La forma del contratto e i contratti di investimento “monofirma”: verso la affermazione della forma “in concreto” del contratto

La mutazione genetica della forma del contratto
La forma del contratto e i contratti di investimento “monofirma”: verso la affermazione della forma “in concreto” del contratto

Sommario:

1. La forma del contratto: dal principio di libertà delle forme al neoformalismo di matrice comunitaria
2. L’interpretazione assiologicamente orientata del vincolo formale: dalle Sezioni Unite del 17 settembre 2015 n. 18214 alle Sezioni Unite del 16 gennaio 2018, n. 898 sui contratti di investimento. Occorre la sottoscrizione dell’intermediario ai fini della validità del contratto?
3. Riflessioni conclusive: verso la affermazione della forma “in concreto” del contratto?

 

  1. La forma del contratto: dal principio di libertà delle forme al neoformalismo di matrice comunitaria.

Come noto, ogni atto avente rilevanza giuridica necessita di una forma, ovvero di uno strumento di estrinsecazione, che lo “riveli al mondo delle relazioni sociali e giuridiche[1].
La forma del contratto è il mezzo attraverso il quale le parti manifestano il loro consenso verso l’esterno.
Ai sensi dell’art. 1325 c.c., la forma costituisce un elemento essenziale del contratto allorquando risulti prescritta dalla legge sotto pena di nullità.
Pertanto, la sua carenza determina, ex art. 1418 c.c., la nullità del contratto, per mancanza di un requisito strutturale richiesto da norma imperativa.
È noto, infatti, che le previsioni normative che impongono un vincolo formale per il contratto, poiché mirano a tutelare interessi di carattere pubblicistico e generale, sono da ritenersi anche norme inderogabili, attesa la indisponibilità degli interessi ad esse sottesi[2].
Tra tali norme, è possibile annoverare, a titolo esemplificativo, l’art 1350 c.c., che sancisce la prescrizione formale per gli atti aventi ad oggetto diritti reali immobiliari, al fine di imprimere certezza alle relative contrattazioni, stante la rilevanza economica dei beni immobili.
Vengono, altresì, in rilievo le disposizioni normative di cui agli artt. 601 ss. c.c. sulla forma del testamento, imposta al fine di responsabilizzare l’autore dell’atto di ultima volontà e di “richiamare la sua attenzione” in ordine alla portata giuridica e sulle conseguenze economiche che dall’atto discendono.
Ancora, degno di nota è l’art. 782 c.c. sul contratto di donazione, nel quale, invece, la prescrizione formale risponde alla esigenza di compensare la “debolezza” della causa liberale (rectius interesse non patrimoniale) alla base del contratto[3].
La tassatività della previsione della forma ad substantiam nonché il rilievo secondo cui la prescrizione di un certo vincolo formale costituisce un limite alla autonomia negoziale ha progressivamente condotto la dottrina a teorizzare il principio di libertà delle forme negoziali[4].
Ne deriva che le norme che prescrivono un vincolo formale sono da qualificarsi norme eccezionali e, in quanto tali, ai sensi dell’art 14 disp. prel. al c.c., non sono affatto suscettibili di interpretazione estensiva o di applicazione analogica[5].
Muovendo da tali premesse, è nata un’articolazione del rapporto tra contratti non formalmente vincolati e contratti formalmente vincolati nei binari della regola ad eccezione: per cui la volontà negoziale può essere espressa con qualsiasi mezzo idoneo ad essere apprezzato come giuridicamente vincolante nelle relazioni sociali, e, dunque, anche mediante comportamenti concludenti.
Tuttavia, l’attualità e la correttezza del principio da ultimo richiamato sono state poste in discussione dalla emersione di una valorizzazione del vincolo formale alla luce delle nuove previsioni legislative, che, in quel contesto di costante osmosi tra fonti interne e fonti comunitarie, sono state adottate per rispettare i vincoli europei[6].
In tempi relativamente recenti, è, infatti, emersa l’esigenza di predisporre una serie di cautele, volte a mitigare gli effetti della cd. “asimmetria informativa”, ovvero della disparità di forza contrattuale fisiologicamente sussistente tra chi acquista per consumi privati (consumatore) e chi vende nell’esercizio della propria impresa (professionista).
La forma del contratto è divenuta, dunque, mezzo di “protezione”, finalizzata a rendere edotto il contraente debole del contenuto dell’assetto negoziale stipulando, trasformandosi, in un’ottica di maggiore certezza della volontà negoziale, da strumento statico del contratto, volto alla mera estrinsecazione del contenuto del contratto, a mezzo dinamico del contratto, volto a far emergere gli squilibri e a porre agli stessi un rimedio onde ricondurre il contratto alla giustezza sostanziale del suo contenuto.
Proprio per sottolineare il ruolo che la forma svolge nei più recenti contesti regolamentari, in dottrina, è stata coniata l’espressione di “neoformalismo” contrattuale[7].
Invero, è in tale alveo applicativo che sono emersi il “polifunzionalismo” e la natura “proteiforme” della forma negoziale, ovvero la sua funzione “informativa”, finalisticamente orientata non tanto e non solo ad esprimere l’esigenza di certezza dei traffici giuridici e di responsabilizzazione del consenso (secondo il suo costrutto tradizionale, ai sensi degli artt. 601, 782, 1350 c.c.), bensì (anche) a rendere edotto il contraente “debole” del contenuto del contratto asimmetrico.
A ben vedere, tale funzione di protezione informa anche il profilo patologico, poiché dalla carenza discende una nullità c.d. relativa o di protezione, suscettibile di esse fatta valere unicamente dalla parte debole a cui favore è stata predisposta.
Sulla scia dell’evoluzione appena tracciata, si è assistito al passaggio dalla configurazione delle regole che prescrivono un requisito formale come norme inderogabili, siccome poste a salvaguardia di interessi pubblicistici, al loro diverso inquadramento giuridico quando rispondono alle esigenze della classe del contraente debole, e, quindi, a finalità protettive, incidenti anche sul profilo patologico, con la previsione della suddetta legittimazione relativa rispetto alla azione di nullità.

