Espropriazione forzata dei crediti nei confronti degli enti pubblici e competenza per territorio

Un'analisi di alcune tra le principali criticità sottese all'esecuzione presso terzi avente ad oggetto crediti delle Pubbliche Amministrazioni, con particolare riguardo al problematico regime della competenza per territorio.
Espropriazione forzata dei crediti nei confronti degli enti pubblici e competenza per territorio

Sommario:

1. La questione.
2. La rimodulazione della competenza territoriale.
3. I risvolti salienti del nuovo criterio di riparto.
4. Struttura e implicazioni del servizio di Tesoreria.
5. Il terzo-tesoriere territorialmente “competente”.

 

  1. La questione.

Si registrano con frequenza pignoramenti presso terzi nel cui quadro la parte esecutata è un ente pubblico e terzi pignorati sono gli istituti di credito che col primo intrattengono un rapporto[1].

In dette ipotesi, a fronte di titoli esecutivi emessi nell’ambito di uffici giudiziari ubicati ad una determinata latitudine, succede spesso i pignoramenti spicchino il volo e vengano eseguiti altrove e “da lontano”, senza che un preciso criterio topografico o di selezione della competenza giustifichi la delocalizzazione.

In sostanza, i creditori notificano l’atto di pignoramento in circondari che nulla hanno a che vedere, nè con la sede legale dell’Amministrazione, né con il circondario dell'ufficio giudiziario ove è situato il rapporto cui si correla il credito, quindi il rapporto “da dichiarare”.

L’attuazione della ragione creditoria strategicamente avviene “in trasferta”, abbandonando il posto in cui è ubicato il rapporto su cui orbita la dichiarazione del terzo.

La scelta di esternalizzare – velocizzandolo – il recupero coattivo del credito segue una prospettiva d’ordine verosimilmente pragmatico: essa tiene d’occhio i livelli di performance dei tribunali, la rapidità di calendarizzazione delle udienze, i tempi di definizione dei procedimenti.

Su un piano di sistema, tuttavia, l’opzione appare incongrua e sdrucciolevole. Le considerazioni che seguono sono funzionali a chiarirlo.  

 

2.La rimodulazione della competenza territoriale.

Ai fini dell’individuazione della competenza territoriale per le espropriazioni forzate dei crediti, a venire in rilievo, nel contesto originario del codice di rito, era l’art. 26, comma 2, c.p.c.. Nella sua soppressa formulazione, la norma attribuiva la competenza in questione al giudice del luogo di residenza del terzo debitor debitoris[2].

Lo schema delle regole è stato sovvertito con l’introduzione dell’art. 26-bis c.p.c. ad opera dell’art. 19, comma 1, lett. b), d.l. 12 settembre 2014, n. 132, conv. con modificazioni in l. 10 novembre 2014, n. 162. Un dato che appare certo riguarda l’obiettivo della norma, in effetti destinata al solo caso di espropriazione di crediti, non a quello di cose mobili del debitore detenute dal terzo, da espropriarsi pur sempre con le forme dell’espropriazione presso terzi, ma davanti al giudice del luogo in cui si trovano le cose, ex art. 26, c. 1, c.p.c.[3].

Per il resto, i due commi che compongono la disposizione di nuovo conio dell’art. 26-bis enucleano regole divaricate in ragione della qualità soggettiva dell’esecutato.

Il suo secondo comma, capovolgendo il sistema precedente, assegna ora la competenza al giudice del luogo in cui il debitore ha la residenza, il domicilio, la dimora o la sede.

Il suo primo comma disciplina l’attribuzione della competenza nell’ipotesi specifica in cui il debitore esecutato sia una P.A. e lo fa tenendo fermo, con alcune varianti, il nesso tradizionale tra competenza territoriale e luogo di residenza, domicilio, dimora o sede del terzo pignorato[4].

Il riferimento alla “pubblica amministrazione” abbraccia, in virtù di quanto puntualizzato dal’art. 1, comma 2, d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, tutte le amministrazioni dello Stato, inclusi istituti e scuole di ogni ordine e grado, istituzioni educative, aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, regioni, province, comuni, comunità montane, loro consorzi e associazioni, università, istituti autonomi case popolari, camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, aziende ed enti del Servizio sanitario nazionale, agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) e agenzie ex d.lgs. 30 luglio 1999, n. 300.

