Allerta, crediti deteriorati e crisi sistemiche

 
Indici di allerta a confronto con i criteri di qualificazione dei crediti deteriorati: una sincronia tutta da studiare e realizzare alla luce della rilevanza della funzione finanziaria di impresa
Allerta, crediti deteriorati e crisi sistemiche

Sommario: 

  1. Notazioni generali di apertura: profili positivi e critici dell’allerta
  2. Delimitazione del contesto di analisi
  3. Rilevanza della funzione finanziaria nella gestione dell’impresa
  4. Indicatori di crisi: approccio gerarchico e progressivo
  5. Funzionalità degli indici e sistema bancario rispetto alla tempestiva percezione della crisi
  6. Disallineamento tra indici di crisi e criteri di qualificazione del credito: una possibile soluzione sul piano organizzativo
  7. Segue: altra possibile soluzione sul piano finanziario
  8. Approdo conclusivo

 

 

  1. Notazioni generali di apertura: profili positivi e critici dell’allerta.
     

La grande novità della Direttiva Insolvency[1] e del – rinviato - Codice della Crisi è il sistema di allerta. Riteniamo che esso abbia una risonanza più ampia di quella riferita al solo contesto della tempestiva emersione e gestione della crisi.  L’allerta va valutata anche in rapporto alle grandi dinamiche che si muovono intorno al credito ed al valore che esso è in grado di generare[2]. La scienza aziendalistica ha elaborato nel corso degli ultimi decenni - a fronte delle sempre più acute crisi cicliche proprie del supercapitalismo[3] – indici di valutazione e di lettura delle poste di bilancio in grado di dare evidenza della situazione economico-finanziaria di una impresa e quindi della qualità del debitore finanziato.  
Nel sistema di allerta la volontà del legislatore è di recepire questo approccio aziendalistico, riorientando l’attenzione del management alla sussistenza delle condizioni per la continuità aziendale. Questo criterio di governance, che non si accontenta più del monitoraggio dell’andamento economico e del suo impatto sul capitale (di cui agli artt. 2446, 2447 e 2482 ter c.c. tanto per intenderci) ma che è chiamato ad essere sensibile alla preservazione della continuità, diviene elemento decisivo per la stessa tutela del credito. 
Dalla efficienza della governance e del sistema di allerta potrà dipendere il miglioramento della gestione, incasso e recupero dei crediti finanziari o commerciali[4]. Sotto questo profilo gli indici più efficaci per valutare la capacità di adempimento e la continuità aziendale sono quelli di natura finanziaria. Questo conferma in primo luogo che l’impresa è un fenomeno essenzialmente finanziario[5] e che la corretta gestione della dimensione finanziaria consente ragionevolmente di autovalutare la sua capacità di permanere sul mercato preservando la continuità aziendale.
Un recente studio[6] ha evidenziato che su un campione di cento imprese fallite, medio piccole, distribuite su tutto il territorio nazionale, il denominatore comune è stato quello della presenza di una leva finanziaria negativa, ovvero un indice di rendimento degli investimenti (ROI- Return on Investment) inferiore all’indice del costo medio dell’indebitamento (ROD – Return on Debts).
In altri termini la ricerca ha constatato la presenza di una non performante gestione delle risorse di capitale e finanziarie rispetto alla redditività aziendale e quindi un progressivo, e non gestito, deterioramento degli attivi che ha portato al fallimento.
L’allerta va dunque vista non solo dal lato del ricorso ai rimedi per gestire gli effetti della crisi, ma anche appunto dal lato dei creditori quale sistema normativo che possa agevolare l’incasso dei crediti.   Ed infatti prevenire l’insolvenza, gestire nelle fasi incipienti la crisi, preservare la continuità aziendale, sono criteri fondamentali di aumento dell’efficienza del sistema economico e quindi di quello giudiziario.
Ma tutto questo richiede una valutazione più ampia che risponda al tentativo di raffrontare gli indici con i criteri di qualificazione del credito deteriorato in ambito bancario.
Sotto questo profilo, il tema del presente lavoro è quello di verificare se possa esserci una reattività bancaria anticipata rispetto alla percezione degli indici di allerta – per come ad oggi definiti-, anche e soprattutto quando l’economia è scossa da crisi di sistema[7]. Al riguardo, incidentalmente, va detto che l’impianto normativo europeo, che in questi anni si è formato, ha visto la crisi nella sua dimensione finanziaria, concependo possibili rimedi rivolti ai singoli debitori[8].
Il momento attuale ci dice invece che occorre pensare anche ad evenienze di sistema[9] e laddove manchino strumenti adeguati occorre, nel frattempo, uno sforzo interpretativo ed applicativo di necessario adattamento. Questo è frutto di un’indagine complessa che certo non può essere affrontata nel suo insieme in questa sede; piuttosto ci limitiamo a sollevare l’urgenza di ricercare possibili rimedi che possano avvicinare i due sistemi di reazione alla crisi ed al deterioramento dei crediti, magari approfittando anche di questo necessario, quanto provvidenziale rinvio dell’entrata in vigore del Codice della Crisi a settembre 2021[10]

 

  1. Delimitazione del contesto di analisi.

 

Ciò detto, nel presente lavoro ci soffermeremo -come anticipato- ad analizzare un aspetto peculiare di questo complesso sistema che riguarda il rapporto tra gli indicatori di crisi, richiamati dal Codice della Crisi (anche CCII) ed elaborati dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, e la classificazione della qualità dei crediti da parte del sistema bancario[11]. L’indagine proposta ha lo scopo di verificare l’incidenza dei criteri di qualificazione del credito sulla stessa allerta, essendo evidente che la reattività del sistema bancario a fenomeni di deterioramento del credito finisce per influenzare la tempestività dell’allerta, pensata per gestire la crisi e prevenire l’insolvenza.  Due pilastri ne dovrebbero assicurare l’efficacia.
Il primo, già operativo, ai sensi dell’art. 2086 c.c., è quello degli adeguati assetti organizzativi.[12] Si richiede che l’imprenditore adotti assetti organizzativi, amministrativi e contabili per la tempestiva rilevazione della crisi e per approntare senza indugio i relativi rimedi per farvi fronte. Pur non essendo una novità nel nostro sistema societario, gli adeguati assetti assumono una crescente importanza determinata dall’idea che vanno preservate le condizioni per la continuità aziendale.
Senza imbrigliare eccessivamente la propensione al rischio degli amministratori, nondimeno l’organizzazione va assumendo in modo trasversale la funzione di indispensabile presidio per monitorare e gestire i rischi insiti nell’attività[13]. La ragione di questo pilastro risiede dunque nelle buone prassi gestionali che vanno tradotte sul piano organizzativo per cogliere in tempo utile quegli indicatori che danno evidenza di un processo di deterioramento dell’attività che potrebbe condurre sino all’insolvenza. In relazione a questo profilo funzionale si coglie il secondo pilastro dell’allerta che è quello degli indici economici, patrimoniali e finanziari che possono far ragionevolmente ritenere sussistente uno stato di crisi[14].  Come noto il Codice della crisi demanda al Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti il compito di elaborare gli indicatori che possono rilevare uno stato di crisi.
Il lavoro svolto dal Consiglio si è tradotto in un importante documento – anche se non definitivo in quanto inviato al Mise per l’approvazione - che, seguendo le indicazioni del Codice della crisi, ha elaborato un sistema gerarchico di indici la cui integrazione può segnalare una crisi (e forse anche una insolvenza)  in atto[15].
Questo sistema gerarchico prevede in primo luogo due criteri fondamentali: quello del patrimonio netto e quello definito con l’acronimo DSCRDebt Service Coverage Ratio. Il sistema gerarchico prevede dunque che, laddove vi sia il superamento del primo valore soglia, sia ipotizzabile uno stato di crisi; mentre quando il relativo valore soglia non sia superato si può passare alla valutazione del secondo indice il quale segnala i flussi di cassa liberi che possono essere utilizzati per il rimborso dei debiti nei sei mesi successivi.
Quindi in sostanza, in base a questi due indici, è possibile dare rilievo a situazioni critiche già tradotte: o in una significativa perdita patrimoniale o in una tensione finanziaria in atto. Soltanto laddove il criterio finanziario dei flussi di copertura della debitoria non sia fondato su dati attendibili o questo non segnali il pericolo, è possibile procedere ad utilizzare altri cinque indici, la cui rilevanza è integrata solo laddove siano congiuntamente superati e che rispondono alla medesima logica della evidenza delle consistenze patrimoniali, della continuità aziendale e del livello di indebitamento dell’impresa.  
L’impegnativo lavoro di elaborazione degli indici solleva -dicevamo- la questione del raccordo dell’allerta con il delicato sistema di classificazione bancaria dei crediti deteriorati.
L’efficacia dell’allerta dipende infatti in gran parte dalla reattività delle banche al fenomeno della crisi: reattività che oggi deve tenere conto degli orientamenti dell’ European Banking Authority (anche EBA) per classificare un credito come deteriorato. Il punto delicato è dato dalla circostanza che, secondo tali orientamenti, un credito può essere qualificato come deteriorato a prescindere dalla sussistenza di uno scaduto, laddove la banca reputi che sia improbabile il pagamento (c.d.  UTP unlikely to pay).
Potrebbe quindi essere sempre più frequente nella pratica che la banca ceda le relative posizioni per ricavarne liquidità o per migliorare i suoi requisiti patrimoniali, prima ancora che si segnali uno scaduto. Con l’evidente conseguenza che, da un lato, la reattività delle banche alle situazioni di crisi sarà molto più anticipata rispetto all’allerta e, dall’altro, che laddove la gestione della crisi arrivi innanzi all’Organismo di composizione assistita (c.d. OCRI) non vi sia più quale interlocutore la banca, ma i fondi o società di gestione che investono in posizioni deteriorate con logiche operative alle volte non prossime alla ripresa della continuità aziendale.
A livello operativo si dovrà dunque tenere conto delle delicate implicazioni che questo determina sul rapporto con l’imprenditore in crisi e sui doveri di buona fede e correttezza nella gestione dell’allerta[16]. 

