Profili civilistici dell'usura

Riflessioni tra giurisprudenza ordinaria e orientamenti ABF
Profili civilistici dell'usura

(*): Le opinioni espresse sono e restano personali. Il testo, impiegato per la relazione al Convegno “Dialoghi sul sistema bancario”, Roma, 8 novembre 2019, mantiene il carattere colloquiale dell’intervento. 

SOMMARIO:

1. L’usura sopravvenuta
2. Gli interessi moratori
3. Profili comparatistici

      

  1. L’usura sopravvenuta

Quella dell'usura è una tematica ciclica perché viene all’attenzione di società civile e giuristi soprattutto in momenti di crisi economica, di tassi degli interessi decrescenti, altro essendo il significato e il riflesso economico del c.d. “tasso soglia” in momenti di inflazione, altro in contesti di “tassi pavimento”, segnatamente con riguardo a contratti che siano stati conclusi in tempi antecedenti rispetto a questi. Ed è problema “millenario”. Esiste infatti da quando esiste il mondo degli affari, usura derivando da usus e quindi essendo collegata non alle cosiddette immoderate usure (agli interessi particolarmente elevati) quanto proprio alla liceità della pattuizione di interessi corrispettivi, di un “costo” (o frutto) del denaro dato a prestito, in una ottica completamente rovesciata rispetto a quella della fiaba di Pinocchio. E’ affascinante e controverso anche (e soprattutto) nell'ambito della letteratura economica, nella misura in cui alla tesi di Bentham (devoluzione del costo del denaro alla concorrenza) si contrappone quella di Adam Smith (che ritiene socialmente utile la limitazione legislativa dell’interesse sul denaro prestato). Resta, in ogni caso, fermo che il tasso dell'interesse non può essere uguale per tutti perché incorpora una informazione significativa che è quella relativa al livello di rischio del sovvenuto. Quanto maggiore è questo, tanto maggiore sarà il costo del denaro e dunque il tasso dell'interesse richiesto, venendo in gioco la valutazione del merito di credito di cui il tasso d'interesse è il più precipuo indicatore.

In questa cornice di ordine generale, le questioni relative all’usura sopravvenuta e alla rilevanza degli interessi di mora rappresentano, fin dalla entrata in vigore della l. n. 108/1996, i principali (e più controversi) insiemi disciplinari rilevanti in punto di effetti civilistici della fattispecie.

Le norme, è appena il caso di ricordarlo, dispongono che “chiunque... si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito…” etc. (art. 644 c. p., co. 1); “la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari”, con la sola variante (infra dimidium) che “sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità…quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria” (co. 3). La determinazione del limite (“tasso soglia”) è rimessa al Ministro dell’economia, sentita la Banca d’Italia, il quale “rileva trimestralmente il tasso effettivo globale medio, comprensivo di commissioni, di remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, riferito ad anno, degli interessi praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari” (art. 2 l. 108/1996). Sul fronte civilistico, se “sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi” (art. 1815, co. 2, c.c.).

