Cessione e assegnazione del "quinto" e sovraindebitamento

L'analisi della tematica ricorrente dell' opponibilità delle cessioni e delle assegnazioni del quinto dello stipendio o della pensione in materia di sovraindebitamento.
Cessione e assegnazione del "quinto" e sovraindebitamento

SOMMARIO:

  1. Inquadramento della problematica
  2. La cessione di crediti futuri: ricostruzione dogmatica
  3. Il panorama della giurisprudenza di merito
  4. La giurisprudenza nomofilattica sull’art. 44 l.fall.
  5. La valenza paradigmatica delle norme sul fallimento
  6. Le implicazioni della concorsualità
  7. Osservazioni conclusive

 

1. Inquadramento della problematica ed equiparabilità fra cessione e assegnazione del quinto.

Con l’espressione “cessione del quinto” si fa riferimento ad un prestito di natura chirografaria concesso a lavoratori e pensionati da banche o intermediari finanziari di cui all’art. 106 TUB, la cui restituzione è garantita dalla cessione del quinto dello stipendio o della pensione, al netto delle ritenute, per una durata massima di dieci anni.

L’istituto è disciplinato nel d.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180. Fino al 2005 trattavasi di corsia riservata ai dipendenti pubblici. L’art. 1, comma 137, d.l. 13 dicembre 2004, n. 311, e l’art. 13-bis, comma 1, d.l. 14 marzo 2005, n. 35, art. 13-bis, hanno allargato la platea dei potenziali fruitori, comprendendovi i dipendenti privati.

Il creditore, secondo l’art. 1 d.P.R. n. 180 del 1950, attiva la cessione notificandola, in qualsiasi forma purchè recante data certa, al debitore ceduto.

Questione ricorrente nelle procedure di sovraindebitamento[1] è quella che attiene all’opportunità o meno per il debitore di veder ricompreso in ciò che offre ai creditori concorsuali il proprio credito da retribuzione, ancorchè in precedenza già ceduto una finanziaria nei limiti del “quinto”.

La pretesa inclusiva del debitore è fronteggiata dalla speculare aspirazione del creditore-cessionario a far constare l’estraneità del credito al concorso, sul presupposto della precedente notifica della cessione al ceduto e della conseguente opponibilità del negozio ai terzi[2].  

Espressione della medesima questione è quella in cui il quinto dello stipendio sia stato attinto dal pignoramento. È il caso in cui la messa a disposizione di utilità, da parte del debitore, abbracci la retribuzione da lavoro e la stessa sia stata vincolata dall’esecuzione forzata entro la frazione anzidetta.

In ambedue le ipotesi esposte, a concretizzarsi è una modificazione soggettiva del beneficiario della somma, attraverso una cessione pro solvendo di una parte del credito facente capo ab initio ad altri[3].

Con riferimento alla cessione “preventiva” si tratta di appurare se essa sia davvero opponibile alla procedura di sovraindebitamento; avuto riguardo all’assegnazione al terzo in sede di esecuzione coattiva occorre, parimenti, apprezzare se il terzo goda o meno del beneficio della stabilità degli atti di cui all’art 187-bis disp. att. c.p.c.[4].

 

2. La cessione di crediti futuri: ricostruzione dogmatica.

L’art. 1260 c.c. prevede che “II. Il creditore può trasferire a titolo oneroso o gratuito il suo credito, anche senza il consenso del debitore, purché il credito non abbia carattere strettamente personale o il trasferimento non sia vietato dalla legge. II. Le parti possono escludere la cedibilità del credito, ma il patto non è opponibile al cessionario, se non si prova che egli lo conosceva al tempo della cessione”. Vale, all’evidenza, un principio di libera cedibilità dei crediti[5], con le sole eccezioni specificate dalla norma.

Il successivo art. 1264 c.c. disciplina l’efficacia di quello che si connota come negozio intercorrente tra il cedente e il cessionario nei confronti del debitore ceduto, all’uopo dispondendo che “La cessione ha effetto nei confronti del debitore ceduto quando questi l'ha accettata o quando gli è stata notificata. Tuttavia, anche prima della notificazione, il debitore che paga al cedente non è liberato, se il cessionario prova che il debitore medesimo era a conoscenza dell'avvenuta cessione”. Fermo l'effetto traslativo della cessione, promanante dall'intervenuto scambio di consensi tra cedente e cessionario, la norma de qua, sul presupposto di un negozio già perfezionatosi, disciplina il solo profilo liberatorio del debitore[6].

Fino al momento della accettazione, o della notificazione, o della conoscenza aliunde della cessione, il debitore – pur liberandosi, ovviamente, se adempie al cessionario – si svincola dalla prestazione anche adempiendo nei confronti del cedente, non perché quest’ultimo sia titolare del credito, bensì in quanto la non conoscenza, o non conoscibilità, del trasferimento giustifica l'affidamento del debitore ceduto, rendendogli inopponibile l'effetto traslativo. A seguito della accettazione, notificazione o provata conoscenza della cessione, qualora adempia nei confronti del cedente, il ceduto non è liberato del proprio debito, essendo tenuto a ripetere la prestazione nei confronti del cessionario.

