Normativa d’emergenza, moratoria dei pagamenti e sospensione dei titoli esecutivi

Uno sguardo d’insieme alle misure in favore dei debitori contenute nella normativa anti-Covid
Normativa d’emergenza, moratoria dei pagamenti e sospensione dei titoli esecutivi

Sommario:

  1.  Interventi in favore dei debitori nella legislazione d’emergenza: la moratoria generale e la sospensione della segnalazione alla Centrale rischi
  2. La scadenza dei titoli di credito
  3. La sospensione degli altri atti aventi efficacia esecutiva
  4. Le norme in tema di assegni 

 

  1. Interventi in favore dei debitori nella legislazione d’emergenza: la moratoria generale e la sospensione della segnalazione alla Centrale rischi

Il blocco forzato di molte attività produttive (c.d. lockdown) imposto per fronteggiare l’epidemia da Covid-19 ha innescato una crisi economica senza precedenti. Per ridurne l’impatto, la normativa d’emergenza emanata negli scorsi mesi ha previsto alcune ipotesi di moratoria di pagamento dei debiti scaduti.

In particolare, l’art. 3, comma 6-bis, del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6 (convertito con modificazioni dalla legge 5 marzo 2020, n. 13), introdotto dall’art. 91 decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27), contiene una previsione di portata generale: «il rispetto delle misure di contenimento di cui presente decreto è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 del codice civile, della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti». La disposizione concerne, in sostanza, la posizione del debitore che si trovi in crisi di liquidità a causa dell’osservanza delle misure di contenimento anti-Covid (ad esempio, per essere titolare di una delle attività commerciali obbligatoriamente chiuse durante il lockdown).

La legge non stabilisce la durata della moratoria: spetterà al giudice rilevare se l’inadempimento sia ancora riconducibile agli effetti delle misure di contenimento. In caso affermativo, il debitore non potrà considerarsi in mora e dunque non è tenuto al risarcimento del danno da inadempimento.

La norma introduce, pertanto, una condizione di inesigibilità del credito che, tuttavia, non riguarda indistintamente tutti i debitori e non ha neppure una durata predefinita. Ma dal fatto che il debitore non possa essere ritenuto in mora discendono molteplici effetti giuridici: dall’impossibilità di chiedere la risoluzione del rapporto per inadempimento, al mancato decorso degli interessi moratori, all’impossibilità per il creditore di azionare il proprio diritto in sede esecutiva.

Un secondo intervento in favore dei debitori è quello contenuto nell’art. 37-bis del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 (aggiunto in sede di conversione dalla legge 5 giugno 2020, n. 40). Tale norma dispone la sospensione, fino al 30 settembre 2020, delle segnalazioni a sofferenza effettuate dagli intermediari alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia, se riguardanti le imprese beneficiarie delle misure di sostegno finanziario di cui all’art. 56, comma 2, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18[1]. L’ammissione alle misure di sostegno è condizione essenziale per conseguire la sospensione della segnalazione alla Centrale dei rischi[2].

L’articolo in commento interferisce e mal si coordina con il già citato l’art. 3, comma 6-bis, del d.l. n. 6 del 2020. Infatti, se il debitore non è moroso, a maggior ragione non potrebbe essere fatto oggetto di una segnalazione alla Centrale dei rischi, il cui presupposto è l’insolvenza (civile, non fallimentare) e quindi, quantomeno, che il debito sia esigibile; sotto questo profilo, pertanto, la disposizione in commento potrebbe sembrare superflua. Sennonché essa ha un ambito di applicazione decisamente più ristretto: beneficia della previsione non qualsiasi debitore che si trovi in difficoltà economiche a causa dell’osservanza delle misure di contenimento dell’epidemia, bensì solo quello che sia stato effettivamente ammesso ad una delle misure di sostegno di cui all’art. 56, comma 2, del d.l. n. 18 del 2020. I criteri per l’individuazione dei destinatari delle due disposizioni appaiono a prima lettura differenti, ma le citate misure di sostegno sono riservate alle (micro, piccole o medie) imprese danneggiate dall’epidemia di Covid-19. Consegue che coloro per i quali scatta la sospensione della segnalazione alla Centrale dei rischi sono comunque i debitori in crisi di liquidità a causa dell’osservanza delle misure di contenimento, che si caratterizzano – rispetto ai beneficiari della moratoria di carattere generale di cui all’art. 3, comma 6-bis, del d.l. n. 6 del 2020 – perché presentano gli ulteriori requisiti di essere imprenditori e di essere stati ammessi ai benefici previsti dal citato art. 56, comma 2, del d.l. n. 18 del 2020.