Quanto all’usura sopravvenuta, mette conto sinteticamente ricordare le divaricate posizioni di dottrina e giurisprudenza in ordine alla rilevanza dello ius superveniens con riguardo a contratti originariamente conclusi a tassi non usurari, risolte dalla norma d’interpretazione autentica portata dalla l. n. 24/2001 con la testuale precisazione che “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815, comma 2, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito nel momento in cui sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal loro pagamento” e conseguente rilevanza, agli indicati fini, dell’usura c.d. genetica validata (quanto a sua conformità alla Carta fondamentale) dalla nota decisione di Corte cost., 25 febbraio 2002, n. 29. La partita, solo apparentemente chiusa, viene riaperta dalle due sentenze “gemelle” (nn. 602 e 603) pubblicate sotto la stessa data dell’11 gennaio 2013 con le quali la 1^ sez. della Corte suprema di cassazione opera una distinzione tra rapporti esauriti prima della legge anti usura e rapporti in corso (o, equivalentemente, tra usura originaria e sopravvenuta). Dispone che interessi superiori al tasso soglia trimestralmente rilevato (tanto corrispettivi quanto moratori) “vanno considerati usurari e dunque automaticamente sostituiti anche ai sensi degli artt. 1419, secondo comma, e 1339 c.c. […] in relazione ai diversi periodi dai tassi soglia”. Il Collegio di Napoli dell’Arbitro Bancario Finanziario, chiamato nel successivo aprile a pronunciarsi sulla sorte di un contratto di finanziamento a utilizzo flessibile il cui tasso effettivo globale medio (originariamente nei limiti legali) aveva nel corso del rapporto superato in alcuni trimestri il tasso soglia, muove dal riportato indirizzo della Cassazione. Precisa che la legge d’interpretazione autentica preclude rilievo all’usura sopravvenuta ai fini della declaratoria di nullità della clausola ex co. 2 sub art. 1815 c.c. ma non invece “in quello di garantire l’efficacia nel corso del rapporto degli interessi divenuti nel tempo usurari”. Lettura questa “coerente col rilievo che non viene, in siffatta guisa, in gioco un’inammissibile ipotesi di invalidità sopravvenuta del contratto o di una sua specifica clausola quanto piuttosto una vera e propria inopponibilità al cliente di tassi eccedentari rispetto alla norma imperativa, non potendo l’ordinamento ammettere il pagamento di interessi in misura superiore al tasso soglia trimestralmente rilevato”. Individua eloquenti indicatori della rilevanza dell’usura sopravvenuta ai fini indicati nelle stesse prescrizioni della Banca d’Italia (assunte in parte qua come integrative del percorso logico – argomentativo della giurisprudenza) che, con la Comunicazione del 20 aprile 2010 espressamente riscontrano, da un lato, “l’addebito alla clientela di interessi e altri oneri complessivamente superiori alla soglia di usura…senza che sia intervenuto un blocco automatico da parte delle procedure informatiche dell’intermediario”; dall’altro, prescrivono che “gli intermediari assicurino, tramite le competenti funzioni aziendali, che le procedure operative e i sistemi di controllo garantiscano il pieno rispetto della normativa civilistica e di quella in materia di usura”. Conclude perciò per la riconduzione degli interessi ai limiti del tasso soglia (decisione n. 1796/2013).

Seguono i “chiarimenti” della stessa Banca d’Italia in materia di applicazione della legge antiusura del 3 luglio 2013. In essi l’autorità di vigilanza distingue tra finanziamenti a utilizzo flessibile (o, equivalentemente, a tasso variabile), dove il costo del denaro è sensibile alle variazioni di mercato  per i quali “sono rilevati i Teg praticati nel trimestre per tutti i conti in essere, anche se si tratta di contratti stipulati in precedenza”, sui quali “la Banca d’Italia ha dato indicazione agli intermediari di condurre una verifica trimestrale sul rispetto delle soglie vigenti in ciascun periodo” e finanziamenti con piano d’ammortamento predefinito, dove il Teg viene rilevato solo con riguardo ai nuovi contratti e la verifica sul rispetto delle soglie compiuta contestualmente alla stipula dell’atto d’autonomia, cioè nel solo momento genetico dell’accordo. Pur nell’ovvia avvertenza che il giudizio concreto sull’usurarietà dei tassi compete, in piena autonomia, alla magistratura e all’Arbitro Bancario Finanziario, il riportato comunicato della Banca d’Italia sembra diversificare le operazioni creditizie con riguardo all’usura sopravvenuta in relazione alla predeterminazione o no del piano d’ammortamento. A fronte della (pre)determinazione per l’intera durata del rapporto del tasso dell’interesse corrispettivo (tasso fisso), non vi sarebbe infatti più perfetta simmetria tra i calcoli se questi fossero eseguiti in riferimento a tempi storici diversi. Proprio per questa ragione la Banca d’Italia rileva l’andamento trimestrale dei soli tassi variabili con riferimento a rapporti di finanziamento a utilizzo flessibile. In ogni caso, il Collegio di coordinamento ABF, organismo di nomofilachia dell’Arbitro Bancario Finanziario, muovendo dal presupposto che “non bisogna mai dimenticare che i tassi d’interesse presi in considerazione ai fini della disciplina dell’usura sono tassi nominali e non tassi reali, con la conseguenza che un giudizio di sproporzione non può prescindere dal considerare oltre all’ammontare dei tassi nominali anche il diverso potere di acquisto della somma mutuata rispetto a quella restituita”, argomenta che anche i finanziamenti a tasso fisso sono esposti alla possibilità di usura sopravvenuta. Ancorché in questi contratti il prenditore assume il rischio di tassi decrescenti e il prestatore assume il rischio di tassi crescenti, in uno scenario di forte calo dei tassi di mercato il principio di solidarietà contrattuale impone all’intermediario di rendere partecipe il cliente dei vantaggi economici conseguiti, disincentivandosi altrimenti “in modo drastico la stipulazione di finanziamenti poliennali a tasso fisso, mentre è noto che i finanziamenti a tasso fisso sono graditi a coloro che dispongono di un reddito fisso, ossia alle categorie sociali più ampie e bisognose di tutela, per l’ovvia ragione che per chi dispone di un reddito fisso, un incremento dei tassi su prestiti poliennali è rovinoso” (decisione n. 77/2014).