Su questa base netta si innesta la problematica dei crediti futuri, che deve muovere da un dato di premessa che sta al fondo delle regole giuridiche: l'interesse soggettivo ad accrescere la liquidità disponibile ha comportato l’affermarsi dell'esigenza di far circolare qualcosa che non c’è, ossia crediti che attualmente sono inesistenti, se non addirittura relativi a rapporti-fonte non ancòra instaurati[7].

Su questo crinale, disponiamo di due sufficienti certezze.

La prima è la seguente: il credito futuro è cedibile, secondo il principio generale espresso dall’art. 1348 c.c.[8]. La seconda è coerente: se oggetto della cessione è un credito che non esiste (in quanto solo “futuro”, ancorchè determinabile perché di fonte determinata), la negoziazione non può possedere immediati effetti traslativi, ma effetti soltanto obbligatori, poiché quelli reali sono suscettibili di apparire e realizzarsi soltanto con la venuta ad esistenza del credito medesimo, nella evenienza in cui ne sussista – inalterata – la fonte[9].

Fisiologico, pertanto, che nel caso del sovraindebitato cedente sussista un conflitto endemico riguardante la individuazione del patrimonio oggetto della procedura concorsuale, tra la massa dei creditori e il terzo pretendente-cessionario.

Sul filo conduttore delle considerazioni esposte, la cessione di crediti futuri, nel cui novero si innesta a pieno titolo quella avente ad oggetto il quinto retributivo o previdenziale, viene apprezzata dalla giurisprudenza e dottrina maggioritarie alla stessa stregua della vendita di cosa futura e qualificata come vendita obbligatoria, nell’economia della quale solo nel frangente in cui il credito diviene reale e tangibile, esso è acquistato dal cedente, per trasferirsi automaticamente (quindi senza la necessità di un apposito negozio di disposizione) e immediatamente al cessionario[10].

L'effetto traslativo del credito dal cedente al cessionario, si concretizza, dunque, soltanto nel momento in cui il credito viene in vita, perché la fonte lo ha effettivamente partorito.

La natura consensuale del contratto di cessione di credito comporta, pertanto, che esso si perfezioni per effetto del consenso dei contraenti, cedente e cessionario, ma senza implicare che al perfezionamento del negozio consegua meccanicamente il trasferimento del credito dal cedente al cessionario. Quando oggetto del contratto è un credito a venire la fattispecie è obbligatoria e l’effetto traslativo rimesso all’esistenza concreta del credito ceduto[11].

Razionale in quest’ottica che per poter opporre ad una procedura concorsuale la cessione di crediti futuri, si riveli indispensabile, non solo che tali crediti, sorti dopo il perfezionamento della cessione, siano comunque anteriori alla procedura medesima, ma che essi siano diventati esigibili anteriormente ad essa.

Il fondamento è nei principi generali, segnatamente nella previsione dell’art. 1472 c.c.. Quest’ultimo, nel regolare come archetipo la vendita di cose future, scolpisce un principio generale: l'acquisto della proprietà si verifica quando la cosa viene ad esistenza.

Ciò consente di ricondurre la cessione del credito futuro, come tutti i negozi che abbiano ad oggetto cose attualmente inesistenti, alla vendita di cosa futura, che è, in nuce, negozio sottoposto a condizione sospensiva, dacchè l'efficacia dello stesso è condizionato da un elemento ulteriore ed estrinseco, ma imprescindibile: la materiale esistenza della cosa[12].

 

3. Il panorama della giurisprudenza di merito.

La parte preminente della giurisprudenza censita tende ad comprendere il “quinto” oggetto di cessione o assegnazione entro l’alveo della concorsualità.

All’uopo, il contrasto fra il debitore che si ponga nella carreggiata della procedura di sovraindebitamento e il cessionario del credito viene risolto a vantaggio del primo.

La cessione del quinto ha efficacia meramente obbligatoria, fintantochè il credito non diviene esigibile.

La cessione, quindi, altro non è che una garanzia della restituzione del prestito e come tale va trattata, senza anomale estrapolazioni dei ratei non ancora maturati dal concorso fra i creditori, una volta del concorso sia stata scandita l’apertura[13].

L’esclusione della cessione del quinto dello stipendio dalla procedura di sovraindebitamento è stata motivata anche additandone tout court l’incoerenza rispetto ai principi di concorsualità del procedimento e di parità di trattamento che questo esprime[14].

In un’ulteriore visuale ermeneutica si è preferito rimarcare che la legge stessa implica di non tener conto di accordi di cessione volontariamente raggiunti in anticipo sull’apertura del concorso da sovraindebitamento tra debitore e creditore. Se detti accordi fossero vincolanti farebbero ostruzione all’accesso alla procedura concorsuale, permettendo il soddisfacimento integrale di singoli titolari di pretese e la proporzionale, tranciante riduzione del patrimonio da destinare al soddisfacimento di tutti gli altri[15].