 

  1. Rilevanza della funzione finanziaria nella gestione di impresa.

 

Orbene, al fine di meglio indagare questa interferenza tra i due sistemi di reattività alla crisi, partiamo innanzitutto dal considerare la centralità del vincolo finanziario nella gestione di impresa.
Per vincolo finanziario[17] si intende il rapporto tra fabbisogno e risorse finanziarie strettamente legato al ciclo economico che caratterizza in concreto l’attività di impresa. Questa dinamica non è uguale in termini generali ed universali, ma subisce variazioni ed adattamenti in ragione delle specifiche caratteristiche dell’attività svolta. Così possono esserci attività di impresa che anticipano i ricavi rispetto ai costi: come ad esempio accade nelle società di assicurazione; e imprese che invece devono anticipare la copertura dei costi rispetto ai ricavi: esempio classico è quello delle imprese manifatturiere. Si tratta quindi di analizzare e comprendere le modalità di gestione degli avanzi o dei disavanzi finanziari generati dal ciclo economico e dalle sue caratteristiche. Si comprende quindi come sia centrale nell’impresa la c.d. funzione finanziaria[18], ovvero quel presidio organizzativo che programma e gestisce i flussi finanziari in stretto raccordo con le altre unità operative dell’impresa e soprattutto con la gestione strategica del management. Si tratta di una delicata interazione in quanto ogni utilizzo di risorse finanziarie implica una duplicità di costi: un costo legato proprio all’utilizzo della risorsa; ed un costo di opportunità derivante dalla rinuncia a benefici conseguenti ad un utilizzo alternativo del capitale.
In questa visione di insieme, che è propria delle teorie della finanza di impresa[19], si comprende ancora di più come l’impresa è anche un fenomeno finanziario e che appunto dalla finanza è fortemente condizionata.
Ecco dunque che mercato finanziario, finanza di impresa ed economia degli intermediari finanziari[20] risultano tra di loro fortemente interconnessi e dalla loro coordinata efficienza dipende in gran parte la salute di un intero sistema imprenditoriale.
Il codice della crisi, con il sistema di allerta, sembra essere molto sensibile alla dimensione finanziaria dell’impresa ed al suo governo. Questo si caratterizza per la presenza di tre fasi fondamentali: acquisizione del capitale, allocazione del capitale e remunerazione del capitale.
In particolare, soffermandoci sul momento dell’allocazione del capitale occorre considerare che questo può concretizzarsi in investimenti conservativi o strategici: i primi sono funzionali alla conservazione della continuità aziendale e quindi alla prosecuzione nel tempo della produzione o scambio di beni e servizi; i secondi invece hanno una maggiore incidenza economica in quanto creano un momento di discontinuità nell’impresa generando una nuova dinamica di costi e ricavi[21].
Pertanto, l’attenzione degli organi di amministrazione e controllo sulla continuità aziendale deve tener conto di questa dinamica, posto che appunto la continuità, prima ancora di essere un criterio di redazione del bilancio, ex art. 2423 bis c.c., è un requisito esistenziale[22] – se così possiamo dire – che passa appunto attraverso i momenti di governo finanziario ed equilibrio economico dell’impresa[23].
Questa interdipendenza è anche una conseguenza dell’evoluzione della funzione finanziaria. Funzione che ormai non è limitata soltanto alla gestione tecnica delle risorse, ma diviene sempre più partecipe delle decisioni strategiche per incrementarne il valore.
Il passaggio da un approccio per così dire tradizionale alla funzione finanziaria a quello moderno ed innovativo della finanza “allargata” o “integrata” è dipeso dalla dinamica incrociata di tre fattori: - incremento della concorrenza in larghi settori produttivi; - crescente rapidità nella obsolescenza degli input della produzione; - accentuazione del rischio di tasso di interesse e di cambio.
Questi fattori hanno avuto una incidenza significativa nell’ evoluzione della finanza e nella visione strategica di impresa.
 

  1. Indicatori di crisi: approccio gerarchico e progressivo.
     

Alla luce di queste considerazioni generali possiamo sviluppare un approccio più consapevole agli indici elaborati dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, limitandoci a quelli per così dire generali senza considerare quelli specifici per particolari tipologie di imprese.
Occorre prendere le mosse dalla norma di cui all’art. 13 del CCII in base alla quale costituiscono indicatori di crisi gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale e finanziario – valutati in relazione alle specifiche caratteristiche - misurabili attraverso appositi indici[24].  In particolare, si tratta di tecniche e metodi di analisi e raffronto dei dati contabili e di bilancio che possono dare evidenza della sostenibilità dei debiti per almeno i sei mesi successivi e delle prospettive di continuità per l’esercizio in corso o per i sei mesi successivi.
Soffermiamoci, prima di passare ad analizzare gli indici elaborati, sui concetti basilari di sostenibilità dei debiti e di continuità aziendale, tra di loro interconnessi. Questo emerge con una certa evidenza dalla lettura dei principi ISA 570 di revisione contabile.
In particolare, il paragrafo 2 assume la continuità aziendale quale presupposto della redazione del bilancio ed afferma che essa consiste nella capacità dell’impresa “di continuare a svolgere la propria attività in un prevedibile futuro” e quando l’utilizzo di tale presupposto è corretto, il suddetto paragrafo prosegue nel senso che “(…) le attività e le passività vengono contabilizzate in base al presupposto che l’impresa sarà in grado di realizzare le proprie attività e far fronte alle proprie passività durante il normale svolgimento dell’attività aziendale.” È poi interessante notare che, secondo quanto previsto nel paragrafo A2 di questi principi, tra le circostanze che possono far sorgere dubbi sul presupposto della continuità aziendale vengono evidenziati proprio quelli che consideriamo indici di allerta, tra cui appunto il deficit patrimoniale o il capitale circolante negativo per poi passare agli indici più propriamente legati alla funzione finanziaria tra cui lo squilibrio tra fabbisogno e risorse finanziarie[25].
Sempre in un’ottica di approfondimento, troviamo rilevante il principio OIC 11(Organismo Italiano di Contabilità) che sottolinea la centralità della “valutazione prospettica” in ordine alla capacità dell’azienda di continuare a costituire un complesso economico funzionante destinato alla produzione di reddito, per un prevedibile arco temporale futuro, che viene indicato, in questo caso, in dodici mesi. 
Nel caso in cui vengano evidenziate delle incertezze occorrerà dare conto nella nota integrativa delle informazioni relative ai fattori di rischio nonché dei piani aziendali per farvi fronte.
Emerge quindi da questo principio non solo la rilevanza di una valutazione prospettica,  che assume una ragionevole attendibilità a seguito di un attento, puntuale e prudente vaglio delle informazioni disponibili, ma anche l’importanza a questo fine della pianificazione degli interventi da adottare: pianificazione che ricorda molto il contenuto dell’art. 2381 c.c., dal momento che la predisposizione tempestiva degli interventi correttivi dei fattori di crisi presuppone l’attitudine del management quantomeno a pianificare criteri di azione[26].
Chiarito il presupposto della continuità aziendale e la rilevanza della valutazione prospettica, soffermiamoci sugli indici di crisi elaborati dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti. In generale si tratta di indici facilmente determinabili e tendenzialmente attendibili per la rilevazione della crisi.
Il primo indice, quello del patrimonio netto[27], lo ritroviamo nel totale del passivo dello stato patrimoniale di cui all’art. 2424 c.c. lett. A, senza tenere conto dell’eventuale “Riserva per operazioni di copertura dei flussi finanziari attesi” anche in ragione della loro aleatorietà.  Si tratta infatti delle riserve (positive/negative) che derivano dalla valutazione degli strumenti di copertura di flussi finanziari che appunto non rilevano nel calcolo dei limiti all’emissione di obbligazioni (art. 2412 c.c.), né ai fini della riduzione del capitale per perdite (art. 2446 c.c.) o della riduzione del capitale al di sotto del limite legale (art. 2447 c.c.), né ancora ai fini di cui agli articoli 2433 c.c. (distribuzione degli utili ai soci) e 2442 c.c. (passaggio di riserve a capitale).
Per cui se il patrimonio netto è negativo o al di sotto del minimo legale, esso è indice di crisi atteso che la società andrebbe posta in liquidazione. Se invece è positivo, si passa ad utilizzare il secondo indice che è propriamente finanziario ovvero il Debt Service Coverage Ratio (DSCR) che misura la copertura del fabbisogno finanziario dell’impresa secondo una modalità di calcolo anche in questo caso molto immediata ed intuitiva: 

Cash flow operativo - imposte
DSCR = -----------------------------------------------------------------
Flusso finanziario a servizio del debito

Al numeratore viene riportato il cash flow operativo ovvero quello derivante dalla gestione corrente dell’impresa, meno le imposte relative al reddito di esercizio; mentre al denominatore viene riportato il flusso finanziario occorrente a servizio del debito e quindi il flusso necessario per la copertura del fabbisogno finanziario in un arco di tempo di sei mesi. Se il rapporto tra questi due valori è superiore ad uno non scatta l’allerta atteso che in questo caso il fabbisogno finanziario risulterà coperto. Al contrario, scatterà l’allerta se il rapporto è inferiore ad uno[28].
Questo indice, per così dire comprimario con il patrimonio netto, richiede per la sua misurazione che l’imprenditore adotti un rendiconto finanziario, ovvero un documento contabile che, anche in un’ottica previsionale, sia in grado di registrare la dinamica monetaria determinata dai flussi e deflussi generati dalla gestione corrente, al fine di verificare appunto la sussistenza delle condizioni che consentono all’impresa di mantenersi come entità vitale sul mercato[29].
Andando ad approfondire questo indice, appare rilevante osservare che la scienza aziendalistica distingue tra fabbisogno monetario, eccedenza monetaria e fabbisogno finanziario. Si tratta di una differenza da tener presente per un corretto approccio funzionale al rendiconto finanziario ed alla pianificazione finanziaria. Infatti mentre il fabbisogno monetario e l’eccedenza monetaria misurano i flussi ed i deflussi monetari inerenti alla gestione corrente, il fabbisogno finanziario designa l’esigenza di copertura finanziaria di quel deficit monetario determinato dall’eccedenza dei deflussi rispetto ai flussi monetari. Il fabbisogno finanziario quindi misura l’entità del ricorso ai mezzi finanziari per coprire appunto un deficit monetario[30].
Ed allora, alla luce di questa precisazione appare del tutto evidente che, ai fini dell’allerta e del monitoraggio della continuità, sarebbe rilevante non solo il rendiconto finanziario quale documento di bilancio ex art. 2423, comma 1, c.c., ma anche la pianificazione finanziaria in una dimensione prospettica di budget finanziario che consenta di prevedere appunto l’emersione, l’entità, ed i tempi del fabbisogno finanziario.
A questo punto il passaggio agli altri cinque indici potrà avvenire in due casi: se l’imprenditore non è in grado di calcolare il DSCR in ragione dell’inattendibilità delle informazioni, oppure quando l’indice è superiore all’unità; e quindi laddove la valutazione degli indicatori di crisi secondo il patrimonio netto ed il DSCR non ha evidenziato criticità.
In questo caso dunque l’esame degli indicatori di crisi potrà proseguire con gli altri cinque indici indicati dal CNDCEC, secondo appunto una impostazione a sequenza gerarchica progressiva. Questi cinque indici dovranno essere valutati congiuntamente.
Va osservato, in primo luogo, che la loro individuazione per determinate aree gestionali è in correlazione con l’esigenza della pianificazione e controllo all’interno dell’impresa, che ormai risulta del tutto ineludibile alla luce del combinato disposto di cui agli artt. 2086 e 2381 c.c. in punto di adeguati assetti organizzativi per la rilevazione tempestiva della crisi e l’adozione dei relativi rimedi per farvi fronte.
Ci sembra quindi di poter cogliere una dimensione di coerenza tra assetti organizzativi e definizione degli indici di crisi per come elaborati dal CNDCEC, trovando nella pianificazione e controllo di gestione un importante momento di raccordo. Lo stesso documento di elaborazione degli indici dà infatti conto del percorso seguito per la loro individuazione; e precisamente si è fatto ricorso alla scienza aziendalistica ed ai modelli da essa elaborati per la diagnosi precoce dell’insolvenza attraverso ratios riconducibili a precisi ambiti gestionali[31].
Questo approccio ha due importanti ricadute.  La prima è che non si può prescindere da momenti di previsione e pianificazione non solo ad un livello strategico ma anche più immediatamente operativo e gestionale cui far seguire momenti di controllo per confrontare i risultati attesi e quelli effettivamente conseguiti.
La seconda è che occorre preventivamente definire i perimetri delle aree gestionali assicurando tra gli stessi i necessari raccordi. Si è infatti in precedenza segnalato quanto sia rilevante la funzione finanziaria all’interno dell’organizzazione aziendale e come essa assuma una posizione trasversale andando ad interferire con altre aree gestionali. Così come non andrà neppure trascurato il rapporto - essenziale per l’impresa e la sua sopravvivenza -  tra capitale e reddito: il primo quale grandezza di fondo che ne consente l’operatività; il secondo quale grandezza di flusso che a sua volta consente la formazione del capitale[32].
In quest’ottica dunque gli ulteriori indici assumono un significato e una rilevanza che va oltre la semplice percezione della crisi, in quanto sollecitano l’integrazione di un presupposto necessario che è appunto di tipo organizzativo e gestionale.
Come dicevamo, i cinque indici che esporremo assumono rilevanza se tutti presentano un’alterazione secondo valori soglia differenziati per tipologia di attività.
Per dare coerenza di sistema all’esposizione cercheremo in prima battuta di raggruppare gli indici tenendo conto dei criteri funzionali indicati dal legislatore nell’art. 13, comma 1, del Codice della Crisi. Questa norma infatti precisa che sono da assumere come indici significativi quelli che misurano: a. la sostenibilità degli oneri finanziari con i flussi di cassa; b. l’adeguatezza dei mezzi propri rispetto a quelli dei terzi; c. ritardi nei pagamenti reiterati e significativi. Si può quindi ritenere che gli indici: di sostenibilità degli oneri finanziari, di ritorno liquido dell’attivo e di liquidità rientrino nel primo cluster di misurazione. Gli altri indici e precisamente quelli di adeguatezza patrimoniale e di indebitamento previdenziale e tributario rientrano rispettivamente nel secondo e nel terzo cluster.
A ciò si aggiunga quanto previsto dall’art. 24, comma 1, del CCII in relazione alla tempestività di reazione da parte del debitore, che è valutata tenendo conto di un parametro temporale agganciato alla sussistenza di debiti scaduti e non pagati.
Ed infatti ai fini dell'applicazione delle misure premiali di cui all'articolo 25, la reazione del debitore per prevenire l'aggravarsi della crisi non è considerata tempestiva se la domanda per una delle procedure regolate dal codice è presentata oltre sei mesi, ovvero quella per la composizione assistita della crisi oltre il termine di tre mesi, a decorrere da quando si verifica, alternativamente: a) l'esistenza di debiti per retribuzioni scaduti da almeno sessanta giorni per un ammontare pari ad oltre la metà dell'ammontare complessivo mensile delle retribuzioni; b) l'esistenza di debiti verso fornitori scaduti da almeno centoventi giorni per un ammontare superiore a quello dei debiti non scaduti; c) il superamento, nell'ultimo bilancio approvato, o comunque per oltre tre mesi, degli indici elaborati ai sensi dell'articolo 13, commi 2 e 3.
Quindi notiamo che, in rapporto alla valutazione della tempestività della reazione, rileva anche un parametro legato all’indebitamento dell’imprenditore in alternativa agli indici di bilancio.
Questa sistematizzazione, che riguarda l’indebitamento e la riclassificazione delle voci di bilancio, consente quindi di vedere una coerenza logica negli indici individuati dal CNDCEC in quanto funzionali allo scopo di far presumere ragionevolmente uno stato di crisi[33].
Andando quindi ad esaminare i vari indici possiamo ricorrere a criteri aziendalistici e giuridici ad un tempo.

