La riscrittura natalizia del sovraindebitamento

Come la Legge n. 176 del 18 dicembre 2020, ha modificato in melius la Legge n. 3 del 27 gennaio 2012
La riscrittura natalizia del sovraindebitamento

SOMMARIO:

1. Finalità e modalità.
2. Il corollario della nuova nozione di consumatore.
3. La positivizzazione implicita della falcidiabilità del debito IVA.
4. I Presupposti soggettivi di ammissibilità.
5. La puntualizzazione sui soci illimitatamente responsabili.
6. Il sovraindebitamento “familiare”.
7.La cessione del quinto.
8. La sorte del mutuo ipotecario.
9. Il debito tributario “trasparente”.
10. La relazione dell’OCC e le allegazioni documentali.
11. L’omologazione dell’accordo di composizione e del piano del consumatore.
12. Le azioni del liquidatore.
13. Il debitore incapiente.
14. Rilievi conclusivi.

 

1. Finalità e modalità.

Come noto l’art. 5 del d.l. n. 23 del 2020 (c.d. “Decreto liquidità”) ha modificato l’art. 389, comma 1, d.lgs. n. 14 del 2019 spostando in avanti il termine di entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: fissato originariamente per la data del 15 agosto 2020, esso è stato differito all’1 settembre 2021. L’esigenza di procrastinare l’applicazione del nuovo corpus normativo rinviene la propria ratio nell’attualità del contesto economico-finanziario, fortemente inciso dalla pandemia. In un quadro confuso e imprevedibile si è ritenuto ragionevole consentire ai professionisti e alle imprese di ricorrere alla panoplia degli strumenti collaudati.

La normativa sul sovraindebitamento è disseminata di criticità e di vuoti precettivi. Se ne è reso conto il Legislatore dell’emergenza che su quello specifico fronte ha ritenuto di correre ai ripari. Lo ha fatto con la l. n. 176 del 18 dicembre 2020, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della vigilia di Natale, che ha messo sotto l’albero dei debitori civili e delle imprese minori in affanno una modifica sostanziosa della l. n. 3 del 27 gennaio 2012.

Dalla lettura dell’intervento normativo è evincibile l’adozione di uno schema chiaro: quello dell’innesto nella disciplina vigente in tema di sovraindebitamento di prescrizioni “incentivanti” che caratterizzano (e connoteranno) la trama delle regole coniate per la materia nel Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. In altri termini, la via imboccata è quella dell’anticipazione delle regole del Codice della crisi, rimodulate per quanto strettamente necessario e rimesse in “pronta consegna” ai c.d. debitori “non fallibili”.

La rubrica dell’art. 4-ter è significativa nel rivelare il proprio obiettivo, che attiene all’introduzione di “Semplificazioni in materia di accesso alla procedure di sovraindebitamento per le imprese e i consumatori di cui alla legge 27 gennaio 2012, n. 3)”.

 

2. Il corollario della nuova nozione di consumatore.

Si comincia dalla riscrittura della nozione di “consumatore”, che diviene adesso “la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigiana o professionale eventualmente svolta, anche se socio di una delle società appartenenti ad uno dei tipi regolati nei capi III, IV e VI del titolo V del libro quinto del codice civile, per i debiti estranei a quelli sociali”.

Nella categoria dei legittimati attivi all’accesso alle procedure da sovraindebitamento per la composizione dei debiti diversi da quelli sociali, vengono ricomprese le persone fisiche che siano soci di società di persone.

Si tratta di una puntualizzazione apprezzabile, posto che al consumatore tout court si affianca il socio illimitatamente esposto di uno dei tipi societari anzidetti, il che consente a tali persone di dare governo, con il piano di ristrutturazione, all’indebitamento derivante da passività estranee a quelle “d’impresa” (anche qualora la società non sia assoggettata, dal canto suo, ad alcuna procedura concorsuale).

 

3. La positivizzazione implicita della falcidiabilità del debito IVA.

È poi la volta della soppressione del terzo periodo dell’art. 7 della l. n. 3 del 2012, che ammetteva per l’IVA la sola dilazione di pagamento, escludendo la decurtazione invece contemplata per gli altri tributi.

Lo sfondo, nella specie, è nitido. Nell’ambito primigenio delle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento, l. 3 del 2012, era ipotizzabile la falcidia dei crediti provvisti di privilegio ai sensi dell’art. 2752 c.c.. Tuttavia, qualora nel recinto del piano fosse rientrata l’imposta sul valore aggiunto, rimaneva percorribile solo la dilazione del pagamento dell’intero importo, ai sensi dell’7, comma 1, terzo periodo.

