Opposizioni esecutive ex art. 615 cod. proc. civ. e litispendenza: osservazioni, a primissima lettura, a Corte cass., sez. III, 17 ottobre 2019, n. 26285

Nella nota si analizzano le conclusioni a cui è approdata Corte cass. sez. III, 17 ottobre 2019, 26285, con riferimento all’ambito di operatività dell’istituto della litispendenza nel campo delle opposizioni esecutive di cui all’art. 615 cod. proc. civ. ed alla ripartizione del potere di adottare provvedimenti di carattere sospensivo ai sensi degli articoli 615, comma 1, 623 e 624 cod. proc. civ.. 

 Sommario:

1) La fattispecie
2) La configurabilità della litispendenza
3) Brevi considerazioni sulla ripartizione del potere di adottare provvedimenti di carattere sospensivo ai sensi degli articoli 615, comma 1, 623 e 624 cod. proc. civ. 

 

1) La fattispecie

Con la recentissima pronunzia n. 26285 del 17 ottobre 2019, la terza sezione della Corte di cassazione ha affrontato molteplici problematiche in materia di opposizioni esecutive e di sospensione ex artt. 615, 623 e 624 cod. proc. civ.

Ragioni di contenimento dell’indagine impongono allo scrivente di concentrarsi solo su alcune di esse. Per tale motivo, nel presente commento – che è a primissima lettura e sfornito di un apparato bibliografico per ampiezza adeguato alla importanza delle tematiche trattate nella sentenza –  ci si limiterà ad evidenziare le conclusioni a cui è approdato il giudice di legittimità con riferimento all’ambito di operatività dell’istituto della litispendenza nel campo delle opposizioni esecutive di cui all’art. 615 cod. proc. civ. ed alla ripartizione del potere di adottare provvedimenti di carattere sospensivo ai sensi degli articoli 615, comma 1, 623 e 624 cod. proc. civ.

Effettuata questa premessa, può immediatamente osservarsi come la pronunzia sia stata resa ai sensi dell’art. 363, comma 3, cod. proc. civ.

La Corte, invero, dopo aver verificato l’inammissibilità per tardività dell’impugnazione proposta, ha ritenuto, alla luce della particolare rilevanza delle problematiche dedotte, di dover fornire alcune direttive interpretative nella materia de qua; direttive, va detto, che involgono profili di carattere tanto teorico quanto pratico.

Il caso da cui scaturisce la sentenza in esame può, rapidamente, essere riassunto nei termini che seguono.

Una società otteneva, nei confronti di un condominio, un'ordinanza di ingiunzione ex art. 186 ter cod. proc. civ. per il pagamento di fatture inevase.

Titolo esecutivo e precetto venivano notificati contestualmente, e a detta notifica seguiva un pagamento parziale da parte del condominio. Per il residuo la società agiva, quindi, in via esecutiva con la notifica di un atto di pignoramento presso terzi.

A questo punto, deducendo di avere integralmente pagato la somma di cui era debitore, il condominio proponeva, innanzi al Tribunale, opposizione a precetto, a mente dell’art. 615, comma 1, cod. proc. civ.

La società, costituitasi in giudizio, eccepiva che, essendo stato avviato il procedimento esecutivo con la notifica dell'atto di pignoramento, l'opposizione avrebbe dovuto essere proposta non ai sensi del primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ., ma in forza del secondo comma della richiamata norma, e quindi con ricorso al giudice dell'esecuzione.

Tale eccezione veniva contrastata dal condominio, il quale deduceva che la notificazione dell'atto di pignoramento si era perfezionata nei suoi confronti, ai sensi dell'art. 140 cod. proc. civ., successivamente alla notifica dell’opposizione a precetto.

Il Tribunale rigettava le eccezioni preliminari della società creditrice e disponeva la sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo.

Nei confronti di questo provvedimento veniva proposto reclamo dalla società sotto il profilo dell'abnormità di un provvedimento reso da un giudice privo di potere. Il reclamo veniva, però, rigettato.

Una volta ricevuta la notifica dell'atto di pignoramento presso terzi, il condominio promuoveva anche una opposizione all'esecuzione ai sensi dell'art. 615, comma 2, cod. proc. civ. sempre dinanzi al medesimo Tribunale.

Preso atto del provvedimento di sospensione (dell’efficacia del titolo esecutivo) reso dal giudice dell'opposizione a precetto, il giudice dell'esecuzione sospendeva l’esecuzione a mente dell'art. 624 cod. proc. civ. ed assegnava, altresì, alle parti un termine per l'introduzione del giudizio di merito; giudizio che veniva avviato dalla società creditrice dinanzi al giudice di pace, al quale, sul presupposto della mancata estinzione, da parte del condominio, del proprio debito, veniva chiesto di dichiarare l'inesistenza o comunque la nullità del provvedimento di sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo adottato ex art. art. 615, comma 1, cod. proc. civ., e di revocare il provvedimento di sospensione dell'esecuzione reso dal giudice dell’esecuzione. Le domande venivano, però, respinte.

