Appunti in tema di pignorabilità del reddito di cittadinanza

La dibattuta questione della pignorabilità del reddito di cittadinanza affrontata in un'ottica di sistema
Appunti in tema di pignorabilità del reddito di cittadinanza

Sommario:
1.Caratteristiche e finalità del reddito di cittadinanza.
2.La problematica sullo sfondo: la pignorabilità del reddito.
3.La natura non previdenziale del reddito e la previdenzialità della pensione. 
4.La natura prevalentemente non assistenziale del reddito.
5.La non assimilabilità del sussidio a un reddito da lavoro.
6.La regola dell’art. 2740 c.c. e le eccezioni dell’art. 545 c.p.c.
7.Il rischio pratico e l’eccezione di costituzionalità come tappa obbligata.

 

1.Caratteristiche e finalità del reddito di cittadinanza.

Dal mese di aprile 2019 sono in vigore le disposizioni che disciplinano la concessione del c.d. “Reddito di cittadinanza”, contenute nel d.l. n. 4 del 2019, conv. con modif. dalla l. n. 26 del 2019[1].

Lo strumento in parola assicura a chi detiene un indice ISEE molto basso[2] e un patrimonio modesto, l’opportunità di fruire, per diciotto mesi “raddoppiabili”, del beneficio di un sussidio fisso mensile esente dall’IRPEF. Il sostegno è suddiviso su due quote: l’una integrativa del reddito, calcolata su dodici mensilità avuto riguardo alla composizione del nucleo familiare, atta incrementare la disponibilità di risorse del singolo componente fino a una soglia annua; l’altra di ausilio al pagamento di canoni locativi e ratei di mutui per l’abitazione.  

Il sussidio è adoperabile mediante una “social card”, che consente acquisti e prelievi mensili di contante (100 euro, da adeguare in caso di nuclei familiari con più persone) nonchè la possibilità di effettuare un bonifico mensile in favore del locatore indicato nel contratto di locazione (fino a un massimo di 3.360 euro l’anno, cioè 280 euro mensili) ovvero dell'intermediario che ha concesso il mutuo (fino a un importo di 1.800 euro l’anno, cioè 150 euro mensili)[3].

Il calcolo del reddito di cittadinanza avviene secondo il parametro della c.d. “scala di equivalenza”, finalizzata a riconoscere un importo più elevato ai nuclei familiari maggiormente numerosi o che annoverino persone diversamente abili. 

I requisiti principali per la concessione del sussidio, oltre alle risorse economico-patrimoniali esigue di cui s’è detto, sono correlati alla cittadinanza e alla residenza. Per quanto attiene il primo, è richiesto il possesso, da parte di tutti i componenti del nucleo familiare e per tutta la durata della concessione, della cittadinanza italiana o di altri paesi dell’Unione Europea[4].  Per quanto concerne la residenza, occorre che la stessa si sia protratta in Italia per almeno dieci anni, di cui gli ultimi due continuativi.

L’articolatissimo comma 255 dell'art. l. del decreto istitutivo – di fatto ergendosi a norma-manifesto – battezza il reddito di cittadinanza alla stregua di misura “contro la povertà, la disuguaglianza e l'esclusione sociale”, salvo soggiungere subito dopo – senza soluzione di continuità – che essa vale “a garanzia del diritto al lavoro” e “della libera scelta del lavoro”, anche attraverso la salvaguardia del “diritto all'informazione, all'istruzione, alla formazione e alla cultura”.

Il provvedimento legislativo modella così un istituto polimorfo, che si rivolge a soggetti con caratteristiche molto diversificate: dall’indigente bisognoso d’inclusione sociale, al soggetto inabile, a quello che patisce un handicap culturale o formativo, fino al disoccupato, abile al lavoro, ma che temporaneamente lo abbia perduto.

Il reddito de quo è pensato intrinsecamente come una sorta di strumento “di lotta e di governo”, chè se per un verso vale a armare il contrasto alla poverà, dall’altro ambisce a gestire le dinamiche della disoccupazione e a riavviare nel marketplace del lavoro coloro che per congiuntura ne siano loro malgrado fuoriusciti[5].

Un istituto sfaccettato dunque, che diventa ancor più eterogeneo sol che si consideri che cambia nomen e si tramuta poco oltre, nel medesimo testo normativo, in una "pensione di cittadinanza", destinata ad agevolare i soggetti di età pari o superiore ai sessantasette anni e che, pertanto, non attendono nessun altro mestiere, ma il godimento di una dignitosa quiescenza. Segnatamente, la pensione anzidetta copre le esigenze dei nuclei familiari "composti esclusivamente da uno o più componenti di età pari o superiore a sessantasette anni” e di quelli in cui, ferma restando la risultanza anagrafica anzidetta in capo ad uno o più componenti, sussista – in aggiunta – il requisito della convivenza "esclusivamente con una o più persone in condizione di disabilità grave o non autosufficienza, ... di età inferiore al predetto requisito anagrafico".