La coesistenza delle due previsioni di legge si giustifica in ragione dell’automatismo che regola il caso disciplinato dall’art. 37-bis del d.l. n. 23 del 2020, in contrapposizione con l’apprezzamento discrezionale che caratterizza l’applicazione dell’art. 3, comma 6-bis, del d.l. n. 6 del 2020. Pertanto, la situazione va ricostruita in questi termini: fino al 30 settembre 2020 gli imprenditori micro, piccoli e medi che abbiano goduto di una delle misure di sostegno previste dall’art. 56, comma 2, del d.l. n. 18 del 2020, per ciò stesso, senz’altro, non possano essere segnalati dalla Centrale dei rischi; tutti gli altri debitori, a prescindere dal fatto che siano imprenditori o che siano stati ammessi godere di quei benefici, non potranno comunque essere segnalati alla Centrale rischi, neppure successivamente al 30 settembre 2020, se la mancata osservanza delle naturali scadenze delle loro obbligazioni sia dipesa da una crisi di liquidità riconducibile all’osservanza delle misure anti-Covid; circostanza, quest’ultima, però soggetta ad apprezzamento discrezionale (del giudice, in caso di contestazione) che dovrà tenere conto anche del tempo trascorso fra l’applicazione delle misure di contenimento e il manifestarsi dell’insolvenza.

Per il resto, la legislazione d’emergenza contiene solamente interventi mirati, che stabiliscono il differimento della scadenza di specifiche tipologie di crediti[3]; dispongono la sospensione delle azioni esecutive individuali su determinate tipologie di beni[4]; o sanciscono l’improcedibilità, a talune condizioni, dei ricorsi e delle richieste per la dichiarazione di fallimento e dello stato di insolvenza[5]

 

  1. La scadenza dei titoli di credito 

L’art. 11 del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23, convertito con modificazioni dalla legge 5 giugno 2020, n. 40, intitolato «Sospensione dei termini di scadenza dei titoli di credito», al primo comma dispone che «i termini di scadenza ricadenti o decorrenti nel periodo dal 9 marzo 2020 al 31 agosto 2020, relativi a vaglia cambiari, cambiali e altri titoli di credito emessi prima della data di entrata in vigore del presente decreto, e ad ogni altro atto avente efficacia esecutiva a quella stessa data sono sospesi per lo stesso periodo»[6].

Si tratta, quindi, di un differimento ex lege dei termini di scadenza di una serie atti idonei a valere come titoli esecutivi.

Il presupposto applicativo è che si tratti di titoli formati in data anteriore all’entrata in vigore del decreto-legge, cioè anteriormente al 9 aprile 2020. Così, ad esempio, una cambiale tratta in data 7 aprile 2020 e con scadenza a trenta giorni, diverrà esigibile il 1° settembre 2020; una cambiale tratta il 10 aprile 2020 dovrà invece essere onorata alla scadenza. Evidentemente si è inteso premiare la buona fede di chi ha emesso il titolo di credito prima dell’entrata in vigore della legge, confidando nella capacità di onorarlo alla scadenza, senza poter prevedere l’effetto dirompente ed improvviso dell’epidemia di Covid-19 anche sull’economia.

Dunque, i titoli di credito emessi dopo il 9 aprile 2020 vanno pagati alla scadenza[7]; gli stessi possono essere usati – senza limitazioni – per tutti gli scopi cui sono preordinati[8].

