Le Sezioni Unite si pronunciano sul riparto di giurisdizione tra Giudice ordinario e Commissioni tributarie in tema di esecuzione esattoriale (a margine di Cass. S.U., 14.4.2020, n. 7822)

Riflessioni a primissima lettura sul recente arresto delle Sezioni Unite in tema di riparto di giurisdizione

Sommario:

1. Esame della vicenda controversa.
2. Il regolamento del conflitto di giurisdizione in caso di domande tra cui sussiste un rapporto di subordinazione: la problematica applicazione dei principi affermati alla fase sommaria delle opposizioni esecutive.
3. Il riparto di giurisdizione laddove la domanda verta sulla deduzione di profili formali.
4. Il riparto di giurisdizione laddove la domanda verta sulla deduzione di profili sostanziali (fatti impeditivi, modificativi o estintivi della pretesa azionata): in particolare, la prescrizione.
5. L’applicazione semipiena del principio della translatio: appunti per una futura riflessione.  

 

  1. Esame della vicenda controversa.

La Corte di Cassazione interviene, a Sezioni Unite, sulla tematica del confine tra la giurisdizione tributaria e quella ordinaria, laddove per la realizzazione coattiva di una pretesa di natura erariale, l’Agente della riscossione abbia fatto ricorso alla speciale procedura esecutiva disciplinata dal d.p.r. n. 602 del 1973[1].

Per cercare di comprendere a pieno la complessa architettura della pronuncia in esame e di evidenziarne possibili aspetti critici, conviene – in prima battuta – procedere ad una sinossi della vicenda giudiziaria sottostante:

A) il debitore aveva ricevuto la notifica di un pignoramento ex art. 72-bis, d.p.r. n. 602 del 1973, per il recupero dei crediti portati da due cartelle esattoriali, la prima notificata in data 28.9.2016 e la seconda notificata in data 17.10.2016;

B)le suddette cartelle erano relative a somme dovute a titolo di imposte regionali sulle concessioni statali di beni demaniali (oltre a sanzioni e spese);

C) l’opponente, con ricorso presentato al G.E., chiedeva:

- in via preliminare, l’accertamento della nullità del pignoramento, attesa la inesistenza giuridica del debitor debitoris;

- in via principale, l’accertamento della “nullità ed illegittimità, totale e/o parziale, dell’impugnato atto di pignoramento e delle cartelle esattoriali (…) ad esso presupposte” (nonché di tutti gli atti conseguenti);

- in ogni caso, l’annullamento degli atti medesimi, in quanto privi di qualsiasi efficacia.

Il ricorrente precisava:

i) quanto alla prima cartella, 1) che era stato instaurato innanzi al Tribunale di Civitavecchia un giudizio volto alla rideterminazione dei canoni demaniali, conclusosi con l’effettiva rideterminazione degli importi dovuti, 2) che l’importo rideterminato era stato versato, 3) che lo stesso Tribunale aveva, sul presupposto di quanto sopra, annullato una diversa cartella relativa ad altre annualità in relazione allo stesso tipo di pretesa;

ii) quanto alla seconda cartella, 1) che – successivamente alla ricezione della stessa – era stata presentata una istanza di rateizzazione, 2) che, in ragione del relativo accoglimento, il debitore aveva iniziato e continuava a pagare;

D) il G.E., dopo aver sospeso inaudita altera parte l’esecuzione, all’esito della comparizione delle parti, revocava la sospensione disposta e concedeva (secondo il passaggio riportato testualmente nella motivazione della pronuncia in rassegna) “termine perentorio di giorni 60 dalla data di scadenza del termine per proporre reclamo [al Collegio] ovvero dalla comunicazione della decisione del Collegio investito del reclamo […] per l’introduzione del giudizio di merito innanzi alla Commissione Tributaria competente”.

Per addivenire a tale decisione declinatoria della giurisdizione – assunta direttamente dal G.E. –, il Tribunale sviluppava il seguente ragionamento:

- siccome l’opponente aveva eccepito la nullità delle cartelle di pagamento poste a fondamento dell’esecuzione e la rateizzazione del credito con riferimento ad una delle due cartelle;

- siccome non è ammessa l’opposizione all’esecuzione se non per contestare l’impignorabilità dei beni (e ciò alla stregua dell’art. 57, d.p.r. n. 602 del 1973, anteriormente alla pronuncia Corte Cost. 31.5.2018, n. 114), e siccome nella specie andava così qualificata la contestazione relativa alla intervenuta rateizzazione del credito portato dalla seconda cartella;

- siccome, laddove l’esecuzione sia posta in essere per il recupero di crediti tributari, la deduzione della nullità del pignoramento per vizi derivati da atti prodromici, la controversia sulla opposizione appartiene alla giurisdizione della CT (e ciò in applicazione di Cass. S.U. 5.6.2017, n. 13913, espressamente richiamata dal G.E.);

veniva ritenuto insussistente il fumus della fondatezza dell’opposizione (di qui la revoca del provvedimento di sospensione emesso inaudita altera parte);

E) come detto, il G.E. assegnava alle parti il termine di sessanta giorni dalla definitività del provvedimento reiettivo dell’istanza cautelare per la introduzione della causa di merito innanzi al Giudice tributario;

F) il debitore, quindi, proponeva alla Commissione tributaria competente per territorio, “ricorso per la introduzione della causa di merito”;

G) all’esito dell’udienza, il Giudice tributario rimetteva gli atti alla Cassazione a Sezioni Unite, perché risolvesse “definitivamente”, la questione di giurisdizione sulla controversia oggetto di causa;

H) le Sezioni Unite hanno dichiarato la sussistenza della giurisdizione ordinaria in relazione alla domanda principale (svolgendo inoltre, per le ragioni che saranno esaminate, approfondite considerazioni anche in relazione alla giurisdizione sulla domanda subordinata).

 

  1. Il regolamento del conflitto di giurisdizione in caso di domande tra cui sussiste un rapporto di subordinazione: la problematica applicazione dei principi affermati alla fase sommaria delle opposizioni esecutive.

La Corte di Cassazione ha in via preliminare operato una precisazione circa l’accertamento della sussistenza della giurisdizione, da parte del Giudice adito, qualora allo stesso siano proposte due o più domande con nesso di graduazione dell’una all’altra (o alle altre)[2].

Difatti, osserva la S.C., nel caso specifico (come sopra evidenziato), il ricorrente aveva proposto una domanda in via preliminare ed altre nel merito, in via principale (come risultava, in maniera ritenuta inequivoca, dalla articolazione delle domande stesse).

Pertanto, il Giudice avrebbe dovuto:

- dapprima decidere sulla giurisdizione in relazione alla domanda principale (o proposta, come nel caso che qui interessa, in via preliminare), atteso che “la questione di giurisdizione sulla domanda subordinata può venire in rilievo solo quando egli abbia deciso sulla domanda pregiudiziale in modo da rendere necessario, in conformità alla richiesta di parte (…), l’esame della domanda subordinata” (c.d. scioglimento del nesso di subordinazione);

- al contrario, la pronuncia declinatoria della giurisdizione in relazione alla domanda principale non scioglie il nesso di subordinazione, e quindi non importa – di per sé – la necessità (che anzi va esclusa) di pronunciarsi sulla giurisdizione in relazione alla domanda subordinata (salva l’ipotesi – verificatasi, a dire della S.C., nel caso concreto – di violazione del nesso di subordinazione, ove il Giudice, prescindendo dalla graduazione operata dalla parte, si pronunci sulla giurisdizione sia in relazione alla domanda principale che in relazione a quella subordinata).