 

2.La problematica sullo sfondo: la pignorabilità del reddito.

In un contesto così composito come quello appena descritto, un quesito di difficile lettura, immediatamente posto dal d.l. n. 4 del 2019, attiene alla pignorabilità del reddito di cittadinanza e alla sua misura, in ipotesi di risposta affermativa.

È presumibile che i creditori del beneficiario nullatenente possano peritarsi di insistere per l'assegnazione del reddito a proprio appannaggio. L’importo del sussidio potrebbe rappresentare, infatti, l’unico oltre che l’ultimo viatico per provare a passare all’incasso con riferimento a pretese altrimenti esposte a rimanere insolute.

Nel variegato testo normativo non si rinviene traccia alcuna di una disposizione che adombri un’indicazione in punto di pignorabilità o che espressamente la escluda. La soluzione spetterà, pertanto, agli interpreti e presupporrà precipuamente l’identificazione della natura giuridica assegnabile al reddito. Operazione non facile questa, sol che si muova dalla dimensione teleologica onnicomprensiva e multiforme dell’istituto, segnalata sopra (v. Par. 1).

 

3.La natura non previdenziale del reddito e la previdenzialità della pensione.

Se l’assistenzialità tenderebbe ad escludere o circoscrivere la pignorabilità, la natura previdenziale dell’istituto, viceversa, la confermerebbe, sia pure con il limite del c.d. minimo vitale.

In realtà, la tenuta dell’accostamento del reddito di cittadinanza ad un trattamento pensionistico appare piuttosto gracile, posto che la misura in commento non è correlata ad una situazione di quiescenza.

Sol che si valorizzi la circostanza per la quale detto minimo vitale è espressamente previsto per le sole pensioni, il reddito di cittadinanza è destinato a restarne indenne.
Piuttosto, sarà la sola “omonima” pensione di cittadinanza a scontare detto limite.

Diversamente dal reddito, quest’ultima è infatti una misura indirizzata esclusivamente a chi è inabile al lavoro, quindi improntandosi a vera e propria misura di resistenza alla povertà. Come tale, è alquanto difficile trovare margini di pignorabilità. La pensione, in altri termini, è indirizzata proprio a chi non può più lavorare e, in tal senso, ha solo il solo scopo di combattere la condizione di non abbienza[6]. Essa non sarà pignorabile, ai sensi del comma 7 dell’art. 545 c.p.c., per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà[7].

 

4.La natura prevalentemente non assistenziale del reddito.

Le maggiori perplessità degli interpreti investiranno, con ogni probabilità, la possibilità di assimilare prima facie il reddito di cittadinanza ad un sussidio di sostentamento “alimentare”, nel qual caso esso potrebbe ritenersi approssimarsi, fino ad impingervi, al limite d’impignorabilità ex art. 545, comma 1, c.p.c..

Sintomatica di un filo conduttore assistenziale dell’istituto è la circostanza che dalle accennate condizioni sia esonerata una platea larga di potenziali beneficiari, quali i minorenni, i titolari della descritta “pensione di cittadinanza”, i titolari di pensione diretta o comunque di età pari o superiore a sessantacinque anni, diversi soggetti portatori di disabilità.

Nessuna norma prevede, in realtà, esplicitamente che il reddito di cittadinanza abbia natura alimentare. Qualora la detenesse, si potrebbe più agevolmente evocare la previsione di relativa impignorabilità dei credti alimentari, sancita dal richiamato comma 1 dell’art. 545 c.p.c., rimettendosi alla valutazione discrezionale del giudice lo stabilire in sede di autorizzazione se e in che misura il credito sia alimentare e, poiché tale, impignorabile.

Ai sensi della norma ora ricordata, il giudice sarebbe chiamato a decidere se, in concreto, il credito da pignorare sia destinato a soddisfare in tutto o in parte le esigenze indispensabili del beneficiario, sicchè ogni qualvolta il credito assolva la soddisfazione in tutto o in parte bisogni vitali, limitatamente alla quota caratterizzata da questa finalità, si paleserebbe pignorabile soltanto per cause di alimenti[8].

Orbene, è innegabile che il reddito di cittadinanza assuma, alla stregua del d.l. n. 4 del 2019, le fattezze di un Giano Bifronte: da un lato, è istituto volto – perlomeno nelle intenzioni – a favorire il reimmissione nel mercato del lavoro di persone idonee; dall’altro, è una prestazione di natura sociale di contrasto al bisogno e alla miseria, per i nuclei familiari più fragili e marginalizzati, privi di reali prospettive di occupabilità nel breve periodo.