In linea di principio, nello scostarsi dai canoni vigenti in materia esecutiva, incentrati sul locus rei sitae, quindi sull’ubicazione dei beni da espropriare, l’art. 26-bis assolve al compito pragmatico di evitare la concentrazione della competenza territoriale presso le sedi legali dei terzi-istituti di credito, normalmente ubicate nelle grandi città, e i cui uffici verrebbero, nello scongiurato scenario, fortemente congestionati.

La finalità di distribuire razionalmente le esecuzioni presso terzi viene perseguito scindendo la competenza territoriale dalla sfera del terzo e agganciandola alla residenza, domicilio o dimora del debitore esecutato[5]. Questo criterio, che è andato a soppiantare quello pregresso del foro del terzo debitore, è avvalorato anche dalla circostanza per cui la comparizione del terzo in udienza è ormai un capitolo recessivo del processo. La precedente regola che determinava la competenza per territorio in correlazione alla sede del terzo si spiegava, infatti, con l’esigenza di agevolare una partecipazione che ormai non è più prevista. Non essendo il terzo più obbligato a comparire per rendere la propria dichiarazione, la modifica assicura, invece, un adeguato livello di tutela dell’esecutato consentendogli un pieno ricorso all’istituto della riduzione del pignoramento.

La regola sterilizza, altresì, alcuni inconvenienti, tra i quali, quello consistente nella necessità di notificare molteplici atti di precetto in presenza di più terzi pignorati in forza di un credito vantato nei confronti di un unico debitore e quello copendiantesi nell’onere per il debitore di proporre tante opposizioni per quanti sono i processi esecutivi generati da un’unica azione di recupero del credito. Il viatico della regola è, in definitiva, nell’opportunità del simultaneus processus. In ultima analisi, nell’intervento normativo alligna l’indubbio vantaggio di evitare la frammentazione della procedura esecutiva e il conseguente incremento dei tempi di soddisfazione del credito.

Peraltro, pure se il terzo-banca avesse in ipotesi la propria sede in una città e venisse reso destinatario di un pignoramento correlato al debito di un correntista residente altrove non sconterebbe, dunque, alcun significativo disagio.

Nel contesto dominato dal criterio della competenza facente fulcro in passato sulla sede del terzo debitor debitoris, la giurisprudenza si era peritata di venire incontro anche al creditore procedente elaborando un principio che ormai non ha più incidenza alcuna: il principio – per così dire – “della filiale/succursale”, per cui in materia di espropriazione forzata di crediti, la previsione della competenza del giudice del luogo di residenza del debitore comportava che, ove il terzo fosse una persona giuridica, il procedente avesse facoltà di rivolgersi al foro della sede legale della persona giuridica oppure, in alternativa, a quello del luogo in cui la stessa aveva uno stabilimento e un rappresentante autorizzato a stare in giudizio per l'oggetto della domanda[6].

Ora questa sequenza problemi non si pone più: bisogna guardare alla residenza, domicilio, dimora del debitore esecutato e fermarsi lì.

 

3.I risvolti salienti del nuovo criterio di riparto.

Dalla formulazione dell’art. 26-bis c.p.c. si ricavano tre salienti profili.

Vediamo il primo. Il rinvio in esso contenuto all’art. 413, comma 5, c.p.c. va inteso in senso meramente soggettivo. Id est, importa che il terzo obbligato sia una P.A., non bisogna guardare alla natura del credito azionato, ossia la sua attinenza ad un rapporto di lavoro (ancorchè la norma richiamata quel rapporto adombri). Se il debitor debitoris è, in definitiva, un’Amministrazione rientrante nel novero di quelle catalogate dal summenzionato art. 413, tanto basta a far scattare il criterio della competenza contemplato dalla norma[7]. Del resto, l’evidente disparità di trattamento che una diversa opzione implicherebbe suggerisce di ritenere che la regola derogatoria si applichi a tutte le espropriazioni di crediti verso i soggetti pubblici in questione. Il che si pone in linea con l’impostazione propria del codice di rito, nel cui alveo si collocano regole peculiari di competenza territoriale nei con-fronti della pubblica amministrazione, tra le quali precipuamente l’art. 25 c.p.c..