Sulla questione della non falcidiabilità dell’IVA è tuttavia intervenuta recentemente la Corte Costituzionale, la quale, con sentenza n. 245 del 22 ottobre 2019, ha delineato dichiarato l’incostituzionalità della norma per contrasto con gli artt. 3 e 97 Cost..

La Consulta ha dunque ritenuto l’illegittimità costituzionale della norma che dispone il piano ristrutturatorio possa prevedere, con riguardo all’imposta sul valore aggiunto, esclusivamente la dilazione del pagamento e non il pagamento parziale così come per gli altri crediti concorsuali.

Tale precetto, nel negare la prospettazione del pagamento ridotto dell’IVA, s’infrange sugli artt. 2 e 97 Cost. perché ad onta di situazioni omogenee tra loro, discrimina i debitori soggetti alla procedura da sovraindebitamento, trattati in modo differente da quelli legittimati a proporre il concordato preventivo, per i quali la falcidia del credito IVA è consentita a tenore dell’art. 182-ter l. fall..

La giurisprudenza eurounitaria, d’altronde, ancorché classifichi l’IVA come un tributo comunitario, per il quale consta l’obbligo dell’esatta riscossione, dall’altro apre all’opportunità di prevederne la falcidia, ogni qualvolta la riscossione si inscriva nel quadro di una procedura alla cui base vi è l’insolvenza.

La pronuncia del giudice delle leggi sancisce, dunque, una nuova possibilità che il legislatore emergenziale s’incarica ab implicito di positivizzare: pure per i soggetti non fallibili sono abilitati a ipotizzare un pagamento parziale dell’IVA, alla medesima stregua degli imprenditori assoggettabili al fallimento.

 

4. I Presupposti soggettivi di ammissibilità.

Si procede poi sul crinale di un irrigidimento, sul piano soggettivo, dei presupposti di ammissibilità dell’accesso alle procedure da sovraindebitamento. Lo si fa con l’implementazione del comma 2 dell’art. 7.

Dal novero dei legittimati attivi sono estromessi coloro che avviano già beneficiato dell’esdebitazione per due volte, sicché non è mai concessa una “terza” chance (nuova lett. d-bis); coloro che, nella cornice del piano del consumatore, abbiano determinato la situazione di sovraindebitamento con colpa grave, malafede o frode (lett. d-ter), con una contaminazione degli istituti attraverso riferimenti a stati soggettivi di impegnativa esegesi e di riscontro pratico non sempre agevole; infine, coloro che, limitatamente all’accordo di composizione della crisi, risultino aver commesso atti diretti a frodare le ragioni dei creditori (d-quater).

 

5. La puntualizzazione sui soci illimitatamente responsabili.

Propizia giunge la precisazione inclusa dopo il comma 2-bis è aggiunto il seguente: “2-ter. L’accordo di composizione della crisi della società produce i suoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili”.

Mancava nella l. n. 3 del 2012 una norma sulla diffusione degli effetti del sovraindebitamento dell’ente al socio illimitatamente responsabile e rimaneva ostico richiamare “in supplenza”, il paradigma fallimentare, palesandosi l’art. 147 l.fall. quale norma eccezionale.

Come noto, l’art. 65 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza prevede(rà) espressamente che “la procedura produce i suoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili”.

La norma d’emergenza vale ad importare sin da subito nella disciplina residualmente vigente siffatta previsione, che è riproduttiva a ben guardare del congegno remissorio che l’attuale art. 184, comma 2, l. fall. contempla, in ambito di concordato preventivo, per l’anzidetta categoria di soci.

Anche all’art. 14-ter, in tema di liquidazione del patrimonio, dopo il comma 7 è aggiunto un comma che riproduce la medesima regola: “7-bis. Il decreto di apertura della liquidazione della società produce i suoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili”.

 

6. Il sovraindebitamento “familiare”.

S’annida nel nuovo art. 7-bis una novità saliente e a lungo sollecitata, quella del sovraindebitamento dei nuclei familiari.

In ragione della nuova norma “I membri della stessa famiglia possono presentare un’unica procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento quando sono conviventi o quando il sovraindebitamento ha un’origine comune”.

La norma descrive subito dopo il contorno esterno (e largo) della “famiglia”, che comprende oltre al coniuge i parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo nonché le parti dell’unione civile e i conviventi di fatto di cui alla l. 20 maggio 2016, n. 76.

La norma consegue lo scopo, fortemente avvertito, della risoluzione complessiva dell’indebitamento della famiglia, nel cui ambito, invero, le esposizioni passive dei singoli finiscono per sovrapporsi e influenzarsi, tanto da condizionarsi in modo reciproco.