Tuttavia, se si guarda alla cifra predominante dell’istituto, perlomeno a livello di ambizioni di sistema, l’istituto, prospettato inizialmente come una forma di affronto della povertà, in seguito ha visto prevalere –in molteplici ipotesi – la sua dimensione di misura di politica attiva dell’occupazione, fino a smarrire lo scopo squisitamente assistenziale e alimentare. Lo stesso Governo Conte I lo ha definito: “Una misura fondamentale di politica attiva del lavoro a garanzia del diritto al lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale”.

Se la definizione del reddito è amplissima, di certo, la sua porzione che più fa spicco è quella che ne registra la natura propulsiva rispetto al mondo del lavoro. L’obiettivo è mobilitare i beneficiari alla ricerca di una nuova attività in grado di renderli autonomi. In un orizzonte teleologico, il reddito giova a sollecitare i fruitori del sussidio verso la ricerca di un impiego. Non è un caso che l’istituto s’incentri eminentemente sull’obbligo della dichiarazione d’immediata disponibilità al lavoro da parte dei componenti il nucleo familiare che abbiano conseguito la maggiore età, nonché sull’adesione coatta a percorsi appositi di reinserimento.

È poi significativo che chi è completamente inabile al lavoro non possa percepire il reddito di cittadinanza: ciò sottolinea ancor di più di uno scopo non rivolto, in principalità, a sostenere i poveri.

La natura di misura attiva per il lavoro è confermata anche dal fatto che la legge prevede considerevoli sgravi fiscali in favore delle aziende private che assumono i beneficiari del reddito di cittadinanza.

Ed un’ulteriore riprova si scorge nel comma 3 dell'art. 2 della nuova disciplina, laddove è previsto che non hanno diritto al reddito di cittadinanza i nuclei familiari che annoverano soggetti disoccupati a seguito di dimissioni volontarie: nei dodici mesi successivi alla data delle dimissioni non per giusta causa è precluso l’accesso al beneficio.

Ed allora il reddito di cittadinanza, per quanto in concreto giunga ad integrare un rimedio agli stenti e alle angustie della vita dei suoi beneficiari, non sembra costituire un sussidio per il sostentamento a favore dei non abbienti, connotandosi, piuttosto, alla stregua di misura di politica attiva del lavoro.

La sua basilare funzione parrebbe, a prima lettura, quella di sorreggere i beneficiari durante la ricerca di un’occupazione. Alla luce delle superiori considerazioni pare potersi escludere che il beneficio in questione possa considerarsi assistenziale e quindi impignorabile ai sensi dell’art. 545 c.p.c..

 

5.La non assimilabilità del sussidio ad un reddito da lavoro.

Nella prospettiva ora tracciata si potrebbe essere indotti a immaginare che il reddito di cittadinanza, qualora mirato a beneficiare un lavoratore disoccupato eppure abile al reinserimento lavorativo, sia un ammontare finalizzato a permettere la ricerca di una nuova occupazione descrivibile – con qualche sforzo ermeneutico – alla stregua di reddito da lavoro, come tale pignorabile nei limiti del quinto (commi 3 e 4 art. 545 c.p.c.).

Detta opzione ricostruttiva appare, nondimeno, a sua volta sdrucciolevole, ove si consideri che, sebbene il reddito de quo sia corrisposto in una fase che precede il reperimento di una nuova occupazione e in funzione proprio della sua ricerca, ciò non toglie (e non colma) l’assenza di un vincolo di subordinazione o parasubordinazione in senso tecnico tra beneficiato e soggetto erogatore.

Come chiarito anche recentemente dal giudice di legittimità, la nozione di stipendio va correttamente riferita a tutte le prestazioni connotate da analoga corrispettività, con la prestazione di attività lavorative considerate degne di eguale tutela processuale in ragione di una tendenziale preponderanza di forza contrattuale di una delle parti sull’altra e della destinazione del corrispettivo – di norma –  al soddisfacimento delle primarie esigenze di vita del lavoratore, come avviene – per scelta legislativa – per i casi di cui all’art. 409, n. 3, c.p.c.[9].

Il reddito di cittadinanza non presenta natura analoga a quella propria delle somme percepite a titolo di stipendio o di salari, nè può intendersi quale compenso maturato nell’ambito dei rapporti giuridici previsti da detto art 409 c.p.c.. Esso d’altronde prescinde integralmente dalla quantità e qualità del lavoro prestato.

Nè può dirsi che il rapporto di lavoro costituisca la fonte del reddito di cittadinanza, che, invero, per definizione dal rapporto di lavoro prescinde. Esso non è neppure un’indennità dovuta a causa della cessazione del rapporto di lavoro, ma un sussidio economico che la trascende.

In questo quadro, sostenere la pignorabilità nei soli limiti di un quinto dell'importo netto corrisposto periodicamente al beneficiario parrebbe rivelarsi una forzatura.

L’assunzione del beneficiario, del resto, quando avverrà, si concreterà solo a seguito di un percorso formativo e di riqualificazione professionale, svolto da Enti di formazione accreditati.