Osserviamo il secondo aspetto. Il luogo della residenza, domicilio, dimora o, nel caso di persone giuridiche, della sede del terzo continua ad avere valore per l'individuazione del giudice territorialmente competente soltanto  nelle ipotesi in cui il debitore sia una P.A. ricadente tra quelle indicate dal ridetto art. 413, comma 5.

Giungiamo al terzo ed ultimo profilo. Il rinvio alle leggi speciali racchiuso nell’art. 26-bis postula la prevalenza in via esclusiva ed assorbente dei criteri in esse racchiusi e segnatamente di quello enucleato dalla l. n. 720 del 1984. Pertanto, nel caso in cui l’esecuzione concerna crediti di una P.A. che si avvalga del sistema di tesoreria (art. 1-bis l. n. 720) la competenza è data indefettibilmente dal luogo in cui il cassiere o tesoriere svolge in concreto la sua funzione, senza che possano percorrersi vie alternative

 

  1. Struttura e implicazioni del servizio di Tesoreria.

Il tema della esecuzione coattiva dei crediti nei confronti dello Stato rivela innumerevoli aspetti problematici consustanziali alla peculiarità del debitore-Pubblica Amministrazione[8].

Qualora il creditore miri a pignorare crediti verso terzi deve farlo nei riguardi del tesoriere e a complicare il quadro, in tal caso, è il particolare regime di circolazione che detti crediti concerne.

Il plesso delle regole è composito. In principio, gli artt. 325, r.d. n. 383 del 1934 e 205, r.d. n. 297 del 1991, prevedevano che i crediti della Pubblica Amministrazione potessero circolare soltanto in forza di mandati di pagamento.

A tenore degli artt. 23, commi 6 e 7, l. n. 153 del 1980 e del d.m. 26 gennaio 1981, l’espropriazione forzata del denaro pubblico avveniva mediante pignoramento presso gli Uffici della Tesoreria dello Stato, che curavano il pagamento attraverso vaglia del tesoro da estinguersi in conto corrente postale intestato al creditore.

A mente dell’art. 40, l. n. 119 del 1981, il denaro pubblico è sempre depositato presso la Tesoreria anzidetta ogni qualvolta le somme siano eccedenti il 12% delle entrate previste dal bilancio di competenza nonché qualora le aziende e gli istituti di credito che esercitano il servizio di tesoreria a favore degli enti pubblici sono tenuti ad eseguire operazioni di incasso e pagamento con riguardo a somme di cui materialmente non dispongono, secondo il c.d. “regime dell’anticipazione di cassa”.

Ne deriva che le aziende e gli istituti esercenti il servizio in questione per gli enti pubblici, qualora siano citati davanti al giudice dell’esecuzione, non solo non possono eseguire alcun pagamento, ma neppure sono abilitati a rendere una dichiarazione positiva ai sensi dell’art. 547 c.p.c.. Piuttosto, essi sono tenuti ad indicare quale depositario del danaro e debitore del soggetto passivo del processo esecutivo giustappunto la Tesoreria di Stato.

L’art. 1-bis della l. n. 720 del 1984, che ha dato organica disciplina alla materia, ha invero previsto al comma 1 che “i pignoramenti ed i sequestri, a carico degli enti ed organismi pubblici di cui al primo comma dell'articolo 1, delle somme affluite nelle contabilità speciali intestate ai predetti enti ed organismi pubblici si eseguono, secondo il procedimento disciplinato al capo III del titolo II del libro III del codice di procedura civile, con atto notificato all'azienda o istituto cassiere o tesoriere dell'ente od organismo contro il quale si procede nonché al medesimo ente od organismo debitore”.

