La natura necessariamente bifasica delle opposizioni esecutive c.d. successive al vaglio della Corte di Cassazione (a margine di Cass. 11.10.2018, n. 25170)

Sulle conseguenze dell'omissione della fase sommaria e sulla possibilità di una sanatoria di tale vizio
La natura necessariamente bifasica delle opposizioni esecutive c.d. successive al vaglio della Corte di Cassazione (a margine di Cass. 11.10.2018, n. 25170)

Commento a Cass. 11.10.2018, n. 25170

 

 

Con la pronuncia in rassegna la Corte di Cassazione interviene su questioni di notevole rilevanza teorica, cariche al contempo di evidenti implicazioni pratiche, atteso – come si dirà – il profilo frastagliato della prassi dei vari Uffici giudiziari in ordine al trattamento di opposizioni esecutive successive, laddove, malgrado la struttura bifasica del relativo giudizio, la domanda sia avanzata direttamente in sede di merito.

 

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Il caso deciso dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere con la sentenza oggetto di ricorso per cassazione è, in questo senso, emblematico e, quindi, interessa fornire una sintesi della vicenda processuale.

Con ricorso espressamente diretto al Giudice di cui all’art. 186-bis d.a. c.p.c. (ossia ad un Giudice necessariamente diverso dal Giudice dell’esecuzione) e iscritto recta via al ruolo contenzioso degli affari civili, il Tribunale era stato investito (omettendo la fase cautelare) dell’opposizione agli atti esecutivi proposta avverso il provvedimento con il quale, nell’ambito di una procedura immobiliare, era stata dichiarata la improcedibilità dell’esecuzione in relazione ad alcuni dei beni pignorati.

La preliminare eccezione di parte opposta secondo cui il giudizio in questione deve articolarsi necessariamente secondo una struttura bifasica (quella sommaria davanti al Giudice dell’esecuzione e quella – peraltro eventuale – davanti al Giudice istruttore, investito della fase di merito) è stata disattesa dal Tribunale, sul rilievo che lo svolgimento della fase a carattere sommario innanzi al Giudice dell’esecuzione è prevista a tutela dell’opponente, con la conseguenza che, ove quest’ultimo non abbia interesse (come accaduto nel caso di specie) all’adozione di provvedimenti cautelari, ben può richiedere la trattazione del merito da parte del Giudice competente per valore e per materia.

 

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La S.C. ha ritenuto assorbenti (e suscettibili di trattazione congiunta) il primo ed il secondo motivo di ricorso, con i quali si lamentava: 1) violazione delle disposizioni in materia di competenza funziona del Giudice dell’esecuzione, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 2, c.p.c.; 2) violazione e falsa applicazione degli artt. 617, 618 c.p.c., 186-bis d.a. c.p.c. e 624, comma 3, c.p.c., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c.; ed ha accolto il ricorso sul rilievo – intorno al quale sono svolte numerose e interessanti “precisazioni” – che l’assunto circa la non indefettibilità della fase sommaria innanzi al G.E. nell’ambito delle opposizioni esecutive c.d. successive fosse da disattendere.

La prima ragione di tale valutazione risiede nell’evidenziazione delle svariate finalità cui la struttura bifasica di tali opposizioni è funzionalizzata.

Si tratta – osserva il Collegio – di una “pluralità di esigenze, non riconducibili al solo interesse della parte opponente ma anche (e soprattutto) volte ad assicurare finalità di carattere pubblicistico e di tutela delle altre parti del processo esecutivo, nonché del regolare andamento di quest’ultimo”.

In quanto si tratta di esigenze ricollegate ad interessi pubblicistici, la struttura bifasica (e segnatamente il previo necessario esperimento della fase sommaria innanzi al G.E. cui va presentato il ricorso introduttivo) non è nella disponibilità della parte opponente.