È l'art. 4 a introdurre elementi tesi a coniugare quelle che appaiono ab origine come politiche assistenziali – orientate ad amministrare l’emergenza di vere e proprie situazioni di privazione e ristrettezza – in misure di politica attiva del lavoro, alle quali il soggetto assistito è chiamato a collaborare come "condizione" per continuare a godere del beneficio. All’uopo il reddito di cittadinanza fa perno su una dichiarazione, da parte dei componenti maggiorenni della famiglia, di tempestiva disponibilità al lavoro nonché sulla sottoscrizione, da parte di essi, di un patto per il lavoro ovvero di un patto per l'inclusione sociale. Il primo dei patti afferisce il caso in cui i “familiari” sopportino disagi prevalentemente connessi alla situazione lavorativa; il secondo si riferisce a coloro che soffrano problematiche ben più complesse e multidimensionali, irriducibili alla contingente mancanza di un’occupazione. Entrambi i patti postulano un percorso personalizzato e dedicato di accompagnamento alla ricollocazione lavorativa e sociale[10].

Peraltro, se la disciplina dell’accesso ai benefici si affida a procedure sedimentate e strutture preesistenti, è quella relativa alle politiche attive del lavoro a mostra una dimensione ancora larvatamente progettuale. L’ingresso tra i beneficiari del sussidio è, in altri termini, piuttosto agevole, e la riqualificazione e la ricollocazione lavorativa o sociale a connotarsi oggi come un abbozzo ancora teorico e sommario. La gestione degli indigenti e dei disoccupati titolari del reddito costituisce, infatti, un capitolo incerto, ancora compiutamente da scrivere.

Ed in effetti, il solo input alla ricollocazione professionale rapida dei fruitori del reddito è descritto dall’art. 8 del d.l. n. 4 del 2019, il quale introduce alcuni incentivi a favore dei datori di lavoro privati che assumano, a tempo pieno e indeterminato, anche mediante contratto di apprendistato, i titolari del sussidio. I benefici sono estesi agli enti di formazione accreditati che abbiano concorso alla riassunzione di costoro, nonché proprio in favore di questi ultimi qualora avviino un’attività lavorativa autonoma o di impresa individuale o una società cooperativa entro i primi dodici mesi di godimento del sostegno economico.

Certamente, se la concessione del trattamento economico è un binario cerso, l’individuazione di un percorso formativo e di assistenza della ricerca di lavoro è allo stato un binario morto.

 Il sistema prevede il concorso di diverse istituzioni pubbliche e private per realizzare i suoi obiettivi. In particolar modo prevede un potenziamento massiccio – ma ancora solo ipotizzato – nndei Centri per l’Impiego e nuove regole di funzionamento sulla presa in carico del cittadino e sul percorso di adeguamento delle sue capacità professionali.

Il programma è ambizioso e ha caratteristiche innovative rispetto al passato, ma è di tutta evidenza che esso esiga anche risorse economiche ingenti e tempi lunghi di realizzazione soprattutto con riguardo al potenziamento dei Centri per l’Impiego[11].

 

6.La regola dell’art. 2740 c.c. e le eccezioni dell’art. 545 c.p.c.

L’art. 2740, comma 1, c.c. fissa il principio generale secondo cui "il debitore risponde dell'adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri"; al comma 2, la norma soggiunge la possibilità di eccezioni alla regola stabilita: "Le limitazioni della responsabilità non sono ammesse se non nei casi stabiliti dalla legge".

I motivi che sospingono il legislatore ad introdurre dei limiti alla portata del principio generale hanno varia origine e motivazione. Può trattarsi di valutazioni inerenti alle esigenze di cicli produttivi (si pensi al disposto di cui all’art. 516 c.p.c.), alle necessità di lavoro del debitore (il pensiero corre al disposto degli artt. 515 e 514, n. 5, c.p.c.), ad istanze di matrice lato sensu “umanitarie” (si veda il disposto dell’art. 514, nn. 2 e 3, c.p.c.). Anche il codice civile prevede ipotesi d'impignorabilità, sol che si pensi – esemplificativamente – al precetto dell’art. 1923 c.c. in materia di assicurazione sulla vita (pur con la previsione di cui al comma 2), oppure all’art. 170 c.c., in tema di fondo patrimoniale. Altre impignorabilità sono disseminate nell'ordinamento e sarebbe futile passarle al setaccio.

Il dato che rileva in rapporto alla nostra analisi è accluso nell'art. 545 c.p.c..

Anteriormente alla riforma del 2015 – attuata con d.l. n. 83 del 2015, conv. con modif. in l. n. 132 del 2015 –, al pari degli artt. da 514 a 516 c.p.c., l’art. 545 distingueva due soli diversi regimi di impignorabilità, disponendo che alcuni crediti – quelli del comma 2 –  fossero assolutamente impignorabili, mentre altri – quelli di cui ai commi 1 e 3 – lo fossero solo relativamente.