La società proponeva, quindi, appello dinanzi al tribunale, il quale riformava la sentenza dichiarando la litispendenza tra il processo sfociato nella pronunzia impugnata ed il processo in cui era stata pronunciata la sentenza che aveva definito l’opposizione proposta ai sensi del primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ.

A sostegno della dichiarazione di litispendenza, il tribunale affermava che il primo di tali processi – incardinato successivamente all'altro – aveva quale oggetto la medesima opposizione all'esecuzione introdotta con il secondo.

Avverso tale decisione, la società proponeva ricorso per cassazione. Ricorso che, dopo essere stato convertito in istanza di regolamento necessario di competenza (atteso che “l'art. 42 cod. proc. civ. non distingue fra sentenza di primo o di secondo grado e configura il regolamento necessario di competenza come l'unico mezzo d'impugnazione esperibile avverso qualsiasi pronuncia sulla sola competenza”), veniva dichiarato, con la pronunzia in commento, inammissibile per tardività essendo stato notificato oltre il termine di trenta giorni – di cui all’art. 47, comma 2, cod. proc. civ. – decorrente dalla effettuata comunicazione, da parte della cancelleria, della pronunzia sulla litispendenza.

 

2) La configurabilità della litispendenza

Nonostante l’accertata e dichiarata inammissibilità del ricorso, il collegio, come già anticipato, ha ritenuto che la questione dedotta in giudizio – concernente “il rapporto fra l'opposizione a precetto (o, più genericamente, pre-esecutiva), proposta a norma del primo comma dell'art. 615 cod. proc. civ., e l'opposizione all'esecuzione, avanzata ai sensi del secondo comma del medesimo articolo” – fosse di particolare importanza e che, pertanto, dovesse essere comunque enunciato, nell'interesse della legge, il principio di diritto che avrebbe dovuto orientare il giudice di merito.

Scelta, questa, che veniva giustificata alla luce della limitata produzione giurisprudenziale caratterizzante negli ultimi anni la materia de qua.

La Cassazione muove ricordando che, secondo la giurisprudenza di legittimità fino ad oggi formatasi, “sussiste litispendenza, e non continenza, né connessione, tra l'opposizione a precetto e l'opposizione all'esecuzione successivamente proposta avverso il medesimo titolo esecutivo, quando le due azioni sono fondate su fatti costitutivi identici, concernenti l'inesistenza del diritto di procedere all'esecuzione forzata”.

La Corte, dunque, si chiede “se tale principio possa essere mantenuto fermo anche a seguito delle modifiche legislative che, a cavallo fra il 2005 e il 2016, hanno interessato gli artt. 615 ss. cod. proc. civ..

Non essendo, in questa sede, ovviamente necessario, stante la finalità del presente lavoro, ripercorrere detta evoluzione normativa e le ragioni della stessa, si può immediatamente entrare in medias res ed affrontare la questione della identicità o meno degli elementi oggettivi delle due opposizioni.

Sottolineato che “la litispendenza è un rapporto tra due o più cause che consente di individuare il giudice competente in base al criterio della prevenzione, qualora tra esse vi sia identità di causa petendi e di petitum ed esse pendano fra le stesse parti”, il giudice di legittimità avvia la propria indagine interrogandosi, innanzitutto, sull’intima essenza del petitum che caratterizza le due opposizioni. Non prima, però, di sottolineare che “il mutato quadro normativo non contraddice, anzi rafforza, il tradizionale orientamento di questa Corte, secondo cui sussiste litispendenza fra l'opposizione al precetto, proposta prima che abbia avuto inizio l'esecuzione forzata, e quella proposta successivamente, per i medesimi motivi, innanzi al giudice dell'esecuzione”. Nella sentenza in commento, si evidenzia, invero, come, con la nuova formulazione dell'art. 616 cod. proc. civ. (secondo cui il giudice dell’esecuzione, anche quando la competenza appartiene allo stesso tribunale, assegna alle parti un termine per introdurre il giudizio di merito secondo le modalità previste in ragione della materia e del rito), sia venuta meno la competenza funzionale del giudice dell'esecuzione – originariamente riconosciuta da detta norma – ad istruire e decidere nel merito la causa di opposizione rientrante nella competenza del tribunale.

Caduto anche l’ostacolo relativo alla lettera della precedente versione dell’art. 616 cod. proc. civ. – che comunque, va detto, non aveva impedito la formazione di quella giurisprudenza che riconosceva la configurabilità di una ipotesi di litispendenza nella materia de qua –, la tematica da scandagliare è, allora, quella che attiene alla concepibilità di una coincidenza tra il petitum dell’opposizione pre-esecutiva (per intenderci: quella di cui al primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ.) ed il petitum dell’opposizione all’esecuzione già iniziata (quella di cui al secondo comma dell’art. 615 cod. proc. civ.).