Sulla questione sembra di nuovo essere definitivamente calato il sipario (tanto con riferimento ai finanziamenti a tasso variabile quanto a quelli a tasso fisso) a seguito della nota decisione delle SS.UU. della Suprema Corte n. 24675/2017 che ha precluso di fatto ogni rilievo all’usura sopravvenuta. A essa si è adeguato l’Arbitro Bancario Finanziario, in riforma dei suoi pregressi orientamenti, considerando “singolare” (e perciò inammissibile) che questo organismo, tenuto a decidere “secondo diritto”, possa enunciare principi diversi e in contrasto con quelli attribuiti al giudice cui spetta il compito di assicurare “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge” (Collegio di coordinamento, decisione n. 7740/2018).  

 

  2. Gli interessi moratori.

Conviene muovere dalle motivazioni della Banca d’Italia in ordine alla loro esclusione dal calcolo del Teg, che sono tanto di ordine strutturale (“perché non sono dovuti dal momento dell’erogazione del credito, ma solo a seguito di un eventuale inadempimento da parte del cliente”) quanto di ordine funzionale[“essendo gli interessi moratori più alti” (di quelli corrispettivi) “se inclusi nel Teg medio potrebbero determinare un eccessivo innalzamento delle soglie, in danno della clientela”] (così nel comunicato del 3 luglio 2013, cit.). Considerazioni ineccepibili sotto il versante della disciplina delle obbligazioni pecuniarie, visto che gli interessi moratori non rappresentano il corrispettivo del costo del denaro ma solo l’anticipata quantificazione del danno da inadempimento. E’, a tale riguardo, appena il caso di ricordare che, a norma del secondo comma dell’art. 1224 c. c., “al creditore che dimostra di aver subìto un danno maggiore” (rispetto a quello ristorato dagli interessi legali a far tempo dalla costituzione in mora del debitore) “spetta l’ulteriore risarcimento”, il quale “non è dovuto se è stata convenuta la misura degli interessi moratori” (corsivo mio). Realizzando perciò la determinazione convenzionale degli interessi moratori una liquidazione preventiva e forfettaria del danno risarcibile, la relativa clausola contrattuale potrà essere assimilata a una penale di diritto privato (art. 1382 c. c.), in quanto tale soggetta a equa riduzione da parte del giudice nel caso in cui il relativo ammontare risulti manifestamente eccessivo (art. 1384 c. c.), anche d’ufficio. La conseguenza è la sottrazione degli interessi moratori alla sfera di applicazione dell’art. 1815, co. 2, c. c., con il correttivo dell’estensione del rimedio previsto dall’art. 1344 c. c. (negozio in frode alla legge) ai casi (residuali) in cui vengano previsti in capo al mutuatario termini di adempimento talmente ravvicinati da decretarne, di fatto, l’irreversibile suo inadempimento per effetto di clausole contrattuali che, sotto le mentite spoglie degli interessi moratori, simulano in realtà veri e propri interessi corrispettivi destinati a regolare (non la patologia ma) la fisiologia dello scambio e, per questa via, a violare la disciplina anti usura. Sul piano letterale, conforta l’esclusione degli interessi moratori dal calcolo del Teg l’inciso della norma penale che lega il “dare o promettere” interessi o altri vantaggi usurari al “corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità”.

La questione assume rinnovato interesse dopo che Cass., 9 gennaio 2013, n. 350 stabilisce la rilevanza dell’interesse moratorio a fini anti usura in quanto (testualmente) “si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori”, richiamando Corte cost. n. 29/2002, cit., nella parte in cui l’inciso “a qualunque titolo convenuti” renderebbe plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto, fatto proprio dal giudice di legittimità, “secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori”.