Viene resa possibile la proposizione di un'unica domanda da parte dei prossimi congiunti, domanda che attiene alla ristrutturazione (o al “saldo e stralcio”) dei debiti avvinti da una radice comune o parzialmente tale.

Del resto la l. 3 del 2012 è nata, nel solco dell’esperienza francese, proprio per dar rimedio al quadro reale delle famiglie sovraindebitate.

La disciplina delle procedure concorsuali nei confronti di un soggetto privato ha avuto un'originaria manifestazione in Francia e nel Regno Unito per poi diffondersi, prima nei paesi nordici, infine in Spagna e Germania.

Già sul piano della nozione, la regolamentazione normativa contenuta negli ordinamenti dei paesi comunitari riferisce l’espressione sovraindebitamento al livello di elevata esposizione debitoria assunta dalle “famiglie”, da cui derivi l'impossibilità delle stesse di far fronte alle proprie obbligazioni.

Si è preso di mira, in altri termini, sul piano concettuale l’insolvenza del nucleo familiare, venutosi a trovare in uno stato d'indebitamento non fisiologico, bensì patologico da intendersi quale situazione d'inadempienza assoluta ed irreversibile.

Il fatto che il nostro ordinamento sia rimasto per decenni sfornito di una regolamentazione organica e sistematica del sovraindebitamento deriva proprio dal fatto che in Italia il livello del credito concesso agli organismi familiari non aveva assunto connotati tali da generare fenomeni di allarme (perché larga parte del credito era ed è assorbito dal ciclo produttivo delle imprese sottocapitalizzate).

La novità “natalizia” è di non poco momento. All’esigenza di non disperdere mezzi processuali e di non smembrali, si affianca la circostanza – sostanziale – per cui si tratta di risanare globalmente debiti germinati, se non da una “cassa comune” virtuale, comunque o da un'unica causa, coinvolgente soventi beni e risorse in comproprietà o, in ogni caso, dall’adempimento del dovere di contribuzione.

La soluzione della crisi non può essere assicurata dal ricorso di un solo coniuge – magari all’insaputa o nell’inerzia dell’altro – soprattutto qualora il ceto creditorio sia composto da titolari di pretese riguardanti entrambi i componenti della famiglia. Si precisa, tuttavia, il concetto basilare della distinzione tra masse attive e passive. Il plesso dei debiti e quello dei crediti rimangono frazionati, non potendo i debitori essere riversati in contrasto con l’art. 2740 c.c. in un unico calderone indistinto; è il progetto di contrasto dell’inadempimento a diventare, tuttavia, unico.

Qualora pervengano più richieste di composizione della crisi riguardanti la stessa “famiglia” nel senso or ora adombrato, è assegnato il giudice il compito di adottare “i necessari provvedimenti per assicurarne il coordinamento”.

La competenza viene radicata in virtù del criterio semplice della poziorità temporale. È competente il “giudice adito per primo”, il che equivale una sostanziale presa d’atto della necessità di contrastare subito e al meglio l’indebitamento. La proficuità di risultato è direttamente proporzionale alla solerzia d’affronto del problema. Ciò esclude che si possa impiegare del tempo in improbabili conflitti di competenza, che pertanto è bene eludere in radice.

Infine, una precisazione equitativa e pragmatica sul compenso dell’OCC, ripartito da i membri della famiglia “in misura proporzionale all’entità dei debiti di ciascuno”. Quando uno dei debitori non è un consumatore, al progetto si applicano – viene chiarito – “le disposizioni in materia di accordo di composizione della crisi”.

 

7. La cessione del quinto.

Un incentivo poderoso alle procedure della l. n. 3 del 2012 si rinviene nell’art. 8, nel quale viene incapsulato il nuovo comma 1-bis: La proposta di piano del consumatore può prevedere ora anche la falcidia e la ristrutturazione dei debiti derivanti da contratti di finanziamento finanziamento con cessione del quinto dello  stipendio, del trattamento di fine rapporto o della pensione e  dalle operazioni di prestito su pegno.

Viene così trasfuso nella disciplina attuale del sovraindebitamento uno specifico principio della legge delega, che consente di prevedere, con il piano, anche la falcidia o la ristrutturazione dei debiti derivanti da contratti di finanziamento con cessione del quinto dello stipendio, del trattamento di fine rapporto o della pensione nonché di quelli derivanti da operazioni di prestito su pegno.

In tal guisa, si agevola la liberazione di risorse a vantaggio di tutti i creditori, con conseguente possibilità di soddisfare i crediti derivanti dai crediti di cui sopra nell’ambito della complessiva sistemazione dei debiti.