Nel dettaglio, la previsione di una fase sommaria (a carattere necessario) davanti al Giudice dell’esecuzione risponde alle seguenti finalità:

  1. garantire ed incentivare i meccanismi processuali deflattivi espressamente previsti dalla legge.
    Le parti infatti potranno valutare – tenuto conto dell’esito della fase sommaria – la opportunità di introdurre o meno il giudizio di merito, il che favorisce “nei limiti del possibile soluzioni interne al processo esecutivo”;
  2. assicurare che della proposizione di una opposizione esecutiva c.d. successiva sia reso edotto il Giudice dell’esecuzione.
    Ciò consentirà al magistrato di esercitare i propri poteri officiosi quanto allo scrutinio della sussistenza delle condizioni dell’azione esecutiva e della regolarità del relativo svolgimento (e, nel caso dell’opposizione agli atti esecutivi, di adottare, pur quando non richiesti, i provvedimenti indilazionabili di cui all’art. 618 c.p.c.).
    Il che, nel caso specifico in cui sia ravvisata la carenza delle prime (si pensi, a titolo esemplificativo, all’ipotesi in cui il bene non risulti essere del debitore) o una deviazione dallo schema procedimentale disciplinato dalla legge (si pensi, a titolo esemplificativo, all’ipotesi in cui sia riscontrata una nullità insanabile dell’atto di pignoramento), porterà il Giudice dell’esecuzione ad adottare provvedimenti (di vario genere) di improseguibilità dell’azione esecutiva, con conseguente incidenza sull’interesse delle parti a coltivare (o meno) il giudizio di merito una volta conclusasi la fase sommaria.
    Anche in questo caso, il collegamento con le esigenze deflattive del contenzioso è evidente e risponde ad un interesse pubblico che non è nella disponibilità delle parti.
    E ancora la proposizione dell’opposizione potrebbe essere l’occasione, da parte del Giudice dell’esecuzione, per valutare l’adozione di provvedimenti di revoca di precedenti atti ai sensi dell’art. 487 c.p.c.;
  3. rendere possibile la conoscenza dell’avvenuta proposizione dell’opposizione a tutte le parti del processo esecutivo, anche se non direttamente interessate dall’opposizione stessa o se intervenute successivamente ad essa.
    Si può fare l’esempio in cui, con l’opposizione all’esecuzione, sia contestato esclusivamente il diritto di procedere in via esecutiva in capo al procedente e non anche quello dell’interventore munito di titolo esecutivo.
    Quest’ultimo ha un chiaro interesse a conoscere dell’esistenza dell’opposizione, pur non essendo litisconsorte del relativo giudizio, se non altro perché in caso di accoglimento (nel merito) dell’opposizione potrà (anzi dovrà) compiere atti di impulso della procedura affinché sia dato ulteriore corso alla stessa (v. sul punto Cass. S.U., 7.1.2014, n. 61).
    Il Collegio richiama, inoltre, l’interesse (di fatto) alla conoscenza della pendenza di una opposizione esecutiva vantato da soggetti che, del processo esecutivo, non sono parti: è il caso – si osserva – dei “potenziali interessati all’acquisto dei beni pignorati; questi ultimi, in virtù del meccanismo di introduzione delle opposizioni esecutive previsto dalla legge, vengono messi in condizione di venire a conoscenza dell’avvenuta proposizione delle suddette opposizioni consultando il fascicolo dell’esecuzione; lo stesso custode dei beni pignorati viene posto in condizione di poter fornire loro la relativa informazione, restandone così favorita la complessiva efficienza del processo di espropriazione”;
  4. come sopra anticipato, le indicate esigenze si pongono con speciale rilievo, e quindi risultano ancor più radicalmente inderogabili, per quanto riguarda l’opposizione agli atti esecutivi, data la sussistenza del potere di adottare, anche d’ufficio, i provvedimenti indilazionabili ovvero di sospensione di cui all’art. 618 c.p.c.;
  5. la inderogabile necessità dell’espletamento della fase sommaria innanzi al G.E. si apprezza anche sotto un distinto profilo.
    Tanto nel caso di opposizione all’esecuzione quanto nel caso di opposizione agli atti esecutivi il G.E. assegna alle parti un termine perentorio per l’introduzione della fase di merito: ora, la mancata o tardiva introduzione della fase di merito ha conseguenze di rilievo sia in relazione alla procedibilità dell’azione di cognizione sia (in certi casi) in relazione al processo esecutivo: si pensi, quanto al primo profilo, alle conseguenze della omessa o tardiva notificazione alle controparti del ricorso introduttivo e del decreto di fissazione dell’udienza di comparizione nel termine assegnato dal G.E., laddove la parte sarà tenuta a proporre un nuovo ricorso (mentre l’azione di merito a cognizione piena eventualmente introdotta non potrà in tal caso che essere a sua volta dichiarata improponibile); si pensi, quanto al secondo profilo, alla operatività del meccanismo di cui all’art. 624, comma 3, c.p.c. laddove – una volta ottenuta la sospensione dell’esecuzione in fase sommaria – la mancata introduzione del giudizio di merito nei termini a tal uopo concessi importa la estinzione della procedura affinché la stessa non risulti indefinitamente pendente.
    Ebbene, ad avviso del Collegio, “la conseguenza della improcedibilità della fase di merito a cognizione piena del giudizio di opposizione, nel caso in cui non siano correttamente osservate le modalità di introduzione e di prosecuzione del procedimento, secondo la struttura bifasica normativamente delineata, non può che condurre (a più forte ragione, determinandosi in caso contrario una evidente incoerenza sistematica) alla medesima conclusione anche nell’ipotesi in cui la fase sommaria innanzi al giudice dell’esecuzione sia addirittura del tutto omessa”, in quanto “anche in tal caso (…) la fase di merito a cognizione piena del giudizio di opposizione sarà improcedibile (e quindi la relativa domanda improponibile), in quanto non preceduta e correttamente raccordata con la necessaria ed indefettibile preventiva fase a cognizione sommaria del medesimo giudizio davanti al giudice dell’esecuzione”.
    In sintesi, la disposizione che prevede l’assegnazione del termine per la introduzione della fase di merito (con conseguenze rilevanti in caso di intempestività di tale attività processuale) sarebbe di fatto svuotata di significato ove si ammettesse che l’opponente possa, per propria scelta od errore (v. infra), approdare recta via alla fase di merito.