Mette conto peraltro osservare come questo unico argomento sia apparso dubbio,  frutto quasi di uno strabismo interpretativo applicato alla decisione del giudice delle leggi, visto che nella riportata sentenza, il riferimento agli interessi moratori rappresenta un mero obiter dictum, risultando – ai fini del decidere – per la stessa Corte costituzionale “ininfluente” in quanto il credito oggetto del giudizio era comprensivo “anche di interessi corrispettivi, pur essi eccedenti il tasso soglia, rispetto ai quali la rilevanza della questione è assolutamente pacifica”. Quanto invece all’inciso “a qualunque titolo” che compare nella legge di interpretazione autentica, giova soggiungere che esso ben può essere riferito alla fonte convenzionale dell’interesse (e perciò inteso a sanzionare qualunque modalità di pattuizione di interessi corrispettivi contra legem) piuttosto che a ricomprendere nell’ambito applicativo interessi aventi funzioni manifestamente diverse rispetto alla fisiologia del rapporto.

Rimessa (con riferimento a estemporanei ricorsi che facevano discendere l’usurarietà del finanziamento dalla sommatoria degli interessi moratori a quelli corrispettivi) la questione al Collegio di coordinamento dell’Arbitro Bancario, questi si fa pregiudizialmente carico della teoria dell’unitarietà degli interessi, rigettandola. Osserva in proposito, con magistrale chiarezza, che “si tratta di tesi incompleta perché muove dalla sola analisi della causa giustificatrice astrattamente considerata e trascura di considerare che gli interessi corrispettivi sono stabiliti in dipendenza di un equilibrio concordato che determina anche i termini temporali in cui lo spostamento di disponibilità di una somma di denaro da un soggetto all’altro abbia effetto. Al contrario, gli interessi moratori compensano il creditore per la perdita di disponibilità di somme di denaro che esso non ha accettato, ma che solo subisce per effetto del ritardo del pagamento che gli è dovuto e per un periodo di tempo non prevedibile. Il fatto che la misura degli interessi moratori possa essere pre concordata tra le parti non incide sulla differenza rilevata perché pre liquidare l’ammontare del danno non muta la natura del debito risarcitorio”. Conclude, nel merito, che gli interessi moratori, qualificabili in guisa di penali di diritto privato, soggiacciono al vaglio di “manifesta eccessività” ex art. 1384 c. c. potendo condurre, in ipotesi di accertamento positivo, alla loro riduzione (eccezion fatta, ovviamente, per il caso in cui la stipulazione sia manifestamente tesa ad aggirare la disciplina imperativa anti usura) nel caso di contratti (quale quello oggetto di controversia) con i non consumatori (decisione n. 1875/2014).

Segue, con riferimento a contratti di finanziamento stipulati da parte di un sovvenuto che riveste la qualifica di consumatore, la decisione n. 3412/2014 che, nella sua impostazione sistematica, conferma che “il carattere di liquidazione preventiva e forfetaria del danno risarcibile in caso d’inadempimento di obbligazione pecuniaria conduce…all’assimilazione della convenzione relativa al tasso degli interessi moratori alla clausola penale”. Il combinato disposto degli artt. 33, co. 2 lett. f) e 36, co. 1, del codice del consumo (d. lgs. n. 206/2005) determina peraltro in casi della specie (clausole penali non negoziate tra le parti) la prevalenza della disciplina speciale su quella generale, con conseguente declaratoria di nullità della clausola vessatoria. E tuttavia, nella vicenda sottoposta al Collegio, l’accertamento dell’inesistenza della pregiudiziale condizione relativa alla manifesta eccessività della misura dell’interesse moratorio preclude l’esame degli effetti della nullità della clausola, con inevitabile nuova pronuncia dell’organismo di garanzia  dell’Arbitro Bancario, il quale rileva che, venuti meno gli interessi moratori determinati dalle parti in quanto manifestamente eccessivi, trova applicazione per il finanziatore (in speculare applicazione dell’art. 1224 c. c.) la possibilità di esigere dopo la mora il pagamento degli interessi moratori nella misura concordata per gli interessi corrispettivi. Ciò rinviene la propria causa sostanziale nella considerazione che il sacrificio imposto al creditore deluso non può essere riparato in misura inferiore a quella che lo stesso ha accettato per il periodo di fisiologica esecuzione del negozio creditorio. Il giudicante perviene a questo risultato dopo essersi diffusamente intrattenuto sui nessi tra interessi moratori, disciplina europea e giurisprudenza della Corte di giustizia, con specifico riferimento alla norma di cui all’art. 6, § 1, della direttiva 93/13/Ce la quale sanziona con la nullità le clausole abusive del contratto del consumatore, a condizione che il contratto possa continuare ad esistere dopo la loro eliminazione. Posto che, in assenza di meccanismi sostitutivi, l’accertamento della nullità della clausola determinerebbe (come peraltro insegna proprio l’iter legislativo della l. 108/96 quando, improvvidamente,  si pensò all’abrogazione del secondo comma dell’art. 1815 c. c.) civ.) l’immediata restituzione del capitale da parte del mutuatario, “esponendo così il consumatore ad una tutela che, in realtà, non lo protegge”, il Collegio si confronta con le alternative all’applicazione dell’art. 1224 c. c. nei termini sopra indicati, individuandole nel ricorso alla fattispecie sanzionatoria ex art. 1815, co. 2, c. c. per un verso; nella sostituzione degli interessi moratori con la misura degli interessi legali, per altro verso. Esclude entrambe le opzioni perché, in riferimento alla prima “si deve rilevare che l’applicazione del modello sanzionatorio di cui all’art. 1815, co. 2, comporterebbe il dar corso all’applicazione analogica di norma speciale e, più ancora, di norma speciale il cui presupposto è la commissione di un illecito penale”. Sulla seconda rileva che “l’applicazione di uno spezzone della norma suppletiva di cui all’art. 1224 c. c. comporterebbe una diversa, ma non meno grave scorrettezza ermeneutica, posto che è elementare che le norme si applicano nella loro interezza e non già selettivamente” (decisione n. 3955/2014).

