IL GIUDIZIO DIVISIONALE ENDOESECUTIVO: SOLUZIONI GIURIUSPRUDENZIALI E ASPETTI PROBLEMATICI

Riflessioni sulla più recente giurisprudenza in tema di espropriazione di beni indivisi
IL GIUDIZIO DIVISIONALE ENDOESECUTIVO: SOLUZIONI GIURIUSPRUDENZIALI E ASPETTI PROBLEMATICI

Sommario

  1. Premessa
  2. Natura indivisa del bene. La comunione legale
  3. La fase endoesecutiva
  4. Giudizio anteriore e opponibilità
  5. L’atto introduttivo del giudizio
  6. Il processo esecutivo nella pendenza del giudizio divisionale
  7. Svolgimento del giudizio divisionale
  8. Applicabilità degli artt. 164 bis disp att cpc e 631 bis cpc
  9. Bene indiviso e fallimento.

 

1. Premessa  

La recentissima sentenza del Supremo Collegio n. 20817 del 28 agosto 2018, resa tra l’altro nell’ambito del “progetto esecuzioni” della Terza Sezione del S.C., un progetto che sicuramente dà un nuovo quanto atteso respiro alla stessa funzione nomofilattica del Giudice di Legittimità, pronuncia che rappresenta un intervento rigoroso e organico nell’ambito della giurisprudenza in materia di giudizio esecutivo, offre l’estro per una ricognizione della materia che tenterò di fare in queste poche pagine.

Come noto il giudizio divisionale endoesecutivo rappresenta una parentesi cognitiva del processo d’espropriazione[1]. Definizione quantomai corretta che sottolinea la completa autonomia dello stesso, appunto giudizio e appartenente alla cognizione – rispetto al processo esecutivo, che cognizione non è.

Il legislatore, coerentemente con l’impostazione tradizionale della dottrina processualesecutiva, ha voluto da un lato lasciare fuori dal processo esecutivo una parentesi di cognizione, preposta com’è allo scioglimento della comunione (tra l’altro, seppur non necessariamente, ivi comprese tutte le eventuali controversie che sui relativi diritti potrebbero sorgere, prima fra tutte la contestazione della stessa titolarità della quota in capo al debitore); dall’altro ha voluto attribuire la competenza funzionale a conoscere tale giudizio, come dispone l’art.181 disp att cpc, proprio al giudice dell’esecuzione[2]. La scelta peraltro, se dal punto di vista dei principi è corretta, non era strettamente necessaria, ed anzi assistiamo da un po’ di tempo a questa parte ad una lenta marcia del legislatore nell’attribuire al giudice dell’esecuzione, ma nell’ambito del processo esecutivo, crescenti poteri di cognizione (artt. 499 cpc in tema di intervento non titolato; art.512 cpc in tema di controversie distributive; in entrambi i casi ad opera della l. 80/2005; art. 549 cpc in tema di accertamento dell’obbligo del terzo, ad opera della l. 228/2012), un tempo (soprattutto negli ultimi  due casi) propri di altrettante parentesi cognitive di competenza funzionale anch’esse del g.e., soppresse e sostituite da altrettanti subprocedimenti del processo esecutivo, e definiti non da una sentenza ma da un atto esecutivo soggetto al controllo di cui all’art.617 cpc.

Al tutto si aggiunge il tradizionale potere di sospensione , che implica una rilevante attribuzione cognitiva (impropriamente detta cautelare) del g.e., resa però dopo la l.80/2005 più rilevante a causa dell’ampliamento del catalogo dei titoli esecutivi di cui all’art.474 cpc

All’espansione dei poteri di cognizione del g.e. fa da contraltare la parallela tendenza volta a sottrarre al giudice dell’esecuzione proprio la sua vecchia competenza esclusiva d’eseguire, com’è accaduto prima con la generalizzazione, e dipoi con addirittura l’obbligatorietà, della delega delle operazioni di vendita (art.569 cpc, come sostituito dalla l. n.119/16).

Registriamo comunque la persistente (per ora) natura del giudizio divisionale, autonomo pur se funzionalmente collegato al processo esecutivo, perché soggettivamente ed oggettivamente distinto da questo, tanto da non poterne essere considerato ne' una continuazione, ne' una fase, il ché come si vedrà non è senza conseguenze[3], e passiamo a verificare le questioni più problematiche che lo stesso presenta per l’operatore. 

2. Natura indivisa del bene. La comunione legale. 

Questo presuppone la sommaria descrizione del giudizio in questione, che principia con un provvedimento del g.e., cioè un’ordinanza, e si dipana poi in una serie di udienze proprie del giudizio di cognizione e di quello divisionale in particolare, e viene definito o tramite un progetto divisionale (se non sorgono contestazioni), ovvero tramite una sentenza cui però fa sempre seguito altra ordinanza (di assegnazione, o di distribuzione del ricavato se il bene risultasse indivisibile e si procedesse alla vendita senza che l’altro comproprietario chieda appunto l’assegnazione).

Vediamo intanto i presupposti per pronunciare l’ordinanza che ordina il giudizio de quo.

Il primo è costituito dalla natura indivisa del bene sottoposto a pignoramento, ma già qui si ha il primo distinguo.

Secondo un noto arresto[4], in caso di bene in comunione legale, l’esecuzione si svolgerà anche nei confronti del coniuge non esecutato ( e chiaramente tutti gli adempimenti, inclusi quelli previsti dall’art.567 cpc, riguarderanno l’intero bene). L’avvenuta vendita del bene determinerà lo scioglimento della comunione limitatamente al bene staggito e venduto, con conseguente attribuzione al coniuge non esecutato della somma di spettanza che non entrerà più a far parte della comunione legale, infatti con riferimento a quel bene appunto sciolta.

Al proposito va ricordato come la giurisprudenza abbia chiarito che la comunione legale è una comunione senza quote[5], in quanto fondata sul principio della solidarietà famigliare. La soluzione adottata si segnala per la sua coerenza sistematica, anche laddove indica come a diversamente opinare, si potrebbe giungere al risultato di inserire in una comunione legale un terzo estraneo. Da quanto detto si è tratta la conseguenza per cui non esistendo una quota il pignoramento del bene in comunione legale deve colpire l’intero, dovendosene dare allora avviso anche al coniuge non debitore.

Il coniuge non debitore sarà dunque, come dice la corte, un soggetto passivo dell’espropriazione (a differenza  del comproprietario del bene indiviso, che è tale non è).

Il coniuge stesso sarà abilitato all’opposizione agli atti esecutivi, ma anche all’opposizione all’esecuzione, per far ivi valere la sussistenza di beni personali su cui primieramente il creditore particolare deve rivalersi, o quella ex art.619 cpc per contestare addirittura la natura comune del bene.

Alcune precisazioni a questo punto devono essere fatte. Anzitutto in ordine al ricavato della vendita. Se, come si vedrà in proposito del ricavato nella vendita esperita in sede divisionale, anche il comproprietario non esecutato dovrà sopportare gli oneri che si sono resi necessari (non per promuovere e coltivare il processo esecutivo, ma) per trasformare la pars quota in pars quanta (si pensi all’onorario del delegato ed a quello stimatore, ai costi dell’asta ecc.), ciò non può accadere nella comunione legale.

