CHIUSURA ATIPICA DELL'ESPROPRIAZIONE E PRESCRIZIONE

Commento a Cass. 9 maggio 2019, 12239

La pendenza del processo esecutivo non ha effetti interruttivi permanenti del decorso della prescrizione se si estingue per colpa del creditore

Cassazione civile, 9 maggio 2019, n. 12239 - pres. Vivaldi, est. Porreca

ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - CHIUSURA ANTICIPATA;

Scarica il provvedimento

 

  1. – Una recentissima sentenza della Corte di cassazione – pronunciata dalla III sezione civile nell'ambito del c.d. progetto esecuzione, perciò con esplicita funzione nomofilattica – ha preso in considerazione gli effetti sulla prescrizione del diritto azionato della chiusura atipica dell'espropriazione.

            Cass. 9 maggio 2019, n. 12239 (Pres. R. Vivaldi, Rel. P. Porreca) ha esaminato l'operatività dei commi 2 (interruzione della prescrizione fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio; c.d. effetto interruttivo permanente) e 3 (l'effetto interruttivo permanente non opera in caso di estinzione del processo) dell'art. 2945 c.c. qualora l'esecuzione sia definita da un provvedimento di chiusura atipica. Definizione questa, come noto, comprensiva di un variegato insieme di situazioni in cui – pur non ricorrendo alcuna fattispecie estintiva – l'espropriazione non sia in grado di raggiungere la propria funzione satisfattiva (neppure parziale).

            Questo il principio di diritto:

            «in tema di prescrizione, l'effetto interruttivo permanente determinato dall'introduzione del processo esecutivo si conserva, agli effetti dell'art. 2945, secondo comma, quando la chiusura della procedura coattiva consista nel raggiungimento dello scopo della stessa ovvero, alternativamente, il suddetto scopo non sia raggiunto ma la chiusura del provvedimento sia determinata da una condotta non ascrivibile al creditore procedente, mentre, in ipotesi opposta a quest'ultima, a norma dell'art. 2945, terzo comma, cod. proc. civ., l'effetto stesso resterà istantaneo».

            Il ragionamento della Corte è così articolato:

  1. a) nel processo esecutivo il momento equipollente al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio (rilevante agli effetti del 2° comma dell'art. 2945 c.c.) si «verifica quando il processo di esecuzione abbia fatto conseguire al creditore procedente l'attuazione coattiva, in tutto o in parte, del suo diritto, ovvero, alternativamente, quando la realizzazione della pretesa esecutiva non sia conseguita per motivi diversi dall'estinzione del processo»;
  2. b) secondo l'art. 2945, 3° comma, c.c., quando il processo si chiuda per mancanza d'iniziativa del creditore, la permanenza dell'effetto interruttivo viene meno, sicché la prescrizione subirà unicamente l'efficacia dell'effetto istantaneo (art. 2945, 1° comma, c.c.);
  3. c) l'art. 2945, 3° comma, c.c. – contemplando ipotesi di condotte inattive, inerziali, rinunciatarie del creditore – deve trovare applicazione anche nelle fattispecie di chiusura atipica del processo esecutivo, purché strutturalmente rispondenti alla inerzia del creditore;
  4. d) l'interpretazione è estensiva e compiuta, non analogica, concernendo la disciplina della prescrizione, non quella dell'estinzione del processo esecutivo.

  

  1. – La prima affermazione – volta a calare nel processo esecutivo una norma scritta con lo sguardo rivolto al processo di cognizione – pone subito in luce un difetto di coordinamento con l'orientamento costante della giurisprudenza della stessa Corte di cassazione sugli effetti dell'art. 2945, 3° comma, c.c. in caso di definizione in rito del giudizio.

            Secondo la giurisprudenza – superato da oltre trent'anni il precedente orientamento che limitava l'effetto interruttivo permanente – la sentenza che definisce il processo in grado di determinare la produzione dell'effetto sospensivo della prescrizione sancito dall'art. 2945, 2° comma, c.c. non è soltanto quella di merito, ma anche quella limitata alla decisione di questioni processuali di carattere pregiudiziale, senza alcuna considerazione alle ragioni (ascrivibili all'attore o meno) che abbiano inibito la decisione sul merito (cfr. Cass. 7 giugno 2013, n. 14427)

            Orbene, se la chiusura atipica dell'espropriazione va considerata equipollente alla sentenza che abbia definito il giudizio senza pronunciarsi nel merito, l'applicazione dei principi dettati nel processo di cognizione avrebbe dovuto condurre o a ritenere chiuso il discorso con l'affermazione del nesso obbligato chiusura atipicaeffetto interruttivo permanente, e perciò con l'inoperatività dell'art. 2945, 3° comma, c.c., ovvero alla necessità di sciogliere l'aporìa, spiegando perché il principio sancito per il processo di cognizione non sarebbe applicabile nel processo esecutivo.