La norma differisce (fino al 31 agosto 2020) non solo le scadenze che maturate dopo la sua entrata in vigore, ma anche quelle già maturate, purché non prima del 9 marzo 2020. In tal modo sono stati rimessi in termini anche i debitori inadempimenti di obbligazioni già scadute, fino ad un mese prima. Invece, eventuali posizioni debitorie incagliate da più tempo, cioè da un momento in cui l’inadempimento non può trovare giustificazione nella contrazione dei volumi degli scambi commerciali determinatasi a seguito del lockdown, non godono del beneficio.

È possibile, anche se poco probabile, che il titolo esecutivo scaduto dopo il 9 marzo 2020 sia stato portato ad esecuzione forzata in data anteriore all’entrata in vigore del d.l. n. 23 del 2020; in tal caso, la previsione contenuta nell’art. 11 opera come una sospensione esterna dell’azione esecutiva ai sensi dell’art. 623 c.p.c.[9].

La sospensione opera a favore dei debitori e obbligati anche in via di regresso o di garanzia, salva la facoltà degli stessi di rinunciarvi espressamente.

 

  1. La sospensione degli altri atti aventi efficacia esecutiva 

L’aspetto più problematico posto dall’art. 11 del d.l. n. 23/2020  è costituito dal significato da attribuire all’espressione «ogni altro atto avente efficacia esecutiva», di cui viene sospesa la scadenza al pari dei titoli di credito.

L’interpretazione letterale della norma dovrebbe condurre a ritenere che l’efficacia di tutti i titoli esecutivi di qualsiasi specie è sospesa fino al 31 agosto 2020, alle medesime condizioni cui è sospesa la scadenza dei titoli di credito. In tal senso depone non solo l’ampiezza dell’espressione impiegata dal legislatore, ma anche la ridondanza dell’aggettivo “altro”, che viene predicato sia in relazione agli «altri titoli di credito», sia ad «ogni altro atto avente efficacia esecutiva», rendendo quindi chiaro che gli “altri atti” sono qualcosa di diverso dai titoli di credito.

Tuttavia, l’idea che il legislatore abbia inteso sospendere l’efficacia di qualsivoglia titolo esecutivo, compresi quelli di formazione giudiziale, non risulta appagante per molteplici ragioni.

Anzitutto, v’è da dire che una buona tecnica di redazione del testo legislativo avrebbe imposto che di una disposizione di portata così estesa si facesse espressa menzione nella rubrica dell’articolo, che invece fa riferimento solamente alla «sospensione dei termini di scadenza dei titoli di credito».

Altrettanto incongrua, sempre sul piano della tecnica di redazione della norma, risulta la circostanza che una previsione di tal fatta, anziché costituire il fulcro intorno al quale avrebbe dovuto ruotare la formulazione della norma, sia stata aggiunta come una semplice clausola di chiusura di un elenco che, per il resto, riproduce pressoché testualmente l’espressione «le cambiali, nonché gli altri titoli di credito ai quali la legge attribuisce espressamente la stessa efficacia» che rappresenta solo un frammento dell’art. 474, comma 2, n. 2, c.p.c.

Infine, sempre sul piano della struttura della testo normativo, va rimarcato che gli ulteriori commi continuano ad occuparsi solamente dei titoli di credito.

Vi sono, poi, vari argomenti sistematici che sono d’ostacolo ad una interpretazione estensiva del sintagma «ogni altro atto avente efficacia esecutiva».

Infatti, se l’efficacia di tutti i titoli esecutivi fosse sospesa fino al 31 agosto 2020, risulterebbe priva di qualsiasi utilità la previsione contenuta nell’art. 101, comma 6, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27), a mente del quale è sospesa fino al 30 giugno 2020 l’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, anche ad uso non abitativo.

Del pari, sarebbe quasi totalmente vanificato anche l’art. 54-ter del medesimo d.l. n. 18 del 2020, che prevede la sospensione fino al 30 ottobre 2020 delle procedure esecutive aventi ad oggetto l’abitazione principale del debitore; con l’unica differenza, in questo caso, di una maggiore durata della sospensione.