 

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Le superiori considerazioni si condensano nella prima massima della pronuncia qui in commento e, a sommesso avviso di chi scrive, si pongono in linea di continuità con la pregressa giurisprudenza della Corte di Cassazione che, pur senza essersi pronunciata ex professo sull’ipotesi in cui la parte deliberatamente abbia introdotto il merito dell’opposizione omettendo la instaurazione della fase sommaria innanzi al G.E., ha assunto come archetipo dell’opposizione esecutiva successiva il giudizio a struttura bifasica per risolvere specifiche questioni applicative, attinenti:

  • alla procura alle liti, nel senso che quella conferita in occasione del ricorso diretto ad introdurre la fase sommaria si presume rilasciata anche per la successiva fase di merito (Cass. 31.8.2015, n. 17307; Cass. 9.4.2015, n. 7117);
  • alla elezione di domicilio ai fini della notifica dell’atto introduttivo della fase di merito (Cass. 20.4.2015, n. 7997);
  • alla esclusione della impugnabilità dell’ordinanza emessa dal G.E. all’esito della fase sommaria con il ricorso per cassazione ex art. 111, comma 7, Cost., tale provvedimento difettando del requisito della definitività (Cass. 14.12.2015, n. 25111; Cass. 13.4.2017, n. 9652/o.);
  • alla individuazione del rimedio da attivare laddove la suddetta ordinanza non preveda la concessione del termine per introdurre il giudizio di merito, individuato – atteso il carattere lato sensu istruttorio del provvedimento in esame – nel procedimento per la correzione di errori materiali (Cass. 11.12.2015, n. 25064; Cass. 3.12.2016, n. 25902) e ferma restando in ogni caso la possibilità della parte interessata di procedere recta via alla iscrizione della causa di opposizione al Ruolo contenzioso (Cass. 11.12.2015, n. 25064);
  • alla individuazione del regime applicabile ai fini dell’impugnazione della sentenza conclusiva del giudizio, nel senso che il momento che determina la pendenza del processo, rilevante ex art. 327, c.p.c., nella versione novellata con l. n. 69 del 2009, va individuato con riguardo al deposito del ricorso innanzi al G.E..

