Commento a Trib. Oristano, 14 settembre 2018, est. G. Savona

Non spetta il privilegio ex art. 2770 c.c. per le spese liquidate al creditore procedente nella fase sommaria dell’opposizione a precetto

Non sono riconducibili nell’alveo delle spese privilegiate ex art. 2770 c.c. quelle affrontate dal creditore procedente in sede di opposizione all’esecuzione (nella specie, a precetto). Ciò in quanto, ordinariamente, il singolo creditore che resista all’opposizione all’esecuzione non porta un vantaggio a tutti gli altri creditori, che ben possono procedere nell’esecuzione in forza di titolo autonomo. Tale conclusione vale, in particolare, laddove l’attività difensiva svolta dal creditore nel giudizio oppositivo non sia diretta, effettivamente, a vantaggio di tutti i possibili creditori, proprio come avviene nel caso in cui l’opposizione proposta dal debitore esecutato sia volta a contestare la persistenza del diritto di credito del procedente, in quanto prescritto. In quest’ottica, pertanto, non può affermarsi che le spese affrontate dal creditore procedente si siano risolte nella conservazione del bene ai fini dell’espropriazione o nella salvezza degli atti del giudizio esecutivo.

Sommario: 

1. – Il caso concreto.
2. – La nozione di spese di giustizia ex art. 2770 c.c.
3. – Le spese sostenute dal creditore procedente nelle opposizioni esecutive: profili problematici.
4. – Riferimenti giurisprudenziali e bibliografici.

 

  1. – Il caso concreto.

In sede di contestazione distributiva ex art. 512 c.p.c., il creditore procedente contestava il progetto di distribuzione predisposto dal professionista delegato alla vendita, lamentando il mancato riconoscimento del privilegio ex art. 2770 c.c. alle spese dallo stesso affrontate (e liquidategli dal giudice della cautela) per un’opposizione a precetto ex art. 615, comma 1, c.p.c. Nello specifico, il debitore opponente sosteneva l’insussistenza (per prescrizione dello stesso) del diritto sostanziale azionato dal creditore procedente: la fase sommaria dell’opposizione era stata definita con ordinanza di rigetto dell’istanza cautelare, che aveva altresì liquidato le spese in favore del creditore opposto.

A sostegno della propria contestazione, il procedente aveva rappresentato che nell’esecuzione immobiliare era intervenuto soltanto un altro creditore (peraltro ipotecario), l’Agenzia delle Entrate Riscossioni, che si era avvantaggiato dell’esito dell’opposizione in quanto, se il ricorso fosse stato accolto, non avrebbe potuto procedere autonomamente all’espropriazione, posto che secondo la disciplina vigente all’epoca (vale a dire ai sensi dell’art. 76, comma 1, lettera b), del D.P.R. n. 602/1973, come modificato con il d.l. n. 69/2013), l’Agente della Riscossione non avrebbe potuto agire esecutivamente in via autonoma, in quanto i crediti per cui era intervenuto erano di importo complessivo inferiore a 120.000,00 euro.

Il giudice dell’esecuzione del Tribunale di Oristano ha rigettato con ordinanza la contestazione distributiva, ritenendo che le spese in questione non possano rientrare nella nozione di spese affrontate dal creditore per l’espropriazione del bene pignorato, che abbiano realizzato l’interesse comune dei creditori, di cui all’art. 2770 c.c.

A tale conclusione il giudice è giunto muovendo dalla considerazione che solitamente non sono riconducibili nell’alveo delle spese privilegiate ex art. 2770 c.c. quelle affrontate dal creditore in sede di opposizione all’esecuzione, in quanto, ordinariamente, il singolo creditore che resista all’opposizione all’esecuzione non porta un vantaggio a tutti gli altri creditori, che ben possono procedere nell’esecuzione in forza di titolo autonomo.

Tale conclusione varrebbe, in particolare, laddove l’attività difensiva svolta dal creditore nel giudizio oppositivo non sia diretta, effettivamente, a vantaggio di tutti i possibili creditori, proprio come avvenuto nel caso in esame, in cui l’opposizione proposta dal debitore esecutato era volta a contestare la persistenza del diritto di credito del procedente, in quanto prescritto. In quest’ottica, pertanto, non può affermarsi che le spese affrontate dal creditore procedente si siano risolte nella conservazione del bene ai fini dell’espropriazione o nella salvezza degli atti del giudizio esecutivo.