Soprattutto, sembra decisiva la considerazione che, se tutti i titoli esecutivi – anche quelli di formazione giudiziale – fossero sospesi ex lege dal 9 marzo al 31 agosto 2020, non vi sarebbe stata ragione per includere fra le attività processuali urgenti, che si potevano svolgere anche in costanza di lockdown, i procedimenti di cui agli artt. 283, 351 e 373 c.p.c. relativi alla sospensione dell’efficacia dei provvedimenti giudiziari provvisoriamente esecutivi, invece espressamente menzionati dall’art. 83, comma 3, del d.l. n. 18 del 2020.

Del resto, lo stesso art. 11 del d.l. n. 23 del 2020 prevede, nei commi successivi, che l’assegno possa essere sempre presentato al pagamento ed è pagabile nel giorno di presentazione[10]. Sicché, se si accedesse ad una lettura estensiva dell’espressione «ogni altro atto avente efficacia esecutiva», si determinerebbe un’irragionevole disparità di trattamento fra gli assegni e, ad esempio, una sentenza passata in giudicato.

Ultima ma non meno importante considerazione concerne il fatto che i titoli esecutivi di altra specie rispetto ai titoli di credito solitamente non contengono un «termine di scadenza» in senso proprio, che possa essere differito; semmai, si sarebbe dovuto parlare di sospensione dell’efficacia esecutiva.

Per tutte queste ragioni, appare – in conclusione – più convincente l’idea che il legislatore, dopo aver menzionato i vaglia cambiari, le cambiali e gli «altri titoli di credito», con l’espressione «ogni altro atto avente efficacia esecutiva» abbia inteso, invero, riferirsi ad ogni atto cui «la legge attribuisce espressamente la stessa efficacia» dei titoli di credito (così testualmente il citato art. 474, comma 2, n. 2, c.p.c.) e alle «scritture autenticate, relativamente alle obbligazioni di somme di denaro in esse contenute» che il medesimo art. 474, comma 2, n. 2, c.p.c. accomuna ai titoli di credito. Restano, invece, esclusi dalla sospensione ex lege fino al 31 agosto 2020 i titoli di formazione giudiziale, di cui all’art. 474, comma 2, n. 1, c.p.c., e gli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge a riceverli, indicati al n. 3 della medesima disposizione. 

 

  1. Le norme in tema di assegni 

Il secondo e il terzo comma dell’art. 11 del d.l. n. 23 del 2020 dettano una disciplina specifica per l’assegno[11], che si giustifica in considerazione che – nonostante la diffusa prassi della c.d. postdatazione[12] – esso è immediatamente esigibile (art. 31 r.d. 21 dicembre 1933, n. 1736) e, quindi, non ha una data di scadenza che possa essere differita.

Pertanto, la norma in commento puntualizza, anzitutto, che l’assegno presentato al pagamento durante il periodo di sospensione è pagabile nel giorno di presentazione.

Sono invece sospesi fino al 31 agosto 2020: a) i termini per la presentazione al pagamento; b) i termini per la levata del protesto o delle constatazioni equivalenti; c) i termini previsti all’art. 9, comma 2, lettere a) e b), e all’art. 9-bis, comma 2, della legge 15 dicembre 1990, n. 386; d) il termine per il pagamento tardivo dell’assegno previsto dall’art. 8, comma 1, della stessa legge n. 386 del 1990.

I termini per la presentazione dell’assegno al pagamento (art. 32 r.d. n. 1736 del 1933) sono imposti al portatore del titolo (che di solito corrisponde con il prenditore, essendo possibile l’emissione di assegni trasferibili solo fino alla concorrenza dell’importo di euro 1.000[13]) e la loro violazione determina l’estinzione dell’obbligazione[14]. La sospensione di tale termine, pertanto, non giova al traente, bensì al portatore. La norma, in sostanza, si preoccupa di far salva l’obbligazione del creditore che non abbia presentato tempestivamente l’assegno al pagamento a seguito delle difficoltà pratiche insorte a causa dell’epidemia di Covid-19 e del conseguente lockdown; ma anche consente al creditore di temporeggiare nel richiedere il pagamento dal traente, senza paura di perdere il credito.