È il tesoriere, pertanto, ad assumere la posizione di terzo nel procedimento di espropriazione forzata del credito, tanto da essere chiamato a rendere la prescritta dichiarazione di quantità.

Peraltro, “in caso di pignoramenti o sequestri di entrate proprie degli enti ed organismi pubblici di cui al primo comma dell'articolo 1 eseguiti anteriormente al versamento di queste in contabilità speciale, il cassiere o tesoriere provvede ugualmente al dovuto versamento nella contabilità speciale con annotazione del relativo vincolo” (art. 1-bis, comma 3).

Alla stregua del rammentato assetto precettivo, pertanto, il pignoramento poteva indifferentemente colpire le somme di pertinenza dell’ente esecutato già affluite nelle contabilità speciali quanto quelle incassate dal tesoriere ma da questi non ancora riversate nelle suddette contabilità.

Successivamente l’art. 1-bis è stato arricchito del comma 4-bis, che prevede che “non sono ammessi atti di sequestro o di pignoramento ai sensi del presente articolo presso le sezioni di tesoreria dello Stato e presso le sezioni decentrate del bancoposta a pena di nullità rilevabile anche d'ufficio. Gli atti di sequestro o di pignoramento eventualmente notificati non determinano obbligo di accantonamento da parte delle sezioni medesime né sospendono l'accreditamento di somme nelle contabilità intestate agli enti ed organismi pubblici di cui alla tabella A annessa alla presente legge”.

La ratio della disciplina sulla tesoreria – come ben si intuisce – è quella di garantire una ordinata gestione della contabilità, il che rappresenta una “bussola” di orientamento nell’accosto agli aspetti problematici.

Evidente che ogni qualvolta venga in rilievo un terzo riconducibile entro il perimetro della “pubblica amministrazione”, la tematica dell’espropriazione dei crediti si intrecci con la disciplina in tema di contabilità pubblica[9].

Le entrate statali confluiscono, infatti, nella relativa tesoreria e le somme sono corrisposte ai creditori esclusivamente sulla base di ordinativi o mandati di pagamento rigorosamente suscettibili di riscontro e ai quali il tesoriere sia chiamato a dare specifica esecuzione[10]. La gestione del servizio di tesoreria, rimesso ad un soggetto “esterno” (la Banca d’Italia), in forza di convenzioni[11] assurge ad archetipo su cui è informato il sistema di c.d. tesoreria unica applicabile anche ad enti pubblici non rientranti fra le amministrazioni statali in senso stretto e che la l. 29 ottobre 1984, n. 720 ha delineato per province, comuni, università ed altri soggetti elencati in apposita tabella allegata (A).

 

5.Il terzo-tesoriere territorialmente “competente”.

Il rinvio alle leggi speciali racchiuso nell’art. 26-bis c.p.c. determina la prevalenza in via esclusiva ed assorbente dei criteri in esse racchiusi e segnatamente di quello enucleato dalla l. n. 720 del 1984. Nel caso in cui l’esecuzione concerna crediti di una P.A. che si avvalga del sistema di tesoreria (appunto ex art. 1-bis l. n. 720 del 1984) la competenza è data indefettibilmente dal luogo in cui il cassiere o tesoriere svolge in concreto la sua funzione, senza che possano percorrersi strade alternative o scorciatoie scoscese[12].

La finalità di “decentrare” le esecuzioni presso terzi che sta alla base dell’art. 26-bis c.p.c. e dell’introduzione della competenza territoriale allacciata ai “luoghi” del debitore esecutato non influenza un dato che rimane certo: l’art. 26-bis, comma 1, stabilisce il radicarsi di una “sola” competenza, facendola coincidere con quella del luogo in cui il cassiere o tesoriere opera come tale – in concreto – per la P.A. secondo un accordo con essa stipulato, tanto da essere specificamente “tenuto” a pagare per suo conto.

Avulsa rispetto alla ratio del precetto selettore della competenza è la rimessione al creditore dell’opportunità di una prerogativa ontologicamente arbitraria: quella di scegliersi la tesoreria presso la quale agire.