Il caso di riferimento è quello ormai classico in cui la messa a disposizione di utilità, da parte del debitore, comprenda la retribuzione da lavoro e la stessa sia stata addirittura vincolata nei limiti anzidetti.

Un’espressione limitrofa, se non omologa, della questione è quella in cui il quinto dello stipendio sia stato attinto da un pignoramento.

In ambedue le ipotesi esposte, si realizza una modificazione soggettiva del destinatario finale (o assegnatario) della somma attraverso una cessione pro solvendo di una parte del credito (Cass. 8 febbraio 2007, n. 2745; Cass 14 febbraio 2000, n. 1611).

La nuova norma sancisce perspicuamente che la cessione “preventiva” non è opponibile alla procedura da sovraindebitamento.

Il contrasto fra il debitore che si ponga nella carreggiata della procedura concorsuale ristrutturatoria e il creditore cessionario (o assegnatario) del quinto è risolto ab ovo in via normativa a vantaggio del primo.

Nel sovraindebitamento la norma di nuovo conio sembra echeggiare, a grandi linee, uno schema di principio analogo a quello dell’art. 44 l.fall. sull’inopponibilità ai creditori in concorso dei pagamenti successivi all’accertamento dell’insolvenza.

I pagamenti posteriori all’ammissione alla procedura da sovraindebitamento si risolverebbero in preferenziali e confliggenti con il principio della "par condicio".

Ci muoviamo in ambiente concorsuale, non nel corpo del diritto civile classico. La ristrutturazione è procedura che in tanto esiste in quanto assicura il concorso tendenzialmente paritetico fra i creditori.

La cessione del credito, al pari dell’assegnazione da parte del giudice dell’esecuzione, ha sicuramente effetto definitivo. Tuttavia, il dato sensibile è quello per cui si tratta della cessione – ma lo stesso vale per l’ipotesi dell’assegnazione – di una parte di reddito che maturerà soltanto nelle mensilità future. Pertanto, gli effetti in corso all’atto dell’apertura della procedura da sovraindebitamento non possono che proseguire nel rispetto della par condicio.

Il cessionario del quinto non beneficia di un effetto conclusivo ed immutabile, come nella cessione del credito tout court, ma soltanto di una modalità di riscossione, che esige successivi pagamenti periodici e che diviene incompatibile con la procedura concorsuale, e con la par condicio, avuto riguardo a ciò che residua alla data di apertura del concorso.

Proprio dalla concorsualità della procedura consegue inevitabilmente il principio in base al quale i debiti debbono intendersi interamente scaduti al momento dell’apertura del concorso dei creditori, con l’effetto che la prosecuzione di un mutuo o finanziamento erogato dietro cessione del quinto dello stipendio, sarebbe inammissibile risolvendosi in una lesione della richiamata par condicio.

I vincoli imposti o volontariamente assunti dal debitore valgono fino a quando costui non patisce l’effetto straordinario della procedura da sovraindebitamento, che, in virtù della richiamata universalità, travolge  tutte le obbligazioni precedenti piegandole all’unico ambito deputato a dare ordine ai pagamenti sulle basi nuove della parità di trattamento e della graduazione delle cause di prelazione.

Ed allora, la cessione o l’assegnazione del quinto dello stipendio operano il trasferimento di un credito futuro, che esplica un’efficacia eminentemente obbligatoria, secondo il sostanziale avviso della giurisprudenza di legittimità (Cass. 17 gennaio 2012, n. 551, in Italgiure).

Finchè il credito non diviene esigibile, cessione e assegnazione concretizzano una semplice garanzia della restituzione dell’importo dovuto. Prima della maturazione del diritto alla retribuzione, la titolarità della somma rimane in capo al dipendente, che ne può dunque disporre nella procedura concorsuale intrapresa.

Se quest’ultima è idonea ad impattare in senso sospensivo sulle esecuzioni forzate, il medesimo effetto di blocco non può che aversi sulla quota di cessioni e di assegnazioni che non sia stata anteriormente all’apertura del sovraindebitamento ancora riscossa.

La nuova è, in ultima analisi, coerente con i principi dell’ordinamento, dunque, che vale a sgomberare il campo da equivoci esegetici, restituendo razionalità al sistema e margini di manovra al debitore.

 

8. La sorte del mutuo ipotecario.

Di non minore impatto la novità incardinata nel successivo comma 1-ter, a mente del quale la proposta di piano del consumatore e la proposta di accordo formulata dal consumatore possono prevedere anche il rimborso, alla scadenza convenuta, delle rate a scadere del contratto di mutuo garantito da ipoteca iscritta sull’abitazione principale del debitore se lo stesso, alla data del deposito della proposta, ha adempiuto le proprie obbligazioni o se il giudice lo autorizza  al pagamento del debito per capitale ed interessi scaduto a tale data.