Sulla inammissibilità della domanda laddove la parte abbia provveduto all’introduzione della fase di merito senza aver atteso alla previa fase sommaria innanzi al G.E. si segnala, di recente, Cass. 8.2.2016, n. 2490, ove pur con le evidenti peculiarità del casus decisus (che differiva profondamente da quello cui attiene la sentenza qui in commento) la S.C. aveva avuto modo di prendere posizione: a) sul carattere necessario della fase sommaria; b) sulla forma dell’atto introduttivo; c) [il che rileva per quanto si dirà appresso] sulla possibilità di evitare la inammissibilità per la scelta errata dell’atto introduttivo.

La pronuncia gravata con ricorso per cassazione era stata in quel caso resa all’esito di un giudizio di opposizione agli atti esecutivi avverso l’ordinanza di assegnazione introdotto (omettendo l’espletamento della fase cautelare) dal creditore; invero, con un unico provvedimento, il G.E. aveva: 1) rigettato l’istanza di sospensione allegata all’opposizione all’esecuzione proposta (in precedenza) dal debitore, provvedendo conseguentemente all’assegnazione del credito pignorato; 2) assegnato il termine per la introduzione del giudizio di merito.

Il creditore, dolendosi del mancato riconoscimento da parte del G.E. degli interessi sulla somma assegnata in pagamento, aveva “approfittato” del termine concesso per l’introduzione del giudizio di merito di cui al sovrastante punto 2) e proposto l’opposizione recta via nel merito con atto di citazione.

Al riguardo il Collegio ebbe ad osservare che “questo comportamento processuale non tiene conto dell’orientamento di legittimità in merito al necessario collegamento tra le due fasi in cui si articola il processo di opposizione agli atti esecutivi e di opposizione all’esecuzione ed in merito al carattere tendenzialmente unitario del processo oppositivo”.

Avuto riguardo alla vigente disciplina normativa (in specie v. artt. 616 e 618 c.p.c.), “la fase dinanzi al giudice dell’esecuzione è delineata dal legislatore (…) come fase necessaria”, con la conseguenza – quanto alla fattispecie concreta sottoposta all’esame della S.C. – che intanto il termine per la introduzione del giudizio di merito è utilizzabile “in quanto si riferisca all’opposizione la cui prima fase si sia già svolta dinanzi al giudice dell’esecuzione”.

Nell’occasione, il creditore/opponente avrebbe dovuto instaurare il giudizio di opposizione secondo il modello bifasico di cui si è detto.

Il Collegio, poi, ha avuto modo di aggiungere “che l’atto introduttivo dovesse comunque rivestire la forma del ricorso”, tenuto conto “della natura e dello scopo dell’atto, che tende a costituire un immediato contatto tra giudice e parte per consentire al primo la sollecita conoscenza della materia del contendere”.

Ciò nondimeno, valorizzando il principio della conservazione degli atti processuali, la Corte rileva che la parte avrebbe potuto evitare la inammissibilità (conseguente all’errata scelta della forma dell’atto introduttivo) laddove “la citazione fosse stata depositata in Cancelleria entro il termine di legge, essendo in tal modo ugualmente conseguita la finalità di legge, che è quella di manifestare direttamente al giudice [dell’esecuzione, n.d.r.], nel termine perentorio di venti giorni, le censure che si intendono rivolgere all’atto esecutivo”.