Nelle esecuzioni a carico dello Stato il criterio rilevante non è, infatti, quello correlato ad un luogo evanescente, anonimo o indefinito sede, nel quale accidentalmente si situi una qualsiasi tesoreria. Il criterio, per converso, rimane quello fissato al luogo in cui si trova la filiale bancaria dell'istituto presso cui è “localizzato” lo specifico rapporto da cui sorge il credito.

Viene in rilievo, in definitiva, la competenza del giudice del luogo in cui opera la tesoreria che abbia effettivamente in carico il rapporto da dichiarare, tanto da detenerne la gestione con carattere di autonomia organizzativa e funzionale, e tanto da palesarsi all’esterno come l'unica abilitata a compiere operazioni volte a vincolare l’ammontare del credito e conseguentemente ad assumere la veste di terzo[13].

Detto luogo combacia, peraltro, con quello ove insiste l’articolazione territoriale titolare del potere di disporre la spesa, in quanto preposta alla gestione del rapporto con il soggetto interessato nonché autorizzata a stare in giudizio e finanche a controvertere con riguardo ad esso.

Un riferimento di sistema vale a corroborare questo impianto ermeneutico: è l’art. 19 c.p.c., che disciplina il foro generale delle persone giuridiche[14]. Nell’introdurre il criterio alternativo rappresentato dallo stabilimento della persona giuridica diverso dalla sede “centrale”, la norma non rimanda ad uno stabilimento qualsiasi, ma valorizza soltanto quello in cui è localizzato il rapporto cui inerisce il credito da accertare.

E d’altronde, nel contesto anteriore all’introduzione dell’art. 26-bis c.p.c., governato dal criterio della competenza facente fulcro sulla sede del terzo debitor debitoris, la giurisprudenza medesima aveva spiegato che in materia di espropriazione forzata di crediti, la previsione della competenza del giudice del luogo di residenza del debitore comportasse che, ove il terzo debitore fosse una persona giuridica, il procedente avesse facoltà di rivolgersi al foro della sede legale della persona giuridica oppure, in alternativa, a quello del luogo in cui la stessa aveva uno stabilimento e un rappresentante autorizzato a stare in giudizio per l'oggetto della domanda[15].

Analogo approccio – proclive ad assegnare rilevanza all’oggetto della domanda e, dunque, al rapporto alla base dell’azione esecutiva intrapresa – deve valere nel frangente in cui del credito accertato si invochi l’attuazione coattiva.

E, quando si tratta di credito derivante da rapporti con lo Stato, quale elemento di localizzazione territoriale è d’uopo assumere quello della sede dell’articolazione operativa che ha la titolarità e la gestione del rapporto da cui promana il credito.

Applicare secondo questi addentellati ermeneutici le norme di riparto della competenza territoriale in ipotesi di servizi di tesoreria ha un corollario eminente: serve a sottrarre al creditore pignorante la corsia del forum shopping, scongiurando l’opzione apodittica per una qualsiasi tra le molteplici filiali di un istituto bancario che svolga un servizio di tesoreria in relazione a crediti verso lo Stato.

Interpretato in modo diverso, il criterio di collegamento finirebbe col rimettere l'individuazione del giudice ad una decisione totalmente disancorata da ogni elemento di contatto con la persona giuridica del debitore principale e con il rapporto da cui il credito trae origine.

La competenza territoriale non può che radicarsi presso la tesoreria del luogo in cui si colloca il rapporto che rappresenta la radice del il credito.

Due ulteriori ragioni soccorrono quest’impostazione.

In primis, viene in rilievo la salvaguardia del principio del giudice naturale precostituito per legge. È tale solo quello competente secondo quanto stabilito dalla legge, sulla base di criteri previgenti rispetto alla questione insorta, astratti ed assoluti, nonché oggettivi, non volubili nè soggettivamente mutevoli. L’art. 25, primo comma, Cost., nel prevedere, infatti, che nessuno possa essere distolto dal suo giudice naturale sancisce un principio di vitale importanza nell’ambito di uno Stato di diritto. E il nucleo essenziale della garanzia in discorso risiede nella necessità che la legge pre-costituisca un ordine preciso di competenze a giudicare, non essendo sufficiente la sola pre-determinazione legislativa di una competenza generale[16].

