Questioni in tema di c.d. impugnazione dell’estratto di ruolo alla luce della giurisprudenza di legittimità e di merito

Osservazioni sulla recente giurisprudenza di legittimità e di merito quanto all’interesse ad agire ex art. 100 c.p.c. rispetto alla c.d. impugnazione dell’estratto di ruolo
Questioni in tema di c.d. impugnazione dell’estratto di ruolo alla luce della giurisprudenza di legittimità e di merito

Sommario:

1. Premessa.
2. L’impugnazione dell’estratto di ruolo nella giurisprudenza di legittimità.
3. L’impugnazione dell’estratto di ruolo nella giurisprudenza di merito.

 

  1. Premessa.

Il tema dell’esecuzione forzata c.d. esattoriale (espressione che costituisce un retaggio dell’epoca in cui alla riscossione dei crediti tributari si procedeva tramite esattore) presenta una notevole complessità, legata, in sintesi:

  • alla circostanza che la normativa fondamentale che disciplina la materia, dettata ab ovo con riferimento ai soli crediti tributari dello Stato, ha oggi un ambito di applicazione assai più esteso, sia sotto il profilo soggettivo che sotto il profilo oggettivo[1].

La riferita circostanza implica due conseguenze: da un lato, lo strumento congegnato per il recupero di una disparata varietà di crediti (di cui è titolare una ampia varietà di soggetti) sconta le sue anfibologie originarie; dall’altro, l’elaborazione scientifica in materia si presenta caratterizzata da un approccio (se così può dirsi) monadistico posto che questo stesso procedimento esecutivo viene studiato (partendo da premesse culturali non sempre omogenee) sia dagli studiosi del diritto e del processo tributario che da quelli del processo civile;

  • alla circostanza che le modifiche legislative che interessato il corpus normativo menzionato risultano spesso legate ad esigenze contingenti, come tali non agevolmente riconducibili a sistema;
  • alla circostanza – in buona parte legata alle due sopra analizzate – che il formante giurisprudenziale si presenta, oltre che particolarmente copioso, non sempre armonioso, il che ne rende l’analisi viepiù complessa.

 

  1. L’impugnazione dell’estratto di ruolo nella giurisprudenza di legittimità.

Le considerazioni di carattere generale che abbiamo sopra svolto trovano un significativo banco di prova nella giurisprudenza sulla c.d. ammissibilità dell’impugnazione dell’estratto di ruolo, laddove lo “scarto” tra le caratteristiche strutturali dell’azione innanzi al Giudice tributario (in sede di impugnazione ex art. 19, d.lgs. n. 546 del 1992) e di quella innanzi al Giudice ordinario (in sede di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.) impone una riflessione approfondita circa la valutazione della sussistenza dell’interesse ad agire, nei termini che saranno appresso chiariti.

Ai fini della migliore comprensione di questa tematica, occorre partire da alcuni – essenziali ed apparentemente banali – profili nozionistici.

Il ruolo è un atto amministrativo impositivo (fiscale, contributivo o di riscossione di entrate di altra natura, allorché sia previsto come strumento di riscossione coattiva delle stesse), contenente l’elenco dei debitori aventi il domicilio fiscale nell’area territoriale di riferimento, formato dall’ufficio competente ai fini della riscossione coattiva (sul punto si v. l’art. 12, comma 1, d.p.r. n. 602 del 1973).

Il sistema della riscossione tramite ruolo è articolato secondo una logica bifasica:

  • l’Ente creditore (un tempo impositore) provvede ad accertare un credito nei riguardi del debitore. Ciò può avvenire tanto a seguito di un’attività condotta d’ufficio che a seguito della ricezione di un atto proveniente dallo stesso debitore (si pensi, per tutti, alla dichiarazione dei redditi).

L’atto che contiene l’accertamento di questo credito (che in diritto tributario è nella normalità dei casi l’avviso di accertamento) costituisce il titolo che giustifica la pretesa da parte dell’Ente creditore; titolo che porta un debito che l’obbligato può estinguere spontaneamente entro un certo termine;

  • subordinatamente al mancato pagamento spontaneo nel termine previsto, l’Ente creditore provvede ad iscrivere a ruolo il credito (sia quello in linea capitale che quello, frattanto maturato, per interessi e sanzioni);
  • l’Agente della riscossione, sulla base del ruolo così formato, provvede alla emanazione di atti propedeutici all’esecuzione forzata (in primis della cartella di pagamento, la notifica della quale consente di portare a conoscenza di un determinato creditore la esistenza di una pretesa nei suoi confronti, come risultante dal titolo, e che assolve, inoltre, alla funzione di intimare il pagamento della somma in essa indicata) e, in ultima battuta, all’esercizio dell’azione esecutiva nelle forme di cui al d.p.r. n. 602 del 1973.

