L'immutabilità delle condizioni della vendita forzata negli approdi della giurisprudenza nomofilattica

L’ordinanza di vendita quale “lex specialis” della fase liquidatoria: prospettive, conseguenze, le chiavi di lettura, alla luce degli orientamenti espressi dalla Corte di Cassazione. Uno sguardo particolare alla vincolatività delle condizioni stabilite in ordinanza e ai suoi possibili corollari in tema di “vendite telematiche”
L'immutabilità delle condizioni della vendita forzata negli approdi della giurisprudenza nomofilattica

Sommario: 

  1. L’ordinanza di vendita quale “lex specialis” della vendita forzata
  2. La “trasparenza” quale fulcro della liquidazione “riformata”
  3. Prevedibilità e immutabilità delle condizioni di vendita
  4. Gli avvisi sedimentati nella giurisprudenza di legittimità
  5. Mutamenti normativi e stabilità delle regole: i corollari in materia di "vendite telematiche"

 

1. L’ordinanza di vendita quale “lex specialis” della vendita forzata.

La fase della vendita, nel contesto delle espropriazioni immobiliari, è racchiusa tra l’emissione dell’ordinanza che scandisce tempi e modalità della vendita e pronuncia del decreto di trasferimento del bene, a seguito dell’aggiudicazione del cespite (così già Cass., 10 gennaio 2003, n. 193).

Il quomodo della liquidazione è progettato dall’ordinanza ex art. 569 c.p.c., che, nella sua più recente configurazione, postula, in linea di massima, il ricorso al meccanismo della vendita senza incanto, salve ipotesi isolate e recessive entro cui l’incanto può motivatamente persistere[1].

Il provvedimento in parola ha natura di atto del procedimento e contenuto d’indole variegata, indirizzato com’è a disciplinare ogni adempimento utile alla monetizzazione redditizia del bene[2]. Esso comprende, perciò, partitamente la descrizione del bene in vendita; l’eventuale distinzione dei bene in lotti (art. 577 c.p.c.); le indicazioni per l’individuazione del prezzo base della vendita determinato ai sensi dell’art. 568 c.p.c.; l’offerta minima, quela importo-soglia idoneo a legittimare la partecipazione alla vendita, (dovendosi, peraltro, tener conto che, in forza del novellato art. 571, comma 3, c.p.c. è efficace l’offerta inferiore al prezzo base, purché nei limiti di un quarto); le forme di pubblicità ritenute necessarie, insieme al tempo consentito per la loro effettuazione; il termine (non inferiore a novanta né superiore a centoventi giorni) per la presentazione delle offerte irrevocabili d’acquisto; l’importo della cauzione e la modalità del suo pagamento; la calendarizzazione dell’udienza per la deliberazione sull’offerta e per l’eventuale gara tra gli offerenti, in un giorno immediatamente successivo allo spirare del termine di presentazione delle offerte; il termine e la modalità per il versamento del c.d. “saldo prezzo”.

Con ogni evidenza, l’ordinanza tratteggia il dettaglio delle “regole” della fase liquidatoria del processo esecutivo: entro la cornice di prescrizioni che essa esprime, il professionista delegato curerà tutte le incombenze afferenti alla collocazione del bene sul mercato: dalla determinazione del valore del cespite, fino alla predisposizione del decreto di trasferimento che segue l’aggiudicazione[3]. In un alveo liquidatorio “degiurisdizionalizzato” – nel quale si assegna al magistrato un ruolo orientato al controllo, rimettendosi al suo ausiliario la somma delle prerogative connesse alla realizzazione monetaria del bene – l’ordinanza assume centralità di funzione, in quanto viene a conformare il contenuto dell’incarico di chi è chiamato ad adempiervi[4]. L’attività del delegato è subordinata al complesso di dettami schematizzati dall’ordinanza di delega ricevuta, perché è da quella che ricava compiutamente la titolarità dei suoi poteri.

Né può trascurarsi come il provvedimento che dispone la vendita costituisca l’epilogo formale del solo momento del procedimento esecutivo cui – al netto delle parentesi occasionate dalle opposizioni all’esecuzione o agli atti esecutivi – è consustanziale l’attuazione piena del contraddittorio fra i creditori e il loro debitore. Costoro possono sollevare in udienza le osservazioni che vogliono circa il tempo ed il modo della vendita forzata, focalizzando ciascun profilo reputino saliente: dalla convenienza della liquidazione, alle caratteristiche del bene pignorato, all’antieconomicità della delega al professionista ex art. 591 bis c.p.c.