Trattandosi di un termine imposto a pena di decadenza per l’adempimento di un onere che grava sul creditore, la sospensione del suo decorso non è d’ostacolo al compimento della relativa attività. In sostanza, il portatore dell’assegno può, se crede, presentare il titolo al pagamento dopo il 31 agosto 2020; ma nulla gli impedisce di farlo immediatamente. Nel qual caso, come espressamente previsto dal medesimo art. 11, comma 2, del d.l. n. 23 del 2020, l’assegno presentato al pagamento durante il periodo di sospensione è pagabile nel giorno di presentazione.

Altrettanto può dirsi per ciò che concerne la levata del protesto: i termini di decadenza, scaduti i quali il portatore perde l’azione nei confronti dei giranti, sono sospesi, ma nulla preclude che il creditore possa procedere egualmente al compimento immediato dell’atto[15]. In questo caso viene, però, in rilievo quanto disposto dal terzo comma dell’art. 11 del d.l. n. 23 del 2020: «i protesti o le constatazioni equivalenti levati dal 9 marzo 2020 fino al 31 agosto 2020 non sono trasmessi dai pubblici ufficiali alle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura; ove già pubblicati le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura provvedono d’ufficio alla loro cancellazione»[16]. In sostanza, il portatore può comunque presentare l’assegno per il protesto, ma la levata non potrà essere trasmessa alle camere di commercio; non sarà, cioè, iscritta nella visura dei protesti. Anzi, se un protesto dovesse essere stato già pubblicato nel tempo compreso fra il 9 marzo 2020 e l’entrata in vigore del decreto-legge (9 aprile 2020), la camera di commercio provvederà d’ufficio alla cancellazione.

Poiché il presupposto per l’avvio dell’azione esecutiva fondata sull’assegno è costituito dal suo protesto (art. 45 r.d. n. 1736 del 1933), non dalla sua pubblicazione presso la camera di commercio, si deve concludere che il traente, i giranti e gli altri obbligati sono comunque tenuti all’immediato pagamento del titolo e, qualora l’assegno risulti scoperto, egli restano esposti all’espropriazione forzata basata sul titolo medesimo. Tuttavia, l’eventuale protesto non aggrava la posizione del debitore nei confronti dei terzi, in quanto dello stesso non si darà notizia legale fino al 31 agosto 2020.

La scelta del legislatore suscita qualche perplessità, in quanto non è chiaro perché, una volta fatta salva la regola dell’immediato pagamento dell’assegno, debba tacersi ai terzi che entrano in contatto con il debitore protestato la condizione di quest’ultimo: il debitore ne trae indubbiamente un vantaggio, in quanto può continuare ad operare sul mercato senza le difficoltà cui va incontro colui a cui carico sia stato pubblicato un protesto, ma in tal modo il rischio di un’eventuale futura insolvenza – quale potrebbe prospettarsi a causa della situazione di difficoltà economica che ha già impedito all’obbligato di onorare il titolo – viene scaricato sui terzi estranei al rapporto, nei cui confronti si genera una situazione di apparenza non conforme alla realtà.

Con riferimento allo stesso periodo sono sospese le informative al prefetto di cui all’art. 8-bis, commi 1 e 2, della legge 15 dicembre 1990, n. 386, e le iscrizioni nell’archivio informatizzato di cui all’art. 10-bis della medesima legge, che, ove già effettuate, sono cancellate. 

 