  1. L’indice di sostenibilità degli oneri finanziari è un indice di riclassificazione del conto economico ed è volto a misurare l’incidenza degli oneri finanziari sui ricavi. L’indice infatti mette in rapporto l’ammontare complessivo degli interessi e degli oneri finanziari di cui all’art. 2425, voce C.17 con i ricavi di cui alla voce A.1 dell’art. 2425 c.c.. Questo indice misura l’entità di assorbimento degli oneri finanziari da parte dei ricavi dell’impresa; ovvero le disponibilità lorde dell’impresa che possono essere destinate alla copertura degli oneri finanziari e quindi si tratta di un indice che incide anche sulla redditività.

  2. Il secondo indice è quello di adeguatezza patrimoniale e misura il rapporto tra patrimonio netto, il c.d. passivo ideale, e i debiti, c.d. passivo reale. Il patrimonio netto è rappresentato dalla voce A dell’art. 2424 c.c., mentre i debiti dalla voce D dello stesso articolo che, come noto, contiene lo schema dello stato patrimoniale. Il patrimonio netto è rappresentato da quelle entità patrimoniali che lo statuto e la legge non consentono, se non a certe condizioni, che siano destinate ai soci, in quanto in primo luogo volte alla realizzazione del programma imprenditoriale. Ed infatti i vincoli sulle voci del patrimonio netto – capitale, riserve, utili - sono presidi volti ad assicurare la funzione produttiva da cui dipende l’incremento del loro valore[34]. Questo indice quindi si colloca sul piano delle consistenze patrimoniali.

  3. Gli altri due indici di ritorno liquido dell’attivo e di liquidità possono essere trattati congiuntamente, in quanto entrambi tendono a misurare la capacità dell’imprenditore di pagare i propri debiti alle rispettive scadenze, senza però averne messo in evidenza anche le differenze.

    c.1. Il primo indice consente di verificare la capacità dell’impresa di soddisfare i suoi impegni finanziari a breve. Tale capacità è valutata con riguardo allo smobilizzo delle attività correnti che ritroviamo raggruppate nell’attivo circolante di cui alla  voce C dello stato patrimoniale, ex art. 2424 c.c.. L’indice infatti è dato dal rapporto tra attivo a breve termine (voce C) e passivo a breve termine di cui alle voci D ed E dello stato patrimoniale, ex art. 2424 c.c..  Rispetto a questo indice dunque non è estraneo il ciclo acquisto-trasformazione-vendita e quindi la stessa dimensione operativa dell’impresa. Ed infatti è proprio questo ciclo che genera un “certo volume di crediti, di scorte di magazzino e via dicendo, che costituiscono impieghi di risorse[35]” la cui dimensione viene rapportata all’entità del passivo per valutare la sua attitudine a generare la liquidità occorrente per farvi fronte. Si tratta quindi di un indice molto interessante perché aiuta ad entrare nella dinamica operativa dell’impresa che può essere condizionata da fattori di tempo, di spazio, ma anche e soprattutto gestionali se si considerano la rilevanza delle giacenze di magazzino, la durata del ciclo produttivo, la dilazione dei debiti e crediti commerciali[36].

    c.2. Diverso dall’indice di ritorno liquido dell’attivo, è l’indice di liquidità anche se, dicevamo, entrambi si collocano sul piano finanziario. La differenza del secondo rispetto al primo consiste nel fatto che all’interno della dimensione finanziaria è possibile isolare quella specificamente monetaria “che riguarda i soli movimenti in entrata e in uscita dei fondi disponibili di cassa e nei conti correnti bancari e postali[37].” Il passaggio per così dire dal capitale circolante al cash flow implica la eliminazione dal calcolo di tutti quei flussi e deflussi finanziari che non sono monetari. L’indice di liquidità quindi attiene al rapporto tra questa grandezza rappresentata dal cash flow, per come appena definito, e l’ammontare dell’attivo dello stato patrimoniale al fine appunto di misurare l’entità della liquidità disponibile rispetto all’attivo impiegato (nella) o generato dalla dinamica produttiva. Così ad esempio un incremento dell’attivo, in particolare di quello circolante, potrebbe peggiorare questo indice atteso che evidenzierebbe la presenza di parti di attivo che non generano flusso monetario, come appunto accade nel caso di un aumento delle rimanenze o dei crediti. Al contrario, la riduzione delle rimanenze e dei crediti dovrebbe tradursi in un miglioramento della liquidità[38]

  4. Ed infine il CCII prevede l’indebitamento previdenziale e tributario ed il suo rapporto con l’attivo patrimoniale. Questo indice è molto semplice poiché attiene al rapporto tra l’ammontare di questo indebitamento e l’attivo patrimoniale, tenendo presente però che tale indice andrebbe valutato anche in relazione all’art. 15, comma 2, del CCII che individua l’importo rilevante che fa scattare l’obbligo di segnalazione in capo all’Agenzia dell’Entrate ed all’Inps.

 

  1. Funzionalità degli indici e sistema bancario rispetto alla tempestiva percezione della crisi.

 