In forza del mentovato decreto sono stati aggiunti in fondo alla disposizione in commento tre nuovi commi (applicabili ai sensi dell’art. 23, comma 6, del testo riformatore, alle procedure esecutive iniziate successivamente al 27 giugno 2015, data di pubblicazione in G.U. del decreto) e in affiancamento alle due discipline anzidette ne è stata aggiunta una terza, ai commi 7 e 8, ove sono elencati crediti in parte assolutamente ed in parte relativamente impignorabili.

L’art. 545 c.p.c. prevede una disciplina assai minuziosa e il fatto che ponga dei limiti di pignorabilità differenziati ne fa icasticamente risaltare il carattere eccezionale e la non applicabilità al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge.

Ai sensi del comma 1 della norma – come si è già accennato (Par. 3.) – sono impignorabili i “crediti alimentari”[12]. Il limite di pignorabilità è, peraltro, “mobile” ogni volta che il credito portato ad esecuzione abbia a sua volta matrice alimentare, nel  qual caso lo stipendio diviene pignorabile, nella misura autorizzata dal presidente del tribunale (o da un giudice da lui delegato).

La scelta legislativa di non stabilire una soglia massima di pignorabilità, affidando, sia l’autorizzazione al pignoramento sia la definizione della relativa misura direttamente al capo dell’ufficio competente ratione materiae è il portato dell’esigenza, immanente al sistema, di contemperamento tra due necessità speculari, quella del lavoratore a condurre una vita dignitosa e quella del suo creditore a godere degli alimenti.

La pignorabilità condizionata dei crediti alimentari dà vita ad una fase in certo senso “atipica”, in cui il creditore deve chiedere l’autorizzazione a poter procedere all’esecuzione, quindi notificare l’atto di pignoramento disponendo il medesimo nella misura o frazione stabilita dal giudice con decreto.

Il comma 2 dell’art. 545 c.p.c. esclude del tutto dal recinto della pignorabilità diverse categorie di crediti: innanzitutto, quelli aventi per oggetto sussidi di grazia o di sostentamento a persone comprese nell’elenco dei poveri; inoltre, i sussidi di maternità e per malattie (o funerali) da casse di assicurazione. Lo scopo cui mira il comma in esame è la creazione di un ombrello protettivo del debitore che versa in condizioni di peculiare bisogno e vulnerabilità[13].

Del pignoramento delle somme percepite dal debitore a titolo di stipendio o di salario (ovvero altre indennità che originano dal rapporto d'impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento e quelle determinate dalla cassa integrazione, come nel caso dell'indennità di disoccupazione) sono poi dedicati i commi 3, 4 e 5 della norma codicistica in esame.

In dette ipotesi, la pignorabilità non è assoluta, valendo il limite del quinto dell’importo netto periodicamente corrisposto al lavoratore, come indicato dal comma 4 dell’art. 545 c.p.c..

Il comma 5 dell’art. 545 c.p.c. dispone poi che il simultaneo concorso di diverse cause di credito – quale che ne sia la natura – non può mai eccedere il limite massimo della metà dello stipendio.

Il comma 7 della norma codicistica, introdotto dal d.l. n. 83 del 2015, conv. con l. n. 132 del 2015, si occupa subito dopo del pignoramento della pensione, permettendolo soltanto entro il quinto della porzione eccedente un importo pari all'assegno sociale aumentato della metà.

Il comma 8, anch’esso inserito dalla “mini-riforma” del 2015 or ora rievocata assume ad oggetto il pignoramento del conto corrente bancario o postale adoperato per l'accredito dello stipendio o della pensione, prevedendo che le somme ivi depositate sono suscettibili d’essere assegnati nella misura eccedente il triplo dell'assegno sociale; di contro, le somme affluite sul conto posteriormente alla notifica del pignoramento e fino al momento dell'assegnazione incontrano i medesimi limiti prima esposti con riferimento alla pignorabilità dello stipendio o della pensione.

Il comma 9, nel chiudere l’art. 545 c.p.c., scandisce infine la regola dell’inefficacia del pignoramento effettuato oltre i suddetti limiti, ascrivendo al giudice dell'esecuzione la prerogativa di rilevarla ex officio.

Ora, al pari degli artt. da 514 a 516 c.p.c., l’art. 545 non fornisce una disciplina esaustiva dei crediti impignorabili, stabiliendo esso stesso, al suo  comma 6, che “restano in ogni caso ferme le altre limitazioni contenute in speciali disposizioni di legge” (il comma concludeva la norma prima che il legislatore del 2015 la allungasse nel senso descritto) e numerosissime sono – come dianzi osservato – le leggi speciali, sia antecedenti sia posteriori alla sua entrata in vigore, che sanciscono l’impignorabilità di alcuni crediti[14].