[1] L’art. 56, comma 2, del d.l. n. 18 del 2020 prevede che le microimprese e le piccole e medie imprese (come definite dalla Raccomandazione della Commissione europea n. 2003/361/CE del 6 maggio 2003), aventi sede in Italia e danneggiate dall’epidemia di Covid-19, possono avvalersi – in relazione alle esposizioni debitorie nei confronti di banche, di intermediari finanziari e degli altri soggetti abilitati alla concessione di credito in Italia – delle seguenti misure di sostegno finanziario: a) per le aperture di credito a revoca e per i prestiti accordati a fronte di anticipi su crediti esistenti alla data del 29 febbraio 2020 o, se successivi, a quella di pubblicazione del presente decreto, gli importi accordati, sia per la parte utilizzata sia per quella non ancora utilizzata, non possono essere revocati in tutto o in parte fino al 30 settembre 2020; b) per i prestiti non rateali con scadenza contrattuale prima del 30 settembre 2020 i contratti sono prorogati, unitamente ai rispettivi elementi accessori e senza alcuna formalità, fino al 30 settembre 2020 alle medesime condizioni; c) per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale, anche perfezionati tramite il rilascio di cambiali agrarie, il pagamento delle rate o dei canoni di leasing in scadenza prima del 30 settembre 2020 è sospeso sino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate o dei canoni oggetto di sospensione è dilazionato, unitamente agli elementi accessori e senza alcuna formalità, secondo modalità che assicurino l’assenza di nuovi o maggiori oneri per entrambe le parti.

[2] La disposizione si applica anche ai sistemi di informazioni creditizie dei quali fanno parte altri archivi sul credito gestiti da soggetti privati e ai quali gli intermediari partecipano su base volontaria.

[3] Ad esempio, l’art. 9 del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 (convertito con modificazioni dalla legge 5 giugno 2020, n. 40), ha disposto che i termini di adempimento dei concordati preventivi e degli accordi di ristrutturazione omologati aventi scadenza successiva al 23 febbraio 2020 sono prorogati di sei mesi.

Nei procedimenti pendenti il debitore può depositare, sino all’udienza fissata per l’omologazione, una memoria contenente l’indicazione dei nuovi termini di adempimento, purché il differimento non sia superiore di sei mesi rispetto alle scadenze originarie. Peraltro, l’accoglimento dell’istanza non è automatico, come si evince dalla circostanza che il debitore deve depositare «la documentazione che comprova la necessità della modifica dei termini» e il tribunale acquisisce il parere del commissario giudiziale.

Il debitore può anche chiedere che gli sia concesso un termine fino a novanta giorni per depositare un nuovo piano e una nuova proposta di concordato o un nuovo accordo di ristrutturazione, oppure ottenere la proroga dei termini di cui all’art. 161, comma 6, o all’art. 182-bis, comma 7, l.f. Indirettamente, anche tali attività processuali differiscono l’esigibilità dei debiti del proponente.

[4] Il riferimento principale è all’art. 54-ter del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, inserito in sede di conversione dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, che prevede la sospensione per sei mesi (dall’entrata in vigore della legge di conversione, cioè dal 30 aprile 2020) delle procedure esecutive aventi ad oggetto l’abitazione principale del debitore. Per la definizione della nozione di “abitazione principale” occorre far riferimento – ricordano gli atti preparatori – alla definizione offerta dall’art. 10, comma 3-bis d.P.R. n. 917 del 1986, quindi si deve intendere l’abitazione nella quale la persona fisica, che la possiede a titolo di proprietà o altro diritto reale, o i suoi familiari dimorano abitualmente.

Ma merita menzione anche l’art. 101, comma 6, del medesimo d.l. n. 18 del 2020, che prevede che sia sospesa fino al 30 giugno 2020 l’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, anche ad uso non abitativo.

[5] L’art. 10, comma 2, del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23, convertito con modificazioni dalla legge 5 giugno 2020, n. 40, dispone l’improcedibilità dei ricorsi e delle istanze per la dichiarazione di fallimento e dello stato di insolvenza depositate fra il 9 marzo e il 30 giugno 2020, con le seguenti eccezioni:

  1. a) al ricorso presentato dall’imprenditore in proprio, quando l’insolvenza non è conseguenza dell’epidemia di Covid-19;
  2. b) all’istanza di fallimento da chiunque formulata in caso di inammissibilità (art. 162, comma 2, l.f.) o di revoca (art. 173, commi 2 e 3, l.f.) della proposta di concordato preventivo o di mancata omologazione dello stesso (art. 180, comma 7, l.f.);
  3. c) alla richiesta presentata dal pubblico ministero, quando nella medesima è fatta domanda di emissione dei provvedimenti cautelari o conservativi di cui all’art 15, comma 8, l.f. o quando l’istanza è presentata ai sensi dell’art. 7, n. 1, l.f. (l’insolvenza risulta nel corso di un procedimento penale, ovvero dalla fuga, dalla irreperibilità o dalla latitanza dell’imprenditore, dalla chiusura dei locali dell’impresa, dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell’attivo da parte dell’imprenditore).