Tale coincidenza – osserva la Corte individuando il giusto metodo di analisi – va verificata guardando al petitum mediato delle opposizioni esecutive de quibus, e dunque al “bene della vita al cui ottenimento tendono, in fin dei conti, le due domande”.

La strada non è del tutto nuova essendo già stata praticata dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione con la recentissima pronunzia n. 19889 del 23 luglio 2019[1].

In questa pronunzia, la cui presenza in parte facilita il compito di enucleazione del petitum mediato svolto nella sentenza oggi in commento, il massimo organo di legittimità è approdato alle seguenti conclusioni:

- l’oggetto dell’opposizione pre-esecutiva non è l'impugnazione del titolo esecutivo;

- l’opposizione pre-esecutiva mira a contestare il diritto del creditore ad agire in via esecutiva sulla base del precetto intimato;

- con l'opposizione – tanto quella pre-esecutiva, quanto quella all’esecuzione già iniziata – non si può veicolare alcuna contestazione riguardante i fatti anteriori alla formazione o alla definitività del titolo esecutivo di derivazione giudiziale, atteso che dette contestazioni sono deducibili esclusivamente con i mezzi di impugnazione previsti dall'ordinamento contro detto titolo; e neanche i fatti posteriori alla definitività del titolo esecutivo o alla maturazione delle preclusioni per farli valere all’interno del giudizio da cui sfocia detto titolo integrano un'impugnazione del titolo, costituendo elementi di cui quest’ultimo non ha legittimamente potuto tener conto;

- nel caso di opposizione a precetto su titolo stragiudiziale, non è poi configurabile, se non in via descrittiva o atecnica, una impugnazione del contratto o del negozio;

- in sede di opposizione pre-esecutiva non si contesta, dunque, il diritto in sé come consacrato nel titolo, ma soltanto il diritto del creditore ad agire in via esecutiva per il soddisfacimento delle ragioni riconosciutegli. E tale conclusione risulterebbe confermata anche dalla previsione introdotta (dal D.L. 27 giugno 2015, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 6 agosto 2015, n. 132) nel primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ., ai sensi della quale, "se il diritto della parte istante è contestato solo parzialmente, il giudice procede alla sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo esclusivamente in relazione alla parte contestata". Disposizione, questa, che apre, dunque, alla possibilità di una sospensione parziale del titolo, ma ciò – precisano le Sezioni Unite – “pur sempre…in relazione ad un diritto, che non può essere altro che quello di procedere esecutivamente”.

Ora, anche alla luce delle autorevoli considerazioni formulate dalle Sezioni Unite, è evidente – e ben lo sottolinea la pronunzia in commento – che, “se l'esito vittorioso per l'opponente si risolve nel riconoscimento dell'inesistenza del diritto del creditore di agire esecutivamente, e quindi dell'illegittimità della esecuzione minacciata con l'atto di precetto,…tale valutazione di illegittimità non può non riguardare – a maggior ragione – l'esecuzione forzata in concreto intrapresa nelle more del giudizio”. Il che sta a significare che “il petitum dell'opposizione pre-esecutiva…coincide con quello dell'opposizione all'esecuzione già iniziata, in quanto in entrambi i casi la domanda principale è volta ad accertare l'insussistenza, in tutto o in parte, del diritto del creditore a procedere esecutivamente”. E non deve ingannare l’eventuale diversità delle formule definitorie tradizionalmente utilizzate in caso di accoglimento delle due opposizioni. Detta possibile diversità è figlia, invero, del momento in cui possono essere promossi tali rimedi. Mentre l’opposizione a precetto è, infatti, volta a contrastare un diritto ad agire in executivis ancora solo preannunciato, invece l’opposizione all’esecuzione costituisce strumento attivabile in caso di concreta attuazione di tale diritto.

Una diversità (non di petitum ma) di ampiezza della tutela è riscontrabile con riferimento ai differenti poteri sospensivi attribuiti rispettivamente dall’art. 615, comma 1, cod. proc. civ. e dall’art. 624 cod. proc. civ.

Sul punto, di estrema chiarezza e fondate anch’esse sulla collocazione temporale dei due strumenti oppositivi risultano le considerazioni contenute nella sentenza qui in commento.