Nel porre dei limiti alla pignorabilità, l’art. 545 c.p.c. rivela lo scopo tangibile del contemperamento dell'interesse del creditore con quello del debitore che percepisce una retribuzione o una pensione, in quanto il primo – almeno tendenzialmente – non può essere sacrificato integralmente, quali che siano le condizioni economiche del secondo.

Quel che sembra chiaro e netto è che nell’ambito delle disposizioni dedicate al procedimento di espropriazione presso terzi, l’art. 545 c.p.c. assolva un ruolo omologo a quello stabilito dagli artt. da 514 a 516 c.p.c. in relazione all’espropriazione mobiliare diretta, nel senso di porre delle eccezioni al principio generale fissato dall’art. 2740 c.c..

Invero, poiché le previsioni di cui all’art. 545 c.p.c. configurano altrettante “dispense” alla regola generale della responsabilità patrimoniale del debitore esse si connotano come norme eccezionali, in tal guisa insuscettibili di interpretazioni analogiche. Altrimenti detto, il novero delle impignorabilità contemplato dalla norma codicistica non può che intendersi come tassativo[15].

In questo quadro se la regola sèguita ad  essere quella dell'articolo 2740 c.c., l’impignorabilità è soltanto un’eccezione casisticica.

A ricordarcelo, ancora di recente, la giurisprudenza nomofilattica[16], che ha insistito sulla regula juris secondo cui le disposizioni che prevedono divieti di pignorabilità sono norme di caratura eccezionale e di stretta interpretazione rispetto ad un principio generale – quello di cui all´art. 2740 c.c. – che innerva il sistema[17].

Pertanto, in difetto di una specifica norma che preveda expressis verbis l’impignorabilità, totale o parziale di beni o redditi, non sussiste margine per introdurla in via interpretativa, poiché si trasmoderebbe nell’aberrazione di applicare l’analogia a norme coniate come eccezionali.

Ed allora il reddito di cittadinanza che non sia pensione, in mancanza di specifiche indicazioni contrarie, sembrerebbe pignorabile per l’intero, proprio in ossequio alla norma cardine dell'art. 2740 c.c..

 

7.Il rischio pratico e l’eccezione di costituzionalità come tappa obbligata.

Se la pignorabilità può dirsi astrattamente integrale, deve sin d’ora prefigurarsi il rischio pratico di un diluvio di censure in sede di opposizione agli atti esecutivi nei tribunali della Penisola. È già pronosticabile, infatti, che le ordinanze di assegnazione vengano attinte ex art. 617 c.p.c., magari con il supporto a monte dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, chiamato, pertanto, ad un ulteriore drenaggio di risorse.

Quale che sia la natura da accordarsi al reddito di cittadinanza, si è indotti a pensare che la considerazione dell'interesse del debitore e la prevalenza accordatagli, in determinate situazioni, dall’art. 545 c.p.c., sul contrapposto interesse del creditore procedente a soddisfare il suo credito, non trovi nell’attuale assetto meticoloso e parcellizzato della norma una risposta perentoria e finale. L’art. 545 c.p.c. è una norma “di catalogo”, non una norma “di principio”; vale a disciplinare fattispecie di dettaglio, non a precorrerne altre o a somministrare paradigmi per la lettura dei casi incerti.

Se quella norma è inservibile nella sua fisionomia attuale rispetto alla questione della pignorabilità/impignorabilità del reddito di cittadinanza, la soluzione di quest’ultima non può fermarsi all’individuazione della ratio e della funzione delle relative disposizioni, come pure si è provato a fare. A fronte di una declinazione dell’istituto che s’è veduto essere eclettica, l’analisi va ragionevolmente imperniata sul conflitto sottostante, tra l'interesse del creditore procedente e quello del debitore. Detto conflitto non si presta ad essere definito senza il necessario inquadramento dei valori sottesi all’interesse di quest’ultimo.

A ben guardare affiorano anche in rapporto alla questione della pignorabilità del reddito di cittadinanza due esigenze contrapposte, che meriterebbero di essere considerate in una cornice legislativa. È necessario, innanzitutto, al di là di quanto è disposto dall’art. 545 c.p.c., interdire per via normativa che le azioni esecutive finiscano per implicare per il debitore esecutato situazioni suscettibili di ledere il suo diritto ad una vita decorosa, secondo i principi costituzionali enunciati negli artt. 2 e 36 Cost..

Certamente, la pignorabilità integrale del reddito di cittadinanza finisce per impattare sull’art. 2 Cost, in ragione del quale "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Nella ricerca del punto di equilibrio  fra gli interessi del debitore e quelli del creditore vengono, infatti, in evidenza proprio questi doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, che non possono non proteggere anche il creditore, il quale altrimenti, da parte apparentemente forte del rapporto, ne diventerebbe la parte fragile e pretermessa.

