Sulla reclamabilità dei provvedimenti sospensivi ex art. 615, 1° comma, c.p.c

Nella nota si analizzano le conclusioni a cui è approdata Corte cass., sez. un., 23 luglio 2019, n. 19889, con riferimento al tema della reclamabilità o meno dei provvedimenti di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo resi, ai sensi dell’art. 615, 1° comma, cod. proc. civ., in sede di opposizione a precetto

Sommario:

1) Premessa
2) La soluzione offerta dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione 

 

1) Premessa

«Il provvedimento con il quale il giudice dell'opposizione all'esecuzione, proposta prima che questa sia iniziata ed ai sensi del primo comma dell'art. 615 cod. proc. civ., decide sull'istanza di sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo è impugnabile col rimedio del reclamo ai sensi dell'art. 669-terdecies cod. proc. civ. al Collegio del tribunale cui appartiene il giudice monocratico - o nel cui circondario ha sede il giudice di pace - che ha emesso il provvedimento».

Con queste parole, contenute nel principio di diritto enunciato, nell’interesse della legge (ex art. 363, 1° comma, c.p.c.), nella sentenza n. 19889 del 23 luglio 2019[1], le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno assunto una posizione chiara in merito alla reclamabilità dei provvedimenti sospensivi adottabili in sede di opposizione a precetto; problematica, questa, non ancora approdata, tanto in dottrina quanto in giurisprudenza, a soluzioni unanimemente condivise[2].

I dati normativi scandagliati dalla Suprema Corte e da prendere qui in considerazione sono ovviamente l’art. 615, 1° comma, c.p.c. e l’art. 624, 1° e 2° comma, c.p.c..

La prima disposizione stabilisce che: «Quando si contesta il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata e questa non è ancora iniziata, si può proporre opposizione al precetto con citazione davanti al giudice competente per materia o valore e per territorio a norma dell'articolo 27. Il giudice, concorrendo gravi motivi, sospende su istanza di parte l'efficacia esecutiva del titolo. Se il diritto della parte istante è contestato solo parzialmente, il giudice procede alla sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo esclusivamente in relazione alla parte contestata».

Il primo ed il secondo comma dell’art. 624 c.p.c. prevedono invece che: 1. «Se è proposta opposizione all’esecuzione a norma degli articoli 615 e 619, il giudice dell’esecuzione, concorrendo gravi motivi, sospende, su istanza di parte, il processo con cauzione o senza». 2. «Contro l’ordinanza che provvede sull’istanza di sospensione è ammesso reclamo ai sensi dell’articolo 669-terdecies. La disposizione di cui al periodo precedente si applica anche al provvedimento di cui all’articolo 512, secondo comma».

Analizzando le due norme, è evidente che, sotto il profilo letterale, il problema della reclamabilità o meno dei provvedimenti de quibus sorge in quanto: a) l’art. 615, 1° comma, c.p.c. – norma che, come evidenziato, attribuisce al giudice dell’opposizione a precetto il potere di sospendere l’efficacia esecutiva del titolo – nulla dice al riguardo; b) l’art. 624 c.p.c., nel delineare l’ambito di operatività dell’art. 669 terdecies c.p.c. nella materia de qua, sembrerebbe fare riferimento ai provvedimenti sospensivi resi dal giudice dell’esecuzione, e dunque ai provvedimenti sospensivi dell’esecuzione, e non a quelli sospensivi dell’efficacia esecutiva del titolo.

La Suprema Corte supera, però, questi possibili elementi ostativi all’esito di una riflessione fondata su un duplice iter logico-argomentativo, approdando così alla tesi della reclamabilità anche dei provvedimenti di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo.

 

2) La soluzione offerta dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione

  1. A) Il Giudice di legittimità muove riconoscendo che la formula adoperata dal legislatore nell’art. 615, 1° comma, c.p.c. “è analoga a quella delle inibitorie di provvedimenti giurisdizionali di cognizione impugnati fra gradi o fasi del relativo giudizio”.

Il riferimento della Corte è prevalentemente agli artt. 283, 1° comma[3], 649[4], 650, 1° e 2° comma[5], e 830, ultimo comma[6], c.p.c., ed all’art. 5, 1° comma, d. lgs. 1 settembre 2011, n. 150[7].

Queste norme, osserva la Corte, disciplinano, tuttavia, procedimenti inibitori che sfociano in provvedimenti non impugnabili. E, prosegue il Giudice di legittimità, la prevista non impugnabilità intercetta quell’“esigenza di accentuare la celerità dei procedimenti specificamente disciplinati nella loro definizione nel merito e di concentrare l'esame di tutti i correlati profili di opposizione in capo ad un unico giudice”; mentre, diversamente, “l'autonoma impugnabilità ostacolerebbe un ordinato sviluppo del processo e la riserva al merito della valutazione delle relative contestazioni”.