In definitiva, pur con le precisazioni svolte, il principio affermato nella prima massima della sentenza qui in commento si pone in linea di continuità rispetto alla pregressa giurisprudenza della Corte di legittimità (alle pronunce citate sopra adde almeno: Cass. 23.9.2009, n. 20532; Cass. 9.6.2010, n. 13928; Cass. 30.6.2010, n. 15630; Cass. 24.10.2011, n. 22033; Cass. 31.8.2011, n. 17860; Cass. 18.6.2012, n. 9984).

 

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Dove la sentenza appare come fortemente innovativa è con riferimento alla individuazione delle conseguenze della proposizione di un atto di opposizione non conforme al modello legale.

Anzitutto, il Collegio circoscrive i casi in cui tale situazione viene a configurarsi e cioè:

  1. quando l’atto introduttivo abbia una forma diversa dal ricorso;
  2. quando la domanda giudiziale che tale atto veicola non è rivolta direttamente al G.E. ma al Tribunale o, propriamente, al Giudice competente a conoscere il merito;
  3. quando l’atto non viene depositato negli atti del fascicolo dell’esecuzione ma sia iscritto direttamente al ruolo generale degli affari contenziosi affinché sia formato un diverso fascicolo processuale.

Rileva sottolineare – come già detto in apertura – che la prassi giudiziaria appare non univoca nel trattamento della casistica sopra delineata.

Due ipotesi appaiono ricorrenti.

La prima: l’atto introduttivo (a prescindere dalla forma ed anche dal se sia formalmente diretto o meno al G.E.) non contenente una domanda cautelare viene iscritto al ruolo generale degli affari contenziosi (è a ben vedere di questo tipo la fattispecie decisa dal Tribunale di Santa Maria C.V.).

In tale ipotesi, cioè, la iscrizione al ruolo contenzioso è – di massima – il frutto di una scelta consapevole della parte diretta a saltare la fase sommaria innanzi al G.E. onde approdare direttamente alla fase di merito.

La soluzione alla questione se sia possibile decidere nel merito o meno una domanda così proposta riposa, in definitiva, sull’intendimento della struttura bifasica come necessaria o derogabile, nel senso che si è sopra chiarito.

La seconda ipotesi si profila laddove l’opposizione (a prescindere dalla forma dell’atto introduttivo), contenente una istanza di sospensione, sia iscritta per errore (essendo diretta – perché così è scritto nell’intestazione e perché vi è una domanda cautelare di sospensione dell’esecuzione – al G.E.) al ruolo generale degli affari contenziosi sebbene esista già il fascicolo dell’esecuzione ove il ricorso andrebbe depositato (mentre, laddove tale fascicolo non esista, sarà il debitore stesso a provvedere all’iscrizione al ruolo esecuzioni, giusta la disposizione dell’art. 159-ter d.a. c.p.c.); ragione per la quale le dettagliate indicazioni fornite al riguardo dalla S.C. nella pronuncia in rassegna potrebbero fungere – di massima – da vademecum per i Giudici delle opposizioni esecutive.

Sono individuabili, con riguardo alla ipotesi di cui si tratta, due diversi approcci:

