L'assenza di un titolo d'acquisto certo anteriore al ventennio comporta la chiusura anticipata del processo esecutivo

Cass. Civ., Sez. III, 11 giugno 2019 n. 15597

La sentenza in commento, se da un lato conferma la ratio sottesa alla disposizione contenuta nell’art. 567, comma 2, c.p.c. (nella parte in cui dispone che all’istanza di vendita devono essere allegati i certificati delle iscrizioni e trascrizioni relative all’immobile pignorato effettuate nei venti anni anteriori alla trascrizione del pignoramento) - ossia l’esigenza, posta a carico del procedente, di dimostrare l’appartenenza del bene al debitore esecutato -, dall’altro offre l’occasione per brevi riflessioni sotto un duplice profilo:

- i poteri ordinatori del Giudice dell’Esecuzione in relazione all’art. 567 c.p.c.;

- la rilevanza del termine ventennale previsto dal secondo comma dell’art. 567 c.p.c.

Con riferimento alla prima questione, rileva innanzitutto considerare il contenuto della norma, per quanto d’interesse:

-il creditore che richiede la vendita deve provvedere, entro sessanta giorni  dal deposito del ricorso, ad allegare allo stesso l'estratto del catasto, nonché i certificati delle iscrizioni e trascrizioni relative all'immobile pignorato effettuate nei venti anni anteriori alla trascrizione del pignoramento (comma 3);

-il termine di cui al secondo comma può essere prorogato una sola volta su istanza dei creditori o dell'esecutato, per giusti motivi e per una durata non superiore ad ulteriori sessanta giorni. Un termine di sessanta giorni è inoltre assegnato al creditore dal giudice, quando lo stesso ritiene che la documentazione da questi depositata debba essere completata. Se la proroga non è richiesta o non è concessa, oppure se la documentazione non è integrata nel termine assegnato ai sensi di quanto previsto nel periodo precedente, il giudice dell'esecuzione, anche d'ufficio, dichiara l'inefficacia del pignoramento relativamente all'immobile per il quale non è stata depositata la prescritta documentazione. L'inefficacia è dichiarata con ordinanza, sentite le parti. Il giudice, con l'ordinanza, dispone la cancellazione della trascrizione del pignoramento. Il giudice dichiara altresì l'estinzione del processo esecutivo se non vi sono altri beni pignorati (comma 3).

 

E’ indubbio cha la norma in esame attribuisce al Giudice dell’Esecuzione il potere-dovere di verificare la regolarità della documentazione allegata dal creditore procedente all’istanza di vendita e, dunque, di accertare la tempistica dell’allegazione e la completezza sia dal punto di vista oggettivo (deve riguardare tutti gli immobili pignorati) che temporale (deve coprire il ventennio antecedente la trascrizione del pignoramento).

Il mancato deposito della documentazione prescritta dalla norma, ovvero l’incompletezza e la mancata integrazione entro il termine di proroga eventualmente concesso, determinano altresì ai sensi del terzo comma, una delle ipotesi di estinzione tipica del processo esecutivo conseguente alla dichiarazione di inefficacia del pignoramento.

In tale contesto, occorre inquadrare l’ulteriore potere-dovere riconosciuto al Giudice dell’Esecuzione secondo il recentissimo arresto giurisprudenziale in commento, ossia quello di richiede al creditore procedente ulteriore documentazione attestante la titolarità del bene pignorato in capo all’esecutato anche oltre il limite del ventennio prescritto dall’art. 567 c.p.c., quando le indagini espletate in detto arco temporale non consentano di concludere con certezza per la titolarità del debitore.

A ben vedere, il potere-dovere del Giudice dell’esecuzione in esame si pone in rapporto di assoluta coerenza con il consolidato orientamento giurisprudenziale che riconosce, in generale, al G.E. poteri ordinatori, di direzione e controllo conferiti dall’art. 484 c.p.c., da esercitare al fine del più sollecito e leale svolgimento del processo esecutivo, fissando i termini entro i quali le parti devono compiere determinati atti processuali.

In tal senso vale richiamare alcune significative decisioni del Supremo Collegio.