Ebbene, tralasciando ulteriori classificazioni che non rilevano ai fini della questione oggetto di studio, va detto che il ruolo costituisce atto impugnabile innanzi alle Commissioni tributarie ai sensi dell’art. 19, d.lgs. n. 546 del 1992 (beninteso se l’iscrizione concerne un credito tributario), nel termine di decadenza previsto dalla legge.

Il processo innanzi alle Commissioni tributarie[2] – giova ribadirlo - ha natura impugnatoria e l’azione va esercitata entro termini ben definiti, posto che le istanze di tutela del debitore (in questo caso: il contribuente) vanno contemperate con esigenze di stabilità dell’azione amministrativa (in questo caso: degli atti che accertano crediti di natura pubblicistica verso i cittadini).

Ciò posto, può essere evidenziata la distinzione concettuale tra ruolo ed estratto di ruolo: il primo, come detto, ha natura di atto impositivo (impugnabile nelle forme e nei termini di legge); il secondo è un documento formato dall’Agente della riscossione (ricavabile dal debitore anche tramite accesso al relativo sito internet) che costituisce (come è stato detto in giurisprudenza) la “fedele riproduzione del ruolo”[3], quanto alla posizione debitoria del richiedente e che, quindi, rileva come documento e non (appunto) come atto impositivo.

L’espressione impugnazione dell’estratto di ruolo si mostra pertanto imprecisa sotto il profilo tecnico, dacché tale documento non contiene alcuna pretesa impositiva, ma si limita a “fotografare” la posizione debitoria del richiedente, siccome risultante dal ruolo formato dall’Ente creditore (o dagli Enti creditori) e consegnato, per le conseguenti attività, all’Agente della riscossione.

Su questa premessa, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite[4] ha rilevato che il debitore non ha interesse ex art. 100 c.p.c. alla impugnazione dell’estratto di ruolo “non avendo alcun senso l’eliminazione dal mondo giuridico del solo documento  senza incidere su tutto quanto ivi rappresentato” (corsivi nel testo).

Ciò nondimeno, l’estratto di ruolo potrebbe costituire il veicolo attraverso il quale il debitore sia venuto a conoscenza, per la prima volta, dell’avvenuta iscrizione di un credito nei suoi confronti; potrebbe accadere, per esempio, che la cartella di pagamento non sia mai stata notificata (o non sia stata regolarmente notificata)[5] e che – una volta venuto a conoscenza della relativa esistenza – il contribuente intenda contestarla, pur essendo decorsi i termini per farlo.

Va chiarito che l’art. 19, comma 3, d.lgs. n. 546 del 1992 prevede che: “gli atti diversi da quelli indicati non sono impugnabili autonomamente. Ognuno degli atti autonomamente impugnabili può essere impugnato solo per vizi propri. La mancata notificazione di atti autonomamente impugnabili, adottati precedentemente all'atto notificato, ne consente l'impugnazione unitamente a quest'ultimo”.

Ebbene, secondo la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, è necessaria una lettura costituzionalmente orientata di tale norma.

Lettura alla stregua della quale occorre ritenere che “l’impugnabilità dell’atto precedente non notificato unitamente all’atto successivo notificato non costituisce l’unica possibilità di far valere l’invalidità della notifica di un atto del quale il destinatario sia comunque legittimamente venuto a conoscenza e pertanto non escluda la facoltà del medesimo di far valere, appena avutane conoscenza, la suddetta invalidità che, impedendo la conoscenza dell’atto e quindi la relativa impugnazione, ha prodotto l’avanzamento del procedimento di imposizione e riscossione, con relativo interesse del contribuente a contrastarlo il più tempestivamente possibile, specie nell’ipotesi in cui il danno potrebbe divenire in certa misura non più reversibile se non in termini risarcitori”.