In secundis, assume centrale evidenza la necessaria funzionalità del sistema della contabilità pubblica, che pretende una equilibrata allocazione delle risorse sui territori, rigorosi congegni di spesa, equilibrati meccanismi di controllo delle entrate e delle uscite. Tutti aspetti che il modello dei pignoramenti “random” travolgerebbe inesorabilmente.

Ciò detto, viene in evidenza quanto osservato dalla Suprema Corte nella precedente cornice normativa, ma secondo una chiave di lettura persistentemente attuale “nell’espropriazione presso terzi di crediti, la competenza per territorio – da determinarsi in base alla residenza del debitor debitoris – nel caso in cui il terzo sia la Banca d’Italia va individuata tenuto conto che essa gestisce la Sezione di Tesoreria della provincia nella quale il creditore è domiciliato, senza che assumano rilievo la sede legale (posta a Roma) ovvero il luogo ove sussiste il rapporto del terzo con il debitore esecutato (nella specie, il Ministero dell’econo-mia e delle finanze); per la ricerca di tale sede agli effetti dell’art. 543 c.p.c., tro-vano invero inderogabile applicazione le norme della pubblica contabilità, che assegnano la competenza per territorio, per le domande di pagamento contro la P.A., ai sensi degli artt. 1182, comma 3, c.c.; 54, r.d. 18 novembre 1923, n. 2440; 278, comma 1, lett. d), 287 e 407, r.d. 23 maggio 1924, n. 827, proprio al giudice del luogo in cui ha sede la predetta Sezione di Tesoreria[17].

La giurisprudenza di legittimità, a suo tempo, ha anche rilevato che “Nel pignoramento di crediti vantati da enti sottoposti al regime di tesoreria unica, giudice territorialmente competente nei giudizi di accertamento dell'obbligo del terzo è solo quello del luogo dove si trova la filiale dell'istituto, presso il quale è localizzato il rapporto di tesoreria, che sia dotata di autonomia, quale unica abilitata alle operazioni volte a vincolare il relativo ammontare e conseguentemente ad assumere la veste di terzo[18]. L’art. 1-bis l. n. 720 del 1984 possiede un senso se il giudice territorialmente competente viene fatto corrispondere a quello del luogo dove si trova la filiale dell'istituto presso la quale è localizzato il rapporto di tesoreria, poichè detta filiale, ove dotata di autonomia, è l'unica abilitata a compiere le operazioni volte a vincolare l’ammontare da corrispondere e conseguentemente ad assumere la veste di terzo. 

 

[1] In tema v., in luogo di altri, il fondamentale lavoro di R. Rossi, L’espropriazione presso terzi di crediti e di cose della pubblica amministrazione, in F. Auletta, Espropriazione presso terzi, Bologna, 2011, 259 ss.

[2] Sulla fisionomia originaria della norma v. T. Segré, sub art. 26, in AA.VV., Commentario del codice di procedura civile, diretto da E. Allorio, vol. I, 1, Torino, 1973, 283.; V. Andrioli, Commento al codice di procedura civile, vol. I, III ed., Napoli, 1954, 101; S. Satta, Commentario al codice di procedura civile, vol. I, Milano, 1966, 131.

[3] A. Saletti, Competenza e giurisdizione nell’espropriazione di crediti, in www.judicium.it.

[4] In tema v. A. Barale, Il “nuovo” pignoramento presso terzi: profili pratici e applicativi, in Riv. esec. forzata, 2015, 375 s.; M.G. Canella, Novità in materia di esecuzione forzata, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2015, 278; E. D’Alessandro, L’espropriazione presso terzi,in AA.VV., Processo civile efficiente e riduzione dell’arretrato, a cura di F.P. Luiso, Torino, 2014, 67 ss.; F. De Stefano, Gli interventi in materia di esecuzione forzata nel d.l. 132/2014,in Riv. esec. forzata, 2014, 792 s.; P. Farina, L’espropriazione presso terzi, in C. Punzi, Il processo civile. Sistema e problematiche. Le riforme del quinquennio 2010-2014, Torino, 2015, 506 s.; M.A.P. Francola, Misure per l’efficienza e la semplificazione del processo esecutivo,in AA.VV., La nuova riforma del processo civile, a cura di F. Santangeli, Roma, 2015, 259; D. Longo, Foro relativo all’espropriazione forzata di crediti, in AA.VV., Misure urgenti per la funzionalità e l’efficienza della giustizia civile, a cura di D. Dalfino, Torino, 2015, 149 ss.; G. Miccolis, Le modifiche alla disciplina dell’esecuzione forza-ta: quadro generale, in Foro it., 2015, V, 78.

