Alla ricerca di un significato per la "sospensione delle procedure esecutive nella prima casa"

Analisi e critica dell’art. 4 d.l. 28 ottobre 2020, n. 137 (decreto “Ristori”): tra la proroga dell’art. 54-ter d.l. 17 marzo 2020, n. 18 (decreto “Cura Italia”), già introdotto legge 24 aprile 2020, n. 27, e una “inefficacia” difficile da comprendere.
Alla ricerca di un significato per la "sospensione delle procedure esecutive nella prima casa"

Analisi e critica dell’art. 4 d.l. 28 ottobre 2020, n. 137 (decreto “Ristori”): tra la proroga dell’art. 54-ter d.l. 17 marzo 2020, n. 18 (decreto “Cura Italia”), già introdotto legge 24 aprile 2020, n. 27, e una “inefficacia” difficile da comprendere.

 

«Voglio trovare un senso a tante cose

anche se tante cose un senso non ce l’ha»

(Vasco Rossi)

 

  1. Il contenuto dell’art. 4 del decreto “Ristori”.

Non pago di aver impegnato allo stremo gli interpreti[1] col “famigerato” art. 54-ter del d.l. 17 marzo 2020, n. 18 (c.d. decreto “Cura Italia”), introdotto dalla legge di conversione del 24 aprile 2020, n. 27 e rubricato «Sospensione delle procedure esecutive sulla prima casa», il legislatore emergenziale, nell’ambito del d.l. 28 ottobre 2020, n. 137 (c.d. decreto “Ristori”), è ritornato nuovamente sull’argomento, riuscendo perfino a “migliorarsi”.

Con l’art. 4 del citato d.l., si è infatti previsto che «All’articolo 54-ter, comma 1, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, le parole “per la durata di sei mesi a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto” sono sostituite dalle seguenti “fino al 31 dicembre 2020”. È inefficace ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare, di cui all’articolo 555 del codice di procedura civile, che abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore, effettuata dal 25 ottobre 2020 alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto».

Già la rubrica di tale articolo è densa di valenza prospettica, nel senso che s’è anticipato, presentandosi il complesso delle disposizioni sotto il tecnicamente insignificante – e perciò comunque inutile, ai fini esegetici – titolo «Sospensione delle procedure esecutive immobiliari NELLA prima casa»[2].

Al di là della sgrammaticata rubrica, il nuovo intervento normativo si muove su due piani.

Anzitutto agisce sul piano temporale, giacché la sospensione originariamente prevista dall’art. 54-ter (fino al 30 ottobre 2020) viene estesa fino al 31 dicembre 2020[3].

Ma esso agisce anche sul piano contenutistico, giacché si introduce una specifica sanzione di inefficacia – addirittura, in parte retroattiva - in relazione alle procedure esecutive in discorso. In particolare, il secondo periodo dell’art. 4 cit. stabilisce che «E’ inefficace ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare (…) che abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore», e ciò ove «effettuata» dal 25 ottobre 2020 fino alla data di conversione dello stesso decreto legge “Ristori”, ossia (approssimativamente) fino alla fine dell’anno.

Com’è evidente, è proprio tale ultima disposizione a recare la maggiore problematicità per il suo atecnicismo, francamente inaccettabile[4], che peraltro si aggiunge all’analogo approccio nel conio dell’art. 54-ter cit., il quale (non a caso) aveva diviso la dottrina e la stessa giurisprudenza di merito in un dibattito non ancora sopito e, anzi, tutt’ora vivo, specie relativamente alle vicende della ripresa del procedimento sospeso, della pubblicazione del decreto di trasferimento, della liberazione del cespite, ecc.[5].

L’intervento in discorso, tuttavia, pur nella sua problematicità, offre comunque lo spunto per verificare, da un lato, la tenuta del convincimento a suo tempo manifestato circa le questioni nodali poste dall’art. 54-ter[6]; dall’altro, per provare ad attribuire un oggettivo significato ad una disposizione (quella sull’inefficacia delle “procedure effettuate” dal 25 ottobre 2020) che brilla per la sua assoluta oscurità.

 

  1. La proroga dell’art. 54-terl. n. 18 del 2020.

Nel frastagliato panorama della legislazione emergenziale l’art. 54-ter d.l. 17 marzo 2020, n. 18, introdotto dalla legge di conversione del 24 aprile 2020, n. 27, ha assunto un rilievo forse superiore a quanto a tutta prima non fosse immaginabile, giacché – proprio per la cripticità ed infelice fattura del precetto positivo – negli uffici giudiziari si è venuto a formare un quadro disarticolato di soluzioni che ha reso velleitario l’obiettivo dell’”unità del diritto oggettivo nazionale”, cui pure il nostro ordinamento ambisce.

Come s’è detto, l’art. 4 del “decreto Ristori”, al riguardo, non si fa minimamente carico di sciogliere nessuno dei nodi interpretativi emersi nel dibattito dottrinale e giurisprudenziale: la proroga sino al 31 dicembre 2020 della sospensione delle espropriazioni sulle “prime case” viene infatti operata sic et simpliciter (cioè a dire senza alcuna emenda o puntualizzazione del contenuto precettivo dell’art. 54-ter), talchè per gli interpreti si ripropongono inalterate le medesime questioni già prospettate sotto l’egida dell’originario disposto dell’art. 54-ter del d.l. n. 18 del 2020.

Di seguito, una breve panoramica sugli aspetti più controversi.

  2.1 La ratio dell’art. 54-ter.

La ratio legis - insolitamente esplicitata dal precetto che nel suo incipit assume d’esser volto al «fine di contenere gli effetti negativi dell’emergenza epidemiologica da COVID-19» - risulta quindi confermata anche al lume della novella in commento.

L’obiettivo avuto di mira non è da rinvenirsi nella salute pubblica.

Il mero svolgimento delle procedure espropriative, cui in larga parte è avulso il contatto sociale, non è ex se veicolo di trasmissione del virus.

Più plausibile ci è apparso assegnare alla norma un significato socio-economico: il suo scopo è attutire le ripercussioni della crisi del sistema produttivo sulle fasce più esposte, mettendole al riparo dall’azione esecutiva. In virtù della disposizione de qua, i debitori più “deboli” potranno fruire di un lasso temporale (una “boccata di ossigeno”) per rinegoziare loro posizioni e salvaguardare il proprio bene più prezioso: la casa in cui vivono.

Anche con la proroga disposta dall’art. 4 cit., dunque, non si mira ad assicurare ai soggetti fragili un “tetto” per il tempo della sospensione – finalità già presidiata in via ordinaria dall’art. 560 c.p.c.[7] –, ma piuttosto si preserva l’integrità del loro patrimonio, evitando che la pandemia finisca inesorabilmente per impoverirli.

  2.2 La nozione di abitazione principale.

Anche a tal proposito, l’art. 4 cit. costituisce un’occasione perduta, mantenendo inalterati i termini del problema.

L’art. 54-ter cit., infatti, spicca per approssimazione concettuale. Ad onta di una rubrica in cui si fa menzione della «prima casa», il testo del precetto evoca la diversa nozione di «abitazione principale del debitore». La prima definizione involge la titolarità di un diritto reale da cui scaturisce il possesso del bene, mentre la seconda vi aggiunge anche quello della destinazione impressa sul cespite da parte del debitore, che appunto elegge “quel” determinato immobile come propria (e sola) abitazione principale.

Abbiamo quindi a suo tempo ritenuto di poter rinvenire il substrato del riferimento alla «abitazione principale» contenuto nel corpo della norma nella normativa fiscale, che ancora oggi ci sembra offrire gli unici addentellati utili all’esegesi.

Segnatamente, l’art. 10, comma 3-bis, t.u. delle imposte sui redditi (d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917) in tema di «oneri deducibili» individua l’abitazione principale in «quella nella quale la persona fisica, che la possiede a titolo di proprietà o altro diritto reale, o i suoi familiari dimorano abitualmente», precisando essere irrilevante la «variazione della dimora abituale se dipendente da ricovero permanente in istituti di ricovero o sanitari, a condizione che l’unità immobiliare non risulti locata».

La nozione è ripresa dal successivo art. 15, comma 1, lett. b, in materia di «detrazioni per oneri», e fatta coincidere con il concetto di “dimora abituale”: anche in questa norma, infatti, si legge che «per abitazione principale si intende quella nella quale il contribuente o i suoi familiari dimorano abitualmente».

La giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di puntualizzare, in relazione all’IRPEF, che, «ai fini della detrazione prevista dall’art. 13-bis (attuale 15), comma 1, lett. b, del d.P.R. n. 917 del 1986, non è necessario acquistare il diritto di proprietà dell’unità immobiliare da destinare ad abitazione principale, essendo sufficiente anche l’acquisto di un diritto reale, come l’uso, l’abitazione o l’usufrutto idoneo a soddisfare l’esigenza abitativa»[8].

Un ulteriore utile supporto interpretativo si ritrova nell’art. 13 d.l. 6 dicembre 2011, n. 201, recante «Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici», convertito con modifiche dalla l. 22 dicembre 2011, n. 214, a tenore del quale: «Per abitazione principale si intende l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente».

In materia di agevolazioni previste per le imposte IMU ed ICI, ancora assai di recente la Suprema Corte[9], pur in linea di principio affermando che «in tema di IMU, l’esenzione prevista per la casa principale dall’art. 13, comma 2, d.l. n. 201 del 2011 richiede non soltanto che il possessore e il suo nucleo familiare dimorino stabilmente in tale immobile, ma altresì che vi risiedano anagraficamente», ha tuttavia precisato che «in tema di ICI, ai fini del riconoscimento dell’agevolazione prevista dall’art. 8 del d.lgs. n. 504 del 1992 per l’immobile adibito ad abitazione principale, le risultanze anagrafiche rivestono un valore presuntivo circa il luogo di residenza effettiva e possono essere superate da prova contraria, desumibile da qualsiasi fonte di convincimento e suscettibile di apprezzamento riservato alla valutazione del giudice di merito»[10].

Il citato art. 13, comma 2, d.l. n. 201 del 2011 è stato abrogato dall’art. 1, comma 780, l. 27 dicembre 2019, n. 160 (legge di bilancio per il 2020), che, nel ridisegnare l’IMU, ha ridefinito il concetto di abitazione principale ai fini dell’imposta con l’art. 1, comma 741, lett. b, che ricalca quasi pedissequamente la norma soppressa: è dunque abitazione principale «l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore e i componenti del suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente».

In definitiva, l’abitazione principale è quella in cui il titolare del diritto immobiliare dimora abitualmente (nel caso, col proprio nucleo familiare) ed in cui di regola risiede: requisito da apprezzarsi con riferimento alla destinazione stabile, effettiva e durevole dell’immobile ad abitazione del debitore. Occorre dunque immediatamente riferirsi al concetto civilistico di residenza, positivamente individuato (dall’art. 43, comma 2, c.c.) nel luogo in cui il soggetto dimora abitualmente.

  2.3 I beneficiari della sospensione.

La formulazione letterale dell’art. 54-ter cit. contiene un inequivocabile riferimento alla sola posizione soggettiva del debitore esecutato, mantenuta anche all’esito della novella dell’art. 4 del decreto “Ristori”: pertanto, ai fini della sua applicazione, rimane irrilevante di per sé la situazione abitativa dei suoi familiari, conviventi o meno.

L’art. 54-ter è applicabile, peraltro, anche al terzo proprietario assoggettato ad espropriazione ai sensi e con le modalità di cui agli artt. 602 ss. del codice di rito. Sebbene tale soggetto non possa tecnicamente considerarsi debitore, egli è comunque parte del procedimento esecutivo[11], patendone in proprio gli effetti, ed è espressamente parificato, quanto alle facoltà esercitabili nell’ambito della procedura, al debitore esecutato (art. 604, comma 1, c.p.c.).

Ribadiamo di non poter condividere la tesi[12] secondo cui l’art. 54-ter, in virtù di una sua interpretazione costituzionalmente orientata (in relazione al principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 Cost.), sia addirittura invocabile dal terzo occupante senza titolo opponibile alla procedura: la norma è eccezionale e mostra contorni soggettivi definiti, nei quali il terzo sine titulo non è affatto contemplato.

La portata della norma in discorso, poi, non ne consente l’applicabilità ove la situazione soggettiva del debitore sia soltanto la fonte del titolo del godimento o dell’utilizzo del terzo, e non possa connotare, oggettivamente, la destinazione dell’immobile ad abitazione principale del debitore stesso: restano pertanto esclusi dal beneficio della sospensione ex art. 54-ter il terzo conduttore, il coniuge (sempreché non debitore) assegnatario dell’immobile nei giudizi di separazione o divorzio, ed ancora il comodatario, tutti soggetti che, rispetto alla procedura, sconteranno l’ordinario regime di opponibilità/inopponibilità del titolo.

Al contrario, ben può rientrare nel perimetro applicativo dell’art. 54-ter la fattispecie, verificabile in sede di espropriazione di beni indivisi ex artt. 599 ss. c.p.c., del comproprietario quotista esecutato che dimori abitualmente nell’immobile staggito, alcun rilievo a tale scopo assumendo i rapporti interni con gli altri comproprietari non debitori.

  2.4 Il tempo della destinazione ad abitazione principale.

Nulla è innovato al riguardo dall’art. 4 del decreto “Ristori”.

Ribadiamo, dunque, che a nostro avviso è necessario che la destinazione ad abitazione principale del cespite aggredito in executivis preesista, in concreto, alla notifica dell’atto di pignoramento e sia perdurante fino all’entrata in vigore dell’art. 54-ter (oltre che mantenersi fino alla data di cessazione del periodo di sospensione).