Ed invero – osserva il collegio –, mentre “la sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo protegge il patrimonio del debitore dagli effetti vincolanti del pignoramento, qualora venga pronunciata prima della sua esecuzione, e - in ogni caso - inibisce qualsiasi futura azione esecutiva che il creditore possa intraprendere…in forza di quel titolo”, invece “la sospensione dell'esecuzione concerne solo il processo esecutivo in relazione alla quale è pronunciata e produce gli effetti di cui all'art. 626 cod. proc. civ., cioè impedisce che siano compiuti altri atti esecutivi, salvo diversa disposizione del giudice dell'esecuzione, ma non priva di efficacia gli atti già compiuti e, in particolare, non libera i beni staggiti dal vincolo del pignoramento, né impedisce al creditore di intraprendere altre azioni esecutive su differenti cespiti del patrimonio del debitore. Nella sostanza, la sospensione ex art. 624 cod. proc. civ. non priva di efficacia conservativa o prenotativa l'atto di pignoramento, mentre la sospensione disposta ai sensi dell'art. 615, primo comma, cod. proc. civ. inibisce proprio la verificazione di tali effetti, in relazione al titolo esecutivo sospeso, con protezione estesa all'intero patrimonio dell'opponente”.

Sottolineato, allora, “che la tutela cautelare che è possibile ottenere ai sensi dell'art. 615, primo comma, cod. proc. civ. è più ampia di quella che potrà essere resa mediante sospensione pronunciata ai sensi dell'art. 624 cod. proc. civ.” e conclusa, con esito positivo, la verifica circa la concepibilità di una coincidenza tra il petitum dell’opposizione pre-esecutiva ed il petitum dell’opposizione all’esecuzione già iniziata, la Corte si interroga sulla possibile identicità della causa petendi nelle due opposizioni esecutive.

Qui, come è ovvio, la risposta è scontata, tenuto conto che la verifica non può che essere effettuata, di volta in volta ed in concreto, alla luce dei motivi dedotti dall’opponente.

In buona sostanza, vi potrà, potenzialmente, essere coincidenza tra le ragioni poste a base dell’opposizione pre-esecutiva e quelle dedotte con l’opposizione all’esecuzione. Essendo entrambe volte a contestare il diritto del creditore ad agire in via esecutiva, la causa petendi risulta, invero, “sovrapponibile”. Il che vuol dire che, “con le due opposizioni…, si potranno dedurre i fatti estintivi o modificativi del credito verificatisi dopo la formazione del titolo esecutivo, se questo è di formazione giudiziale”, e che, “nel caso di titoli esecutivi stragiudiziali…, i motivi dell'opposizione potranno investire l'intero rapporto sottostante”.

Questa soluzione – che si ricava con una certa facilità guardando all’intima essenza dei due strumenti oppositivi e che risulta confermata anche dalla lettera dell’art. 615, comma 2, cod. proc. civ., che, nel delimitare l’ambito di operatività dell’opposizione all’esecuzione già iniziata, indica, quale oggetto di quest’ultima, “l’opposizione di cui al comma precedente” (e, quindi, quella pre-esecutiva) – non vale, però, come osserva correttamente la Corte, per quella particolare forma di opposizione all’esecuzione che riguarda la pignorabilità dei beni; opposizione, questa, che, come è ovvio, “deve essere introdotta necessariamente con ricorso al giudice dell'esecuzione, così come espressamente previsto dall'art. 615, secondo comma, cod. proc. civ.”, potendo l’impignorabilità essere fatta valere solo dopo l’inizio dell’azione esecutiva e l’individuazione dei beni da sottoporre ad espropriazione. Da ciò l’inconcepibilità di una litispendenza tra tale ipotesi di opposizione all’esecuzione e l’eventuale opposizione a precetto avanzata precedentemente.

Fin qui il quadro è, dunque, chiaro e conferma pienamente la tesi “secondo cui sussiste litispendenza fra l'opposizione pre-esecutiva ex art. 615, primo comma, cod. proc. civ. e quella all'esecuzione proposta ai sensi del secondo comma del medesimo articolo, quando le ragioni ad esse sottese sono le medesime[2].

Se sotto il profilo teorico questa conclusione appare di grande rilevanza, lo stesso forse non può dirsi sotto il profilo pratico.

Deve, invero, considerarsi che il fenomeno della litispendenza postula che due giudizi ritenuti identici pendano dinanzi ad uffici giudiziari diversi (art. 39 cod. proc. civ.), e che, come osserva la Corte, “l'eventualità che l'opposizione a precetto (pre-esecutiva) e quella all'esecuzione pendano innanzi a due uffici giudiziari diversi può aversi in ipotesi alquanto ristrette”. Sarà, dunque, più frequente, in presenza di opposizioni con identità di petitum e di causa petendi, che venga disposta una riunione ex art. 273 cod. proc. civ.

In questo quadro, suscita qualche dubbio l’affermazione, contenuta a pagina 24 della sentenza in commento, relativa alla possibile operatività dell’istituto della sospensione ex art. 295 cod. proc. civ.

Osserva, al riguardo, la Corte: “In conclusione, qualora l'identità di petitum e di causa petendi non diano luogo alla possibilità di dichiarare la litispendenza fra l'opposizione a precetto e l'opposizione all'esecuzione, per essere entrambe le cause pendenti innanzi al medesimo ufficio, delle stesse ne va disposta la riunione, ai sensi dell'art. 273 cod. proc. civ.; se ciò non è possibile per ragioni d'ordine processuale, la seconda causa deve essere sospesa ai sensi dell'art. 295 cod. proc. civ.”.