La sentenza n. 2044/2017 afferma la legittimità dell’esercizio di poteri organizzatori da parte del Giudice dell’esecuzione con facoltà per lo stesso di fissare al procedente termini entro i quali esibire documenti necessari e utili per il processo esecutivo; sono termini di natura ordinatoria da ricondursi alla generale potestà del Giudice dell’Esecuzione di direzione del processo, riconosciutagli, nel processo esecutivo, dal richiamo all’art. 175 c.p.c. operato dall’art. 484 c.p.c.

L’acquisizione dell’ulteriore documentazione deve essere ricondotta quindi non alla norma codicistica ex art. 567 c.p.c., ma nell’ambito dei poteri ordinatori riconosciuti al G.E.

 Ne deriva che la sanzione per l’omessa produzione degli ulteriori documenti richiesti dal G.E. nell’esercizio dei suoi poteri ordinatori non potrà essere l’estinzione tipica del processo esecutivo conseguente alla dichiarazione di inefficacia del pignoramento per omesso deposito della documentazione prevista nell’art.567 c.p.c. entro i termini perentori ivi prescritti, quanto invece la chiusura anticipata del processo.

Anche tale conclusione appare coerente con l’orientamento giurisprudenziale formatosi in relazione alle ipotesi di chiusura atipica del processo esecutivo - c.d. ipotesi di chiusura anticipata – secondo cui rientra di certo nei poteri ufficiosi del giudice dell’esecuzione il riscontro delle imprescindibili condizioni dell’azione esecutiva e presupposti del processo esecutivo, quelli cioè in mancanza dei quali quest’ultimo non può con ogni evidenza proseguire o raggiungere alcuno dei suoi fini istituzionali e va chiuso anticipatamente, al di là e a prescindere da ogni espressa previsione normativa di estinzione [1].

Da quanto detto, si desume che il potere-dovere del Giudice dell’Esecuzione di acquisire documentazione ulteriore e diversa rispetto a quella prevista dall’art. 567 c.p.c., tale da consentire di risalire all’atto di acquisto anteriore al ventennio - sancito nella sentenza in commento -, rientra nell’ambito dei poteri ordinatori esercitati dal G.E. in merito alle verifiche preliminari all’accoglimento dell’istanza di vendita.

Difatti, la Cassazione con la decisione n.15597/2019, senza ampliare l’ambito applicativo dell’art. 567 c.p.c., inquadra la richiesta da parte del Giudice di una documentazione ulteriore nell’ambito dei suoi poteri ordinatori ai sensi degli artt. 484, 152 e 154 c.p.c.

Può, pertanto, ragionevolmente affermarsi che l’ordine di esibire documenti ulteriori, precedenti al ventennio anteriore alla trascrizione del pignoramento, non è imposto dall’art. 567 c.p.c., pur trovando la sua giustificazione nella ratio di tale norma, con la conseguenza che il termine entro cui devono essere prodotti i documenti non è quello previsto dalla norma, ma è quello fissato dal giudice dell’esecuzione nell’esercizio dei suoi poteri ordinatori e la sanzione per la mancata produzione richiesta non potrà essere quella tipica prevista dal terzo comma, fatta salva (secondo quanto espressamente stabilito dalla sentenza in esame) l’ipotesi di impossibilità incolpevole di rispetto del termine fissato dal giudice, come pure ogni questione sull’utile esercizio del potere di revoca dei propri provvedimenti e ciò in applicazione dei principi generali relativi alla disciplina dei termini (artt. 152 e segg. c.p.c.).

Quanto alla seconda delle questioni prospettate, è indubbio che la recente decisione della Corte di Cassazione abbia suscitato un vivace dibattito, soprattutto nella giurisprudenza di merito, riferito al rilievo del termine ventennale previsto dall’art. 567, comma 2, c.p.c. ed alla sua natura di indice presuntivo di appartenenza del bene in capo all’esecutato, tale da consentire la prosecuzione della procedura esecutiva.