La scelta è limpida: si vuol consentire il rimborso, alle date pattuite, delle rate a scadere del contratto di mutuo garantito da ipoteca iscritta sull’abitazione principale del debitore se, alla data del deposito della domanda, questi ha adempiuto le proprie obbligazioni o se il giudice lo autorizza al pagamento del debito scaduto.

La modifica è volta a favorire l’accesso del consumatore alla procedura di sovraindebitamento e chiarisce, considerata l’esistenza in materia di orientamenti giurisprudenziali contrastanti, come il debito per il rimborso del mutuo ipotecario contratto per l’acquisto della c.d. “prima casa”, sia sottratto alle regole del concorso.

La norma consente al debitore che non sia stato rispetto al mutuo un “cattivo pagatore”, ma che sia in regola con i ratei scaduti precedentemente al deposito della domanda, di tenere una categoria di debito al di fuori della proposta.

Analoga opportunità è assegnata al debitore che, sebbene in ritardo con i pagamenti, sia autorizzato dal giudice a pagare il pregresso per capitale e interessi al giorno della domanda.

Ove la ristrutturazione includesse la categoria del debito “prima casa” finirebbe per trovare un angusto spazio applicativo.

Quello correlato al mutuo sembra assurgere esplicitamente ad unico  bene suscettibile di smarcarsi dalla universalità tendenziale delle procedura di ristrutturazione.

Una somma di finalità identica e un medesimo archetipo operativo si rinvengono nel comma 1-quater, declinato a supporto della continuità d’impresa. Quando l’accordo è proposto da un soggetto che non è consumatore e contempla la continuazione aziendale, è  possibile prevedere il rimborso, alla scadenza convenuta, delle rate a scadere del contratto di mutuo con garanzia reale gravante su beni strumentali all’esercizio dell’impresa se il debitore, alla data della presentazione della proposta di accordo, ha adempiuto le proprie obbligazioni o se il giudice lo autorizza al pagamento del debito per capitale ed interessi scaduto a tale data. L’OCC attesta che il credito garantito potrebbe essere soddisfatto integralmente con il ricavato della liquidazione del bene effettuata a valore di mercato e che il rimborso delle rate a scadere non lede i diritti degli altri creditori.

 

9. Il debito tributario “trasparente”.

Il comma 1-quinquies dell’art. 8 attinge un altro piano, disponendo che l’OCC, entro sette giorni dall’avvenuto conferimento dell’incarico da parte del debitore, ne dà notizia all’agente della riscossione e agli uffici fiscali, anche degli enti locali, competenti sulla base dell’ultimo domicilio fiscale dell’istante, i quali entro trenta giorni debbono comunicare il debito tributario accertato e gli eventuali accertamenti pendenti.

La disposizione è volta a consentire agli uffici di comunicare il debito tributario all’OCC, in modo che ne possa tener conto nella redazione della relazione e nella predisposizione della proposta.

 

10. La relazione dell’OCC e le allegazioni documentali.

Il corredo documentale della proposta muta e si fa più dettagliato. Il comma 3-bis è riplasmato e arricchito di elementi ulteriori.

La relazione deve ora contenere l’indicazione delle cause dell’inadempimento e della diligenza impiegata dal debitore nell’assumere le obbligazioni; l’esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore ad adempiere le obbligazioni assunte; la valutazione sulla completezza e sull’attendibilità della documentazione depositata; l’eventuale cessione del finanziamento, il soggetto finanziatore abbia tenuto o meno conto del merito creditizio del debitore valutato, con deduzione dell’importo necessario a mantenere un dignitoso tenore di vita, in relazione al suo reddito disponibile. A tal fine si ritiene idonea una quantificazione non inferiore all’ammontare dell’assegno di sociale, moltiplicato per un parametro corrispondente al numero dei componenti del nucleo familiare della scala di equivalenza dell’ISEE prevista dal regolamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 dicembre 2013, n. 159.

Ulteriori profili vengono ora in apice nella relazione. Tra questi, l’eventuale esistenza di atti impugnati dal debitore, la valutazione sulla completezza e attendibilità della documentazione depositata a corredo della domanda nonché sulla convenienza del piano rispetto all’alternativa liquidatoria, l’indicazione dei costi della procedura, la percentuale, le modalità e i tempi di soddisfacimento dei creditori; i criteri di formazione delle classi.

Gli obiettivi sono perspicui. La presentazione della domanda comporta una valutazione della condotta del debitore e del presumibile sviluppo della procedura.