Indubbiamente, è dato cogliere una divaricazione netta anche fra la pignorabilità integrale e l’art. 36 Cost., secondo cui "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa". Tale norma costituzionale, in un primo tempo considerata meramente programmatica, ha acquisito nel tempo un carattere rigorosamente precettivo, come tale mostrandosi idonea ad attribuire ai lavoratori subordinati “il diritto indisponibile ad una retribuzione proporzionata e sufficiente”. La ragione sostanziale alla base di tale iper-tutela basata sulla precettività diretta dell’art. 36 sta nella necessità di consentire al lavoratore, attraverso la retribuzione, di far fronte alle primarie esigenze di vita. Pertanto l’importo versatogli, al di là del carattere sinallagmatico, ha una fondamentale funzione di “carattere alimentare”[18].

Nel bilanciamento degli interessi dentrano in gioco anche altri rilevanti valori costituzionali. Sia che l'oggetto del pignoramento sia il reddito di matrice lato sensu alimentare del soggetto disabile e difficilmente reimpiegabile nel mercato del lavoro, sia che il sussidio valga nella specie a beneficiare un lavoratore che per disavventura abbia perso l’occupazione, quel che sembra assodato è che l’impignorabilità dei relativi crediti assolverebbe in entrambi i casi alla funzione sociale di assicurare, in concreto, il soddisfacimento di taluni bisogni della persona umana, che verrebbero, irrimediabilmente frustrati in mancanza dell’esazione dei crediti medesimi.

D’altronde, non minore parrebbe, in linea generale, il contrasto tra la pignorabilità integrale del reddito di cittadinanza e le esigenze protette dall’art. 31 Cost., in ragione del quale la Repubblica agevola i nuclei familiari con misure economiche e altre provvidenze, in particolare quando le famiglie siano “numerose”.  L’istituto di nuovo conio, ancorchè connotato da una “doppia anima” assistenziale e di politica del lavoro, parrebbe presidiare anche le esigenze in parola.

Ancor più pregnante sembrerebbe l’attrito tra lo strumento de quo e l’art. 38 della Cost., in virtù del quale ciascun lavoratore ha diritto a che siano preveduti e assicurati mezzi di vita adeguati alle esigenze di vita, pure nei casi di “disoccupazione involontaria”, nello stesso tempo agli inabili va garantito il diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Una distonia va forse registrata finanche tra l’impignorabilità del reddito e l’art. 30, comma 1, Cost., in forza del quale "È dovere e diritto dei genitori mantenere istruire ed educare i figli".

L’interrogativo investe, insomma, problemi oltremodo complessi, la cui spiegazione si presenta molto difficile e certamente meritevole di soluzioni che appaiono di competenza del legislatore. Trattasi, infatti, di fattispecie articolate, che, per la poliedricità che le connota, necessiterebbero di una regolamentazione diligente e accurata che, forse, va ben al di là finanche di quanto possa essere disposto con una sentenza della Corte costituzionale, anche di carattere additivo.

Pur tuttavia, qualora il legislatore abdicasse all’urgenza di provvedere, la via indefettibile sarebbe, con ogni probabilità, proprio quella dell’eccezione di incostituzionalità dell’art. 545 c.p.c., nella parte in cui – cozzando con l’art. 3 Cost., oltre che con le altre norme viste in rassegna – non prevede che l’impignorabilità dei crediti in esso menzionati si estenda anche alle somme erogate a titolo di reddito di cittadinanza.

 

[1] In tema v. Rausei, Reddito di cittadinanza. Contrasto alla povertà e politica del lavoro. D.L. n. 4/2019 (Legge n. 26/2019), 1 s.

[2] Occore un ISEE al di sotto di € 9.360 ed inoltre: un patrimonio immobiliare diverso dalla casa di abitazione, in Italia e all’estero, non superiore a € 30.000; un patrimonio mobiliare, come definito a fini ISEE, non superiore a una soglia di € 6.000, accresciuta di € 2.000 per ogni componente il nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di € 10.000, incrementato di ulteriori € 1.000 per ogni figlio successivo al secondo. Questi massimali di patrimonio mobiliare sono ulteriormente incrementati di € 5.000 per ogni componente disabile e di € 7.500 per ogni componente disabile grave o non autosufficiente. Per quanto riguarda il reddito familiare, lo stesso non deve superare la soglia di € 6.000 annui, moltiplicata per il parametro della scala di equivalenza in relazione alla composizione del nucleo familiare, prevista dall’art. 1, comma 4, d.l. n. 4 del 2019. La soglia è innalzata a € 9.360 in caso di abitazione in affitto, anch’essa moltiplicata il parametro prestabilito della c.d. “scala di equivalenza”. Inoltre, nessun componente del nucleo familiare deve essere intestatario di veicoli immatricolati nei sei mesi precedenti la richiesta, ovvero di autoveicoli di cilindrata superiore a 1.600 cc o di moto di cilindrata superiore a 250 cc, immatricolati nei 2 anni precedenti. Sono esclusi i veicoli per i quali è prevista una agevolazione fiscale per persone disabili. Infine, nessun componente deve essere intestatario a qualunque titolo o avente piena disponibilità di navi e imbarcazioni da diporto.