Con riguardo all’argomento fondato sull’allegata impossibilità dell’Agente della Riscossione di procedere autonomamente posto che i crediti per i quali lo stesso è intervenuto sono inferiori a 120.000,00 euro, il giudice dell’esecuzione ha osservato che la circostanza che l’attività difensiva svolta dal creditore procedente si sia in concreto risolta, sotto questo profilo, in un vantaggio per l’unico creditore intervenuto non è da sola sufficiente a far rientrare le spese dell’opposizione a precetto fra quelle tutelate dal privilegio di cui all’art. 2770 c.c., poiché tale privilegio è rivolto a tutela di quelle spese che il creditore ha affrontato a vantaggio dell’espropriazione in generale e di tutti i creditori che in astratto possono intervenire. In sostanza, la circostanza che nel caso concreto sia intervenuto il solo Agente della riscossione, munito di un titolo che non gli avrebbe consentito di coltivare in via autonoma l’espropriazione, sarebbe stata irrilevante a fronte di un’opposizione all’esecuzione che avesse mirato a contestare il diritto del procedente in modo specifico, lasciando però inalterata la possibilità per altri eventuali creditori muniti di titolo esecutivo di coltivare la procedura.

Ciò si ricaverebbe, in primo luogo, dal tenore letterale della norma, che, laddove fa riferimento a “l’interesse comune dei creditori”, appare rivolta a tutti i possibili creditori, ed in secondo luogo dalla considerazione che, altrimenti ragionando, si darebbe la stura ad un privilegio “soggettivamente intermittente”, applicabile a seconda del soggetto che intervenga nell’esecuzione, situazione, questa, inaccettabile per le conseguenze che determinerebbe, laddove il ricavato dalla vendita non sia sufficiente a soddisfare tutti i creditori; sul punto si è in conclusione sostenuto che non appare sistematicamente accettabile un privilegio opponibile soltanto a taluni creditori e non ad altri, laddove il nostro ordinamento ha predisposto, invece, un sistema di risoluzione dei conflitti fra privilegi di carattere oggettivo, cioè basato su una graduazione degli stessi.

 

  1. La nozione di spese di giustizia ex art. 2770 c.c.

Una volta ricevuta collocazione nel ricavato della vendita forzata, alcune delle spese sono assistite dal privilegio delle spese di giustizia (artt. 2770 e 2755 c.c.), si tratta esclusivamente di quelle fatte nell’interesse comune dei creditori, mentre le altre sono collocate nello stesso grado del capitale (art. 2749 c.c.). Quando sostenute nell’interesse comune, le spese vanno soddisfatte sul ricavato anche se per il creditore che le ha anticipate non vi sia soddisfacimento. Ciò dipende dalla natura di semplice collocazione del provvedimento che riconosce le spese. Tale soddisfacimento è anteposto agli altri privilegi, come previsto appunto dagli artt. 2755 e 2770 c.c.

Al riguardo deve ricordarsi che nella materia dell’esecuzione – a differenza che nel fallimento (art. 111 l.f.) – non esiste il concetto di prededuzione: le spese non sono da considerarsi oneri prededucibili, bensì un credito accessorio privilegiato in favore della parte che le ha anticipate (con la conseguenza che se il creditore ha anticipato spese ai professionisti della procedura, gli spetta il privilegio per spese di giustizia e non quello professionale, che compete solo ai professionisti stessi nei confronti dei propri debitori, cioè il debitore ed il creditore, e la massa attiva non è in loco debitoris, ma destinata ai creditori). Tale ricostruzione in apparenza è messa in discussione dal testo dell’art. 179-bis, comma 2, disp. att. c.p.c. (relativo al compenso dei delegati), in base al quale il giudice, nella liquidazione del compenso, deve tenere distinta la parte riguardante le operazioni di vendita dalle spese successive, che sono poste a carico dell’aggiudicatario. Tuttavia deve evidenziarsi che tale norma, a ben guardare, non pare implicare un implicito riconoscimento della prededucibilità, ma solo la distinzione fra ciò che vede come condebitori il debitore esecutato e il creditore procedente e ciò che vede come debitore il solo aggiudicatario, sempre nei confronti del professionista delegato.