L’idoneità degli indici, appena descritti, ad evidenziare la crisi e a determinare l’attivazione dell’allerta interna dipende dall’efficienza della governance societaria e dalla sua reattività. Tuttavia, non è questa la sola variabile che può condizionare l’efficienza del sistema di allerta; ad essa occorre aggiungere la considerazione dei criteri che il sistema bancario e finanziario è chiamato a rispettare per la valutazione della qualità del credito[39]. Infatti la classificazione di un credito come deteriorato impatta in modo significativo sul rapporto con la banca e sulla stessa configurazione delle linee di affidamento, potendo quindi registrarsi un effetto di anticipo rispetto all’attivazione dell’allerta che a quel punto opererebbe in ritardo o comunque con una maggiore incognita rappresentata appunto dalla compromissione del rapporto con il sistema creditizio.
Il monitoraggio da parte delle banche della qualità del credito è senz’altro un presidio importante di salvaguardia del sistema bancario. Esso però si riverbera sullo stesso rapporto con l’economia reale, in quanto l’aumento della classificazione del rischio sugli attivi delle banche si riflette sul loro capitale regolamentare[40] potendo portare alla restrizione del credito. Questo effetto andrebbe a sua volta ad impattare sulla liquidità del sistema economico e quindi su quella delle imprese, soprattutto all’interno del sistema di allerta.
Riteniamo che dalla delicatezza di questa dinamica dipende in gran parte l’attitudine del sistema di allerta ad essere un efficace presidio per evitare l’insolvenza.
Occorre dunque soffermarsi sulla normativa di riferimento per analizzare i criteri alla stregua dei quali avviene la classificazione della qualità del credito; per poi verificare come questo impatta sugli indici di allerta.
La norma da cui prendere le mosse è l’art. 178 del Regolamento (UE) n. 575/2013 (CRR-Capital Requirements Regulation) in materia di disciplina prudenziale delle Banche, nonché le conseguenti Guidelines EBA (anche GL)[41] sull’applicazione della definizione di default alle esposizioni creditizie. In base a questo complesso sistema normativo, le esposizioni deteriorate sono classificate secondo tre categorie: esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate, inadempienze probabili, sofferenze.
Orbene, la prima categoria ricomprende i debitori che hanno una esposizione scaduta secondo i seguenti parametri che devono entrambi verificarsi: temporale e quantitativo. Il parametro temporale consiste in un arretrato nei pagamenti per un tempo superiore a novanta giorni consecutivi (in aumento a 180 giorni in determinati casi); quello quantitativo si riferisce ad un preciso ammontare dello scaduto che risulta rilevante quando l’importo non pagato è superiore a 500 euro e rappresenta più dell’1% del totale dell’esposizione dell’impresa, importo che si riduce a 100 euro per le piccole e medie imprese che hanno una esposizione inferiore ad un milione di euro. Si tratta di criteri molto stingenti, non rimediabili mediante compensazione con altri margini di disponibilità su altre linee di credito e che determinano effetti oggettivi e soggettivi.
Sul piano oggettivo, la classificazione di un rapporto di credito come deteriorato si riverbera anche su altri rapporti con la banca che verranno anche questi classificati deteriorati; sul piano soggettivo, tale classificazione potrebbe avere effetti negativi su altri soggetti economicamente collegati al debitore (pensiamo ad esempio alle filiere di produzione).
Si può dunque notare che la qualificazione dell’esposizione scaduta/sconfinante come deteriorata è tale da poter determinare una compromissione del credito non solo per il soggetto che è così classificato, ma anche per gli altri soggetti ad esso collegati.
Più complessa, e più rilevante per la nostra indagine, è la categoria delle inadempienze probabili, conosciute anche con l’acronimo UTP (unlikely to pay), in quanto tale categoria si basa su un giudizio da parte della banca circa l’improbabilità che il debitore adempia alle proprie obbligazioni creditizie.
Su questa categoria dobbiamo soffermarci in quanto essa può ricomprendere posizioni creditizie anche se non presentano uno scaduto. Difatti la banca, a seguito di una valutazione complessiva del debitore, della sua condizione economico-finanziaria e del contesto in cui opera, può giungere alla determinazione che questi non sarà in grado di adempiere alle proprie obbligazioni se non ricorrendo alla escussione delle garanzie prestate o all’avvio delle azioni giudiziali[42].
Andando più nel dettaglio ad esaminare i criteri di qualificazione elaborati dall’EBA, si nota la sollecitazione rivolta agli enti finanziari e creditizi ad una pronta rilevazione delle criticità sulle esposizioni che passa anche attraverso l’osservazione di elementi endogeni ed esogeni secondo quanto previsto dal punto 59 delle GL. Tra i fattori endogeni che possono essere presi in considerazione sono indicati: fonti di reddito non più disponibili per far fronte al pagamento delle rate; ragionevoli preoccupazioni circa la futura capacità del debitore di generare flussi di cassa “stabili e sufficienti”; aumento della leva finanziaria del debitore; violazione di clausole contrattuali; esercizio di un collateral compresa una garanzia[43].
Quali fattori esogeni vengono richiamati sempre dal citato punto 59: crisi del settore in cui opera il debitore; scomparsa di un mercato attivo; segnalazione di ritardi nella centrale rischi. Tutti elementi che possono essere attinti da una valutazione complessiva del contesto macroeconomico, da articoli di stampa, dalle relazioni degli analisti finanziari.
E’ interessante richiamare inoltre la comunicazione della Banca d’Italia del 26 giugno 2019 concernente le “Segnalazioni statistiche di vigilanza e bilancio delle banche: modifiche relative alla qualità del credito” laddove si prevede che nel caso in cui il debitore chiede un concordato prenotativo o un concordato in continuità aziendale, la relativa esposizione debitoria debba essere qualificata tra le inadempienze probabili che possono sfociare in una classificazione a sofferenza nei seguenti casi: esito negativo della procedura,  accordo di ristrutturazione dei debiti ex art. 182 bis l.fall. o cessione dell’azienda in continuità ad una società appartenente al medesimo gruppo[44].
Si può quindi notare in primo luogo l’attenzione prestata dalla Banca d’Italia alla dinamica di queste procedure concorsuali sulla qualificazione del credito e sulla intensità della sua classificazione come credito deteriorato secondo un percorso accertativo e di valutazione che può appunto passare da una classificazione UTP ad una classificazione a sofferenza.

 

  1. Disallineamento tra indici di crisi e criteri di qualificazione del credito: una possibile soluzione sul piano organizzativo.

 

Il raffronto tra gli indici di allerta ed i criteri di qualificazione dei crediti deteriorati porta a ritenere che tra gli stessi non vi sia un rapporto sincronico. Indubbiamente la logica dell’allerta sollecita un’ottica operativa forward looking, tuttavia la misurazione degli indici avviene quasi sempre a consuntivo ed in relazione ad un lasso di tempo di sei mesi (c.d. ratio analysis).  Infatti, tranne l’indice di misurazione dei flussi di cassa (DSCR), gli altri indici - pensiamo al patrimonio netto negativo, al ritorno liquido dell’attivo, alla copertura degli oneri finanziari – sono rilevati attraverso bilanci di verifica. Solo gli indici di misurazione della liquidità richiedono appunto una pianificazione finanziaria e monetaria che può effettivamente sollecitare valutazioni prospettiche da parte degli organi di gestione.
Se andiamo invece a vedere la classificazione dei crediti come UTP, tra i criteri normativi evidenziati, anche di soft law, vi sono quelli che guardano al contesto economico di riferimento del debitore, al suo gruppo o filiera di appartenenza, alla “futura” capacità del debitore di generare flussi di cassa, al peggioramento delle condizioni di leva finanziaria. Insomma, si tratta di una serie di elementi di valutazione che si pongono in una prospettiva previsionale più che consuntiva.
Come dicevamo questa differente impostazione rischia di generare un ritorno negativo sull’allerta, laddove appunto il deterioramento del credito venga percepito molto tempo prima da parte delle banche che non a seguito della rilevazione della crisi attraverso gli di indici di allerta. Percezione anticipata che sarà tanto più acuta quanto più il contesto economico soffre, come accade in quello attuale per la profonda crisi di liquidità in atto a seguito della nota pandemia.
Sotto questo profilo ravvisiamo la dimensione più critica dell’allerta che può metterne in discussione l’efficacia.
Efficacia che può essere compromessa su due piani: quello della tempestiva emersione della crisi appunto, e quello della restrizione del credito alla impresa in allerta davanti ad un Organismo di composizione assistita della crisi (OCRI). In questa delicata fase è abbastanza evidente che, per quanto possano essere preziose le skills dei componenti dell’OCRI, queste non potrebbero sortire alcun benefico effetto se non si riuscissero a trovare fonti di finanziamento.
Certo si potrebbe ritenere che già questo sarebbe un parametro di tardiva emersione della crisi, se non fosse però che appunto in senso contrario depongono i diversi criteri di reazione del sistema imprenditoriale e di quello bancario. E quindi di per sé la mancanza di fonti di finanziamento nella fase dell’allerta, anche di supporto ad una ricapitalizzazione[45], non sarebbe indizio univoco nel senso della tardività colpevole dell’allerta stessa.  In questo contesto, la ricerca di soluzioni non è evidentemente semplice, e le riflessioni di seguito esposte ne rappresentano un mero tentativo.
Ed allora, cimentandoci in questo percorso con tutti i caveat del caso, una prima possibile soluzione a questo disallineamento potrebbe essere quello di valorizzare, soprattutto per le imprese più esposte con il sistema bancario, un affinamento degli aspetti organizzativi che possa dar luogo all’applicazione di indici tailor made: nel senso non di deroga a quelli standard ma di loro più efficiente implementazione[46].  

Tale affinamento riguarderebbe almeno due presidi, relativi alla dimensione finanziaria e a quella operativa.

  1. Sul piano finanziario, una adeguata realizzazione della c.d. funzione finanziaria risponderebbe meglio ad una esigenza di monitoraggio continuo delle condizioni di continuità aziendale. Come già emerso nelle riflessioni precedenti, la funzione finanziaria interagisce in modo trasversale con tutti i settori nevralgici della gestione societaria, avvalendosi anche di budget finanziari annuali verificati periodicamente. In tal modo la gestione finanziaria andrebbe ad integrare, supportare, verificare la pianificazione strategica che spetta agli amministratori secondo la ripartizione di competenze ex art. 2381 c.c.. Le criticità evidenziate in questa sede potrebbero rappresentare indici di allerta molto più anticipati rispetto a quelli previsti dal Codice della Crisi, ponendosi in sintonia con le dinamiche bancarie e con la logica ad essa sottesa.

  2. Un secondo rimedio potrebbe essere colto sul piano gestionale. Al riguardo risulta fondamentale il risk management che ovviamente implica a priori un risk assessment[47]. L’individuazione dei rischi operativi consente di individuare i relativi presidi di gestione anche nell’ottica di una possibile previsione della loro incidenza sull’andamento economico-finanziario dell’impresa. È ormai consolidata, anche sul piano dei criteri di buona e corretta gestione societaria, l’idea che negli adeguati assetti organizzativi non possa mancare una predisposizione di presidi di osservazione e gestione dei rischi per misurare la loro incidenza sull’andamento gestionale e per correggere ed adattare scelte strategiche secondo nuovi scenari operativi.

Ci sembra che l’implementazione di questi piani organizzativi potrebbe dunque rappresentare una efficiente integrazione – sul piano gestionale - degli indici di allerta per come pensati alla luce del Codice della Crisi. 

 

  1. Segue: altra possibile soluzione sul piano finanziario.
     

Guardando dal lato bancario, le riflessioni svolte sui criteri di classificazione della qualità del credito hanno evidenziato la presenza di una spinta di regolamentazione e di moral suasion verso la cessione delle posizioni deteriorate, proprio al fine di migliorare il capitale regolamentare delle banche ed aumentare la propensione al rischio con nuovi impieghi di attivo (vale a dire nuova erogazione di credito all’economia reale). Assistiamo dunque ad un sostanziale cambiamento di mission del sistema bancario che può farsi carico -a condizioni sempre più stringenti - del rischio di erogazione del credito, cercando però di limitare quello di gestione e recupero[48].  
Il credito deteriorato allora muta da valore da recuperare a valore di scambio attraverso il quale è possibile generare nuovi flussi di rendimento. Questo tendenzialmente determina una spersonalizzazione della gestione proprio perché la cessione del credito deteriorato cambia l’interlocutore del debitore, sostituendo alla relazione con la banca la logica operativa del cessionario di tipo ovviamente speculativo.
Ma anche sul piano di questa significativa innovazione del mercato è possibile cogliere degli spazi operativi nuovi che occorre valorizzare nella complessità delle vicende che si muovono intorno al credito. Vogliamo richiamare l’attenzione sulle innovazioni apportate alla disciplina della cartolarizzazione dall’art. 60 sexies del D.L. 24 aprile 2017 n. 50, convertito in legge 21 giugno 2017 n. 96, il quale ha introdotto nella L. 30 aprile 1999 n. 130 il nuovo art. 7.1, rubricato “Cartolarizzazione di crediti deteriorati da parte di banche e intermediari finanziari”. L’importanza di questa norma[49] consiste in questo: essa consente alla società cessionaria dei crediti, all’interno di una operazione di cartolarizzazione, di poter finanziare il debitore ceduto e quindi sostenere la parte debole del rapporto obbligatorio cui è legato l’efficiente recupero del credito.
L’effetto positivo di questa operazione è duplice: libera patrimonio per le banche che possono incrementare la propensione al rischio evitando il credit crunch e apporta risorse finanziarie al debitore ceduto, attraverso la finanziarizzazione (buona) del sottostante credito, che altrimenti non avrebbe potuto attingere risorse per le vie per così dire tradizionali. Questo supporto finanziario può avvenire anche nell’ambito di piani di risanamento o ristrutturazione previsti in procedure di concordato preventivo o di accordi di ristrutturazione ai sensi della legge fallimentare dando anche la possibilità di convertire i crediti ceduti in capitale del debitore ceduto (debt to equity swap).
Potrebbe allora essere interessante verificare la possibilità di un ulteriore aggiornamento della norma prevedendo che operazioni di nuova finanza o di risanamento e/o ristrutturazione, con conversione dei crediti in capitale, possano avvenire anche nell’ambito della fase di allerta quando il debitore accede ad una composizione assistita della crisi. Questa nuova via finanziaria sarebbe del resto pienamente percorribile atteso che il comma 6 dell’articolo richiamato prevede anche la possibilità che oggetto di cessione non sia un blocco di crediti, ma posizioni individuate singolarmente. In questo modo sarebbe possibile perseguire l’obiettivo dell’erogazione di nuova finanza e di supportare piani di risanamento o di ristrutturazione attraverso ricapitalizzazioni societarie in un momento cruciale per l’impresa sulla soglia di una crisi altrimenti irreversibile.
Una soluzione di questo tipo consentirebbe anche di poter realmente vagliare la bontà di un piano industriale e produttivo poiché sarebbe possibile avere un riscontro di mercato da parte di soggetti qualificati in grado di analizzare e verificare il merito creditizio anche con il supporto dell’Organismo di Composizione Assistita della Crisi. L’affiancamento finanziario dell’OCRI è dunque cruciale per poter attingere gli obiettivi dell’allerta in un’ottica di reale refresh imprenditoriale.
A questo dovrebbe poi aggiungersi un appropriato uso delle c.d. Misure di Concessione[50] (c.d. forbearance measures) che vengono definite, dalle Linee Guida per le Banche sui Crediti Deteriorati della BCE di marzo 2017, come quelle misure accordate dalle banche con l’ “obiettivo chiave” di porre le basi per il rientro in bonis delle esposizioni deteriorate o di evitare il passaggio a deteriorate di posizioni in bonis, riportando l’esposizione in una situazione di rimborso sostenibile.
Lo stesso documento auspica poi che le banche si dotino di un regolamento interno in materia di misure di concessione in linea con il concetto di sostenibilità economica, riconoscendo con tempestività i debitori non economicamente sostenibili. Si potrebbe dunque pensare ad un opportuno raccordo con il sistema di allerta, magari andando a premiare quei debitori che tempestivamente rilevano la probabilità dell’insolvenza e ricorrono ad uno dei rimedi previsti dall’ordinamento giuridico.
In relazione a tale possibilità potrebbero venire in aiuto proprio le condizioni indicate dalla BCE per le misure di concessione, tra le quali vengono riportati gli eventi che hanno interessato il debitore incidendo sui vincoli di liquidità e il comportamento del debitore che ha dato concretamente prova di intrattenere un buon rapporto finanziario. Prove concrete tra le quali potrebbe essere ricompresa proprio l’attivazione dell’allerta.
 