I termini della discussione attengono alla disposta possibilità-necessità per il Giudice dell’Esecuzione di ordinare al creditore procedente il deposito di documentazione ulteriore attestante l’esistenza di un titolo d’acquisto anche oltre il ventennio dalla data di trascrizione del pignoramento, in evidente superamento del limite temporale stabilito dalla norma codicistica.

Invero, la disamina della ricostruzione logico-sistematica operata dalla Corte nella sentenza in commento depone per un superamento del tutto apparente, dovendosi al contrario preferire un’interpretazione coerente con la ratio sottesa alla produzione documentale ex art. 567 c.p.c. idonea a dimostrare, seppur presuntivamente, la titolarità del bene in capo all’esecutato. 

Ciò premesso, occorre rilevare che la vicenda sottoposta al vaglio del Supremo Collegio trae origine dal deposito di reclamo ex art 630 c.p.c., avverso l’ordinanza del giudice dell’esecuzione immobiliare con la quale era stata dichiarata l’estinzione della procedura esecutiva, a causa dell’incompleta ricostruzione della provenienza del diritto di proprietà sull’immobile staggito, per carenza della documentazione che certificasse compiutamente le trascrizioni a favore e contro i danti causa degli esecutati. Il Tribunale rigettava il reclamo e la Corte di Appello confermava la sentenza, disattendendo l’impugnativa. Il creditore procedente ricorreva, quindi, innanzi alla Cassazione.

L’esame compiuto dalla Suprema Corte ha riguardato innanzitutto il significato e le implicazioni della disposizione contenuta nell’art. 567 c.p.c. secondo cui è necessario depositare, nel termine perentorio stabilito, i certificati delle iscrizioni e trascrizioni relative all'immobile pignorato effettuate nei venti anni anteriori alla trascrizione del pignoramento ed ha individuato la ratio che giustifica la produzione di siffatta documentazione in sede di esecuzione forzata, nella necessità di verificare, anche se presuntivamente, la proprietà del bene in capo al debitore quale presupposto imprescindibile per la prosecuzione dell’azione esecutiva.

Sotto il profilo sostanziale, è indubbio infatti che il creditore possa pignorare esclusivamente i beni di proprietà del debitore o, al più, i beni di proprietà del terzo vincolati a garanzia del credito, con la conseguenza che – sostiene la Corte - affinché la vendita giudiziaria sia fruttuosa e la relativa istanza possa essere accolta, i beni oggetto dell'espropriazione devono potersi ragionevolmente rilevare come appartenenti al debitore.

E’ altrettanto vero, poi, che la legge pone a carico del procedente l’onere ex art. 567, comma 2, c.p.c. di offrire la dimostrazione dell’appartenenza del bene all’esecutato debitore e non di dimostrarne l’effettiva titolarità, atteso che ai fini dell’espropriazione forzata è sufficiente la mera allegazione di indici esteriori di appartenenza del bene, ossia i certificati delle iscrizioni relative all’immobile pignorato ed i certificati delle trascrizioni contro ed a favore riferite al ventennio anteriore alla data di trascrizione del pignoramento, queste ultime ai fini della continuità delle trascrizioni.

Dal dato positivo di natura sostanziale sopra illustrato, non ci si può discostare avuto riguardo al correlato profilo processuale; per tale ragione la Corte pone in rilievo la questione se il controllo del Giudice dell’Esecuzione sulla proprietà del bene immobile pignorato in capo al debitore sia solo formale o anche sostanziale, precisando che il legislatore del processo espropriativo non ha richiesto che in sede esecutiva si desse luogo a un compiuto accertamento della proprietà (ovvero titolarità) dell’esecutato. La verifica della titolarità dei beni è meramente formale, basata su meri indici documentali, e non sostanziale, essendo autoevidente che l'accertamento giudiziale dell'appartenenza del bene all'esecutato non costituisce presupposto dell'espropriazione forzata in parola, e il decreto di trasferimento a valle non contiene quell'accertamento, questo conferma e giustifica la disciplina della possibile evizione a favore del terzo proprietario che subisce l'esecuzione del bene non di proprietà dell'esecutato.