Proprio la dimensione stricto sensu “normativa” del provvedimento che governa la liquidazione del bene implica di necessità l’incondizionata ottemperanza a ciascuna delle sue regole, senza distinguo alcuno. L’ordinanza è revocabile o modificabile fin quando non sia stata eseguita, ai sensi del comma 1 dell’art. 487 (Cass., sez. III, 24 febbraio 2015, n. 3607), ma al di fuori delle ipotesi in cui una modifica o una revoca, anche parziale, l’abbiano, se del caso, investita (pure in esito alla sua impugnazione), tutte le prescrizioni in essa accluse esigono d’essere pedissequamente rispettate, posto che, qualora siano disattese, a derivarne è l’invalidità “per trasmissione” degli atti esecutivi posteriori ed interdipendenti, quindi dell'aggiudicazione e del decreto di trasferimento.

 

2. La “trasparenza” quale fulcro della liquidazione “riformata”.

La salvaguardia della “trasparenza” della fase di vendita è, fin dal 2006, il processo esecutivo “riformato”[5]. Non un’esigenza fine a sé stessa, né il mero riflesso dell’affrancamento dell’espropriazione singolare dalle alterazioni congenite che – anche nella percezione collettiva – ne avevano tradizionalmente scavato il corso e il destino. Si tratta, piuttosto, di una conquista e di una premessa funzionali all’efficienza del processo, che in tanto può dirsi tirato a massimizzare la tutela del credito, in quanto strutturalmente aperto al conseguimento del maggior profitto dall’alienazione coattiva del bene. La cennata finalità è intrinseca al giudizio d’esecuzione, tanto da essere stata codificata: l'art. 164 bis disp. att. c.p.c., introdotto dal d.l. 12 settembre 2014, n. 132, art. 19, comma e, legg. b), conv. con mod. in l. 10 novembre 2014, n. 162 prevede, in effetti: “quando risulta che non è più possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, anche tenuto conto dei costi necessari per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di realizzo, è disposta la chiusura anticipata del processo esecutivo”.

È un obiettivo – quello esposto – contestualmente allineato agli interessi del debitore, il quale non può che dover patire dall’esecuzione il minore aggravio possibile: in un procedimento non esdebitatorio qual è quello espropriativo, l’esecutato è protetto soltanto nella misura in cui il bene sia venduto al prezzo di mercato e il fabbisogno creditorio sia colmato al più elevato livello. Tale traguardo  circoscrive, infatti, la sua residua esposizione debitoria. È questa la chiave di lettura esplicativa di quella giurisprudenza di legittimità, che ha già da tempo evidenziato la facoltà del debitore esecutato di opporsi all'aggiudicazione nella prospettiva di affermare il proprio interesse alla diminuzione della responsabilità patrimoniale (Cass., sez. III, 30 giugno 2014, n. 14474).

La “trasparenza” delle operazioni (direttamente o per delega) non presidia, peraltro, in via esclusiva, il miglior soddisfacimento dei creditori, né quello parallelo del debitore a non soffrire un peso esorbitante rispetto alle legittime e accertate attese di quelli; essa difende, altresì, l’affidamento dei terzi, che in quanto esortati e coinvolti dall'ufficio giudiziario nella competizione endoesecutiva, attraverso la messa in vendita del bene, devono poter contare sulla stabilità e sull’obiettività dei modi e dei tempi della vendita, in guisa da potersi autodeterminare a raccogliere quella sollecitazione del mercato – anziché un’altra – sulla base di elementi di acclarata certezza.

L’attenzione per la trasparenza e, suo tramite, per la tutela di colui che decide di investire le proprie risorse nell’acquisto coattivo di un bene è profilo di assoluta pregnanza nell’attualità degli orientamenti della giurisprudenza di legittimità, essendosi affacciata su più piani e in talune cruciali pronunce. Esemplificativamente, essa si coglie in Cass., sez. II, 2 aprile 2014, n. 7708, che ha messo in luce la legittimazione dell’aggiudicatario a lamentare – con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, da esperire entro venti giorni dalla conoscenza del vizio o dal momento in cui questa sarebbe stata conseguibile secondo una diligenza ordinaria – l’avvenuta aggiudicazione di un "aliud pro alio"; essa si apprezza pure in Cass., sez. un., 28 novembre 2012, n. 21110, che valorizza a un punto tale l’urgenza di salvaguardia del terzo che abbia acquistato il bene in conformità alle regole del procedimento, da farne salvo sempre e comunque l’acquisto, pure in ipotesi di procedimento condotto in difetto di un titolo idoneo, e con la sola esclusione dei casi di prova, a cura del debitore, della collusione tra terzo e creditore procedente.