Infatti qualsiasi comproprietario può sempre promuovere lo scioglimento della comunione, perché nessuno ha diritto a rimanere in comunione (salvo il periodo eventualmente stabilito dal testatore, art.713, 3° co., c.c.).Ma non così nella comunione legale, stabilita appunto ex lege in ragione della solidarietà famigliare e che eccezionalmente si scioglie a causa dell’inadempimento del debito contratto dal coniuge. Poiché già il coniuge subisce un nocumento al suo diritto a rimanere in comunione legale, egli non può essere chiamato a  subire anche le relative spese. In tal senso va letto il passaggio della sentenza in esame che stabilisce espressamente il diritto del coniuge stesso al “controvalore lordo”.

Si pone poi il problema dei creditori del coniuge non esecutato.

Quanto a quelli aventi diritto reale di garanzia sul bene appare evidente che essi possano intervenire, tanto che la stessa corte chiarisce che andrà loro inviato l’avviso di cui all’art.498 cpc, dal momento che poi la vendita avrà, anche rispetto a loro, effetto purgativo.

Ma quanto ai creditori chirografari, manca qui qualsiasi analogia, e invece deve prevalere la circostanza per cui il coniuge non è il debitore esecutato. Tali creditori  dovranno munirsi di un titolo e procedere al pignoramento del ricavato, eventualmente ai sensi degli artt. 543 segg. cpc.

Infine va ricordato che qui trattiamo del debito personale, e pertanto dei creditori particolari di uno dei coniugi (art.189 c.c.) perché in tema di debiti rispondenti agli interessi della famiglia non si porrebbe alcun problema, trovando lo stesso garanzia nei beni in comunione legale[6].

Così stando le cose, e cioè dovendo il pignoramento  di bene in comunione legale colpire l’intero bene, non vengono in rilievo le norme di cui agli artt. 599 segg. cpc.

Ma le disposizioni da ultimo citate neppure sono applicabili per il pignoramento di un solo bene comune facente parte di una massa più ampia di beni comuni, visto che quel bene potrebbe essere assegnato ad altro condividente, diverso dal debitore esecutato[7]. Qui si dovrà più correttamente provvedere al pignoramento della quota dell’intero compendio comune[8]

3. La fase endoesecutiva. 

Venendo ora al nostro procedimento, da un punto di vista formale occorre anzitutto la fissazione di un’udienza, la quale si svolge nell’ambito del processo esecutivo. La relativa convocazione va notificata a cura del creditore procedente, o meglio va loro rivolto il relativo l’invito (di talché se l’udienza fosse fissata successivamente la convocazione sarà onere della cancelleria da espletarsi a mezzo di comunicazione) e ritengo che anche questo costituisca un atto propulsivo. Non provvedendo il creditore in tal senso il giudice dell’esecuzione deve disporre l’arresto del processo esecutivo, tramite un provvedimento di improcedibilità (come tale impugnabile ex art.617 cpc), perché l’esercizio dei poteri del g.e. di disporre la separazione in natura, la divisone giudiziale o la vendita della quota presuppone tale notifica ai comproprietari, affinché possano interloquire attivamente[9].

E’ invece da escludersi che l’avviso previsto dall’art.599 cpc e 180, 1° co., dsp att cpc,  che ha lo scopo di rendere edotti i comproprietari (ma non i titolari di altri diritti reali, quali gli usufruttari ove comune sia la nuda proprietà, o i superficiari, e viceversa)  circa la pendenza della procedura esecutiva e di vietare loro di disporre del bene in ragione di tanto, sia preveduto anch’esso a pena di improcedibilità, nonostante le frequenti incertezze della pratica sul punto. Piuttosto  il mancato avviso può rilevare ai fini dell’opponibilità della procedura, che infatti riguarda la quota, e quindi della possibilità non solo di procedere alla divisione negozialmente, ma anche giudizialmente, sul che v. infra.

Certo è che, tenuto conto del contenuto degli atti in parola, ove si ottemperi all’invito in mancanza del precedente avviso, il secondo sana l’omissione del primo.

Non v’è dunque nessuna possibilità di confusione fra le finalità dell’avviso in parola ed il pignoramento, il quale ultimo ha quella di rendere inopponibile ai creditori gli atti dispositivi della quota[10]. La distinzione è meno lineare con riguardo alle cose mobili ed ai crediti: infatti per i beni immobili il pignoramento va trascritto, ma per i beni mobili non registrati ed i crediti non esiste un analogo regime di pubblicità del pignoramento, tanto che lo stesso art.2913 c.c. fa salvi per i beni mobili gli effetti del possesso in buona fede in virtù dei principi generali. Pertanto per tali beni l’unico modo per rendere manifesto il vincolo ai comproprietari è costituito proprio dall’avviso, che assurge allora una valenza per così dire costitutiva. Di talché in tali ultime ipotesi deve ritenersi che non sia possibile procedere alla vendita fino a che non sia stato notificato l’avviso, pena la relativa instabilità[11] .

All’udienza (ma in realtà già prima tal controllo andrebbe effettuato) si verifica che il bene sia comune con un soggetto non esecutato (se lo fosse anche ad iniziativa di altri creditori, i processi esecutivi andrebbero  riuniti e si venderebbe l’intiero senza bisogno di passare alla fase cognitiva), e che esso non sia separabile in natura e i comproprietari o il creditore procedente non chiedano tale divisione.

Per evitare il giudizio divisionale non basta che il bene sia separabile in natura (il ché corrisponde alla nozione di cui all’art.1114 c.c.), ma occorre altresì l’istanza o del creditore procedente (è da ritenersi però anche di un intervenuto titolato, che pacificamente ormai si ritiene esercita l’azione esecutiva[12]) oppure dei comproprietari (solo dovendosi specificare che fra essi l’istanza non può essere avanzata dal comproprietario-debitore esecutato, essendo chiara la norma nel riferirsi agli altri), e questo perché si richiede un atto non espropriativo, ma divisionale[13].

Ma non è ancora tutto.

Non basta infatti l’astratta separabilità in natura, tale per cui si possano costituire dei lotti – formati anche con l’ausilio dell’esperto – che soddisfino la quota del debitore esecutato (separare infatti, a differenza di dividere, significa evidentemente che la comunione può rimanere fra i contitolari non esecutati). Occorre anche che questi siano tutti di pieno accordo, e a questo dovrebbe riferirsi l’espressione “quando è possibile” usata dalla norma a proposito della separazione in natura.

Infatti se anche uno tra i condividenti ritenesse che la propria quota sia maggiore, o ritenesse che il lotto non corrisponda al valore della quota la cui entità pur fosse in sé pacifica, non si potrebbe risolvere tutto nell’udienza interna la processo esecutivo, occorrerebbe comunque rivolgersi alla sede cognitiva.

Anzi, se per i beni di natura fungibile, massime il denaro, indiscussa la quota, si può procedere alla separazione in natura, senza addirittura che a quel punto occorra alcun esplicito consenso ulteriore; per beni che richiedono stima e individuazione al fine della formazione di lotti costituiti da beni infungibili, e prima di tutto gli immobili, pur in presenza della separabilità in natura solo il consenso unanime potrebbe consentire lo scioglimento della comunione in sede esecutiva[14], perché altrimenti si priverebbero i contitolari delle dovute garanzie giurisdizionali, il cui rispetto costituisce il limite al potere di separare solo “sentiti” i condividenti diversi dall’istante la separazione.