La precisazione risulta in linea, per altro, con le finalità proprie del processo esecutivo diretto non ad accertare diritti ma ad attuare diritti certi, fatti salvi gli incidenti cognitivi rappresentati dalle opposizioni.

Chiarito pertanto che il giudice dell’esecuzione non ha alcun dovere di accertamento della effettiva appartenenza dei beni pignorati in capo al debitore se non in via presuntiva sulla base delle risultanze dei registri immobiliari, la Cassazione stabilisce che è tuttavia doveroso per il giudice rilevare, quando risulti ictu oculi, la carenza radicale delle condizioni dell’azione o dei presupposti processuali.

Anche tale ulteriore precisazione risulta coerente con l’orientamento giurisprudenziale più recente secondo cui l’istituzionale carenza di contraddittorio in senso tecnico per l’assenza nel processo esecutivo di controversie in punto di diritto, in uno alla altrettanto istituzionale soggezione processuale di uno dei due soggetti necessari, e cioè del debitore, all’altro, cui è riconosciuto il potere di impulso e cioè al creditore, devono essere compensate da una più intensa potestà di verifica anche formale della sussistenza di condizioni e presupposti per la corrispondenza del processo stesso alla sua funzione. [2]

Sulla base di tali fondamentali premesse, la Corte, dopo aver rilevato che ai sensi della norma contenuta nell’art. 567 c.p.c. la documentazione che deve depositare il creditore, entro il termine perentorio, eventualmente prorogato, copre il ventennio anteriore al pignoramento (quale arco di tempo tradizionalmente  ritenuto idoneo per verificare la sussistenza di ipoteche efficaci e il decorso del tempo per usucapire il bene), stabilisce che la relazione notarile e i certificati ex art. 567 cpc non possono essere limitati al ventennio,  ma devono essere ultraventennali e risalire (quanto meno) al primo acquisto anteriore al ventennio, per le seguenti ragioni:

-in carenza di prova che l'ultimo atto antecedente al ventennio fosse idoneamente ovvero prioritariamente trascritto a favore dell'esecutato, i certificati delle iscrizioni e trascrizioni contro la sua persona non avrebbero concludenza: le risultanze della sola documentazione prodotta nel senso della mancanza di ipoteche e pignoramenti o sequestri contro l'esecutato non sarebbero idonee ad escludere che sul bene pignorato insistano ipoteche o altri pignoramenti o sequestri formalizzati contro la persona che aveva a sua volta trascritto il proprio acquisto prima dell'esecutato.

-analogamente se, pur essendo l'atto di acquisto anteriore al ventennio idoneamente trascritto a favore dell'esecutato, questi avesse prima del ventennio, in tutto o in parte, disposto del diritto con idonea trascrizione della disposizione anch'essa anteriore al ventennio, si avrebbe che per i certificati relativi al solo ventennio l'esecutato risulterebbe ancora titolare dell'intero diritto pignorato.

-all'ultimo acquisto anteriore al ventennio è necessario risalire anche quando la trascrizione a favore dell'esecutato o di un suo dante causa, ricada nel ventennio. Ciò, da un lato, per verificare se vi sia continuità delle trascrizioni e dunque, possibilità di presumere operanti – nella limitata prospettiva della ragionevole affidabilità della vendita – le regole in tema di prescrizione acquisitiva in favore dell'esecutato o di quella estintiva in relazione ad eventuali iscrizioni pregiudizievoli; dall'altra, poiché i nomi dei danti causa dell'esecutato sono necessari in quanto è anche contro di essi che occorrerà verificare se siano trascritte formalità pregiudizievoli ovvero iscritte ipoteche.

La sentenza in rassegna non ritiene pertanto sufficiente la certificazione ventennale, quale mero presupposto processuale di per sé solo idoneo a consentire di mettere in vendita i beni oggetto di pignoramento, dovendosi invece risalire all'ultimo acquisto, idoneamente trascritto, anteriore al ventennio, a favore dell'esecutato o dei suoi danti causa, quale necessaria premessa per dare un grado di conducente attendibilità alle risultanze infraventennali prescritte dal legislatore.