È a tal fine, che l’OCC deve allegare una relazione ora in grado di comporre un “cruscotto” di elementi utili a stimare la meritevolezza (indicazione delle cause dell’indebitamento ed esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore di adempiere le obbligazioni assunte), l’affidabilità dei dati sui quali il piano è fondato (attendibilità della documentazione), i tempi e i costi della procedura.

Inoltre, ai fini della valutazione del piano da parte del giudice, sotto il profilo del trattamento di determinati creditori, viene previsto, in conformità con la legge delega, che l’OCC debba esplicitare se il finanziatore abbia valutato, nell’accordare il finanziamento, il merito creditizio del finanziato, tenuto conto del suo reddito e dell’incidenza sullo stesso delle spese necessarie a mantenere un dignitoso tenore di vita, quantificando tale importo in misura non inferiore al doppio dell’indice ISEE. Gli istituti bancari vengono responsabilizzati con l’incombenza di un monitoraggio attento al singolo utente, affinché non venga a trovarsi a dover far fronte a obbligazioni non calibrate alla sua dimensione economico-reddituale effettiva.

 

11. L’omologazione dell’accordo di composizione e del piano del consumatore.

All’art. 12, dopo il comma 3-bis sono inseriti i commi 3-ter e 3-quater.

Il primo dispone che il creditore che ha colpevolmente determinato la situazione di indebitamento o il suo aggravamento ovvero, nel caso di accordo proposto dal consumatore, che ha violato i princìpi di cui all’articolo 124-bis del testo unico di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, non può presentare opposizione o reclamo in sede di omologa, anche se dissenziente, né far valere cause di inammissibilità che non derivino da comportamenti dolosi del debitore.

Il comma 3-quater prevede che il tribunale omologa l’accordo di composizione della crisi anche in mancanza di adesione da parte dell’amministrazione finanziaria quando l’adesione è decisiva ai fini del raggiungimento delle percen- tuali di cui all’articolo 11, comma 2, e quando, anche sulla base delle risultanze della relazione dell’organismo di composizione della crisi, la proposta di soddisfacimen- to della predetta amministrazione è conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria.

Un mutamento attiene anche al procedimento di omologazione del piano del consumatore. Si tratta di una modifica che mira a rendere più agile e fluid oil procedimento.

All’articolo 12-bis, il comma 3 è sostituito dal seguente: ““3. Verificate l’ammissibilità e la fattibilità del piano nonché l’idoneità dello stesso ad assicurare il pagamento dei crediti impignorabili e risolta ogni altra contestazione anche in ordine all’effettivo ammontare  dei crediti, il giudice omologa il piano, disponendo per   il relativo provvedimento una forma idonea di pubblicità. Quando il piano prevede la cessione o l’affidamento a terzi di beni immobili o di beni mobili registrati, il decreto deve essere trascritto, a cura dell’organismo di compo- sizione della crisi. Con l’ordinanza di rigetto il giudice dichiara l’inefficacia del provvedimento di sospensione  di cui al comma 2, ove adottato”.

Dopo il comma 3 è inserito il seguente: “3-bis. Il creditore che ha colpevolmente determinato la situazione di indebitamento o il suo aggravamento o che ha violato i princìpi di cui all’articolo 124-bis del testo unico di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, non può presentare opposizione o reclamo in sede di omologa, né far valere cause di inammissibilità che non derivino da comportamenti dolosi del debitore”.

Spicca, sia con riferimento all’accordo che al piano, la previsione innovativa della figura del “creditore processualmente sanzionato”. Al soggetto attivo del rapporto obbligatorio che abbia colpevolmente determinato o aggravato la situazione di sovraindebitamento della sua controparte, se del caso anche omettendo, quale finanziatore, di verificare adeguatamente il merito creditizio del finanziato, sono indirizzate alcune sanzioni processuali: egli, infatti, non può presentare osservazioni al piano né reclamo avverso l’omologazione né far valere cause di inammissibilità che non derivino da comportamenti dolosi del debitore.

 

12. Le azioni del liquidatore.

Utili sono alcune puntualizzazioni. Il liquidatore, autorizzato dal giudice, esercita o, se pendente, prosegue ogni azione prevista dalla legge finalizzata   a conseguire la disponibilità dei beni compresi nel patri- monio del debitore e ogni azione diretta al recupero dei crediti.

Il liquidatore, autorizzato dal giudice, esercita o, se pendenti, prosegue le azioni dirette a far dichiarare inefficaci gli atti compiuti dal debitore in pregiudizio dei creditori, secondo le norme del codice civile.

Il giudice autorizza il liquidatore ad esercitare o proseguire le azioni in parola, quando è utile per il miglior soddisfacimento dei creditori.

