondo la quale “nella vendita forzata, l’ipotesi del cd. "aliud pro alio" può essere fatta valere, soprattutto da chi assume la qualità di soggetto del processo esecutivo, quale è certamente il debitore esecutato, solo nelle forme dell’ opposizione agli atti esecutivi, ma il termine previsto dall’art. 617 c.p.c. decorre dalla conoscenza del vizio o delle difformità integranti la diversità del bene aggiudicato rispetto a quello offerto, occorrendo, conseguentemente, anche fornire la prova della tempestività della relativa opposizione all’interno del processo esecutivo”

 

[[xxxii]]  Cass.  9.5.2012, n. 7051; conf. Cass. 13.8.2015, n. 16780; Cass. 21.3.2017, n. 9962

 

[[xxxiii]] Cass. ord. n. 19277 del  7.11.2012.; conf. Cass. n. 26932 del 19.12.2014

 

[[xxxiv]] Cass. 13.8.2015, n. 16780

 

[[xxxv]]  Cass. 19.12.2014, n. 26932

 

[xxxvi] SOLDI, cit., 2132

[[xxxvii]]  L'ordinanza con la quale il giudice dell'esecuzione, nell'espropriazione forzata presso terzi, su istanza di assegnazione del creditore procedente qualifica la dichiarazione resa dal terzo come positiva ed emette il relativo provvedimento di assegnazione rappresenta un atto del processo esecutivo poiché è assunta nell'ambito dell'attività esecutiva e non di quella di accertamento del credito; ne consegue che detto provvedimento deve essere contestato con l'opposizione agli atti, allegando che la dichiarazione era in realtà negativa e che, dunque, mancava il presupposto per l'assegnazione. (Nella specie la S.C., in applicazione dell'enunciato principio, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva dichiarato inammissibile l'opposizione proposta ex art. 617 cod. proc. civ. con cui il terzo aveva contestato di aver reso la dichiarazione positiva prescritta come presupposto per il provvedimento del giudice dell'esecuzione). Sempre in tema di espropriazione presso terzi, la Cassazione ha affermato recente che il rimedio dell' opposizione agli atti esecutivi è l'unico esperibile avverso l'ordinanza di assegnazione del credito ex art. 553 c.p.c., e ciò anche anche quando la stessa risolve questioni relative alla partecipazione dei creditori alla distribuzione della somma di cui il terzo si è dichiarato debitore (Cass. ord. 24.3.2017,  n. 7706 del 24.3.2017).   

 

[[xxxviii]] Cass. ord. 12.4.2018,  n. 9175

 

[[xxxix]]  Il principio è stato affermato da Cass. 7708/2014, cit.,  con riferimento all’ipotesi di vendita di aliud pro alio e conseguente opposizione ex art. 617 c.p.c. avverso il decreto di trasferimento

 

[[xl]] Possono individuarsi la fase preparatoria che culmina con l’ordinanza di autorizzazione alla vendita; la fase liquidatoria che culmina con la vendita o con l’assegnazione; la fase di distribuzione del ricavato.

 

[[xli]]  Cass. SS.UU.  27.10.1995, n. 11178

 

[[xlii]]  Cass. 20.7.2011,  n. 15903; conf. Cass. 3.11.2014, n. 23390 e Cass. 5.5.2016, n. 8959

 

[[xliii]] Si è espressa in tal senso Cass. 15.7.2016, n. 14449, secondo la quale “l'opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) si risolve in una contestazione relativa a singoli atti che la legge considera indipendenti, alla quale, pertanto, è estranea la regola della propagazione delle nullità processuali indicata dall'art. 159 c.p.c., operando tale principio anche per le cd. nullità insanabili - quali quelle attinenti al difetto dello "ius postulandi" ovvero della rappresentanza o della capacità di agire - che debbono essere fatte valere nel termine di decadenza per l'opposizione, atteso che la finalità del processo esecutivo di giungere ad una sollecita chiusura della fase espropriativa non tollera che esso possa trovarsi in una situazione di perenne incertezza”.

 

[[xliv]] Cfr. Cass. 15.9.2017, n. 21379, secondo la quale “la deduzione della nullità del pignoramento immobiliare per mancata o incompleta identificazione del bene staggito, concernendo la validità formale dell'atto e non già il diritto del creditore di procedere ad esecuzione forzata, configura motivo di opposizione agli atti esecutivi ed è pertanto soggetto alla relativa disciplina, fatta eccezione per la preclusione derivante dalla decorrenza del termine di cui all’art. 617 c.p.c., trattandosi di una nullità che non ammette sanatoria, in quanto impedisce al processo esecutivo di pervenire al suo scopo con l'espropriazione del bene”; in tal senso cfr. anche Cass. ord. 8.5.2018, n. 10945

 

[[xlv]] Cass. ord. 6.11.2015,  n. 22782

 

[[xlvi]]  Cass. SS.UU. 15.10.1998, n. 10187 ; conf. Cass. 19.12.2006, n. 27162

 

[[xlvii]] Occorre evidenziare che non esistono specifici precedenti di legittimità sulla sorte del ricorso in opposizione che sia stato direttamente iscritto al Ruolo degli Affari Contenziosi anziché a quello delle Esecuzioni, né – più in generale – sull’ammissibilità di un’opposizione esecutiva proposta, dopo il pignoramento, direttamente al giudice della cognizione, pretermettendo la fase sommaria innanzi al giudice dell’esecuzione. La questione è al vaglio della terza sezione civile della Cassazione, nell’ambito del c.d. “Progetto esecuzioni”.

 

[[xlviii]] cfr., tra le altre, Cass. ord.9.6.2010,  n. 13928 3 Cass. 9.11.2010, n. 22767. In dottrina, cfr. METAFORA, cit., 1252 e ss.

 

[[xlix]] Cass. 31.1.2017, n. 2353 ( nella specie, la Cassazione ha affermato che non è autonomamente impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi l’ordinanza adottata ai sensi dell’art. 618, comma 2, c.p.c., contendo essa provvedimenti indilazionabili o provvedimenti sulla sospensione- a loro volta non impugnabili ai sensi dell’art. 617 c.p.c.- nonché provvedimenti ordinatori per la prosecuzione del giudizio in sede di merito, emessi nell’ambito di un unico procedimento articolato in due fasi, la prima sommaria e la seconda a cognizione piena, qual è il giudizio opposizione ex art. 617 c.p.c. ).

 

[[l]]  Cass. 24.10.2011, n. 22033

 

[[li]]  Cass. 4.3.2014, n. 5060; Cass. 26.11.2014, n. 25169; Cass. 11.12.2015, n. 25064

 

[[lii]] Cass. ord. 31.8.2011, n. 17860 (nella specie, la Cassazione ha altresì precisato che contestualmente alla fissazione del termine perentorio il giudice dell’esecuzione dovrà dichiarare estinto il procedimento subordinatamente alla scadenza di tale termine, il cui inutile decorso comporterà, pertanto, l'efficacia dell'estinzione)