PIGNORAMENTO NATALIZIO

E se invece di Babbo Natale ... si presentasse l’ufficiale giudiziario?!?
PIGNORAMENTO NATALIZIO

Ebenezer Scrooge: «Merry Christmas! What right have you to be merry? What reason have you to be merry?»

(A Christmas Carol, Charles Dickens, 1843)

 

Nella malaugurata – e assai improbabile – ipotesi che l’ufficiale giudiziario si presenti all’uscio la sera della Vigilia o, addirittura, il giorno di Natale per ricercare beni da pignorare (ex art. 513 c.p.c.) ... l’albero decorato e/o il presepe natalizio potrebbero essere sottoposti a pignoramento? 

Innanzitutto, lo zelante ufficiale giudiziario dovrebbe essere munito, oltre che di titolo esecutivo e di precetto, di una impietosa autorizzazione del presidente del tribunale o di un giudice da lui delegato, poiché l’art. 519 c.p.c. – nel prescrivere che il pignoramento non può essere eseguito nei giorni festivi o dopo le ore 21 – assicura anche al debitore il «diritto a godersi quel minimum di tregua spirituale che è alla base della vita umana» (CASTORO).

In difetto, secondo alcuni Autori (SATTA, ad esempio), il debitore potrebbe sbattere la porta in faccia all’ufficiale guastafeste e tornare a godersi il “cenone”.

Altri, però, ritengono che la violazione della “quiete domestica” debba essere fatta valere con apposita opposizione ex art. 617 c.p.c. (BUCOLO; CASTORO) o persino che essa costituisca una mera (e irrilevante) irregolarità (VERDE; DE STEFANO) e, dunque, ben potrebbe l’inarrestabile ufficiale giudiziario avvalersi dei poteri ex art. 513 c.p.c., forzando la porta e/o invocando l’assistenza della forza pubblica. 

Superata l’ostacolo, ipotizziamo che la modesta dimora del debitore contenga – oltre a un banale «tavolo [imbandito] per la consumazione dei pasti con le relative sedie» e ai «commestibili» necessari ai commensali (beni sicuramente impignorabili ex art. 514, n. 2, c.p.c.) – l’albero di Natale addobbato e il tradizionale presepio.

L’art. 514, n. 1, c.p.c. individua come «assolutamente impignorabili» «le cose sacre e quelle che servono all’esercizio del culto».

Il presepe può essere annoverato tra le «cose sacre»?

E, soprattutto, cosa si intende per “cosa sacra impignorabile” a norma dell’art. 514, n. 1, c.p.c.? 

L’argomento qui trattato può apparire una mera facezia, ma la concreta applicazione della disposizione ora menzionata potrebbe avere – in numerosi casi (diversi da quello qui ipotizzato) – un significativo impatto economico in ragione della sottrazione di alcuni beni alla garanzia patrimoniale ex art. 2740 c.c.

In proposito si osserva che oltre ai presepi “caserecci” (il cui presumibile valore di realizzo non giustificherebbe il pignoramento a norma dell’art. 517 c.p.c.), sul mercato si rinvengono presepi preziosissimi che i proprietari (soggetti privati) vendono ad elevatissimo prezzo in ragione del loro pregio artistico (http://www.sothebys.com/en/auctions/ecatalogue/2011/arte-moderna-e-contemporanea-identita-italiana-unimportante-collezione-privata/lot.43.html?locale=en) e/o del loro valore storico (http://www.sothebys.com/en/auctions/ecatalogue/2008/important-furniture-ceramics-and-works-of-art-mi0286/lot.32.html).

Se ritenuto applicabile, l’art. 514, n. 1, c.p.c. impedirebbe al creditore di espropriarli, mancando una disposizione – come quella che, invece, è inserita nell’art. 514, n. 2, c.p.c. – volta a consentire il pignoramento degli oggetti domestici (tavolo, sedie, ecc.) se di rilevante valore economico, anche per accertato pregio artistico o di antiquariato.

Peraltro, nella dimora del debitore (o nei luoghi ex art. 513, comma 3, c.p.c.) si potrebbero rinvenire altri e diversi oggetti preziosi di carattere religioso: crocefissi, ex voto, calici, pissidi, ecc..

Anch’essi – se considerati «cose sacre» – non sarebbero suscettibili di pignoramento.