Altrimenti detto e ricordato quanto disposto dall’art. 19, comma 3, cit., il debitore che non abbia ricevuto la cartella ma sia venuto aliunde (nello specifico attraverso l’estratto di ruolo) a conoscenza della stessa ha una duplice alternativa:

  • attendere la notifica di un atto successivo e impugnare, unitamente a questo, la cartella;
  • far valere recta via l’illegittimità della cartella, sulla scorta della interpretazione costituzionalmente orientata di cui si è detto. In questo caso, peraltro, andrà comunque osservato il termine di decadenza, decorrente dalla data dell’acquisita conoscenza della cartella.

Rileva notare che la soluzione elaborata dalle Sezioni Unite si adatta perfettamente alla struttura impugnatoria del processo tributario.

Si è detto, infatti, che anche laddove la cartella sia conosciuta aliunde va osservato il termine decadenziale per l’impugnazione della stessa.

Ebbene, la trasposizione di questa soluzione al di fuori del processo tributario (cioè ai casi in cui siano iscritti a ruolo crediti extratributari: si pensi a quanto dovuto a titolo di sanzioni per violazione di norme del Codice della strada) richiede alcuni adattamenti, imposti:

  • dalla circostanza che il processo civile non ha (in questo caso) struttura impugnatoria;
  • dalla circostanza che l’opposizione all’esecuzione, congegnata come azione di accertamento negativo (della sussistenza del diritto di procedere in via esecutiva), può essere proposta (quanto meno nella sua originaria conformazione) senza limiti di tempo.

Sulla scia della giurisprudenza delle Sezioni Unite – e anche di una semplificazione dei principi dalla stessa ricavabile – si è formato un filone giurisprudenziale (in specie riferibile alla giurisprudenza di prossimità) che ha ammesso – con riferimento a crediti diversi da quelli tributari – l’azione di “impugnazione” del ruolo senza limiti di tempo e alla sola condizione che il debitore allegasse di esser venuto a conoscenza di una pretesa creditoria nei suoi confronti a seguito di “estratto di ruolo”.

In molti casi, ad esempio, si è proceduto alla declaratoria della intervenuta estinzione del credito, atteso che, dalla data della notifica della cartella, era trascorso il termine di prescrizione del diritto. 

A fronte della particolare natura dello strumento di tutela utilizzato (l’opposizione all’esecuzione, da intendersi nei termini anzidetti), la giurisprudenza successiva alla menzionata pronuncia delle Sezioni Unite ha operato delle “precisazioni”, attinenti in definitiva allo scrutinio delle condizioni dell’azione e, in specie, dell’interesse ad agire ex art. 100 c.p.c..

A partire da una pronuncia dell’ottobre 2016[6], la S.C. si è pronunciata sulla questione se, con riferimento a crediti extratributari, sia ammissibile l’azione di accertamento negativo del diritto di procedere in via esecutiva, laddove il titolo esecutivo sia costituito dal ruolo e non sia stato iniziato procedimento esecutivo da parte dell’amministrazione.

Questione che la Cassazione ha risolto negativamente, sul rilievo che “l’interesse ad agire, in termini generali, costituisce una condizione per far valere il diritto sotteso mediante l’azione e si identifica nella esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non altrimenti conseguibile senza l’intervento chiarificatore del Giudice”.

La S.C. prosegue osservando che “nel caso in esame, al risultato di eliminare il provvedimento afflittivo (la cartella esattoriale ancora iscritta a ruolo, costituente titolo esecutivo nei suoi confronti) la cui esecuzione a suo avviso non era più esigibile per intervenuta prescrizione del credito dell'amministrazione, il debitore sarebbe potuto giungere attivandosi in via amministrativa, ovvero limitandosi a richiedere lo sgravio, in via di autotutela del credito dell'amministrazione ormai prescritto. Non era necessario percorrere, in difetto di alcuna attività esecutiva da parte dell'amministrazione, la strada dell'azione di accertamento negativo del credito. Avrebbe potuto legittimamente essere oggetto di impugnazione soltanto il provvedimento dell'amministrazione che avesse negato lo sgravio”.

Ad avviso della Cassazione, la divisata inammissibilità dell’azione di accertamento negativo per carenza di interesse “non si pone in contrasto con quanto recentemente affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte con sentenza n. 19704 del 2015 (…)”[7].