Le conclusioni cui è giunta la Suprema Corte comportano pertanto il dovere per il Giudice dell’esecuzione, nell’ambito delle verifiche preliminari all’accoglimento dell’istanza di vendita, di acquisire ulteriore documentazione che consenta di risalire all’atto di acquisto anteriore al ventennio, nell’esercizio dei consueti poteri ordinatori che non rientrano tra quelli tipizzati nell’art. 567 c.p.c..

Fermo rimanendo il rilievo meramente endo-processuale della risultanza, il giudice pur non accertando la proprietà del bene, assicura, sulla base di indici formali o presuntivi ulteriori che coprano il periodo ultraventennale e per ciò stesso dotati di apprezzabile intensità, un idoneo grado di affidabilità della vendita giudiziaria, ed una limitazione, per quanto possibile, del rischio di evizione. Non è dunque in questione la validità ed efficacia della vendita, ma la sua stabilità garantendo la quale si accresce la fiducia in essa e quindi la platea dei potenziali offerenti (e non pare possa considerarsi misura sufficiente a tal fine l’indicazione nell’avviso di vendita del possibile rischio di evizione), con evidenti positive ripercussioni sulla funzionalità del processo di espropriazione forzata.

Va così distinta l’ipotesi in cui il creditore non fornisca neppure la certificazione del ventennio, richiamata dal 567 c.p.c., da cui deriva un’ipotesi di estinzione tipica, dall’ipotesi di mancata produzione del primo titolo di acquisto ultraventennale che darà luogo ad una chiusura anticipata del processo esecutivo per fatto del creditore (nel qual caso non troverà applicazione l’art. 2945 co. 3 c.c.) [3].

Naturalmente l’onere di produzione a carico del creditore incontra il limite della esigibilità.

Può quindi affermarsi, riportando quanto statuito dalla sentenza in commento, che: a) solo se il creditore non fornisca, neppure nel termine fissato ex art. 567 comma 3 c.p.c., la certificazione del ventennio, l'estinzione sarà tipica; b) la mancata produzione del primo titolo di acquisto ultraventennale cui deve risalire la certificazione, oggetto di richiesta da iscrivere, di conseguenza, nel perimetro degli artt. 484 e 175 c.p.c., imporrà la chiusura anticipata del processo esecutivo, non essendo possibile porre in vendita il bene; c) il regime del relativo termine fissato per l'acquisizione documentale indicata sub b) sarà quindi quello ordinatorio di cui agli artt. 152 e 154 c.p.c. [4]; d) il creditore procedente potrà, in applicazione dei principi generali in tema di rimessione in termini in ipotesi di causa non imputabile, dimostrare l'impossibilità incolpevole della produzione della documentazione sub b), ad es. per lo smarrimento dei documenti cartacei anteriori alla meccanizzazione della conservatoria.

La soluzione individuata dalla Cassazione -  la relazione notarile o i certificati ex art. 567, comma 2, c.p.c. non possono essere limitati al ventennio, ma devono essere ultraventennali e risalire (quanto meno) al primo acquisto anteriore al ventennio – in considerazione delle criticità evidenziate in merito al periodo ventennale previsto dall’art.567 c.p.c. quale arco temporale di riferimento per la produzione della documentazione necessaria per dimostrare l’appartenenza (e non la titolarità) del bene in capo all’esecutato, non può che essere condivisa, avuto riguardo in generale alle finalità proprie del processo esecutivo ed in specie all’esigenza  di garantire la stabilità della vendita giudiziaria.

D’altronde, è pacifico che nell’ambito delle esecuzioni immobiliari, al fine di ottimizzarne l’efficienza, tutti gli operatori del settore hanno di recente valorizzato i poteri di verifica riconosciuti al Giudice dell’Esecuzione nella fase preliminare di scrutinio della idoneità dell’istanza di vendita alla prosecuzione del processo esecutivo.