È significativo, peraltro, che il legislatore della l. n. 3 del 2012, dal canto suo, abbia significativamente scelto di non rinviare all’art 545 c.p.c., ossia al parametro di valutazione degli importi necessari al mantenimento. In tal senso, non viene in evidenza la quota “di sbarramento” di un quinto dell’emolumento, né tanto meno la misura della pensione sociale, dovendo di volta in volta il giudice del sovraindebitamento, sulla base della documentazione prodotta ex art. 14-ter, comma 2, e 9, comma 2, l. n. 3 del 2012, rideterminare quanto occorre al mantenimento del sovraindeibitato nel contesto della procedura concorsuale. Una valutazione a posteriori dunque, che non si spiega altrimenti che come segno d’irrilevanza pro futuro degli accordi anteriori al concorso.  

Differente rispetto alle posizioni rammentate, è la prospettiva ermeneutica rintracciabile in altro recente arrêt di merito, secondo il quale in tema di liquidazione del patrimonio, risaltano a salvaguardia dell’esclusione del quinsto ceduto e/o assegnato alcuni dati normativi invalicabili: il primo è rappresentato dall’art. 14-undecies l. n. 3 del 2012, nella parte in cui prevede che i beni sopravvenuti – tra i quali andrebbe collocata pure la retribuzione progressivamente incamerata – sono oggetto della procedura; il secondo è costituito dall’art. 14-octies, secondo il quale la procedura per il resto si svolge necessariamente sotto l’egida della par condicio creditorum, per cui la cessione del quinto a favore del cessionario viene meno con l’apertura della procedura; il terzo è integrato dall’art. 14-quinquies, comma 2, lett. b, il quale, prevedendo che non possono sotto pena di nullità essere iniziate o proseguite azioni cautelari o esecutive sul patrimonio oggetto di liquidazione, si applica anche ai casi di pignoramento del quinto della retribuzione[16].

Ecclettica rispetto ai due fronti del dissidio giurisprudenziale si è rivelata altra pronuncia, la quale, optando per una “terza via”, ha ritenuto che la cessione dei crediti di lavoro, ancorchè idonea a generare un effetto obbligatorio e non immediatamente traslativo, in quanto idoneo a prodursi solo nel momento in cui il credito verrà ad esistenza, sia assimilabile alle cessioni di fitti. Con questa categoria condividerebbe, infatti, la caratteristica della periodicità e probabilità di venuta ad esistenza, perché concernente crediti nascenti da un unico rapporto base (come quello di lavoro) atto a distinguire i crediti in parola da tutti gli altri, solo eventuali e di natura aleatoria. Conseguentemente il decreto che ammette il debitore alla procedura di sovraindebitamento è equiparato al pignoramento, sicchè l’analogia tra la cessione del credito di lavoro e quella del fitto consentirebbe di applicare anche alla prima fattispecie l’art 2918 c.c., che limita a non più di un triennio la prevalenza sul pignoramento di una cessione notificata al debitore ceduto, di modo che il creditore cessionario potrà sottrarre le risorse acquisite alla disponibilità del debitore, ai fini della ristrutturazione del debito, per un termine massimo di tre anni dall’omologa del piano[17].

In verità, la pronuncia di legittimità che sorregge il ragionamento del giudice brianzolo riguardava un conflitto tra cessione e pignoramento del singolo, laddove la natura concorsuale della procedura di sovraindebitamento sembra provvista di effetti ben più travolgenti sul patrimonio del debitore e sui vincoli che lo riguardano rispetto a quelli ricavabili dal pignoramento individuale.

 

4. La giurisprudenza nomofilattica sull’art. 44 l.fall..

Nel contesto del fallimento, la problematica innescata dall’esecuzione intrapresa sulla porzione dello stipendio (o della pensione), anteriormente alla declaratoria fallimentare, viene approcciato, dalla sedimentata giurisprudenza della Suprema Corte, secondo una prospettiva ormai solida. È quella della ritenuta inefficacia, ex  art. 44 l.fall., di ciascun pagamento eseguito dopo il fallimento, per quanto adempitivo di un’ordinanza di assegnazione del credito avvenuta prima dell’accertamento giudiziale dell’insolvenza[18].

La Corte di legittimità ha, a più riprese, messo in evidenza il pagamento eseguito dal "debitor debitoris" al creditore che abbia ottenuto l'assegnazione del credito pignorato ex art. 553 c.p.c. è inefficace, ai sensi dell'art. 44 l.fall., se intervenuto successivamente alla dichiarazione di fallimento, non assumendo rilievo alcuno, a tal fine, l'anteriorità dell'assegnazione.

Quest’ultima, disposta "salvo esazione", non determina la subitanea estinzione del debito dell'insolvente, sicché l'effetto satisfattivo per il creditore procedente è rimesso alla riscossione del credito, ossia ad un pagamento che, in quanto eseguito dopo la dichiarazione di fallimento del debitore, sconta la sanzione dell'inefficacia.

Evidente che la cornice concettuale descritta si riproponga identica con riferimento al alla cessione volontaria del credito retributivo[19]. Pignoramento e cessione della “porzione” sono fattispecie rappresentative – come preliminarmente esposto (v. 1.) – di un’identica dinamica funzionale, avendo entrambe l’effetto di operare una modificazione soggettiva dell’assegnatario del debitore esecutato concretizzando lo stesso risultato prodotto dalla “cessione del credito pro solvendo[20].