Infine, occorre considerare che in virtù del principio costituzionale di libera espressione religiosa, non può prospettarsi alcuna diversità di disciplina tra le diverse confessioni religiose, con la conseguenza che debbono ritenersi impignorabili anche le «cose sacre» di culti diversi da quello cattolico (TRAVI; MANCUSO).

Sarebbe, dunque, da indagare anche la (eventuale) riconducibilità all’art. 514, n. 1, c.p.c. di una preziosa Menorah ebraica (http://www.sothebys.com/en/auctions/ecatalogue/2016/important-judaica-n09589/lot.68.html?locale=en) o di un Kirpan, il pugnale portato dai Sikh (sulla cui valenza religiosa v. Cass. pen. 14/6/2016, n. 24739) ... ma il discorso ci porterebbe troppo lontano. 

Restando ai quesiti sul presepe, si deve innanzitutto prospettare un dubbio sull’oggetto del (potenziale) pignoramento.

Nella rappresentazione della Natività preparata per la prima volta da San Francesco d’Assisi nel 1223, a Greccio, non erano presenti la Vergine Maria, San Giuseppe e Gesù Bambino; infatti, le fonti riferiscono che la Messa natalizia fu celebrata con un altare portatile posto sopra una mangiatoia, presso la quale erano i due animali ricordati dalla tradizione, ossia l’asino e il bue (così Tommaso da Celano: «Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme»).

È risaputo che, successivamente, il presepio si è arricchito delle statuette della Sacra Famiglia e, poi, di numerosi altri personaggi e diorami.

Ci si domanda se gli elementi essenziali del presepe tradizionale (il Bambino Gesù, la Madonna, Giuseppe, il Bue, l’Asinello, la mangiatoia, i pastori) e quelli “accessori” (le pecorelle, la fontanella, la grotta, il muschio e financo i Re Magi) debbano essere considerati alla stregua di singole res o costituiscano una cosa composta/complessa o, ancora, un’universalità di mobili.

Risalente giurisprudenza (Cass. 8/4/1948, n. 523) distingue la «cosa semplice» (i singoli elementi che la compongono sono fusi in un tutto organico sì da rendere impossibile la separazione senza fare perdere all’unità le sue qualità essenziali) dalla «cosa composta o complessa» (data dalla coesione di più elementi separabili che, necessariamente unificati dallo scopo, perdono la rispettiva individualità per integrare una sintesi funzionale: universitates rerum coeuntium) e dalla «universalità di beni mobili» (o universitas facti), costituita da una pluralità di cose semplici la cui unità appare soggettivamente collegata soltanto alla voluntas domini.

Dalla soluzione della questione – priva (ovviamente) di precedenti giurisprudenziali specifici – dipende non soltanto l’applicabilità dell’art. 2913, n. 3, c.c. (che dispone l’inopponibilità dell’alienazione delle universalità di beni mobili priva di data certa), ma anche la possibilità di procedere ad un pignoramento del presepe uno actu, anziché con plurimi atti riguardanti i singoli elementi.

Infatti, la giurisprudenza è tendenzialmente contraria all’espropriazione unitaria dell’azienda in ragione della mancanza, nel codice di rito, di strumenti processuali idonei all’espropriazione individuale di una universitas (iuris) rerum (Cass. 29/9/1993, n. 9760; contra, VANZ), ma autorevole dottrina ritiene che siano «espropriabili in modo unitario e, dunque, con un solo atto di pignoramento, le sole universalità di cose mobili corporali (universitas facti) in considerazione della loro destinazione unitaria» (SOLDI).

In ragione dell’unificazione delle singole componenti allo scopo, appare comunque preferibile la qualificazione del presepio come «cosa composta o complessa», di talché il bene (formato da statuette principali ed accessorie e da diorami) potrà essere colpito da un unico atto di pignoramento ... sempreché non si ricada nell’ipotesi di una sua assoluta impignorabilità. 

Poiché l’art. 514, n. 1, c.p.c. distingue «le cose sacre» che l’art. 514, n. 1, c.p.c. da «quelle che servono all’esercizio del culto», si deve presumere che – per il diritto italiano – il carattere di sacralità di un oggetto prescinda dalla sua destinazione alla pratica religiosa.

Così, mentre di un presepio esposto in una basilica o in una chiesa si può ragionevolmente supporre l’asservimento al rito ecclesiale, di un identico manufatto in una dimora privata dovrebbe indagarsi la “sacralità intrinseca”, indipendentemente dalla sua destinazione. 