Il dubbio è generato da quest’ultimo passaggio; passaggio che viene riproposto anche nel principio di diritto enunciato nell’interesse della legge nelle pagine 25-26 e qui di seguito riportato: “Sussiste litispendenza fra l'opposizione a precetto e l'opposizione all'esecuzione successivamente proposta avverso il medesimo titolo esecutivo, quando le due azioni sono fondate su fatti costitutivi identici, concernenti l'inesistenza del diritto di procedere all'esecuzione forzata, e sempreché le cause pendano innanzi a giudici diversi. Invece, nell'ipotesi – più probabile – in cui le due opposizioni, riassunta la seconda nel merito, risultino pendenti innanzi al medesimo ufficio giudiziario, delle stesse se ne dovrà disporre la riunione, ai sensi dell'art. 273 cod. proc. civ.; ovvero, qualora ciò non sia possibile per impedimenti di carattere processuale, bisognerà sospendere pregiudizialmente la seconda causa, ai sensi dell'art. 295 cod. proc. civ.”.

Sembrerebbe, invero, che la Corte apra alla possibilità di una sospensione per pregiudizialità (ex art. 295 cod. proc. civ.) della seconda causa anche quando questa sia identica alla prima.

Ora, vero è che Corte cass., sez. I, 16 novembre 1994, n. 9645 (a cui hanno aderito, tra le altre, Corte cass., sez. lav., 16 giugno 2000, n. 8214, e Corte cass., sez. I, 14 novembre 2003, n. 17190) – non ritenendo possibile dichiarare la litispendenza tra due cause pendenti tra le medesime parti ma in gradi diversi di giudizio[3] – ha affermato l’utilizzabilità, in questa ipotesi, dell’istituto della sospensione ex art. 295 cod. proc. civ.[4].

È altresì vero, però, che tale orientamento – che prospetta la possibilità dell’adozione di un provvedimento sospensivo ex art. 295 cod. proc. civ. in presenza di cause identiche – è stato sottoposto a critica e superato dalle Sezioni Unite con la pronunzia n. 27846 del 12 dicembre 2013[5], e poi da Corte cass., sez. VI, ord. 18 giugno 2018, n. 15981[6] e Corte cass., sez. VI, 31 luglio 2017, n. 19056[7].    

Ad ogni modo, la tesi della utilizzabilità, nell’ipotesi de qua, dell’istituto della sospensione ex art. 295 cod. proc. civ. non convince, non potendo ontologicamente concepirsi una vera e propria pregiudizialità tra cause identiche. E di ciò, peraltro, sembra essere consapevole la stessa Corte nella pronunzia in commento se si considera quanto affermato, sempre a pagina 24, con riferimento alla configurabilità della litispendenza anche tra giudizi pendenti in gradi diversi. Il giudice di legittimità, invero, dopo aver osservato che “la litispendenza…può essere dichiarata anche quando le due cause, identiche per petitum e per causa petendi, pendano innanzi a giudici diversi, poiché la controversia iniziata precedentemente è stata già decisa in primo grado”, giustifica tale conclusione evidenziando che “in tal caso non è possibile la sospensione del processo instaurato per secondo, ai sensi dell'art. 295 cod. proc. civ. o dell'art. 337, secondo comma, cod. proc. civ., a ciò ostando l'identità delle domande formulate nei due diversi giudizi”.

E che il sentiero che conduce alla sospensione ex art. 295 cod. proc. civ. non sia praticabile in caso di identità dei giudizi, ma solo in caso di vera e propria connessione degli stessi per pregiudizialità[8], è riconosciuto ed affermato chiaramente dalla stessa Corte nelle pagine 19-20, in cui è possibile leggere che: “gli istituti della litispendenza e della continenza operano soltanto fra cause pendenti dinanzi a uffici giudiziari diversi, secondo quanto reso evidente dal dato testuale dell'art. 39 cod. proc. civ. Pertanto, se le cause identiche o connesse pendono dinanzi al medesimo ufficio giudiziario, trovano applicazione – piuttosto – gli artt. 273 e 274 cod. proc. civ., che consentono e prescrivono la riunione; ovvero, quando ragioni di ordine processuale impediscano la riunione ed una causa sia pregiudiziale rispetto all'altra o sia già giunta a sentenza, gli istituti della sospensione, di cui agli artt. 295 e 337 cod. proc. civ.”.

In questo passaggio, dunque, la Corte – in perfetta adesione anche a quanto già affermato da Corte cass., sez. VI, ord. 23 settembre 2013, n. 21761 – lega l’operatività, nella materia de qua, dell’istituto della sospensione di cui all’art. 295 cod. proc. civ. alla configurabilità di una ipotesi di connessione per pregiudizialità.