Ne deriva l’affermazione del seguente principio di diritto: “se il nesso di subordinazione non viene sciolto e la declinatoria della giurisdizione avviene con riferimento alla domanda principale, qualora la decisione non sia impugnata nel plesso giurisdizionale cui appartiene il giudice, ma sia riproposta davanti alla giurisdizione indicata nella pronuncia declinatoria (…), anche il potere del giudice della riassunzione di elevare conflitto di giurisdizione concerne, permanendo il nesso di subordinazione, la domanda proposta in via principale”.

Ciò nondimeno, come si anticipava, può accadere che il Giudice, senza tener conto del nesso di subordinazione che avvince le varie domande proposte, si pronunci, in relazione alla giurisdizione, sul cumulo delle stesse.

In questa evenienza, poiché lo strumento del conflitto è diretto a determinare in modo vincolante fra le parti la giurisdizione, il potere di regolare tale questione va esercitato – da parte delle Sezioni Unite – prescindendo dal nesso di subordinazione, cioè – appunto – con riferimento al cumulo di domande.

A dire delle S.U., deve essere infatti assicurata l’esigenza “che la questione di giurisdizione sia risolta una volta per tutte sull’intera controversia”.

Ma anche in questo caso va rispettato il principio della domanda “e in particolare il suo amminicolo rappresentato dalla scelta della parte di subordinare la richiesta di decisione di una domanda alla previa decisione dell’altra”[3].

Pertanto, e sul presupposto che le domande appartengano alla giurisdizione di Giudici diversi: a) sarebbe adottata in violazione del principio della domanda la pronuncia con la quale il Giudice regolatore dei conflitti, sciogliendo il nesso di subordinazione, indichi chi è il Giudice munito di giurisdizione sulla domanda principale e chi il Giudice munito di giurisdizione sulla domanda subordinata, rimettendo ai plessi giurisdizionali così individuati le domande di rispettiva spettanza; b) piuttosto va dichiarata la giurisdizione del Giudice che ha il potere di pronunciarsi sulla domanda principale mentre la giurisdizione sulla domanda subordinata (seppure nel rispetto delle indicazioni che la stessa S.C. deve fornire) andrà declinata in favore dell’altro plesso giurisdizionale condizionatamente alla definizione della domanda principale (che è riservata in via esclusiva al Giudice avente giurisdizione sulla medesima).

Alla luce dell’anzidetto, la Corte passa quindi alla composizione del conflitto, nel senso che si dirà in appresso, qualificando, in sostanza:

1) come opposizione formale quella veicolata dalla domanda principale;

2) come opposizione di merito quella veicolata dalla domanda subordinata.

Prima di approfondire il ragionamento che la Corte costruisce sulla ridetta premessa qualificatoria, sembra possibile individuare una prima difficoltà, relativa alla possibilità di applicare il suesposto principio al Giudice dell’esecuzione, investito della fase cautelare delle opposizioni esecutive[4].

Ed invero il G.E.:

- non può declinare la giurisdizione, poiché la fase sommaria si conclude con ordinanza (non avente di per sé carattere definitivo), mentre la giurisdizione va regolata con sentenza (ed è questo un principio che non si trova affermato clare nella pronuncia in rassegna)[5]-[6];

- (proprio per questo) per potersi pronunciare sull’istanza di sospensione (ove, come assai probabile, la stessa sia proposta) deve, seppure ai limitati fini della erogazione della tutela cautelare, indagare sulla sussistenza della giurisdizione ordinaria in relazione a tutte le domande proposte.

A nostro avviso, dato che, per poter sospendere il processo esecutivo, il G.E. deve valutare sotto il profilo del fumus boni iuris la fondatezza delle domande, questi potrà erogare la chiesta tutela cautelare in quanto si ritenga munito di giurisdizione anche solo su una di esse.

In altre parole, laddove si ritenga sfornito della giurisdizione sulla domanda principale, il G.E. ben potrà scrutinare, sebbene ai limitati fini di cui sopra, la sussistenza della giurisdizione sulla domanda subordinata.

Epperò – a voler seguire il ragionamento svolto dalla S.C. – sembrerebbe doversi concludere in senso inverso: il G.E. ritenutosi sfornito di giurisdizione sulla domanda principale non potrebbe sospendere il processo esecutivo sulla base dei motivi veicolati dalla domanda subordinata (in ipotesi ritenuta attratta alla sua giurisdizione), perché ciò porta ad una violazione del principio della domanda (e del suo addentellato, che si compendia nel potere della parte di stabilire un nesso di subordinazione nell’esame delle varie domande).   

A titolo esemplificativo, potrebbe essere prospettato il seguente caso.

L’opponente – sulla premessa di esser venuto per la prima volta a conoscenza della pretesa vantata nei suoi confronti dall’Erario con l’atto di pignoramento - chiede in via principale dichiararsi la nullità del pignoramento stesso per vizi derivati, come l’omessa, inesistente o viziata notifica degli atti presupposti; ed in via subordinata la nullità dell’atto esecutivo per vizi propri.

Applicando un orientamento pretorio sufficientemente solido (che le stesse S.U., quanto all’opposizione formale, come si dirà, hanno condiviso con la pronuncia in rassegna), la giurisdizione sulla domanda principale spetta al Giudice tributario e quella sulla domanda principale al Giudice ordinario.

Il G.E., in tale ipotesi, non potrebbe sospendere il processo esecutivo, essendo sfornito di giurisdizione (solo) sulla domanda principale.

Le stesse criticità sembrano presentarsi anche laddove la prima domanda attenga a profili sostanziali e la seconda alla regolarità formale del procedimento esecutivo posto in essere.

Si immagini questo caso: il ricorrente impugna il pignoramento per dedurre che la pretesa sostanziale sottesa è venuta meno per esser stata condonata; in via subordinata, deduce la nullità del pignoramento per vizi formali.

Il G.E. – sfornito di giurisdizione in relazione alla domanda principale, quanto meno nel caso in cui il condono sia avvenuto in data anteriore alla notifica della cartella (ma su questo profilo si tornerà) – dovrebbe rigettare tout court la richiesta di sospensione, senza poter esaminare, sempre ai fini cautelari, la domanda vertente sui vizi formali dell’atto esecutivo.

In definitiva, tanto nell’uno quanto nell’altro caso, il debitore: a) non otterrà la chiesta sospensione e ciò sulla base dell’esame della sola domanda principale; b) dovrà introdurre il giudizio di merito per vedere dichiarato il difetto di giurisdizione solo in relazione a tale domanda; c) non otterrà alcuna decisione (cautelare) sulla domanda subordinata.

Desta perplessità, quindi, l’affermazione che il G.E., ritenutosi privo della giurisdizione in relazione alla domanda principale, non possa (rectius: non debba) pronunciarsi (sempre ai limitati fini della sospensiva) sulla domanda subordinata, sul presupposto che, così operando, violerebbe il principio della domanda ed il suo corollario del potere della parte di graduare tra loro le domande, in caso di cumulo.

Fermo restando che il difetto di giurisdizione andrà dichiarato all’esito della fase di merito e fermi restando i principi della translatio iudicii (salvo quanto si dirà in appresso, al par. 5), quella sopra indicata appare una lettura penalizzante perché si traduce nella perdita secca del più immediato presidio di tutela avverso un’esecuzione ingiusta o illegittima.