Il principio della stabilità degli effetti sostanziali del pignoramento (la cd. “cristallizzazione giuridica” del bene staggito) depone univocamente per la necessaria anteriorità della adibizione dell’immobile ad abitazione principale del debitore: tale circostanza deve rappresentare un antefatto del processo esecutivo e deve, di necessità, essere ancora sussistente al momento dell’entrata in vigore della l. 24 aprile 2020, n. 27.

In altri termini, l’insensibilità (sub specie di giuridica inefficacia) degli atti di disposizione del bene pignorato nei confronti del creditore procedente e degli altri creditori intervenuti sancita, quale regola generale, dall’art. 2913 c.c. comporta che il bene staggito rimanga “segregato” ai fini del processo, posto che l’effettività della tutela giurisdizionale, in ambito esecutivo, è assicurata soltanto ove il bene venga giuridicamente conservato, al fine della sua vendita forzata, nella consistenza “fotografata” ab initio con la notifica del pignoramento.

  2.5 L’accertamento dei presupposti.

Anche qui, nessuna novità. Il riscontro dei presupposti applicativi della sospensione ex art. 54-ter, quindi, è devoluto al giudice dell’esecuzione, chiamato ad operare una sorta di accertamento in facto, ossia verificare se effettivamente la procedura insista o meno (nonché, nel caso affermativo, in tutto o in parte) sull’abitazione principale del debitore.

La prova immediata della principalità dell’abitazione – nella prospettiva del debitore esecutato che aspiri ad ottenere la sospensione ex art. 54-ter – è costituita dal certificato (storico) di residenza anagrafica, documento da cui genera una presunzione iuris tantum di perdurante corrispondenza con la dimora abituale.

Altri elementi di prova “liquida” da valorizzare potranno ritrovarsi nel fascicolo d’ufficio: si pensi, ad esempio, alla relazione di notifica del pignoramento, all’elaborato peritale estimativo già depositato oppure, ancora, a relazioni periodiche predisposte dal custode giudiziario o dal professionista delegato.

  2.6 L’ambito applicativo della sospensione.

L’effetto sospensivo dell’art. 54-ter opera solo dopo il perfezionamento del pignoramento, che costituisce l’atto iniziale dell’espropriazione forzata (art. 491 c.p.c.).

Il creditore, infatti, può aggredire esecutivamente il bene al fine di assicurarsi gli effetti sostanziali del pignoramento ex artt. 2913 ss. c.c. (che destinano il bene stesso alla liquidazione e neutralizzano l’incidenza degli atti di disposizione giuridica pregiudizievoli) in vista della ordinaria ripresa del procedimento, una volta spirata la sospensione emergenziale.

Alla luce dell’art. 4 del decreto “Ristori”, resta in realtà pienamente confermato il nostro convincimento a suo tempo manifestato circa l’inesistenza di alcun divieto di pignoramento dell’abitazione principale del debitore[13]. Infatti, occorre qui brevemente ribadire - anche per le ricadute sulla lettura che nel prosieguo di questo scritto proporremo circa la portata del secondo periodo dell’art. 4 cit.[14] - che a mente dell’art. 54-ter è «sospesa, fino al 31 dicembre 2020, ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare di cui all’art. 555».

In realtà, non esiste sul piano tecnico una procedura esecutiva finalizzata al pignoramento immobiliare; per converso il pignoramento immobiliare è il primo atto della procedura esecutiva, come chiaramente sancito dall’art. 491 c.p.c.

L’infelice locuzione «per il pignoramento immobiliare»[15] non può, dunque, essere letta come «derivante dal pignoramento immobiliare»; essa vale piuttosto a restringere alle esecuzioni immobiliari il “fuoco” della disposizione che, altrimenti potrebbe astrattamente estendersi anche all’esecuzione per rilascio dell’abitazione principale del debitore (sebbene l’esecuzione per rilascio d’immobili, anche non abitativi, sia oggetto di altra specifica norma: l’art. 103, comma 6, d.l. n. 18 del 2020, conv. in legge n. 27 del 2020[16]).

Circoscritto in tal guisa l’ambito della disposizione, il riferimento alla «procedura esecutiva» impone di ritenere che, ai fini della operatività della sospensione, il procedimento espropriativo, alla data di entrata in vigore dell’art. 54-ter, abbia già avuto inizio – com’è dogmaticamente imprescindibile – con la notifica al debitore esecutato dell’atto di pignoramento[17].

La norma introdotta il 30 aprile 2020 non comportava quindi il divieto di agire in executivis sull’abitazione principale del debitore, ma solo il divieto (transitorio) di liquidarla, venendosi a trovare il creditore al cospetto di una esecuzione “ibernata”.

Anzi, a ben vedere, l’art. 4 del d.l. n. 137 del 2020 non fa che confermare detta opzione interpretativa. Infatti, l’aver previsto – nel secondo periodo, e con espressioni davvero rivedibili – la sanzione dell’inefficacia di «ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare, di cui all’articolo 555 del codice di procedura civile, che abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore, effettuata dal 25 ottobre 2020 alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto», implica necessariamente che (prendendo a prestito l’improprio linguaggio del legislatore e rinviando al prosieguo i necessari approfondimenti) pur dopo il 30 aprile 2020, l’art. 54-ter non impedisse di “effettuare” una procedura esecutiva immobiliare avente ad oggetto l’abitazione principale del debitore, se del caso ex novo.  

  2.7 La distribuzione del ricavato.

La ratio della paralisi voluta dal legislatore attiene al blocco della liquidazione del diritto relativo al cespite staggito.

Si vuole, difatti, impedire la diminuzione della consistenza del patrimonio del debitore offrendo al debitore uno spatium temporis per “salvare” il diritto sull’immobile destinato a focolare domestico, sicché è di tutta evidenza che quando il diritto staggito sia stato ormai trasferito, la sospensione non ha più ragion d’essere.

Ribadiamo, dunque, che la distribuzione del ricavato è non solo ben possibile, ma anzi doverosa, giacché nella fase distributiva (logicamente successiva al decreto di trasferimento) l’oggetto del processo si è già spostato dal bene pignorato al denaro in cui quello è stato trasformato.

Del resto, differire la distribuzione a data successiva al 31 dicembre 2020 determinerebbe uno svantaggio per lo stesso debitore, il quale otterrebbe la relativa esdebitazione con ritardo ed in misura minore, stante l’operare, con il decorrere del tempo, della maggiorazione degli interessi sul debito; analogo detrimento subirebbe altresì il debitore in caso di somme residue dopo la soddisfazione di tutti i creditori, posto che l’attribuzione sarebbe posticipata alla scadenza del termine di sospensione.

  2.8 Le vicende successive all’aggiudicazione.

Sotto altro, contiguo, versante abbiamo al tempo avvertito l’esigenza di salvaguardare la posizione dell’aggiudicatario - la cui situazione giuridica soggettiva è centrale nel sistema delle esecuzioni[18]– da una lettura dell’art. 54-ter esclusivamente informata al dato letterale (di per sé difettoso) e perciò insensibile ai profili sistematici; lettura che propugna, come si vedrà tra breve, la necessità di non emettere il decreto di trasferimento pur essendosi pronunciata l’aggiudicazione.

Riteniamo che tale convincimento debba essere a maggior ragione ribadito anche dopo l’emanazione del decreto “Ristori”, non apparendoci giustificato l’ulteriore sacrificio richiesto ad un soggetto – l’aggiudicatario appunto – che ha confidato nella serietà della negoziazione del bene (in senso lato, ovviamente) con lo Stato[19], in special modo qualora abbia versato il saldo prezzo, se del caso finanziando l’acquisto con un mutuo di cui ha già iniziato a versare le rate. Non ci sembra accettabile che lo Stato, sia pur a fronte di circostanza eccezionali e imprevedibili, possa semplicemente spostare l’onere economico della sospensione su un soggetto terzo ed estraneo alla procedura, per di più attraverso la tecnica della proroga della scadenza della sospensione[20].

Controverso è, innanzitutto, se il termine per il versamento del saldo del prezzo del bene aggiudicato sia assoggettato alla sospensione prevista dall’art. 54 ter: si ripropongono qui i dubbi sul corretto inquadramento di tale atto, indotti dalla coesistenza, in un viluppo non agevole da districare, di profili di carattere sostanziale e processuale.

Per chi valorizza la natura processuale dell’atto, l’interrogativo trova risposta affermativa[21], per cui se la pronuncia dell’aggiudicazione risale a data anteriore al 30 aprile 2020, il termine per il versamento del saldo prezzo dovrebbe risentire della sospensione in parole.

In senso contrario, tuttavia, si sottolinea, più acutamente: la funzione sostanziale del versamento del saldo, siccome costitutiva del diritto al trasferimento della proprietà del bene; l’esistenza dell’onere per l’aggiudicatario anche in caso di estinzione o chiusura anticipata del processo esecutivo (argomenta dall’art. 187-bis disp. att. c.p.c.); si rileva, in maniera poi decisiva (e l’osservazione è del tutto convincente), come la stasi dell’espropriazione sia palesemente concepita a beneficio del solo esecutato, sicché apparirebbe esulante rispetto allo scopo della norma favorire l’aggiudicatario con il procrastinare il termine per adempiere l’obbligo su di lui gravante[22].

Il secondo, più scottante, problema attiene al contemperamento dello ius ad rem conseguito al momento dell’aggiudicazione con gli effetti della norma in commento: in particolare, come già anticipato, occorre chiedersi se l’art. 54-ter investa (oppure no) la possibilità di emettere, in favore dell’aggiudicatario, il decreto di trasferimento dell’immobile destinato ad abitazione principale del debitore in un’espropriazione forzata in cui l’aggiudicazione risalga a data anteriore al 30 aprile 2020.

Le opinioni sul punto sono diametralmente opposte.

Secondo una prima impostazione[23], essenzialmente basata sul tenore letterale della norma (la cui ampia portata sarebbe idonea a ricomprendere tutti gli atti processuali) e di una delle possibili rationes legis (la salvaguardia delle esigenze abitative primarie del debitore), l’adozione dell’atto traslativo da parte del giudice dell’esecuzione dovrebbe essere differita allo spirare del termine di sospensione.

A riguardo si può ancora oggi obiettare che proprio l’inadeguatezza del dato testuale impone all’interprete di impiegare canoni ermeneutici ulteriori (quantomeno per collocare armonicamente la disposizione nel sistema) e che la ratio dell’intervento legislativo non risiede nel fronteggiare un’emergenza abitativa[24], bensì nel più pregnante obiettivo di fornire al debitore un “salvagente temporale” per tentare di evitare la perdita della casa di abitazione.

Nel tentativo di dare alla disposizione emergenziale una collocazione coerente (per quanto possibile) coi principi del sistema ordinamentale dell’esecuzione forzata, non si può prescindere dalla considerazione degli interessi sottesi al processo esecutivo e, dunque, occorre scongiurare soluzioni interpretative idonee a determinare conseguenze contradditorie.

Prendendo a punto di partenza del sistema il riconoscimento, in capo all’aggiudicatario, del ruolo di protagonista dell’espropriazione forzata (pur non rivestendo egli la qualità di parte processuale) e della forte, privilegiata e prioritaria tutela che l’ordinamento gli riserva (ex art. 187-bis disp. att. c.p.c.[25]), è agevole ribadire con piena convinzione la conclusione che la sopravvenienza dell’art. 54-ter non esercita nessuna influenza sull’aggiudicazione. Infatti, l’indifferenza della posizione dell’aggiudicatario all’estinzione (o alla chiusura anticipata del processo) giustifica vieppiù la sua insensibilità rispetto ad eventi di minore impatto sulla procedura – quali la sospensione de qua o altre fattispecie sospensive ab externo – perché «il legislatore, precisando che gli effetti dell’aggiudicazione – anche provvisoria, ma a maggior ragione se definitiva – restano fermi nei confronti degli aggiudicatari … ha inteso evidentemente ben sottolineare l’autonomia di quegli effetti, e dunque del diritto acquisito dall’aggiudicatario o dall’assegnatario, rispetto agli eventi che possano successivamente incidere sul corso del processo esecutivo»[26].

All’aggiudicatario spetta la situazione giuridica – usualmente definita in giurisprudenza come «ius ad rem»[27] – consistente nel diritto (o, secondo altra dizione, nell’aspettativa giuridicamente tutelata[28]), al trasferimento del bene, condizionato all’effettivo versamento del residuo prezzo.

Il diritto a conseguire la proprietà del bene – da attuarsi con l’emissione del decreto di trasferimento – insorge, dunque, nel momento stesso dell’aggiudicazione ed esso non può essere inciso dalla successiva sospensione (nemmeno ex art. 54-ter) della procedura, al pari di quanto si verifica in caso di altri «sviluppi per lui [l’aggiudicatario] infausti della procedura esecutiva»[29].

Tale conclusione è altresì corroborata da un’analisi complessiva dell’assetto degli interessi coinvolti, da cui appare chiaro che procrastinare il trasferimento alla scadenza del periodo di sospensione comporta deteriori e pregiudizievoli ripercussioni per tutti i soggetti a vario titolo partecipi della vicenda (non solo l’aggiudicatario, ma anche i creditori, le cui pretese resterebbero irragionevolmente insoddisfatte nonostante la liquidità derivante dall’alienazione forzata, e lo stesso esecutato, che – avendo già sostanzialmente perduto il bene – non potrebbe fruire degli effetti di un’anticipata distribuzione del ricavato), oltre che per il principio costituzionale di ragionevole durata del processo, sancito dall’art. 111 Cost.).