Questo aspetto non è affrontato dalla sentenza in esame.

  

  1. – La ratio sottesa all'art. 2945, 2° e 3° comma, c.p.c. è quella di evitare che il diritto azionato (in via cognitiva o esecutiva) venga meno nel corso (e quale effetto della durata irragionevole) del processo, evitando nel contempo che le parti restino inerti, facendo mancare il necessario impulso processuale.

Nel processo di cognizione le fattispecie estintive sono indicate dagli articoli 306 e 307 c.p.c. A queste si deve aggiungere la mancanza d'impulso consistita nella omessa partecipazione (bilaterale) alle udienze dalle quali quel processo è scandito, sanzionata dagli articoli 181 e 309 c.p.c. (dopo il rinvio ad altra udienza restato senza effetto) con l'estinzione del processo.

            Nel processo esecutivo le fattispecie estintive sono indicate – a parte norme dedicate a casi specifici (cfr. art. 567, ult. comma, c.p.c.) – dagli articoli 629, 630, 1° comma, 631 c.p.c.

            Le fattispecie estintive tipiche non esauriscono però i casi in cui il processo non è comunque in grado di pervenire al suo risultato utile (pronuncia nel merito, soddisfazione, anche parziale, del creditore). Nel processo di cognizione la sua definizione è affidata al provvedimento che – risolvendo in senso ostativo una questione di giurisdizione, competenza, pregiudiziale di rito o preliminare di merito – escluda la pronuncia di merito; nell'esecuzione a un'ordinanza di chiusura anticipata, modellata su quella prevista dall'art. 164 bis c.p.c.

            La sentenza 12239/2019 della Corte ha introdotto – quando l'esecuzione anticipatamente chiusa venga instaurata ex novo – la necessità di una verifica ulteriore: per stabilire se il periodo del precedente processo possa essere considerato agli effetti della prescrizione (se cioè debba applicarsi il 2° oppure il 3° comma dell'art. 2945 c.c.), è necessario appurare se la precedente chiusura anticipata sia o meno conseguenza di una condotta ascrivibile al creditore procedente.

Nel processo di cognizione non si è mai posta la necessità di indagare sulle ragioni (ascrivibili o meno a condotte dell'attore) ostative alla pronuncia di merito. Infatti, la valutazione di fondatezza dell'eccezione di prescrizione da parte del giudice del secondo processo dovrà sempre considerarne la sospensione dalla domanda al passaggio in giudicato della sentenza (processuale) che abbia definito il giudizio.

            La scelta mi sembra più che opportuna, lasciando fuori dal processo elementi di possibile incertezza. 

 

  1. – A ben guardare, la necessità di indagare il rapporto fra condotta ascrivibile al creditore e chiusura atipica dell'esecuzione introdotta da Cass. 12239/2019 non rende un buon servigio all'economia processuale (esterna) e perciò alla ragionevole durata dal processo.

La prescrizione non rientra fra i controlli officiosi relativi all'esistenza e validità del titolo esecutivo: pertanto la questione volta a stabilire se debba applicarsi il 2° comma dell'art. 2945 c.c. (la chiusura anticipata non essendo stata conseguenza dell'inerzia del creditore) piuttosto che il successivo 3° comma costituirà oggetto di un'opposizione all'esecuzione e quindi (oltre che del provvedimento del G.E. sulla sospensione e del relativo reclamo) di un giudizio articolato sul doppio grado di merito e su quello di legittimità. Ulteriore elemento d'incertezza scaturisce dal fatto che il giudizio imposto dalla sentenza del 2019 è inevitabilmente destinato a risolversi nella valutazione di un comportamento (l'inerzia) non sempre ancorabile a elementi oggettivi e suscettibile di giustificazioni più o meno valide.

Per cogliere il significato della decisione in esame – peraltro più che comprensibile, come si vedrà, alla stregua della vicenda sostanziale decisa – non può essere trascurata una considerazione più ampia sull'evoluzione (soprattutto) in materia processuale della giurisprudenza della Corte di cassazione.