Detto ciò, la Corte sottolinea, però, che “nessuna norma espressa vieta l'impugnabilità dell'ordinanza di sospensione disciplinata dal primo comma dell'art. 615 cod. proc. civ.. In più – precisa il Giudice di legittimità –, “non è decisivo argomento che l'art. 624 cod. proc. civ. preveda quale oggetto del reclamo la sola ordinanza di sospensione resa dal giudice dell'esecuzione, ciò che ne escluderebbe appunto la riferibilità all'opposizione pre-esecutiva, in occasione della quale non vi è, per definizione, ancora alcun giudice dell'esecuzione”. Dovendosi, invero, dare un senso alle recenti modifiche intervenute sul testo dell’art. 624, all’indomani delle quali risulta espunto il riferimento alla sola opposizione all’esecuzione, appare possibile, ad avviso della Corte, estendere la disciplina contenuta in quest’ultima norma “anche all'ipotesi della sospensione pre-esecutiva, anch'essa disciplinata dall'art. 615, richiamato nella sua interezza”[8]; e ciò, sebbene l’art. 624 faccia esplicito riferimento al giudice dell’esecuzione e l’intero titolo VI del libro III si riferisca alla sospensione del processo esecutivo, e non anche alla sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo[9].

Infine, a supporto della tesi della reclamabilità dell’ordinanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo, la Corte pone in rilievo tanto “l'evidente irragionevolezza della discrasia tra l'irreclamabilità del provvedimento pre-esecutivo (ad effetto potenzialmente più dirompente rispetto a quello della sospensione del solo processo esecutivo, visto che il primo paralizzerebbe ogni futura esecuzione) e la reclamabilità di quello ad esecuzione iniziata”, quanto la possibilità di riconoscere l’esistenza di “una linea di tendenza del legislatore” volta a “sfruttare”, “quale rimedio generale avverso i provvedimenti che incidono sul processo di esecuzione nel senso di differirne l'ordinario corso”, lo strumento di cui all’art. 669 terdecies c.p.c. per le sue agili forme.

Fin qui la ricostruzione offerta dalla Corte appare chiara e lineare.

A fronte di interventi normativi dal contenuto ambiguo, il Giudice di legittimità, valorizzando una esigenza di euritmia sistematica, uniforma in via interpretativa le due discipline – quella dell’opposizione pre-esecutiva e quella dell’opposizione all’esecuzione – ritenendo utilizzabile lo strumento del reclamo anche per i provvedimenti sospensivi ex art. 615, 1° comma, c.p.c.

La soluzione – già prospettata anche da una parte della dottrina[10] – può essere condivisa o meno (chi scrive la condivide), ma si muove certamente all’interno dei canoni ermeneutici di riferimento, i quali hanno qui ampia libertà di azione stante l’assenza di una disposizione che preveda espressamente – come invece accade per altre menzionate inibitorie – la non impugnabilità del provvedimento di sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo.

  1. B) Approdato, attraverso argomenti di carattere letterale-positivo[11], alla soluzione della reclamabilità del provvedimento sospensivo ex 615, 1° comma, c.p.c., il Giudice di legittimità sente, però, l’esigenza di rafforzare la propria conclusione in ottica sistematica.

Secondo le Sezioni Unite, invero, “alla conclusione della reclamabilità si perviene, comunque, in base ad un'interpretazione complessiva e sistematica dell'istituto della sospensione pre-esecutiva, ad iniziare dalla negazione della sua assimilabilità alle inibitorie interpretate o definite come non impugnabili, per ricostruire la sua funzione quale cautelare in senso proprio, benché connotato dalla peculiarità dell'azione di cognizione cui accede e, quindi, sui generis”.

Ed è proprio qui che il sentiero seguito dalla Corte diventa scosceso.

L’idea della Corte è che la sospensione pre-esecutiva non sia assimilabile alle menzionate inibitorie non impugnabili, ma costituisca un vero e proprio provvedimento cautelare[12], “benché connotato dalla peculiarità dell'azione di cognizione cui accede e, quindi, sui generis”; un provvedimento, dunque, che, proprio in virtù della propria natura, sarebbe reclamabile con lo strumento di cui all’art. 669 terdecies c.p.c.[13].

Avventurandosi in un terreno accidentato, il Giudice di legittimità decide di puntellare tale tassello muovendo alla ricerca degli elementi che differenzierebbero l’inibitoria de qua dalle altre inibitorie e che giustificherebbero, quanto al regime dei gravami esperibili, una diversità di disciplina.