  

3) Brevi considerazioni sulla ripartizione del potere di adottare provvedimenti di carattere sospensivo ai sensi degli articoli 615, comma 1, 623 e 624 cod. proc. civ.     

 Giunti a questo punto si possono formulare alcune osservazioni in merito alla ripartizione del potere di adottare i provvedimenti di carattere sospensivo ex artt. 615, comma 1, 623 e 624 cod. proc. civ.[9] così come prospettata nella pronunzia in commento.

La Corte, sul punto, esordisce ponendo in evidenza le differenze che intercorrono tra il provvedimento sospensivo pronunciato in sede di opposizione pre-esecutiva (sospensione esterna) e quello adottato dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 624 cod. proc. civ. (sospensione interna). Con il primo, osserva il Collegio, “viene privato di efficacia esecutiva il titolo indicato nell'atto di precetto, che diviene inidoneo a sorreggere qualsiasi azione espropriativa che il creditore intenda porre in essere in base a quella intimazione”; “sull'altro versante si pone, invece, la "sospensione interna" disposta dal giudice dell'esecuzione ai sensi dell'art. 624 cod. proc. civ., che non incide sul titolo esecutivo, ma sul singolo processo espropriativo nel cui àmbito essa è pronunciata. La differenza è evidente: mentre la "sospensione esterna" inibisce in radice l'azione esecutiva, gli effetti della "sospensione interna" sono invece che "nessun atto esecutivo può essere compiuto, salvo diversa disposizione del giudice dell'esecuzione" (art. 626 cod. proc. civ.). Dunque, nel caso di sospensione interna gli atti esecutivi già posti in essere conservano la loro efficacia, i beni staggiti restano indisponibili e il vincolo nascente dal pignoramento continua ad essere opponibile anche ai terzi. Il singolo processo esecutivo entra in una fase di stallo, ma il creditore può intraprendere altre azioni espropriative su beni differenti”.

Detto ciò, la Corte chiarisce che l’eventuale antecedente esecuzione del pignoramento non priva il giudice dell’opposizione a precetto del potere di adottare – quale giudice innanzi al quale è impugnato il titolo esecutivo, e quindi ai sensi dell’art. 623 cod. proc. civ. – un provvedimento di sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo avente anche i medesimi “effetti sospensivi del processo esecutivo previsti dall’art. 626 cod. proc. civ.[10].

Opinare diversamente – osserva la Corte – significherebbe restringere l’ambito di tutela del debitore, il quale, una volta iniziata l’esecuzione, potrebbe ottenere esclusivamente “la sospensione della sola procedura esecutiva in corso, e non più un'inibitoria generale ad iniziare (e proseguire) azioni esecutive sull'intero suo patrimonio sulla base del titolo esecutivo e del precetto che sono stati opposti e concretamente azionati dal preteso creditore”. E ciò, osserva il collegio, senza che il legislatore preveda una limitazione del genere.

La soluzione può essere condivisa, anche se – a dire il vero – solo una lettura non rigida dell’art. 623 cod. proc. civ. consente di ritenere che il giudice dell’opposizione a precetto possa rientrare nel genus dei giudici davanti ai quali sono “impugnabili” i titoli esecutivi[11] (non costituendo, a stretto rigore, l’opposizione pre-esecutiva un mezzo di impugnazione[12]); giudici, questi ultimi, a cui il predetto art. 623 concede il potere di sospendere l’esecuzione forzata già avviata.

Dunque, l’inizio dell’azione esecutiva non costituisce condizione ostativa all’esercizio del potere sospensivo proprio del giudice dell’opposizione pre-esecutiva. È chiaro, però, che se il provvedimento sospensivo adottato in sede di opposizione a precetto intervenisse dopo l’avvio dell’esecuzione, gli atti esecutivi già compiuti non sarebbero travolti; così come accadrebbe, invece, qualora la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo esecutivo precedesse l’attuazione del pignoramento o, più in generale, l’inizio dell’esecuzione[13].

A questo punto, sul presupposto che “il provvedimento di sospensione disposto ex art. 615, primo comma, cod. proc. civ. comprende in sé anche gli effetti della sospensione che il giudice dell'esecuzione potrebbe pronunciare ex art. 624 cod. proc. civ.”, la Corte compie un ulteriore passo in avanti affermando che: “l'opponente che abbia già richiesto la sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo al giudice dell'opposizione pre-esecutiva, non può rivolgersi per le medesime ragioni anche al giudice dell'esecuzione. Egli, infatti, indirizzando la propria istanza al giudice dell'opposizione a precetto, ha oramai consumato il proprio potere processuale, in ossequio del principio "electa una via, non datur recursus ad alteram", che costituisce espressione dell'esigenza interna al sistema processuale di scongiurare tutte le ipotesi che possano dar luogo alla pronuncia di provvedimenti contrastanti. D'altronde, anche i principi del "giusto processo" e della "ragionevole durata", di cui all'art. 111, comma 1 e 2, Cost., impongono che siano preferite le soluzioni interpretative che, secondo un criterio di economia processuale, evitino il compimento di attività processuali duplicate e potenzialmente foriere di generare contrasti interni al medesimo processo”.