 

  1. L’interpretazione assiologicamente orientata del vincolo formale: dalle Sezioni Unite del 17 settembre 2015 n. 18214 alle Sezioni Unite del 16 gennaio 2018, n. 898 sui contratti di investimento. Occorre la sottoscrizione dell’intermediario ai fini della validità del contratto?

Prendendo le mosse da tale quadro ricostruttivo e, dunque dalla pluralità di funzioni che la forma è in grado di assolvere, è stato affermato che, tutti i casi dubbi, in cui il legislatore non si esprime expressis verbis circa le conseguenze derivanti dall’assenza di una determinata forma richiesta dalla legge, non possono essere affrontati e risolti alla stregua del principio di libertà delle forme (che è e rimane principio meramente presunto, perché soffre di molteplici eccezioni), quanto piuttosto tenendo presente la ratio della prescrizione formale stessa e dunque secondo un’analisi assiologicamente orientata in funzione dei valori fondamentali del sistema.
In altri termini, allorquando la legge prescriva un obbligo formale senza individuare gli effetti della sua violazione, per stabilire se la forma è prevista ai fini della validità o meno del contratto, è necessario operare un’indagine in concreto, volta a far emergere la funzione che la forma è chiamata a realizzare nel caso concreto e che ne conforma anche il relativo regime giuridico.
Avallando l’impostazione ermeneutica da ultimo richiamata, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza  del 17 settembre 2015 n. 18214, hanno affermato la necessità della forma scritta “ad essentiam” del contratto di locazione ad uso abitativo (ai sensi dell’art. 1, comma 4 della legge 431/1998), evidenziando, ancora una volta, la centralità del settore delle locazioni ad uso abitativo quale terreno fertile per esaminare istituti classici della teoria civilistica, come la forma del contratto.
Non a caso, al riguardo, il nodo interpretativo era sorto proprio perché la norma richiamata, nonostante il dato letterale (apparentemente) nitido nel prevedere che “per la stipula di validi contratti di locazione è richiesta la forma scritta”, non specifica se tale forma scritta sia richiesta ad substantiam, o ad probationem e se la legittimazione a far valere la nullità, in caso di sua carenza, sia relativa o assoluta.
Ebbene, di fronte al silenzio della legge, un primo orientamento giurisprudenziale, partendo dal principio di libertà delle forma, che fa leva sul canone ermeneutico secondo cui ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit, risolveva la questione interpretativa affermando la previsione ai fini meramente probatori del vincolo formale, siccome non prevista specificatamente la sua elevazione a elemento costitutivo del contratto a pena di nullità.
Di contro, secondo altro filone interpretativo, la forma in questione non poteva che integrare una forma ad essentiam, la cui carenza determinava la nullità assoluta (e non relativa del contratto), essendo la nullità relativa (ovvero di protezione) circoscritta dal legislatore alle ipotesi in cui il locatore impone la forma verbale al conduttore, abusando del suo potere contrattuale, ai sensi dell’art 13, comma 5, l. 431/98.
Ebbene, le Sezioni Unite, nel condividere tale ultimo indirizzo ermeneutico, hanno affermato che “tra le molte teorie elaborate sulla complessa tematica della forma negoziale, va posto l'accento su quelle che ne valorizzano il contenuto, privilegiando il valore funzionale alla forma, da valutarsi in concreto, in relazione alla ratio espressa dallo specifico "tipo" contrattuale. Di qui, l'impredicabilità di una automatica applicazione della disciplina della nullità in mancanza della forma prevista dalla legge ad substantiam, essendo piuttosto necessario procedere ad un'interpretazione assiologicamente orientata, nel rispetto dei valori fondamentali del sistema. Così, il carattere eccezionale o meno della norma sulla forma, ovvero il suo carattere derogabile o inderogabile, non potrà essere definito in astratto e in via generale, ma dovrà risultare da un procedimento interpretativo che dipende dalla collocazione che la norma riceve nel sistema, dalla ratio che esprime, dal valore che per l'ordinamento rappresenta. Tali, condivisibili tendenze c.d. "neoformaliste" tendono a favorire l'emersione del rapporto economico sottostante a ciascun atto negoziale, evolvendo verso una vera e propria mutazione genetica del ruolo stesso della forma del contratto, non più soltanto indice di serietà dell'impegno obbligatorio, o mezzo di certezza o idoneità agli effetti pubblicitari, ma strumento che consenta anche di rilevare l'eventuale squilibrio esistente tra i contraenti e di tutelare la parte debole del rapporto”.