In tal senso, l’orientamento giurisprudenziale di legittimità, sopra richiamato, nell’ambito del quale devono essere ricomprese oltre alla decisione in commento, numerose altre emesse dalla Suprema Corte in relazione alle vendite volontarie [5], trova conferma nelle  “linee guida in materia di buone prassi nel settore delle esecuzioni immobiliari”, approvate dal C.S.M. per promuovere e diffondere le buone prassi organizzative, che rappresentano uno dei più efficaci strumenti per incrementare l’efficienza degli uffici giudiziari e quindi l’efficacia della risposta alla domanda di giustizia.

Leggesi testualmente da uno degli allegati all’elaborato (all.n.2 - check list dei principali controlli della documentazione ex artt. 497, 567, 557 c.p.c.)  Costituisce presupposto di efficienza e celerità della procedura esecutiva immobiliare un preliminare controllo completo ed approfondito sull’esistenza della documentazione necessaria da depositare ai sensi dell’art. 567, comma 2, c.p.c., sul rispetto dei termini di cui agli artt. 497 e 557 cpc.. Tale controllo potrà essere demandato, negli uffici in cui ciò è possibile, all’Ufficio del processo; negli altri casi o al perito e/o al custode…. E’ essenziale che eventuali criticità emergano fin dall’inizio della procedura in modo tale che esse, ove possibile, siano prontamente superate ovvero, se ciò non è consentito, portino quanto prima all’estinzione della procedura senza aggravi di spese”.

Nella prassi dei Tribunali avviene di consueto che il Giudice dell’esecuzione, e gli ausiliari cui anche è demandato il controllo della documentazione, riscontrino carenze documentali depositate ex art. 567, comma 2, c.p.c. che attengono soprattutto alla ricostruzione della provenienza del bene cui, solitamente, si sopperisce con la concessione del termine ex art. 567, comma 3, c.p.c.

E’ il caso allora di riflettere se, alla luce del principio stabilito dalla sentenza n. 15597/2019, in un’ottica organizzativa di alta efficienza, tutti i provvedimenti di nomina emessi dal G.E. e recanti le specificazioni delle attività demandate agli ausiliari debbano essere integrate, ivi prevedendosi un controllo della completezza della documentazione che copra il periodo ultraventennale sino a risalire al primo acquisto anteriore al ventennio, di modo che il Giudice, nell’ipotesi di rilevata mancanza ed in estrinsecazione dei propri poteri ordinatori, disponga l’integrazione documentale a carico del procedente, entro un termine diverso rispetto a quello previsto dal terzo comma dell’art. 567 c.p.c., stante il più ampio riferimento temporale (ultraventennio) rispetto a quello codificato.

[1] Vedi Cass. n. 2043/2017; Cass. n. 29026/2018

[2] Ex multis, Cass. n. 2044/2017; Cass. n. 2043/2017; Cass. n. 15605/2017

[3] al riguardo non può condividersi la soluzione propugnata da ultimo da Cass. n. 12239/2019 secondo cui: In tema di prescrizione, l’effetto interruttivo permanente determinato dall’atto di pignoramento si protrae, agli effetti dell’art. 2945, comma 2, c.c., fino al momento in cui il processo esecutivo abbia fatto conseguire al creditore procedente, in tutto o in parte, l’attuazione coattiva del suo diritto ovvero, alternativamente, fino alla chiusura anticipata del procedimento determinata da una causa non ascrivibile al creditore medesimo, mentre, in caso contrario, all’interruzione deve riconoscersi effetto istantaneo, a norma dell’art. 2945, comma 3, c.c.”. Invero, in disparte la considerazione che nel processo di cognizione non si è mai posta la necessità di indagare sulle ragioni (ascrivibili o meno a condotte dell'attore) ostative alla pronuncia di merito, la prevista necessità di appurare se la chiusura anticipata sia o meno conseguenza di una condotta ascrivibile al creditore procedente finisce con l’introdurre nel processo elementi di possibile incertezza, suscettibili di dar luogo ad ulteriori contenziosi.

[4] Cass., 27/01/2017, n. 2044

[5] per es. Cass. Civ. n. 2525/2019, n.32147/2017, che hanno rimarcato l’assoluta centralità dei titoli di provenienza nelle attività del Notaio rogante. Gli stessi protocolli notarili prevedono l’obbligo del notaio di estendere l’indagine oltre il ventennio.