La qualificazione degli interessi moratori in termini di penali di diritto privato dischiude alla giurisprudenza dei singoli Collegi la possibilità di sommare questi interessi alle ulteriori, omologhe penali di diritto privato spesso contemplate a fronte dell’inadempimento e, per questa via, accertata la nullità delle relative pattuizioni, di applicare il solo interesse corrispettivo nella misura contrattualmente prevista.

La questione è stata recentemente riproposta al Collegio di coordinamento, essendosi osservato dal Collegio remittente che, diversamente dal sistema ABF, nella giurisprudenza di legittimità prevale l’orientamento secondo cui neppure “gli interessi convenzionali di mora sfuggono alla regola generale secondo la quale, se pattuiti a un tasso eccedente quello stabilito dall’art. 2, comma 4, l. 7 marzo 1996, n. 108” (scilicet, al tasso soglia) “vanno qualificati ipso iure come usurari”. Tale indirizzo sarebbe stato di recente confermato (ancorché solo in guisa di obiter dictum) dalla ordinanza n. 27442/2018 della III^ sezione, la quale ha altresì chiarito che “il riscontro dell’usurarietà degli interessi convenzionali moratori va compiuto confrontando puramente e semplicemente il saggio degli interessi pattuito nel contratto col tasso soglia calcolato con riferimento a quel tipo di contratto, senza alcuna maggiorazione o incremento” e, quanto ai rimedi, precisato che se gli interessi di mora oltrepassano la soglia usuraria, non si applica l’art. 1815, co. 2, c. c. (relativo ai soli interessi corrispettivi), ma appare “ragionevole, in presenza di interessi convenzionali moratori usurari, di fronte alla nullità della clausola, attribuire secondo le norme generali al danneggiato gli interessi al tasso legale”.   

L’adìto garante della nomofilachia all’interno del sistema ABF ha preliminarmente rilevato che, non essendo stato il criterio che vuole gli interessi convenzionali di mora sottoposti alla disciplina anti usura ex l. n. 108/1996 validato dalle Sezioni Unite, è ben possibile – segnatamente nella giurisprudenza di merito – la sopravvivenza di orientamenti di segno diverso, per converso tesi a dare rilevanza alle sole prestazioni di natura corrispettiva legate alla fisiologica attuazione del programma negoziale, non ritenendosi di poter estendere l’ambito di applicazione della disciplina anti usura anche alle prestazioni riconducibili alla mora debendi  (così, ad es., già Trib. Roma, 12 dicembre 2014; Trib. Verona, 9 aprile 2014 e, più recentemente, Trib. Varese, 29 novembre 2016; Trib. Padova, 13 gennaio 2016).  Né, come si ricordava nelle decisioni nn. 8025 e 8048/2019 dello stesso Collegio, è difficile additare in questo momento storico (anche in prospettiva) posizioni e orientamenti divergenti tra diverse sezioni della Suprema corte. Significativa è inoltre apparsa la circostanza che una prima dottrina abbia invocato l’intervento delle Sezioni Unite a fronte della preclusione alla sommatoria degli interessi moratori a quelli corrispettivi a fini di superamento del tasso soglia (dichiarata dalla decisione n. 17447 del 29 giugno 2019 della stessa III^ sez. civile della Cassazione), che non troverebbe ragione di essere nella conclamata omogeneità dei tassi a fini anti usura.