Dunque, valorizzando la ratio pubblicistica della prescrizione formale sopra richiamata, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno optato per il rilievo ad essentiam della forma del contratto di locazione ad uso abitativo, a pena di nullità assoluta del contratto stesso, atteso che, nella fattispecie all’esame dei Giudici, non veniva in rilievo l’esigenza di protezione (e di conseguenza una forma e nullità di protezione) del contraente debole, quanto piuttosto l’esigenza di contrastare l’evasione fiscale, facendo emergere il mercato sommerso “dei fitti al nero”, attraverso la previsione dell’obbligo della forma scritta (art. 53 Cost.).
Ebbene, proprio sulle orme di tale traiettoria interpretativa muove anche la ordinanza di rimessione del 27 aprile 2017 n. 10447, con la quale è stata nuovamente scomodata la Suprema Corte di Cassazione nella sua composizione nomofilattica, al fine di risolvere la questione, ritenuta di massima importanza, in ordine al "se il requisito della forma scritta del contratto di investimento esiga, oltre alla sottoscrizione dell'investitore, anche la sottoscrizione ad substantiam dell'intermediario".
Come noto, il contratto di investimento è il contratto mediante il quale gli intermediari autorizzati prestano alla clientela il servizio di investimento o gestione del portafoglio e i servizi accessori.
Tale contratto si articola nel c.d. contratto quadro, mediante il quale si delinea la cornice all’interno della quale il cliente /investitore impartirà successivamente i singoli ordini volti alla attuazione dell’operazione economica, “accostato” al contratto di mandato, e nelle singole negoziazioni degli ordini di esecuzione impartiti dal cliente, anche essi aventi natura negoziale[8].
Ebbene, l’art 23, d.lgs. n. 58/1998 (T.U.F.),  prescrive per lo stesso un vincolo formale, sancendo che "i contratti relativi alla prestazione dei servizi di investimento (...) sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato ai clienti (...). Nei casi di inosservanza della forma prescritta, il contratto è nullo"; "la nullità può essere fatta valere solo dal cliente".
Il dubbio ermeneutico stavolta ha riguardato la necessità (o meno) che il vincolo formale si estenda fino ad ammantare sia la manifestazione di volontà del cliente, che quella dell’intermediario e ciò tenuto conto della prassi bancaria di redazione del contratto quadro in un doppio originale, uno dei quali – quello sottoscritto dall’intermediario – destinato alla consegna al cliente, e l’altro – sottoscritto dal solo cliente – destinato ad essere trattenuto dall’intermediario.
Sicché, in non pochi casi alla attenzione della giurisprudenza, l’unico documento agli atti processuali finiva per essere quello recante la sola sottoscrizione del cliente, non essendovi, invece, alcuna traccia di quello sottoscritto dall’intermediario[9].
Sulla questione, due gli orientamenti emersi.
A mente di un primo filone ricostruttivo, nella specie, non poteva che predicarsi la nullità del contratto di investimento, privo della sottoscrizione dell’intermediario.
Invero, posto che l’art 23, d. lgs. n. 58/1998, prescrive la necessità della forma scritta per l’accordo, la volontà negoziale dell’intermediario deve risultare dal documento scritto (come quella dell’investitore/cliente), non potendo considerarsi altrimenti perfezionato validamente il contratto.