Laddove poi, nonostante le spese siano state sostenute nell’interesse comune dei creditori, il ricavato non abbia capienza rispetto ad esse, si ritiene che il creditore non possa ottenerle in sede esecutiva dal giudice dell’esecuzione e neppure in un autonomo giudizio, neanche a titolo risarcitorio, ostandovi non soltanto il tenore letterale dell’art. 95 c.p.c. (secondo cui sono a carico di chi ha subito l’esecuzione le spese sostenute dal creditore procedente e da quelli intervenuti che partecipano utilmente alla distribuzione), ma anche la considerazione che la competenza alla liquidazione non può essere traslata al di fuori del processo esecutivo, poiché è principio generale del nostro ordinamento quello secondo cui la determinazione delle spese costituisce sempre provvedimento del giudice del processo in cui le stesse sono sorte, sia esso di cognizione che di esecuzione, del giudice cioè che ha conosciuto la controversia, unico in grado di poter giudicare sulla legittimità e congruità della relativa richiesta (Cass. 16/05/1994, n. 4752). In questo quadro, si è sostenuto che “Il giudice dell’esecuzione, quando provvede alla distribuzione o assegnazione del ricavato o del pignorato al creditore procedente e ai creditori intervenuti, determinando la parte a ciascuno spettante per capitale, interessi e spese, effettua accertamenti funzionali alla soddisfazione coattiva dei diritti fatti valere nel processo esecutivo e, conseguentemente, il provvedimento di liquidazione delle spese dell’esecuzione, in tal caso ammissibile, implica un accertamento meramente strumentale alla distribuzione o assegnazione stessa, privo di forza esecutiva e di giudicato al di fuori del processo in cui è stato adottato, sicché le suddette spese, quando e nella misura in cui restino insoddisfatte, sono irripetibili” (così Cass. 05/10/2018, n. 24571; nello stesso senso cfr. Cass. 29/05/2003, n. 8634; Cass. 25.06.2003, n. 10129; Cass. 30/12/2011, n. 30457).

La disposizione di cui all’art. 2770 c.c. – in parallelo con quanto previsto dall’art. 2755 c.c. – definisce in modo molto generico le “spese di giustizia”, individuandole in quelle sostenute per atti conservativi o per l’espropriazione di beni immobili nell’interesse comune dei creditori.

Il riconoscimento del privilegio in questione è quindi ancorato a due presupposti: 1) le spese di giustizia devono essere funzionali alla soddisfazione dell’interesse comune dei creditori – il cui accertamento è rimesso all’apprezzamento del giudice – nel senso che, senza questi atti, il ceto creditorio sarebbe stato privato della possibilità di soddisfarsi sui beni staggiti ovvero i creditori si sarebbero trovati nella necessità di porre in essere, essi stessi, i medesimi atti giudiziali; 2) le stesse devono essere fatte per atti conservativi o per l’espropriazione di beni immobili.

Il limite del beneficio comune dei creditori restringe tale privilegio unicamente alle spese poste in essere dal creditore pignorante e, in caso di più pignoramenti, al primo pignorante.

Per quanto concerne la prima categoria di atti, quelli conservativi, è diffusa opinione che la norma concerna tutti gli atti connessi alla conservazione della garanzia patrimoniale, in essa ricomprese quelle spese affrontate in sede di azione surrogatoria, revocatoria e per il sequestro conservativo.

In ordine alla seconda categoria, è generalmente accolta l’opinione che la notifica del titolo e del precetto, pur essendo formalmente atti estranei all’espropriazione, ne costituiscono presupposto indefettibile e pertanto vanno garantiti dal privilegio in discorso. Inoltre, le spese necessarie alla conservazione dell’immobile pignorato, id est quelle indissolubilmente finalizzate al mantenimento dello stesso in fisica e giuridica esistenza e non meramente conservative della sua integrità (quali quelle per la manutenzione ordinaria o straordinaria ovvero per la gestione condominiale), sono strumentali alla procedura di espropriazione forzata perché intese ad evitarne la chiusura anticipata, sicché restano incluse nelle spese “per gli atti necessari al processo”, suscettibili, ai sensi dell’art. 8 del D.P.R. n. 115/2002, di essere poste in via di anticipazione a carico del creditore procedente e, quindi, rimborsabili come spese privilegiate ex art. 2770 c.c. a favore del creditore che le abbia anticipate.