 2.9 Natura, effetti e conseguenze della sospensione ex 54-ter.

Il silenzio contemplato, anche a tal proposito, dall’art. 4 del decreto “Ristori”, conferma che la sospensione disposta dalla norma emergenziale non è riconducibile alla categoria generale della sospensione automatica dell’esecuzione forzata contemplata dall’art. 623 c.p.c.

Vi è, infatti, un quid pluris nella pronuncia richiesta al giudice dell’esecuzione, che esclude il compimento di una semplice presa d’atto, da parte sua, di un evento esterno all’esecuzione, di natura processuale, come accade nella fisiologia della norma codicistica.

Il magistrato è chiamato ad accertare una circostanza fattuale - l’adibizione dell’immobile staggito ad abitazione principale – che postula l’estrinsecazione necessaria di un potere lato sensu cognitivo. Occorre dunque una ricognizione, anche implicita, da parte dell’autorità giudiziaria, affatto relegata al rango di riscontro meramente formale. Il giudice dell’esecuzione – vuoi su istanza di parte (ex art. 486 c.p.c.), vuoi ex officio (eventualmente dietro impulso dei propri ausiliari) – assume, pertanto, un esplicito provvedimento di sospensione (o di rigetto dell’istanza di sospensione), suscettibile, a sua volta, d’essere impugnato con l’opposizione ex art. 617 c.p.c. Un simile provvedimento, riteniamo, non occorre adottare per prendere atto della proroga della sospensione ex lege disposta dall’art. 4 del decreto “Ristori”, se non nel caso in cui il giudice dell’esecuzione avesse già disposto l’udienza di prosecuzione.

Quanto il processo è sospeso, in base all’art. 626 c.p.c. – che è norma specificamente dettata dal libro terzo per la disciplina degli effetti della sospensione della procedura esecutiva – “nessun atto esecutivo può essere compiuto, salvo diversa disposizione del giudice dell’esecuzione”.

L’ampiezza della disposizione (“nessun atto”) e la genericità dell’eccezione (“salvo diversa disposizione”) sono tradizionalmente spiegate nel senso che il divieto concerne gli atti esecutivi finalizzati alla progressione del processo verso il suo esito naturale (e, cioè, tesi alla liquidazione del bene staggito), ma non ha carattere assoluto: è infatti espressamente impregiudicata la facoltà del giudice dell’esecuzione di autorizzare il compimento di atti di amministrazione e di gestione del bene, diretti a preservare della condizione dell’immobile e ad impedirne una dannosa alterazione; del pari appare pacificamente consentito, pur durante la stasi del procedimento, il compimento delle attività (incidenti di conversione o riduzione del pignoramento o di limitazione dei mezzi di espropriazione) volti a sottrarre la res staggita al vincolo del pignoramento,

E’ opportuno allora delineando quali attività possano essere comunque espletate nella procedura quiescente, con particolare riguardo agli ausiliari del giudice dell’esecuzione.

A seguito della sospensione l’attività dell’esperto stimatore deve reputarsi immediatamente sospesa dal 30 aprile 2020, per essere la relazione di cui all’art. 173-bis disp. att. c.p.c. prodromica alla liquidazione, e ciò fino al 31 dicembre 2020; tuttavia, si deve ritenere che lo svolgimento delle operazioni peritali, meramente preparatorie all’ordinanza di vendita (quali, ad esempio, le verifiche documentali), possano essere proseguite, se non altro per la verifica dei presupposti applicativi della norma emergenziale.

Deve poi considerarsi tuttora consentita la nomina del custode giudiziario in sostituzione del debitore esecutato; il predetto ausiliario, nell’ambito delle mansioni affidategli, non può però svolgere quella finalizzata alla collocazione del bene sul mercato, che comporta l’accelerazione del processo verso il suo epilogo liquidatorio.

Il custode è comunque tenuto (in quanto si tratta di attività connessa al munus) al compimento di tutti quegli atti concernenti la conservazione e amministrazione del bene staggito, in quanto funzionali al mantenimento dell’integrità materiale del compendio (la cosa pignorata con accessori, pertinenze e frutti, ex art. 2912 c,c,), in vista della naturale ripresa del procedimento, una volta cessata la sospensione ex lege.

Rientrano invece nell’ambito del divieto ex art. 626 c.p.c. tutti gli atti del professionista delegato finalizzati alla liquidazione dell’immobile, fatta eccezione per la predisposizione della bozza del decreto di trasferimento e per le attività consequenziali alla sua sottoscrizione da parte del giudice; è altresì auspicabile che, anche durante il periodo di quiescenza, detto ausiliario continui nelle attività meramente intellettuali (di studio della documentazione, di predisposizione di bozze di atti) al fine di una celere e sollecita adozione, cessato il periodo di sospensione, degli atti formali occorrenti per la ripresa delle operazioni di liquidazione oggetto di delega.

In base all’elaborazione dottrinale formatasi nel primo semestre di vigenza dell’art. 54-ter – e salvo quanto si dirà nel prosieguo con riguardo alla portata dell’art. 4, secondo periodo, d.l. n. 137 del 2020 (che ha rafforzato la tutela del debitore rispetto agli atti che comportano il progredire della procedura) – il compimento di una delle attività precluse, siccome contrario alla inibitoria ex lege, determina l’illegittimità dell’atto realizzato, più propriamente qualificabile sub specie di nullità relativa, come tale deducibile ad opera del debitore esecutato con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, da proporsi nel termine perentorio di venti giorni dalla conoscenza (legale o di fatto) dell’atto nullo. Quest’ultimo termine, peraltro, non è sospeso ex art. 54-ter perché le opposizioni, in quanto strutturalmente autonome rispetto al procedimento esecutivo (sebbene ad esso funzionalmente collegate), non sono intercettate dalla sospensione.

Deve infine precisarsi che quanto s’è detto circa l’opponibilità degli atti compiuti pendente la sospensione non vale riguardo agli atti del professionista delegato, che com’è noto non sono suscettibili di essere impugnati con l’opposizione formale ex art. 617 c.p.c. e sono tendenzialmente instabili (il rimedio di cui all’art. 591-ter c.p.c. non ha carattere propriamente impugnatorio[30]). L’opposizione in discorso deve essere quindi eventualmente proposta avverso il primo provvedimento del giudice dell’esecuzione[31] successivo a quello del delegato che si assume illegittimo, ove esplicitamente o implicitamente ne comporti la conferma. 

 2.10 La riattivazione del processo esecutivo sospeso.

Sulle modalità di ripresa del processo esecutivo sospeso ex art. 54-ter la disposizione emergenziale nulla dice, così come l’art. 4 del decreto “Ristori”. Anche qui, un’occasione perduta. Resta però a nostro avviso confermato che, a fronte dell’atecnicismo e dell’approssimazione della normazione emergenziale, l’unica bussola cui l’interprete può dar fiducia è rinvenibile proprio nel sistema, che non può certo essere stravolto da estemporanei quanto stravaganti e imprecisi interventi del legislatore.  

Occorre quindi far riferimento all’art. 627 c.p.c., per la sua portata generale, trattandosi di norma inserita nell’ambito del libro terzo del codice di rito, alla stregua di modello prototipico, positivamente stabilito, di scansione della ripresa delle esecuzioni quiescenti.

Il giudice dell’esecuzione, quindi, deve indicare il termine perentorio per la riassunzione del procedimento, la cui inosservanza cagiona l’attivazione del meccanismo estintivo di cui all’art. 630 del codice di rito.

Se quello testé esposto è il paradigma provvedimentale auspicabile e, a nostro parere, conforme al dettato normativo, non possono tuttavia trascurarsi possibili deviazioni da esso, come confermato dalla prassi emersa, a macchia di leopardo, in tutti i Tribunali della Penisola.

La prima ipotesi, per dir così patologica, si verifica quando il giudice dell’esecuzione, nel riscontrare i presupposti di operatività della sospensione sanciti dall’art. 54-ter, abbia fissato senz’altro l’udienza di prosecuzione del procedimento dinanzi a sé oppure abbia disposto sic et simpliciter la sua continuazione allo spirare del periodo di stasi, ad esempio impartendo disposizioni ai suoi ausiliari sulle attività da compiere. Abbiamo già evidenziato che l’illustrato modus operandi finisce con l’elidere l’opportunità processuale – offerta al debitore dal sistema – che consente di aspirare all’estinzione del processo, ex art. 630 c.p.c., finendo, in ultima analisi, per porsi in contrasto con il principio dell’impulso di parte che domina il procedimento esecutivo e con la natura non officiosa di quest’ultimo. E’ però evidente che, in tal caso, il giudice debba comunque nuovamente provvedere, per revocare l’ordinanza con cui era stata fissata l’udienza di prosecuzione (verosimilmente, a novembre o dicembre 2020). Resta comunque auspicabile che il giudice non fissi un’ulteriore udienza di prosecuzione per il 2021 (a gennaio, febbraio, ecc.), sia perché non è affatto da escludere che il termine attualmente in essere venga ulteriormente prorogato, sia perché il prendere atto della sospensione ex lege, fissando il termine per la riassunzione, consente di ricondurre la fattispecie al sistema, come s’è ampiamente detto. 

La seconda evenienza “deviante” si manifesta allorché il giudice dell’esecuzione si sia limitato a prendere atto della sospensione, senza nulla disporre circa il termine per la riassunzione del processo. Non sembra plausibile farsi applicazione analogica art. 297 c.p.c. e ritenere cioè che la parte interessata abbia l’onere di depositare apposita istanza entro il termine perentorio di tre mesi dalla cessazione della causa di sospensione, chiedendo la fissazione dell’udienza di prosecuzione del procedimento, pena l’estinzione della procedura ex art. 630 c.p.c.

All’applicazione analogica all’esecuzione forzata di regole expresse dettate per il giudizio di cognizione osta, in linea di principio, il differente atteggiarsi del principio del contraddittorio nei due differenti ambiti, in ragione del fatto che in sede esecutiva l’interlocuzione delle parti sul modo di dispiegarsi del procedimento nelle sue varie fasi non risponde (come in sede cognitiva) alla ineludibile esigenza di garantire la contrapposizione dialettica tra parti in posizione di sostanziale eguaglianza, bensì al più circoscritto scopo (perciò discorrendosi di contraddittorio qualitativamente attenuato) di consentire al giudice dell’esecuzione il miglior esercizio della potestà ordinatoria lui riconosciuta. Occorrerà, allora, applicare il disposto dell’art. 627 c.p.c. nel (più limitato) precetto relativo alla forma dell’atto riassuntivo (un’istanza) ed al termine semestrale per la proposizione della stessa, onde integrare la lacuna normativa in ordine al dies ad quem.

 

  1. L’inefficacia della procedura esecutiva “effettuata”: possibili interpretazioni.

Come già anticipato, il secondo periodo dell’art. 4 d.l. n. 137 del 2020 richiede all’interprete uno sforzo significativo per cercare di comprendere, al di là delle infelici e atecniche espressioni impiegate dal legislatore, la ratio legis (da intendersi come volontà obiettivata nel testo normativo e non già come desiderio latente e non esplicitato) e la portata sistematica di una norma eccezionale che si inserisce nel più ampio contesto del processo esecutivo.

Ulteriori problematiche derivano dall’efficacia temporale della disposizione: da un lato, opera inspiegabilmente in modo retroattivo per soli quattro giorni, dal 25 al 28 ottobre 2020[32]; dall’altro, fissa la propria durata sino all’entrata in vigore della legge di conversione e, dunque, individua un dies ad quem incerto, posto che la cessazione degli effetti dell’art. 4, secondo periodo, dipenderà dalla promulgazione e dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della disciplina legislativa di conversione[33]; infine, si sovrappone – ma solo parzialmente – al periodo di applicazione dell’art. 54-ter d.l. n. 18 del 2020 (dal 30 aprile al 31 dicembre 2020), col quale deve necessariamente trovare uno spazio di “convivenza”.

 3.1 L’insufficienza del criterio letterale.

L’individuazione del reale contenuto precettivo della norma e del suo corretto perimetro applicativo (in specie, del suo coordinamento con la proroga della sospensione di cui al periodo precedente del medesimo articolo) è operazione affatto agevole.

Si deve immediatamente rilevare che qualunque fatica ermeneutica si scontra irreparabilmente col dato testuale.

L’ordinamento, infatti, non conosce una «procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare», criptica locuzione già inopportunamente adoperata nel testo dell’originario art. 54-ter.

Nella terminologia tecnica non si trova traccia nemmeno di una «procedura esecutiva … effettuata», ma, casomai, di una procedura iniziata, pendente (nelle varie fasi in cui si snoda l’espropriazione) o conclusa.

Parimenti ignota è la sanzione di inefficacia comminata a un processo («È inefficace ogni procedura esecutiva …»), posto che la privazione degli effetti è qualità usualmente ed esclusivamente riferita dall’ordinamento ad atti singolarmente intesi (ne è riprova il tenore degli artt. 562 e 567 c.p.c., proprio in tema di espropriazione immobiliare) o a provvedimenti giurisdizionali, ma non a processi o procedimenti nella loro globalità considerati[34].

Sono sufficienti queste brevi osservazioni per avvedersi che il criterio che deve orientare l’interprete non può essere quello letterale e che la portata della disposizione, la cui matrice eccezionale è indubbia, deve essere individuata attraverso un “aggiustamento” che corregga le storture testuali e, nel contempo, sia rispettoso del sistema, da intendersi quale l’insieme delle norme, ordinarie, costituzionali e sovranazionali in cui l’art. 4 d.l. n. 137 del 2020 viene a inserirsi e in cui deve trovare una collocazione il più possibile armoniosa.