 

3. Prevedibilità e immutabilità delle condizioni di vendita.

La “trasparenza” invoca la “prevedibilità” delle regole, quindi rifiuta mutamenti repentini e congiunturali nel percorso prefigurato in ordinanza ai fini dell’alienazione forzata del bene. Le modalità prestabilite nel provvedimento in questione sono, in linea di principio, insensibili al sopravvenire di precetti nuovi, ancorchè sub specie di norme ordinamentali incidenti pro futuro sul regime legale della vendita.

In tanto la disciplina posteriore all’ordinanza ex art. 569 c.p.c. può ridondare sull’espletando esperimento di alienazione forzata, in quanto ad essere modificata ex officio o a seguito di impugnazione oppositiva sia la lex specialis in cui quel provvedimento si compendia.

L'innovazione legislativa o regolamentare, in altri termini, deve immancabilmente travasarsi in un esercizio di giurisdizione modificativa del provvedimento di vendita. Altrimenti detto, a fronte della sussistenza di una "legge speciale" di disciplina dell’alienazione coatta, in assenza di una rimodulazione preventiva dell’ordinanza ex latere iudicis, l'unica reazione dogmaticamente ipotizzabile avverso il provvedimento che dispone la vendita è quello impugnatorio. In caso contrario, l’assetto delle prescrizioni da osservare è destinato e permanere, per i tentativi di liquidazione a venire, immutato.

Ogni sconvolgimento delle regole, per così dire “d’ingaggio”, fissate in ordinanza, comprometterebbe la dinamica di mercato su cui inevitabilmente poggia il congegno delle vendita forzata. La competizione ad esso immanente reclama una trama precostituita di disposizioni. Solo se il recinto dei tempi e delle forme è determinato in anticipo rispetto allo svolgimento della vendita e non è esposto a scontare a posteriori deroghe occasionali ad appannaggio di alcuno, vengono effettivamente conservati, da un lato, la parità di condizioni iniziali tra tutti i potenziali partecipanti alla gara, dall’altro, l'affidamento riposto da ognuno di loro sul compimento efficiente e genuino di essa. Ne esce specularmente sterilizzato il pericolo della frustrazione delle aspettative e delle prospettive d’investimento dei partecipanti alla gara. L'accesso ad essa di un novero largo ed indifferenziato di interessati è in tal modo realmente assicurato.

 

4. Gli avvisi sedimentati nella giurisprudenza di legittimità.

Come s’è veduto è l’ordinanza di vendita a disegnare, in uno con le disposizioni dettate dal codice, il paradigma operativo della singola vendita forzata. In tal senso, la conformità dell’atto liquidatorio al modello legale è sempre mediata da una cifra cospicua di indicazioni ulteriori rispetto a quelle rivenienti dai precetti codicistici. Tali prescrizioni aggiuntive hanno un rango equipollente ai precetti di legge e assumono, al pari di quelli, un valore sistemico primario e infungibile.

L’inalterabilità delle connotazioni primigenie della vendita – che deve attuarsi in un intinerario rettilineo, ab initio pronosticabile – è un aspetto assodato nella giurisprudenza della Suprema Corte. Vi ha, da ultimo, insistito Cass., sez. III, 5 ottobre 2018, n.24570, enucleando il principio per cui “In tema di espropriazione immobiliare, la sopravvenuta modifica delle norme relative alla vendita, pur quando e nei limiti in cui sia applicabile per espressa opzione legislativa di disciplina transitoria (nel caso, la possibilità di aggiudicazione a prezzo ribassato ai sensi dell'art. 572, comma 3, c.p.c.), diviene parte del regime proprio del relativo sub-procedimento solo se e quando richiamata nella sottesa ordinanza, ovvero imposta dall'esito della sua fondata impugnazione, attesa la necessaria immutabilità delle iniziali condizioni del sub-procedimento di vendita, decisiva nelle determinazioni dei potenziali offerenti e, quindi, del pubblico di cui si sollecita la partecipazione, perché finalizzata a mantenere la parità di quelle condizioni tra i partecipanti alla gara in uno all'affidamento di ognuno di loro sulle stesse. La violazione della speciale disciplina della vendita contenuta nell'ordinanza può essere fatta valere da tutti gli interessati e, cioè, a tutti i soggetti del processo esecutivo, compreso il debitore, interessato anch'egli all'appropriata funzionalità del suddetto sub-procedimento al fine di ridurre nella misura massima possibile la sua esposizione”.