  1. Approdo conclusivo.
     

I considerando della Direttiva Insolvecy sono chiari nel senso di ritenere l’allerta come un rimedio per tutelare il credito ed evitare l’accumulo di posizioni deteriorate. L’allerta infatti è vista, potremmo dire, a doppio effetto: - risanare le aziende sane ma in difficoltà; - eliminare velocemente le aziende senza prospettive di continuità secondo una liquidazione ordinata. Entrambi questi effetti sono pensati per assicurare una maggiore tutela del credito e quindi una maggiore stabilità finanziaria del mercato unico.
Il legame funzionale tra allerta e credito è dunque evidente. Questa funzionalità però è a senso unico, perché non sembrano indagati i riflessi di ritorno del credito sull’allerta; o meglio del credito deteriorato sull’attivazione degli indici di allerta.  L’allerta è nata di certo con i migliori propositi, ma forse spinta solo dalle esigenze, da un lato, di evitare i c.d. falsi positivi e, dall’altro, di conferirle una certa cogenza per un  -non troppo velato, quanto generalizzato - senso di sfiducia verso il nostro mondo imprenditoriale.  Ci sembra che sia mancata una visione di sistema, che a ben vedere avrebbe meglio indotto un percorso di maturazione della sensibilità imprenditoriale alle questioni della prevenzione. Visione di sistema che esige un raccordo con il mondo bancario e finanziario non smarrendo quella visione complessa dell’impresa alla quale si è accennato.
E ciò, da un lato, per evitare che vi sia una reattività bancaria troppo anticipata rispetto a quella di impresa e, dall’altro, per dare alle imprese sane, ma in difficoltà, chance di approvvigionamento finanziario che non avrebbero avuto, o avrebbero avuto con maggiore difficoltà, al di fuori dell’allerta.
Questo potrebbe essere lo stimolo più forte a ricorrere ai rimedi previsti dalla legge e a sintonizzare l’organizzazione su più elevati standard di efficienza. Può essere che il vecchio adagio  “non tutti i mali vengono per nuocere” mostri la sua attualità anche ora ed induca – in questo periodo di proroga del Codice della Crisi – a riflettere sulla ricerca di una più efficiente armonia con la gestione del credito deteriorato. 

 

[1] Direttiva “Insolvency” (UE) 2019/1023 del 20 giugno 2019 reperibile su https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32019L1023&from=IT. Nel percorso che ha portato all’allerta una grande rilevanza va riconosciuta anche alla Raccomandazione della Commissione 2014/135/UE del 3 aprile 2014.

[2] C. Masini, Lavoro e Risparmio, Torino, 1979, pag. 75 e ss., il quale già negli ultimi trenta anni del secolo scorso rilevava che “La trattazione attinente a questa proprietà della moneta, ci allontanerà non poco dalle interpretazioni della dottrina prevalente; basti accennare al diverso significato da noi accolto per il termine "valori": i "valori" non sono da noi riferiti ai soli "beni" bensì soprattutto alle complesse variazioni che, in diversi aspetti, hanno determinazione negli scambi, nelle stime, e nelle congetture d'azienda.

[3] Ved. R. B. Reich, Supercapitalismo, Roma, 2007; ed anche per un interessante riflessione sulle ricadute morali delle spinte consumistiche e delle crisi che investono ciclicamente i sistemi economici: M. J. Sandel, What money can’t buy – The moral limits of markets, New York, 2012.

[4] Con riguardo ai crediti, la Direttiva “Insolvency” (UE) 2019/1023,  tra i numerosi considerando, non trascura di affermare che ”I quadri di ristrutturazione preventiva dovrebbero inoltre prevenire l’accumulo di crediti deteriorati. La disponibilità di quadri efficaci di ristrutturazione preventiva garantirebbe di poter intervenire prima che le società non siano più in grado di rimborsare i prestiti, contribuendo in tal modo a ridurre il rischio di un deterioramento di questi ultimi nei periodi di congiuntura sfavorevole nonché di attenuare l’impatto negativo sul settore finanziario.

[5] Così G. Visentini, Argomenti di diritto commerciale, Milano, 1997, pag. 181 ed anche Idem, La disciplina delle S.p.A. nel confronto con le altre legislazioni, Roma, 2016. Di riferimento anche le riflessioni di: P. Ferro-Luzzi, Riflessioni sulla riforma, La società per azioni come organizzazione del finanziamento di impresa, in Riv. dir. comm., 2005, I, 673.

 Nella dottrina aziendalistica: A. Renzi – G. Vagnani, Fabbisogno finanziario, equilibrio e redditività, Torino, 2018, pag. 10, i quali analizzano l’impresa come governo del capitale e sistema di flussi finanziari; E. Comuzzi – G. Marzo, La finanza aziendale, in G. Volpato (a cura di ), La gestione di impresa, Padova, 2000.

[6] Ved. A. Ricciardi – B. Sacco, Valutare i rischi dei crediti commerciali: elaborazione di un indice di solvibilità, in Amministrazione e Finanza, 2019, 10, pag. 56 che non mancano di constatare come “Precedenti studi rilevano l’analisi degli indici di bilancio come uno degli strumenti principali per verificare la probabilità di default delle aziende, in linea con l’orientamento normativo dettato dall’ultima riforma sul diritto fallimentare.”

[7] Lucida e ampiamente condivisa analisi quella di M. Draghi, We face a war against coronavirus and must mobilise accordingly, in Financial Times, 25 marzo 2020, https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b. Tra le varie riflessioni è da sottolineare che “ The challenge we face is how to act with sufficient strength and speed to prevent the recession from morphing into a prolonged depression, made deeper by a plethora of defaults leaving irreversible damage.

[8] Tra i tanti si richiama la Direttiva “Insolvency”  citata  ed anche Le Linee Guida per le Banche sui Crediti Deteriorati (NPL) della Banca Centrale Europea, marzo 2017, reperibili su https://www.bankingsupervision.europa.eu/ecb/pub/pdf/guidance_on_npl.it.pdf.

[9] Accadimenti imprevedibili che nelle dispute filosofiche venivano indicati come “rara avis” parafrasando una espressione di  Giovenale,  e che oggi vengono classificati con il termine meno poetico di “cigno nero” per indicare appunto un evento imprevedibile ed improbabile in grado di far compiere alla storia ed alla economia un vero e proprio salto, un  mutamento di rotta repentino quanto difficilmente ponderabile nelle sue conseguenze. Così la famosa opera di N. N. Taleb, The Black Swan, NY, 2010.

[10] Il rinvio è stato disposto dall’art. 5 del decreto legge 8 aprile 2020, n. 23.   Si segnala che a livello europeo si alzano voci nel senso di adattare la disciplina della crisi alla situazione di emergenza che stiamo vivendo e che avrà di certo ricadute di lungo periodo. Così di recente le riflessioni di G. Jan Boon, Covid-19 Crisis Requires Legislators to Adapt Insolvency Legislation, in Oxford Business Law Blog – Oxford Law Faculty, 27 marzo 2020, https://www.law.ox.ac.uk/business-law-blog. Per una approfondita analisi, anche di sistema, della normativa di emergenza ed in particolare del Decreto “Cura Italia” (decreto legge 17 marzo 2020, n. 18)  per far fronte alla pandemia: C. D’Arrigo – G. Costantino – G. Fanticini – S. Saija, Legislazione d’emergenza e processi esecutivi e fallimentari, i quaderni di in eXecutivis, La rivista telematica dell’esecuzione forzata, collana diretta da C. D’Arrigo, marzo 2019, in https://www.inexecutivis.it/approfondimenti/2020/marzo/legislazione-demergenza-e-processi-esecutivi-e-fallimentari/. 

[11] Per un’ampia valutazione del fenomeno dei crediti deteriorati dal punto di vista dell’Autorità di Vigilanza: L.G. Ciavoliello – F. Ciocchetta – F.M. Conti – I. Guida – A. Rendina – G. Santini, Quanto valgono i crediti deteriorati ?Note di Stabilità Finanziaria, Banca d’Italia, n. 3, 29 aprile 2016, in https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/note-stabilita/2016-0003/index.html; L. Carpinelli – G. Cascarino – S. Giacomelli – V. Vacca, La gestione dei crediti deteriorati: un'indagine presso le maggiori banche italiane, Questioni di Economia e Finanza, n. 311, 22 febbraio 2016, in https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2016-0311/index.html.