[6] Il termine finale del 31 agosto 2020 risulta così innalzato dalla legge di conversione.

[7] D’altronde, sarebbe anche irragionevole trarre una cambiale indicando una scadenza anteriore al 31 agosto 2020, già sapendo che non potrà essere incassata prima di quella data.

[8] Infatti, il differimento ex lege del termine di scadenza dei titoli di credito se, da un lato, agevola il traente che, a causa della crisi economica in atto, non è in grado di pagare alla data inizialmente stabilita, dall’altro lato determina un vulnus all’impiego di tali strumenti nell’ambito degli scambi economici, la cui utilità dipende soprattutto dall’astrattezza dell’obbligazione così assunta e dalla possibilità di utilizzarli direttamente come titoli esecutivi in caso di mancato pagamento alla scadenza. La sospensione della scadenza di tutti i titoli di credito deve essere, pertanto, intesa come una misura straordinaria che, per ciò stesso, non può che applicarsi solo per un ristretto arco temporale.

[9] In realtà, la possibilità che il titolo di credito scaduto dopo il 9 marzo 2020 sia stato impiegato come titolo esecutivo prima dell’entrata in vigore del d.l. n. 23 del 2020 è resa difficoltosa non solo dalla ristrettezza del tempo intercorrente fra le due date, ma anche – e soprattutto – dal blocco generale delle attività processuali disposto dall’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020, con decorrenza, per l’appunto, dal 9 marzo 2020.

[10] Si veda sul punto il paragrafo successivo.

[11] Sebbene la legislazione d’emergenza parli genericamente di “assegno”, in realtà si riferisce principalmente all’assegno di conto corrente, in quanto quello circolare pone solo in parte problemi sui quali incidono le disposizioni in commento.

[12] La postdatazione dell’assegno non comporta la nullità del titolo, ma solo del relativo patto per contrarietà a norme imperative, consentendo al creditore di esigere immediatamente il pagamento, anche se l’assegno non può, tuttavia, valere come titolo esecutivo: Cass. 3 marzo 2010, n. 5069.

[13] Per esigenze di contrasto dei fenomeni di riciclaggio, l’art. 49 d.lgs. 21 novembre 2007, n. 231, stabilisce che gli assegni bancari e postali emessi per importi pari o superiori a 1.000 euro debbano recare obbligatoriamente la clausola di non trasferibilità.

[14] In base alla regola di correttezza posta dall’art. 1175 c.c., l’obbligazione del debitore si estingue a seguito della mancata tempestiva presentazione all’incasso dell’assegno bancario da parte del creditore, che in tal modo, viene meno al suo dovere di cooperare in modo leale e fattivo all’adempimento del debitore: Cass. 17 dicembre 2019, n. 33428; Cass. 24 maggio 2007, n. 12079.

[15] Il dies a quo per l’elevazione del protesto va calcolato con decorrenza dal giorno indicato nell’assegno quale data di emissione, ai sensi dell’art. 32 del r.d. n. 1736 del 1933, non rilevando il fatto che l’art. 31 di detto decreto preveda l’esigibilità dell’assegno dal giorno della presentazione all’incasso, anche se precedente a quella indicata nell’assegno. Tale interpretazione risponde ad esigenze di certezza dei rapporti giuridici, atteso che, frequentemente, l’istituto bancario pagatore e, conseguentemente, il notaio che leva il protesto non conoscono il momento della presentazione all’incasso dell’assegno, anteriore o posteriore alla data del titolo: Cass. 30 settembre 2016, n. 19595: Cass. 6 agosto 2009, n. 17994.

[16] Il termine fino al quale non vengono levati i protesti è stato prorogato fino al 31 agosto 2020 in sede di conversione.