Secondo tale pronuncia – prosegue la Corte – il contribuente gode di “una tutela anticipatoria, rispetto alla possibilità da sempre riconosciuta di recuperare la possibilità di impugnare l'atto precedente allorché sia notificato l'atto successivo (che ha fatto esprimere in dottrina il dubbio circa l'introduzione — e la sua eventuale opportunità - di azione di accertamento negativo nel processo tributario). Essa si giustifica allorché, prendendo conoscenza del ruolo, il contribuente apprenda per la prima volta dell'esistenza di una cartella esattoriale a suo carico e quindi dell'avvenuta formazione di un titolo esecutivo nei suoi confronti, e gli consente di recuperare gli strumenti di impugnazione avverso la cartella esattoriale che non ha potuto in precedenza utilizzare a causa della invalidità della notifica di essa”

In altre parole, la pronuncia delle Sezioni Unite ha ammesso una tutela “recuperatoria” sul presupposto che la cartella non sia stata ritualmente notificata.

Non si può, invece, chiedere l’accertamento negativo del diritto di agire in via esecutiva quando, pur essendo emersa in giudizio la rituale notifica della cartella, non sia frattanto stata posta in essere alcuna ulteriore attività da parte dell’Agente della riscossione e l’attore pretenda dichiararsi l’intervenuta prescrizione tenuto conto del momento in cui ha chiesto l’estratto di ruolo.

Diversamente opinando, si ammetterebbe una azione di accertamento “pura”, svincolata dal vanto dell’altrui pretesa.

Questa affermazione assume rilievo specifico con riferimento all’ipotesi in cui l’opponente deduca l’intervenuta prescrizione del credito.

Dato che – ad avviso della Corte – non vi è alcun stato, successivamente alla notifica della cartella, alcun atto di vanteria della pretesa, la prescrizione – conformata nel nostro ordinamento come eccezione – non può esser fatta valere in via di azione, difettando a tal riguardo un interesse giuridicamente apprezzabile ex art. 100 c.p.c..

L’orientamento “correttivo” (lo si definisce così per esigenze di sintesi, ma è chiaro che la Cassazione si è limitata ad operare degli adattamenti ai dicta delle Sezioni Unite con riferimento ad un caso specifico, confermandone però la validità da un punto di vista generale) esaminato sopra ha trovato seguito in varie pronunce successive[8].

Questo essendo il quadro della prevalente giurisprudenza di legittimità, va data contezza di un precedente che si pone, almeno apparentemente, in termini non conformi[9].

Nel caso deciso dalla S.C., la Corte territoriale aveva ritenuto che l’opposizione all’estratto di ruolo, pur ammissibile, andava rigettata, essendo emersa nel corso del processo la rituale notifica della cartella esattoriale cui si riferiva l’estratto, con conseguente “cristallizzazione” della pretesa creditoria (essendo decorso il termine – in questo caso di quaranta giorni – per procedere alla relativa impugnazione).

In particolare, la Corte d’appello aveva ritenuto preclusa la possibilità di dedurre la prescrizione del credito.

Il Supremo Consesso, nel richiamare, quanto all’ampiezza del termine di prescrizione, la giurisprudenza delle Sezione Unite[10], ha ritenuto infondato il motivo posto alla base del ricorso incidentale condizionato, ove si lamentava la carenza di un “interesse concreto ed attuale ad impugnare il ruolo”.

A dire della S.C., in dettaglio, la necessità di pronunciare l’infondatezza del motivo discende da quanto sostenuto dalle Sezioni Unite nella più volte menzionata sentenza n. 19704 del 2015; con riferimento al caso specifico, pertanto, non era preclusa alla parte la possibilità di far valere la prescrizione maturata successivamente alla notifica della cartella.

Invero, appare necessario precisare che l’ordinanza in commento, senza dare atto della giurisprudenza contraria, ha riguardo ad una materia peculiare – quella della impugnazione delle cartelle concernenti crediti previdenziali – ove – sulla falsariga di quanto avviene nel processo tributario – è previsto un termine per impugnare gli atti della riscossione esattoriale, a pena di decadenza.   

 

  1. L’impugnazione dell’estratto di ruolo nella giurisprudenza di merito.

Nell’ambito della giurisprudenza di merito formatasi successivamente agli arresti passati in rassegna finora, è dato individuare, in sintesi, sue orientamenti.

Un primo orientamento riprende pedissequamente le argomentazioni svolte nelle pronunce sopra menzionate[11].

Peraltro, venendo in rilievo una condizione dell’azione:

  • la verifica della relativa sussistenza può essere operata d’ufficio dal Giudice, anche per la prima volta in appello;
  • la riscontrata carenza di tale condizione, implicando l’inammissibilità della domanda, consente al Giudice d’appello (il Tribunale laddove si tratti dell’impugnazione di sentenze del Giudice di pace) di non procedere all’esame del merito, in applicazione dei principi affermati da Cass. S.U. 20.2.2007, n. 3840 (e altre successive).