[3] È stato pubblicato sulla G.U. 26 giugno 2019, n. 148 il Decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali che stabilisce le modalità di utilizzo della Carta attraverso la quale è erogato il Reddito di cittadinanza, con particolare riferimento agli acquisti “vietati”.

[4] In alternativa, occorre la titolarità del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente o del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo.

[5] Sull’evoluzione della nozione di reddito di cittadinanza v. Durante, Il reddito di cittadinanza: verso un nuovo modello di protezione sociale?, in Riv. giur. Lavoro, 2006, II, 411; Zoppoli, Reddito di cittadinanza, inclusione sociale e lavoro di qualità: profili giuridico-istituzionali, in Dir. lavoro Marche, 2007, 1, 7.

[6]In tema di pignoramento presso terzi del trattamento pensionistico, nell'ipotesi in cui il debitore percepisca più pensioni, i relativi importi devono essere sommati al fine di determinare la soglia oltre la quale risultano pignorabili, entro i limiti di un quinto, ex art. 545 c.p.c.: v. Trib. Benevento, 20 febbraio 2017, n. 283, in Ilprocessocivile.it 13 APRILE 2017 (nota di: Giordano).  

[7] Posto che per il 2019 l’assegno sociale è parti a € 458,00, il pignoramento della pensione potrà riguardare solo l’eccedenza rispetto ad € 687,00, ovvero la misura dell’assegno maggiorata del 50%.

[8] Tatangelo, Questioni attuali in tema di espropriazione presso terzi, con specifico riferimento all’espropriazione dei crediti della pubblica amministrazione, in Rivista dell’esecuzione forata, 2003, 445; Tota, Sub art. 545, in Commentario del codice di procedura civile, diretto da Comoglio, Consolo, Sassani, Vaccarella, VI, Torino, 2013, 779.

[9] Cass. 26 febbraio 2016, n. 3738, in Diritto e giustizia, 26 febbraio 2016, in motivazione.

[10]Su questi aspetti v. Cazzola, Il reddito di cittadinanza, in  Lavoro nella Giur., 2019, 5, 446.

[11] Cfr. Valente, I diritti dei disoccupati, 2019, 38.

[12] “Crediti alimentari” sono, secondo un avviso dottrinale, non solo quelli indicati come tali per specifica diisposizione di legge, ma anche quelli che siano che hanno causa negoziale: v. Travi, Espropriazione presso terzi, 960; Contra v. Corsaro, Bozzi, Manuale dell’’esecuzione forzata, III ed., Milano, 1996, 274.

[13] I crediti in questione sono destinati a soddisfare situazioni di bisogno più intense di quelle semplicemente alibentari di cui al primo comma dell’art. 545 c.p.c.: v. Bucolo, Il processo esecutivo ordinario, Padova, 1994, 673; Soldi, Manuale dell’esecuzione forzata, Milano, 2016, 976.

[14] Per un’ampia elencazioni di ipotesi di impignorabilità previste da leggi speciali v. Bove, Dell’espropriazioni presso terzi, in Bove, Capponi, Martinetto, Sassani, L’espropriazioni ferzata, Torino, 1988, 330 cc.

[15] Zanzucchi, Diritto processuale civile,V Edizione, a cura di Vocino, Milano, 1964, 44.

[16] Cass. 12 febbraio 2019, n. 3981, in Guida al diritto 2019, 28, 65,  ha affermato il seguente principio di diritto: “Il divieto di pignorabilità dei fondi destinati al pagamento degli emolumenti di qualsiasi tipo dovuti al personale del Ministero della Giustizia ai sensi dell’art. 1 ter d.l. 16 settembre 2008, n. 143, conv. con modific. In l. 13 novembre 2008, n. 181, pur comprendendo gli oneri accessori contributivi e fiscali dovuti in relazione al singolo compenso dovuto a ciascun lavoratore, così come la quota del predetto compenso da versare direttamente allo Stato (o ad altri eventuali enti impositori) quale sostituto di imposta, non si estende ai fondi destinati al pagamento dell'IRAP, che non costituisce emolumento dovuto al personale amministrato nè costituisce un accessorio degli emolumenti dovuti ai singoli lavoratori”.

[17] Cass. 8 ottobre 1996, n. 8789, in Foro it. 1997, I,1908..

[18] Prosperetti, Ripensiamo lo Stato sociale, 2019, 126.