Nelle esecuzioni forzate (ordinarie) l’avviso di vendita non va notificato al debitore esecutato

Commento a Trb. Torre Annunziata, ordinanza del 12 ottobre 2020, Est. Anna Maria Diana

All’esito della riforma della procedimento per espropriazione immobiliare introdotto dal d.l. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con l. 14 maggio 2005, n. 80 non è più obbligatoria la notifica dell’avviso di vendita all’esecutato, non prevista né dall’art. 591 bis c.p.c., in tema di delega delle operazioni di vendita, nè dagli artt.  570 e 576 c.p.c., che disciplinano rispettivamente l’avviso di vendita nella vendita senza incanto e con incanto, a meno che l’ordinanza di vendita e di delega delle relative operazioni non lo preveda.

 

  1. Il caso e la decisione del Tribunale di Torre Annunziata.

In una procedura esecutiva per espropriazione immobiliare il debitore esecutato promuoveva opposizione agli atti esecutivi avverso l’avviso di vendita predisposto dal professionista delegato[1] lamentando che l’atto, in violazione delle prescrizioni contenute nell’ordinanza di vendita, non gli era stato preventivamente notificato nel termine di 30 giorni prima della scadenza del termine fissato per la presentazione delle offerte di acquisto.

Nel rigettare l’opposizione il giudice dell’esecuzione evidenzia in primis che l’obbligo di notifica dell’avviso di vendita non è previsto in alcuna disposizione normativa, né dall’art. 591-bis c.p.c. in tema di delega delle operazioni di vendita, né dagli artt.  570  e 576  c.p.c.,  che disciplinano rispettivamente l’avviso di vendita nei modelli senza e con incanto.

Aggiunge inoltre che la riforma del 2005 rende ormai superato l’indirizzo giurisprudenziale (ribadito da Cass 5.3.2009 n. 5341, la quale, a sua volta, faceva proprio il precedente costituito da Cass. 12.12.2003 e Cass. 13.10.2009 n. 21682) secondo il quale, pur in difetto di una esplicita previsione normativa, sarebbero nulle le vendite immobiliari in caso di omessa notifica al debitore dell'ordinanza di fissazione della vendita, posto che detta omissione impedirebbe all'esecutato di richiedere la conversione del pignoramento. Invero, osserva l’ordinanza in commento,  dopo la riformulazione dell’art. 495 c.p.c. operata dalla “novella” del 2005, poiché la conversione del pignoramento può essere richiesta "prima che sia disposta la vendita" e non più "in qualsiasi momento anteriore alla vendita", la mancata comunicazione dell’avviso di vendita (che segue l’udienza in cui la vendita è disposta a norma dell’art. 569 c.p.c.) è irrilevante ai fini della conversione, poiché interviene quando il termine processuale è ormai spirato.

La pronuncia in esame esclude altresì che l’esperimento di vendita possa essere inficiato dal fatto che la previa notificazione dell’avviso di vendita fosse prescritto dall’ordinanza di vendita emessa dal giudice dell’esecuzione. Sottolinea, sotto questo profilo, che secondo l’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità[2] con l’opposizione agli atti esecutivi l’opponente non può limitarsi a denunciare la mera violazione di una norma processuale (come, nel caso di specie, la mancata comunicazione dell'avviso di vendita), dovendo altresì allegare quale pregiudizio sostanziale ne abbia concretamente ricevuto, il che nel caso di specie non era avvenuto. In ogni caso, conclude, gli avvisi di vendita erano stati ritualmente notificati nel rispetto delle prescrizioni impartite dal giudice dell’esecuzione.

 

  1. L’avviso di vendita. Natura, funzione e pubblicità.

L’approdo cui è giunto il Tribunale campano, che si colloca nel solco del prevalente convincimento della dottrina[3] e della giurisprudenza di merito[4], appare condivisibile sia per motivi di carattere testuale che per ragioni d’ordine sistematico, i quali plasticamente emergono dall’analisi della natura, della funzione e delle regole pubblicitarie cui l’avviso di vendita soggiace.