Del resto, in ossequio alla prescrizione formale cristallizzata nell’art 23, d. lgs. n. 58/1998, la volontà negoziale dell’intermediario non può evincersi da comportamenti concludenti, quali la esecuzione del contratto mediante la negoziazione degli ordini di investimento del cliente o la sua produzione in giudizio[10].
Sennonché, l’orientamento (peraltro prevalente) della giurisprudenza di legittimità testé richiamato è stato messo in discussione dalla ordinanza di rimessione, che ha ipotizzato una diversa lettura del quadro normativo di riferimento.
Invero, muovendo dalla rilettura in termini funzionali e non meramente strutturali della forma negoziale, i giudici remittenti hanno affermato la natura surrettizia della sottoscrizione dell’intermediario, mera superfetazione formale, non rispondente alla funzione di “protezione” della forma, in quanto sia la previsione della nullità relativa (a favore del solo cliente), sia l’analisi della ratio della norma, inducono a ravvisare nella prescrizione formale la esigenza di sopperire al deficit informativo del cliente.
In particolare, si tratta di un’ipotesi di “forma di protezione, la quale, al pari della cd. nullità di protezione, cui la violazione della stessa conduce, è volta specificamente a portare all'attenzione dell'investitore - la parte "debole" del rapporto (non per ragioni socio-economiche, ma) in quanto sprovvisto delle informazioni professionali sul titolo e, più in generale, sugli andamenti del mercato finanziario - l'importanza del negozio che si accinge a compiere e tutte le clausole del medesimo.
La prescrizione formale trova la sua ratio nel fine di assicurare la piena e corretta trasmissione delle informazioni al cliente, nell'obiettivo della raccolta di un consenso consapevole alla stipula del contratto (il consenso informato). Per tale ragione, la nullità di protezione può essere fatta valere solo dal cliente, oltre che rilevata d'ufficio dal giudice, sempre nell'esclusivo interesse e vantaggio del primo”.
In altri termini, il vincolo formale sorge unicamente al fine di rendere edotto il cliente del contenuto contrattuale e tale funzione informativa o protettiva deve conformarne il regime giuridico, sino al punto di sostenere la validità del contratto, pure se privo della sottoscrizione dell’intermediario.
Pertanto, occorre che emerga in forma scritta soltanto la volontà negoziale del cliente al fine di soddisfare la ratio protettiva sottesa al vincolo formale, potendosi ravvisare la manifestazione di volontà dell’intermediario anche mediante comportamenti concludenti, extra formali.
Quindi, la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite,  con la sentenza del 16 gennaio 2018, n. 898, si è posta in sostanziale continuità con l’ordinanza di rimessione.
Invero, anche le Sezioni Unite muovono la loro riflessione dal dato normativo costituito dall’art. 23 cit. al fine di individuarne la ratio ispiratrice, volta a conformare la disciplina giuridica della forma, non identificabile unicamente sulla scorta di un mero rinvio ai principi generali codicistici, stante il polifunzionalismo della forma negoziale di cui si è detto.
Sulla scia di tali considerazioni, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno statuito che “il vincolo di forma imposto dal legislatore (tra l'altro composito, in quanto vi rientra, per specifico disposto normativa, anche la consegna del documento contrattuale), nell'ambito di quel che è stato definito come neoformalismo o formalismo negoziale, va inteso infatti secondo quella che è la funzione propria della norma e non automaticamente richiamando la disciplina generale sulla nullità”.
Analizzando il disposto normativo in esame, le Sezioni Unite pervengono ad identificare la ratio del vincolo formale nella protezione del cliente e nella necessità di compensare il naturale squilibrio informativo, al fine di fornire al contraente debole uno strumento idoneo a renderlo edotto del contenuto del contratto.