Forse la soluzione più raffinata per l’evenienza dei beni immobili, è costituita da ciò, che si potrà pur procedere alla separazione in natura, quindi limitandosi a spiccare dalla comunione il bene corrispondente alla quota del debitore (beninteso in assenza di controversia sul punto), ma solo purché ciò non finisca per trasformare interamente la comunione in proprietà solitaria, e soprattutto purché non risultino in tal guisa pregiudicati i soggetti indicati dall’art.1113 c.c. e non residuino crediti derivanti dalla comunione, altrimenti ancora una volta si conculcherebbero i diritti dei condividenti (o di terzi) senza le dovute garanzie[15]

Or se, in base a quanto appena osservato, la possibilità di separazione in natura da effettuarsi in sede esecutiva è piuttosto ristretta, un’innovazione dell’art.600 cpc ha ulteriormente ampliato la necessità di ricorrere al giudizio divisionale endoesecutivo. Alludo al fatto che, a seguito della novella introdotta con la riforma di cui alla l. 80/2005 è stato disposto che si proceda alla vendita della quota solo quando è “probabile che la vendita della quota indivisa” consenta di ottenere “un prezzo pari o superiore al valore della stessa, determinato a norma dell’art.568 cpc”.

Il ché istituzionalmente potrebbe avvenire solo quando si abbia già un’offerta conforme (solitamente proveniente dal comproprietario non esecutato o da un famigliare).

Che si possa procedere alla vendita sulla base di un’offerta è cosa acquisita in giurisprudenza[16], ma la vera difficoltà consiste qui nel coordinare tale disposizione con la disciplina della c.d offerta minima di cui al novellato art.571, 3° co., cpc (secondo cui appunto è valida l’offerta ad un prezzo inferiore fino al quarto rispetto a quello stabilito nell’ordinanza). Ritengo che proprio l’espressa dizione dell’art.600 cpc costituisca una deroga al principio generale dell’ammissibilità ( e pertanto dell’efficacia) dell’offerta minima, proprio perché la decisione del giudice di procedere alla vendita della quota deve basarsi sull’oggettiva probabilità che essa avvenga ad un valore pari a quanto stabilito dall’art.568 cpc (id est quello di perizia), oggettiva probabilità che può essere data appunto solo dalla sussistenza di un’offerta cauzionata pari a tale valore, per cui consentire un’offerta minima risulterebbe contraddittorio con la disposizione.[17]

Non potendosi procedere alla separazione in natura e neppure alla vendita della quota, il giudice dovrà disporre il giudizio divisionale. 

4. Giudizio anteriore e opponibilità. 

L’approdo al giudizio ex art. 600 cpc è inevitabile nell’evenienza appena delineata? Che accade cioè ove tra i condividenti già penda giudizio divisionale avente ad oggetto il bene oggetto di pignoramento della quota?

La risposta tradizionale era che almeno per i pignoramenti trascrivibili, l'iscrizione di un'ipoteca o la trascrizione di un pignoramento finiscono con l'equivalere ad opposizione preventiva alla divisione, il che discende dal disposto degli artt. 1113 e 2913 c.c., “ ma pur sempre a condizione che (il creditore) non sia stato chiamato a partecipare al relativo giudizio ai sensi dell'art. 1113 c.c., 3° co. e che da tale mancata partecipazione egli abbia ricevuto un pregiudizio”. Si riteneva allora che il giudice potesse preferire all’introduzione di un giudizio endoesecutivo quell’altro comunque intentato, in quanto e se idoneo ad espletare la stessa funzione di quello che egli avrebbe dovuto[18]. Tale soluzione  però si inserisce in un panorama, come espressamente indicato dalla corte, in cui l’art.600 cpc conferiva al giudice dell’esecuzione il massimo della discrezionalità nella scelta fra vendita della quota e giudizio, cosa che appunto all’attualità così non è più perché la parentesi cognitiva del giudizio di divisione appare necessitata. Per avvertita dottrina[19] la novellazione del 2005 significa che non si possa prescindere dal giudizio endoesecutivo, traendo argomento dalla competenza funzionale sancita dall’art.181 disp att cpc. Restando ferma la necessità di sciogliere la comunione in sede di cognizione ordinaria, e nell’assoluta tutela dei creditori prelazionari, i quali potranno intervenire in tal giudizio[20], è assai difficile per me ritenere che la norma vada interpretata nel senso di porre necessariamente nel nulla l’attività svolta in un pendente giudizio. A mio parere la questione va risolta alla luce della disciplina dell’avviso: poiché come s’è detto la relativa  notifica costituisce elemento idoneo a rendere opponibile ai comproprietari la sussistenza della procedura, proprio ai fini della facoltà di divisione. Se la notifica sia omessa, o finché l’avviso non sia notificato, nessun ostacolo si può frapporre al promovimento della divisione giudiziale o negoziale; dopo tale notifica invece la facoltà di promuovere il giudizio viene meno, così come quella di portare a compimento il negozio divisionale.

Entro tali limiti i giudizi saranno opponibili al creditore, con l’unico limite del pignoramento, la cui trascrizione impedirà come detto di disporre della quota, per cui il pignoramento stesso si trasferirà sul risultato della divisione (bene o denaro). E naturalmente sempre che la domanda di divisione sia stata trascritta anteriormente, come disposto dall’art.2915, 2° co.,cpc.

Pertanto laddove il giudizio divisionale sia iniziato prima della notifica, esso proseguirà con facoltà d’intervento dei creditori; tale giudizio potrà concludersi con l’individuazione di un bene specifico attribuito al debitore, e la procedura esecutiva, che sarà stata frattanto sospesa, riprenderà dopo la riassunzione per la vendita del bene. Se invece il bene sarà stato venduto, non può sorgere il dubbio  (che non può sussistere nel giudizio divisionale endoesecutivo) sulla natura dello stesso, se cioè per soddisfarsi occorra una nuova esecuzione questa volta mobiliare (sulla somma). A mio avviso si tratta pur sempre dello stesso originario pignoramento (pur traslato sulla somma), ed il soddisfacimento deve avvenire nell’originaria procedura esecutiva, esattamente come accadrebbe nella divisione endoesecutiva[21].

In caso opposto, cioè di giudizi divisionali introdotti dopo la notifica dell’avviso, essi soccomberanno di fronte a quello instaurato davanti al g.e. ai sensi dell’art. 600 cpc, né sarà facoltà di quest’ultimo di  rimettere le parti dinanzi a quell’altro giudizio e sospendere in attesa della sua definizione. Piuttosto sarà fatta applicazione, pendendo le due cause davanti allo stesso ufficio giudiziario, dell’art.273, 2° co., cpc. In caso poi di uffici diversi, ritengo applicabile l’art.39, 1° co., cpc. Sarà però il giudice preventivamente adìto dichiarerà la litispendenza e disporrà la cancellazione della causa dal ruolo. Che di litispendenza si tratti dipende dall’identità della res dividenda e dalla reciprocità delle domande (dei condividenti e del creditore procedente), né come noto la non perfetta coincidenza soggettiva delle due cause è di impedimento. Che poi la cognizione spetti al giudice dell’esecuzione benché non preventivamente adìto discende dalla natura funzionale della competenza di quest’ultimo. Ove poi i condividenti che avessero agiot in sede di primo giudizio non si costituissero in quello promosso dal creditore ai sensi dell’art.600 cpc, ivi spiegando domanda di divisione in caso di estinzione del processo esecutivo vedrebbero estinguersi anche il processo divisionale sopravvissuto, in quanto in questo caso essi saranno solo dei litisconsorti necessari.