[12] Sappiamo che non si tratta di una novità nel nostro sistema ed all’indomani della riforma societaria la dottrina ne ha subito messo in evidenza la grande importanza. Si veda: V. Buonocore, Adeguatezza, precauzione, gestione, responsabilità: chiose sull’art. 2381, commi terzo e quinto del codice civile, in Giur comm., 2006, I, pag. 5; P. Abbadessa, Profili topici della nuova disciplina della delega amministrativa, in Il nuovo diritto delle società, Liber Amicorum Gian Franco Campobasso, diretto da P. Abbadessa - G.B. Portale, II, Torino, 2006, pag. 493, che valorizza l’imputazione soggettiva dell’obbligo della cura dell’adeguato assetto organizzativo la cui portata generale era percepibile anche prima della riforma del 2003 quale riflesso del dovere di diligenza; P. Montalenti, Gli obblighi di vigilanza nel quadro dei principi generali sulla responsabilità degli amministratori di società per azioni, in Il nuovo diritto delle società, Liber Amicorum Gian Franco Campobasso, cit., (supra in questa nt.),  pag. 837 ss..  Per una recente ed ampia riflessione con riguardo ai profili di responsabilità degli organi di controllo si richiama:  S. Leuzzi, Indicizzazione della crisi d’impresa e ruolo degli organi di controllo: note a margine del nuovo sistema, ineXecutivis.itLa Rivista telematica dell’esecuzione forzata, 28 ottobre 2019, https://www.inexecutivis.it/AdvancedSearch/SearchExternalPage?q=leuzzi.

[13] La scienza aziendalistica ha ben elaborato il contenuto delle informazioni rispetto al rischio operativo. La valutazione e la gestione di tale rischio è in effetti già una forma di prevenzione della crisi. Così è ormai acquisita la differenza tra risk assessment e risk treatment. Su questo punto: A. Floreani, Introduzione al risk management, Milano, 2005 ed anche G. Bianchi, I flussi informativi, in Assetti adeguati e modelli organizzativi, diretto da M. Irrera, Bologna, 2016,  232, in nota 8: “Il collegamento tra  risk assessment e risk treatment è dinamico ed interattivo. In prima battuta il risk assessment origina un report che descrive il rischio così come è (se il rischio è già assunto dall’azienda) o come sarà (se il rischio verrà assunto in caso di accettazione di un progetto). Questa relazione iniziale darà la possibilità a chi ne ha la responsabilità di prendere una prima decisione. Il rischio potrà essere giudicato tale o meno.”  Si veda anche M. Irrera, Assetti organizzativi adeguati e governo delle società di capitali, Milano, 2005, pag. 276, il quale osserva che  “Il flusso informativo che muove dal soggetto esercente il controllo contabile e va verso i sindaci è in chiara posizione di strumentalità – tra l’altro – con l’obbligo di vigilanza dei sindaci sugli assetti di carattere contabile.

[14] Va detto che in dottrina si è anche levata una voce nel senso che l’allerta non sarebbe necessaria ai fini della prevenzione. In questo senso: A. Zoppini, Emersione della crisi e interesse sociale (spunti dalla teoria dell’emerging insolvency), in www.juscivile.it, 2014, 2, 62: “Non è infatti necessario e opportuno attribuire un potere di controllo esterno all’impresa – di tipo appunto pubblicistico – essendoci già nell’organizzazione societaria tutti i rimedi di allerta. Semmai, potrebbe essere ragionevole favorire una più forte dialettica tra organi di amministrazione e controllo laddove i rimedi approntati dall’organo amministrativo siano ritenuti dall’organo di controllo stesso troppo tenui o inadeguati”.

[15] Per alcuni primi commenti: L. Stanghellini, Il codice della crisi di impresa: una primissima lettura (con qualche critica), in Corr. Giur., 2019, pag. 449 ss.;  S. Ambrosini, Crisi e insolvenza nel passaggio tra vecchio e nuovo assetto ordinamentale: considerazioni problematiche, in ilcaso.it, 14 gennaio 2019; M. Perrino, Crisi di impresa e allerta: indici, strumenti e procedure, in osservatorio-oci.org, 30 settembre 2018.

[16] Su questo tema in particolare si segnala il lavoro di V. Mazzoletti, Ruolo e responsabilità delle banche nelle fasi di allerta e composizione della crisi, in Fall., 2020, pag. 301.

[17] Si richiama la definizione data da A. Renzi – G. Vagnani, Fabbisogno finanziario, equilibrio e redditività, op. cit., pag. 3 secondo la quale “(…) il vincolo finanziario, inteso come adeguata disponibilità di risorse finanziarie rispetto ai fabbisogni, assume connotati diversi in ragione del ciclo economico.”

[18] Sul punto ancora A. Renzi – G. Vagnani, op. cit., pag. 1, i quali osservano che “In questo mutato quadro di riferimento la finanza e la funzione finanziaria, intesa, quest’ultima, come presidio organizzativo, vede arricchirsi e ampliarsi il proprio contributo nell’ambito del governo dell’impresa. Ciò quando i responsabili della funziona finanziaria quantificano al responsabile della funzione ricerca e sviluppo i fabbisogni finanziari connessi all’introduzione di nuovi prodotti, al responsabile commerciale indicano i vantaggi e gli svantaggi connessi alla gestione del credito mercantile, al responsabile della politica degli investimenti illustrano i vantaggi connessi al bilanciamento tra la riduzione del tempo dell’immobilizzo e il ciclo dei rinnovi associati alle attività immobilizzate, al top management esplicano le opportunità e i rischi associati a programmi di investimento finalizzati alla introduzione di combinazioni innovative o suggeriscono benefici connessi all’introduzione di iniziative nel campo della sostenibilità e dello sviluppo.”

[19] Per riferimenti bibliografici: P. Capaldo, Capitale proprio e capitale di credito nel finanziamento d’impresa, Milano, 1967; L. Guatri, Le politiche finanziarie, Milano, 1970; R.W. Owens, Cash flow variance analysis, in Accounting Review, 55, 1980; G. Brugger, L’analisi della dinamica finanziaria dell’impresa, Milano, 1980; A. Damodaran, Finanza aziendale, Milano, 2001; G.M. Golinelli, L’approccio sistemico al governo dell’impresa. Verso la scientificazione del governo dell’impresa sistema vitale, Padova, 2011; G. Tardivo – M. Damilano – M. Viassone, La gestione dei mercati finanziari internazionali, Milano, 2015.

[20] A. Ferrari – E. Gualandri – A. Landi – P. Vezzani, Il sistema finanziario. Funzioni, mercati e intermediari, Torino, 2016, pag. 56, i quali, in una visione d’insieme, sottolineano che “Il sistema finanziario è chiamato a rendere possibile il riaggiustamento dello squilibrio tra fonti e impieghi di risorse ed a consentire la realizzazione di una spesa superiore ai proventi correnti, favorendo le interazioni tra risparmio e investimento.

[21] Il rapporto tra finanza, allocazione del capitale e creazione di valore – che in realtà dipende in prevalenza dalla qualità degli investimenti più che dalla finanziarizzazione dell’attivo o del passivo – è molto dibattuto ed esaminato a livello aziendalistico. Ex multis: R. Rullani, Gli investimenti e la funzione finanziaria, in M. Rispoli (a cura di), L’impresa industriale. Economia e management, Bologna, 1984; S. Sandri – S. Bozzi, Funzione finanziaria, gestione d’impresa e mercato dei capitali, in F. Fontana – M. Caroli ( a cura di ), Economia e gestione delle imprese, Milano 2003; A. Renzi – G. Sancetta – A. Gennaro, Costo del capitale e governo d’impresa, Torino, 2012; A. Renzi – G. Vagnani (a cura di ), Imprenditorialità, capitale di sviluppo e valore, Torino, 2012.

[22] Al riguardo in generale: F. Superti Furga, Il bilancio di esercizio italiano secondo la normativa europea, Milano, 2017, pag. 18 il quale osserva che “La prima ipotesi da considerare è la continuità della gestione che costituisce la condizione di esistenza dell’azienda stessa, tradizionalmente definita come un istituto economico atto a perdurare. In senso generale le condizioni di esistenza di un’azienda sono soddisfatte quando la stessa mediante la propria attività di gestione è in grado di: 1. Soddisfare le aspettative dei partecipanti all’impresa economica (…); 2. mantenere un grado sufficiente di economicità, cioè conservare l’equilibrio economico della gestione (…); 3. mantenere l’equilibrio monetario della gestione, inteso come l’attitudine dell’azienda a mantenere i prevedibili flussi di entrate monetarie con caratteristiche quantitative e temporali idonee a fronteggiare i deflussi di mezzi monetari necessari per l’acquisizione dei fattori di produzione, secondo le modalità indicate nei programmi di gestione.” Sui criteri del bilancio finale di   liquidazione nelle società di capitali: G. Niccolini, Contributo allo studio del bilancio finale di liquidazione delle società di capitali, Torino, 2019, pag. 7, con ampie ed interessanti riflessioni sulla “speciale specialità” del bilancio di liquidazione che lasciano trasparire la diversa ottica del bilancio di esercizio.

[23] Sotto questo profilo risulta quindi del tutto inadeguato un sistema basato sul legal capital che impone un intervento solo quando vi siano perdite superiori al terzo o quando, a seguito di una perdita di tale misura, si vada sotto il minimo di legge. E’ noto il vivacissimo dibattito sul punto nella dottrina commercialistica: F. Denozza, A cosa serve il capitale ? (piccole glosse a L. Enriques – J. R. Macey, Creditors Versus Capital Formation: The Case Against the European Legal Capital Rules), in Giur. comm., 2002, I, pag. 585; G.B. Portale, Capitale sociale e società per azioni sottocapitalizzata, in Tratt. soc. per az., diretto da G. E. Colombo e  G. B. Portale, 1 ** Torino,  2004,  pag. 3.

[24] L’uso degli indici rientra nei criteri di corretta amministrazione che trovano emersione normativa negli artt. 149, lett. b, t.u.f.,   2403 c.c. e 2409 octiesdecies, comma 1, c.c. Il primo articolo, come noto, relativo alle società quotate prevede che il collegio sindacale vigili sul rispetto della legge e dello statuto, nonché sull’attuazione dei principi di corretta amministrazione e sull’adeguatezza degli assetti. Compiti questi che ritroviamo nella disciplina del collegio sindacale, del consiglio di sorveglianza e, secondo autorevole e condivisibile opinione, anche del comitato per il controllo sulla gestione nel sistema monistico. Per cui, i principi di corretta amministrazione, elaborati a livello aziendalistico e recepiti nella disciplina delle quotate sono ora penetrati in quella ordinaria in un percorso evolutivo segnato dalla consapevolezza della rilevanza dell’organizzazione per il corretto svolgimento dell’impresa. Su queste tematiche: P. Montalenti, I principi di corretta amministrazione, in Assetti adeguati e modelli organizzativi,  diretto da M. Irrera, Bologna, 2016, 7, il quale afferma che  “ In materia di governance della società azionaria si può infatti osservare che il legislatore del 2003 ha inteso assegnare all’informazione ed alla trasparenza un ruolo centrale, sia come canone dell’agire del buon amministratore sia come strumento di tracciabilità dei comportamenti, sia come mezzo di ricostruzione dei profili di responsabilità.” Ed ancora:  “In conclusione l’informazione diviene paradigma ordinatorio essenziale della correttezza gestoria e criterio di individuazione dei profili di responsabilità.”  In relazione alle Srl: O. Cagnasso, Gli assetti adeguati nella s.r.l., (ibidem), pag. 573. Per un importante e specifico studio: C. Caramiello – F. Di Lazzaro – G- Fiori, Indici di Bilancio, Milano, 2003.