La pronuncia si inserisce in un solco ermeneutico, già  in precedenza scavato, tra le altre, da Cass., Sez. VI, 7 maggio 2015, n. 9255, secondo la quale “Le condizioni del subprocedimento di vendita, fissate dal giudice dell'esecuzione anche in relazione ad eventuali particolari modalità di pubblicità, pure ulteriori o diverse rispetto a quelle minime stabilite dall'art. 490 c.p.c., devono essere scrupolosamente rispettate, a garanzia del mantenimento - per tutto lo sviluppo della vendita forzata - dell'uguaglianza e della parità di condizioni iniziali tra tutti i potenziali partecipanti alla gara, nonché dell'affidamento di ognuno di loro sull'una e sull'altra e, di conseguenza, sulla trasparenza assicurata dalla coerenza ed immutabilità delle condizioni tutte e sulla complessiva legalità della procedura; pertanto, al loro rispetto hanno interesse tutti i soggetti del processo esecutivo, compreso il debitore; ed esse vanno applicate - a meno di revoca o modifica o di impugnazione fruttuosamente esperita prima dell'espletamento della vendita - rigorosamente, determinando una qualsiasi inottemperanza l'illegittimità dell'aggiudicazione che ugualmente ne segua, per vizi dello stesso subprocedimento di vendita”.

Nel caso deciso da quest’ultima pronuncia, il debitore esecutato aveva impugnato la sentenza di rigetto dell’opposizione ex art. 617 c.p.c. nei confronti della vendita e dell’aggiudicazione provvisoria di un immobile pignorato, avuto riguardo all’omessa considerazione del vizio lamentato, concernente la mancata ottemperanza, da parte del creditore procedente, delle disposizioni contenute nell’ordinanza di vendita, in punto di pubblicità c.d. “complementare”, ossia non obbligatoriamente prevista ope legis dal codice di rito, eppure stabilita dal giudice in supplemento a questa.

La cifra significativa della decisione in parola sta in ciò, che essa accoglie il ricorso, mettendo in risalto, una volta di più, che in ragione della ritenuta vincolatività di ogni regola prefigurata nell’ordinanza di vendita, non soltanto di quelle tese a ribadire precetti codicistici. Su questa premessa fa perno, infatti, il principio secondo il quale, quand’anche le prescrizioni siano addizionali rispetto a quelle normativamente espresse, l’ordinanza del giudice pretende assoluta osservanza, di talchè il mancato ossequio alle regole che del provvedimento rappresentano il contenuto ulteriore ed eventuale impatta sull’aggiudicazione, invalidandola. In altri termini, la violazione a monte delle disposizioni accluse in ordinanza, benchè ad integrazione del nucleo precettivo minimo previsto dal codice di rito, si ripercuote a valle, travolgendoli, sugli atti successivi, tesi a perfezionare l’esecuzione forzata.

Già in precedenza, la giurisprudenza di legittimità aveva chiarito come la mancanza od irregolarità delle forme di pubblicità straordinaria stabilite, a mente dell'art. 490, ultimo comma, c.p.c., con l'ordinanza che dispone l'incanto ex art. 576 c.p.c., integrasse un vizio dello stesso subprocedimento di vendita (Cass., 9 giugno 2010, n. 13824; Cass. 1 settembre 1999, n. 9212), con conseguente sua opponibilità all'aggiudicatario o assegnatario (Cass. 27 febbraio 2004, n. 3970).