Sempre più spesso, nello stabilire le conseguenze di un'attività processuale viziata, la Suprema Corte ha assunto quale parametro valutativo la responsabilità (anche soltanto colposa) dell'autore dell'atto (o dell'omissione). Si assiste così a una sorta di enfatizzazione etica, visto che gli stati soggettivi vengono assurti a elementi di qualificazione dell'attività processuale.

Sarebbe però il caso di riflettere su tale coefficiente di valutazione, chiedendosi perché il codice di procedura civile – a differenza del coevo codice civile – abbia escluso (fuori degli articoli 88 e 96 c.p.c.) qualsiasi rilevanza all'elemento soggettivo, ancorando la validità dell'atto alle prescrizioni di legge e all'idoneità al raggiungimento dello scopo.

Infatti, essendo un processo un procedimento, ciò che conta è la capacità dell'atto di produrre gli effetti causativi (sulla fattispecie) e quelli induttivi, in grado di farlo avanzare verso il risultato finale.

L'osservazione mi sembra confermata dalla disciplina positiva, in cui gli stati soggettivi della parte possono assumere rilievo non sul procedimento, ma sulla responsabilità delle parti per violazione dell'art. 88 c.p.c. e comunque ai sensi dell'art. 96, 1° e 3° comma, c.p.c.

Infine, un'altra considerazione. Pur consapevole delle difficoltà di separare nettamente l'interpretazione estensiva (lex minus dixit quam voluit) da quella analogica (applicazione a una fattispecie non sussumibile sotto una precisa disposizione di norme regolanti casi simili o materie analoghe), mi pare che nel caso in esame possa dubitarsi della compatibilità del principio di diritto enunciato dalla III sezione civile della Corte di cassazione con l'art. 14 delle disposizioni preliminari al codice civile.

Può convenirsi sul fatto l'art. 2945 c.c. debba considerarsi norma relativa alla prescrizione (non all'estinzione); resta però – secondo me – difficilmente superabile l'obbiezione secondo cui nella fattispecie decisa la disciplina della prescrizione stabilita per l'estinzione del processo (art. 2945, 3° comma, c.c.) – eccezionale rispetto a quella generale sancita dall'art. 2945, 2° comma, c.c. – sia stata applicata oltre i casi e i tempi considerati dalla norma. 

 

  1. – Fermarsi a queste osservazioni, affermando cioè che in tutti i casi in cui – non potendosi dichiarare l'estinzione – venga pronunciata la chiusura atipica (o anticipata) dell'esecuzione debba prodursi l'effetto interruttivo permanente sancito dal 2° comma dell'art. 2945 c.c., ridurrebbe il discorso fin qui svolto a un poco utile esercizio teorico. È infatti indispensabile evitare che il processo (esecutivo) non possa procedere per difetto di attività a opera delle parti (vale a dire il creditore procedente e gli eventuali creditori intervenuti).

La necessità è chiaramente evidenziata dalla vicenda decisa dalla sentenza 12239/2019: il creditore – lasciato spirare il termine ventennale per la rinnovazione della trascrizione – a distanza di ventidue anni dalla (prima) trascrizione del pignoramento pretendeva di dar luogo a una nuova esecuzione, giovandosi della sospensione del termine di prescrizione.

L'esigenza di sottrarre al creditore la possibilità di governare i tempi del processo a suo arbitrio, in quanto comunque il termine prescrizionale sarebbe sospeso, si manifesta (come accaduto nella fattispecie decisa) quante volte la continuazione del procedimento espropriativo sia subordinata a un'attività per la quale il legislatore non abbia fissato (almeno esplicitamente) dei termini perentori ovvero delle decadenze ovvero non abbia sanzionato la condotta con l'estinzione. Del resto, la ratio dell'estinzione (e del 3° comma dell'art. 29145 c.c.) è proprio quella di evitare una durata non ragionevole del processo dipendente dalla condotta omissiva delle parti.

Detto altrimenti, al processo sono indispensabili istituti in grado di imporre alla parte – pena il venir meno della tutela giurisdizionale richiesta – comportamenti funzionali al compimento dell'attività procedimentale.