Tutto quanto sopra va poi confrontato con l’eventuale opposizione dei creditori notificata ai sensi dell’art.1113 c.c. Tale norma conferisce ai creditori (e agli aventi causa del condividente) il potere di intervenire nei giudizi divisionali anteriori all’opposizione e di “impugnare” la divisione cui si sia proceduto nonostante la loro opposizione. Ove i creditori opponenti coincidano con quelli procedenti o comunque titolati del processo esecutivo avente ad oggetto la quota, anche qui il giudizio divisionale, ancorché anteriore all’avviso ma posteriore all’opposizione, dovrebbe soccombere.

Risulta poi dubbio che possa il g.e. consentire la prosecuzione delle operazioni di cui all’art.791 bis cpc (divisione a domanda congiunta), dal momento che si è in presenza di una divisione interamente devoluta al professionista e non in sede giudiziale, come invece pare presupporre il sistema degli artt. 599 segg. cpc. Ma anche in questa evenienza viene in rilievo la notifica dell’avviso, e dovrebbero applicarsi i suesposti principi. 

5. L'atto introduttivo del giudizio.  

Recentemente il SC[22] ha ben inquadrato, chiarendola una volta per tutte, la forma per l’introduzione del nostro giudizio. Lo stesso è in nuce già con la pendenza del processo esecutivo di cosa indivisa, e quindi la sua introduzione è costituita da una fattispecie a formazione progressiva che inizia con il pignoramento, prosegue con altro atto di parte che è l’istanza di vendita e si perfeziona con la pronuncia del provvedimento o con la sua notifica, ove vi siano soggetti non presenti[23].

Deve perciò ritenersi superata l’opinione secondo cui sarebbe il pignoramento a rappresentare, qual atto d’impulso del creditore procedente, l’introduzione del giudizio divisionale [24] il quale, proprio perché preposto al soddisfacimento del credito di chi lo promuove, deve considerarsi posto in essere iure proprio[25]. Esso però costituirà parte della fattispecie a formazione progressiva, e pertanto presupposto processuale del giudizio, insieme all’istanza di vendita (prima della quale quindi è impensabile che si possa introdurre il nostro giudizio).

Tuttavia l’ordinanza di per sé non può costituire l’atto introduttivo ma solo la certificazione dell’insussistenza dei presupposti per le ipotesi alternative (separazione in natura o vendita della quota) e il provvedimento con cui viene individuata l’udienza, anche se costituisce pur sempre il completamento della fattispecie introduttiva, e sarà quindi proprio essa a dover essere notificata.

Non potrà più ritenersi la necessità di un’autonoma citazione, tanto invalsa nella pratica. Se tuttavia così fosse disposto, tal forma andrà osservata (salvo l’opposizione ex art.617 cpc avverso l’ordinanza), ma il rispetto comunque delle minori forme, che subito vedremo, escluderà in ogni caso qualsiasi conseguenza invalidante[26].

La corte s’è premurata di indicare che l’ordinanza, siccome idonea a perfezionare l’introduzione del giudizio di cognizione, deve contenere la specificazione dell’oggetto del giudizio stesso (con gli esatti identificativi, essendo assoggettata a trascrizione appunto in quanto introduttiva di giudizio divisionale), ma io aggiungerei che essa proprio perché, secondo ben si ricava dall’art.181 disp att cpc e conferma chiaramente il SC, è sufficiente e non richiede la notifica di un apposito atto di citazione,  se deve determinare, com’è logico, le decadenze di cui all’art.167 cpc, deve contenere anche il relativo avvertimento[27].

Non dovrà invece esser dato alcun avvertimento in relazione ai termini per dedurre l’incompetenza, che come s’è detto è funzionalmente attribuita al g.e., e a quest’ultimo non può essere discussa in sede divisionale.

Circa il regime dell’ordinanza in parola essa resta pur sempre un atto esecutivo, come tale soggetto all’opposizione ex art.617 cpc, nonché al potere di revoca ex art.487 cpc, come noto peraltro non più esercitabile allorché esso sia stato posto in esecuzione, il che nella specie la giurisprudenza ritiene verificarsi con l’avvenuta notifica della stessa ad almeno uno dei destinatari[28], ma forse – allorché l’ordinanza non debba essere notificata – essa andrà considerata autoesecutiva.

Resta però fermo che la notifica dell’ordinanza rimane adempimento propulsivo dei creditori aventi titolo[29]. Esso non sempre è indispensabile (se tutti gli interessati fossero presenti e costituiti all’udienza davanti al g.e.), ma se non viene posto in essere quando serve, questo non sarà privo di conseguenze.

Anzitutto se il giudizio non venisse introdotto per assenza di notifica non potrà che conseguirne l’estinzione del processo esecutivo ex art.630 cpc[30]. E’ vero che l’art.181 disp att cpc non definisce più il termine per la notifica come perentorio, ma tale natura è implicita atteso che se l’attività non viene posta in essere entro il termine medesimo, non si raggiunge lo scopo indicato dal legislatore[31].

Resta da dire anzitutto dell’effetto che avrebbe sul processo esecutivo l’inottemperanza dell’ordine del giudice. Effetto che la corte ha ben qualificato come di estinzione diremmo noi derivata, nel senso che non integrandosi il contraddittorio per violazione del termine perentorio di cui all’art.102, 2° co., cpc,  nel giudizio divisionale si applicherebbe la sanzione estintiva di cui all’art.307 cpc a quest’ultimo, da cui deriverebbe l’estinzione del primo per il legame funzionale tra i due [32].

Aggiungerei che se per avventura la notifica venisse curata non da un creditore munito di titolo, ma da un comproprietario non obbligato o da altro soggetto indicato dall’art.1113 c.c., se questi avrà proposto domanda di divisione il giudizio divisionale proseguirà ai sensi dei citati artt.784 segg. cpc.[33], ma non potrà considerarsi quella notifica atta a consentire la sopravvivenza del processo esecutivo a causa dell’inerzia dei creditori titolati: il processo esecutivo conseguentemente ne verrebbe estinto ex art.630 cpc.

In dottrina si è ipotizzato che il processo esecutivo, pur in mancanza dell’introduzione del giudizio divisionale, potrebbe tuttavia proseguire, ove frattanto venisse riassunto tempestivamente e si verificasse un’offerta relativa alla quota indivisa, che giustificherebbe come detto sopra la vendita della stessa anziché il ricorso al giudizio divisionale[34].

La soluzione è condivisibile nella misura in cui la mancata introduzione del giudizio divisionale sia conseguenza del sopravvenire di un’offerta congrua, che giustifica la vendita diretta anziché nell’ambito del giudizio divisionale, il ché peraltro dovrebbe forse far ipotizzare la necessità di un’istanza di riassunzione ex art.627 cpc entro lo scadere del termine perentorio per la notifica dell’ordinanza divisionale.