Ha altresì rilevato che oltre a contrastare con le posizioni della Banca d’Italia in tema di determinazione e composizione del tasso soglia (v. Banca d’Italia, Chiarimenti in materia di applicazione della legge anti usura, 3 luglio 2013, cit.), l’apparato motivazionale delle decisioni della Corte Suprema ante ordinanza n. 27442/2018 è decisamente scarno e non in grado di radicare il ragionevole convincimento di orientamenti sul punto stabili o definitivi. Per contro, l’ordinanza in parola tratta della rilevanza dell’interesse moratorio ai fini indicati solo in via incidentale, attraverso obiter dictum. Ed è al riguardo nota la diffidenza di dottrina e giurisprudenza (anche risalenti) circa l’utilizzo improprio dei dicta, segnatamente laddove possano assurgere al diverso ruolo di ratio decidendi per il mutamento di indirizzi consolidati in sede ABF. Quella decisione peraltro, da un lato, di nuovo enfatizza sul piano letterale l’inciso contenuto nella norma di interpretazione autentica che qualifica usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti “a qualunque titolo”, dove la siffatta precisazione non assume, come si è visto, significato univoco; per altro verso, motiva le ragioni della rilevanza dell’interesse moratorio attraverso snodi argomentativi di carattere storico piuttosto che normativo in senso stretto. Oltre a essere stata, sotto entrambi i versanti, sottoposta a serrata critica dottrinaria per una certa qual fragilità degli argomenti addotti, si è – in particolare – rilevata una intrinseca contraddittorietà nella contestuale affermazione, per un verso, dell’assoggettamento degli interessi di mora al vaglio di usurarietà e, contemporaneamente, alla esclusione degli stessi alla sanzione specifica dell’art. 1815, co. 2, c. c., che per il giudicante si riferirebbe ai soli interessi corrispettivi. Ciò segnatamente a fronte del decisum reso dalle SS.UU. nella menzionata sentenza n. 24675/2017 sull’usura sopravvenuta la quale, nello stabilire che non esiste una nozione di interesse usurario al di fuori di quella penalistica, necessariamente comporta la estensione alla ricordata disposizione del codice civile di una nozione unitaria di interessi usurari definiti altrove, ossia proprio “nella norma penale integrata dal meccanismo previsto dalla l. 108”.

Rendendo le ragioni esposte per lo meno dubbia l’esistenza di orientamenti stabili e definitivi, alternativi a quelli già espressi dal Collegio di coordinamento, che una materia delicata e scivolosa quale quella dell’usura indubbiamente richiede, da un lato; apparendo contraddittoria l’adozione (a fronte della confermata natura di penale di diritto privato dell’interesse moratorio) di un criterio (insieme diverso dal secondo comma dell’art. 1815 c. c. e dall’art. 1224, cpv., c. c.) che faccia applicazione dell’interesse legale nel caso di nullità della disposizione contrattuale, dall’altro, il Collegio ha ritenuto di dovere sul punto confermare indirizzi e conclusioni precedentemente espressi (decisione n. 22746  del 10 ottobre 2019).

Una successiva sentenza della stessa terza sezione della cassazione civile (n. 26286 del 17 ottobre 2019), nella parte in cui espressamente riconosce che “la determinazione convenzionale dell’interesse (moratorio) integra gli estremi di una clausola penale in quanto costituisce una predeterminazione anticipata, presuntiva e forfettaria del danno risarcibile” essendo “chiaro che i presupposti per la percezione degli interessi moratori sono ben diversi da quelli degli interessi corrispettivi” e, soprattutto, la ancora più recente rimessione da parte della I^ sez. di questa controversa questione alle SS.UU. (ord. n. 26946/2019) confortano la bontà e la correttezza della decisione del Collegio di coordinamento.  