La soluzione[14] – di grande interesse ed improntata anche al soddisfacimento di esigenze di semplificazione – si scontra, però, con i referenti normativi.

Di una siffatta forma di consumazione del potere di chiedere provvedimenti sospensivi non c’è, invero, traccia nelle norme di riferimento. E poco praticabile appare il sentiero della interpretazione adeguatrice, non essendo di palmare evidenza che, nella materia de qua, una duplice (ma non identica, ed avente due destinatari diversi) richiesta di effusione di potere sospensivo conculchi, in modo intollerabile, i principi del "giusto processo" e della sua "ragionevole durata".

Ad ogni modo, nel quadro delineato nella pronunzia in commento, in caso di proposizione di opposizioni identiche, il giudice dell’esecuzione potrà provvedere sull’eventuale istanza di sospensione contenuta nel ricorso ex art. 615, comma 2, cod. proc. civ. solo se una richiesta di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo non sia stata già avanzata dinanzi al giudice adito per primo ai sensi dell'art. 615, comma 1, cod. proc. civ.

La parola passa, adesso, ai giudici dell’esecuzione.

Non resta, allora, che aspettare con curiosità per comprendere quale sarà, nel quotidiano delle aule di giustizia, il reale impatto della pronunzia qui commentata.

 

[1] Commentata da M. Farina in La natura cautelare “sui generis” del provvedimento che concede o nega la sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo giustifica il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., in www.judicium.it.

[2] In dottrina, cfr. M. Cirulli, Le opposizioni nel processo esecutivo, Milano, 2018, 200.

[3] Per il superamento di questa tesi, cfr., in dottrina, C. Mandrioli – A. Carratta, Diritto processuale civile, I, Nozioni introduttive e disposizioni generali, Torino, 2015, 328, nel testo e nella nota n. 168.

[4] In tale pronunzia si legge che non può “essere dichiarata la litispendenza fra due cause, pendenti fra le stesse parti, ma in gradi diversi di giudizio, ricorrendo in tal caso l'ipotesi di sospensione del processo ex art. 295 cod. proc. civ.”

[5] Ai fini che qui rilevano, questi i passaggi più significativi della pronunzia: “…occorre rilevare che il diverso orientamento - qui non condiviso e di cui si dirà - risolve il problema della coesistenza di due cause aventi ad oggetto la medesima domanda pendenti in gradi diversi facendo ricorso all'istituto della sospensione necessaria, di cui all'art. 295 cod. proc. civ. Già questa applicazione della sospensione necessaria prestava il fianco a critiche - puntualmente esplicitate dalla prevalente dottrina - rilevandosi la non configurabilità, sul piano logico, del rapporto di pregiudizialità logico-giuridica, presupposto dall'art. 295 cod. proc. civ., tra controversie pendenti dinnanzi a giudici diversi, laddove si predichi invece la identità di quelle cause. (...) Si può quindi affermare che l'identità delle domande proposte in due giudizi diversi impone al giudice successivamente adito la pronuncia, anche d'ufficio, della litispendenza e la cancellazione della causa dal ruolo, ma non consente la sospensione del giudizio successivamente instaurato in attesa della definizione del primo, ove questo sia pendente in appello o in sede di legittimità, ovvero ancora quando siano pendenti i termini per la proposizione della impugnazione. Invero, il rapporto tra le due cause, in quanto identiche, non può giammai operare sul piano della pregiudizialità logico-giuridica. Si potrebbe ipotizzare che la sospensione della causa successivamente proposta allorquando per la medesima causa è pendente altra controversia in grado di appello risponda alla necessità di verificare che il giudizio preventivamente instaurato si concluda con una decisione di merito, consentendosi, quindi, la riattivazione del processo sospeso allorquando quello precedentemente instaurato si concluda con decisione in rito, divenuta definitiva. Ma si tratta, all'evidenza, di una torsione dell'istituto che né la lettera dell'art. 39, comma 1, cod. proc. civ., né ragioni di ordine sistematico possono giustificare, desumendosi, sia dal tenore testuale della richiamata disposizione, sia dalle finalità cui l'istituto è preordinato, una indicazione nel senso della obbligatoria cancellazione dal ruolo, previa dichiarazione di litispendenza, della causa successivamente proposta, ancorché quella precedentemente instaurata sia pendente in grado di appello o in cassazione”.