I soggetti, cui l’ordinanza va notificata con il rispetto del termine libero di sessanta giorni (anziché i novanta previsti dall’art.163 bis cpc), sono i comproprietari, incluso il debitore, gli aventi causa dai comproprietari ed i soggetti indicati dall’art.1113 c.c., ed in particolare i creditori iscritti titolari di diritti reali di garanzia anche sulle quote dei comproprietari non esecutati, che dall’eventuale vendita che conseguisse in sede divisionale subirebbero la purgazione del bene. La notifica andrà effettuata non agli assenti fisicamente dall’udienza, come sembrerebbe ricavarsi dal dato testuale, ma a tutti coloro che non siano costituiti, mentre la costituzione nel processo esecutivo  varrà anche per il giudizio.

E certamente a nulla rileverà che i creditori iscritti ed i comproprietari siano stati a loro tempo avvisati rispettivamente ai sensi degli artt. 498 e 599, cpc, avvisi infatti effettuati a tutt’altri fini. 

6. Il processo esecutivo nella pendenza del giudizio divisionale. 

Vediamo ora che ne è del processo esecutivo una volta emessa l’anzidetta ordinanza. Ebbene come logico essa, determinando la pendenza del giudizio divisionale, comporta la sospensione del processo esecutivo, come del resto espressamente stabilisce l’art.601 cpc. Sospensione  ex lege del tutto sottratta, al pari di quanto previsto dall’art.623 cpc, al reclamo di cui all’art.624 cpc ed in generale alla disciplina ivi stabilita.

Peraltro, come sempre allorché si versi in sospensione del processo esecutivo, può determinarsi la necessità di porre in essere atti conservativi o in generale non incompatibili con tale stato, in analogia al disposto di cui all’art.626 cpc (che in realtà eccettua la diversa disposizione del giudice dell’esecuzione, il quale però appunto non potrebbe che ammettere, e allo stesso tempo deve farlo, che atti di tal fatta).

Anzitutto potrà richiedersi la nomina di un custode. Qui è sorta ampia diatriba[35] se tale custodia debba riguardare la quota o l’intero, il ché però significa che si parte dal presupposto che tale provvedimento di nomina vada assunto in sede divisionale. A me pare che la custodia sia una conseguenza dello spossessamento, e che lo spossessamento non possa che riguardare il debitore esecutato, il quale è titolare della quota, non del tutto. Ergo il custode non potrà che essere nominato nell’ambito del processo esecutivo e non potrà che essere custode della quota. Se occorrerà assumere delle iniziative conservative sul bene si applicherà l’art.1110 c.c., mentre le difficoltà nell’amministrazione non potranno che risolversi a mente dell’art.1105 c.c. Circa l’ordine di liberazione, esso non potrà che essere emesso allorché lo spossessamento avviene in capo a tutti i condividenti, il ché accade appunto dopo l’aggiudicazione, allorché si giustifica la nomina di un custode per il tutto, in sede divisionale.

Pure in questa fase di sospensione potrà proporsi istanza di conversione del pignoramento. Siccome essa determina il venir meno della fase liquidatoria del processo esecutivo, cui è strumentale il giudizio divisionale, questo giudizio non potrà proseguire, mentre riprenderà il processo esecutivo ai soli fini di cui all’art.495 cpc., ma solo dopo l’ordinanza di conversione

Questo sempre che non penda una domanda riconvenzionale del condividente volta anch’essa ad ottenere la divisione, la quale – sia chiaro, - comporterà la prosecuzione del giudizio divisionale anche in ipotesi di accoglimento dell’opposizione all’esecuzione.

E’ quest’ultima una regola che si applica anche per l’estinzione del processo esecutivo, ed infatti il nesso di funzionalità comporta di norma che il giudizio di divisione debba essere definito con sentenza che ne accerta l’improseguibilità, come ritiene il S.C.[36], sempre che appunto il comproprietario non abbia svolto domanda riconvenzionale.

Circa la facoltà d’intervento di altri creditori, in pendenza della divisione e quindi a processo esecutivo sospeso,  essa va ammessa, perché il processo esecutivo – esaurito il giudizio divisionale che sostituisce la fase liquidatoria – riprenderà con la fase della distribuzione del ricavato.

Sappiamo però che per l’art.525 cpc l’intervento deve qualificarsi tardivo allorché abbia luogo dopo la prima udienza fissata per l’autorizzazione della vendita o per l’assegnazione. Dovrà allora riguardarsi all’udienza in cui viene emessa l’ordinanza ex art.600 cpc, ovvero a quella in cui nel processo esecutivo viene eventualmente disposta la vendita trattandosi di bene non comodamente divisibile? A me pare chiaro che la seconda sia l’opzione corretta, perché la vendita viene disposta in quel momento, non quando semplicemente il giudice dispone il giudizio divisionale, all’interno del quale si venderà.

D’altronde, a ben vedere, in quel giudizio potrebbe anche non vendersi, e cioè potrebbe accadere che o perché in sede esecutiva non si era raggiunto l’accordo sull’entità delle quote, o perché comunque la separazione presupponeva attività valutativa, come sopra detto, si sia proceduto alla divisone in natura, e il processo esecutivo riprenderà e all’interno dello stesso si procederà alla vendita del lotto assegnato al debitore, e allora gli interventi saranno tempestivi fino all’udienza, ben successiva al processo divisionale, fissata per disporsi la vendita.

Più complessa la situazione quando il condividente, in sede divisionale, chiederà l’assegnazione a sé dell’intero ex art.720 c.c.

E’ chiaro che in tal caso il giudice dovrà formare previamente un progetto divisionale che preveda in alternativa l’attribuzione del bene a un condividente, con versamento del conguaglio, ovvero la vendita. A me pare quindi che il creditore che intervenga entro il momento in cui il condividente scelga di chiedere l’assegnazione debba essere considerato come tempestivo.

Ma fino a quando dura la sospensione?

A leggere l’art. 601 cpc la sospensione dura finché non sia intervenuto un accordo fra le parti (appunto in sede divisionale) ovvero fino alla pronuncia della sentenza.

Ma in realtà la sentenza o è non definitiva, e dopo la sua emanazione devono proseguire le operazioni divisionali in sede giudiziale, ovvero potrebbe proprio non intervenire, perché sul progetto non sorgono contestazioni.

Forse a tanto vuol alludere il codice allorché parla di “accordo”[37], ma comunque è evidente che il giudizio di divisione cessa solo con la trasformazione della pars quota in pars quanta, o tramite l’assegnazione del tutto agli altri condividenti e del conguaglio al debitore; o tramite l’assegnazione a questi di uno o più dei beni comuni corrispondenti al valor della sua quota (il tutto sulla base di un progetto non contestato o della sentenza che l’approva); o ancora col ricavato della vendita del bene.

In ciascuno di quei momenti in cui si verifica una di tali alternative, il creditore che ne abbia interesse sarà onerato di riassumere il processo esecutivo ai sensi dell’art.627 cpc. 

7. Svolgimento del giugizio divisionale 

Una volta introdotto il giudizio di cui si discorre non ha caratteristiche difformi da un normale giudizio divisionale, disciplinato dagli artt. 784-791 cpc.

Al giudizio in parola non si applica peraltro la disciplina della mediazione obbligatoria, per espressa previsione di cui all’art.5 del dlgs n. 28/2010, come modificato dalla l. n. 98/2013, in relazione a tutte le parentesi cognitive del processo esecutivo.