 

5. La valenza paradigmatica delle norme sul fallimento.

Non si può negare che il problema della inserimento nel catalogo delle utilità delle procedure di sovraindebitamento della frazione del quinto dello stipendio già ceduto (o oggetto di assegnazione) soffra due complicazioni: innanzitutto, nel sovraindebitamento manca una norma ad hoc come l’art. 44 l.fall.; secondariamente, la procedura esecutiva si chiude con l'assegnazione, avvenuta la quale non v’è alcunchè da sospendere o da dichiarare nullo o improcedibile.

Sono criticità che una parte della giurisprudenza di merito non ha tardato a cogliere, propendendo per la prevalenza dell’assegnazione sulla procedura di sovraindebitamento successivamente incominciata ed evidenziando che, non essendo l’art. 44 l.fall. richiamato nel corpo della l. n. 3 del 2012, non v’è spazio plausibile per l’inefficacia dei pagamenti successivi all’accertamento dell’insolvenza. Dal che consegue che la domanda di sovraindebitamento non ha incidenza sulla precedente disposizione giudiziale di assegnazione del credito futuro[21].

Un conforme ganglio di ostacoli concettuali e normativi potrebbe essere sciorinato, mutatis mutandis, avuto riguardo al contratto di cessione del quinto.

Tuttavia, sembrano prevalere in senso contrario e travolgente rispetto agli intralci appena adombrati altre considerazioni, che attengono al modo di reagire della procedura concorsuale sulla cessione di un credito solo futuro.

La prima considerazione attiene stricto sensu alla fattispecie. L’operazione che ha ad oggetto il quinto non sottende una forma di delegazione di pagamento. Essa va incisivamente ricostruita nei termini che si sono anteposti (v. 2..), quale cessione e assegnazione di un credito futuro, che viene operativamente in rilievo solo man mano che la retribuzione matura.

L'ordinanza di assegnazione, in particolare, è un provvedimento che attribuisce al creditore procedente una quota del trattamento retributivo percepito dal debitore esecutato, facendo sgorgare il mero obbligo per il datore di lavoro di corrispondere una parte dello stipendio, originariamente dovuto al lavoratore, direttamente al creditore procedente, in virtù della cessione forzosa del credito operata in ragione di un provvedimento giurisdizionale. Dall’ordinanza origina un titolo esecutivo nei confronti del terzo pignorato datore di lavoro, idoneo ad essere posto in esecuzione, in caso di mancato adempimento spontaneo dell'obbligo di versamento in favore del creditore procedente. Va da sé, tuttavia, che, si tratti di assegnazione di importi virtuali, che germogliano soltanto nel corso del tempo. Pertanto, sull’attitudine di tale ordinanza – come di una cessione – a governare il futuro, quindi a costituire titolo anche nell’incertezza e imprevedibilità del tempo prospettico, finiscono per incidere le vicende del rapporto di lavoro successive alla emissione del provvedimento (o alla stipula del negozio) e quelle afferenti – più in generale – la sfera giuridica del debitore.

Se ne desume che l’ordinanza ben potrà vedere affievolirsi la propria efficacia, laddove il rapporto di lavoro venga a cessare successivamente alla sua emissione. Del pari, essa è destinata a doversi incanalare nel concorso dei creditori, qualora la posizione del lavoratore (o del pensionato) ne sia investita prima che si materializzi il credito, quindi il rateo, spettante al creditore procedente.

La seconda considerazione è di sistema. La contiguità fra l’ambito del sovraindebitamento (soprattutto nelle declinazioni liquidatorie) e la legge fallimentare, da un lato, la forza sistemica di quest’ultima, quale plesso normativo di riferimento per tutto il diritto oggettivamente concorsuale, dall’altro, consiglia di valorizzare l’applicabilità dei principi in tema di fallimento alle procedure minori. Purchè siffatti principi siano compatibili, essi devono, in altri termini, rimanere cruciali per tutto ciò che non sia espressamente disciplinato con riferimento a queste ultime.

Sembra perciò poter tornare in auge l’avviso rettilineo della giurisprudenza di legittimità, in ragione del quale, pure in ipotesi di pronuncia di ordinanza di assegnazione di somma in un pignoramento presso terzi ex art. 553 c.p.c. anteriore alla dichiarazione di fallimento del debitore, l’organo concorsuale incaricato della liquidazione, ossia il curatore, può far pesare l’inefficacia, ai sensi dell’art. 44 l.fall., dei pagamenti effettuati dal terzo pignorato al creditore procedente in epoca successiva alla dichiarazione del fallimento del debitore esecutato[22].

Sebbene, allora, i versamenti già eseguiti dal debitore al terzo, in conseguenza del provvedimento di assegnazione del giudice dell’esecuzione, restino intoccabili, non potendosi applicare analogicamente al sovraindebitamento le norme sulla revocatoria fallimentare ex artt. 67 e ss. l.fall., istituto autoctono del fallimento, discorso diverso dovrebbe valere per i pagamenti posteriori all’apertura del concorso nel quadro della l. 3 del 2012. Detti pagamenti, ove persistentemente consentiti, si risolverebbero – esemplificativamente – in preferenziali e confliggenti con il principio della "par condicio", ribadito nell'art. 14 quinquies lett. b) in particolare.