 

  3. Profili comparatistici.

Sui riflessi civilistici dell’usura è opportuno ricordare come negli Stati Uniti d'America, anche a dispetto della caratteristica liberal di quell'ordinamento, esistono limiti agli interessi eccessivi perché gli economisti statunitensi ritengono che non esistano riscontri empirici atti a confermare che soltanto dalla concorrenza si possano ottenere ottimali risultati economici. Nonostante periodiche sollecitazioni alla soppressione dei limiti (statali e federali) alla misura del tasso dell’interesse rilevante a fini anti usura motivate dalla ricorrente considerazione che, per il loro tramite, ampie categorie di soggetti rappresentative del maggior rischio creditizio vengono, di fatto, escluse dall’accesso al credito, la disciplina statunitense conosce fin dalla metà dell’ottocento del trascorso millennio una consolidata regolazione dell’interesse usurario tesa alla tutela della parte debole dei contratti di finanziamento, altrimenti costretta all’accordo in condizioni di svantaggio estremo. E tuttavia, diversamente dall’esperienza domestica, quella disciplina fa registrare continui aggiustamenti nel suo perimetro di applicazione tanto soggettivo quanto oggettivo a fini di effettività della tutela e di suo adeguamento alle mutate condizioni economiche del mercato. Premesso che l’accertamento della fattispecie viene subordinato alla ricorrenza di un contratto di finanziamento avente a oggetto l’erogazione di una somma di denaro con obbligo di restituzione (oltre che del capitale) di interessi eccedenti quelli predeterminati ex lege, l’originaria applicazione della stessa a prescindere dalla qualità soggettiva del sovvenuto sconta, fin da subito, una serie di eccezioni tanto relative alla dimensione e alla estensione territoriale del finanziatore quanto (e soprattutto) ai concreti bisogni di protezione del mutuatario. Sotto il primo versante, la must favorite lender doctrine consente a intermediari insediati in Stati diversi rispetto a quello del luogo di conclusione dell’accordo di poter fare applicazione del diverso (e maggiore) tasso dell’interesse consentito dallo Stato nel quale abbiano la propria sede principale (una sorta perciò di Delaware effect con portata ultrattiva); sotto il secondo, il progressivo impatto della c.d. corporate exemption doctrine, di matrice giurisprudenziale, consente di sottrarre alla disciplina anti usura le persone giuridiche (e, dunque, gli imprenditori collettivi) in ragione della impossibilità di prefigurare per queste una debolezza contrattuale omologa a quella che caratterizza le persone fisiche nei rapporti con l’impresa finanziaria. Ciò sulla scorta tanto del diverso potere negoziale, tendenzialmente paritario, quanto del beneficio della limitazione di responsabilità del quale godono i soci dell’ente personificato. La conseguente identificazione ante litteram di una sorta di “secondo contratto”, paradigmatico di “scambi senza accordo” al quale giustapporre in questa materia il dispiegarsi della piena autonomia negoziale, priva di stampelle legislative, nell’ambito dei contratti tra imprese ha determinato il dilagare del fenomeno della costituzione ad hoc di società da parte di individui che, altrimenti, non avrebbero potuto accedere a determinati tipi di finanziamento a causa dei divieti imposti dalle leggi anti usura e la necessità da parte delle corti di mitigare gli effetti della proliferazione di società fittizie, elaborando criteri ermeneutici tesi a individuare i casi nei quali to pierce the corporate veil. Il progressivo affinamento degli indirizzi giurisprudenziali ha condotto, a seconda delle circostanze, a privilegiare una scriminante di tipo soggettivo che affonda le radici nella valutazione dell’effettiva esperienza finanziaria del sovvenuto indipendentemente dalla sua qualificazione giuridica e dal filtro della fictio dell’attribuzione di una personalità virtuale (a ben vedere, simile per molti aspetti al corrispondente vaglio sulla natura dei contraenti in essere per la prestazione dei servizi d’investimento) o, all’incontro, di tipo oggettivo, basata sulle finalità della richiesta di finanziamento, con sottesa divaricazione tra gli scopi di tipo commerciale e professionale rispetto a quelli di consumo, che evoca la disciplina del contratto del consumatore e la sua qualificazione giuridica.