Anche in esso preliminarmente, ed all’udienza fissata nell’ordinanza, destinata agli incombenti di cui all’art.183 cpc, dovranno essere affrontate le questioni pregiudiziali in tema di validità degli atti introduttivi, ai sensi dell’art.164 cpc. Tale verifica sarà certamente influenzata dalle particolarità della fase introduttiva (come s’è detto caratterizzata da una fattispecie a formazione progressiva). In particolare, tenuto conto di quanto sé detto in proposito, non sarà necessario alcun controllo con riferimento al requisito del n.1) di cui all’art.163 cpc (indicazione del Tribunale); il requisito di cui al n.3) (determinazione della cosa oggetto della domanda) sconterà la necessità di indicazione dei dati dell’immobile; il requisito di cui al n.4) ( esposizione dei fatti e degli elementi di diritto) andrà valutato, al pari di quello di cui al n. 2) (identificazione dell’attore), con riferimento ai dati ritraibili dall’intera fattispecie introduttiva. L’omissione dell’avvertimento di cui al n.7), che s’è visto dover essere contenuto nell’ordinanza comporterà l’applicazione del disposto di cui all’art.164, 2° co., cpc.

Anche nel nostro giudizio poi  si avrà la scelta per il giudice tra delegare solo la vendita in base alla disciplina del libro III (secondo il rinvio operato dall’art.788, 1° co., cpc), ovvero delegare le operazioni divisionali ad un notaio, secondo il disposto di cui all’art.786 cpc, ricordando che mentre le contestazioni all’operato del notaio sono regolate dall’art.790 cpc, quelle avverso il delegato sono regolate, more solito, dall’art.591-ter cpc.

Si dovrà poi provvedere alla relativa iscrizione a ruolo mentre non è allo stesso applicabile, per espressa previsione di legge(art. 5 dlgs n. 28/2010) la disciplina della mediazione e conciliazione delle controversie civili e commerciali.

Tralasciando le problematiche relative alla vendita del bene in sede divisionale, non oggetto del presente studio[38], qui mette conto rilevare anzitutto come il giudizio in parola ben potrebbe essere definito senza la pronuncia di una sentenza. In altri termini quest’ultima è necessaria solo allorché si debba risolvere una controversia, ad esempio in ordine all’entità delle quote, od alla stessa sussistenza della comunione; o ancora allorché il progetto divisionale approvato dal giudice non venga accettato da tutte le parti. Ma se nessuna controversia insorga con riguardo a tali aspetti, il progetto verrà prima approvato e poi reso esecutivo (una volta depositato e del deposito stesso fornita comunicazione a tutte le parti personalmente, ivi incluse quelle contumaci) a mezzo di ordinanza. Il provvedimento sarà oggetto di trascrizione in quanto idoneo a disporre lo scioglimento della comunione.

E’ noto che in molti uffici giudiziari vige la prassi di pronunciare sentenza non definitiva di scioglimento della comunione, indiscriminatamente per qualsiasi giudizio divisionale. Ma questo non è necessario, perché lo scioglimento consegue all’esecutività del progetto e d’altronde può accadere che nessuna controversia insorga, per cui neppure si pone la necessità di dirimerla tramite una pronuncia.

Sul punto il SC ha così concluso anche di recente, chiarendo che l'ordinanza la quale, ai sensi dell'art. 785 c.p.c., disponga la divisione, al pari della sentenza che statuisca in maniera espressa sul diritto allo scioglimento della comunione, preclude un diverso accertamento in quanto la non contestazione attribuisce all'esito finale del procedimento, che si concluda con l'ordinanza , la medesima stabilità del giudicato sul diritto allo scioglimento della comunione pronunciato con sentenza[39].

Il progetto divisionale peraltro, a fronte di un bene indivisibile, potrebbe contemplare in alternativa alla vendita del tutto (che si ricorda, anche nel nostro giudizio costituisce l’extrema ratio) l’assegnazione all’altro comproprietario dietro versamento del conguaglio. Il che è tutt’altro evidentemente rispetto alla vendita della quota che sia oggetto di offerta da parte del comproprietario stesso ancora nell’ambito del processo esecutivo. Ivi infatti è questione di una facoltà conferita dalla legge al condividente dall’art.720 c.c., che si concretizza al di fuori di qualsiasi procedura di vendita, ma direttamente tramite offerta del valore stabilito dal progetto divisionale[40].

Da segnalare che il diritto all’assegnazione dell’intero bene da parte del condividente presuppone necessariamente la non comoda divisibilità, per cui deve escludersi che si possa addivenire a tale soluzione ove il bene sia divisibile.

In difetto d’assegnazione del bene indiviso si procederà alla vendita del tutto (sempre che il bene non sia comodamente divisibile, come già s’è detto e con le conseguenze anch’esse già indicate[41]).

La particolarità della vendita del bene rispetto all’assegnazione in natura in sede divisionale, consiste nel fatto che la cd assificazione e formazione delle quote sono contenute nel progetto contenente l’alternativa tra assegnazione con conguaglio e vendita; tale progetto è  impugnabile sia sotto il profilo della contestazione della formazione delle quote sia soprattutto sotto quello della ritenuta natura indivisibile del bene.

Successivamente alla vendita si procederà al deposito del progetto divisionale vero e proprio, che prevedrà l’assegnazione ai condividenti non debitori delle somme ad essi spettanti in ragione della quota, nonché alla procedura esecutiva della porzione di prezzo spettante al debitore (cd attribuzione).

Entrambi i provvedimenti sono soggetti alla disciplina del progetto divisionale, e andranno entrambi depositati, del deposito di entrambi andrà data notizia alle parti incluse quelle contumaci, entrambi saranno prima approvati e poi dichiarati esecutivi

Gli importi spettanti ai condividenti, saranno ridotti delle spese necessarie al giudizio di divisione, tanto legali come strettamente inerenti alla vendita.

Interessante notare la sorte dei creditori contemplati dall’art.1113 c.c., quelli cioè del condividente non esecutato che sulla loro quota vedano gravare un diritto di prelazione reale.

Se non vi sia accordo espresso del condividente e del creditore ipotecario, pare corretta la soluzione suggerita dalla dottrina[42] secondo cui il ricavato andrà depositato nel modo previsto dal giudice, e la somma dovrà considerarsi gravata da pegno ai sensi dell’art.2803 c.c. Se poi il debito fosse scaduto, l’importo andrà versato appunto al creditore, in base alle regole stabilite dalla stessa norma.

Il tutto  per dare concreta applicazione al principio sancito dall’art.2825, 4° co., c.c., secondo l’ipoteca su bene comune, ove intervenga in favore del debitore l’assegnazione solo di somme di denaro, si trasforma in prelazione su queste ultime.

Successivamente alla riassunzione ex art.627 cpc del processo esecutivo, in quella sede verrà redatto e depositato il progetto di distribuzione ai sensi dell’art.596 cpc (se, com’è quasi sempre, si è in ambito di espropriazione immobiliare), deducendosi dal ricavato le spese “prededucibili” maturate nell’ambito (non del processo di divisione, già dedotte, ma) del processo esecutivo. 

8. Applicabilità degli Artt. 164 BIS DISP ATT E 631 BIS CPC

Ma non sempre la vendita disposta in sede divisionale è priva d’ostacoli.