Ci muoviamo in ambiente concorsuale, non nel corpus del diritto civile tradizionale, dominato dal rapporto dualistico tra singolo creditore e contrapposto debitore. Le procedure di sovraindebitamento dischiudono il concorso formale e sostanziale, sicchè, per quanto possibile, impongono l’applicazione dei principi enucleati nel fallimento a salvaguardia della par condicio. Altrimenti perderebbero senso e orizzonte.

L’assegnazione da parte del giudice dell’esecuzione, al pari della notifica al ceduto dell’intervenuta cessione, hanno sicuramente effetto definitivo. Però, il dato sensibile è quello per cui si tratta dell’assegnazione – lo stesso vale per l’ipotesi della cessione – di una parte di reddito che stagionerà soltanto nelle mensilità future.

In questo perimetro, è coerente che il pignoramento del bene confluisca nel pignoramento generale, coincidente con il provvedimento di apertura della procedura di accordo di composizione della crisi, con l’omologa del piano del consumatore o col decreto che dà avvio alla liquidazione del patrimonio. Tutti provvedimenti – quelli richiamati – che “funzionano” al modo della dichiarazione di fallimento, la cui equiparazione a pignoramento globale è evincibile da molteplici addentellati normativi[23].

 L’assimilabilità traspare con un certo nitore, ove si considerino le norme. Ed infatti, l’art. 10, comma 5, in tema di accordo in rimedio, dispone “Il decreto di cui al comma 1 deve intendersi equiparato all’atto di pignoramento”; l’art. 12-bis, comma 7, nella materia del piano del consumatore, recita “Il decreto di cui al comma 3 deve intendersi equiparato all’atto di pignoramento”; l’art. 14-quinques, comma 3, in ambito di liquidazione del patrimonio, prevede “Il decreto di cui al comma 2 deve intendersi equiparato all’atto di pignoramento”.

Il provvedimento che modula l’inizio delle procedure da sovraindebitamento è affine negli effetti alla declaratoria fallimentare, in quanto essenzialmente capace di creare un vincolo di destinazione sul patrimonio segregato, opponibile a tutti i terzi. È il profilo fisiognomico caratterizzante. 

Non va trascurato che nel contesto di riferimento, è incisivamente prescritto il divieto di azioni esecutive sui beni del debitore, sia da parte dei creditori anteriori (concorsuali), sia da parte dei creditori successivi all'apertura del concorso, giacchè scaturisce un vincolo di destinazione patrimoniale, ormai incentrato sul primato delle esigenze concorsuali.

È il portato della intelaiatura concorsuale delle procedure di sovraindebitamento: il credito residuo del pignorante, per tutti i ratei di quinto non ancora versati, deve esporsi senz'altro alla falcidia.

La cristallizzazione che deriva dall'apertura delle procedure da sovraindebitamento in parola è così intenso, d’altronde, da tradursi nella sospensione del corso degli interessi sui crediti chirografari. È un ulteriore lineamento distintivo.

La concorsualità della procedura ha i suoi corollari, tra i quali spicca quello imperniato sul principio per cui i crediti devono intendersi interamente scaduti al momento dell’apertura del concorso dei creditori con la conseguenza la prosecuzione di un mutuo o di un finanziamento erogato dietro cessione del quinto dello stipendio oppure la durevole corresponsione all’assegnatario in sede esecutiva di detta porzione, rappresenterebbero altrettante opzioni inammissibili, risolvendosi in una lesione della par condicio[24].

Vero è che, su un piano nozionistico, la procedura espropriativa conclusasi prima della dichiarazione di insolvenza (o di crisi) non possa essere sbaragliata da un provvedimento che a posteriori accerti quest’ultima, ma gli effetti in corso all'atto dell'apertura del
concorso non possono che proseguire nel rispetto della par condicio[25].

Allora torna chiaro perchè la primigenia l. n. 3 del 2012 detti solo tre limitazioni alla destinazione di tutto il patrimonio al soddisfacimento paritetico dei creditori concorsuali e ciò per favorire un soddisfacimento plurale: crediti impignorabili, crediti di IVA e ritenute e crediti privilegiati nei limiti del valore dei beni destinati a soddisfarli. Torna chiaro altresì perché i crediti derivanti dalla cessione del quinto dello stipendio non siano stati ricompresi in queste eccezioni tanto che nulla impedisce che siano trattati alla stregua di tutti gli altri ai quali il debitore riserva il patrimonio secondo principi della parità di trattamento, salve le cause legittime di prelazione.

 

6. Le implicazioni della concorsualità.

La giustificazione della lettura che i giudici di legittimità svolgono dell’art. 44 l.fall. sembra erigersi su un dato senz’altro mutuabile nell’area del sovraindebitamento, anche al netto del rimando, pure perorato, alla legge fallimentare come normativa irradiante i principi cardine di tutto l’ordinamento concorsuale.