Le conseguenze sistemiche connesse alla vincolatività delle condizioni stabilite in ordinanza per la regolamentazione della vendita sono efficacemente percepibili in un altro arrêt della Suprema Corte: Cass., sez. III, 29 maggio 2015, n.11171, ha osservato che “Nell'espropriazione immobiliare il termine per il versamento del saldo del prezzo da parte di chi si è già reso aggiudicatario del bene staggito va reputato perentorio e non prorogabile, tanto ricavandosi dalla necessaria immutabilità delle iniziali condizioni del subprocedimento di vendita, quale appunto il termine di versamento dei prezzo: immutabilità di decisiva importanza nelle determinazioni dei potenziali offerenti e quindi dei pubblico di cui si sollecita la partecipazione, perché finalizzata a mantenere –  per tutto lo sviluppo della vendita forzata – l'uguaglianza e la parità di condizioni iniziali tra tutti i potenziali partecipanti alla gara, nonché l'affidamento di ognuno di loro sull'una e sull'altra e, di conseguenza, sulla trasparenza assicurata dalla coerenza ed immutabilità delle condizioni tutte”. L’avviso del giudice di legittimità è, dunque, nel senso del indispensabile, rigoroso rispetto delle prescrizioni di volta in volta impartite dal giudice dell'esecuzione per il progredire del processo esecutivo, ove annesse ad un provvedimento non impugnato con esito vittorioso o non modificato nelle forme di legge. Tale rispetto sorveglia interessi riconducibili a tutti i soggetti coinvolti da quel processo, alcuni dei quali in origine ad esso istituzionalmente estranei, eppure in esso successivamente attratti, come i potenziali acquirenti.

Ciascun soggetto decida di recepire l’impulso del mercato delle espropriazioni forzate, indirizzandovi le proprie sostanze, deve coevamente conoscere quale sarà l’“impegno di spesa” minimo che lo graverà e quale il lasso temporale utile a farvi fronte. Detto impegno coincide innanzitutto con l’esborso per la cauzione, nel tempo prestabilito. Chiaro pertanto che il maggior tempo casomai all’uopo accordato ad un partecipante alla gara finisce per falsarla, squilibrandola in soccorso di costui. In quest’ottica, Cass. sez. un., 12 gennaio 2010, n. 262, ha avuto modo di sottolineare che la perentorietà del termine per cauzionare la “proposta” non è eludibile, derivandone, in caso contrario, una inaccettabile compromissione delle regole, a gioco ormai iniziato.

Nel quadro descritto, il cambiamento delle regole deve, allora, sempre precedere l’esperimento di vendita. È il presupposto tenuto coerentemente in conto da Cass., sez. III, 24 febbraio 2015, n. 3607, ad avviso della quale il versamento del saldo prezzo in un termine diverso e maggiore rispetto a quello originariamente sancito nell'ordinanza ex 569 c.p.c. è legittimo solo qualora a stabilirlo sia stato il giudice dell'esecuzione, con provvedimento generale modificativo delle condizioni di svolgimento di tutte le vendite forzate dell'ufficio e previa pubblicizzazione nelle forme di cui art. 490 c.p.c.. Nel caso definito dalla pronuncia evocata, il provvedimento venne affisso nei locali del tribunale e pubblicato su ordine del magistrato sui due quotidiani dove venivano pubblicizzate le vendite forzate oltre che su un sito internet ad estesa diffusione, anch'esso utilizzato quale strumento di pubblicità per le vendite forzate del tribunale. Considerate le circostanze, e puntualizzato che nessuno aveva impugnato, nei termini della opposizione agli atti esecutivi, il provvedimento di matrice generale con il quale il giudice dell'esecuzione aveva ritoccato la disciplina delle ordinanze di vendita già emesse, la Cassazione ha ritenuto che quella relativa al procedimento specifico fosse stata a sua volta legittimamente modificata proprio con riferimento al termine di pagamento del saldo prezzo, in conformità dei poteri conferiti al giudice dalla legge, ben prima dell'aggiudicazione e con un provvedimento non adottato per favorire un soggetto in luogo di un altro.

 

5.Mutamenti normativi e stabilità delle regole: i corollari in materia di "vendite telematiche".

Nell’architettura concettuale che si è descritta, la determinazione delle forme della vendita è zona di riserva esclusiva del giudice delegato, che non può mai essere invasa dal professionista delegato; essa si traduce in una “lex specialis” che resiste, in linea di principio, ai mutamenti legislativi. Il corollario sta in ciò, che il provvedimento che disciplina la vendita non si espone ad aggiornamenti automatici a cura dell’ausiliario, al netto delle sole ipotesi in cui le norme sopravvenute non ammettano spazio alcuno di giurisdizione, palesandosi scevre dall’esercizio necessario di una valutazione discrezionale da parte del giudice dell’esecuzione: è questo, da ultimo, il caso della modifica dell’art. 490, comma 1, c.p.c., inciso dalla novella del d.l. n. 83 del 2015, conv. dalla l. n. 132 del 2015, che ha introdotto l’obbligo di della pubblicità sul c.d. Portale delle Vendite Pubbliche.