 3.2 La tesi dell’impignorabilità delle abitazioni principali.

I primi commentatori hanno individuato nel secondo periodo dell’art. 4 d.l. n. 137 del 2020 una disposizione che sancisce l’impignorabilità delle abitazioni principali e la chiusura anticipata delle procedure esecutive che abbiano queste come oggetto[35].

Si è infatti sostenuto che la norma – nel prevedere l’inefficacia della procedura esecutiva – travolge l’atto di pignoramento riguardante l’abitazione principale del debitore; conseguentemente, il legislatore avrebbe imposto un vero e proprio divieto di pignoramento dell’abitazione principale del debitore, destinato, in ipotesi di inosservanza, a condurre l’espropriazione ad una «definitiva chiusura anticipata e non, dunque, ad un mero arresto».

Per addivenire a tale risultato la categoria processuale dell’inefficacia, richiamata dalla norma con riguardo alla procedura esecutiva «effettuata», viene “ridirezionata” sull’atto di pignoramento, asseritamente “viziato” se non iscritto a ruolo prima del 25 ottobre[36].

La soluzione offerta – che sembra recepita anche in notizie di stampa o in comunicati social che, però, danno conto dell’intentio legislatoris, irrilevante per l’esegeta, il quale deve piuttosto riferirsi alla intentio legis – discende da un “aggiustamento” delle norme che, per quanto reso necessario dal difettoso dato letterale, appare fuorviante, sia perché omette di confrontarsi col riferimento alla «procedura esecutiva effettuata», sia perché non tiene in adeguata considerazione l’incoerenza sistematica dell’assetto che verrebbe a realizzarsi.

Già dal confuso testo normativo si evince che, affinché una procedura esecutiva possa dirsi esistente (o, impropriamente, «effettuata») e, in quanto tale, assoggettata alla norma che ne preveda la sospensione o l’inefficacia, la stessa deve aver avuto il suo incipit.

Riteniamo che l’anodina locuzione «ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare», identica nell’art. 54-ter d.l. n. 18 del 2020 e nel secondo periodo dell’art. 4 d.l. n. 137 del 2020, debba essere letta in modo tale che assuma il medesimo significato, in entrambi i disposti normativi; perciò – posto che non esiste alcun processo esecutivo anteriore o prodromico («per il») al pignoramento e dato che non può sospendersi ai sensi dell’art. 54-ter un procedimento che non esiste in rerum natura (in quanto non iniziato) – si deve concludere che l’unico modo per attribuire un senso compiuto alla frase de qua è quello di correggere la preposizione[37] e, quindi, di far incidere la norma sulle procedure esecutive derivanti da un pignoramento immobiliare.

L’art. 4, secondo periodo, d.l. n. 137 2009 identifica, dunque, una procedura esecutiva che necessariamente ha avuto il suo inizio con la notifica del pignoramento, dettando poi regole sul processo, così cominciato, nel periodo intercorrente tra il 25 ottobre 2020 e la data di entrata in vigore della legge di conversione.

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Si potrebbe allora affermare che la disposizione ha implicitamente inteso sancire l’impignorabilità delle abitazioni principali dei debitori sanzionando con l’inefficacia proprio le procedure intraprese su queste, ma osta a tale conclusione l’aggettivo «effettuata», riferito a «ogni procedura esecutiva».

Dato che nel gergo comune la predetta parola costituisce sinonimo di “realizzata”, “compiuta”, “ultimata”, si dovrebbe pensare a una già avvenuta conclusione dell’espropriazione, ma così la norma sarebbe del tutto insensata perché al momento dell’atto finale del processo (quello che sarebbe colpito da inefficacia) – la distribuzione del ricavato – il suo oggetto non sarebbe più l’abitazione principale del debitore, bensì il corrispettivo versato dall’aggiudicatario; è palese che una norma siffatta sarebbe del tutto inutile ad arginare le negative conseguenze economiche dell’epidemia.

Le parole «procedura esecutiva … effettuata», dunque, vanno intese – in corrispondenza con la natura della sanzione individuata dal legislatore – come una omnicomprensiva formula con la quale si sono voluti ricomprendere gli atti della procedura (necessariamente incominciata e, dunque, successivi al primo) e i loro effetti.

Benché i tentativi di ricavare un significato univoco siano vanificati dalla confusione del testo, anche la logica può aiutare a comprendere perché la tesi dell’impignorabilità è comunque fallace.

Si osserva, infatti, che il legislatore ha prolungato la sospensione delle procedure esecutive de quibus sino al 31 dicembre 2020 e che, a voler leggere nel secondo periodo dell’art. 4 una previsione di impignorabilità delle “prime case”, si verrebbero a creare tre periodi.

Dal 30 aprile e sino al 24 ottobre 2020 le espropriazioni delle abitazioni principali già pendenti o legittimamente intraprese in questo periodo sarebbero (e rimarrebbero) sospese sino al 31 dicembre 2020.

Di contro, dal 25 ottobre 2020 e fino alla (incerta) data di entrata in vigore della legge di conversione del d.l. n. 137 del 2020, sarebbe vietato assoggettare ad esecuzione forzata le abitazioni principali e le espropriazioni ciononostante intraprese dovrebbero essere chiuse ex officio.

Nel periodo intercorrente tra la data di entrata in vigore della legge di conversione e il 31 dicembre 2020 riprenderebbe, invece, piena valenza l’art. 54-ter e, dunque, i pignoramenti sarebbero consentiti salvo poi incorrere nella sospensione ex lege.

Alla luce di tale risultato ci si deve chiedere perché il legislatore, con un andamento “a singhiozzo”, avrebbe inteso “ritagliare” un lasso temporale di (più o meno) una sessantina di giorni nel quale sancire l’impignorabilità delle “prime case” per poi consentirne nuovamente l’aggressione esecutiva nel periodo rimanente sino alla fine dell’anno e, nel contempo, bloccandone la prosecuzione per alcuni giorni.

In pratica, l’impignorabilità (o l’improseguibilità delle espropriazioni) risulterebbe un incomprensibile “inciso” di intangibilità dei beni in un più ampio periodo di sospensione e il sistema così designato si caratterizzerebbe per assurdità, il che può anche essere conforme alle improvvide trovate del legislatore e agli strafalcioni grammaticali dei testi, ma non può certo costituire la meta di un’interpretazione che muova, secondo il criterio logico, dalla ragionevolezza dell’intervento normativo (conformemente al brocardo absurda sunt vitanda).

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Occorre poi evidenziare che dal punto di visto sistematico, anche in considerazione degli interessi economici sottesi al recupero dei crediti e del rilievo costituzionale del diritto di agire in executivis, quando il legislatore ha inteso impedire l’aggressione esecutiva dei beni del debitore lo ha fatto in maniera esplicita e, soprattutto, a fronte di un bilanciamento con contrapposte esigenze.

Il primo e più chiaro riferimento legislativo è rivolto agli artt. 51 («Divieto di azioni esecutive e cautelari individuali») e 168 («Effetti della presentazione del ricorso» per concordato preventivo) L.F. che, con precetti tra loro concettualmente sovrapponibili, dispongono, rispettivamente, che «nessuna azione individuale esecutiva … può essere iniziata o proseguita» e che «i creditori … non possono, sotto pena di nullità, iniziare o proseguire azioni esecutive … sul patrimonio del debitore».

Senza alcun dubbio entrambe le norme precludono l’avvio delle espropriazioni forzate e, giova sottolinearlo, sostituendole con procedure concorsuali astrattamente idonee a soddisfare la pretesa creditoria; anche nell’emergenza, il legislatore – se davvero la ratio legis fosse stata quella di evitare l’avvio delle esecuzioni immobiliari (per giunta, senza alcuna “contropartita” per il creditore) – avrebbe potuto agevolmente “fotocopiare” il chiarissimo testo delle menzionate disposizioni limitandone la portata alle abitazioni principali.

Ulteriori esempi legislativi di impignorabilità si rinvengono nell’art. 76, comma 1, lett. a), d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 («L’agente della riscossione … non dà corso all’espropriazione se l’unico immobile di proprietà del debitore, con esclusione delle abitazioni di lusso aventi le caratteristiche individuate dal decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 agosto 1969, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 218 del 27 agosto 1969, e comunque dei fabbricati classificati nelle categorie catastali A/8 e A/9, è adibito ad uso abitativo e lo stesso vi risiede anagraficamente»), nei primi due commi dell’art. 545 c.p.c. («non possono essere pignorati …») e le numerosissime disposizioni dettate in materia di espropriazione di somme e di crediti di pertinenza della P.A. , di cui è paradigma l’art. 159 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267 («non sono ammesse procedure di esecuzione e di espropriazione forzata» e «non sono soggette ad esecuzione forzata», per giunta «a pena di nullità rilevabile di ufficio»).

Anche in queste fattispecie il divieto di agire in executivis è inequivoco.

Insomma, la presenza nell’ordinamento di specifiche norme idonee a fungere come modello per sancire l’impignorabilità (pur se temporanea) della prima casa costituisce argomento sistematico (e logico) per escludere che il legislatore del decreto “Ristori”, che ha coniato una disposizione completamente diversa priva di uno specifico divieto di espropriazione, volesse raggiungere quell’obiettivo.

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Del resto, proprio alcuni Autori che hanno sostenuto la tesi del divieto di pignorare le abitazioni principali ex art. 4, secondo periodo, d.l. n. 137 del 2020, non dubitano della scarsa tenuta costituzionale di una norma che – ad onta dell’art. 24 Cost. e dell’art. 1 del Protocollo Addizionale n. 1 alla C.E.D.U.[38] e, cioè, delle principali disposizioni che presidiano il diritto di agire in executivis a tutela del credito – non si limita a sospendere per un periodo la liquidazione del patrimonio del debitore, ma addirittura impedisce di vincolare i beni di questo ad una futura soddisfazione del credito mediante il vincolo del pignoramento[39].

Orbene, posto che l’impignorabilità è frutto di un inevitabile aggiustamento ermeneutico del difettoso testo della norma, riteniamo che l’elaborazione dell’esegeta – prima di arrendersi a fronte dell’inequivoco contrasto della norma con l’assetto costituzionale – debba spingersi a ricercare possibili soluzioni alternative. In altri termini, il canone ermeneutico logico (del quale è corollario la non contraddittorietà delle norme) impedisce di interpretare una disposizione in modo tale da considerarla illegittima, ove sia possibile “scovare” un suo significato conforme alla Carta Costituzionale e al sistema normativo. Il che – come meglio si dirà tra breve – è ben possibile nell’analisi che occupa.

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Alle suesposte considerazioni giuridiche si aggiungono osservazioni di carattere eminentemente pratico: il creditore legittimamente ignora se l’immobile del debitore costituisce la sua abitazione principale e, anzi, dato che non sono stabiliti dall’art. 54-ter i requisiti normativi per identificarla (a differenza di quanto previsto dall’art. 76 D.P.R. n. 602 del 1973), nemmeno può sapere a priori quale sia l’orientamento interpretativo del giudice della futura esecuzione.

Appare iniquo ed estremamente penalizzante ipotizzare che il creditore, in una siffatta situazione di assoluta incertezza, debba astenersi dal pignorare un bene lasciato nella piena disponibilità del debitore o, in alternativa, correre il rischio di avviare un processo esecutivo, sostenendo le relative spese, per non conseguire nemmeno gli effetti sostanziali del pignoramento (anch’esso travolto dalla prospettata inefficacia).

La lettura della norma determinerebbe, così, non già un automatic stay in presenza di diversi strumenti di garanzia delle ragioni creditorie, né una chance offerta al debitore colpito economicamente dalla crisi pandemica di salvare, con un po’ di tempo a disposizione, la casa di abitazione, ma piuttosto un sacrificio – irragionevole e anche profondamente ingiusto, perché non giustificato dall’emergenza sanitaria – del principio generale dell’ordinamento sancito dall’art. 2740, comma 1, c.c.

 3.3 La tesi della privazione di effetti degli atti di impulso.

Come già evidenziato, lo sforzo ermeneutico non può prescindere da una pars construens e, cioè, dal tentativo di individuare un significato della disposizione che non contrasti coi principi dell’ordinamento, interno (e pure costituzionale) e sovranazionale.

Esclusa, dunque, la tesi dell’impignorabilità della “prima casa”, quale mai può essere il significato da attribuire al secondo periodo dell’art. 4 del decreto “Ristori”? Qual è il contenuto della tutela marginale (rispetto a quella garantita dall’art. 54-ter) offerta al debitore esecutato da detta disposizione?

La questione risiede, fondamentalmente, nell’individuare l’oggetto della proclamata inefficacia.

Al riguardo, deve innanzitutto escludersi che essa, pedissequamente al testo normativo, si riferisca alla procedura esecutiva nella sua interezza: una lettura del genere porrebbe l’intervento legislativo in discorso nell’orbita della irragionevolezza, posto che, secondo l’accezione comunemente invalsa nell’ordinamento, l’inefficacia è attributo qualificante singoli atti (o provvedimenti), giammai un processo (o procedimento) nella sua totalità considerato.

Il dato positivo secondo cui «è inefficace ogni procedura» esprime invece una formula ellittica, che contempla la privazione di effetti di taluni atti (e non già di tutti gli atti) dell’espropriazione immobiliare sulla “prima casa”.

A delimitare compiutamente il novero degli atti esecutivi interessati dalla sterilizzazione di effetti soccorre ancora una volta la sinergica interazione dei criteri esegetici logico e sistematico.