Si allude al nucleo dispositivo raccolto nell’art. 553 c.p.c., in forza del quale l’assegnazione è pronunciata “salvo esazione”: ciò vuol dire che l’assegnazione non può condurre all’immediata estinzione del debito dell’insolvente, poichè, procrastinando l’effetto satisfattivo alla riscossione del credito, lo fa coincidere con un successivo pagamento, il quale, in quanto eseguito dopo la dichiarazione di fallimento del debitore, sconta la sanzione dell’inefficacia. L’art. 2928 c.c., dal canto suo, prevede che “se oggetto dell’assegnazione è un credito, il diritto dell'assegnatario verso il debitore che ha subito l'espropriazione non si estingue che con la riscossione del credito assegnato”.

Il debitore, pertanto, non si sveste della posizione di obbligato in conseguenza della cessione o dell’assegnazione, ma la mantiene, proprio perché manca un effetto immediatamente traslativo, a fronte di una declinazione meramente obbligatoria della fattispecie.

La cessione o l’assegnazione non hanno immediata efficacia traslativa, proprio perchè hanno ad oggetto crediti futuri. Pertanto, rivelando una mera efficacia obbligatoria, conservano in capo al debitore cedente la legittimazione a disporre fino a quando non si verifichino le condizioni alle quali è subordinata la nascita dei crediti ceduti.

Qualora in seguito il debitore rimasto tale regoli il sovraindebitamento facendo ricorso secondo gli strumenti contemplati dalla l. n. 3 del 2012 il suo patrimonio si reindirizza verso la massa, proprio perché quel patrimonio seguita ad essere nella titolarità dell’obbligato con la somma delle sue poste attive e passive.

Il debitore, pertanto, non si sveste della posizione di obbligato in conseguenza della cessione o dell’assegnazione, ma la mantiene, proprio perché manca un effetto immediatamente traslativo, a fronte di una declinazione meramente obbligatoria della fattispecie.

Se in seguito il debitore rimasto tale regola il sovraindebitamento facendo ricorso secondo gli strumenti contemplati dalla l. n. 3 del 2012 il suo patrimonio si reindirizza verso la massa, proprio perché quel patrimonio seguita ad essere nella titolarità dell’obbligato con la somma delle sue poste attive e passive.

Situazione identica a quella del creditore assegnatario del quinto attiene al cessionario del quinto a fronte dell’omologa o dell’apertura (a seconda dei casi) della procedura da sovraindebitamento. Sia l’assegnatario che il cessionario non beneficiano di un effetto definitivo, come nella cessione del credito tout court, ma soltanto di una modalità di riscossione, che richiede successivi pagamenti periodici e che diviene incompatibile con la procedura concorsuale, e con la par condicio, avuto riguardo a ciò che residua alla data di apertura del concorso.

Proprio dalla concorsualità della procedura si è visto conseguire inevitabilmente il principio per cui i crediti debbano intendersi interamente scaduti nel frangente stesso in cui il concorso dei creditori prende avvio, con l’effetto che la prosecuzione di un mutuo o di un finanziamento erogato dietro cessione del quinto dello stipendio, sarebbe inammissibile risolvendosi in una lesione della richiamata par condicio[26].

Valgono i vincoli imposti o volontariamente assunti dal debitore fino a quando costui non patisce l’effetto straordinario e trascinante del sovraindebitamento, che, in virtù dell’universalità, travolge  tutte le obbligazioni precedenti piegandole all’unica procedura con cui viene dato ordine ai pagamenti sulle basi nuove della parità di trattamento e della graduazione delle cause di prelazione.

Il principio universalistico avvicina le procedure da sovraindebitamento – soprattutto quella a conformazione liquidatoria – al fallimento, tant'è vero che anche la legge delega estende l'iniziativa per l’apertura alla liquidazione controllata in capo ai creditori, oltre che al pubblico ministero quando l'insolvenza riguardi un imprenditore (art. 9, comma 1, lett. h, l. n. 155 del 2017).

In altre parole, la cessione o l’assegnazione del quinto dello stipendio operano il trasferimento di un credito futuro, che esplica un’efficacia eminentemente obbligatoria, secondo l’avviso che, del resto, è proprio della giurisprudenza di legittimità[27]. Finchè il credito non diviene esigibile, cessione e assegnazione concretizzano una semplice garanzia della restituzione dell’importo dovuto. Prima della maturazione del diritto alla retribuzione, la titolarità della somma rimane in capo al dipendente, che ne può dunque disporre nella procedura concorsuale intrapresa. Se quest’ultima impatta in senso sospensivo su quelle esecutive, il medesimo effetto di blocco non può che aversi sulla quota di cessioni e di assegnazioni che non sia stata anteriormente al fallimento ancora riscossa[28].

Sotto altra angolazione, se la procedura di sovraindebitamento ha l’effetto di sospendere quelle esecutive e, in caso di omologa, di condurle all’improcedibilità, a maggior ragione il medesimo effetto inibitorio non può che registrarsi nei confronti delle cessioni di credito futuro a garanzia della restituzione dei prestiti.

L’universalità e la segregazione del patrimonio marcano le procedure di sovraindebitamento, dal che discende che i beni che fanno capo al debitore sono inevitabilmente destinati alla soddisfazione dei creditori anteriori nel rispetto della par condicio, che affascia tutti i creditori anteriori e postula il pieno ossequio al disposto dell’art. 2741 c.c..