 

  1. Il riparto di giurisdizione laddove la domanda verta sulla deduzione di profili formali.

Nel definire il conflitto sottoposto al suo vaglio, la Cassazione pone principi che in parte si saldano al formante giurisprudenziale (è il caso dell’opposizione formale) e in parte – a noi pare – se ne discostano (è il caso dell’opposizione di merito, relativamente a determinati fatti estintivi).

Quanto al primo profilo, le S.U., nell’esaminare l’ordito normativo che disciplina la materia, danno continuità a quanto affermato dalle pronunce Cass. S.U. 5.6.2017, n. 13913 e 13916[7], nel senso che:

- l’art. 2, comma 1, seconda parte, d.l.gs. n. 546 del 1992 individua il discrimen tra la giurisdizione tributaria e quella ordinaria nella notificazione della cartella di pagamento (o dell’avviso di mora, quando previsto), onde prima di tale notifica la controversia è devoluta al GT e dopo al GO;

- l’impugnazione del pignoramento ove si deduca la invalidità derivata di tale atto è devoluta alla giurisdizione del GT;

- il riparto di giurisdizione deve avvenire non tenendo conto del tipo di atto impugnato[8], bensì del vizio dedotto;

- non osta a tale lettura la disposizione contenuta nell’art. 57, d.p.r. n. 602 del 1973 perché l’inammissibilità ivi prevista (per le opposizioni riguardanti la regolarità formale e la notificazione del titolo esecutivo) non impedisce (ed anzi in qualche misura impone) di far valere la mancata notificazione della cartella attraverso l’impugnazione del pignoramento (di cui si assume per questo la invalidità derivata) innanzi al GT, ex art. 19, comma 3, d.lgs. n. 546 del 1992.

In definitiva, il principio secondo cui “in materia di esecuzione forzata tributaria, l’opposizione agli atti esecutivi riguardante l’atto di pignoramento che si assume viziato per l’omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento (o di altri atti presupposti dal pignoramento) è ammissibile e va proposta (…) davanti al giudice tributario” risulta – secondo la pronuncia in commento – giustificato, “come risultava giustificato il processo motivazionale allora seguito”[9].

Fatta questa premessa, le S.U., sempre relativamente al tema dell’opposizione formale, chiariscono, “a precisazione degli insegnamenti di cui a Cass. n. 13913 del 2017”, che “l'azione davanti al giudice tributario non è (…) un'opposizione agli esecutivi secondo il modello di cui all'art. 617 cod. proc. civ., ma un giudizio ai sensi dell'art. 19, comma 3, del citato d.lgs., del quale si può dire solo che ha una funzione simile a quella del rimedio dell'art. 617”.

Si tratta di una precisazione utile ed opportuna, peraltro in linea con quanto già evidenziato da altre pronunce della Corte di Cassazione, successive agli arresti delle S.U. del 2017[10].

In conclusione, dal punto di vista dell’opposizione formale, le Sezioni Unite, per un verso, danno continuità ad un orientamento che, per quanto contestato, è da ritenersi (oggi a maggior ragione) sufficientemente solido; per altro verso, chiariscono che se il pignoramento viene contestato per vizi derivati, tale impugnazione sarà governata dalle regole proprie del processo tributario (e non da quelle dettate, per l’opposizione agli atti esecutivi, dall’art. 617 c.p.c.).

 

  1. Il riparto di giurisdizione laddove la domanda verta sulla deduzione di profili sostanziali (fatti impeditivi, modificativi o estintivi della pretesa azionata): in particolare, la prescrizione.

Relativamente all’opposizione all’esecuzione – prosegue la pronuncia in commento, sul presupposto che “questa ulteriore riflessione si giustifica in ragione del dovere regolare la giurisdizione anche sulle domande subordinate” - occorre procedere all’analisi:

- dell’art. 2, d.lgs. n. 546 del 1992;

- della sentenza n. 114 del 2018, dichiarativa dell’illegittimità costituzionale dell’art. 57, d.p.r. n. 602 del 1973, nella parte in cui “non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso di cui all’art. 50 del d.P.R. n. 602 del 1973, sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 del codice di procedura civile”[11]-[12].

Quanto al primo punto (analisi dell’art. 2, cit.), le S.U. muovono dalla constatazione (del tutto condivisa) che: a) il titolo esecutivo dell’esecuzione c.d. esattoriale è costituito dal ruolo[13]; b) la cartella di pagamento ha una funzione equivalente a quella che nel processo ordinario è assolta dal precetto e, in più, dalla notifica del titolo esecutivo (dacché il ruolo è atto plurale da cui va estrapolata la posizione debitoria del singolo); c) l’avviso di pagamento ex art. 50, d.p.r. n. 602 del 1957 assolve alla funzione di nuovo precetto.

Ciò posto, appare “evidente che il confine tra la giurisdizione tributaria e quella ordinaria si deve individuare considerando che, quando la legge, nell’art. 2 più volte citato, dice che restano esclusi dalla giurisdizione tributaria gli atti dell’esecuzione tributaria successivi alla notifica dei noti atti, intende dire che alla giurisdizione tributaria risulta riservata la cognizione delle questioni inerenti la pretesa tributaria non solo se una notifica valida vi sia stata, ma anche se non vi sia stata o se vi sia stata in modo inesistente o in modo nullo. Ne discende che la qualificazione che il legislatore ha fatto con l’aggettivo ‘successivi’ per individuare gli atti dell’esecuzione riservati alla cognizione del giudice ordinario deve essere letta nel senso che comprenda questi atti non solo in quanto succeduti ad una notifica della cartella o dell’intimazione effettivamente e validamente eseguite, ma anche nel senso di comprendere l’ipotesi in cui detti atti siano succeduti ad una notifica nulla o inesistente o mancata” (corsivi nostri). La conseguenza è nel senso che “la cognizione della questione della nullità, della inesistenza, della mancanza della notifica non è deducibile come ragione di impugnazione dell’atto dell’esecuzione davanti al giudice ordinario per il fatto che è questione che appartiene alla giurisdizione tributaria” (corsivi nostri).

In questa prospettiva, “nella norma dell’art. 2 (…) [già] si configurava una linea di demarcazione tra questioni inerenti alla pretesa tributaria deducibili solo davanti alla giurisdizione tributaria e quelle deducibili davanti alla giurisdizione ordinaria”.

Più in dettaglio e tenuto conto di tale previsione (ancor prima della pronuncia della Corte Costituzionale[14]), si poteva affermare che appartenessero:

A) alla giurisdizione tributaria – benché la pretesa si fosse manifestata con un atto esecutivo – le controversie involgenti:

1) profili formali “in quanto afferenti ad atti di manifestazione di essa [della pretesa tributaria, n.d.s.] come provvedimenti autoritativi ed alle regola della loro adozione come atti amministrativi, fino alla notificazione della cartella o dell’intimazione di pagamento, e ciò tanto se validamente avvenute quanto se mancanti o inesistenti”;

2) profili sostanziali, ossia “fatti costitutivi, modificativi od impeditivi della pretesa tributaria in senso sostanziale ove però manifestatisi fino alla notificazione della cartella o dell’intimazione di pagamento (…) se validamente avvenute e fino allo stesso atto esecutivo, se quella notificazione fosse mancata o fosse avvenuta in modo inesistente o invalido”;

B) alla giurisdizione ordinaria:

1) le questioni inerenti alla forma dell’atto esecutivo;

2) le questioni inerenti “a fatti incidenti sulla pretesa sostanziale tributaria azionata in executivis successivi alla valida notifica della cartella di pagamento o dell’intimazione, o, è da precisare (…), successivi all’atto esecutivo che avesse assunto la funzione di mezzo di conoscenza della cartella o dell’intimazione”, purché tali fatti fossero conseguenti “ad una valida notifica della cartella o dell’intimazione, non contestate come tali (restando, come si è detto, in caso contrario attribuita alla giurisdizione tributaria la relativa cognizione)”.