Potrebbe ad esempio accadere che anche lì si verifichino i presupposti di cui all’art.164 bis disp att cpc. Senza doversi approfondire la tematica dei presupposti applicativi di tale disposizione, che in sostanza presuppone che, dopo esperito almeno un tentativo di vendita, non sia possibile soddisfare neppure in parte (economicamente apprezzabile) uno dei crediti (per capitale o quantomeno interessi), dovendosi così disporre la chiusura anticipata del processo esecutivo, è evidente che 1) la verifica in parola va fatta con riguardo alla quota del debitore, senza cioè che venga in rilievo che una somma apprezzabile venga assegnata al condividente non debitore; 2) risulterà per contro irrilevante che le spese gravanti sulla quota del condividente non esecutato siano addirittura tali da non consentire il soddisfacimento del suo creditore ex art.1113 c.c., ove invece tale condizione non si verifichi con riguardo ai creditori della procedura (il ché ben può verificarsi quando la quota del comproprietario non esecutato sia minimale); 3) il processo esecutivo sarà dichiarato improcedibile, dopo che quello divisionale sarà stato chiuso con sentenza in rito per difetto d’interesse[43] (salva sempre la domanda riconvenzionale del condividente non esecutato).

Come si vede, e come meglio si vedrà fra breve, non si discute di un’applicazione diretta della norma attuativa.

Ancor più problematica la questione applicativa dell’art.631 bis cpc.

E’ noto che, con la suddetta norma, introdotta dalla l. 132/2015, il giudice dichiara con ordinanza l’estinzione del processo esecutivo per omessa o tardiva pubblicazione sul portale delle vendite pubbliche dell’avviso di vendita.

Ritengo che tale causa d’estinzione non sia suscettibile di applicazione al di fuori del processo esecutivo, perché il verificarsi dei relativi presupposti non può avere né l’effetto di estinguere il processo esecutivo, riguardando un evento che si verifica al di fuori di esso, né del giudizio di cognizione, per il quale tale causa estintiva non è prevista.

Tale soluzione non mi pare in contraddizione con quella opposta resa a proposito dell’art.164 bis disp att cpc, perché quest’ultima in effetti è portatrice di un principio generale proprio delle vendite, ovunque esse si svolgano, principio (e non la norma direttamente) che giustifica il difetto d’interesse e la relativa sentenza definitoria in rito del processo di cognizione. Di riflesso poi si produce l’improseguibilità del processo esecutivo.

Nel caso dell’art.631 bis cpc invece si ha una norma (tra l’altro ampiamente discutibile) che determina un’estinzione tipica del processo esecutivo. Verificandosi l’omessa pubblicazione dell’avviso di vendita disposta in sede divisionale (a questo punto, non importa se ex art.601 cpc o direttamente ai sensi degli artt. 784 segg. cpc), tale fatto potrebbe essere foriero di improcedibilità del processo di cognizione ove si verifichi un autentico blocco della procedura, cioè allorquando né i creditori, né il delegato alla vendita o il notaio delegato ai sensi dell’art.786 cpc, avranno proceduto alle pubblicazioni (quanto ai professionisti, giustificatamente se le parti non abbiano anticipato i relativi fondi). Ma dovrà trattarsi di un autentico blocco, e non può escludersi il potere del giudice di convocare le parti in esito a una prima omissione per verificare la possibilità che si proceda pur in ritardo. Quindi solo quando sarà accertato che la procedura appunto non procede, per disvolere delle parti a procedere oltre versando quanto loro incombe, sarà pronunciata la sentenza in rito, cui conseguirà la pronuncia di improseguibilità pure del processo esecutivo. 

9. Bene indiviso e fallimento. 

Resta da dire di cosa accada ove si verifichi il fallimento del debitore esecutato.

Se il fallimento interverrà dopo il pignoramento, il curatore ben potrà esercitare la facoltà di subentro nel processo esecutivo avente ad oggetto bene indiviso, ai sensi dell’art.107, 6° co., l.f.

Gli oneri che abbiamo visto far capo al creditore, incomberanno sul curatore, che dovrà effettuare l’invito di cui all’art.180, 2° co., disp att cpc; notificare l’ordinanza che dispone il giudizio e, venduto il bene (o assegnato alla procedura uno dei beni di comoda divisibilità), riassumere il processo esecutivo.

Se poi il bene indiviso fosse stato oggetto di pignoramento da parte di un creditore fondiario, grazie al privilegio processuale spettante allo stesso ai sensi dell’art. 41 TUB, il curatore potrà solo intervenire in quel processo per ivi far valere le ragioni della procedura (sempre che in sede fallimentare non venga disconosciuta la natura fondiaria del credito, con tutte le conseguenze tipiche in merito alla sopravvivenza del processo esecutivo).

Se infine nel patrimonio del fallito si trovasse un bene indiviso, il curatore come per tutti gli altri beni avrà facoltà di optare per la vendita competitiva in ambito fallimentare, ai sensi dell’art.107, 1° co., l.f., ovvero per la vendita in base alle norme del codice di rito.

Nella prima opzione, poiché si è in presenza di un bene indiviso, non vi sarà altra scelta se non quella di introdurre direttamente un giudizio divisionale ai sensi degli artt. 784 e segg, cpc, ovvero procedere alla divisione ai sensi dell’art.791 bis, stesso codice.

Nella seconda invece, ritengo che si possa far applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 599 segg. cpc

E’ vero che qui non v’è un processo esecutivo pendente, ma vi è comunque una procedura liquidatoria e un giudice, il quale per legge è tenuto a vendere i beni in base alle norme del libro III, tra le quali, per i beni indivisi, si prevede il nostro procedimento. Si dovranno avvisare i comproprietari, in analogia al disposto di cui all’art.107, 3° co., l.f. (non potendosi applicare l’art.599, 2° co., cpc riferito infatti al pignoramento).

Si dovrà poi invitare gli stessi all’udienza fissata per gli incombenti di cui all’art.600 cpc, che il giudice delegato dovrà fissare essendo investito del potere di procedere alla vendita del bene (seppure ormai tramite delega ex art.591 bis cpc).

In tale udienza il giudice delegato provvederà alle solite incombenze (nell’ordine: separazione in natura; mancandone i presupposti, disposizione di giudizio divisionale sempre che non ritenga alle solite condizioni la possibilità di vendere la quota).

Quindi ove questo si verificasse, procederà ad istruire il giudizio divisionale.

Infine va ricordato che nell’ipotesi di fallimento non si pongono le tematiche viste a suo tempo con riferimento alla comunione legale.

Infatti come noto, l’art.191 c.c. prevede come causa dello scioglimento della comunione legale proprio il fallimento di uno dei coniugi, per cui i beni che fin lì erano sottoposti a tale regime, divengono beni in comunione ordinaria con la conseguente applicabilità delle norme e dei principi appena rassegnati.

 [1] Così da ultimo proprio Cass. 20817/2018

[2] Si noti che il testo dell’art.181 disp att cpc antecedente alla riforma portata dalla l. 80/2005 devolveva al g.e. una valutazione in ordine alla competenza, per cui ove venisse valutato che la competenza apparteneva ad altro giudice, veniva disposto un termine per la riassunzione davanti a quest’ultimo.