 

7. Osservazioni conclusive.

L’antinomia fra cessione del quinto e procedura concorsuale di sovraindebitamento sembra doversi risolvere, in ultima analisi, nel senso dell’inclusione di detta porzione nel perimetro del concorso fra i creditori.

Sebbene la l. n. 3 del 2012 non recepisca expressis verbis il precetto dell’art. 44 l. fall., che permette alla giurisprudenza nomofilattica di affermare l’inefficacia del pagamento eseguito sulla base di una precedente cessione o assegnazione ex art. 554 c.p.c., nondimeno si fatta assurgere a punto focale una convergenza di aspetti: il credito sullo stipendio o sulla pensione è bene futuro, la cui trasferibilità è indissolubilmente legata alla esigibilità del credito, con la conseguenza che la cessione esplica solo un’efficacia obbligatoria e non reale; l’assegnazione di un credito futuro è sprovvista, avuto riguardo alla porzione di riferimento, di natura decisoria e carattere di definitività o idoneità ad acquisire valore di assimilabile alla “res judicata”[29], non potendo valere a condizionare il concorso fra i creditori.

Depone nel senso esplicato anche la prospettiva de iure condendo, giovando evidenziare che una norma già vigente, l’art. 9, comma 1, lett. d, l. n. 155 del 2017, ha fissato, ai fini del riordino e della semplificazione della disciplina delle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento, un preciso criterio di indirizzo: il piano del consumatore deve poter comprendere anche la ristrutturazione dei crediti derivanti da contratti di finanziamento con cessione del quinto dello stipendio o della pensione e dalle operazioni di prestito su pegno[30].

L’input legislativo è stato accolto dal riformatore delegato, il quale l’ha trasfuso in un'importante novità proprio con riferimento ai contratti di finanziamento accompagnati dalla cessione del quinto. L'art. 72, comma 3, C.C.I. stabilisce, infatti, che il piano del consumatore può comprendere anche la sistemazione dei debiti derivanti da contratti di finanziamento con cessione del quinto dello stipendio, del trattamento di fine rapporto o della pensione e dalle operazioni di prestito su pegno. Di particolare rilievo è poi l'espressa previsione dello scioglimento automatico di tali contratti di cessione in conseguenza dell'omologazione del piano.

Si tratta di un’ulteriore riconoscimento delle ragioni a sostegno di un’interpretazione delle norme vigenti secondo la prospettiva sopra argomentata, che tiene in conto di due differenti piani d’influenza.

Il primo alligna nella trama degli artt. 553 c.p.c. e 2918 c.c., che pone in risalto come il diritto dell’assegnatario o del cessionario di un credito si estingua soltanto con il pagamento, dacchè l’assegnazione e la cessione sono suscettibili di dar luogo unicamente ad un trasferimento pro solvendo.

Il secondo inerisce – in misura decisiva e dirimente –  i principi dell’universalità, della par condicio creditorum e della segregazione del patrimonio del debitore propri anche delle procedure di sovraindebitamento.

Si tratta di principi che si oppongono alla sopravvivenza della soddisfazione del singolo creditore e fanno premio sulla insussistenza di disposizioni specifiche. Il deficit di una norma regolatrice non esonera, a fronte di essi dalla ricerca di una soluzione anche pragmaticamente appagante sulla base degli istituti giuridici, quindi facendo impiego di disposizioni che regolano casi somiglianti e materie omologhe, nel contesto di quello che assurge ad modello delle regolazioni concorsuali, ossia il fallimento.

 

[1] Sul sovraindebitamento nel CCII (d.lgs. 12 gennaio 2019, n. 14), la pubblicistica non è ancora estesa. Ci si permette di rimandare a A. Crivelli, R. Fontana, S. Leuzzi, A. Napolitano, F. Rolfi, Il nuovo sovraindebitamento (dopo il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza), Zanichelli, 2019.

[2] In dottrina, sulla cessione di crediti futuri, vedi, tra gli altri, F. Macario, Trasferimento del credito futuro ed efficacia verso i terzi: lo stato dell'arte (di giudicare), in Riv. dir. priv., 2001, 437; D. Finardi, Cessione di crediti futuri e procedure concorsuali minori, in Fallimento, 2000, 1263, G. Bozza, L'opponibilità al fallimento del cedente della cessione dei crediti attuata in precedenza, in Fallimento, 1988, 1052.

[3] Questa struttura è evocata da Cass. 8 febbraio 2007, n. 2745, in Italgiure; Cass 14 febbraio 2000, n. 1611, in Italgiure.

[4] L’art. 187-bis disp.att.c.p.c. (Intangibilità nei confronti dei terzi degli effetti degli atti esecutivi compiuti) recita: In ogni caso di estinzione o di chiusura anticipata del processo esecutivo avvenuta dopo l'aggiudicazione, anche provvisoria, o l'assegnazione, restano fermi nei confronti dei terzi aggiudicatari o assegnatari, in forza dell'articolo 632, secondo comma, del codice, gli effetti di tali atti. Dopo il compimento degli stessi atti, l'istanza di cui all'articolo 495 del codice non è più procedibile”.