Nel processo di cognizione (nei gradi di merito governato dall'onere dell'impulso processuale) il problema è risolto dalla necessaria partecipazione di almeno una parte costituita all'udienza (articoli 181 e 309 c.p.c.) e dalla previsione di termini perentori per la sua prosecuzione in caso di sospensione o interruzione (articoli 297, 1° comma, 305, 819 bis, 3° comma, c.p.c.). Infine, secondo l'art. 307, 3° comma, c.p.c. – che si pone quale norma di chiusura del sistema – «il processo si estingue altresì qualora le parti alle quali spetta di rinnovare la citazione o di proseguire, riassumere o integrare il giudizio, non vi abbiano provveduto entro il termine perentorio stabilito dalla legge o dal giudice che dalla legge sia autorizzato a fissarlo».

Nel processo esecutivo, specialmente in quello di espropriazione, il quadro è più difficile da ricomporre, visto che – a parte l'ipotesi di cui all'art. 631 c.p.c. e quelle stabilite con riferimento a fattispecie specifiche (a es., 624, 3° comma, c.p.c.) – l'art. 630, 1° comma, c.p.c. fa dipendere l'estinzione (soltanto) dall'inosservanza di un termine perentorio stabilito per la sua prosecuzione o riassunzione. S'aggiunga che le novelle succedutesi nel tempo – articolando una serie di oneri a carico degli istanti – non sempre hanno disegnato con coerenza le conseguenze delle relative inattività.

Ed è questa la ragione per la quale è stato necessario elaborare la categoria della chiusura atipica: non potendosi (mancando il riscontro normativo) dichiarare estinto il processo, occorreva comunque trovare il modo di definire un processo sicuramente impossibilitato a perseguire la sua funzione satisfattiva.

  

  1. – Secondo me, il punto di equilibrio fra le necessità di evitare lo stallo della procedura a causa di comportamenti omissivi della parte, disarmonie fra tutela cognitiva ed esecutiva nell'applicazione del 3° comma dell'art. 2945 c.c. e l'ineludibile rispetto dell'economia processuale esterna, può essere trovato nel regolamentare con chiarezza i confini fra estinzione del processo e chiusura atipica dell'espropriazione.

Il problema, finora affrontato soltanto con riferimento al regime di controllo del relativo provvedimento, pare ben più rilevante – come ha evidenziato Cass. 12239/2019 – ai fini dell'operatività dell'effetto interruttivo permanente della prescrizione.

Nel caso affrontato da Cass. 12239/2019 – in cui il processo esecutivo era stato definito per la mancata rinnovazione della trascrizione a norma dell'art. 2668 ter c.c. – la Corte ha ritenuto trattarsi di una «c.d. estinzione atipica, perché diversa dal regime enucleabile dagli artt. 629 e seguenti cod. proc. civ.».

Il punto, secondo me, avrebbe potuto avere una diversa soluzione.

Nella controversia decisa, era mancata (non la trascrizione del pignoramento, ma) la sua rinnovazione nel termine ventennale, sicché – venuti meno gli effetti di quella trascrizione, a norma degli articoli 2668 bis, 1° comma e 2668 ter c.c. – era divenuta impossibile la prosecuzione del processo esecutivo.

La (indubbia) perentorietà del termine di cui all'art. 2688 bis, 1° comma, c.c. avrebbe consentito l'inquadramento della fattispecie tra quelle in cui la parte non prosegue (compiendo le attività necessarie alla sua continuazione) il processo esecutivo nel termine perentorio stabilito dalla legge. Questo avrebbe permesso di dichiararne l'estinzione, non la chiusura anticipata, con esclusione perciò dell'effetto interruttivo permanente della prescrizione ai sensi dell'art. 2945, 3° comma, c.c.

Nel caso considerato la natura perentoria del termine di rinnovazione della trascrizione del pignoramento discende (non dalla legge), ma dal fatto che al suo spirare opera una decadenza che determina il venir meno degli effetti dell'atto e, in conseguenza, la sua idoneità a produrre l'effetto induttivo, in grado di consentire la continuazione del procedimento.

L'affermata perentorietà del termine non è impedita dall'assenza di siffatta qualificazione: sebbene in alcune decisioni la Corte abbia sposato la lettura restrittiva dell'art. 152, 2° comma, c.p.c., l'orientamento prevalente sembra volto a un'interpretazione diversa, desumendo la perentorietà del termine (non qualificato esplicitamente tale) dalla sua funzione (cfr., a es., Cass. 13357/2017; 17199/2018; 8155/2019). D'altra parte, per fare un esempio sulla necessità di condividere l'interpretazione meno restrittiva, nessuno ha mai dubitato della perentorietà dei termini d'impugnazione anche quando la legge ne avesse omesso l'esplicita qualificazione (cfr., a es., art. 702 quater c.p.c.).