[3] Tra le altre  Cass. 10 maggio 1982, n. 2889; Cass. 44/1968, cit.; Cass. 12 ottobre 1961, n. 2096;

[4] Cass. 14.3.2013, n.6575, in  FI, 2013, I, 3274, con nota di ACONE

[5] Sulla particolare natura della comunione legale come comunione non di quote vedi però già CCost. 17.3.1988, n.311, in FI, 1990, 2146

[6] Va in proposito ricordato che la giurisprudenza, formatasi essenzialmente con riferimento alle problematiche inerenti il fondo patrimoniale, ha fornito una nozione piuttosto ampia di bisogni famigliari, tali da ricomprendere tutte le obbligazioni sorte nell’esercizio di un’attività lavorativa del coniuge, in quanto svolta al fine di reperire i mezzi per il soddisfacimento dei bisogni familiari, v. da ultimo Cass. 19.6.2018, n.16176. Da notare che se in tali casi l’intero bene è posto a garanzia dell’obbligazione, non per questo sussiste un’obbligazione solidale in capo al coniuge non contraente, per cui nei suoi confronti non si avrà un titolo esecutivo, salvo ricorra uno dei casi di responsabilità solidale, come ad esempio quello degli atti compiuti da uno dei coniugi al fine di provvedere al mantenimento proprio e dei figli, così SANTORO-PASSARELLI, Trim., 1982,1. 

[7] Cass. 23.10.1967, n. 2615, in MGI, 1967; così però già ANDRIOLI, op. cit., 296

[8] Così Cass. 13.8.1964, n. 2308, in MGI, 1964, 782

[9] In tal senso Cass. 27.1.1999, n.718; in dottrina tra gli altri GRASSO, L’espropriazione dei beni indivisi (voce), in ED, Milano, 1966,  798

[10] In tal senso Cass. 17.6.1985, n. 3648, in MGI, I, 1985

[11] Così ANDRIOLI, Commento al codice di procedura civile, Napoli, 1957, III, 295

[12] In tal senso Cass. SSUU 7.1.2014, n.61, in RDP, 2014, 497

[13] ACONE, La separazione della quota in natura nella espropriazione forzata di beni indivisi, in FI, IV, 1960, 297

[14] Così CRIVELLI, in CRIVELLI-RADICE, Formulario dell’Esecuzione forzata, Torino, 2008, 695-696

[15] Così LOMBARDI, in Codice Commentato delle esecuzioni civili, a cura di ARIETA-DE SANTIS-DIDONE, Torino, 2016, sub artt. 599-601, 1481, che in parte riprende sul punto ACONE, op. cit., 300

[16] Un’offerta antecedente l’ordinanza di vendita non è di per sé invalida secondo la giurisprudenza del SC, cfr. Cass. 6.12.1999, n.13619

[17] In tal senso ho già così concluso in  CRIVELLI, La disciplina dell’offerta e dell’istanza di assegnazione nell’era della telematica, in In Executivis, fasc. 1, 50. Peraltro anche a diversamente ritenere, il comproprietario sarà vincolato dall’offerta formulata e non potrà certo profittare della facoltà di depositarne una in busta per lucrare la riduzione del 25 %. La contraddizione di così ritenere sta dunque nel fatto che sarebbe lecito ad altri offrire il 75 % del prezzo base quando v’è già un’offerta vincolante al 100 %, su cui si dovrà comunque svolgere la gara.

[18] Cass. 15.5.2014, n. 10653

[19] SOLDI, Manuale dell’Esecuzione forzata, Padova, 2012, 1532

[20] CASTORO, Il processo di esecuzione nel suo aspetto pratico, Milano, 2010, 703

[21] Va ricordato che un’opinione dottrinale ritiene inapplicabile il principio della traslazione del pignoramento, espresso invero solo in tema d’ipoteca dall’art.2825 c.c., ANDRIOLI, cit., 292. Tuttavia la stessa discende per me dal sistema di cui agli artt. 599 segg. cpc

[22] Cass. 20817/18, cit.

[23] In tal senso Cass. 20817/18, e in dottrina SOLDI, op. cit., 1526

[24] CARDINO, Comunione dei beni ed espropriazione forzata, Torino, 2011, 332

[25] La già richiamata Cass. 28.4.2012, n.6072 chiarisce sul punto come sia preferibile ritenere che il promovimento del giudizio di divisione avvenga iure proprio e non utendo juribus debitoris in quanto tale legittimazione del creditore costituisce appunto “ ulteriore facoltà di soddisfacimento del credito riconosciutagli in via diretta ed immediata in considerazione della peculiare conformazione del patrimonio del debitore e quindi delle concrete modalità di estrinsecazione, possibili nella specie, della sua generale responsabilità patrimoniale generale di cui all'art.2740 cod. civ.)”

[26] Così ancora la sent. 20817/18

[27] Così pure SOLDI, op. cit., 1531

[28] Cass. 15.5.2014, n.10653

[29] Cass. 6072/12, cit.

[30] Trattandosi di giudizi plurisoggettivi, in applicazione dei principi espressi sul punto dal SC, sarà peraltro sufficiente a scongiurare l’estinzione la notifica tempestiva ad almeno uno dei contraddittori necessari

[31] Così MONTANARO, Artt. 559-560 cpc, in AAVV Commentario alle riforme del processo civile, Briguglio e Capponi (a cura di ) , Padova, 2007, 518; in giurisprudenza Cass. 6.6.1997, n.5074

[32] Così già Cass. 8.1.1968, n.44

[33] Ciò significa a mio parere che, poiché non sarà più quel giudizio introducibile con una fattispecie a formazione progressiva qual nell’ipotesi dell’art.601 cpc, all’udienza si provvederà ai sensi dell’art.164 cpc per l’adeguamento dell’atto ai requisiti di legge, ivi compreso il termine a comparire ordinario di novanta giorni

[34] MONTANARO, op. cit., 518

[35] In argomento si rinvia a quanto rassegnato da ultimo da PASSAFIUME, La vendita di beni indivisi nell’espropriazione forzata e nel giudizio di divisione endoesecutivo: profili comuni e tratti distintivi, in REF, 2018, 132-133

[36] Cass.6072/12; a parere mio potrebbe sostenersi altrettanto validamente che la pronuncia abbia natura di cessazione della materia del contendere, visto che l’interesse ad agire sta nell’esigenza di liquidare e quindi espropriare la quota, interesse evidentemente venuto meno a seguito dell’estinzione del processo esecutivo. La corte preferisce invece ragionare in termini di venir meno della legittimazione ad agire del creditore.

[37] Così VIGORITO, L’espropriazione dei beni indivisi, in REF, 2004, 564

[38] Per le stesse si rinvia a PASSAFIUME, op. cit., 125-138

[39] Cass. ord. 7.2.2018, n. 2951

[40] Valore che prescinde da qualsiasi ribasso dovuto alla vendita forzata

[41] Tra le quali il trasferimento sulla pars quanta dei diritti reali di garanzia gravanti sulla pars quota, come dispone l’art.2825, 4° co., c.c.; ma anche, immancabilmente, con concentrazione sulla stessa dello stesso vincolo derivante da pignoramento, come discende implicitamente dal sistema di cui agli artt. 599 segg. cpc; in senso analogo anche VIGORITO, op. cit., 564

[42] CARDINO, op. cit., 441

[43] LODOLINI, La chiusura anticipata della procedura per infruttuosità e l’estinzione per mancato espletamento della pubblicità sul portale delle vendite pubbliche, in REF, 2016, 255