In quest’ottica, la Corte avvia la propria riflessione sottolineando che la tesi della non impugnabilità delle misure inibitorie quale portato “dell'intollerabilità di una tendenziale instabilità dei provvedimenti di sospensione dell'esecutività del titolo” non può trovare applicazione nella materia in esame, riferendosi detto argomento esclusivamente “a segmenti processuali o fasi incidentali di gradi o fasi di un pur sempre unitario processo di cognizione, in attesa ed in funzione della definitività dell'accertamento già consacrato nel titolo giudiziale provvisoriamente esecutivo”. Nell’ambito dell’opposizione pre-esecutiva, osserva la Corte, il terreno su cui muoversi è, invece, diverso, in quanto oggetto di detta opposizione non è l’impugnazione del titolo, ma “la contestazione del diritto ad agire in via esecutiva”. Il che – evidenzia ancora il Giudice di legittimità – è comprovato dal fatto che: i) “nel caso di titolo esecutivo giudiziale…con l'opposizione (al pari di quella all'esecuzione già iniziata sulla base di quello) non si può giammai addurre alcuna contestazione su fatti anteriori alla sua formazione o alla sua definitività, poiché quelle avrebbero dovuto dedursi esclusivamente coi mezzi di impugnazione previsti dall'ordinamento contro di quello…, mentre quelle per fatti posteriori alla definitività o alla maturazione delle preclusioni per farli in quella sede valere non integrano, a stretto rigore, un'impugnazione del titolo, ma appunto l'articolazione di fatti di cui quello non ha legittimamente potuto tener conto e per la cui omessa considerazione non potrebbe mai considerarsi inficiato: ed in entrambi i casi non può tecnicamente impugnarsi un titolo per un vizio non suo proprio”; ii) “nel caso di opposizione a precetto su titolo stragiudiziale…a stretto rigore non si impugna, se non in via descrittiva o atecnica, il contratto o il negozio o il provvedimento cui – in casi ben definiti – l'ordinamento riconosce quell'efficacia esecutiva prima di un accertamento giudiziale ed anzi a prescindere da quello per esigenze di correntezza dei rapporti, visto che si attiva appunto un'ordinaria azione per sovvertire l'apparenza dell'esecutività del titolo a favore di chi vi appare come creditore (e solo come domanda accessoria potendo ammettersi quella sul merito della pretesa ivi consacrata) e scongiurare che quest'ultimo possa agire in via esecutiva in base a quello specifico titolo”.

Per tali ragioni – stante, appunto, la peculiarità dell’ambito dello scrutinio riservato al giudice dell’opposizione a precetto –, non vi sarebbe “identità di funzione o di natura tra le misure inibitorie del titolo esecutivo in sede di sua impugnazione (o di opposizione al titolo costituito da un decreto ingiuntivo o altro paragiudiziale) e la misura in esame, che si situa a valle dell'emanazione del titolo stesso e, non potendo in via principale riguardare intrinseche ragioni di illegittimità di quello, a monte dell'incombente processo esecutivo”. Il che, precisa la Corte, determina l’impraticabilità di sentieri ermeneutici volti ad affermare possibili analogie tra la misura sospensiva ex art. 615, 1° comma, c.p.c. e le inibitorie che accedono alle impugnazioni del titolo giudiziale o alle opposizioni a decreto ingiuntivo; misura, quella ex art. 615, 1° comma, c.p.c., che peraltro – osserva la Corte nel chiarire che l’ampiezza dell’effetto inibitorio ad essa relativo va misurata guardando alla portata del motivo posto a base dell’accoglimento dell’istanza di sospensione[14] –  “è limitata alle ragioni dell'opposizione al precetto”, e non impedisce quindi l’eventuale reiterazione – ove ovviamente la ragione di contestazione già positivamente vagliata in sede di concessione del provvedimento inibitorio lo consenta – di un (nuovo) precetto “che elimini le ragioni di illegittimità eventualmente già delibate”.

In questo quadro, “la sospensione anteriore al pignoramento mira ad anticipare l'effetto finale proprio dell'azione di cognizione cui accede quale misura interinale, cioè la declaratoria di inesistenza (anche per fatti sopravvenuti o anche solo parziale) di tale diritto di agire in executivis”.

Da tutto ciò discenderebbe “la natura cautelare sui generis – in relazione cioè alla natura ed alla struttura dell'azione peculiare cui accede – del provvedimento in esame[15], nell'ambito del microsistema o sottosistema del rito processuale dell'esecuzione civile, caratterizzato dalla puntuale previsione di suoi propri presupposti e snodi procedimentali”. Un microsistema, quello delle opposizioni, la cui specialità: a) consente anche al giudice di pace di rendere – sebbene cautelari – misure sospensive; b) è compatibile e quindi integrabile con lo strumento del reclamo cautelare di cui all’art. 669 terdecies c.p.c., ma non con altri istituti propri del procedimento cautelare uniforme. Incompatibilità, quella relativa alle altre disposizioni che governano il rito cautelare, che, sotto il profilo generale, sarebbe determinata dalla sussistenza di una compiuta regolamentazione, da parte delle disposizioni speciali, dell’istituto della sospensione, mentre, quanto, più specificamente, alla revoca ed alla modifica, discenderebbe dalla “indeducibilità di motivi nuovi nelle opposizioni stesse”.

La appena delineata ricostruzione delle Sezioni Unite suscita qualche dubbio.

Innanzitutto, le individuate differenze tra le inibitorie devono ineluttabilmente fare i conti con un dato incontestabile: tanto con riferimento alle inibitorie in sede di impugnazione quanto con riferimento all’inibitoria di cui all’art. 615, 1° comma, c.p.c., il legislatore, utilizzando parole pressoché identiche, disegna, indistintamente, “sospensioni che operano direttamente sul titolo, che viene decapitato in quanto provvedimento esecutivo”[16]. Se così è, allora, l’idea di procedere e di ammettere la reclamabilità delle misure ex art. 615, 1° comma, c.p.c. in un’ottica sistematica e sul presupposto della sussistenza di un vero e proprio “microsistema” costellato di norme speciali avrebbe, forse, dovuto essere supportata da un più ampio esame avente ad oggetto tutte le implicazioni derivanti da una siffatta opzione interpretativa.