[25] Per un primo efficace commento al codice della crisi in un’ottica aziendalistica: AA.VV., Continuità aziendale e individuazione della crisi, in Indicatori di allerta standard e personalizzati, a cura di Ceroli, Menghi e Borroni, Inserto Sole24Ore, gennaio 2020. Si vedano anche le considerazioni di C. Gatti – A. Renzi – G. Vagnani, L’impresa fondamenti e profili economico – finanziari, Milano, 2019, pag. 63, molto interessanti circa il rapporto tra equilibrio economico, equilibrio finanziario e continuità aziendale. Gli autori affermano che  ” La capacità, per esempio, di raggiungere condizioni di equilibrio economico (ovvero la capacità tendenziale dei ricavi di uguagliare, o meglio di superare, i costi totali) rappresenta un obiettivo generale che assume un ruolo strumentale rispetto alla sopravvivenza dell’impresa. Si vuole inoltre sottolineare che rispetto all’equilibrio economico, l’equilibrio finanziario (ovvero la capacità puntuale, istante per istante, delle fonti finanziarie di uguagliare i fabbisogni finanziari) ha una natura strumentale diversa nel senso che <<un’eccessiva dipendenza finanziaria può tradursi in una grave minaccia alla sopravvivenza stessa dell’impresa: come la redditività è nel lungo andare una condizione necessaria all’esistenza stessa dell’impresa, ma rispetto alla redditività non può dirsi anche un’aspirazione intrinseca del finalismo imprenditoriale>> (Panati e Golinelli, 1991, pag. 807). A volte sotto un profilo giuridico si parla indistintamente di equilibrio economico-finanziario senza però tenere conto della diversa incidenza strumentale rispetto alla continuità aziendale. Per una attenta riflessione giuridica F. Pacileo, Continuità e solvenza nella crisi di impresa, Milano, 2017, pag. 61 ss.

[26] Sull’importanza della pianificazione: G. Bianchi, Il contenuto. Una visione di insieme, in Assetti adeguati e modelli organizzativi, diretta da M. Irrera, Bologna, 2016, pag. 182, il quale rileva che “I termini pianificazione e programmazione sono usati nel linguaggio comune con lo stesso significato. In realtà essi designano processi di diversa portata. La programmazione riguarda le previsioni a breve termine (generalmente di un anno) mentre il termine pianificazione si riferisce alle previsioni riferite a un più lungo periodo (3-5 anni). La pianificazione (…) attiene allo sviluppo delle potenzialità aziendali, alle modifiche anche strutturali dell’organizzazione, al ruolo che l’azienda intende assumere in futuro. Prosegue poi affermando che la predisposizione di un piano strategico è “(…) l’esposizione di ipotesi di base confrontate con la loro effettiva possibilità di realizzazione”.  Dentro questo aspetto non possono che rientrare anche gli scenari di crisi.

[27] Le diverse voci del patrimonio netto costituiscono il c.d. passivo ideale che si distingue dal passivo reale rappresentato dai debiti. Sul punto: G. Ferri jr., in AA.VV., Diritto delle Società, Milano, 2012, pag. 117  laddove si precisa che ” Le diverse voci del patrimonio netto, che costituiscono il c.d. passivo ideale corrispondono alle diverse regole cui è sottoposto il patrimonio netto: vale a dire innanzitutto (i) l’ammontare del capitale nominale, e poi (ii) quello delle diverse riserve, ed infine (iii) i risultati, positivi e negativi, e dunque gli utili e le perdite – queste ultime espresse in forma algebrica negativa – con separata indicazione di quelli dell’esercizio al quale si riferisce il bilancio e di quelli relativi ad esercizi precedenti e portati a nuovo.”

[28] E’ opportuno evidenziare che nel calcolo del DSCR, secondo i due approcci previsti dalla scienza aziendalistica, si può tenere conto al numeratore anche della liquidità riveniente dalle linee di credito concesse e non utilizzate, delle quali appunto sia disponibile l’utilizzo. Per cui l’eventuale revoca degli affidamenti, anche se non utilizzati, può determinare un peggioramento dell’indice. Non solo, ma occorre osservare che la valutazione delle risorse finanziarie non rileva solo ai fini della copertura del fabbisogno finanziario, ma anche sul piano delle condizioni per lo sviluppo dell’impresa, così: A. Renzi – G. Vagnani, op. cit., pag. 91: ”In presenza di limitate risorse finanziarie, sia auto-generate ovvero acquisibili dall’esterno, l’equilibrio finanziario può rappresentare un vincolo alla predisposizione di detti investimenti e, quindi, frenare lo sviluppo dell’impresa.” Ed ancora: ” (…) attraverso una opportuna gestione degli impieghi e delle fonti l’impresa può non solo garantire condizioni di equilibrio finanziario, senza pregiudicare i propri investimenti nello sviluppo, ma può, in determinate condizioni, contribuire allo sviluppo della redditività e al controllo del rischio nell’ambito dell’impresa.” Interessante anche considerare l’annoso dibattitto circa il rapporto tra struttura finanziaria dell’impresa e creazione di valore che riporta alle note teorie di Modigliani e Miller secondo le quali la creazione di valore di impresa dipende dalla qualità degli investimenti e non dalle decisioni di copertura finanziaria. Su questo dibattito sempre A. Renzi – G. Vagnani, op. cit., pag. 127.

[29] Sul rendiconto finanziario: F. Superti Furga, op. cit., pag. 118: ”La dinamica monetaria determinata dai flussi e deflussi di tali mezzi generati dalla gestione caratteristica, integrata dai movimenti correlati alle operazioni della gestione finanziaria, riferita ad un determinato periodo, è rilevata nel rendiconto finanziario. La sistematica osservazione della dinamica monetaria con la rilevazione dell’eccedenza o del fabbisogno monetario generato dalla gestione caratteristica con riferimento ad un dato periodo è di grande rilevo per la conduzione aziendale in quanto si connette con le possibilità per l’azienda di continuare ad operare come istituto economico dotato di sufficiente autonomia.

[30] Su questo punto: F. Superti Furga, op. cit., pag. 119 secondo il quale “Le insufficienti entrate monetarie generate dalla gestione caratteristica sono integrate da altre procurate dalla gestione finanziaria. Si negoziano prestiti sui mercati finanziari.

[31] Che oggi il mondo della crisi di impresa abbia ricadute così ampie e di sistema era del tutto inimmaginabile sino a qualche decennio fa, a tal punto che molti studi sulla crisi non sempre sono stati considerati di ambito commerciale e societario. La realtà dice cose diverse e per la verità già importanti studiosi di economia di impresa avevano messo in luce questi aspetti sistemici con accenni addirittura profetici. Si veda: G. G. Golinelli, L’approccio Sistemico Vitale (ASV) al governo dell’impresa, Milano, 2016, Vol. 1, pag. 18:” Il tema della complessità entra così tra le problematiche di maggiore interesse dell’economia di impresa. Più recentemente, avendo a riferimento gli studi pubblicati in lingua inglese, la parola complessità appare nel titolo di circa 10 contributi monografici all’inizio del 2000, mentre nel 2003 è rinvenibile in oltre 30 lavori che abbracciano tematiche diverse, quali la diffusione dei virus, l’operatività delle reti di computer, le origini della vita, la dinamica cellulare, l’evoluzione dei sistemi ecologici, il funzionamento delle organizzazioni sociali.”

[32] Ved. C. Gatti – A. Renzi – G. Vagnani, op. cit., pag. 21 : ”Capitale e reddito, nonostante la natura del primo quale grandezza di fondo e del secondo quale grandezza di flusso, sono intimamente connessi nell’economia di impresa. Nella formazione dei conti annuali, il flusso di reddito registrato in un periodo coincide con la variazione del capitale di funzionamento (o capitale netto) rilevata tra la fine e l’inizio del periodo considerato per effetto della gestione. In questo senso, <<il capitale appare, nominalmente, come un fondo dal quale il reddito fluisce, ed al quale il reddito periodicamente può aggiungersi (Zappa, 1950, pag. 81)>>”.

[33] Con riguardo al loro impatto sulla continuità aziendale e sulle problematiche legate ai concetti di insolvenza, anche prospettica, e di crisi: F. Pacileo, op. cit., pag. 83 e ss; G. Racugno, Venir meno della continuità aziendale e adempimenti pubblicitari, in Giur. comm., 2010, I, 208; M. Spiotta, Continuità aziendale e doveri degli organi sociali, Milano, 2017. Per la giurisprudenza di merito: Trib. Milano, 19 aprile 2016, in Soc., 2017, 299; Trib. Milano, 6 luglio 2016, in Giur. it., 2017, 402. Di recente sulla questione dell’insolvenza prospettica Trib. Milano, 9 ottobre 2019, in Fall., 2020, pag. 122.

[34] G. Ferri jr,  op. cit., pag. 88 il quale puntualizza che “Oltre alla funzione di garanzia, il patrimonio svolge altresì una funzione produttiva: esso rappresenta, infatti, l’oggetto di una gestione tendente ad aumentare il valore. In questa prospettiva, il patrimonio si caratterizza in termini di complesso di valori economici, e non di beni, e dunque, come si è detto, di valore economico complessivo, al quale si è soliti alludere in termini di patrimonio netto, dal momento che esso corrisponde al valore positivo delle utilità che emergono da tale gestione al netto del valore negativo dei debiti assunti nel corso della stessa: in questa prospettiva, a differenza di quanto si è detto della funzione di garanzia, i debiti allora non si contrappongono al patrimonio sociale, ma ne rappresentano una componente, ancorché negativa. Ai soci, nell’interesse dei quali è svolta la gestione sociale, è destinato il valore netto complessivo del patrimonio sociale, vale a dire l’intero patrimonio netto, ma esso soltanto e sempre che, ovviamente, si tratti di un valore positivo: in caso contrario, vale a dire in presenza di un patrimonio netto di ammontare negativo o nullo, non vi sarà alcunché da destinare ai soci.”

[35] Così, M. Massari, Gli strumenti per le analisi finanziarie, in Trattato di finanza aziendale, Milano, 1983, pag. 303 richiamato da C. Gatti – A. Renzi – G. Vagnani, op. cit., pag. 277.  

[36] In questo senso C. Gatti – A. Renzi – G. Vagnani, op. cit., pag. 277-278 che sottolineando anche la dimensione operativa del capitale circolante, oltre a quella finanziaria, notano che “la sua dimensione complessiva dipende non solo da aspetti generali di tempo (si pensi, per esempio, a un rallentamento congiunturale della domanda con conseguente formarsi di scorte di magazzino) e di spazio (si pensi, per esempio, ai settori nei quali le imprese operano prevalentemente per il mercato e, quindi, la dimensione delle scorte è essenziale per incontrare la domanda dei clienti) ma anche da fattori specifici rientranti nella gestione corrente di impresa in un dato esercizio, quali: il tempo di giacenza media dei materiali (…); il tempo di giacenza media dei prodotti (…); la durata del ciclo di trasformazione dei materiali (…); la durata delle dilazioni dei crediti (…); la durata delle dilazioni dei debiti commerciali (…).

[37] Così C. Gatti – A. Renzi – G. Vagnani, op. cit., pag. 303.

[38] Sempre C. Gatti – A. Renzi – G. Vagnani, op. cit., pag. 304 che appunto considerano come “gli incrementi dei crediti di funzionamento (solitamente generati dalla concessione di crediti commerciali) e delle rimanenze agiscono negativamente sul ciclo monetario trattandosi di componenti positive di reddito non incassate; al contrario la riduzione dei crediti di funzionamento e delle rimanenze assume segno positivo rispetto al cash flow prodotto dall’impresa nell’arco di un certo esercizio in quanto implicano pagamenti ricevuti dall’impresa dai propri clienti per l’acquisto dei prodotti  o a saldo delle loro posizioni debitorie.