Il canone logico, basato sul principio di ragionevolezza degli interventi legislativi, indirizza l’interprete verso una lettura coerente e non contraddittoria della norma posta in comparazione, secondo il metodo sistematico, con norme analoghe: ad identico tenore testuale deve pertanto corrispondere medesimo contenuto precettivo.

Svolgendo l’indagine lungo questa direttrice, come già evidenziato, risalta immediata nella vicenda in parola l’uguale formulazione testuale adoperata tanto dall’art. 54-ter del d.l. n. 18 del 2020 quanto dall’art. 4, secondo periodo, del d.l. n. 137 del 2020 per tracciare il perimetro applicativo rispettivamente della sospensione e della inefficacia, avendo ambedue ad oggetto «ogni procedura per il pignoramento immobiliare».

Siffatta locuzione, previa ineludibile sostituzione del connettivo logico «per il» con «da» (per essere la procedura espropriativa generata da – e non finalizzata ad – un pignoramento), in relazione all’art. 54-ter è stata intesa, con un coro pressoché unanime di voci, riferendo la sospensione disposta non all’atto iniziale dell’espropriazione, bensì agli atti della procedura già avviata.

Analoga lettura si impone per il secondo periodo dell’art. 4: l’inefficacia non colpisce dunque l’atto introduttivo della espropriazione, ma ogni atto (successivo al primo) della procedura esecutiva, lato sensu finalizzato alla liquidazione del bene staggito, compiuto nell’arco temporale compreso tra il 25 ottobre 2020 e la data di entrata in vigore della emananda legge di conversione.

In altre parole, la norma de qua né impedisce di vincolare a fini espropriativi l’abitazione principale (mediante la notifica del libello ex art. 555 c.p.c. e l’esecuzione della formalità di trascrizione) successivamente al 25 ottobre 2020, né stabilisce l’invalidità o l’inefficacia del pignoramento compiuto nel suo periodo di vigenza, ma, piuttosto, rende gli atti esecutivi successivi al pignoramento ipso iure inidonei alla produzione degli effetti ad essi tipicamente correlati, cioè a dire incapaci di configurare valido anello della catena componente la sequenza del procedimento espropriativo[40].

Escluso l’atto di pignoramento dal fuoco dell’inefficacia, risulta chiaro che il lasso temporale di operatività dell’art. 4, secondo periodo, del d.l. n. 137 del 2020 non investe il momento di esordio dei procedimenti espropriativi, rendendoli destinatari di una disciplina diversa da quella riguardante i processi intrapresi prima del 25 ottobre 2020.

Alcun doppio binario processuale può derivare dalla novella previsione del c.d. decreto “Ristori”: anche le procedure espropriative sulle “prime case” promosse a far data dal 25 ottobre 2020, ricadendo nei generali confini applicativi dell’art. 54-ter, soggiacciono alla sospensione ex lege sino al 31 dicembre 2020; anche per queste procedure (al pari di quelle intraprese in epoca anteriore), l’inefficacia colpisce gli atti funzionalmente orientati, in via mediata o immediata, alla liquidazione del bene staggito.

Con la sola particolarità – che integra il quid pluris della tutela offerta dal decreto “Ristori” - che per le procedure avviate dal 25 ottobre 2020 in poi, l’inefficacia, in ragione del circoscritto periodo di vigenza della disposizione (all’incirca pari ad una sessantina di giorni), è destinata a fulminare gli atti di impulso seguenti il pignoramento in cui si articola la fase preliminare all’autorizzazione alla vendita, senza che occorra nessuna reazione da parte dell’esecutato: il che vale, principalmente, per l’iscrizione a ruolo del procedimento, per il deposito dell’istanza di vendita nonché (in caso di creditore assai sollecito nell’incombente) per il deposito della documentazione ipocatastale[41].

Insomma, il regime dell’inefficacia non può che inferirsi, nuovamente in virtù di un’euristica di tipo sistematico, mutuando la disciplina dettata per tale situazione dalle regole generali codicistiche proprio in relazione agli atti dell’espropriazione[42].

E quindi: rilevabilità anche d’ufficio da parte del giudice dell’esecuzione, eventualmente a seguito di sollecitazione all’esercizio del potere rivolta dal debitore nei modi di cui all’art. 486 c.p.c.[43] (piuttosto che deducibilità tramite opposizione gli atti esecutivi); propagazione del vizio agli atti successivi e dipendenti dell’espropriazione, sino ad inficiare l’atto terminale della fase in cui è stata realizzata l’attività sanzionata da inefficacia[44].

L’aspetto innovativo del secondo periodo dell’art. 4 risiede allora nell’avere modificato il modo di emersione dell’inefficacia dell’atto, tendente alla liquidazione del bene pignorato, compiuto nel più acuto periodo di recrudescenza pandemica, come individuato dal decreto c.d. “Ristori”.

L’inidoneità di un atto esecutivo del genere a costituire il prodromo ed il fondamento del successivo sviluppo dell’espropriazione non è più esclusiva materia di un’opposizione agli atti, da proporre ad iniziativa del debitore nel rigoroso termine decadenziale fissato dall’art. 617 c.p.c.; in virtù dell’art. 4, secondo periodo, del d.l. n. 137 del 2020, tale circostanza può essere acquisita motu proprio e dichiarata dal giudice dell’esecuzione, in un più dilatato orizzonte temporale e con la derivante caducazione dell’atto inefficace e degli atti successivi dipendenti.

A ben vedere, si viene così ad attribuire un pregnante significato all’intervento legislativo, che rafforza la tutela del soggetto esecutato, assolto dall’onere dell’attivazione in tempi obiettivamente ristretti del rimedio ex art. 617 c.p.c. avverso atti violativi (se ed in quanto tendenti, pur in via mediata, alla liquidazione del bene) della stasi processuale regolata dall’art. 626 c.p.c. Insomma, la disciplina dettata dall’art. 4, secondo periodo, del  decreto c.d. “Ristori” presidia in modo assai più rigoroso la stasi del procedimento, rispetto alla corrispondente previsione (art. 54-ter) del decreto c.d. “Cura Italia”.

In definitiva, l’assetto di disciplina delle espropriazioni immobiliari sulle abitazioni principali del debitore che scaturisce dalla coordinata e complessiva lettura delle due norme emergenziali da ultimo citate può essere così riepilogato:

  • tutte le procedure pendenti al 30 aprile 2020 o promosse successivamente a tale data sono sospese sino al 31 dicembre 2020;
  • gli atti esecutivi con funzione lato sensu liquidatoria (inclusi quelli di impulso della fase preliminare alla vendita) compiuti dal 30 aprile 2020 sino al 24 ottobre 2020 sono inficiati da nullità, deducibile unicamente con l’opposizione agli atti da parte del debitore, con le modalità e nei termini prescritti dall’art. 617 c.p.c.;
  • gli atti esecutivi con funzione lato sensu liquidatoria (inclusi quelli di impulso della fase preliminare alla vendita) compiuti (nelle procedure in qualunque tempo avviate) dal 25 ottobre 2020 sino all’entrata in vigore della legge di conversione del decreto c.d. “Ristori”, sono, invece, colpiti da inefficacia, rilevabile anche ex officio dal giudice dell’esecuzione sino al termine della fase processuale di compimento dell’atto.

 

  1. Consigli pratici.

In una ridda di possibili interpretazioni diverse e di gravi conseguenze sull’esito del processo, l’operatore pratico – id est, il difensore del creditore – si pone una semplice domanda: “cosa devo fare oggi per pignorare un immobile?”.

A tale quesito tenteremo di dare una risposta che, prescindendo da cosa è “più giusto in diritto”, consenta di porre l’azione esecutiva al riparo da alcune “trappole”.

È ovvio che, di fronte alle letture più estreme (e, a nostro avviso, errate) della norma – secondo le quali sarebbe perfino precluso l’inizio del processo di espropriazione o, se intrapreso, sarebbe inesorabilmente destinato alla improcedibilità – l’unico concreto strumento disponibile è l’impugnazione del provvedimento giurisdizionale (con l’opposizione ex art. 617 c.p.c.), da esperire con la stessa tenacia del celebre mugnaio di Potsdam (non fino a Berlino ma, piuttosto, sino a Roma e, poi, a Strasburgo).

Tuttavia, le concrete difficoltà frapposte al creditore possono addirittura precedere l’inizio della procedura esecutiva.

Difatti, in alcune prassi applicative dell’art. 54-ter d.l. n. 18 del 2020 seguite nella scorsa primavera, gli ufficiali giudiziari – per giunta, fraintendendo la porta della disposizione (che, come detto, non sanciva affatto il divieto di pignorare) – rifiutavano di eseguire la notifica dell’atto di pignoramento immobiliare a meno che l’istante non inserisse, nel libello o in atto separato, una sorta di “autocertificazione” volta ad escludere la natura di abitazione principale del cespite da aggredire.

È probabile che, rinfocolate tali prassi da una distorta e incostituzionale lettura dell’art. 4, secondo periodo, d.l. n. 137 del 2020, nuovamente vengano opposti analoghi rifiuti.

I motivi per stigmatizzare simili condotte sono molteplici – tra gli altri, l’illegittima introduzione di un requisito suppletivo (la dichiarazione del creditore) per l’atto di pignoramento, oltretutto soggetto a una verifica extra ordinem dell’ausiliario del giudice – ma non è questo che ci interessa qui evidenziare: lo scopo di questo paragrafo è quello di suggerire concrete modalità per risolvere i problemi.

Di fronte all’impossibilità di compiere l’atto che segna l’inizio della procedura, il creditore ha tre opzioni: può arrendersi o, al contrario, può “combattere” (sottoponendo il rifiuto al vaglio giurisdizionale) oppure può essere “resiliente” (e soddisfare l’incongrua pretesa, senza però incorrere in conseguenze pregiudizievoli).

La prima strada sarà presumibilmente seguita da un creditore ipotecario che, in base ad un calcolo di convenienza, potrebbe decidere di soprassedere “in attesa di tempi migliori”, non correndo il rischio di un atto dispositivo compiuto dal debitore nelle more.

Di contro, per chi preferisce che sia un giudice a interpretare le norme e non l’Ufficio N.E.P., il rifiuto di «espletamento degli atti di esecuzione» opposto dall’ufficiale giudiziario può essere sottoposto a controllo giurisdizionale ai sensi dell’art. 60 c.p.c., con le modalità illustrate dalla Corte di legittimità: «L’art. 60 del codice di rito dispone che l’ufficiale giudiziario è civilmente responsabile quando, senza giustificato motivo, ricusa di compiere gli atti che sono a lui legalmente chiesti, oppure omette di compierli nel termine che, su istanza di parte, è fissato dal giudice dal quale dipende o dal quale è stato delegato. L’art. 108 del t.u. sull’ordinamento degli ufficiali giudiziari stabilisce che “l’ufficiale giudiziario non può ricusare il suo ministero; in caso di rifiuto, deve indicare per iscritto i motivi. Egli deve eseguire gli atti a lui commessi senza indugio e, comunque, non oltre il termine che eventualmente sia stato prefissato dall’autorità per gli atti da essa richiesti.”. [Perciò]… di fronte al rifiuto dell’ufficiale giudiziario di compiere atti del suo ufficio, la parte istante può rivolgersi al giudice dal quale l’ufficiale giudiziario dipende, perché fissi un termine entro il quale l’atto dell’ufficiale giudiziario sia compiuto; in questo modo, sarà fatta salva l’autonomia del funzionario di operare le proprie valutazioni, ma sarà anche rispettato l’interesse del creditore procedente ad un sollecito avvio dell’azione esecutiva»[45].

In breve – a prescindere dai profili di responsabilità disciplinare, penale (ex art. 328 c.p.) e risarcitoria (ex artt. 60 e 2043 c.c.) dell’ufficiale giudiziario – del sindacato sul rifiuto, necessariamente scritto e motivato, può essere investito, con apposito ricorso della parte creditrice, il giudice dal quale l’ausiliario dipende e, cioè, il presidente del tribunale (trattandosi di attività anteriore all’inizio del processo).

Il creditore “resiliente”, invece, dovrebbe accontentare l’ufficiale giudiziario rendendo la dichiarazione richiesta, ma – come si è detto – l’individuazione dell’abitazione principale presuppone un’attività di cognizione (in senso lato) spettante al giudice dell’esecuzione e, comunque, la conoscenza di elementi di fatto non autonomamente percepibili o verificabili dal creditore procedente[46].

Il tenore di tale fantomatica “autocertificazione” non può non tenere conto delle predette incertezze applicative e, dunque, il creditore potrebbe tranquillamente dichiarare che – per quanto a sua conoscenza e nell’ignoranza dell’attuale stato di occupazione dell’immobile – il bene pignorando non costituisce abitazione principale del debitore (così anche trascurando l’incerta definizione di questa).

Giova precisare, poi, che la mancata corrispondenza delle circostanze riportate (in una autocertificazione tanto assurda quanto inutile) alla realtà fattuale non può ex se determinare un vizio dell’atto di pignoramento immobiliare, nemmeno nell’ipotesi di creditore che dolosamente renda una falsa dichiarazione.

Superato il primo ostacolo e notificato il pignoramento (da trascrivere nei registri immobiliari per perfezionare l’atto, sebbene la pendenza del processo non dipenda da questa formalità), il creditore è tenuto, a norma dell’art. 557 c.p.c. ed entro 15 giorni, ad iscrivere a ruolo la procedura e a compiere ulteriori attività, prescritte a pena di inefficacia del pignoramento.