Secondo le S.U., tale perimetrazione del confine tra le giurisdizioni – riconducibile, si ripete, alla “contemplazione della sola norma dell’art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992” - portava ad escludere che i rimedi attivabili innanzi ai diversi plessi giurisdizionali fossero in qualche misura sovrapponibili e ciò onde evitare “qualsiasi possibilità che le due giurisdizioni potessero decidere con efficacia di giudicato le medesime questioni”.

Queste conclusioni sarebbero state coerenti anche con le limitazioni poste dall’art. 57, d.p.r. n. 602 del 1973 (anteriormente alla pronuncia della Corte Costituzionale), poiché:

- era esclusa la possibilità di proporre opposizione all’esecuzione relativamente “a fatti impeditivi, modificativi o estintivi (…) che, per il tempo di verificazione e deducibilità, si fossero potuti far valere impugnando atti di manifestazione della pretesa tributaria indicati come impugnabili ove tempestivamente conosciuti e comunque se verificati prima della valida notifica della cartella o dell’intimazione”;

- era del pari esclusa la possibilità di proporre opposizione all’esecuzione anche rispetto a quei fatti la cui conoscenza si fosse verificata con la notifica del pignoramento “in ragione della nullità, mancanza o inesistenza della notifica di quegli atti preesecutivi, atteso che veniva recuperata la tutela impugnatoria tributaria contro la cartella o l’intimazione”.

In definitiva, “la proclamazione dell’art. 57 si sarebbe potuta intendere come relativa alla sola preclusione del rimedio dell’opposizione ex art. 615 per contestare la pretesa contenuta nel titolo esecutivo e manifestata con la cartella o l’intimazione validamente notificata oppure, nel caso di mancanza, inesistenza o nullità della loro notificazione, con il primo atto esecutivo, in quanto tali contestazioni erano e sono riservate alla giurisdizione tributaria”.

Tuttavia, la impossibilità di una simile lettura dell’art. 57 cit. “è stata condivisa dalla Corte Costituzionale con la recente sentenza n. 114 del 2018”.

Da tale – ancorché rapido – passaggio (riguardato alla luce della precedente disamina dell’art. 2 cit.), sembra di comprendere:

- che l’art. 2 cit., letto in combinato disposto con l’art. 57 cit., poteva già essere interpretato nel senso che, laddove venisse in rilievo la notifica di atti riservati alla giurisdizione del GT, i fatti estintivi dedotti in sede di opposizione all’esecuzione maturati antecedentemente a tale notifica o rispetto ai quali comunque rilevasse l’esame di tale profilo (ancorché in via recuperatoria in sede di impugnazione del pignoramento), erano devoluti alla giurisdizione tributaria;

- che, ciò nondimeno, una simile interpretazione, pur possibile, si poneva al di fuori del perimetro semantico delle disposizioni richiamate, cosicché si è reso necessario l’intervento manipolativo della Consulta in relazione all’art. 57 cit. (quantunque in un passaggio, sul quale si tornerà, la sentenza sembri additare l’intervento della Corte Costituzionale come diretto ad emendare una lacuna solo supposta e quindi colmabile in via interpretativa).

L’esame della portata della pronuncia della Corte Costituzionale, nel segno (quanto meno a livello di enunciazioni di principio) della continuità con la stessa, rappresenta, pertanto, un altro fondamentale tassello del percorso motivazionale.

Le Sezioni Unite partono proprio dalla esemplificazione compiuta dalla Corte Costituzionale allo scopo di circoscrivere l’ambito entro cui è ammissibile l’opposizione ex art. 615 c.p.c. anche relativamente all’esecuzione intrapresa per il recupero di crediti tributari per evidenziare che “è (…) alla luce della motivazione enunciata a suo sostegno che occorre intendere le implicazioni applicative del dispositivo”[15].

Più precisamente, la individuazione di tali implicazioni deve avvenire tenendo conto di quello che – secondo la S.C. – è l’architrave concettuale su cui fonda la pronuncia n. 114 del 2018 e cioè che va esclusa, in relazione a fatti estintivi della pretesa deducibili innanzi al GT, una tutela recuperatoria innanzi al GO, sia pure sotto l’egida della - ora ammessa - opposizione all’esecuzione.   

Pertanto, possono essere dedotti (correttamente) in tale sede quei fatti estintivi o altrimenti incidenti sulla pretesa “che si verifichino in una situazione di mancanza, inesistenza o nullità della notifica della cartella e, dunque, solo a seguito del compimento di un atto esecutivo, allorquando, però, il contribuente per dedurre tali fatti non abbia bisogno, al fine di dimostrarne la verificazione, di sostenere che essa dipenda [d]alla mancata notificazione della cartella, dalla inesistenza della sua notificazione o dalla nullità della sua notificazione pur avvenuta” (corsivi nostri).

Altrimenti detto, il fatto estintivo deducibile in sede di opposizione all’esecuzione deve rilevare di per sé, cioè a prescindere dalla necessità di un esame (pare di capire: purchessia, cioè anche a titolo incidentale) dei profili afferenti alla notifica della cartella e (se prevista) dell’intimazione di pagamento.

La concretizzazione di tale direttiva è agevole (ed effettivamente in linea con i dicta della Corte Costituzionale) quando si tratti di fatti estintivi quali il pagamento, il venir meno della pretesa tributaria per fatto sopravvenuto o (come era accaduto nel caso rimesso all’esame della Consulta) il manifestarsi di una causa legale di temporanea improseguibilità dell’esecuzione[16]-[17].

In questo caso dunque è semplice schematizzare:

- se il fatto estintivo è venuto in rilievo prima della notifica della cartella, dello stesso deve occuparsi il GT;

- se il fatto estintivo è venuto in rilievo dopo la notifica della cartella, dello stesso deve occuparsi il GO, poiché – senza dubbio – nei casi esemplificati la relativa deduzione prescinde del tutto dall’esame dei profili concernenti la notifica della cartella.

L’operazione interpretativa di cui si tratta diventa alquanto più complessa (e, nei risultati, porta – a noi pare – ad un esito diverso da quello indicato dalla Corte Costituzionale) allorché, per eccepire il fatto estintivo, il debitore debba in qualche modo assumere come rilevante la mancanza, l’inesistenza o la nullità della notifica della cartella di pagamento.

L’esempio paradigmatico è quello della prescrizione.

Proprio riguardo a tale aspetto, le Sezioni Unite precisano che: “se essa [la prescrizione, n.d.s.] si assume verificata perché la notifica della cartella o dell’intimazione mancò, fu nulla o fu eseguita in modo esistente e, quindi, non si poté verificare un effetto interruttivo del corso della prescrizione, il preteso fatto estintivo ‘prescrizione’ suppone, per essere apprezzato, l’accertamento di detti vizi della notifica e, quindi, si risolve in una censura il cui esame risulta riservato alla giurisdizione tributaria tramite l’impugnazione della cartella o dell’intimazione, in quanto conosciute per il tramite ed in forza dell’atto esecutivo che ne rivela l’esistenza”.