Ciò suggerisce di considerare che, di contro, con riferimento alle vendite telematiche, l’opzione per il tipo di vendita, come la selezione a priori del gestore, siano prerogativa riservata al giudice dell’esecuzione e rimangano rette dalle ordinanze vigenti, fino alla loro rimodulazione da parte del magistrato o allo spirare del termine scandito per la delega[6].

Ed infatti, il mercato delle esecuzioni forzate, se, per un verso, presuppone l’opportunità di adattamenti del modello di vendita prescelto in funzione delle peculiarità del caso di specie (la selezione delle modalità pubblicitarie, l’individuazione della tipologia di vendita telematica, ne sono esemplificazioni plastiche); per altro verso, implica necessariamente,  a vantaggio degli utenti, la “certezza delle regole”, le quali ultime divengono refrattarie, a valle, agli adeguamenti influenzati dalla congiuntura, in favore dell’uno o dell’altro partecipante alla gara.

Le ragioni collegate al pieno ossequio alle prescrizioni stabilite nel provvedimento di vendita attengono alla salvaguardia  fisiologica della parità e dell'uguaglianza delle condizioni “di partenza” fra tutti i potenziali offerenti. È il fil rouge che lega i precedenti nomofilattici: la stabilità del tempo e del modo specificamente preordinati dal giudice dell’esecuzione supportano una partecipazione tendenzialmente proficua di tutti gli interessati (sulla base delle proprie risorse spendibili), senza coglierne alla sprovvista alcuno. Il che vale a far scudo sulla regolarità del meccanismo della gara su cui è incentrato il procedimento esecutivo, immunizzandolo da ogni circostanza imprevedibile suscettibile di svuotare la competizione.

Alla luce delle pronunce passate in rassegna, il punto saliente dell’approccio nomofilattico alligna nella fisionomia necessariamente predefinita del subprocedimento di vendita. A fronte della natura “normativa” ascritta all’ordinanza che dispone la vendita, affievolisce, fino a scolorire, la valorizzazione dell'utilità del buon esito comunque raggiunto in distonia dalle regole predeterminate. Se le regole sono violate, l’epilogo fruttuoso rimane, nondimeno, travolto.

La trasparenza e la legalità dell’archetipo tratteggiato dal giudice in ordinanza mal sopportano, infatti, uno sbocco, pur monetariamente remunerativo, che si mostri essere il frutto di una diversione, in concreto, dalle modalità e dai tempi originariamente scolpiti dal giudice.

L’ottica esposta parrebbe condurre al definitivo superamento del differente criterio teso a pretendere, in primo luogo, che il debitore esecutato si opponesse all'aggiudicazione; in secondo luogo, ad esigere che l’esecutato desse dimostrazione, perlomeno presuntiva, della derivazione, dall’illegittimità dell’aggiudicazione medesima per violazione delle regole del subprocedimento di vendita, di una lesione al suo interesse a conseguire dalla vendita il maggior prezzo possibile, compromettendo la possibilità di acquisizione di ulteriori e più convenienti offerte di acquisto (Cass., sez. III, 30 giugno 2014, n. 14474).

D’altra parte, non si può certo escludere che, nel rispetto delle condizioni formalmente imposte dal giudice dell'esecuzione per lo svolgimento delle operazioni di vendita, non si sarebbe conseguito un risultato anche migliore. Una predizione di segno contrario si mostra fideistica, in quanto non corroborata da concreti addentellati.

Ed allora, pure in tema di vendite telematiche, il rispetto delle regole sembrerebbe dover rilevare a prescindere dall’eventualità di un danno tangibile in dipendenza della loro violazione. Il pregiudizio concreto parrebbe retrocedere di fronte all’esigenza di guardare alle prescrizioni che delineano la nuova vendita alla stregua di baluardo di un complesso di interessi, così frastagliato ed eterogeneo, da mostrarsi insuscettibile d’essere tenuto insieme, se non guardando alla vincolatività delle regole quale valore in sè.