Ad avviso di chi scrive, dato che il presepio è inequivoca espressione della religiosità cristiana cattolica, per sciogliere ogni dubbio sulla sua “sacralità” occorre fare riferimento alla disciplina normativa della Chiesa cattolica di rito latino (sulla rilevanza civilistica delle norme canoniche: Cass. 27/11/1973, n. 3227; Cass. 7/10/1955, n. 2888; Cass. 12/2/1953, n. 359; Cass. 16/6/1951, n. 1572).

Ebbene, il vigente Codex Iuris Canonici (promulgato da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983 e entrato in vigore il 27 novembre dello stesso anno) stabilisce – al canone 1171 – che «Le cose sacre, quelle cioè che sono state destinate al culto divino con la dedicazione o la benedizione, siano trattate con riverenza e non siano adoperate per usi profani o impropri, anche se sono in possesso di privati.».

Nella vigente disciplina canonica, dunque, può dirsi “sacra” una res che abbia i seguenti requisiti:

1) la destinazione al culto divino impressa con

2) la dedicazione (riservata a chiese ed altari, dei quali comporta una destinazione stabile e permanente) da parte di «coloro che sono insigniti del carattere episcopale, nonché dai presbiteri ai quali ciò sia permesso dal diritto o da legittima concessione» (can. 1169 § 1 del CIC) oppure con la benedizione liturgica (per luoghi sacri od oggetti, come immagini o reliquie, temporaneamente volti al culto) data «da qualunque sacerdote» (CIC, can. 1169 § 2) (SCHOUPPE).

Nel diritto canonico (diversamente da quanto previsto nell’art. 514, n. 1, c.p.c.), perciò, la sacralità di una cosa non può essere scissa dalla sua destinazione al culto. 

Ad una prima lettura, dunque, il presepe potrà essere sottratto all’azione esecutiva in quanto “cosa sacra” soltanto a condizione che – in un momento anteriore al pignoramento (dato che i vincoli di indisponibilità apposti successivamente non sarebbero opponibili ex art. 2915, comma 1, c.c.) – sia stato “benedetto” per destinarlo alla pratica cultuale, anche privata. 

Tuttavia, approfondendo le norme della Chiesa Cattolica (segnatamente, l’Ordo Benedictionum del 1984, altrimenti detto “Benedizionale”), è possibile distinguere la “benedizione degli oggetti per il culto” (“costitutiva”) dalla “benedizione degli oggetti di pietà” (“invocativa”): la prima vale a destinare determinate cose (pisside, calice, patena, ostensorio, vesti sacerdotali, lini d’altare) al servizio religioso, mentre la benedizione degli oggetti pii volti all’uso di soggetti particolari (che nel “Benedizionale” è inclusa tra le “benedizioni riguardanti la devozione popolare”) non comporta mai l’attribuzione ad essi della qualità di “beni sacri” (SCHOUPPE). 

In conclusione, per qualificarsi come res sacra sottratta all’espropriazione forzata, non è sufficiente che un presepe (o un altro oggetto di devozione) sia stato “genericamente” benedetto in epoca anteriore al pignoramento, ma occorre che il debitore – con una probatio (paradossalmente) diabolica – riesca a dimostrare che la benedizione de qua sia stata impartita allo scopo di destinare quel bene al culto divino.

Con riguardo al presepio, la prova – più che diabolica – è impossibile, perché (come sopra esposto) l’oggetto non rientra tra quelli che possono essere destinatari di una benedizione “costitutiva”.

Ma un fortunato ufficiale giudiziario potrebbe anche reperire – ricercando i beni pignorandi presso un collezionista o un antiquario o una casa d’aste – una res sacra propriamente detta; si pensi ad un prezioso ostensorio (http://www.sothebys.com/en/auctions/ecatalogue/2018/importante-orfevrerie-europeenne-boites-objets-vitrine-pf1802/lot.236.html?locale=en) al quale sia stata impartita la solenne benedizione che lo ha destinato al culto divino.

In tal caso, per opporsi validamente all’esecuzione forzata il debitore dovrebbe dimostrare – ed è arduo ipotizzare che effettivamente possa riuscirci – sia la rituale consacrazione, sia che la stessa è stata impartita in data – certa (art. 2704 c.c.) – anteriore al pignoramento.