La norma ingenera un problema insormontabile per il creditore che lavora “al buio”, perché egli non può anticipatamente sapere se l’immobile colpito è un’abitazione principale oppure no e, dunque, legittimamente ignora – fino a provvedimento ricognitivo del giudice sui presupposti dell’art. 54-ter – se la procedura intrapresa è da intendersi sospesa (con correlata inefficacia degli atti compiuti dopo il 25 ottobre) o se la stessa deve proseguire normalmente.

La condotta del creditore, se improntata alla massima cautela, impone di operare considerando contemporaneamente tutti i possibili scenari: da un lato, ipotizzando l’inapplicabilità dell’art. 54-ter, deve rispettare tutti i termini previsti per far progredire la procedura; dall’altro, nella diversa ipotesi di applicabilità della disposizione e, quindi, di sospensione ex lege e di inefficacia automatica degli atti del processo compiuti dal 25 ottobre, deve riassumere la procedura e reiterare, nei termini processuali, gli atti i cui effetti siano stati fulminati.

L’iscrizione a ruolo costituisce il primo atto di impulso di una espropriazione pendente e, qualora sia stata pignorata, dopo il 25 ottobre 2020, un’abitazione principale (circostanza ignota, stante l’incertezza sulla sua definizione giuridica e sulla sussistenza dei presupposti di fatto per riconoscerla), detta iscrizione dovrebbe – secondo la tesi qui proposta – reputarsi colpita da inefficacia, rilevabile anche ex officio, ai sensi dell’art. 4, secondo periodo, d.l. n. 137 del 2020.

Il suggerimento, condiviso anche dai commentatori che hanno dato una diversa lettura della succitata norma[47], è nel senso di procedere comunque all’iscrizione a ruolo, in difetto della quale il pignoramento sarebbe inesorabilmente destinato all’inefficacia, indipendentemente da qualsivoglia interpretazione che il giudice dell’esecuzione voglia dare della disposizione.

Per le medesime ragioni (e, cioè, per ovviare a una sicura estinzione del processo), anche nelle procedure pendenti e non formalmente sospese con provvedimento giudiziale (il quale, ovviamente, eliderebbe ogni dubbio sull’applicabilità dell’art. 54-ter), il creditore procedente dovrebbe compiere gli ulteriori atti di impulso entro i termini prescritti dal codice di rito e, cioè, il deposito dell’istanza di vendita e della documentazione ipocatastale ex artt. 497 e 567 c.p.c.

Qualora il bene colpito non venga qualificato dal giudice alla stregua di «abitazione principale», il processo, correttamente incardinato, è destinato a proseguire senza che assumano alcun rilievo le disposizioni dettate dal legislatore dell’emergenza Covid-19.

Se, invece, venga riconosciuto (con provvedimento del giudice) che col pignoramento è stata aggredita una “prima casa” del debitore, A) la procedura deve considerarsi sospesa sino al 31 dicembre 2020 ai sensi dell’art. 54-ter d.l. n. 18 del 2020 e, proprio in base alla soluzione interpretativa qui offerta, B) tutti gli atti di impulso successivi al 25 ottobre 2020 (tranne il pignoramento, unico atto processuale superstite e, dal punto di vista sostanziale, idoneo a determinare gli effetti previsti dagli artt. 2913 ss. c.c.) devono ritenersi privi di effetti ai sensi dell’art. 4, secondo periodo, d.l. n. 137 del 2020.

In tale frangente e nella specifica ipotesi di inizio della procedura dopo la fatidica data del 25 ottobre 2020, il creditore si troverebbe, da un lato, a beneficiare della sospensione automatica sin dal momento della notifica del pignoramento (anche qualora i presupposti dell’art. 54-ter siano riconosciuti dal giudice a posteriori) e della corrispondente sospensione dei termini acceleratori (compresi quelli per dare impulso al processo), anch’essi sospesi sino alla riassunzione (dall’art. 626 c.p.c. si evince, infatti, il divieto di far progredire il processo); dall’altro, però, soffrirebbe dell’altrettanto automatica privazione di effetti dell’iscrizione a ruolo, della presentazione dell’istanza di vendita e del deposito della documentazione ipocatastale, trattandosi di atti di impulso compiuti dopo il 25 ottobre 2020.

L’ “uovo di Colombo” qui suggerito consiste nel trattare la procedura non formalmente sospesa come se invece lo fosse e, quanto agli atti successivi al 25 ottobre, nel considerarli tamquam non essent.

Spetta allora al creditore “cauto” l’onere di riassumere il processo, ma anche quello di rinnovare l’iscrizione a ruolo della procedura e di ridepositare gli atti di impulso successivi.

Si potrebbe anche sostenere che, con l’iscrizione a ruolo, il creditore manifesta l’inequivoca volontà di dare ulteriore corso alla procedura (come vuole l’art. 627 c.p.c.), ma una apposita esplicitazione toglierebbe ogni possibile dubbio: perciò, il consiglio è di re-iscrivere a ruolo, contestualmente presentando l’istanza di riassunzione.

Ancora, il creditore procedente dovrebbe procedere al ri-deposito dei successivi atti di impulso astrattamente colpiti da inefficacia, avendo l’accortezza di rispettare – con riferimento al dies a quo costituito dalla reiscrizione/riassunzione – il termine prescritto per il loro compimento.

Un esempio può meglio spiegare l’escamotage pratico:

  • il creditore che notifichi l’atto di pignoramento il 2.11.2020 è tenuto – a pena di inefficacia del gravame – a iscrivere a ruolo la procedura entro 15 giorni dalla riconsegna dei documenti, nonché a presentare l’istanza di vendita entro il 17.12.2020 e, poi, la documentazione ipocatastale entro il 15.2.2021;
  • qualora in un momento successivo (magari a distanza di molti mesi) il giudice riconosca che è stata colpita un’abitazione principale, la procedura deve comunque reputarsi automaticamente sospesa e l’iscrizione a ruolo e il deposito dell’istanza di vendita e dei documenti ex 567 c.p.c., se compiuti nel periodo interessato dall’art. 4, secondo periodo, d.l. n. 137 del 2020, sarebbero da considerare improduttivi di effetti;
  • pur non potendo conoscere le future determinazioni del giudice dell’esecuzione, il creditore deve quindi provvedere a rinnovare l’iscrizione a ruolo (depositando nuovamente tutti i documenti richiesti: atto di pignoramento, titolo esecutivo, precetto ed eventualmente nota di trascrizione) e, nel contempo, a riassumere il processo avanzando formale istanza per la sua prosecuzione;
  • la stasi della procedura, prevista dall’art. 54-ter, perdura fino all’istanza di riassunzione e impedisce il decorso dei termini ex artt. 497 e 567 c.p.c., sicché gli stessi riprendono a decorrere soltanto dopo la presentazione della richiesta di prosecuzione ex 627 c.p.c.;
  • conseguentemente, nei termini prescritti dagli artt. 497 (decorrente dalla riassunzione) e 567 (decorrente dall’istanza di vendita) c.p.c. il creditore è tenuto a ripresentare l’istanza di vendita e la documentazione ipocatastale, ovviando in tal modo all’inefficacia automatica ex 4, secondo periodo, d.l. n. 137 del 2020 e, nel contempo, rispettando le disposizioni codicistiche finalizzate alla celere progressione del processo esecutivo.

Infatti, la soluzione della re-iscrizione a ruolo supera l’obiezione secondo cui si può riassumere esclusivamente un processo già iscritto e la coeva riassunzione, oltre a rendere evidente la volontà del creditore di procedere, fa venir meno l’effetto sospensivo; il nuovo deposito degli atti “sana” l’inefficacia del precedente deposito.

È evidente che tutte le attività iniziali sono duplicate e che questo potrebbe essere del tutto superfluo in caso di riconosciuta inapplicabilità dell’art. 54-ter, ma – si ricorda – quod abundat non vitiat, mentre l’inerzia potrebbe avere un effetto esiziale sul processo.

Anche l’inconveniente dato dalla duplice iscrizione a ruolo appare facilmente superabile, persino nel disagevole sistema del processo esecutivo telematico: su disposizione del giudice il fascicolo informatico del secondo processo iscritto deve essere dal cancelliere “riunito” al primo, in modo da conservare integrale memoria delle attività svolte, dei termini in cui sono state compiute, degli atti colpiti da inefficacia, ecc.

Sempre dal punto di vista pratico, si consiglia massima prudenza nell’individuazione del termine per la riassunzione della procedura: nulla quaestio se il giudice dell’esecuzione lo ha specificamente fissato[48]; di contro, in caso di silenzio del giudicante – pur dovendosi nettamente propendere per la tesi che ravvisa nell’art. 627 c.p.c. la norma di riferimento, con conseguente previsione di un termine semestrale decorrente dal 31 dicembre 2020 – si osserva che, secondo alcune letture dottrinali, sarebbe applicabile alla fattispecie de qua l’art. 297 c.p.c. (disposizione che, invero, si trova nel libro che disciplina il processo di cognizione e non l’esecuzione forzata), sicché la richiesta di fissazione dell’udienza di prosecuzione dovrebbe intervenire entro il più breve termine di tre mesi dalla cessazione della causa di sospensione (cioè, dal 31 dicembre 2020). Nel dubbio circa la soluzione cui il giudice dovesse aderire, è preferibile avanzare l’istanza di riassunzione entro detto minor termine. 

***

Anche il difensore del debitore potrebbe porsi una domanda analoga a quella indicata all’inizio di questo paragrafo: “cosa devo fare oggi per tutelare l’esecutato in base al combinato disposto degli artt. 54-ter d.l. n. 18 del 2020 e 4 d.l. n. 137 del 2020?”.

L’automaticità della sospensione della procedura e l’inefficacia degli atti esecutivi successivi al pignoramento sono solo apparentemente sufficienti a consentire al debitore di fruire della “boccata d’ossigeno” offerta dalle predette norme.

Come già esposto, infatti, la mancanza di una definizione normativa della «abitazione principale» impone una verifica dei concreti presupposti applicativi della disposizione che può (rectius, deve) essere sì compiuta d’ufficio dal giudice dell’esecuzione, ma può essere sollecitata e agevolata dal soggetto passivo della procedura.

In tale ottica, al fine di ottenere più rapidamente la stasi del processo esecutivo, il debitore può avanzare una specifica istanza (a norma dell’art. 486 c.p.c.) di sospensione, invocando l’art. 54-ter e corredandola di documentazione – ad esempio, un certificato storico di residenza – idonea a dimostrare, quantomeno in via presuntiva, che l’immobile è adibito ad abitazione principale del debitore sin dal momento del pignoramento.

Allo stesso modo, cioè attraverso un’istanza esecutiva, l’esecutato dovrebbe sollecitare il giudice a prendere atto, con uno specifico provvedimento, della sterilizzazione degli effetti degli atti esecutivi compiuti successivamente al 25 ottobre 2020 e sino all’entrata in vigore della legge di conversione del d.l. n. 137 del 2020. Proprio perché l’inefficacia è comminata direttamente dalla legge, non è affatto necessaria, in quanto sovrabbondante, la proposizione di un’opposizione ex art. 617 c.p.c. per impugnare gli atti predetti; al contrario, l’esecutato è onerato di impiegare tale strumento processuale per sindacare, dopo la ripresa del processo, la legittimità degli atti procedurali che presuppongano la validità degli adempimenti prodromici posti in essere in violazione del disposto normativo.

     

       5. Conclusioni.

Come ampiamente desumibile dalle pagine che precedono, riteniamo che l’art. 4 del decreto “Ristori” rappresenti ad un tempo un’occasione mancata ed un ulteriore vulnus apportato a quel segmento della giurisdizione che presidia l’espropriazione forzata. Ciò perché le questioni poste dall’art. 54-ter erano tutt’altro che sopite, e perché il nuovo art. 4 – il cui tenore testuale non trova riscontro neanche nel più sciatto sunto di diritto processuale civile reperibile sul mercato – sarà certamente fonte di un imponente contenzioso, prestandosi a letture estreme che negano, addirittura, il diritto di agire in executivis, seppur per un periodo limitato. È intuitivo, quindi, che si cercherà di “tirare per la giacca” l’art. 4, attribuendogli un significato inevitabilmente variabile a seconda di chi lo invochi; il che, in un settore già intuitivamente assai conflittuale, non può che tradursi in un cospicuo incremento delle opposizioni esecutive.

Sarebbe stato in verità auspicabile – a fronte della rescrudescenza della pandemia da Covid-19 – un intervento mirato e possibilmente chiarificatore, anziché una approssimativa allitterazione normativa, con il carico aggiuntivo di una disposizione quasi incomprensibile, di cui proprio non si sentiva alcun bisogno.

Abbiamo proposto possibili soluzioni alle varie questioni, prendendo spunto da quel che le norme di cui agli artt. 54-ter e 4 “dicono” e, soprattutto, da quel che “non dicono”, avendo sempre di mira il miglior risultato possibile, ossia il coniugare la ratio legis con la tenuta del sistema, messa a dura prova dall’approssimazione del legislatore. Il risultato può anche sembrarci appagante, ma non è questo, ovviamente, il punto.

Siamo fermamente convinti che la strada percorsa dal legislatore emergenziale, nell’ambito dell’espropriazione forzata, sia non solo impervia per scelta e modalità (la scadente tecnica normativa utilizzata), ma anche per natura.