È relativamente recente l’affermazione del principio secondo cui al creditore istante per la dichiarazione di fallimento del suo debitore va riconosciuto il privilegio di cui agli artt. 2755 e 2770 c.c. e 95 c.p.c. con riferimento alle spese all’uopo sostenute, atteso il sostanziale parallelismo tra creditore procedente nella procedura esecutiva singolare e creditore istante nella procedura concorsuale (Cass. 24/05/2000, n. 6787; Cass. 23/12/2016, n. 26949), mentre va negato ogni privilegio alle spese affrontate dal creditore per il riconoscimento, in sede di giudizio di merito, della fondatezza del proprio diritto. Sotto quest’ultimo profilo, la giurisprudenza di legittimità ha in più occasioni affermato che “Il privilegio di cui all’art. 2770 c.c., essendo questa norma di stretta interpretazione, spetta soltanto in relazione alle spese utili alla conservazione del patrimonio del debitore nell’interesse di tutti i creditori, non anche per quelle sostenute dal creditore per il riconoscimento, in sede di giudizio di merito, della fondatezza del proprio diritto” (così, di recente, Cass. 19/12/2016, n. 26101; nello stesso senso cfr. Cass. 09/02/2001, n. 1837); sulla base di questo principio la Suprema Corte ha escluso che godano del privilegio ex art. 2770 c.c. le spese sostenute dal creditore procedente nel giudizio di merito la cui sentenza – di riconoscimento del credito – abbia determinato la conversione in pignoramento del sequestro conservativo.

 

  1. Le spese sostenute dal creditore procedente nelle opposizioni esecutive: profili problematici.

Il caso deciso dal Tribunale di Oristano attiene ad una controversia distributiva ex art. 512 c.p.c. sull’entità e sulla comune utilità delle spese per l’espropriazione immobiliare, giacché un certo grado di cognizione è richiesto anche da tali spese, in relazione non solo alla loro quantificazione in senso stretto, ma anche appunto alla natura di spesa comune (e dunque alla spettanza del privilegio ex art. 2770 c.c.) nonché alla loro inerenza alla procedura (si pensi alle controversie in ordine alle spese di precetto, a quelle inerenti le spese del secondo pignoramento, alle spese per pignoramenti superflui o in genere alle spese inutili, agli esborsi esorbitanti, che talvolta si registrano nella prassi, come nel caso in cui il creditore chiede il rimborso di esosi conteggi per certificati ventennali).

Nello specifico si è posto il problema di stabilire se spetti il privilegio ex art. 2770 c.c. alle spese sostenute dal creditore procedente (liquidategli dal Giudice dell’esecuzione) nella fase sommaria di un’opposizione a precetto avente ad oggetto un’eccezione di prescrizione del proprio diritto di credito formulata dal debitore esecutato, conclusasi con ordinanza di rigetto dell’istanza di sospensione dell’esecutività del titolo.

A giudizio del giudice dell’esecuzione non va riconosciuto il privilegio per spese di giustizia qualora l’attività difensiva svolta dal creditore nel giudizio oppositivo non sia indirizzata a vantaggio di tutti i possibili creditori, come accade appunto quando l’opposizione proposta dal debitore esecutato sia volta a contestare la persistenza del diritto di credito del procedente, in quanto prescritto, non potendosi in alcun modo sostenere che le spese affrontate dal creditore procedente si siano risolte nella conservazione del bene ai fini dell’espropriazione o nella salvezza degli atti del giudizio esecutivo.

Si tratta di una conclusione che appare corretta, che verte sulla nozione di interesse comune dei creditori (da cui scaturisce anche l’esatto corollario affermato dal Tribunale di Oristano in relazione all’intervento dell’Agente per la riscossione), ma che merita ulteriori argomentazioni.

In primis, deve ricordarsi che in dottrina si afferma tradizionalmente che le spese affrontate dal creditore nei giudizi incidentali nel processo di esecuzione (tra cui rientrano i giudizi di opposizione) siano assistite dal privilegio di cui all’art. 2770 c.c. a patto che sia prevalente l’interesse comune dei creditori e che il creditore che le ha affrontate sia risultato vincitore.

Al riguardo deve ricordarsi che l’art. 95 c.p.c. non trova applicazione per i giudizi di opposizione (artt. 615, 617 e 619 c.p.c.), né in generale in quelli endoesecutivi, per i quali si applicano gli artt. 91 e 92 c.p.c.. Conseguentemente, anche nell’ipotesi in cui l’esecuzione si rivelasse infruttuosa, o non vi fosse comunque un’utile collocazione per il creditore, le spese relative a tali giudizi andranno liquidate nell’ambito dei medesimi, ove in essi il creditore risultasse vittorioso e tale sentenza costituirà titolo esecutivo.