  • quello prevalente per cui (con o senza previa rimessione del fascicolo al Presidente della Sezione o del Tribunale) va disposta la “trasmissione” del fascicolo al Giudice dell’esecuzione e contestuale cancellazione dal ruolo generale della causa erroneamente iscritta;
  • quello minoritario che, valorizzando il principio di autoresponsabilità, fa discendere dalla erronea iscrizione a ruolo generale la inammissibilità della (o in altri Tribunali il non luogo a provvedere sulla) istanza di sospensione, perché rivolta ad un Giudice (quello del contenzioso) funzionalmente sfornito di competenza a decidere (essendo la stessa assegnata in via esclusiva ed inderogabile al G.E.).
    Tra quanti in sostanza negano che il Giudice del contenzioso possa disporre la “trasmissione” degli atti al G.E. (con contestuale cancellazione della causa dal ruolo) non vi è peraltro uniformità di vedute quanto alla sorte della domanda volta ad ottenere una decisione sul merito dell’opposizione: vi è chi la ritiene inammissibile, perché è stata omessa la necessaria fase sommaria innanzi al G.E. e chi, invece, ritiene possibile la trattazione del processo a cognizione piena e la relativa decisione.

Con riferimento alle tre ipotesi sopra delineate (e quindi anche con riferimento alle due ipotesi che sono state dettagliatamente esaminate con riguardo alla disomogenea prassi dei Tribunali sul punto), la S.C. afferma a chiare lettere che si configura una nullità dell’atto, atteso che lo stesso si discosta dal modello legale e, non consentendo l’immediata conoscenza del contenuto dell’opposizione da parte del G.E. (per le finalità evidenziate in apertura), risulta inidoneo al raggiungimento del proprio scopo.

La nullità così prodottasi può essere, tuttavia, oggetto di sanatoria ex art. 156, comma 3, c.p.c., laddove, attraverso la trasmissione al Giudice dell’esecuzione, sia raggiunto lo scopo di consentire in ogni caso al G.E. di apprezzare il contenuto dell’opposizione.

In sintesi, “perché sia raggiunto lo scopo indicato ed operi la sanatoria rispetto alla mera proposizione dell’opposizione, determinando il potere-dovere del giudice dell’esecuzione di dar corso alla fase sommaria, è necessario e sufficiente che l’atto introduttivo difforme dal modello legale pervenga agli atti del fascicolo dell’esecuzione”.

La questione appena esposta si lega a doppio filo con quella (particolarmente rilevante nel caso dell’opposizione agli atti esecutivi, ma, a seguito della modifica dell’art. 615, comma 2, c.p.c., anche in quello dell’opposizione all’esecuzione) della individuazione del momento a partire dal quale la suddetta sanatoria è operante (di massima si tratterà del momento in cui l’atto ha raggiunto il proprio scopo pervenendo nella sfera di conoscenza del G.E.), avuto anche riguardo al profilo della imputabilità o meno dell’eventuale ritardo dell’inserimento dell’atto introduttivo dell’opposizione nel fascicolo dell’esecuzione.

Nel caso in cui il tardivo inserimento dell’atto nel fascicolo dell’esecuzione non sia imputabile all’opponente (il che avverrà quando nella individuazione della Autorità giudiziaria adita sia fatto inequivoco riferimento al “Giudice dell’esecuzione” ovvero vi sia un riferimento interpretabile in tale sensoid est: sia chiesta la sospensione dell’esecuzione) la sanatoria “potrà operare fin dalla data del deposito del ricorso (o quanto meno della sua iscrizione a ruolo, in caso di opposizione erroneamente avanzata con atto di citazione)”.

Se invece il tardivo inserimento dell’atto nel fascicolo dell’esecuzione sia dipeso da un errore o da una consapevole scelta processuale della parte, la sanatoria opererà:

  • dal momento in cui il Giudice adito provveda, rilevando la descritta nullità, a procurare la trasmissione degli atti al G.E.;
  • dal momento in cui la parte – essendosi per esempio avveduta dell’errore in cui è incorsa – chieda tale trasmissione, sanando l’originaria nullità.

È con riferimento a tale momento che andrà valutata la tempestività o meno dell’opposizione proposta (il che – si ripete – ha particolare rilievo nel caso dell’opposizione agli atti esecutivi, data l’esiguità del termine decadenziale previsto dalla legge).