La Corte osserva che, all’interno di detto microsistema, la sospensione pre-esecutiva – avente natura cautelare (sebbene “sui generis”) – risulta “compiutamente regolata”.

A ben guardare, però, di tale compiuta regolamentazione – che determinerebbe l’inapplicabilità, ad eccezione dell’art. 669 terdecies c.p.c., delle norme del processo cautelare uniforme – non viene data approfondita dimostrazione nella sentenza.

Così come non vengono indicate quali sarebbero le disposizioni “speciali” ostative all’applicabilità dell’art. 669 decies c.p.c., e dunque alla possibilità di revocare/modificare il provvedimento (cautelare) reso ai sensi dell’art. 615, 1° comma, c.p.c.[17]. Sul punto le Sezioni Unite si limitano, invero, ad osservare che l’utilizzabilità degli istituti della revoca e modifica sarebbe impedita dalla “indeducibilità di motivi nuovi nelle opposizioni stesse”. Al di là della questione terminologica (nelle domande di revoca/modifica non si deducono, infatti, “motivi nuovi” – “motivi nuovi” che potrebbero, tutt’al più, fondare una riproposizione dell’istanza di sospensione eventualmente rigettata –, ma mutamenti delle circostanze o fatti anteriori di cui si è acquisita conoscenza successivamente all’adozione del provvedimento), la conclusione a cui approda la Corte non è condivisibile, non sussistendo ontologiche ragioni che obbligano a ritenere che la misura sospensiva concessa ex art. 615, 1° comma, c.p.c. nasca sclerotizzata ed impermeabile alle sopravvenienze[18].

 

 

[1] Commentata da B. Capponi, Per le Sezioni Unite la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo, pronunciata dal giudice dell’opposizione a precetto, è reclamabile …perché così pensano le Sezioni Unite, in www.judicium.it, e da M. Farina, La natura cautelare “sui generis” del provvedimento che concede o nega la sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo giustifica il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., in www.judicium.it.

[2] Sul panorama dottrinale e giurisprudenziale, cfr. Capponi, Manuale di diritto dell’esecuzione civile, Torino, 2017, 494 ss.; Longo, Contributo allo studio della sospensione nel processo esecutivo, I, Pacini Editore, 2018, 600 ss.

[3] Questo il testo della disposizione: “Il giudice dell'appello, su istanza di parte, proposta con l'impugnazione principale o con quella incidentale, quando sussistono gravi e fondati motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti, sospende in tutto o in parte l'efficacia esecutiva o l'esecuzione della sentenza impugnata, con o senza cauzione”.

[4] Secondo cui: “Il giudice istruttore, su istanza dell'opponente, quando ricorrono gravi motivi, può, con ordinanza non impugnabile, sospendere l'esecuzione provvisoria del decreto concessa a norma dell'art. 642”.

[5] Secondo cui: “L'intimato può fare opposizione anche dopo scaduto il termine fissato nel decreto, se prova di non averne avuta tempestiva conoscenza per irregolarità della notificazione o per caso fortuito o forza maggiore”; “In questo caso l'esecutorietà può essere sospesa a norma dell'articolo precedente”.

[6] La norma così recita: “Su istanza di parte anche successiva alla proposizione dell'impugnazione, la corte d'appello può sospendere con ordinanza l'efficacia del lodo, quando ricorrono gravi motivi”.

[7] Questo il testo della disposizione: “Nei casi in cui il presente decreto prevede la sospensione dell'efficacia esecutiva del provvedimento impugnato il giudice vi provvede, se richiesto e sentite le parti, con ordinanza non impugnabile, quando ricorrono gravi e circostanziate ragioni esplicitamente indicate nella motivazione”.