In questa evenienza, la conseguenza è drastica: l’opposizione ai sensi dell’art. 615 non è data.

Oltre ad una ulteriore criticità in punto di traslatio iudicii – di cui pure ci si occuperà – a noi sembra, come anticipato, che sotto tale aspetto, malgrado le enunciazioni di principio, vi sia una non irrilevante deviazione dalle indicazioni della Corte Costituzionale, che porta al restringimento dell’area entro cui – proprio per effetto della sentenza manipolativa più volte citata – si era ritenuta ammissibile l’opposizione all’esecuzione.

Invero, benché la Corte Costituzionale non si sia dilungata (al di là della mera esemplificazione) sulla deducibilità in sede di opposizione all’esecuzione della prescrizione maturata a valle della cartella di pagamento o dell’intimazione di pagamento, si deve osservare che la ratio decidendi su cui fonda tale pronuncia è quella di stabilire una simmetria complementare tra i rimedi attivabili innanzi al Giudice tributario e quelli attivabili innanzi al Giudice dell’esecuzione.

Altrimenti detto, fin quando a monte vi sia un rimedio fruibile innanzi alle Commissioni tributarie, non vi è spazio per (e prima ancora la necessità di) un rimedio da esperire, ad esecuzione avviata (cioè a valle), davanti al Giudice ordinario.

Però, proprio in ragione della esigenza di stabilire la suddetta simmetria complementare, quando la prescrizione sia maturata in un momento successivo alla notifica della cartella, e considerato che tale momento costituisce lo spartiacque tra le giurisdizioni, il debitore deve pur sempre disporre di un rimedio che, a noi pare, non può che esser quello dell’opposizione all’esecuzione.

E ciò a prescindere dalla circostanza che, per far valere la prescrizione, il debitore debba assumere – pur senza richiedere alcun accertamento con efficacia di giudicato sul punto – che la notifica della cartella non vi fu, o fu fatta in modo inesistente o altrimenti viziato.

In tal senso depone, a nostro avviso, una lettura dell’art. 2 cit. per così dire funzionalizzata al tipo di tutela invocato: in sostanza, se si chiede l’accertamento negativo del diritto di procedere in via esecutiva, la domanda (a prescindere dalla circostanza che nell’articolazione dei motivi possa rilevare incideter tantum – come nel caso della prescrizione – la mancanza della notifica o la sua inesistenza o nullità) non può che essere qualificata come opposizione all’esecuzione e, quindi, in ragione dei limiti interni alla giurisdizione tributaria, della stessa non potrebbe comunque conoscere il GT, sfornito, tra l’altro, del potere di sospendere l’esecuzione, che compete in via esclusiva al G.E., in ragione di quanto previsto dall’art. 60, d.p.r. n. 602 del 1973.

Ad opinare diversamente, la pronuncia della Corte Costituzionale (come pure ventilato in un passaggio della motivazione) non sarebbe stata, per così dire, imprescindibile, potendo ritenersi sufficiente la tutela recuperatoria (attraverso l’impugnazione del pignoramento) innanzi al GT (come ricavata dall’interpretazione dell’art. 2 cit.).

Ed invece la Corte Costituzionale è intervenuta nel senso prima chiarito perché l’azione che non era enucleabile dal sistema era proprio l’opposizione all’esecuzione (incidente, in via interinale, sulla sospensione dell’esecuzione stessa) e non l’impugnazione, innanzi alle Commissioni tributarie, dell’atto esecutivo per motivi sostanziali afferenti alla pretesa sottostante.

D’altro canto, oltre a riposare sulla divisata ratio decidendi della pronuncia n. 114 del 2018 (come sopra illustrata), una simile conclusione ha trovato una sponda tanto nella giurisprudenza di legittimità[18] [19] quanto in quella di merito[20].

La prima aveva precisato che “dinanzi al giudice dell'esecuzione (…) non possono essere dedotti motivi che dovevano farsi valere, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 2 e 19, con ricorso alla giurisdizione tributaria, neppure quando il contribuente non abbia avuto conoscenza dell'atto prodromico da impugnare. In tal caso, infatti, l'impugnazione, ancorché tardiva, si deve comunque proporre al giudice tributario nei termini previsti dal rito”.

Sulla scorta di tale premessa, la S.C. ha ritenuto il motivo infondato in quanto “quand'anche il contribuente non avesse avuto l'occasione di ricorrere (…) avverso uno degli atti prodromici perché non gli fu notificato, ed anzi dipendendo il maturare della prescrizione proprio dalla nullità o inesistenza di tale notificazione, sarebbe stato comunque suo onere adire la giustizia tributaria nelle forme di rito, a decorrere dal primo atto esecutivo, per far rilevare in quella sede - e non davanti al giudice dell'esecuzione - l'intervenuta estinzione del credito erariale”.

Ciò nondimeno, nella decisione si precisa che “non risulta che la prescrizione di che trattasi fosse maturata solo dopo la notifica delle cartelle di pagamento. Il ricorrente, infatti, ha omesso di indicare in modo specifico quali fossero le ragioni dell'opposizione e quest'ultima eventualità appare oltremodo improbabile, anche in considerazione del fatto che secondo la prospettazione del ricorrente quelle notificazioni non si erano mai perfezionate. Sicché delle due l'una: o il motivo è inammissibile per difetto di specificità (…); oppure è infondato per le ragioni sopra esposte”.

Da tale passaggio si può desumere che, se il ricorrente avesse dedotto specificamente che la prescrizione era maturata successivamente alla notifica della cartella, l’opposizione non avrebbe potuto essere dichiarata inammissibile (così come aveva fatto il Giudice di merito, evidentemente perché veniva in rilievo una prescrizione maturata anteriormente alla cartella di pagamento).

In sostanza, nell’escludere che l’opposizione all’esecuzione (anche nella prospettiva della intervenuta manipolazione dell’art. 57, d.p.r. n. 602 del 1973) possa avere funzione recuperatoria, la Corte di Cassazione, nella pronuncia n. 11900 del 2019, pare partire dalla premessa che la intervenuta prescrizione del credito tributario possa essere conosciuta dal GT (in sede di impugnazione del primo atto successivo conosciuto, ossia il pignoramento) solo quando sia maturata antecedentemente alla notifica della cartella o dell’intimazione di pagamento.

La giurisprudenza di merito, dal canto suo, è giunta alle stesse conclusioni, partendo però dal presupposto che in sede di opposizione all’esecuzione possono, per giurisprudenza granitica, essere dedotti solo i fatti estintivi venuti ad esistenza dopo la formazione del titolo e quindi quando di tali fatti non si possa discutere nel giudizio di merito che porta alla formazione del titolo stesso.