[6] Osserva il collegio: «la sospensione necessaria implica un rapporto di pregiudizialità - dipendenza tra "cause distinte", che nella specie è inconfigurabile: la sospensione è stata, infatti, disposta dal Tribunale…in relazione a "cause identiche" per l'oggetto (quanto al titolo, petitum e soggetti)…unica differenza essendo il grado di giudizio nel quale ciascuna causa pendeva. Orbene il provvedimento di sospensione è illegittimo, tanto in considerazione dalla mancanza di un nesso di subordinazione logico-giuridica tra identici accertamenti dello stesso diritto, sia in quanto l'artificioso mantenimento della pendenza in stato di quiescenza della "medesima causa" non è rispondente alla esigenza, prefigurata dal Legislatore con la modifica dell'art. 39, comma 1, cod. proc. civ., disposta dall’art. 45, comma 3, della L. n. 169 del 2009, secondo cui la esigenza di evitare una inutile duplicità di giudizi, con conseguente rischio che lo stesso rapporto sia regolato da statuti confliggenti, e le esigenze di speditezza e di economia processuale, impongono la eliminazione del giudizio successivamente proposto (criterio di prevenzione) essendo obbligato il Giudice "in qualsiasi stato e grado del giudizio, anche d'ufficio" a dichiarare con ordinanza "la litispendenza e disporre la cancellazione della causa dal ruolo"».

[7] Secondo cui: “l'identità delle cause preclude la sospensione del processo più recente ai sensi dell'art. 295, o dell'art. 337 cod. proc. civ.”.

[8]…nel caso della sospensione propria sono pendenti di fronte a giudici diversi due controversie, con due diversi oggetti. (…) La sospensione quindi presuppone…che vi sia un rapporto di pregiudizialità-dipendenza tra due situazioni sostanziali”: così F. P. Luiso, Diritto processuale civile, II, Il processo di cognizione, Milano, 2019, 237 e 239.

[9] Sul tema, in dottrina, cfr., per tutti, B. Capponi, Cautele interinali contro l’esecuzione forzata, in www.judicium.it, e D. Longo, Contributo allo studio della sospensione nel processo esecutivo, I, Pacini Editore, 2018.

[10] Questo il principio di diritto enunciato dal giudice di legittimità: "Il giudice dell'opposizione a precetto (c.d. opposizione pre-esecutiva) cui sia stato chiesto di disporre la sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo ai sensi dell'art. 615, primo comma, cod. proc. civ. (così come modificato dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35), non perde il potere di provvedere sull'istanza per effetto dell'attuazione del pignoramento o, comunque, dell'avvio dell'azione esecutiva, sicché l'ordinanza sospensiva da questi successivamente pronunciata determinerà ab esterno la sospensione ex artt. 623 e 626 cod. proc. civ. di tutte le procedure esecutive nel frattempo instaurate".

[11] Che la sospensione disposta dal giudice dell’opposizione pre-esecutiva rientri tra quelle previste dall’art. 623 è espressamente riconosciuto da A. Auletta, Sospensione ed estinzione del processo esecutivo, in www.scuolamagistratura.it, 2016, 4. Sulla lettera ed il significato dell’art. 623 cod. proc. civ., cfr. B. Capponi, Manuale di diritto dell’esecuzione civile, Torino, 2017, 486 ss.; F. Russo, La sospensione del processo esecutivo, Aracne editrice, Roma, 2012, 141 ss.    

[12]L'opposizione proposta ai sensi dell'art. 615, primo comma, cod. proc. civ. non integra, in senso tecnico, un'impugnazione del titolo posto a base del precetto. Essa, piuttosto, è volta a contestare - al pari dell'opposizione all'esecuzione già iniziata - il diritto del creditore ad agire in executivis”: così a pag. 13 della sentenza in commento in adesione a quanto già affermato da Corte cass., sez. un., 23 luglio 2019, n. 19889, cit.

[13] "Il pignoramento eseguito dopo che il giudice dell'opposizione a precetto ha disposto la sospensione dell'esecutività del titolo è radicalmente nullo e tale invalidità deve essere rilevata, anche d'ufficio, dal giudice dell'esecuzione": questo, sul punto, il principio di diritto formulato.

[14] Soluzione a cui viene dedicato il seguente principio di diritto: "Qualora siano contemporaneamente pendenti l'opposizione a precetto (art. 615, primo comma, cod. proc. civ.) e l'opposizione all'esecuzione già iniziata (art. 615, secondo comma, cod. proc. civ.) sulla base di quello stesso precetto, i due giudici hanno una competenza mutuamente esclusiva quanto all'adozione dei provvedimenti sospensivi di rispettiva competenza, nel senso che, sebbene l'opponente possa in astratto rivolgersi all'uno o all'altro giudice, una volta presentata l'istanza innanzi a quello con il potere "maggiore" (il giudice dell'opposizione a precetto), egli consuma interamente il suo potere processuale e, pertanto, non potrà più adire al medesimo fine il giudice dell'esecuzione, neppure se l'altro non sia ancora pronunciato".