[8] Sostanzialmente nello stesso senso, tra altre, Trib. Treviso, 20 febbraio 2018, secondo cui: “Il provvedimento di sospensione (o di rigetto dell'istanza di sospensione) adottato ai sensi dell'art. 615, 1° comma, c.p.c. ha evidente natura cautelare, di tal ché avverso detto provvedimento deve considerarsi proponibile il reclamo di cui all'art. 669 terdecies c.p.c.. Peraltro, tale soluzione è conforme alla volontà del legislatore, che, mentre dapprima aveva introdotto nell'art. 624 c.p.c. la previsione del reclamo per la sola ipotesi di cui all'art. 615, comma 2, c.p.c. (opposizione all'esecuzione), ha successivamente eliminato dall'art. 624, comma 1, c.p.c. l'inciso “secondo comma” riferito all'art. 615 c.p.c. (sia pure con tecnica normativa evidentemente carente se si considera che il persistente riferimento alla sospensione al processo esecutivo mal si attaglia alla fattispecie di cui all'art. 615, comma 1, c.p.c., in cui il processo esecutivo non è ancora iniziato). Tale riscrittura, sia pure con i limiti evidenziati, induce ad individuare nell'art. 624 c.p.c. la norma generale in tema di sospensione dei provvedimenti adottati in sede di opposizione all'esecuzione, sia essa preventiva o successiva, attesa anche l'analogia delle situazioni processuali che le connotano”. Cfr, inoltre, Trib. Latina, sez. II, 21 novembre 2016, che osserva: “Pur prendendo atto del persistente contrasto interpretativo sulla questione, il Collegio, valorizzando le riflessioni ritraibili dai più recenti sviluppi della giurisprudenza di merito, ritiene di dover rimeditare la posizione finora assunta, accedendo alla più persuasiva tesi dell'ammissibilità del reclamo cautelare avverso l'ordinanza di sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo. Diversi sono, invero, gli argomenti che sostengono tale impostazione. Viene, in primo luogo, in rilievo la formulazione del secondo comma dell'art. 624 c.p.c., che per la sua genericità (fa riferimento "all'ordinanza che provvede sull'istanza di sospensione” senza altre specificazioni) autorizza un'estensione dell'ambito applicativo del reclamo anche alla sospensione disposta dal giudice dell'opposizione preventiva all'esecuzione (in tal senso Tribunale di Genova, ord. 5.4.2007, Giur. Merito, 2008, 2233; Tribunale di Roma, ord. 2.11.2006, GM, 2007, 1656), nonché il tenore della stessa rubrica dell'art. 624 c.p.c., (“Sospensione per opposizione all'esecuzione”), la quale consente di estendere il contenuto della norma tanto alla sospensione dell'esecuzione, quanto alla sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo (Tribunale di Genova, ord. 5.4.2007, cit.). Depongono nel senso dell'ammissibilità del reclamo anche le modifiche introdotte con la legge n. 52/2006 e, in particolare, l'eliminazione dall'art. 624 c. 1 c.p.c. del riferimento al solo secondo comma dell'art. 615 c.p.c. (in tal senso Tribunale di Castrovillari, ord. 4.11.2014, in Es. forz., 2016, 1, 89; Tribunale di Bologna, ord. 13.6.2006, in Pluris). Si è, in particolare, osservato che tale intervento, altrimenti privo di significato, rappresenti un chiaro indice della volontà del legislatore di attribuire allo stesso art. 624 c.p.c. la portata di norma generale, non più limitata al solo giudice dell'esecuzione, ma riferibile anche a quello dell'opposizione a precetto, nonché alla sospensione da questi disposta (in tal senso, oltre a numerosi autori, Tribunale di Bologna, ord. 13.6.2006, in Pluris; Tribunale di Roma, ord. 2.11.2006, Giur. Merito, 2007, 1656; Tribunale di Torino, ord. 31.8.2012, Giur. it., 2013, 1883). Oltre agli indici di natura testuale, l'orientamento al quale il Collegio intende aderire valorizza la natura cautelare della sospensione ex art. 615 c. 1 c.p.c., desumendola dalla peculiare funzione del provvedimento, intesa ad evitare che la parte contro cui l'esecuzione è minacciata o iniziata sulla base del titolo esecutivo subisca un'esecuzione ingiusta nel tempo necessario alla piena cognizione delle ragioni che la stessa parte può ancora contrapporre a quella istante (in tal senso Cass., n. 5368/2006; Cass., n. 22488/2009. Per la giurisprudenza di merito cfr. Tribunale di Lecco, ord. 6.7.2006, 2671; Tribunale di Genova, ord. 5.4.2007, 2233; Tribunale di Torino, ord. 31.8.2012, cit.).Osserva, infine, il Collegio che la tesi dell'ammissibilità del reclamo valorizza il dato, da ritenersi decisivo, per il quale i provvedimenti sospensivi ex artt. 615 c. 1 c.p.c. e 624 c.p.c. sono accomunati da una sostanziale identità funzionale (Tribunale di Castrovillari, cit.), così che l'applicazione di un differente regime con riferimento alla tutela impugnatoria si esporrebbe a censure di incostituzionalità (in tal senso Tribunale di Lecco, ord. 6.7.2006; Tribunale di Roma, 2.11.2006; Tribunale di Genova, 5.4.2007, cit.). A ciò va aggiunto che, ove si negasse la reclamabilità della sospensione resa in sede di opposizione preventiva all'esecuzione, difetterebbe qualsiasi strumento di reazione avverso una decisione dal contenuto e dagli effetti di notevole rilevanza, in quanto intesa ad inibire l'introduzione di qualsiasi processo esecutivo”.