In altri termini, “si coglie quindi la chiara finalità della previsione della nullità, volta ad assicurare la piena indicazione al cliente degli specifici servizi forniti, della durata e delle modalità di rinnovo del contratto e di modifica dello stesso, delle modalità proprie con cui si svolgeranno le singole operazioni, della periodicità, contenuti e documentazione da fornire in sede di rendicontazione, ed altro come specificamente indicato, considerandosi che è l'investitore che abbisogna di conoscere e di potere all'occorrenza verificare nel corso del rapporto il rispetto delle modalità di esecuzione e le regole che riguardano la vigenza del contratto, che è proprio dello specifico settore del mercato finanziario. Va da sè che la finalità protettiva nei confronti dell'investitore si riverbera in via mediata sulla regolarità e trasparenza del mercato del credito.”
Così ricostruita la ratio protettiva della prescrizione formale della fattispecie concreta, le Sezioni Unite si chiedono se, al fine del suo soddisfacimento, sia necessaria anche la manifestazione scritta della volontà dell’intermediario.
Al riguardo, osservano che “difficilmente sostenibile che la sottoscrizione da parte del delegato della banca, una volta che risulti provato l'accordo(avuto riguardo alla sottoscrizione dell'investitore, e, da parte della banca, alla consegna del documento negoziale, alla raccolta della firma del cliente ed all'esecuzione del contratto) e che vi sia stata la consegna della scrittura all'investitore, necessiti ai fini della validità del contratto-quadro”.
Ed infatti, atteso che, come osservato da attenta dottrina, il requisito della forma ex art. 1325 c.c., n. 4, va inteso nella specie non in senso strutturale, ma funzionale, avuto riguardo alla finalità propria della normativa, ne consegue che il contratto-quadro deve essere redatto per iscritto, che per il suo perfezionamento deve essere sottoscritto dall'investitore e che a questi deve essere consegnato un esemplare del contratto, potendo risultare il consenso della banca a mezzo dei comportamenti concludenti sopra esemplificativamente indicati”.
Rimane, così “assorbito l'elemento strutturale della sottoscrizione di quella parte, l'intermediario, che, reso certo il raggiungimento dello scopo normativo con la sottoscrizione del cliente sul modulo contrattuale predisposto dall'intermediario e la consegna dell'esemplare della scrittura in oggetto, non verrebbe a svolgere alcuna specifica funzione”.
La soluzione individuata dalle Sezioni Unite, risponde, con tutta evidenza, al principio di proporzionalità, il cui canone deve orientare il giudice nell’indagare il significato della legge.
Infatti, far derivare dalla mancanza di sottoscrizione dell’intermediario la sanzione della nullità del contratto significherebbe muoversi “in un'ottica esasperatamente sanzionatoria”, pervenendo “ad un risultato manifestamente sproporzionato rispetto alla funzione a cui la forma è qui preordinata”.
La bontà del principio di diritto espresso dalle Sezioni Unite si conforma anche al canone di buona fede, il quale, “secolare portato di civiltà giuridica[11]”, si impone ad entrambe le parti in ogni fase del rapporto negoziale, da quella formativa (art 1337 c.c.), a quella esecutiva (art. 1375 c.c.), fino a giungere a quella interpretativa (art. 1365 c.c.).
Del resto, diversamente opinando si aprirebbe la possibilità per il cliente di far valere la nullità del contratto (per carenza di sottoscrizione della controparte) a fronte di investimenti sconvenienti, pur avendo avuto il contratto corretta esecuzione e generato anche investimenti proficui.
Ne discenderebbe, allora, un’utilizzazione abusiva e distorta del potere contrattuale, che si manifesterebbe, in maniera ancor più evidente, se si consentisse al cliente, come pure sostenuto in giurisprudenza[12], un uso selettivo della nullità, volto a circoscrivere la valenza della nullità contrattuale ai soli ordini di investimento non andati a buon fine.
Ragionare in questi termini significherebbe prospettare un vero e proprio abuso del diritto, ovvero un uso distorsivo di uno strumento di tutela contrattuale (quale la nullità) che la legge appresta alla parte debole e non già per perseguire finalità ultronee rispetto a quelle di protezione della sfera informativa del cliente, per la quale esso è stato predisposto dal legislatore.