Dato che, come detto, la cartella assolve, nella esecuzione speciale disciplinata dal d.p.r. n. 602 del 1973, ad una funzione assimilabile a quella assolta, nell’ordinario processo esecutivo, dalla notifica del titolo e dal precetto, si è ritenuto, alla luce della giurisprudenza costituzionale, che “la prescrizione del credito tributario maturata dopo la notifica della cartella ma prima dell’avviso di mora va dedotta in sede di impugnazione di tale atto (se conosciuto)”; ciò in quanto il fatto estintivo in questione si colloca al di qua della linea di demarcazione tra le giurisdizioni che la Corte [Costituzionale] assume come dato di partenza del proprio argomentare. Per le stesse ragioni, ma sul rilievo che la prescrizione maturata dopo l’avviso di mora si collochi al di là del limite esterno della giurisdizione tributaria, l’unica sede in cui tale fatto (estintivo del diritto di procedere in via esecutiva) potrà essere eccepito è l’opposizione all’esecuzione e l’inammissibilità di tale azione si tradurrebbe in un intollerabile vuoto di tutela (vuoto che, appunto, l’intervento manipolativo della Corte è diretto, evidentemente, a colmare)”[21].

Al contrario, le Sezioni Unite – come già anticipato – pervengono ad una diversa (e più angusta) perimetrazione dell’incidenza applicativa dei dicta della Corte Costituzionale, giungendo ad affermare: che “la sentenza della Corte Costituzionale ha emendato una carenza dell’ordinamento che forse sarebbe stata solo supposta e, dunque, superabile in via esegetica e non v’è che da prendere atto della chiarezza che comunque si è voluta fare”; che, quindi, “si deve rilevare che l’emenda ha realizzato un risultato del tutto identico alla ricostruzione che sopra si è fatta del significato dell’art. 2, d.lgs. n. 546 del 1992 e delle implicazioni al lume di esso del sistema degli artt. 49 e ss. del d.p.r. n. 602 del 1973”.

Ciò dimostra, a fortiori, quanto sopra ipotizzato e cioè che la continuità con la giurisprudenza costituzionale sia, per quanto concerne l’opposizione all’esecuzione, più predicata che praticata.

Difatti, diversamente da quanto ritenuto anche dalla giurisprudenza successiva alla pronuncia n. 114 del 2018, la prescrizione non potrebbe essere eccepita come fatto estintivo innanzi al G.E. nei numerosi casi in cui, per formulare la relativa censura, l’opponente debba argomentare, al fine di trarre la conclusione che la prescrizione sia effettivamente maturata, che non vi sia stato medio tempore alcun fatto interruttivo (i.e. che sia mancata o sia stata viziata la notifica della cartella o dell’avviso di mora).

Tale soluzione, oltre ad essere disallineata rispetto alla giurisprudenza pregressa (e in primis a quella costituzionale), è viepiù problematica perché non sembra considerare:

1) che l’accertamento in ordine alla circostanza che una notifica sia mancata o sia stata fatta in modo inesistente o viziato può esser condotto dal Giudice anche incidenter tantum.

Sono le stesse Sezioni Unite, in un passaggio ricordato supra, a evidenziare che “la conclamata esistenza di due giurisdizioni con un confine individuato con riferimento ad un certo momento di vita della pretesa tributaria, sebbene variabile in ragione della realizzazione o meno in modo valido della notifica della cartella o dell’intimazione di pagamento, esclude qualsiasi possibilità che le due giurisdizioni potessero decidere con efficacia di giudicato le medesime questioni” (corsivi nostri).  

Proprio questa premessa (che appare poi disattesa nel successivo sviluppo della motivazione) avrebbe consentito di ritenere non precluso al GO l’accertamento della ritualità della notifica, laddove (come nel caso della prescrizione) lo stesso sia effettuato senza efficacia di giudicato;

2) che la circostanza che la notifica sia avvenuta o meno (ai fini della prescrizione) ben può trovare ingresso nel processo a seguito delle difese svolte dall’opposto.

Si immagini il caso in cui il ricorrente si limiti a dedurre genericamente la prescrizione e l’opposto alleghi la intervenuta notifica della cartella come fatto interruttivo della prescrizione.

In questo caso, evidentemente, si darebbe la stura ad una asimmetria tra due vicende processuali vertenti sul medesimo oggetto, solo in considerazione della circostanza che un determinato fatto è stato dedotto da una parte piuttosto che da un’altra. 

 

  1. L’applicazione semipiena del principio della translatio: appunti per un futura riflessione.

Se si parte dalla premessa che la Corte Costituzionale aveva inteso ampliare e non limitare la tutela in sede di opposizione esecutiva, le affermazioni sul tema della prescrizione suscitano ulteriori perplessità laddove si tenga conto di quanto le Sezioni Unite, in un successivo passaggio, affermano con riferimento alla translatio iudicii[22].

La controversa precisazione svolta in ordine alla ammissibilità della translatio iudicii interessa il caso in cui il fatto estintivo rilevi di per sé, cioè a prescindere dall’esame di un aspetto (la notifica della cartella) rimesso al GT.

Le Sezioni Unite distinguono, rilevando:

- che “un problema di translatio si può porre quando venga introdotta davanti al giudice ordinario una domanda ai sensi dell’art. 617 c.p.c. o ai sensi dell’art. 615 c.p.c. sulla base di fatti giustificativi e con un petitum mediato che avrebbero dovuto comportare la proposizione della domanda davanti alla giurisdizione tributaria”.

Ciò in quanto “questo esige che il petitum mediato non attinga solo l’atto esecutivo, ma anche la validità della notificazione della cartella o dell’intimazione e/o eventualmente il loro contenuto sostanziale (il che suppone che si deduca che quella notificazione si assuma mancata, inesistente o nulla), oppure, se non si ponga in discussione la validità di quella notificazione, che si contesti la cartella o l’intimazione stessa sul piano forma o sostanziale”.

In tal caso, però, siccome la domanda – quanto meno a livello di petitum mediato – concerne profili rientranti (secondo la Cassazione) nella giurisdizione del GT, è ammessa la trasposizione del giudizio innanzi al Giudice munito di giurisdizione (cioè appunto innanzi alla CT);

- che, laddove invece il petitum mediato riguardi fatti che attingono il solo atto esecutivo, “si ha che la domanda ex art. 617 o 615 c.p.c. risulta solo manifestamente infondata in iure sulla base della sua stessa prospettazione e come tale scrutinabile dalla giurisdizione ordinaria adita”, il che porta a ritenere che in tal caso una transatio “non sarebbe giustificata perché, quando risulta compiuto un atto esecutivo, la controversia appartiene alla giurisdizione tributaria se esso costituisce (…) l’occasione per impugnare per ragioni formali o sostanziali la pretesa tributaria siccome espressa negli atti preesecutivi che si assumono non conosciuti”.

Per comprendere esattamente tali brani è utile richiamare quanto ricordato in premessa, circa le doglianze svolte dall’opponente.

Si è detto che:

- relativamente alla prima cartella era stato instaurato innanzi al GO un giudizio volto alla rideterminazione dei canoni demaniali (presupposti all’imposta di cui si discuteva), conclusosi con l’effettiva rideterminazione degli importi dovuti e che di tale rideterminazione (e conseguente pagamento del dovuto) si era tenuto conto in un distinto giudizio relativo ad altra cartella emessa in relazione a diverse annualità della stessa imposta;

- relativamente alle seconda cartella, era stata presentata una istanza di rateizzazione e che, a seguito della stessa, il debitore aveva iniziato e continuava a pagare.