Per giustificare l'estinzione (non la chiusura anticipata) nel caso deciso da Cass. 12239/2019 occorre dimostrare, a fianco della natura perentoria del termine, che l'attività omessa dalla parte costituisca requisito indispensabile per la prosecuzione del processo esecutivo.

Questo risultato può essere (secondo me) facilmente raggiunto considerando la funzione assolta dalla trascrizione del pignoramento e dai suoi effetti sul processo esecutivo.

La trascrizione del pignoramento costituisce un requisito necessario – ancorché secondo Cass. 15597/2019 (col medesimo relatore della sentenza 12239/2019) non sufficiente – perché i beni oggetto dell'espropriazione possano «ragionevolmente rilevare come appartenenti al debitore ovvero al terzo nei confronti del quale, eccezionalmente, può essere intrapresa la procedura» (così: Cass. 15597/2019, in motivazione).

Se questo è vero, la trascrizione del pignoramento svolge non solo la funzione di risolvere i conflitti fra eventuali acquirenti del bene pignorato e aggiudicatari, ma anche quella di garantire (in maniera relativa) che l'esecuzione abbia a oggetto un bene rientrante nel patrimonio (art. 2740 c.c.) del debitore (o del terzo assoggettato all'espropriazione). Infatti, mancando il deposito della relativa nota, il processo – secondo la prevalente interpretazione della trascrizione quale condizione di efficacia del pignoramento – non può proseguire (art. 557, 2° comma, c.p.c.).

La funzione appena evidenziata fa sì che la trascrizione (efficace) del pignoramento costituisca una condizione (il cui verificarsi è a carico del creditore) perché l'esecuzione possa iniziare o proseguire. Pertanto, il venir meno della sua efficacia a norma dell'art. 2668 bis, 1° comma, c.c. consente l'inquadramento (anche) di questa fattispecie fra quelle contemplate dall'art. 630, 1° comma, c.p.c., avendo il creditore lasciato spirare il termine perentorio senza compiere l'attività necessaria alla prosecuzione del processo esecutivo.

  

  1. – È chiaro che la Corte di cassazione – con la sentenza 12239/2019 – ha inteso enunciare un principio (di diritto) generale, operante in ogni ipotesi di chiusura anticipata. A ben guardare, però, l'applicazione di quel principio comporta la necessità di procedere a valutazioni caso per caso, in grado di dar luogo – come già osservato – a un nuovo processo.

Occorre allora prendere atto – anche per non separare l'interpretazione dell'art. 2945, 3° comma, c.c. nel processo esecutivo dal diritto vivente relativo all'interpretazione della stessa norma nel processo di cognizione – che (forse) è quantomeno inopportuno cercare di elaborare ulteriori distinzioni in un insieme eterogeneo di fattispecie, unificate soltanto dal tipo di provvedimento che le definisce.

Quest'ultima considerazione può offrire lo spunto per delimitare - come dicevo all'inizio – i confini fra chiusura atipica ed estinzione. In particolare tutte le volte in cui la prosecuzione del processo deve intervenire entro un termine, che il legislatore non ha qualificato perentorio, non può essere esclusa l'estinzione, dovendosi stabilire – anche in funzione della ragionevole durata del processo – il collegamento tra l'attività di cui è onerata la parte e la prosecuzione del processo. Se l'attività del creditore è essenziale alla continuazione del procedimento e se la sua omissione determina ritardi nella sua prosecuzione, il termine per essa stabilito – salva diversa determinazione di legge – dovrà essere considerato perentorio.

Detto altrimenti, si tratta di scrutinare tutte le ipotesi di chiusura anticipata del processo, separando quelle che possono essere correttamente inquadrate fra quelle estintive (cui s'applicherà il 3° comma dell'art. 2945 c.c.) e quelle per le quali invece dovrà continuarsi a parlare di chiusura anticipata, alle quali non potrà negarsi l'effetto interruttivo permanente, a norma dell'art. 2945, 3° comma, c.c.

A me pare che - nell'attuale quadro normativo – non possano offrirsi altri contributi alla certezza dell'applicazione delle norme processuali e alla necessità di una ragionevole durata del processo.