Lo scopo del processo esecutivo è quello di assicurare l’intervento statuale perché il creditore di una determinata prestazione realizzi il proprio interesse, a fronte dell’inadempimento di chi vi è tenuto. Se costui – già non in grado di farvi fronte (tanto da subire l’azione esecutiva) – è raggiunto da eventi straordinari e imprevedibili che non solo ne incrementano la situazione deficitaria uti singulus, ma che riguardano addirittura l’intera collettività (o una sua parte significativa, come avvenuto con la pandemia da Covid-19), non è certo con il congelamento della procedura esecutiva a suo carico, o addirittura col divieto di avviarla, che si tutela adeguatamente la sua posizione, perché tutto ciò ha un costo, sia in termini economici per il debitore stesso (anzitutto con la progressione del carico per interessi, che continuano a maturare – a differenza che nelle procedure concorsuali – anche pendente l’esecuzione singolare, ma non solo), sia per la collettività.

È evidente, infatti, che il frapporre ostacoli all’espropriazione della “prima casa” del debitore ne determina una decisa perdita di appeal per il ceto bancario, che potrebbe anche valutare un incremento del costo dei finanziamenti assistiti da ipoteca sulla stessa per fronteggiare le maggiori incertezze sul piano del recupero coattivo, o addirittura – in caso di stabilizzazione di tali opzioni normative – un abbandono del settore. Né, del resto, si è necessariamente al cospetto di creditori “forti” (banche, società finanziarie, ecc.), ben potendo restare incagliati in tali meandri soggetti assolutamente non strutturati (basti pensare al creditore occasionale, al lavoratore subordinato, al coniuge separato, ecc.). Non è da escludere che tali ultimi si trovino in difficoltà paragonabili a quelle del debitore esecutato e che facciano affidamento proprio nel supporto dello Stato per superarle, con l’esecuzione forzata in danno del proprio debitore; eppure, essi possono subire, ad opera dello stesso Stato, un ingiustificato trattamento deteriore (alla stessa stregua, cioè, dei creditori “forti”), con gravissime ed intuibili ricadute sul piano socio-economico.

Per non dire, poi, del rischio (puntualmente verificatosi nella prassi, purtroppo) che la stasi del processo esecutivo, così disposta, venga a colpire soggetti - gli aggiudicatari – non solo terzi rispetto al processo stesso, ma che hanno addirittura confidato nell’autorità e nell’autorevolezza dello Stato per investire il proprio denaro (se del caso, finanziando l’acquisto del bene, con i relativi costi): quale sia il costo futuro e prospettico di una così eclatante violazione dell’affidamento radicatosi in capo all’aggiudicatario – il cui ruolo, inutile dirlo, è indispensabile per il buon esito del procedimento – non siamo in grado di quantificarlo, ma è certamente enorme.

In realtà, non occorre stravolgere il sistema processuale per realizzare il pur apprezzabile obiettivo anelato dal legislatore emergenziale: è solo opportuno che le linee dell’intervento statale si muovano lungo la direttrice socio-assistenziale, a sostegno delle fasce più deboli della popolazione, predisponendo i mezzi per fronteggiare le esigenze di coloro che, nella generale difficoltà della situazione pandemica, si trovino per di più assoggettati all’azione esecutiva sulla casa di abitazione.

Si tratta, forse, di un’azione più complessa rispetto al mero spostamento dell’onere economico (derivante dalla sospensione) su quei soggetti – creditori, terzi interessati all’acquisto o (persino) già acquirenti – che hanno confidato nella forza e nell’organizzazione statuale per realizzare i propri legittimi interessi. Ma è certo un’azione più degna e, tutto sommato, senz’altro esigibile da uno Stato di diritto, come il n

 

[1] Tra i molti, sia consentito il rinvio – anche per i relativi richiami - al nostro L’art. 54-ter d.l. n. 18 del 2020 nel sistema dell’esecuzione forzata, in Riv. Esec. Forzata, 2020, 3, 794 ss.

[2] Sia permessa un po’ d’ironia: la rubrica sottende forse un riferimento estensivo della portata normativa anche ai beni mobili che si trovano nella prima casa del debitore? O vuol forse significare che vi sono procedure esecutive che si annidano nella prima casa del debitore e che vanno scovate, onde essere sospese? O, ancora, che il giudice dell’esecuzione, allorquando provvede in proposito, debba recarsi nella prima casa del debitore, pena l’invalidità del provvedimento adottato?

Parimenti sarcastico è Lamanna, Gli effetti negativi del Covid-19 sul linguaggio di chi scrive le leggi: la sospensione/inefficacia delle procedure esecutive sulla prima casa del debitore, in ilFallimentarista, 2.11.2020, 1, il quale – a proposito della «perla … di rara incompetenza grammaticale» – afferma «di non aver mai sentito parlare, prima d’ora, di procedure esecutive che si sospendano “nella prima casa”».

[3] Il d.l. n. 137 del 2020 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 28 ottobre 2020 e, all’art. 35, si sancisce che «il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale». Nella pratica, dunque, non si determina nessuna cesura sul piano temporale, giacché la modifica in discorso è entrata in vigore il 29 ottobre 2020; da tale data, il testo dell’art. 54-ter cit. è il seguente: «Al fine di contenere gli effetti negativi dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, in tutto il territorio nazionale è sospesa, fino al 31 dicembre 2020, ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare, di cui all’articolo 555 del codice di procedura civile, che abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore».

[4] Si resta davvero basiti laddove il legislatore fa riferimento ad un inesistente apparato processuale denominato «procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare … effettuata» da chicchessia.

Nello stesso senso, Lamanna, Gli effetti negativi del Covid-19 sul linguaggio di chi scrive le leggi: la sospensione/inefficacia delle procedure esecutive sulla prima casa del debitore, in ilFallimentarista, 2.11.2020, 1: «Il nuovo art. 4 ci elargisce anche altre nuove espressioni tanto immaginifiche, quanto improprie, tipo “(procedura) inefficace” o “(procedura) effettuata”».

[5] Si veda, al riguardo, l’analisi condotta al § 2.

[6] Il riferimento è, ancora, al nostro al nostro L’art. 54-ter d.l. n. 18 del 2020 nel sistema dell’esecuzione forzata, in Riv. Esec. Forzata, 2020, 3, 794 ss.

[7] Così come riformulato dalla legge 11 febbraio 2019, n. 12, nonché dalla legge 28 febbraio 2020, n. 8, essendosi prevista come regola generale la postergazione del rilascio all’emanazione del decreto di trasferimento.

[8] Cass. 3.11.2016, n. 22191.

[9] Cass. 19.2.2020, n. 4166.

[10] Cass. 21.6.2017, n. 15444; Cass. 17.4.2018, n. 9429.

[11] In proposito, Cass. 5.6.2020, n. 10808.

[12] Si veda, al riguardo la «Circolare informativa relativa all’applicazione dell’art 54 ter del decreto legge n. 18/2020 convertito dalla Legge n. 27 del 24 Aprile 2020 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 29 Aprile 2020», adottata dal Tribunale di Bologna il 2 maggio 2020.

[13] Il che vale, come meglio si dirà infra, anche per il regime temporale compreso tra il 25 ottobre 2020 e la data dell’entrata in vigore della legge di conversione del “decreto Ristori”. 

[14] Cfr. il § 3..

[15] La locuzione è stata ostinatamente riutilizzata dal legislatore del “decreto Ristori”, come infra meglio si dirà.

[16] E’ opportuno di evidenziare come detta norma – che prevede attualmente la sospensione delle esecuzioni per rilascio di immobili fino al 31 dicembre 2020 - non sia applicabile all’attuazione dell’ordine di liberazione ex art. 560 c.p.c. In tal senso, Trib. Reggio Calabria, ord., 15.5.2020, edita su questa Rivista.

[17] Cass. 20.4.2015, n. 7998: «Il pignoramento, pur componendosi di due momenti processuali, cui corrispondono i due diversi adempimenti della notifica dell’atto al debitore esecutato e della sua tra-scrizione nei registri immobiliari, è strutturato come fattispecie a formazione progressiva, nella quale, mentre la notificazione dell’ingiunzione al debitore segna l’inizio del processo esecutivo (e produce, tra gli altri effetti, quello dell’indisponibilità del bene pignorato), la trascrizione ha la funzione di completare il pignoramento, non solo consentendo la produzione dei suoi effetti sostanziali nei confronti dei terzi e di pubblicità notizia nei confronti dei creditori concorrenti, ma ponendosi anche come presupposto indispensabile perché il giudice dia seguito all’istanza di vendita del bene».

[18] Cass. 8.2.2019, n. 3709: «Una delle componenti che concorre in modo significativo all’efficienza delle vendite giudiziarie è rappresentata dalla tutela dell’aggiudicatario. Infatti, la partecipazione ad un’asta giudiziaria sarà tanto più “appetibile”, quanto minori siano le incertezze in ordine alla stabilità degli effetti dell’aggiudicazione. La prospettiva di un acquisto stabile e sicuro attira un più elevato numero di partecipanti all’asta e determina una più animata competitività nella gara, e quindi, si traduce, in ultima analisi, in un maggior ricavo in minor tempo. … Il favor legis di cui gode l’aggiudicatario, anche provvisorio, non trova la propria giustificazione nell’esigenza di tutela di una posizione giuridica individuale, bensì nell’interesse generale – di matrice pubblicistica – alla stabilità degli effetti delle vendite giudiziarie, quale momento essenziale per non disincentivare la partecipazione alle aste e quindi per garantire la fruttuosità delle stesse, in ossequio del principio costituzionale di ragionevole durata del processo.».

[19] Cass. 2.4.2014, n. 7708, che, in riferimento al contenuto del bando di vendita, richiama il principio generale di tutela dell’affidamento dell’acquirente in executivis: «È l’atto riguardo al quale l’aggiudicatario forma il suo consenso o deve potere fare affidamento per formarlo, anche in quanto proveniente da un ufficio giudiziario all’esito di un’attività che si presume la più corretta – oltre che imparziale – possibile, siccome disinteressatamente volta alla attuazione oggettiva di un diritto per esigenze superiori di corretto funzionamento dello schema di trasformazione di un cespite del patrimonio del debitore nel denaro necessario al soddisfacimento dei suoi debiti.»; Cass. 29.5.2015, n. 11171, secondo cui vanno «mantenute non solo l’uguaglianza e la parità di condizioni iniziali tra tutti i potenziali partecipanti alla gara, ma pure l’affidamento di ognuno di loro sull’una e sull’altra e, quindi, sulla trasparenza, coerenza ed immutabilità delle condizioni tutte: trasparenza, coerenza ed immutabilità che sole possono scongiurare non solo le reali perturbazioni ex post della regolarità della gara stessa e della genuinità del suo esito, ma anche il solo rischio di esse e, così, l’alterazione delle determinazioni di ciascun potenziale offerente circa la sua partecipazione alla gara e quindi dell’accesso dell’indifferenziato pubblico alla medesima.».

[20] Non è da escludere peraltro che il termine del 31 dicembre 2020 sia ulteriormente prorogato, in prossimità della sua scadenza.

[21] Alle abituali considerazioni addotte a suffragio della natura processuale dell’atto (sulle quali cfr. A.M. SOLDI, La sospensione della espropriazione immobiliare ai tempi del coronavirus, cit.) si aggiunge, con riferimento al caso specifico, il rilievo strumentale del versamento del saldo rispetto alla liquidazione del compendio pignorato: “versare il saldo significa consentire il trasferimento e chiudere allora la fase liquidativa” (testualmente, A. CRIVELLI, La gestione dell’ufficio esecuzioni in epoca di pandemia (con speciale riferimento alla sospensione dei procedimenti espropriativi), cit., 339).

[22] Ritenendo non operante la sospensione per il termine del saldo prezzo, eventuali difficoltà occorse all’aggiudicatario in conseguenza della pandemia potrebbero, al più, giustificare una richiesta di rimessione in termini (in proposito, Cass. 10.12.2019, n. 32136) previa dimostrazione che il ritardo (dal quale discende la decadenza) nel versamento del saldo prezzo sia dipeso da cause non imputabili. Per la illustrazione della tesi, vedi, si vis, G. FANTICINI - S. LEUZZI - R. ROSSI - S. SAIJA, L’art. 54 ter d.l. n. 18 del 2020 nel sistema dell’esecuzione forzata, cit..

[23] Soldi, La sospensione della espropriazione immobiliare ai tempi del coronavirus, in Judicium, 19.5.2020; Sassani-Capponi-Panzarola-Farina, Sulla sospensione delle espropriazioni immobiliari aventi ad oggetto l’abitazione principale del debitore, in Judicium, 20.5.2020.

[24] Tra l’altro, nel sostenere che il decreto di trasferimento non potrebbe essere emesso perché esso condurrebbe alla liberazione del cespite (esito non voluto dal legislatore per contenere l’epidemia) si omette di considerare che l’ordine di liberazione potrebbe (anzi, dovrebbe) essere emanato e attuato anche in pendenza di una procedura sospesa a norma dell’art. 54-ter: si pensi, infatti, alle ipotesi contemplate dall’art. 560, comma 6, primo periodo, c.p.c. nelle quali il provvedimento assume funzione conservativa del cespite pignorato (consentita dall’art. 626 c.p.c. in costanza di sospensione) rispetto a condotte che mettano a rischio o pregiudichino la sua integrità o conservazione.

[25] L’art. 187-bis disp. att. c.p.c. fa espressamente salvi gli effetti dell’aggiudicazione in caso di estinzione o chiusura anticipata dell’espropriazione.

Le stesse Sezioni Unite della Suprema Corte (Cass., Sez. Un., 28.11.2012, n. 21110) hanno affermato che proprio in virtù della predetta norma, centrale nel microcosmo dell’esecuzione forzata, il bilanciamento tra l’interesse del debitore ingiustamente sottoposto ad esecuzione (in forza di un titolo successivamente caducato o, addirittura, ab origine insussistente) a conservare la titolarità del bene staggito e quello dell’aggiudicatario ad ottenerne il trasferimento “promesso” al momento dell’aggiudicazione, la preferenza va accordata ex lege alla tutela dell’affidamento del secondo sulla stabilità della vendita giudiziaria, che da quell’aggiudicazione prende le mosse.