Di diverso avviso, invece, Trib. Teramo, 24 ottobre 2018, secondo cui: “A) il codice di procedura civile non prevede espressamente la reclamabilità dell'ordinanza pronunciata ai sensi dell'art. 615, comma 1, c.p.c., cioè in materia di sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo, malgrado la norma sia stata interessata da recente intervento legislativo di modifica (legge 80/2005, di conversione del decreto legge 35/2005) che, invece, ha introdotto la regola della reclamabilità dei provvedimenti del giudice dell'esecuzione in materia di sospensione della procedura esecutiva ex art. 624, comma 1, c.p.c.; già solo il dato letterale deve indurre ad una interpretazione restrittiva, in quanto l'art. 624, co. 2, c.p.c. si riferisce inequivocabilmente alla sola sospensione disposta nelle sedi di cui all'art. 615, co. 2,  c.p.c. e 619 c.p.c. (cfr da ultimo Trib. Milano 20.8.2010); B) benché al difetto di coordinamento la L. n. 52 del 2006 ha inteso ovviare mediante l'espunzione dal corpo dell'art. 624, co. 1, c.p.c. del riferimento al co. 2 dell'art. 615 c.p.c., il nuovo intervento legislativo non è stato risolutivo dacché permane nel "ritoccato" comma I dell'art. 624 c.p.c. il richiamo al solo giudice dell'esecuzione, ossia ad un giudice certamente diverso da quello deputato a provvedere sull'istanza di sospensione di cui all'art. 615, co. 1, c.p.c.; C) la stessa collocazione dell'art. 624 c.p.c. tra le norme in tema di sospensione del processo esecutivo induce ad escludere l'estendibilità di tale disposizione all'ordinanza che inibisce l'esecutorietà del titolo: non si può infatti sottacere la profonda differenza tra i due istituti, dato che il primo si riferisce all'efficacia esecutiva del titolo mentre il secondo all'esecuzione, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di effetti dell'ordinanza di sospensione; D) la reclamabilità dell'ordinanza de qua non può desumersi nemmeno dalle norme sul procedimento cautelare uniforme, in quanto l'art. 669 quaterdecies c.p.c. limita l'applicabilità di tali norme ai provvedimenti previsti nelle sezioni II, III e V del capo III del libro IV del codice di procedura civile e agli altri provvedimenti cautelari previsti dal codice civile e dalle leggi speciali, tra i quali non rientra quello in esame (cfr. Trib. Roma 11.8.2006); E) alla paventata interpretazione analogica dell'art. 624, comma 2, c.p.c. osta anche il principio di tipicità dei mezzi di impugnazione che deve necessariamente far propendere per una interpretazione restrittiva del testo normativo; F) la scelta del Legislatore appare, peraltro, ragionevole perché, una volta respinta l'istanza di sospensione ex art. 615, comma 1, c.p.c., la procedura esecutiva ha di regola inizio (con il pignoramento), sicché per un verso diviene inutile continuare ad occuparsi della sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo, per altro verso il debitore ha ancora a disposizione gli strumenti di cui all'art. 624 c.p.c. per ottenere (dal giudice dell'esecuzione o dal giudice del reclamo) la sospensione della procedura esecutiva ed eventualmente la conseguente estinzione del pignoramento”. Contraria alla tesi oggi offerta dalle Sezioni Unite è anche Trib. Milano, sez. III, 19 novembre 2015, che osserva: “Come ripetutamente affermato da questo Tribunale l'ammissibilità del reclamo avverso la statuizione sulla sospensione resa dal giudice della cognizione ai sensi dell'art. 615, co. 1, c.p.c. deve essere esclusa per i seguenti motivi: a) L'interpretazione letterale. Ai sensi dell'art. 624 c.p.c. "se è proposta opposizione all'esecuzione a norma degli artt. 615 e 619 c.p.c., il giudice dell'esecuzione, concorrendo grati motivi, sospende, su istanza diparte, il processo con cauzione o senza". Pacifica la distinzione tra opposizione promossa prima del pignoramento (art. 615, co. 1, c.p.c.) ed opposizione promossa successivamente all'inizio dell'esecuzione (art. 615, co. 2, c.p.c.), deve ritenersi che il richiamo dell'art. 624 c.p.c. alle sole ordinanze emesse dal giudice dell'esecuzione consenta il reclamo (art. 624, co. 2, c.p.c.) avverso i soli provvedimenti emessi dal giudice dell'esecuzione. É del resto di tutta evidenza che "il giudice dell'esecuzione" non vi è ancora quando si propone opposizione a precetto. Deve quindi concludersi che, quanto al provvedimento qui reclamato, trova applicazione l'art. 669 quaterdecies c.p.c. ai sensi del quale l'applicazione del regime cautelare uniforme - e, quindi, anche dello strumento del reclamo - è limitata ai provvedimenti previsti nelle sezioni II, III, V del capo III del libro IV del codice di rito e - salvo il giudizio di compatibilità - dal codice civile e dalle leggi speciali. Non v'è del resto dubbio che quello di cui trattasi sia un provvedimento solo "latamente cautelare" in quanto, da un lato, senz'altro a contenuto anticipatorio rispetto al futuro provvedimento di merito e fondato, quindi, sulla sussistenza o meno del fumus di probabile fondatezza della domanda principale e, dall'altro, tale strumento non partecipa della stessa natura dei provvedimenti cautelari in senso stretto, difettando del presupposto del periculum poiché non diretto ad assicurare - per evitare imminenti pregiudizi - gli effetti della decisione di merito. Pertanto, sia avuto riguardo alla esplicita previsione contenuta negli artt. 615 e 624 c.p.c. sia con riferimento al regime generale dettato dall'art. 669 quaterdecies c.p.c., si deve concludere per l'irreclamabilità dell'ordinanza ex art. 615, co. 1, c.p.c. b) L'interpretazione sistematica. In tutti i casi in cui è disciplinato l'intervento del giudice della cognizione con interventi interinali - c.d. "paracautelari"- e comunque a cognizione sommaria incidenti sull'efficacia del titolo esecutivo già idoneo a fondare l'esecuzione forzata mai è prevista la possibilità di reclamo. Basta qui richiamare le ipotesi di concessione della provvisoria esecuzione del provvedimento monitorio opposto ovvero della sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo (artt. 642, 648, 649 c.p.c.) ovvero la disciplina della sospensione dell'efficacia della sentenza impugnata in sede di gravame (artt. 283, 351 c.p.c.); ipotesi tutte in cui la giurisprudenza di legittimità ha sempre impedito il tentativo di estendere la reclamabilità di tali provvedimenti, riconoscendone un regime di stabilità sino alla decisione del giudice del merito che sull'efficacia esecutiva si è pronunciato. c) L'interpretazione costituzionalmente orientata. La soluzione qui accolta non pone problemi sotto il profilo della legittimità costituzionale. Al riguardo è appena il caso di osservare come, con la sentenza 306/07, il giudice delle leggi, chiamato a valutare la violazione degli artt. 3 e 24 Cost. in rapporto alla disciplina processuale che non consente impugnazioni avverso il provvedimento incidente sull'esecutività del decreto ingiuntivo sino all'esito del giudizio di opposizione, ha ritenuto non violato alcun precetto costituzionale prendendo in considerazione, quale tertium comparationis, proprio il reclamo introdotto con l'art. 624, co. 2, c.p.c. avverso l'ordinanza che provvede sull'istanza di sospensione del processo esecutivo. L'iter argomentativo seguito dalla Corte costituzionale consente anzi di ritenere che la natura "latamente cautelare" dei provvedimenti a cognizione sommaria emessi dal giudice ed incidenti sulla esecutività del titolo, non impone una comune disciplina con quella prevista per i provvedimenti cautelari.”.