Una delle prime e più importanti attività del professionista delegato attiene certamente alla predisposizione dell’avviso di vendita[5].

La sua natura giuridica non è pacifica in dottrina. L’opinione dominante[6], ritiene che non si tratti di una offerta al pubblico, ma di una provocatio ad offerendum; altri osserva che si tratterebbe di una offerta a contrattare in incertam personam[7], ma siffatta ricostruzione non pare condivisibile poiché così argomentando l’aggiudicazione comporterebbe il trasferimento della proprietà secondo la previsione di cui all’art. 1326 c.c., effetto che invece si determina solo con l’emissione del decreto di trasferimento, nelle vendite immobiliari, o con il versamento del saldo, nelle espropriazioni mobiliari[8].

Quale che sia la ricostruzione dogmatica dell’atto, non pare revocabile in dubbio che la sua funzione si sostanzi nel porre la platea dei potenziali acquirenti in condizione di conoscere la vendita, e dunque di valutare l’opportunità di concorrervi. La mancanza dell’avviso o della sua pubblicità nelle forme disposte dal giudice determina infatti l’improcedibilità della vendita stessa e la invalidità del conseguente decreto di trasferimento[9]. Ovviamente, trattandosi di un error in procedendo, esso dovrà essere fatta valere nel termine di venti giorni, ex art. 617 c.p.c.

Secondo l’art. 570 c.p.c. l’avviso di vendita deve contenere:

  1. Le indicazioni necessarie per la individuazione del bene secondo i parametri stabiliti dall’art. 555 c.p.c., e quindi: natura (terreno o fabbricato), estremi catastali e tre confini;
  2. Le indicazioni di cui all’art. 576 (numero dei lotti; prezzo base; offerta minima, giorno e ora degli esperimenti di vendita; termine che deve decorrere tra pubblicità e vendita; termine per la presentazione delle offerte; ammontare della cauzione e aumento minimo da apportare alle offerte; termine per il pagamento del saldo prezzo);
  3. L’avvertimento della avvenuta pubblicazione della perizia di stima su uno o più siti internet;
  4. Nome e recapito telefonico del custode;
  5. L’avvertimento che maggiori informazioni possono essere acquisite presso il custode;
  6. L’indicazione della destinazione urbanistica dei terreni con la descrizione degli eventuali profili di irregolarità urbanistica esistenti e l’avvertimento che l’acquirente potrà usufruire della sanatoria di legge, ove l’irregolarità sia sanabile (art. 173 quater disp. att. c.p.c.).

Quanto alle formalità pubblicitarie, l’originaria formulazione dell’art. 490 c.p.c. prevedeva che prima della scadenza del termine fissato per la presentazione delle offerte ai sensi dell’art. 571 c.p.c. (oppure della data fissata per l’incanto) l’avviso di vendita (il cui contenuto è descritto dall’art. 570 c.p.c.) dovesse essere obbligatoriamente pubblicato: per tre giorni consecutivi nell’albo del Tribunale; su un sito internet specializzato e sui quotidiani d’informazione locale a maggiore diffusione nella zona interessata almeno 45 giorni prima della scadenza del termine per il deposito delle offerte di acquisto.

L’art. 13, comma 1 let. b) n. 1 del d.l. n. 83/2015 ha riscritto il comma 1 dell’art. 490 c.p.c., sostituendo alla ormai inutile (ammesso che lo sia mai stata) pubblicazione dell’avviso di vendita all’albo del Tribunale quella sul sito internet del Ministero della giustizia, in un’area denominata “Portale delle vendite pubbliche”. Il n. 2 della citata let. b) ha poi previsto che l’effettuazione della pubblicità sui quotidiani sia rimessa all’apprezzamento discrezionale del giudice dell’esecuzione, il quale decide anche su istanza del creditore procedente o dei creditori intervenuti, e che la pubblicità commerciale non sia più complementare, ma alternativa a quella sui quotidiani.