[5] In tema v. P. Perlingieri, voce Cessione dei crediti, in Enc. del dir., Milano, 13.

[6] U. Breccia, Le obbligazioni, 1991, 780. In giurisprudenza v. Cass. 17 ottobre 1977, n. 4432, in Giur. It., 1978, I, 267; Cass. 12 maggio 1990, in Giur. It. Mass., 1990.

[7] Sulla circolazione della ricchezza mobiliare, per tutti, v. P. Schlesinger, Il primato del credito, in Riv. dir. civ., 1990, I, 825.

[8] Art. 1348 “Cose future”: “La prestazione di cose future puà essere dedotta in contratto, salvi i particolari divieti della legge”.

[9] Su questi profili v. U. Breccia, Le obbligazioni, in Tratt. Iudica e Zatti, Milano, 1991, 777.

[10] A. Dolmetta e G. Portale, Cessione del credito e cessione in garanzia nell'ordinamento italiano, in Banca, borsa e tit. cred. 1999, I, 76 ss.

[11] Cass. 17 marzo 1995, n. 3099, in Giust. civ. Mass. 1995, 627; Cass. 22 novembre 1993, in Foro it. 1994, I, 3126.

[12] In dottrina v., in luogo di altri, P. Perlingieri, I negozi su beni futuri, in La compravendita di cosa futura, Napoli, 1962. In giurisprudenza v. ex multis Cass. 22 aprile 2003, n. 6422, in Nuova. giur. civ. comm., I, 2004, 755.

[13] Trib. Livorno, 18 settembre 2016, in www.ilcaso.it.

[14] Trib. Grosseto 9 maggio 2017, in www.ilcaso.it.

[15] Trib. Pistoia 27 dicembre 2013, in www.ilcaso.it.

[16] Trib. Brescia, 21 novembre 2019, in Il Fallimentarista.

[17] Così Trib. Monza, 26 luglio 2017, in www.ilcaso.it, che ha richiamato nell’occasione Cass. 26 ottobre 2002, n. 15141, in www.ilcaso.it.. Nella fattispecie, si trattava dell'opposizione di una società, che aveva concesso un finanziamento con cessione del quinto dei ratei pensionistici futuri, rispetto ad un piano che prevedeva la falcidia del credito residuo della società finanziaria. La pronuncia brianzola è annotata da La pronuncia è annotata, de iure condito, da A. Napolitano, La cessione del quinto nell'ambito del piano del consumatore, nota a Trib. Livorno 18 gennaio 2018 e Trib. Monza 20 novembre 2017, in Fallimento, 2018, 467.

[18] V. Cass. 22 gennaio 2016, n. 1227, in Italgiure. Nello stesso senso, cfr. anche Cass. 31 marzo 2011, n. 7508, in Italgiure.

[19] G. Benvenuto, Il trattamento della cessioe del quinto nel sovraindebitamento, in Il Fallimentarista.

[20] Cass. 8 febbraio 2007, n. 2745; Cass. 26 gennaio 2006, n. 1544; Cass. 26 ottobre 1983, n. 16317, in Italgiure.

[21] Trib. Milano, 9 luglio 2017, cit..

[22] Cass. 22 gennaio 2016, n. 1227 cit..

[23] Tra questi addentellati si considerino: l'effetto di spossessamento di cui all'art. 42 l.fall., l'inopponibilità degli atti di cui all'art. art. 44 l.fall., l'inopponibilità delle formalità di cui all'art. 45 l.fall., il divieto delle azioni esecutive individuali e cautelari di cui all'art. 51 l.fall..

[24] M. Vitiello, Il piano del consumatore: natura del procedimento e conseguenze del suo inquadramento, in Il Fallimentarista.

[25] Si consideri en passant che la l. n. 3 del 2012 detta solo tre limitazioni alla destinazione di tutto il patrimonio al soddisfacimento paritetico dei creditori concorsuali e ciò per favorire il soddisfacimento: crediti impignorabili, crediti di IVA e ritenute e crediti privilegiati nei limiti del valore dei beni destinati a soddisfarli; i crediti derivanti dalla cessione del quinto dello stipendio non sono ricompresi in queste eccezioni e pertanto nulla impedisce che siano trattati alla stregua di tutti gli altri ai quali il debitore riserva il patrimonio secondo principi di par condicio.

[26] Vitiello, Il piano del consumatore: natura del procedimento e conseguenze del suo inquadramento, in Il Fallimentarista.

[27] Cass. 17 gennaio 2012, n. 551, in Italgiure.

[28] V. Trib. Torino, 8 giugno 2016, in www.ilcaso.it.

[29] Cass. 18 maggio 2009, n. 11404, in Italgiure.

[30] Sulla procedura di ristrutturazione dei debiti del consumatore nel quadro del CCII (d.lgs. n. 14 del 2019), sia permesso rimandare, per un primissima lettura, a S. Leuzzi, La ristrutturazione dei debiti del consumatore sovraindebitato tra conferme e novità, in In executivis, 27 maggio 2019.