Discende da quanto sopra la conseguenza per cui va dichiarata della “improponibilità della domanda di merito delle opposizioni esecutive (ovvero [del]l’improcedibilità del relativo giudizio a cognizione piena) […] laddove la preliminare fase sommaria non si sia svolta regolarmente o non ne sia stata possibile la tempestiva rinnovazione o regolarizzazione”.

Altrimenti detto (tenuto conto delle modalità attraverso cui può attuarsi la sanatoria nel caso in cui vi sia stato un errore processuale imputabile) la domanda di merito andrà dichiarata improponibile quante volte:

  • il Giudice (diverso dal G.E.) non abbia rilevato la nullità e il relativo giudizio sia proseguito.
    La suddetta nullità, salvo il caso del giudicato interno, si tradurrà in motivo di impugnazione del provvedimento con cui viene definito il giudizio di merito;
  • la parte non abbia fatto constare tale nullità chiedendo la trasmissione degli atti al G.E..

Ai fini della improponibilità della domanda, l’intempestivo rilievo – d’ufficio o su istanza di parte - della nullità (con contestuale trasmissione degli atti al G.E.) è equiparato al caso dell’omesso rilievo, sopra esaminato.

 

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La pronuncia in commento, specie con riferimento alla seconda massima, si apprezza per il percepibile intento ordinatore, quanto alla individuazione di alcuni capisaldi alla luce dei quali districare le complesse questioni legate alla omissione della fase sommaria.

Ciò nondimeno, la ricostruzione del vizio dell’atto in termini di nullità pone, a sommesso avviso di chi scrive, due ordini di problemi ed apre la strada ad un dibattito che si preannuncia vivace.

Anzitutto,  si potrebbe osservare che la proposizione della domanda ad un Giudice diverso da quello funzionalmente competente intercetti un profilo relativo – per usare la terminologia di autorevole dottrina - ai presupposti c.d. di validità o procedibilità del processo, nel mentre le questioni relative alla nullità, attenendo alla forma-contenuto dell’atto (nella specie introduttivo), si pongono in un’area in cui, normalmente, il rapporto processuale è stato validamente instaurato (pare invece di intuire, dalla prima massima della pronuncia in commento, che ciò non accada nell’ipotesi in cui sia omessa la celebrazione della fase sommaria).

Pur volendo prescindere da quanto sopra, cioè pur volendo ritenere che il profilo che viene in rilievo sia effettivamente quello della nullità dell’atto introduttivo, si pongono non irrilevanti problemi di coordinamento con la disciplina generale contenuta nel I Libro del Codice di procedura civile, con segnato riferimento al caso in cui l’opposizione sia introdotta, “saltando” la fase sommaria, nella forma della citazione.

Caso nel quale, infatti:

  1. si può ipotizzare, non senza qualche forzatura, che l’atto sia nullo per essere omesso o assolutamente incerto il requisito di cui al n. 1) dell’art. 163 c.p.c., nel senso che la domanda è rivolta ad un Giudice diverso da quello cui andava correttamente indirizzata;
  2. si può ipotizzare, anche qui con qualche difficoltà, che l’atto sia nullo per essere omesso o assolutamente incerto il requisito di cui al n. 3) dell’art. 163 c.p.c., poiché nella individuazione del petitum la parte non ha chiesto il preventivo vaglio dell’opposizione da parte del G.E. (vaglio cui è inderogabilmente strumentalizzata la celebrazione della fase sommaria).

In ambedue i casi, però, sarebbe la parte a dovere, su ordine del Giudice, rinnovare la citazione entro un termine perentorio (si badi, con conseguenze diverse, nell’una e nell’altra ipotesi, quanto alle decadenze maturate medio tempore); nel mentre la pronuncia in commento afferma che è il provvedimento del Giudice (adottabile anche d’ufficio) a determinare la sanatoria, con ripercussioni (in caso di errore imputabile) perfino sulla tempestività o meno della sanatoria medesima e, quindi, sulla decidibilità in merito (o meno) della domanda.