Un distinto orientamento, quanto all’interesse ad agire, ritiene che, a fronte di una deduzione specifica che si sostanzi nella prospettazione di un pregiudizio discendente ex se dalla permanenza della iscrizione a ruolo, vi sia interesse ad agire ex art. 100 c.p.c., con conseguente ammissibilità dell’azione[12].

Secondo il Tribunale partenopeo “la notifica della cartella si palesa del tutto irrilevante rispetto all’eccezione di prescrizione sopravvenuta”.

D’altro canto, ai sensi dell’art. 2939 c.c., la prescrizione “può essere opposta dai creditori e da chiunque vi abbia interesse, qualora la parte non la faccia valere”: il che – rileva il Tribunale di Napoli – “sembra ribadire che non vi è nessun ostacolo a far valere la suddetta causa di estinzione del diritto, da chiunque abbia un interesse attuale e concreto a farlo valere”; in definitiva, “non è l’astratta ammissibilità di far valere in via d’azione l’eccezione di prescrizione, ma l’esistenza di un concreto ed attuale interesse ad agire da parte del debitore”.

Il fulcro della questione, quindi, consiste nella verifica della sussistenza di un tale interesse in concreto.

In specie, “alla luce del principio per il quale le condizioni dell’azione possono utilmente sopravvenire nel corso del processo, (…) l’interesse ad agire ben può essere apprezzato anche alla luce della difesa svolta dal convenuto. Laddove quest’ultimo contesti l’avversa azione di accertamento negativo, affermando in senso contrario la fondatezza della pretesa creditoria, si impone una pronuncia che, non arrestandosi a questioni di rito, decida sul vero oggetto della lite, rappresentato dalla esistenza del credito”.

A titolo esemplificativo, e riscontrato che la difesa dell’opposto può implicare, di per sé, la necessità di accertare che il credito sia valutato come esistente, l’interesse ad agire potrebbe sostanziarsi nella pretesa alla cancellazione del nominativo dal ruolo, considerato che tale circostanza può implicare, per il debitore (non più tale, stante l’intervenuta prescrizione), un pregiudizio: si pensi alla difficoltà ad ottenere un finanziamento da parte di una banca o alla impossibilità di incassare crediti (esigibili) vantati nei riguardi di una p.a., stante quanto disposto dall’art. 48-bis, d.p.r. n. 602 del 1973.

A sommesso avviso di chi scrive questa impostazione non può essere condivisa.

Ciò in quanto l’opposizione all’esecuzione è – secondo l’impostazione che si ritiene preferibile - azione di accertamento negativo del (solo) diritto di procedere in via esecutiva, che non si identifica, anche per ciò che concerne la cogenza della regola del dedotto e del deducibile, con l’azione di accertamento del rapporto[13].

In questo senso depone, peraltro, anche la circostanza che il legislatore ha, di recente, introdotto un termine per la proposizione dell’opposizione all’esecuzione e ciò denota – a noi pare - la volontà di circoscrivere la valenza dell’accertamento ivi compiuto all’esecuzione in corso[14].

L’idea che l’assoggettamento della opposizione all’esecuzione ad un termine di preclusione abbia fatto sorgere un vero e proprio onere “di reazione” in capo al debitore esecutato, dal cui mancato assolvimento deriverebbe un “accertamento” del diritto sostanziale, è suggestiva: tant’è vero che in dottrina, tra i primi commentatori, taluno l’ha sostenuta[15].

Ma si lascia preferire l’opinione contraria, per cui la compatibilità del sistema con i principi costituzionali richiede che la preclusione di cui al nuovo art. 615, comma 2, c.p.c. non sia di ostacolo all’esercizio di un’azione autonoma riguardante il rapporto, una volta che l’esecuzione si sia compiuta, onde dare corso alle eventuali restituzioni e, se del caso, consentire la riparazione del danno subito[16].

Orbene, con riferimento al nostro caso, se, successivamente alla notifica della cartella (e segnatamente entro un anno da tale momento), non è iniziata l’azione esecutiva non può ritenersi sussistente, in concreto, alcun vanto dell’altrui pretesa.

In questo senso, peraltro, si muove chiaramente la disciplina contenuta nel d.p.r. n. 602 del 1973.