[9] Su quest’ultimo punto così si esprime la Corte: “se è vero che il titolo VI del libro III si riferisce in generale alla sospensione del processo esecutivo, non è men vero che la fase tra precetto ed inizio di questo è pur sempre disciplinata nel medesimo libro e che è ad essa talmente funzionale da essere prodromica sì, ma indefettibile, sicché gli istituti generali dell'intero libro possono riferirsi anche ad essa, sia pure con le peculiarità indotte dalla circostanza che il processo ancora soltanto incombe”.

[10] Cfr., per tutti, Sassani, Lineamenti del processo civile italiano, Milano, 2019, 951, nota n. 5, che osserva: “Sono parimenti reclamabili i provvedimenti sulla sospensione provenienti dal giudice dell’opposizione a precetto (con la particolarità che se questo, come è possibile, è un giudice di pace, competente sul reclamo sarà il tribunale)”; Mandrioli e Carratta, Diritto processuale civile, IV, Torino, 2015, 250-251, secondo i quali la disposizione di cui al secondo comma dell’art. 624 c.p.c., “come emerge dalla sua formulazione, riguarda anche il provvedimento di sospensione dell’efficacia esecutiva”; Luiso, Diritto processuale civile, III, Milano, 2017, 308-309, secondo cui: “poiché l’art. 624, I c.p.c. non si riferisce più all’opposizione a norma dell’articolo 615, II c.p.c., ma tout court all’opposizione a norma dell’art. 615 c.p.c., è ormai indubitabile che anche il provvedimento del giudice dell’opposizione a precetto, con il quale si provvede sull’istanza di sospensione, è sottoponibile a reclamo. Se sull’istanza si pronuncia il giudice di pace, il reclamo sarà sottoposto al tribunale”.

[11] Cfr. M. Farina, La natura cautelare “sui generis” del provvedimento che concede o nega la sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo giustifica il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., cit.

[12] Sul tema, in dottrina, cfr., per tutti, Longo, Contributo allo studio della sospensione nel processo esecutivo, I, cit., 584 ss.

[13] Cfr. Trib. Treviso, 20 febbraio 2018, cit., secondo cui: “Il provvedimento di sospensione (o di rigetto dell'istanza di sospensione) adottato ai sensi dell'art. 615, 1° comma, c.p.c. ha evidente natura cautelare, di tal ché avverso detto provvedimento deve considerarsi proponibile il reclamo di cui all'art. 669 terdecies c.p.c.. Cfr, inoltre, Trib. Latina, sez. II, 21 novembre 2016, cit., che osserva: “l'orientamento al quale il Collegio intende aderire valorizza la natura cautelare della sospensione ex art. 615 c. 1 c.p.c., desumendola dalla peculiare funzione del provvedimento, intesa ad evitare che la parte contro cui l'esecuzione è minacciata o iniziata sulla base del titolo esecutivo subisca un'esecuzione ingiusta nel tempo necessario alla piena cognizione delle ragioni che la stessa parte può ancora contrapporre a quella istante (in tal senso Cass., n. 5368/2006; Cass., n. 22488/2009. Per la giurisprudenza di merito cfr. Tribunale di Lecco, ord. 6.7.2006, 2671; Tribunale di Genova, ord. 5.4.2007, 2233; Tribunale di Torino, ord. 31.8.2012…)”.