 

  1. Riflessioni conclusive: verso la affermazione della forma “in concreto” del contratto?

La soluzione prospettata dai Supremi Giudici suggerisce una lettura funzionale della forma negoziale, in quanto per capire, nei casi equivoci, se la forma sia richiesta legalmente ad substantiam oppure no, il criterio che deve orientare l’interprete non è (più) l’applicazione del principio della libertà,  dovendosi, piuttosto, cogliere in concreto, con metodo casistico e non in modo aprioristico ed astratto, quale sia la ratio che la legge attribuisce a tale elemento contrattuale.
L’evoluzione giurisprudenziale appena tracciata impone allora una riflessione di più ampio respiro sulla mutazione genetica del ruolo della forma nel contratto.
È innegabile, invero, che la valorizzazione delle previsioni normative di derivazione comunitaria ha palesato l’emersione di un polifunzionalismo in grado di scardinare la sua tradizionale visione statica, quale elemento costitutivo del contratto, incidente sulla mera veste formale che il contratto deve assumere.
Se tale funzione permane nei rapporti “paritari”, id est privi di asimmetria informativa, essa si evolve in quelli “asimmetrici”, laddove la forma è chiamata, in una ottica dinamica e sostanziale, a far emergere eventuali discrasie e squilibri normativi ed economici e a porre un rimedio agli stessi, mediante la predisposizione di adempimenti formali a carico della parte forte del contratto, volti a ridimensionare il dislivello informativo, sussistente tra le parti.
La mutazione funzionale ne ha colorato anche il relativo regime giuridico.
Accanto alla c.d. “forma di protezione” è emersa la c.d. “nullità di protezione”, ulteriore paradigmatica stortura di una patologia negoziale tradizionalmente incanalata nei binari di una legittimazione assoluta, siccome rispondente alla generalità degli interessi attentati dalla violazione delle norme che prevedono il più grave vizio del contratto, ovvero quello della nullità.
Atteso, infatti, che la prescrizione formale  “di protezione” risponde agli interessi non già della generalità dei consociati, bensì di quella cerchia ristretta di contraenti che si trovino in una situazione di debolezza, questi ultimi soltanto sono titolari del potere di invocare la nullità del contratto, privo del requisito formale.
Il limite alla legittimazione attiva si salda allora con la ratio protettiva della norma, che verrebbe vanificata ove fosse consentito di dedurre la nullità anche a soggetti diversi da quello destinatario della tutela.
Tale approccio connota anche la disciplina della rilevabilità officiosa del giudice, il quale, nelle nullità di protezione, rinviene nell’interesse del contraente debole, l’ostacolo rispetto alla dichiarazione della nullità (non alla rilevazione, invece, sempre dovuta)[13].
Da qui, l’affermazione che le previsioni formali non possono essere avvinte tutte da una medesima disciplina giuridica, ma occorre disegnare la stessa, precipuando dalle loro funzioni.
Una diversità disciplinare che è intesa a valorizzare gli elementi caratterizzanti di ciascuna previsione giuridica e gli interessi alla stessa sottesi.
Sembrano quindi davvero maturi i tempi per potere dichiarare la crisi delle categorie negoziali tradizionalmente intese e affermare che, così come la causa debba essere vagliata “in concreto”, quale funzione economico-individuale del singolo specifico contratto stipulato dalle parti (a prescindere dal singolo stereotipo contrattuale utilizzato), allo stesso modo, anche la forma del contratto deve essere presa in considerazione in concreto e cioè tenendo conto della ratio sottesa allo specifico tipo contrattuale utilizzato dalle parti[14].
In conclusione, la continua evoluzione della società e della disciplina giuridica pare conformare anche gli elementi costitutivi del contratto, con un’esaltazione della loro  dimensione concreta e funzionale, che attribuisce al giudice quell’insostituibile ruolo di interprete della realtà e della volontà negoziale[15].