Le Sezioni Unite – pronunciandosi sul punto perché ciò era necessario al fine di regolare la giurisdizione sulle domande subordinate – ritengono:

- che “il fatto che il canone demaniale fosse errato e tanto comportasse una incidenza sulla imposte regionale, bene avrebbe potuto farsi valere contro la cartella (…) e, conseguentemente, non integra un fatto successivo alla valida notifica della cartella deducibile con l’opposizione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., che, dunque, non sarà ammissibile secondo l’intervento additivo della Corte”;

- che il fatto dedotto a giustificazione della insussistenza del diritto di procedere in via esecutiva per il recupero del credito portato dalla seconda cartella (intervenuta dilazione di pagamento), in quanto successivo alla notifica della cartella stessa, non può essere dedotto innanzi al GT cosicché “ove il Tribunale dovesse sciogliere il nesso di subordinazione, esso stesso, nell’ambito della sua giurisdizione, dovrà esaminare l’opposizione in quanto ammissibile”.

Pertanto, pare di capire, in relazione alla prima cartella (per la quale la questione della mancata notifica neppure era stata posta) la opposizione si profilerebbe come tout court inammissibile, senza possibilità di invocare la translatio iudicii.

Ebbene, applicando tali coordinate interpretative anche al caso della prescrizione (non rilevante nella vicenda processuale sottostante), se ne deve dedurre che:

- laddove il petitum mediato faccia riferimento all’omessa notifica della cartella (sia pure al limitato fine di attestare la verificazione del fatto estintivo), il processo può essere trasposto innanzi alla GT;

- laddove invece tale riferimento non vi sia, la translatio non è possibile (per le ragioni esposte), il Giudice dovendo limitarsi a dichiarare l’opposizione inammissibile (ma dovrebbe trattarsi, per la prescrizione, di una evenienza di marginale importanza). 

Quest’ultima affermazione sembra collidere, in primo luogo, con la constatazione che, per poter dichiarare inammissibile una opposizione, il Giudice investito della stessa deve, prioritariamente, considerarsi fornito di giurisdizione.

In secondo luogo, appare arduo sostenere che, nel caso esaminato, il Giudice investito della causa debba, prima di deciderla (dichiarandola inammissibile), effettuare l’accertamento della insussistenza della giurisdizione tributaria (cioè di un altro Giudice) sul punto. 

 

[1] In dottrina, sulla riscossione esattoriale restano fondamentali i contributi di Costantino, Le espropriazioni forzate speciali. Lineamenti generali, Milano, 1984, Glendi, Natura giuridica dell’esecuzione forzata tributaria, in Dir. Prat. Trib., 1992, I, 2240 e Basilavecchia, Riscossione delle imposte, in Enc. Dir., Milano, 1989, XL, 1179

Tra i contributi più recenti sia consentito invece rinviare, anche per ulteriori riferimeenti, ad Auletta, L’espropriazione forzata esattoriale, in Cardino-Romeo (a cura di), Processo di esecuzione. Profili sostanziali e processuali, Padova, 2018, 1419; Mancuso, La tutela del contribuente debitore nel procedimento di esecuzione forzata esattoriale, in questa Rivista, 2018, 2, 1 e ss.; v., inoltre, Leuzzi, Esecuzione esattoriale ed opposizioni esecutive: uno sguardo d’insieme, in questa Rivista.

 

[2] Sul tema v. per tutti Consolo, Il cumulo condizionale di domande, I, Padova, 1985.

[3] Secondo Consolo, op. cit., la domanda condizionata deve considerarsi, al pari di quella condizionante, immediatamente e stabilmente introdotta in giudizio, per cui la disciplina del vincolo al rispetto dell'ordine condizionale posto dalla parte non è retta, in realtà, dal principio della disponibilità della domanda, ma dal diverso principio della disponibilità della trattazione della causa. Ne discende, quindi, che la trattazione delle domande in violazione dell’ordine impartito dalla parte con l’atto introduttivo non si pone necessariamente in contraddizione con il principio della domanda. Sul tema, anche per altri riferimenti, v. Biavati, Appunti sulla struttura della decisione e l’ordine delle questioni, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 2009, 1308 e ss..

[4] Sui poteri del G.E. nell’ambito della fase sommaria delle opposizioni esecutive, cfr., anche per i cospicui e puntuali riferimenti, Longo, Contributo allo studio della sospensione nel processo esecutivo, Pisa, 2018.

[5] Sono diversi gli indici normativi su cui fonda tale conclusione: a) il combinato disposto degli artt. 279, comma 2, n. 1, e 41, comma 1, c.p.c. (letto in relazione a quanto previsto dall’art. 50 c.p.c. in tema di competenza); b) il combinato disposto dei commi 1 e 2 dell’art. 59 della l. n. 69 del 2009, da cui si evince che, in caso di pronuncia declinatoria della giurisdizione, “la domanda è riproposta” al Giudice munito di giurisdizione, entro tre mesi dal passaggio in giudicato della predetta pronuncia, laddove, invece, il provvedimento adottato del G.E. all’esito della fase sommaria dell’opposizione esecutiva non ha idoneità al giudicato; c) dalle norme sul procedimento cautelare uniforme (in specie artt. 669-bis-669-quinquies c.p.c.) che fondano sul parallelismo tra giurisdizione in materia cautelare e giurisdizione sul merito della domanda, parallelismo da cui si inferisce che, laddove sfornito di giurisdizione, il Giudice investito della domanda cautelare dovrà rigettarla (salva la declinazione della giurisdizione in sede di merito, ai sensi delle disposizioni sopra richiamate). 

[6] In ragione di quanto sopra, non è azzardato ritenere che il conflitto poteva essere risolto rimettendo tout court gli atti al GO, sul presupposto che questi avesse declinato la giurisdizione con un atto non adeguato a tale scopo.

[7] L’orientamento in esame ha trovato continuità nelle seguenti pronunce: Cass. S.U. 23.10.2018, n. 24965; Cass. 23.3.2018, n. 7341/o.; Cass. 4.4.2018, n. 11481; Cass. 4.4.2018, n. 8319/o.; Cass. 22.5.2018, n. 12608/o.; Cass. 22.5.2018, n. 12612/o.; Cass. 25.5.2018, n. 13123; Cass. 19.10.2018, n. 26378/o.; Cass. 28.11.2018, n. 30756; Cass. 30.11.2018, n. 31035/o.; in senso contrario, per quanto non siano espressamente prese in considerazione le pronunce nn. 13913 e 13916, v. Cass. 7.9.2017, n. 20928/o.

[8] Cfr. Cass. 7.5.2015, n. 9246, secondo cui “in materia di riscossione coattiva di crediti tributari, l’ammissibilità dell’opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell’art. 57, primo comma, lett. b), del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, dipende dall'atto impugnato e non dal vizio dedotto, sicché, mentre il contribuente non può impugnare dinanzi al giudice ordinario la cartella di pagamento o l'avviso di mora, la cui cognizione è riservata al giudice tributario, può proporre opposizione ex art. 617 cod. proc. civ. avverso il pignoramento, oltre che per vizi suoi propri, anche per far valere la nullità derivata, conseguente all'omessa notificazione degli atti presupposti e, cioè, della cartella di pagamento o dell'intimazione ad adempiere”.