La pretesa esecutiva accampata con la notifica della cartella, quando sia non seguito l’avvio dell’azione esecutiva entro l’anno successivo, va “attualizzata” con la notifica di un avviso di mora (art. 50, comma 2, d.p.r. n. 602 del 1973): il che dimostra che, in mancanza di questo atto, la pretesa recata dalla cartella è una pretesa (per così dire) sterile e dunque inidonea ad assurgere al rango di “vanteria” di un diritto giuridicamente significativa sotto il profilo processuale.

La mera costituzione dell’opposto (che, ad avviso della giurisprudenza in commento, implicherebbe la necessità di accertare l’attuale esistenza della pretesa) non vale a sopperire ai menzionati (necessari) passaggi procedimentali: pertanto, è inidonea, come tale, a far sorgere un interesse ad agire nel senso specificato.

Di conseguenza, la intervenuta prescrizione potrà essere invocata quando (e se) l’Agente della riscossione si attivi con la notifica dell’avviso di mora e, semmai, con l’inizio in concreto dell’azione esecutiva.

Va infine notato che il pregiudizio relativo alla permanenza del nome del debitore nel ruolo (nel che si sostanzierà, nella maggior parte dei casi, l’interesse ad agire secondo la prospettazione dell’opponente) può essere neutralizzato attraverso il ricorso a mezzi di tutela specifici[17].

 

[1] Quanto al primo, si richiamano qui le notazioni di Costantino, Il sistema della riscossione coattiva, testo della Relazione al Convegno La tutela giurisdizionale del soggetto passivo nella riscossione coattiva, tenutosi in Foggia in data 22.9.2018, che leggo in versione dattiloscritta per gentile concessione dell’A.; quanto al secondo sia consentito rinviare, anche per altri riferimenti e per l’analisi dell’evoluzione storica della disciplina, al mio L’espropriazione forzata esattoriale, in Cardino, Romeo (a cura di), Processo di esecuzione – Profili sostanziali e processuali, II ed., Padova, 2018, 1419 e ss..

[2] Su cui si v. almeno: Glendi, L’oggetto del processo tributario, Padova, 2014.

[3] Si tratta di affermazione costante: da ultimo v. Cass. 16.5.2018, n. 11943. Per ciò che concerne la rilevanza probatoria dell’estratto di ruolo quanto alla natura dei crediti in esso appostati (ma non anche quanto all’avvenuta notifica della cartella nella data dallo stesso risultante), v. Cass. 29.5.15, n. 11141.

[4] Sentenza 2.10.2015, n. 19704.

[5]  Sui principi in tema di notifica della cartella di pagamento v. da ultimo Cass. 23.3.2018, n. 7341.

[6] Si tratta di Cass. 13.10.2016, n. 20618.

[7]  Chiarirà la successiva Cass. 9.3.2017, n. 6034, che tale giurisprudenza si pone “non solo non in contrasto, ma anzi in armonia” con i principi espressi dalle Sezioni Unite.

[8] Si v. ad esempio: Cass. 10.11.2016, n. 22946; Cass. 9.3.2017, n. 6034.

[9] Cass. 4.5.2017, n. 10809.

[10] Sentenza 17.11.2016, n. 23397.

[11] Trib. Bergamo, 8.2.2018, n. 61; Trib. Napoli Nord, 12.6.2018, n. 1700 (ined.).

[12] Trib. Napoli, 11.6.2017 (ined).

[13] La questione è invero ampiamente dibattuta in dottrina e molto complessa. In tema v., anche per ulteriori riferimenti, Alb. Romano, L’azione di accertamento negativo, Napoli, 2006.

[14] Sul punto, oltre agli scritti richiamati infra, sia consentito rinviare, anche per ulteriori riferimenti al mio: Brevi considerazioni sulla preclusione in tema di opposizione all’esecuzione e sul correlativo avvertimento da inserire nel pignoramento, in www.deiustitia.it, 2017, 223 e ss.

[15] Micali, Un termine finale per l’opposizione all’esecuzione … o forse no? Sottofondo di una polemica sulla stabilità (e sull’efficacia processuale e sostanziale) dell’esecuzione forzata, in Riv. Esec. forzata, 2016, 419 e ss..

[16] Farina, La nuova disciplina dell’art. 615, c.p.c. e le preclusioni: tra incerte esigenze sistematiche ed i rischi di un’esecuzione ingiusta, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 2017, 271 e ss..

[17]  Si v. il comb. disp. degli artt. 7 e 152 del d.lgs. n. 196 del 2003.