[5] La ratio della nuova disciplina è individuata nella Relazione al d.l. n. 132 del 2014.

[6] Cass. 11 febbraio 2014, n. 3077 e Cass. 6 aprile 2006, n. 8112, entrambe in Italgiure..

[7] D. Longo, Foro relativo all’espropriazione, cit., 156 s

[8] Ne indaga parecchi A. Auletta, L’esecuzione forzata (nella forma dell’espropriazione presso terzi) nei confronti della pubblica amministrazione: rassegna delle più rilevanti questioni problematiche, in www.ilcaso.it. Le tematiche sono riprese funditus in A. Auletta, L’esecuzione forzata contro la Pubblica Amministrazione, Milano, 2020, in corso di pubblicazione, consultata in bozza per gentile inoltro del suo autore.

[9] La stessa è contenuta in diversi plessi normativi, ossia essenzialmente nel r.d.. 18 novembre 1923, n. 2440 (“Nuove disposizioni sull'amministrazione del patrimonioe sulla contabilità generale dello Stato”), nel r.d. 23 maggio 1924, n. 827 (“Regolamento per 'amministrazione delpatrimonio e per la contabilità generale dello Stato”), nella l. 28 marzo 1991, n. 104 (“Proroga della gestione del servizio di tesoreria provinciale dello Stato”) e nel d.lgs. 5 dicembre 1997, n. 430 (“Unificazione dei Ministeri del tesoro e del bilancio e della programmazione economica e riordino delle competenze del CIPE, a norma dell'articolo 7 della legge 3 aprile 1997, n. 94”).

[10] L’art. 54 r.d. n. 2440 del 1923 prevede modalità di pagamento delle spese dello Stato con ordinativi diretti al tesoriere. Altrettanto dispone e l’art. 278 del r.d. n. 827 del 1924, il cui successivo art. 418 r.d. n. 827 del 1924 demanda al tesoriere di dar luogo al pagamento solo sulla scorta degli ordinativi adottati dalla competente Amministrazione.

[11] Una prima convenzione, autorizzata con l. n. 04 del 1991, reca la data del 17 gennaio 1992 e attiene al servizio di tesoreria provinciale; una seconda convenzione, supportata dal d.lgs. n. 430 del 1997, porta la data del 9 ottobre 1998.

[12] Cass. 4 aprile 2018, n. 8172, in Italgiure.

[13] Cass. 4 aprile 2018, n. 8172 cit.

[14] Art. 19 “Foro generale delle persone giuridiche e delle associazioni non riconosciute”: I. Salvo che la legge disponga altrimenti, qualora sia convenuta una persona giuridica, è competente il giudice del luogo dove essa ha sede. È competente altresì il giudice del luogo dove la persona giuridica ha uno stabilimento e un rappresentante autorizzato a stare in giudizio per l’oggetto della domanda. II. Ai fini della competenza, le società non aventi personalità giuridica, le associazioni non riconosciute e i comitati di cui agli articoli 36 e seguenti del codice civile hanno sede dove svolgono attività in modo continuativo.

[15] Cass. 11 febbraio 2014, n. 3077 e Cass. 6 aprile 2006, n. 8112, cit..

[16] Corte cost., sent. n. 42 del 1996, Corte cost., ord. n. 508 del 1989, in dejure.

[17] Cass., 10 maggio 2011, n. 10198, in Italgiure.

[18] Cass. 9 luglio 2014, n. 15676, in Italgiure.