[39] Si tratta certo di una normativa a tutela dell’equilibrio economico delle banche e funzionale ad una sana e prudente gestione dei rischi legati alle esposizioni creditizie. Essa però inevitabilmente impatta sul rapporto con le imprese e sulle dinamiche del credito all’economia reale. Sintetizza bene il percorso che ha portato ad una più stringente normativa sul sistema bancario G. Gallo, I crediti deteriorati. Tecniche di gestione negoziale: cessione e ristrutturazione, in https://www.dirittobancario.it/approfondimenti/npl/i-crediti-deteriorati-tecniche-di-gestione-negoziale-cessione-e-ristrutturazione, 4 luglio 2019, il quale rileva che “ Nella fase più acuta della crisi (2008), sulla scia dell’emergenza, la Commissione ha autorizzato le misure a sostegno del sistema bancario notificategli dagli Stati membri senza svolgere istruttorie approfondite (del resto incompatibili con le tempistiche dei salvataggi) e, soprattutto, senza l’imposizione di eccessivi limiti al contenuto degli interventi proposti, applicando in modo molto estensivo il disposto di cui all’art. 107, par. 3, lett. b del TFUE. A seguito dell’allentamento delle tensioni sui debiti sovrani dei Paesi dell’Euro, ovvero a partire dal 2012, la Commissione ha gradualmente reso più restrittivi i criteri per autorizzare gli aiuti di Stato, riportando al centro della propria azione l’interesse al buon funzionamento dei meccanismi concorrenziali. Tale (graduale) ritorno alla normalità, svoltosi con l’emanazione di una serie di comunicazioni, è culminato con la cd. Comunicazione sul settore bancario del 2013, la quale: 1) subordina l’adozione di misure a sostegno del sistema bancario a condizioni più severe, tra cui la principale e più meritevole di menzione è quella del burden sharing; 2) ha introdotto una complessa procedura di negoziazione con lo Stato membro sulla misura da adottare, imponendo come presupposto dell’autorizzazione la preventiva approvazione di un piano di ristrutturazione dell’istituto interessato dalla misura. La Comunicazione del 2013 ha chiuso definitivamente la “stagione dell’emergenza”, aprendo ad un nuovo approccio verso le crisi bancarie mirante a limitare il più possibile l’impiego di soldi pubblici nei salvataggi bancari (cd. bail out) a favore di soluzioni che coinvolgano maggiormente le risorse degli stakeholders della banca, ovvero azionisti e alcune tipologie di creditori (cd. principio del bail in). Tale scelta è stata giustificata con la necessità di interrompere il nesso tra gli onerosi salvataggi bancari, l’aumento dei deficit e del debito pubblico e il conseguente rischio di instabilità finanziaria dei debiti sovrani (come avvenuto nel periodo 2010-2012) ed ha trovato il suo culmine con l’istituzione del Meccanismo Unico di Risoluzione (Single Resolution Mechanism) nell’ambito dell’Unione Bancaria. “ Si veda anche B. Inzitari, BRRD, bail in, risoluzione della banca in dissesto, condivisione concorsuale delle perdite (d.lgs. 180/2015), in rivista.dirittobancario.it, 2016, fasc. II.

[40] Il capitale regolamentare è il risultato di una valutazione ponderata del patrimonio delle banche rispetto agli impieghi. Più è elevato il rischio sugli impieghi più aumenta la parte del patrimonio che dovrà essere accantonata per coprire il relativo rischio ed assorbire le perdite. Il rapporto tra queste entità dà quindi la misura del capitale regolamentare. Si tratta di questione di particolare delicatezza al punto che i modelli di allerta precoce sul monitoraggio dei crediti per prevenire il loro decadimento trovano una loro precisa raccomandazione, anche in punto di modalità attuative ed organizzative, da parte della BCE, Linee guida per le banche sui crediti deteriorati (NPL), marzo 2017, https://www.bankingsupervision.europa.eu/ecb/pub/pdf/guidance_on_npl.it.pdf, emesse a seguito ed in forza del Regolamento (UE) n. 575/2013 del 26 giugno 2013, c.d. CRR (Capital Requirements Regulation). Si veda sul punto: S. Leuzzi, Considerazioni sui non performing loans, in ineXecutivis La rivista telematica dell’esecuzione forzata, 26 marzo 2018, https://www.inexecutivis.it/approfondimenti/2018/03/considerazioni-sui-non-performing-loans/.   Per un commento sul Common Level Playing Field, in materia appunto di Fondi Propri e capacità di assorbimento delle perdite sui crediti da parte delle banche: A. Mastroianni, Capitale Regolamentare delle Banche nuovi standard Basilea IV post pubblicazione CRRII e CRD V, in https://www.dirittobancario.it/news/requisiti-patrimoniali/il-capitale-regolamentare-delle-banche-i-nuovi-standard-basilea-iv-post-pubblicazione-crr-ii-e-crd-v, 28 giugno 2019.

[41] Si tratta di un documento facilmente reperibile online EBA/GL/2016/07 del 18.01.2017 Orientamenti sull’applicazione della definizione di default ai sensi dell’art. 178 del Regolamento (UE) n. 575/2013 che verranno applicati dal 1° gennaio 2021. Questo Regolamento è stato di recente modificato per quanto riguarda la copertura delle perdite su esposizioni deteriorate dal Regolamento (UE) 2019/630 del 17 aprile 2019, in GUUE, L111/4 del 25.04.2019.

[42] Ved. P. Messina, Unlikely to pay: potenzialità e difficoltà nelle operazioni di mercato; V. Lemma, I fondi di NPL e UTP. Verso una gestione collettiva dei crediti deteriorati ?, entrambi in atti del Convegno “La problematica dei crediti deteriorati. Rischi e opportunità”, 17 e 18 ottobre 2019, Università “Parthenope” di Napoli, pubblicati in Riv. Trim. Dir. Ec., 2019, suppl. 2,  http://www.fondazionecapriglione.luiss.it/2019_02_RTDE_supplemento_2.pdf.

[43] Sul tema delle garanzie: R. Natoli,  L’escussione stragiudiziale accelerata delle garanzie reali nella proposta di Direttiva sui crediti deteriorati (NPL), in atti del Convegno “La problematica dei crediti deteriorati. Rischi e opportunità”, 17 e 18 ottobre 2019, Università “Parthenope” di Napoli, pubblicati in Riv. Trim. Dir. Ec., 2019, suppl. 2,  http://www.fondazionecapriglione.luiss.it/2019_02_RTDE_supplemento_2.pdf.

[44] Il suddetto documento della Banca d’Italia al punto 2.1 specifica che  “ Medesimi criteri si applicano nel caso di domanda di concordato con continuità aziendale (art. 186-bis della Legge Fallimentare), dalla data di presentazione sino a quando non siano noti gli esiti della domanda . In quest’ultimo caso la classificazione delle esposizioni va modificata secondo le regole ordinarie. Qualora, in particolare, il concordato con continuità aziendale si realizzi con la cessione dell’azienda in esercizio ovvero il suo conferimento in una o più società (anche di nuova costituzione) non appartenenti al gruppo economico  del debitore, l’esposizione va riclassificata nell’ambito delle attività non deteriorate. Tale possibilità è invece preclusa nel caso di cessione o conferimento a una società appartenente al medesimo gruppo economico del debitore, nella presunzione che nel processo decisionale che ha portato tale ultimo a presentare istanza di concordato vi sia stato il coinvolgimento della capogruppo/controllante nell’interesse dell’intero gruppo. In tale situazione, l’esposizione verso la società cessionaria continua a essere segnalata nell’ambito delle attività deteriorate; essa va inoltre rilevata tra le esposizioni oggetto di concessioni deteriorate.”

[45] Nelle considerazioni attinte dalla scienza aziendalistica si è potuto verificare che la ricapitalizzazione di una società può non essere da sola sufficiente ad un processo di risanamento proprio perché il capitale è una grandezza fondo e non una grandezza flusso. Così C. Gatti-A. Renzi - G. Vagnani, op. cit., pag. 21. Per cui occorrono anche forme di finanziamento di sostegno alla redditività.

[46] È una soluzione che indubbiamente ha dei costi ma che ormai sembra necessaria nella nuova visione gestionale chiamata ad essere sensibile anche ai rischi prospettici oltre che a quelli attuali. Sul problema dei costi organizzativi si veda il rapporto Cerved sulle PMI su https://know.cerved.com/tool-educational/crisi-dimpresa-gli-obblighi-organizzativi-e-impatto-sulle-pmi/.

[47] Sulla differenza tra risk assessment e risk treatment: A. Floreani, Introduzione al risk management, Milano, 2005 ed anche G. Bianchi, I flussi informativi, in Assetti adeguati e modelli organizzativi, diretto da M. Irrera, Bologna, 2016,  pag. 232, in nota 8: ”Il collegamento tra  risk assessment e risk treatment è dinamico ed interattivo. In prima battuta il risk assessment origina un report che descrive il rischio così come è (se il rischio è già assunto dall’azienda) o come sarà (se il rischio verrà assunto in caso di accettazione di un progetto). Questa relazione iniziale darà la possibilità a chi ne ha la responsabilità di prendere una prima decisione. Il rischio potrà essere giudicato tale o meno.” 

[48] Interessanti le riflessioni di R. Levine, Bank-based or Market-based Financial Systems: Which is Better ?, in National Bureau of Economic Research, n. w9138, 2002, che nascono dal dibattito se sia più efficiente per la crescita economica un sistema basato sul mercato finanziario o sulle banche proprio alla luce del cambiamento di ruolo delle banche nel sistema economico:  “Since the 19th century, many economists have argued that bank-based systems are better at mobilizing savings, identifying good investments, and exerting sound corporate control, particularly during the early stages of economic development and in weak institutional environments. Others, however, emphasize the advantages of markets in allocating capital, providing risk management tools, and mitigating the problems associated with excessively powerful banks. “

[49] Per un esame della disciplina: P. Carriere – D. Albamonte, Le nuove norme sulla cartolarizzazione dei crediti, in Note di stabilità finanziaria e vigilanza, in www.bancaditalia.it; G. Guerrieri, Investimento in crediti e nuove cartolarizzazioni, in Banca borsa tit. cred., 2017, 4, pag. 472; F. Sartori, Sul “diritto della gestione degli attivi problematici (Non Performing Loans)”: linee dell’evoluzione normativa, in Riv. dir. Bancario, 2018, pag. 8; G. Gallo, op. cit., pag. 8.  Si rammenta che una recente modifica è stata introdotta dal decreto legge 30 aprile 2019, n. 34, convertito in legge 28 giungo 2019, n. 58 con la possibilità di erogare finanziamenti anche ad un assuntore di passività, per esempio fideiussore o a società di gruppo ex art. 2359 c.c.   

[50] Su queste: F. Callegaro, La gestione delle non-performing e forborne exposures nelle nuove linee guida EBA in consultazione, 9 ottobre 2018, in https://www.dirittobancario.it/approfondimenti/npl/la-gestione-delle-non-performing-e-forborne-exposures-nelle-nuove-linee-guida-eba-consultazione.