[9] Tra i commenti critici, v. in specie Glendi, Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione “stravolgono” i confini tra giurisdizione tributaria e giurisdizione ordinaria sul versante dell’esecuzione forzata, in Gazz. trib. – Riv. Giur. Trib., 2017, 10, 762 e ss.; Glendi, Disorientamenti giurisprudenziali al vertice sull’opposizione agli atti esecutivi, in Corr. Giur., 2018, 5, 677 e ss.; Carinci, La Consulta rimuove il divieto all’opposizione all’esecuzione: cade una (altra) specialità dell’esecuzione esattoriale, in Fisco, 2018, 27, 2642, ove l’A., nel commentare la pronuncia della Corte Costituzionale n. 114 del 2018, a proposito dell’orientamento delle Sezioni Unite richiamato supra, rileva che “quello della Suprema Corte appare a tutti gli effetti un intervento eversivo, non solo perché disattende il chiaro dato positivo, ma, soprattutto, poiché stravolge i criteri che presiedono all’intera architettura del processo tributario: dalla tassatività degli atti impugnabili […], alla regola del vizio proprio di cui all’art. 19, comma 3, alla definizione della giurisdizione in ragione degli atti e non dei vizi lamentati. Tutto ciò, peraltro, senza modificare il dato testuale che, quindi, rimane invece ancora legato a quell’architettura”. In senso adesivo, v. Basilavecchia, Anche il pignoramento può essere atto impugnabile, inCorr. trib., 2017, 30, 2388 e ss.; Tabet, In tema di pignoramento “a sorpresa”, in Rass. trib., 2017, 4, 1120 e ss.

[10] Cass. 20.4.2018, n. 9833. In dottrina, in questo senso, sia consentito rinviare al mio, Pignoramento ex art. 72-bis, d.p.r. n. 602 del 1973 e strumenti di tutela alla luce della più recente giurisprudenza, in questa Rivista.

[11] Sulla pronuncia v. Longo, La Corte Costituzionale ridisegna il confine tra ricorso al giudice tributario e opposizione all’esecuzione, in Giusto proc. civ., 2018, 1065, nonché Esposito, La Corte costituzionale interviene sul riparto di giurisdizione tra giudice speciale tributario e giudice ordinario nei giudizi di opposizione all'esecuzione per eventi sopravvenuti rispetto alla formazione del titolo esecutivo, in Giur. Cost., 2018, 1967..

[12] La tesi della sussistenza di un vulnus nel sistema di tutela derivante dal d.lgs. n. 546 del 1992 e dal d.p.r. n. 602 del 1973, tale da far ritenere tale disciplina percorsa da una vena di incostituzionalità, era stata sostenuta da Scala, La tutela del contribuente nella riscossione coattiva, in Rass. Trib., 2008, 1299.

[13] Per completezza, va dato conto della recente riforma (art. 1, commi 784-815, l. n. 160 del 2019) che, con riferimento alla riscossione da parte degli Enti locali, ha reso generale il modello della riscossione concentrata nell’accertamento; modello già sperimentato in materia di recupero di IRPEF e IVA nonché di somme dovute a qualsiasi titolo all’INPS (artt. 29 e 30, d.l. n. 78 del 2010). Su questo tema, sia consentito il rinvio al mio La riscossione esattoriale “potenziata” da parte degli Enti locali: i principali istituti e le presumibili ricadute applicative, in questa Rivista.

[14] Che, pur riguardando in via diretta l’art. 57, d.p.r. n. 602 del 1973 ricostruisce l’intero sistema, anche dal punto di vista della relativa evoluzione storica, in rapporto a quanto stabilito dagli artt. 2 e 19, d.lgs. n. 546 del 1992.

[15] Non sembra un fuor d’opera ricordare che i giudizi a quibus in relazione ai quali è stato sollevato l’incidente di costituzionalità riguardavano: a) la eccessività del pignoramento (dello stipendio) perché incidente sul minimo vitale e la dedotta inesistenza di rapporti tra terzo e debitore pignorato (Trib. Sulmona); b) la violazione dell’art. 7, comma 1, lett. m), d.l. n. 70 del 2011, che prevede che in caso di richiesta di sospensione giudiziale degli atti esecutivi non si procede ad esecuzione fino alla decisione del Giudice e comunque fino al centoventesimo giorno (Trib. Trieste).  Le questioni poste dal Tribunale di Sulmona sono state ritenute inammissibili. Diversamente a dirsi per quelle poste dal Tribunale di Trieste, poiché, nella fattispecie esaminata, “il giudice dell’esecuzione è quindi chiamato a fare applicazione della disposizione censurata la quale prevede che nel procedimento di riscossione esattoriale l’opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c. è inammissibile, fatta eccezione per quella concernente la pignorabilità dei beni”; non è stata ritenuta ostativa alla valutazione in punto di rilevanza della questione la circostanza che, nel caso controverso, l’Agente della riscossione avesse provveduto alla sospensione in autotutela dell’atto di pignoramento “fino a diversa comunicazione”, proprio perché l’esecuzione intrapresa a dispetto del termine di moratoria previsto dalla disposizione richiamata, quantunque sospesa, avrebbe potuto riprendere il suo corso in ogni momento, ferma restando la limitazione posta dall’art. 57, cit.

[16] In altra occasione abbiamo notato che sarebbe stata più corretta l’applicazione dell’art. 623 c.p.c. a fronte di una “istanza esecutiva” (ex art. 486 c.p.c.) che facesse constare tale circostanza al Giudice dell’esecuzione. Si v. ancora, se si vuole, Auletta, Pignoramento ex art. 72-bis, cit.

[17] Sul beneficium escussionis, v. Longo, La Corte Costituzionale ridisegna il confine tra ricorso al Giudice tributario e opposizione all’esecuzione, in Giur. it., 2019, 2148 e ss., laddove si sostiene, citando precedenti giurisprudenziali in termini, la tesi (da noi condivisa) della relativa deducibilità in sede di opposizione all’esecuzione; sul punto, si segnalano peraltro recenti pronunce della S.C. nel senso che la violazione del beneficio andrebbe dedotta in sede di opposizione alla cartella, e quindi innanzi alle Commissioni tributarie: Cass. 27.2.2017, n. 4959, nonché – più di recente, a seguito della pronuncia della Corte Costituzionale – Cass. 27.9.2018, n. 23260.

[18] Cass. 7.5.2019, n. 11900.

[19] Invero, nella peculiare materia dell’accertamento dello stato passivo, la Corte di Cassazione ha affermato che “qualora (…) il curatore eccepisca la prescrizione del credito tributario maturata successivamente alla notificazione della cartella di pagamento, che segna il consolidamento della pretesa fiscale e l'esaurimento del potere impositivo, viene in essere un fatto estintivo dell'obbligazione tributaria di cui deve conoscere il giudice delegato in sede di verifica dei crediti e il tribunale in sede di opposizione allo stato passivo e di insinuazione tardiva, e non il giudice tributario”. Cfr. Cass. S.U., 24 dicembre 2019, n. 34447.

[20] Trib. Napoli Nord, 10.7.2018; Trib. Napoli Nord, ord. coll., 22.3.2019; Trib. Catania, 9.2.2019.

[21] Così Trib. Napoli Nord, ord. coll., 22.3.2019.

[22] Su questo tema restano imprescindibili, in dottrina, i contributi di Oriani, Sulla translatio iudicii dal giudice ordinario al giudice speciale (e viceversa), in Foro it., 2004, V, c. 9 ss., spec. c. 14; Id., Ancora sulla translatio iudicii nei rapporti tra giudice ordinario e giudice speciale, in Corr. giur., 2004, p. 1187 ss.; nonché di Cipriani, Riparto di giurisdizione e "translatio iudicii", in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 2005, 729 e ss.