In altri termini, attorno all’esecuzione forzata orbitano, non solo le posizioni di creditori e debitore, ma quelle di quanti, sollecitati dalla messa in vendita del bene, nel processo esecutivo siano stati in certo senso attratti. Le regole saldate in ordinanza non si concedono, in rapporto agli interessi di costoro, a valutazioni a posteriori, mirate tener fermo il risultato profittevole della vendita, qualora esso sia il portato di un deragliamento dai binari di accesso paritario alla competizione in cui indefettibilmente si riassume la vendita forzata.

Alla luce delle pronunce passate in rassegna (v. Par. 4), il punto saliente dell’approccio nomofilattico alligna nella fisionomia necessariamente predefinita del subprocedimento di vendita. A fronte della natura “normativa” ascritta all’ordinanza che dispone la vendita, affievolisce, fino a scolorire, la valorizzazione dell'utilità del buon esito comunque raggiunto in distonia dalle regole predeterminate. Se le regole sono violate, l’epilogo fruttuoso rimane, nondimeno, travolto.

La trasparenza e la legalità dell’archetipo tratteggiato dal giudice in ordinanza mal sopportano, infatti, uno sbocco, pur monetariamente remunerativo, che si mostri essere il frutto di una diversione, in concreto, dalle modalità e dai tempi originariamente scolpiti dal giudice.

L’ottica esposta parrebbe implicare il definitivo superamento del differente criterio teso a pretendere, in primo luogo, che il debitore esecutato si opponesse all'aggiudicazione; in secondo luogo, ad esigere che l’esecutato desse dimostrazione, perlomeno presuntiva, della derivazione, dall’illegittimità dell’aggiudicazione medesima per violazione delle regole del subprocedimento di vendita, di una lesione al suo interesse a conseguire dalla vendita il maggior prezzo possibile, compromettendo la possibilità di acquisizione di ulteriori e più convenienti offerte di acquisto (Cass., sez. III, 30 giugno 2014, n. 14474).

D’altra parte, non si può certo escludere che, nel rispetto delle condizioni formalmente imposte dal giudice dell'esecuzione per lo svolgimento delle operazioni di vendita, non si sarebbe conseguito un risultato anche migliore. Una predizione di segno contrario si mostra fideistica, in quanto non corroborata da solidi addentellati.

  

[1] V. di recente A.M. Soldi Anna Maria, La vendita delegata dopo le ultime riforme, in Studi e materiali, 2017, fasc. 1-2, p. 161.

[2] V. P. Farina, Ordinanza di autorizzazione alla vendita, 2016, in Il processo civile, Giuffre; A. Auletta Alessandro, La riforma dell'esecuzione forzata immobiliare, con particolare riferimento ai contenuti dell'ordinanza di vendita ed alla disciplina della presentazione e valutazione delle offerte: una prima lettura
Relazione al del Convegno "Esecuzioni immobiliari. Le novità della l. n. 132 del 2015: prassi a confronto", Napoli, 17 novembre 2015, cin Rivista dell'esecuzione forzata, 2016, fasc. 2, pp. 205-221

[3] Di recente sulla delega alla vendita v. A. Ghedini – N. Mazzagardi, Il custode e il delegato alla vendita nella nuova esecuzione immobiliare: manuale operativo del professionista ausiliario del giudice, Cedam, 2017 (3.ed.); A. Marrollo, La delega delle operazioni di vendita, in Codice commentato delle esecuzioni civili di G. Arieta, F. De Santis, A. Didone, Utet 2017, p. 1397 e s.

[4] Interessanti riflessioni in E. Fabiani, Dalla delega delle operazioni di vendita in sede di espropriazione forzata alla delega di giurisdizione in genere, in Giusto processo civile, 2016, p. 161.

[5] In tema v. F. Petrucco Toffolo, La fase della vendita nell'espropriazione immobiliare "riformata"
in Rivista dell'esecuzione forzata, 2016, fasc. 4, pp. 650-665

[6] Sul tema delle vendite telematiche v. fascicolo monografico Vendite telematiche, in inexecutivis.com. V. anche E. Fabiani Ernesto, L. Piccolo, Vendita forzata telematica e portale delle vendite pubbliche: l'entrata in vigore delle nuove disposizioni legislative, in Studi e materiali, 2018, fasc. 1, p. 65 e s.