In ordine alle conseguenze civilistiche sottese alla violazione della disciplina anti usura (scilicet, al superamento del tasso soglia come determinato dalle legislazioni del singoli Stati), fermi gli ordinari rimedi di common law e (ove esistenti) di equity, i singoli statutes fanno registrare tecniche di tutela del sovvenuto divaricate e spesso giustapposte che vanno (usando il lessico domestico) dalla nullità della clausola contrattuale con conseguenti effetti restitutori degli interessi corrisposti alla inesigibilità degli interessi eccedentari il tasso soglia che, negli indicati termini, viene a sostituirsi automaticamente alla determinazione operata dalle parti. A livello federale, il National Bank Act prevede che, in ipotesi di accordo usurario, il lender non soltanto perda il diritto a ottenere gli interessi convenuti, ma che lo stesso debba corrispondere alla propria controparte, a titolo di sanzione, un importo pari al doppio degli interessi fino a quel momento ricevuti. 

Venendo, con uguale sintesi, alla disciplina in essere nei principali paesi europei, la Francia (del quale modello la l. n. 108/1996 è ampiamente mutuataria) è titolare di una configurazione tendenzialmente oggettiva della fattispecie usuraria (basata sulla determinazione di limiti legali agli interessi negoziabili) fin dalla l. 66 – 1010 del 28 dicembre 1966 (e successive modificazioni e integrazioni). Le relative disposizioni sono state significativamente trasfuse nel Code de la consommation del 1993 (artt. L313 – 3 segg.), a testimonianza del sotteso need of protection che le caratterizza per finalità di tutela della controparte dell’impresa finanziaria. E’ usurario il tasso effettivo globale (teg) che eccede, all’atto della stipula, di oltre un terzo il tasso effettivo medio praticato nel corso del trimestre precedente dalle banche per operazioni della stessa natura. Sconta la determinazione in forma scritta ed è composto (oltre che dagli interessi) da spese, commissioni o compensi di qualsiasi natura, compresi gli oneri corrisposti a intermediari che abbiano procacciato il finanziamento. I tassi effettivi medi sono determinati trimestralmente dalla Banca di Francia. Sul piano degli effetti tra le parti, la violazione del tasso soglia non determina la nullità del contratto (o della corrispondente sua clausola) sibbene la restituzione delle sole perceptions excessives rispetto alla soglia mediante detrazione del differenziale prima dagli interessi scaduti, poi dal capitale finanziato e con ovvia riconduzione degli interessi futuri al limite legale. Due importanti modifiche sopravvenute nel corso del nuovo millennio hanno peraltro circoscritto l’ambito applicativo della regolazione, di fatto omologandola alla descritta disciplina in essere sull’altra sponda dell’atlantico. La legge n. 721/2003 ha, da un lato, sottratto all’applicabilità delle descritte disposizioni le persone giuridiche che esercitano un’attività commerciale, industriale o finanziaria; quella, immediatamente successiva, n. 882/2005 ha esteso, dall’altro, la deroga agli imprenditori individuali. Residua, dal combinato disposto dei due insiemi normativi, la permanenza del divieto ai soli tassi applicati per gli scoperti di conto.

Gran Bretagna e Germania non conoscono un’apposita disciplina legislativa in materia di usura. Suppliscono, in Inghilterra, le disposizioni del consumer credit act  nella parte in cui disciplinano le relazioni scorrette (unfair relationship) con il consumatore, demandando al tribunale la valutazione della esistenza o no di condizioni contrattuali unfair in un giudizio caratterizzato dall’inversione dell’onere probatorio in capo al convenuto e da ampi poteri del giudice per la riconduzione del rapporto a equità. In Germania, il § 138 del BGB prevede la nullità di contratti contrari al buon costume, nei quali una parte approfitta dello stato di bisogno (o dell’inesperienza) dell’altra al fine di trarre vantaggi sproporzionati rispetto all’oggetto del contratto. La disposizione trova applicazione anche alle fattispecie usurarie nella ricorrenza dell’elemento oggettivo (squilibrio delle prestazioni a carico dei paciscenti, avuto riguardo ai tassi di mercato e al rischio di credito) e soggettivo (intenzionalità e consapevolezza dello sfruttamento dello stato di bisogno o dell’inesperienza). A testimonianza della particolare curvatura della regola giuridica nei confronti del consumatore (elemento comune alle esperienze descritte), il possesso di tale qualità determina la presunzione di sussistenza dell’elemento soggettivo, una volta che sia stato provato quello oggettivo.  

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