[1] BETTI E., Teoria generale del negozio giuridico, Torino, 1969, pag. 126 ss.; SANTORO PASSARELLI F., Dottrine generali del diritto civile, Napoli, 1971, pag. 135 ss..
[2] CHINE’G., FRATINI M., ZOPPINI A., Manuale di diritto civile, Roma, 2016, pag. 1249.
[3] GAZZONI F., Manuale di diritto privato, Napoli, 2015, pag. 547.
[4] GIORGIANNI M., Forma degli atti (dir. Priv.) in ED, XVII, Milano, 1968, pag. 1003.
[5] BIGLIAZZI GERI L., BRECCIA U., BUSNELLI F.D., NATOLI U., Diritto civile, I, 2, Il sistema giuridico italiano, Torino, 1996, pag. 628.
[6] Si pensi, a titolo esemplificativo all’art. 35 d.lgs 206/2005, all’art. 117, c. 1° e 3°, al d.lgs. n. 385/1993, agli artt. 23 e 24 t.u.f.  nonché, alla disciplina relativa ai contratti a distanza, agli artt. 52 e 53 del codice dei consumatori e all’art. 72 del medesimo codice in tema di multiproprietà.
[7] MORELATO E., Neoformalismo e trasparenza contrattuale, in Contratto e Impr., 2005, pag. 592; IRTI N., Studi sul formalismo negoziale, Padova, 1997, pag. 80 e ss..
[8] Così, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, 26724/2007.
[9] COLOMBO C., La forma dei contratti di investimento: il responso delle Sezioni Unite, in Giurisprudenza Italiana, marzo 2018, pag. 572.
[10] Così, Cass. 3 gennaio 2017, n. 36; Cass. Civ., 24 marzo 2016, n. 5919.
[11] Così, la Corte di Cassazione nella ordinanza di rimessione del 27 aprile 2017 n. 10447.
[12] Cass. Civ., 27 aprile 2016, n. 8395.
[13] Cass. Sez. Un. 12 dicembre 2014 n. 26242.[14] GALLI R., Nuovo corso di diritto civile, Cedam, 2017, pag. 1083.
[15] CANTONE S., Forma, causa ed oggetto del contratto: tratti comuni e profili differenziali, in ww.iurisprudentia.it.