Si afferma altresì che il privilegio di cui all’art. 2770 c.c. debba essere riconosciuto anche alle spese per i giudizi di opposizione all’esecuzione, ma limitatamente alle eccezioni concernenti la proprietà o pignorabilità dei beni o la prosecuzione della procedura.

In dottrina si è posto tuttavia il problema delle spese liquidate nella fase della sospensione.

In linea di principio esse attengono ad una fase interna al processo esecutivo e quindi – laddove sostenute nell’interesse comune dei creditori – andrebbero soddisfatte nel progetto di distribuzione e nei relativi limiti del ricavato.

Secondo alcuni la natura di tali spese sarebbe ben diversa da quella delle altre spese di esecuzione vere e proprie poiché le stesse seguirebbero il principio della soccombenza; inoltre, venendo liquidate in sede di sospensione, al giudice dell’esecuzione in sede di distribuzione non resta alcun compito di determinazione delle stesse. Peraltro, in caso di omessa pronuncia sul punto da parte del giudice della fase cautelare sarà possibile proporre reclamo, ma certo non se ne potrà chiedere la liquidazione in sede di distribuzione, non essendo tale fase atta all’assunzione di provvedimenti decisori.

Nella vicenda scrutinata, tuttavia, al di là della ravvisata assenza di inerenza delle spese in questione all’interesse comune dei creditori – trattandosi di contestazione relativa al credito del procedente – si impone un rilievo assorbente, posto che trattandosi di opposizione a precetto, per definizione proposta primo dell’avvio del processo esecutivo, non si possono ab origine qualificare le spese liquidate al creditore procedente vittorioso nella fase sommaria di tale giudizio come spese sostenute in un giudizio incidentale del processo esecutivo.

Deve osservarsi poi che nei c.d. incidenti d’esecuzione (giudizi oppositivi, procedimenti di riduzione del pignoramento, di conversione, ecc.) la partecipazione dei creditori è meramente eventuale e non necessaria. Nella sola ipotesi di introduzione del giudizio di divisione ex art. 600 c.p.c. disposto per ordine del giudice, le spese relative alla costituzione in giudizio dell’attore, alla sua partecipazione alle udienze, alla trascrizione della domanda di divisione e quant’altro necessario al corretto svolgimento del giudizio di divisione (ivi comprese le spese di chiamata in causa dei creditori iscritti dei comproprietari) potranno trovare rimborso in privilegio ex art. 2770 c.c. In ultima analisi, sulla scorta della predetta considerazione, anche in presenza di un giudizio di opposizione all’esecuzione proposto ai sensi dell’art. 615, comma 2, c.p.c. di analogo contenuto sarebbe stata revocabile in dubbio la correlazione necessaria tra la costituzione in giudizio del creditore procedente nel giudizio oppositivo e la prosecuzione dell’esecuzione, requisito indispensabile per il riconoscimento del privilegio de quo

 

  1. Riferimenti giurisprudenziali e bibliografici.

Quanto alla giurisprudenza si rinvia a quella richiamata nel testo.

Quanto alla dottrina si segnalano i lavori di:

  1. Pratis, Della tutela dei diritti (artt. 2740-2783), II, 1, in Comm. cod. civ., 1976, 1282;
  2. Alessi, I debiti della massa nelle procedure concorsuali, 1988, 17;
  3. Del Vecchio, Le spese e gli interessi nel fallimento, 1988, 12;
  4. Ruisi, Palermo A., Palermo C., I privilegi, in Giur. sist. Bigiavi, 1980, 74;
  5. Ciccarello, Privilegio (dir. priv.), in Enc. Dir., XXXV, 1986, 730;
  6. Miglietta, Prandi, I privilegi, in Giur. sist. Bigiavi, 1995, 192;
  7. Ravazzoni, Privilegi (parte speciale), in Digesto civ., XIV, 1996, 384;
  8. Tucci, I privilegi, in Tratt. Rescigno, 19, II ed., 1997, 673;
  9. D’Aquino, La predisposizione del progetto di distribuzione: questioni sostanziali e processuali, in Riv. esec. forz., 2007, 2 ss.
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