A questo punto, ci si potrebbe interrogare sull’inespropriabilità di una provata res sacra (pisside, calice, patena, ostensorio, vesti sacerdotali, lini d’altare) che sia stata posta in vendita dal suo simoniaco proprietario: infatti, per le cose mobili non è previsto, a differenza di quanto prescritto per i luoghi sacri e per gli altari, un decreto de profanando (CIC, can. 1212 e can. 1238) che determini la cessazione della destinazione al culto.

Potrebbe forse arguirsi un’automatica perdita del carattere di sacralità derivante dalla messa in commercio? In realtà, un simile automatismo non è configurabile se si pensa che nemmeno la profanazione di «una cosa sacra, mobile o immobile» – anche se punita «con giusta pena» (CIC, can. 1376) – sottrae al bene la sua natura e che non è stabilito un assoluto divieto di vendita degli oggetti consacrati (fissato, invece, per le sacre reliquie dal CIC, can. 1190 § 1).

La cosa sacra, dunque, potrebbe formare oggetto di alienazioni volontarie (non trattandosi di res extra commercium; GISMONDI), pur essendo sottratta all’espropriazione forzata. 

E l’albero di Natale?

Pur essendo oggetto di diffusissima tradizione natalizia, l’albero è estraneo al culto religioso cristiano: l’abete era sacro a Odino, potente dio dei Germani, e la Chiesa delle origini ne vietò l’uso sostituendolo con l’agrifoglio, per simboleggiare con le spine la corona di Cristo e con le bacche le gocce di sangue che escono dal capo.

Appare pressoché impossibile ricondurre l’albero al divieto dell’art. 514, n. 1, c.p.c., né alcuna sacralità può essere attribuita agli addobbi, il cui valore – in alcuni particolari (e rari) casi (http://www.guinnessworldrecords.com/world-records/most-expensive-christmas-tree-decorated) – potrebbe di gran lunga superare il credito.

Di regola, dunque, l’abete natalizio potrà essere oggetto di pignoramento e, anzi, la pianta dovrà essere destinata (ex art. 501 c.p.c.) a immediata vendita o assegnazione, trattandosi di bene deteriorabile, «tenendo conto, oltre che delle naturali qualità ... di tutti gli elementi che, nella specifica situazione, possono di fatto incidere sulla relativa conservazione e far perdere il valore di scambio» (Cass. 7/1/1984, n. 133). 

La giurisprudenza italiana non è ancora stata chiamata ad interrogarsi sulla portata applicativa dell’art. 514, n. 1, c.p.c. in riferimento a «cose sacre» per la religione cristiana o per altri culti (le cui peculiari regole renderebbero ulteriormente complicata la questione). È però assurta agli onori delle cronache una procedura esecutiva per rilascio finalizzata proprio ... allo “sfratto di un presepe” (https://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2010/11/21/news/sfratto-per-il-presepe-1.454299; http://notizie.comuni-italiani.it/foto/5948; https://www.4minuti.it/citta/via-sfratto-esecutivo-presepe-beltrami-san-nicol-inventario-0046087.html). 

BUON NATALE!!! 

Riferimenti bibliografici:

BUCOLO, Il processo esecutivo ordinario, Padova, 1994

CASTORO, Il processo di esecuzione nel suo aspetto pratico, XIII ed., Milano, 2015

DE STEFANO, I procedimenti esecutivi, Milano, 2016

GISMONDI, Le immagini sacre e la loro destinazione al culto pubblico, in Foro it., 1954, I, p. 352

MANCUSO, L’espropriazione mobiliare presso il debitore, in Codice commentato delle esecuzioni civili, a cura di Arieta, De Santis e Didone, Milano, 2016

SATTA, Commentario al codice di procedura civile, III, Milano, rist. 1966

SCHOUPPE, Elementi di diritto patrimoniale canonico, Milano, 2008

SOLDI, Manuale dell’esecuzione forzata, Padova, 2017

TRAVI, Espropriazione mobiliare presso il debitore, in Nov. Dig., VI, Torino, 1960

VANZ, Il sequestro conservativo d’azienda: spunti di riflessione, in Riv. Dir. Proc., 2015, 1, p. 163

VERDE, Pignoramento mobiliare diretto e immobiliare, in Enc. Dir., XXXIII, Milano, 1983