 

  1. La notificazione dell’avviso di vendita all’esecutato nelle esecuzioni ordinarie ed in quelle esattoriali.

Dalla sintetica disamina della disciplina dell’avviso di vendita appena compiuta, si ricava il dato per cui esso non è stato concepito, dal legislatore codicistico, come rivolto al debitore, o in generale alle parti della procedura esecutiva. L’avviso di vendita nasce per “parlare” al mercato, e tanto si evince sia dallo scrutinio delle formalità pubblicitarie cui è sottoposto, sia dai contenuti che lo caratterizzano, e che si risolvono nella indicazione di informazioni che sono già nel patrimonio conoscitivo del debitore, fatta salva la data della vendita e quella del termine ultimo per la formulazione delle offerte di acquisto, e che sono rese note alla platea dei potenziali interessati per consentire loro di valutare la convenienza di una eventuale offerta di acquisto.

Il fatto dunque che, come correttamente osservato dall’ordinanza in esame, nessuna norma preveda la comunicazione o la notificazione dell’avviso di vendita al debitore esecutato non è ascrivibile ad una lacuna normativa, ma costituisce il precipitato dell’assunto per cui questa comunicazione si risolverebbe in un formalismo mero, non essendo in alcun modo ancillare rispetto alle prerogative processuali che il debitore può esercitare in seno alla procedura esecutiva.

Un ragionamento diverso va compiuto a proposito delle espropriazioni così dette esattoriali.

In relazione ad esse, infatti, è stato osservato che “la nullità della notifica dell'avviso di vendita al debitore esecutato, in quanto posta a tutela del diritto al contraddittorio, si estende agli atti consequenziali della procedura e ai provvedimenti di trasferimento del bene pignorato, non operando la regola di protezione dell'acquisto dell'aggiudicatario dettata dall'art. 2929 cod. civ., che presuppone la validità dell'intero sub-procedimento di vendita"[10]. In questo specifico ambito le conclusioni cui è giunta la Corte di legittimità sono condivisibili in quanto nelle esecuzioni esattoriali la notifica dell’avviso di vendita è espressamente prevista dall’art. 78, comma 2 d.P.R. 602/1973 quale elemento consustanziale al pignoramento stesso, tanto è vero che, come il pignoramento, esso soggiace a trascrizione, che addirittura precede la stessa notificazione, così invertendosi la scansione temporale descritta dall’art. 555 c.p.c. Ergo, in questo speciale procedimento esecutivo la omessa notifica dell’avviso di vendita equivale alla omessa notifica dell’atto di pignoramento.

 

  1. L’interesse a dedurre l’omessa notifica dell’avviso di vendita.

Affermato che nelle esecuzioni ordinarie nessuna norma prevede la notifica dell’avviso di vendita e che un siffatto onere non è ricavabile dalla complessiva disciplina dell’espropriazione forzata, la sentenza in commento aggiunge che neppure quando la notifica dell’avviso di vendita sia prescritta dall’ordinanza di vendita, la sua omissione si risolve, ipso facto nella illegittimità del procedimento, ove non si deduca lo specifico pregiudizio al bene della vita che dalla omissione sia derivato, pregiudizio che difficilmente può essere configurato in capo all’esecutato, al quale è inibita peraltro la presentazione delle offerte di acquisto a norma dell’art. 571 c.p.c.

Anche in relazione a questo aspetto la pronuncia merita di essere condivisa, salvo quanto tra un attimo si dirà, non senza aver premesso che l’ordinanza di vendita costituisce la lex specialis del procedimento liquidatorio, sicché le relative prescrizioni sono vincolanti[11].

La giurisprudenza di legittimità ha infatti ribadito a più riprese che “non potendosi configurare un generico ed astratto diritto al contraddittorio, è inammissibile l'impugnazione di un atto dell'esecuzione con la quale si lamenti la mera lesione del contraddittorio, senza prospettare a fondamento dell'impugnazione stessa le ragioni per le quali tale lesione abbia comportato l'ingiustizia del processo, causata dall'impossibilità di difendersi a tutela di quei diritti o di quelle posizioni giuridicamente protette"[12], sicché l'opponente non può “limitarsi a dedurre la lesione di un astratto e generico diritto al contraddittorio[13], con la conseguenza che “il giudice, pur avendo constatato un'illegittimità della procedura, non deve accogliere l'opposizione se non venga dimostrato che dalla stessa sia derivata la lesione dell'interesse del debitore a conseguire dalla vendita il maggior prezzo possibile per aver impedito ulteriori e più convenienti offerte di acquisto[14].