[26] Così, espressamente, Cass., Sez. Un., 28.11.2012, n. 21110.

[27] Allo ius ad rem fanno riferimento, ex multis, Cass. 17.2.1995, n. 1730, Cass. 13.7.2004, n. 12969, Cass. 30.6.2014, n. 14765, Cass. 7.3.2017, n. 5604, Cass. 8.2.2019, n. 3709.

[28] Cass. 20.5.1993, n. 5751: l’aggiudicatario «gode di un’aspettativa o di un diritto al diritto (Recht zur Recht) per ottenere il trasferimento, aspettativa anch’essa giuridicamente tutelata».

[29] Così si legge in Cass. 10.6.2020, n. 11116.

[30] Cass. 9.5.2019, n. 12238: “L’ordinanza collegiale pronunciata all’esito del reclamo ai sensi dell’art. 591 ter c.p.c. avverso gli atti pronunciati dal giudice dell’esecuzione nel corso delle operazioni di vendita per espropriazione di immobili delegate al professionista ex art. 591 bis c.p.c., non ha natura né decisoria, nè definitiva e, come tale, non è suscettibile di passare in giudicato, sicchè non è impugnabile con ricorso per cassazione, né ordinario, né straordinario ai sensi dell’art. 111, comma 7, Cost.”.

[31] L’ipotesi sviluppata nel testo attiene al caso che, ovviamente, il provvedimento del giudice dell’esecuzione non sia stato adottato nell’ambito del procedimento ex art. 591-ter c.p.c., giacché nel caso opposto i rimedi sono procedimentalizzati nel senso disposto dallo stesso art. 591-ter.

[32] Acutamente, osserva Lamanna, Gli effetti negativi del Covid-19 sul linguaggio di chi scrive le leggi: la sospensione/inefficacia delle procedure esecutive sulla prima casa del debitore, in ilFallimentarista, 2.11.2020, 3, che  «l’unica spiegazione che mi sovviene, per quanto francamente poco plausibile, è che il redattore della norma abbia sbagliato … nell’effettuare i calcoli relativi al termine finale del semestre di durata della sospensione disposta da tale norma … [e] che abbia pensato che la data terminale del semestre di sospensione fosse quella del 24 ottobre»; infatti, l’art. 54-ter è stato introdotto dalla legge 24 aprile 2020, n. 27 «per la durata di sei mesi a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione» del d.l. 17 marzo 2020, n. 18 ed è possibile che il disattento e sciatto legislatore dell’emergenza, con un grave strafalcione, abbia preso a riferimento la data di adozione della disciplina legislativa, anziché quella della sua entrata in vigore (il 30 aprile 2020) a seguito della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 110 del 29 aprile 2020.

[33] Aggiungono Sassani-Capponi-Panzarola-Farina, Il decreto ristori e la giustizia civile. Una prima lettura, in Judicium, 3.11.2020, «È anche doveroso segnalare la singolarità di una previsione legislativa che vede cessata la sua efficacia precettiva nel tempo per effetto dell’entrata in vigore della legge di conversione che dovrebbe servire ad impedire che la norma stessa decada.».

[34] Sassani-Capponi-Panzarola-Farina, Il decreto ristori e la giustizia civile. Una prima lettura, in Judicium, 3.11.2020: «Dato di partenza è che la “inefficacia” (che di norma riguarda un atto) non può interessare intiere procedure esecutive bensì l’atto del pignoramento, ove “effettuazione” va letta come “compimento”».

[35] Cesare, Riflessi ed illusioni del divieto di pignoramento dell’abitazione principale sul sovraindebitamento nel Decreto Ristori, in ilFallimentarista, 30.10.2020; Lamanna, Gli effetti negativi del Covid-19 sul linguaggio di chi scrive le leggi: la sospensione/inefficacia delle procedure esecutive sulla prima casa del debitore, in ilFallimentarista, 2.11.2020, 2; Sassani-Capponi-Panzarola-Farina, Il decreto ristori e la giustizia civile. Una prima lettura, in Judicium, 3.11.2020; Auletta, Proroga della sospensione ex art. 54-ter e inefficacia dei pignoramenti sulla prima casa: qualche riflessione a prima lettura, in IlProcessocivile, 5.11.2020.

[36] Non ci sembra affatto condivisibile la tesi sostenuta da Sassani-Capponi-Panzarola-Farina, Il decreto ristori e la giustizia civile. Una prima lettura, in Judicium, 3.11.2020, secondo i quali «è verosimile ritenere che gli unici pignoramenti fatti salvi siano quelli iscritti a ruolo prima del 25 ottobre» perché afferenti a procedure esecutive pendenti (e, quindi, già iscritte a ruolo) a quella data. Detta impostazione non tiene conto, infatti, né del disposto dell’art. 491 c.p.c., né della struttura dell’atto di pignoramento immobiliare: la pendenza dell’espropriazione non dipende dalla sua iscrizione a ruolo, ma piuttosto dal compimento dell’atto che ne segna l’esordio; in proposito, la giurisprudenza di legittimità ha univocamente stabilito che «il pignoramento è l’atto d’inizio del processo esecutivo e che, per quanto riguarda l’espropriazione immobiliare, la pendenza dell’esecuzione si ha dal momento in cui il pignoramento viene notificato» (Cass. 20.4.2015, n. 7998; nello stesso senso, Cass. 8.3.2017, n. 5780, e Cass. 28.7.2017, n. 18758).

[37] Anche nel recente intervento il legislatore mostra di avere non poche difficoltà con le preposizioni. Dopo lo stravolgimento della preposizione semplice “per” operato dall’art. 54-ter (impudentemente ripetuto dall’art. 4 in disamina), è ora la volta della preposizione articolata “nella”, normalmente introduttiva, secondo basilari regole grammaticali, di un complemento di stato in luogo. Se dunque si accedesse ad una rigida interpretazione letterale, dovrebbe concludersi nel senso che il legislatore abbia inteso disciplinare una (improbabile) procedura espropriativa che (con tutti i suoi protagonisti) si svolga “in house”, ovvero all’interno dell’immobile pignorato, eventualità oltremodo contrastante con l’esigenza di prevenire la diffusione del contagio epidemiologico.

[38] Fornendo un’interpretazione autonoma del concetto di «bene» – nell’ambito del quale viene incluso tutto ciò che abbia un valore economicamente valutabile – la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha esteso il campo di applicazione della norma ricomprendendovi non solo la proprietà di beni mobili ed immobili e d i diritti reali, ma anche i diritti derivanti da decisioni giudiziarie: nella sentenza C. Dir. Uomo, Raffinieries Grecques Strane & Stratis Andreadis c. Grecia, n. 13427/87, 9 dicembre 1994, § 61, si è stabilito che il lodo arbitrale che riconosce il diritto dei ricorrenti alla percezione di una determinata somma costituisce un «bene» ai sensi dell’art. 1; analogamente, in C. Dir. Uomo, Kotov c. Russia, [GC], n. 54522/00, 3 aprile 2012, la Corte afferma di «avoir toujours qualifié de “bien”, au sens de l’article 1 du Protocole no 1 à la Convention, toute créance pécuniaire fondée sur une décision de justice définitive (“judgment debt”)»; nella decisione C. Dir. Uomo, De Luca c. Italia, n. 43870/04, 24 settembre 2013, si è riconosciuta la violazione dell’art. 1 del Protocollo Addizionale in presenza di un credito certo, liquido ed esigibile avente titolo in una sentenza definitiva, affermando che «une “créance peut constituer un “bien” au sens de l’article 1 du Protocole no 1 si elle est suffisamment établie pour être exigible».

[39] Sassani-Capponi-Panzarola-Farina, Il decreto ristori e la giustizia civile. Una prima lettura, in Judicium, 3.11.2020: «Impedire al creditore – seppure per un limitato periodo di tempo (ma, anzi, proprio questa circostanza rende del tutto incomprensibile la scelta) – di servirsi di tale fondamentale funzione conservativa del pignoramento non pare, in effetti, facilmente conciliabile con il principio costituzionale dell’effettività del diritto di azione. Né, ovviamente, trattandosi di impedire l’esecuzione forzata che può essere iniziata sulla base di un titolo esecutivo, si può replicare a tale dubbio adducendo l’esistenza della tutela cautelare che, in tale contesto, dovrebbe dirsi certamente inservibile attesa la risaputa inammissibilità di un sequestro conservativo a favore del creditore che sia già in possesso di un titolo esecutivo giudiziale. … La scelta del legislatore di vietare tout court, ancorché temporaneamente, i pignoramenti dell’abitazione principale del debitore appare …, molto probabilmente, contraria a precise previsioni costituzionali … Instradare la procedura verso un esito che potrebbe non essere così scontato attesi i più fondati dubbi di legittimità costituzionale della nuova previsione che si sta esaminando».

[40] Non è attinta dall’inefficacia in discorso la trascrizione del pignoramento, in quanto essa non costituisce atto procedurale successivo, quanto piuttosto elemento perfezionativo del pignoramento stesso, con effetti sostanziali di opponibilità dell’atto ai terzi ex artt. 2913 ss. c.c.; v., in proposito, Cass. 20.4.2015, n. 7998.

[41] Per detti adempimenti, integranti veri e propri passaggi obbligati verso la messa in vendita del bene pignorato, il codice di rito fissa a carico del ceto creditorio termini acceleratori ad effetto perentorio: 15 giorni dalla consegna dell’atto di pignoramento, per l’iscrizione a ruolo del procedimento (art. 557 c.p.c.); 45 giorni dal perfezionamento della notifica dell’atto di pignoramento, per il deposito dell’istanza di vendita (art. 497 c.p.c., come letto da Cass. 28.7.2017, n. 18758); 60 giorni dal deposito dell’istanza di vendita, per il deposito della documentazione ipocatastale (art. 567, comma 2, c.p.c.).

[42] In special modo, dagli artt. 562 e 567 c.p.c.

[43] Con l’indubbio vantaggio di una notevole semplificazione delle forme, bastando a conseguire la declaratoria di inefficacia una semplice istanza esecutiva, in luogo della (per tante ragioni) più onerosa proposizione di un’opposizione agli atti ex art. 617 c.p.c.

[44] Ad esempio, se l’atto posto in essere nel periodo di inibizione legale è costituito dall’iscrizione a ruolo del procedimento o dal deposito dell’istanza di vendita, l’inefficacia (ove non precedentemente dichiarata) inficerà l’ordinanza di vendita resa ai sensi dell’art. 569 c.p.c. o l’ordinanza di delega ai sensi dell’art. 591-bis c.p.c., alla prima equipollente.

In senso diverso si esprime però Auletta, Proroga della sospensione ex art. 54-ter e inefficacia dei pignoramenti sulla prima casa: qualche riflessione a prima lettura, in IlProcessocivile, 5.11.2020, ad avviso del quale «essendo transitorie le esigenze di tutela avute di mira» dalla disposizione, la portata dell’inefficacia deve reputarsi temporalmente circoscritta, ragion per cui «una volta che tale situazione emerga successivamente alla data della conversione in legge del decreto» la procedura potrà avere ulteriore corso.

L’opinione non è condivisibile, per una duplice ragione: per un verso, essa opera una indebita commistione tra l’arco temporale in cui è sanzionato con l’inefficacia il compimento di atti esecutivi e il periodo in cui la stessa può essere dedotta o rilevata; d’altro canto, conduce ad una surrettizia ed ingiustificata limitazione della portata operativa della norma, atteso che, in ragione dell’ineludibile iato tra compimento dell’atto inefficace ed emersione nel procedimento dell’inefficacia, risulterebbe ben difficile irrogare la comminatoria stabilita dal secondo periodo dell’art. 4 agli atti compiuti in prossimità dell’approvazione della legge di conversione, termine ultimo di vigenza della disposizione.

[45] Così Cass. 12.3.1992 n. 3030; analoghe statuizioni si rinvengono in Cass. 21.3.2008, n. 7674, Cass. 30.9.2015, n. 19573 e Cass. 6.3.2018, n. 5175.

[46] Sassani-Capponi-Panzarola-Farina, Il decreto ristori e la giustizia civile. Una prima lettura, in Judicium, 3.11.2020: «È sin troppo evidente, infatti, non solo che la circostanza di fatto cui è ricollegato l’operare della causa di inefficacia non si presta ad un accertamento oggettivo ed incontestabile (lo dimostra quanto i vari giudici dell’esecuzione hanno previsto nel periodo immediatamente successivo all’entrata in vigore dell’art. 54-ter in ordine agli accertamenti, in massima parte rimessi ai custodi, da svolgersi relativamente alla situazione abitativa del debitore esecutato).».

[47] Sassani-Capponi-Panzarola-Farina, Il decreto ristori e la giustizia civile. Una prima lettura, in Judicium: «La circostanza per cui il pignoramento notificato prima del 25 ottobre ma non ancora iscritto a ruolo sia destinato … ad essere dichiarato inefficace se avente ad oggetto l’abitazione principale del debitore non implica che il creditore debba disinteressarsi della iscrizione a ruolo stessa. … Pare sconsigliabile destinare il pignoramento ad una sicura inefficacia per mancata e/o tardiva iscrizione a ruolo piuttosto che instradare la procedura verso un esito che potrebbe non essere così scontato attesi i più fondati dubbi di legittimità costituzionale della nuova previsione.».

[48] Ma v. supra, § 2.10.