[14] Cfr. M. Farina, La natura cautelare “sui generis” del provvedimento che concede o nega la sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo giustifica il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., cit.

[15] Quanto ai relativi presupposti cautelari, la Corte osserva che il fumus boni iuris si identifica “con la plausibile fondatezza dell'opposizione e purché non si palesi l'inammissibilità della stessa contestazione del titolo”; mentre il periculum in mora consiste nel “rischio di un pregiudizio per il debitore che ecceda quello normalmente indotto dall'esecuzione, di per sé integrante un'invasione della sfera giuridica dell'esecutato, ma operata secundum legem, in quanto indispensabile alla funzionalità dell'intero ordinamento giuridico, che esige che i propri comandi (nel caso di specie, contenuti nel titolo) siano rispettati”. Di diverso avviso M. Farina, La natura cautelare “sui generis” del provvedimento che concede o nega la sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo giustifica il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., cit., secondo cui: “proprio in dipendenza di quella “specialità” cui più volte si riferisce la Corte, la locuzione “gravi motivi” che campeggia tanto nel primo comma dell’art. 615, come nel primo comma dell’art. 624 c.p.c. richiama – diversamente da quanto è a dirsi con riferimento alle ipotesi di sospensione dell’esecuzione della sentenza di primo grado appellata, ove l’inibitoria è concessa allorché ricorrano “gravi e fondati motivi” – la necessità di procedere ad una valutazione che può anche risolversi in una positiva valutazione del solo requisito del fumus boni iuris: a fronte di una positiva delibazione sommaria della ammissibilità e fondatezza della opposizione all’esecuzione (sia preventiva, che successiva), ciò sarà sufficiente a giustificare il provvedimento di sospensione in quanto in tal caso il pericolo che si intende sterilizzare con tale provvedimento può consistere anche nel mero pregiudizio da esecuzione forzata ingiusta i cui risultati, cioè, non corrispondono alla realtà sostanziale così come sarà accertata all’esito del giudizio”; “i presupposti cui la legge subordina la concessione dell’inibitoria possono essere più stringenti nel caso in cui si tratti di dover sospendere, ad es., l’esecuzione di una sentenza resa a cognizione piena rispetto al quale sia data una impugnazione affidata a critiche specifiche rivolte a quanto già valutato e deciso (con maggior fiducia, diciamo così, dell’ordinamento quanto alla “tenuta” del provvedimento), mentre saranno meno stringenti allorché la cognizione del giudice si appunti su temi di indagine mai sottoposti ad un sindacato giurisdizionale”. Cfr., antecedentemente all’intervento delle Sezioni Unite, anche Longo, Contributo allo studio della sospensione nel processo esecutivo, I, cit., 595, secondo cui: “deve escludersi che sia indispensabile la contemporanea presenza del fumus boni iuris, inteso come probabile fondatezza dei motivi di opposizione, e del periculum in mora, inteso come danno derivante dalla futura esecuzione. Ciò in quanto, da un lato, il primo elemento ha carattere assorbente, perché mira a controbilanciare la forza esecutiva del titolo che già costituisce un’anticipazione di tutela esecutiva rispetto all’accertamento; dall’altro, il secondo è normalmente irrilevante ovvero in re ipsa, e, quindi, conseguente alla sussistenza di una verosimile fondatezza dell’opposizione, poiché l’avvio dell’esecuzione in senso stretto determina sempre un danno, che, però, in mancanza di fondate ragioni di opposizione si verifica secundum ius, in virtù dell’espressa catalogazione dei titoli esecutivi”.

[16] Il virgolettato appartiene a Capponi, Per le Sezioni Unite la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo, pronunciata dal giudice dell’opposizione a precetto, è reclamabile …perché così pensano le Sezioni Unite, cit.

[17] Sul punto, cfr. M. Farina, La natura cautelare “sui generis” del provvedimento che concede o nega la sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo giustifica il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., cit. Per la tesi dell’applicabilità dell’art. 669 decies c.p.c., cfr., antecedentemente alla pronunzia delle Sezioni Unite, Longo, Contributo allo studio della sospensione nel processo esecutivo, I, cit., 624 ss.

[18] Per una critica della soluzione offerta dalle Sezioni Unite, cfr. anche Capponi, Per le Sezioni Unite la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo, pronunciata dal giudice dell’opposizione a precetto, è reclamabile …perché così pensano le Sezioni Unite, cit.; M. Farina, La natura cautelare “sui generis” del provvedimento che concede o nega la sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo giustifica il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., cit.