Il buona sostanza, il liquidatore diviene organo centrale e proattivo, che assume expressis verbis ogni prerogativa giudizialmente finalizzata al recupero giudiziario di risorse suscettibili di accrescere le possibilità di soddisfazione dei creditori concorsuali. Non una gestione statica di beni la sua, ma una amministrazione dinamica del patrimonio, che comprende ciò che vi si ritrova, ma anche ciò che è possibile ed opportuno recuperare.

 

13. Il debitore incapiente.

É infine la volta della novità del debitore incapiente. Dopo l’art 14-terdecies è inserito un art. 14-quaterdecis.

In virtù della nuova norma il debitore persona fisica meritevole, che non sia in grado di offrire ai creditori alcuna utilità, diretta     o indiretta, nemmeno in prospettiva futura, può accedere all’esdebitazione solo per una volta, fatto salvo l’obbligo di pagamento del debito entro quattro anni dal decreto del giudice nel caso in cui sopravvengano utilità rilevanti che consentano il soddisfacimento dei creditori in misura non inferiore al 10 per cento. Non sono considerati utilità, ai sensi del periodo precedente, i finanziamenti, in qualsiasi forma erogati.

La valutazione di rilevanza di cui al com- ma 1 deve essere condotta su base annua, dedotti le spese di produzione del reddito e quanto occorrente al mante- nimento del debitore e della sua famiglia in misura pari all’ammontare dell’assegno sociale aumentato della  metà, moltiplicato per un parametro corrispondente al nu- mero dei componenti del nucleo familiare della scala di equivalenza dell’ISEE prevista dal regolamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 dicembre 2013, n. 159.

La domanda di  esdebitazione  è  presentata per il tramite dell’OCC al giudice competente, unitamente alla seguente documentazione: l’elenco di tutti i creditori, con l’indicazione delle somme dovute; l’elenco degli atti di straordinaria ammini- strazione compiuti negli ultimi cinque anni; la copia delle dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni; l’indicazione degli stipendi, delle pensioni, dei salari e di tutte le altre entrate del debitore e del suo nucleo familiare.

Alla domanda deve essere allegata una relazione particolareggiata dell’organismo di composizione della crisi, che comprende – ancora una volta – l’indicazione delle cause dell’indebitamento e della diligenza impiegata dal debitore nell’assumere le obbligazioni; l’esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore di adempiere le obbligazioni assunte; l’indicazione dell’eventuale esistenza di atti del debitore impugnati dai creditori; la valutazione sulla completezza e sull’attendibilità della documentazione depositata a corredo della domanda.

L’OCC nella sua relazione, deve indicare anche se il soggetto finan- ziatore, ai fini della concessione del finanziamento, abbia tenuto conto del merito creditizio del debitore, valutato  in relazione al suo reddito disponibile, dedotto l’importo necessario a mantenere un dignitoso tenore di vita; a tal fine si ritiene idonea una quantificazione non inferiore a quella indicata al comma 2.

I compensi dell’organismo sono ridotti della metà. l giudice, assunte le informazioni ritenute utili, valutata la meritevolezza del debitore e verificata, a tal fine, l’assenza di atti in frode e la mancanza di dolo o colpa grave nella formazione dell’indebitamento, conce- de con decreto l’esdebitazione, indicando le modalità e il termine entro il quale il debitore deve presentare, a pena di revoca del beneficio, ove positiva, la dichiarazione annuale relativa alle sopravvenienze rilevanti ai sensi dei commi 1 e 2.

Il decreto è comunicato al debitore e ai cre- ditori, i quali possono proporre opposizione nel termine di trenta giorni. Decorsi trenta giorni dall’ultima delle comunicazioni, il giudice, instaurato nelle forme ritenute più opportune il contraddittorio tra i creditori opponenti  e il debitore, conferma o revoca il decreto. La decisione  è soggetta a reclamo da presentare al tribunale; del col- legio non può far parte il giudice che ha pronunciato il provvedimento.

L’organismo, se il giudice ne fa richiesta, compie le verifiche necessarie per accertare l’esistenza di sopravvenienze rilevanti ai sensi dei commi 1 e 2.

Le disposizioni di cui al comma 1 si applicano anche alle procedure pendenti alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

Nei procedimenti di omologazione degli accordi  e dei piani del consumatore pendenti alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il debitore può presentare, fino all’udienza fissata ai sensi dell’articolo 10 della legge 27 gennaio 2012, n. 3, istanza al tribunale per la concessione di un termine non superio- re a novanta giorni per il deposito di una nuova proposta di accordo o di un nuovo piano del consumatore, redatti in conformità a quanto previsto dal presente articolo. Il termine decorre dalla data del decreto con cui il tribunale assegna il termine e non è prorogabile. L’istanza è inammissibile se presentata nell’ambito di un procedimento   di omologazione della proposta di accordo nel corso del quale è già stata tenuta l’udienza, ma non sono state raggiunte le maggioranze stabilite dall’articolo 11, comma 2, della legge 27 gennaio 2012, n. 3.

Quando il debitore intende modificare unicamente i termini di adempimento dell’accordo di ristrutturazione o del piano, deposita fino all’udienza fissata per l’omolo- ga una memoria contenente l’indicazione dei nuovi termi- ni, depositando altresì la documentazione che comprova la necessità della modifica dei termini. Il differimento dei termini non può essere superiore di sei mesi rispetto alle scadenze originarie. Il tribunale, riscontrata la sussisten- za dei presupposti di cui all’articolo 12 o di cui all’ar- ticolo 12-bis della legge 27 gennaio 2012, n. 3, proce-   de all’omologa, dando espressamente atto delle nuove scadenze.

Al netto dei profili di dettaglio, la norma precorre la previsione di cui all’art. 283 Codice della crisi, consentendo al debitore meritevole, che non sia in grado di offrire ai creditori alcuna utilità, diretta o indiretta, nemmeno in prospettiva futura, comunque di fruire una tantum del bonus esdebitazione, fatto salvo l’obbligo di pagamento del debito entro quattro anni dal decreto del giudice, laddove sopravvengano utilità rilevanti che consentano il soddisfacimento dei creditori in misura non inferiore al dieci per cento. La norma si affretta a precisare che non sono considerate utilità, ai sensi del periodo precedente, i finanziamenti, in qualsiasi forma erogati.

La valutazione di rilevanza di cui al comma 1 del nuovo art. 14-quaterdecies deve essere condotta su base annua, dedotte le spese di produzione del reddito e quanto occorrente al mantenimento del debitore e della sua famiglia in misura pari al doppio dell’indice ISEE.

La domanda di esdebitazione è presentata tramite l’OCC al giudice competente.

Ovviamente nell’ipotesi del “debitore incapiente” assume rilievo il profilo della meritevolezza. A tale proposito l’OCC, nel trasmettere al giudice la domanda e la documentazione richiesta per legge, espone gli elementi idonei a valutarla, sotto il profilo delle cause dell’indebitamento, della diligenza impiegata nell’assumere obbligazioni e delle ragioni che hanno comportato l’incapacità ad adempierle (comma 4).

Sul piano procedimentale, il giudice, assunte le informazioni ritenute utili, valutata la meritevolezza del debitore e verificata, a tal fine, l’assenza di atti in frode e la mancanza di dolo o colpa grave nella formazione dell’indebitamento, concede con decreto l’esdebitazione, indicando le modalità e il termine entro il quale il debitore deve presentare, a pena di revoca del beneficio, ove positiva, la dichiarazione annuale relativa alle sopravvenienze rilevanti ai sensi dei commi 1 e 2 (comma 7). 

È previsto un apposito procedimento di opposizione da parte dei creditori, cui il decreto è comunicato al pari del debitore. Entro trenta giorni i titolari delle pretese possono contestare la concessione del beneficio. Spirato detto termine, il cui dies a quo coincide con l’ultima delle comunicazioni, il giudice, instaurato nelle forme ritenute più opportune il contraddittorio tra i creditori opponenti ed il debitore, conferma o revoca il decreto. La decisione è reclamabile ai sensi dell’articolo 50, norma che disciplina il reclamo avverso il provvedimento che rigetta la domanda di apertura della liquidazione giudiziale (comma 8).

 

14. Rilievi conclusivi.

L’intervento del Legislatore dell’emergenza va salutato con favore. Esso, infatti, mette a disposizione dei debitore civili, dei professionisti e degli imprenditori minori, un apparato di regole utili ad allargare il perimetro della concorsualizzazione dei debiti e a sfruttare con più ristretti margini di incertezza applicativa le procedure della l. n. 3 del 2012.

Si tratta di una scelta condivisibile, che accresce il ventaglio delle opportunità con più d’un semestre d’anticipo sull’entrata in vigore del Codice della crisi, in un frangente economicamente molto oscuro e tormentato e in un settore – quello del sovraindebitamento – in cui il tessuto delle regole risulta più sfilacciato. Resta, tuttavia, la criticità della mancanza della norma cardine qual è, nel telaio del Codice, l’art. 65, che rimanda per le lacune di disciplina delle procedure da sovraindebitamento al paradigma delle procedure maggiori, fungendo da “cinghia di trasmissione” e rendendo le procedure minori “una parte del tutto”, ispirata ai medesimi principi, orientata verso gli stessi obiettivi.