Orbene, posta questa premessa, e condiviso l’assunto per cui l’opposizione agli atti esecutivi deve farsi carico di esplicitare quale concreto pregiudizio abbia provocato all’opponente la violazione delle regole processuali, che non possono annichilirsi a mero feticcio, non pare del tutto convincente l’affermazione per cui il difetto di interesse ad agire in capo all’esecutato può ricavarsi dal dato per cui gli è preclusa, a norma dell’art. 571 c.p.c., la presentazione di offerte di acquisto.

Invero, da un lato siffatto divieto[15] non opera nei confronti del terzo proprietario del bene sottoposto a pignoramento, per espressa previsione di cui all’art. 604, comma primo, c.p.c., con la conseguenza per cui, a voler seguire l’assunto, si dovrebbe dire che, a contrario, il terzo espropriato deve ricevere la notifica dell’avviso di vendita per essere nelle condizioni di poter offrire.

In secondo luogo, va osservato che la data della vendita ed il termine per la presentazione di offerte di acquisto sono momenti processuali rispetto ai quali, anche dopo la riforma del 2005, vengono in gioco taluni diritti del debitore esecutato, vale a dire quello di chiedere una sospensione concordata della procedura, ex art. 624-bis c.p.c.[16], e quello di domandare il rinvio della vendita a norma dell’art. 161-bis disp. att. c.p.c.[17].

Rispetto a queste legittimazioni processuali si potrebbe dire che la notifica dell’avviso di vendita, poiché indica la data ultima per la presentazione delle offerte di acquisto e quella della vendita, vada comunicato al debitore per consentirgli di esercitare il diritto di chiedere la sospensione dell’esecuzione o il rinvio della vendita.

Tale assunto, il quale riecheggia in qualche misura le ragioni indicate dalla giurisprudenza che aveva affrontato il tema nel vigore delle norme preesistenti alla riforma del 2005, allorquando aveva ritenuto che, pur in mancanza di una espressa previsione normativa, l’avviso di vendita andava notificato per consentire al debitore di chiedere la conversione del pignoramento, non convince.

In primo luogo, sul piano generale, non può obliterarsi il dato per cui il contraddittorio che caratterizza il processo di esecuzione è stato icasticamente definito a “contraddittorio attenuato o ridotto[18]. La giurisprudenza di legittimità ha in proposito efficacemente osservato che “anche dopo le modifiche apportate in senso più garantistico con la L. 14 maggio 2005, n. 80, modificata dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, e con la L. 24 febbraio 2006, n. 52, resta, comunque, imprescindibile la posizione di soggezione del debitore a fronte dell’azione esecutiva che il creditore esercita avvalendosi di un diritto consacrato in un titolo esecutivo; posizione di soggezione, fatta palese - quanto al particolare atteggiarsi del principio del contraddittorio - dalla norma cardine dell’art. 485 c.p.c., non modificata dalle Leggi citate. In tale prospettiva è stato evidenziato che nell’opposizione agli atti esecutivi, le ragioni per le quali la lesione del contraddittorio abbia comportato l’ingiustizia dell’atto dell’esecuzione contestato, causata dall’impossibilità di difendersi a tutela di un proprio diritto, devono essere poste a fondamento dell’impugnazione e vanno, pertanto, tempestivamente dedotte in sede di opposizione[19].

In secondo luogo, l’art. 490 c.p.c., e di cui sopra si è detto, scandisce quali adempimenti pubblicitari sconta obbligatoriamente l’avviso di vendita, e dunque il debitore ha la possibilità di esaminarlo al fine di esercitare una qualsivoglia iniziativa processuale, senza che questa possa ritenersi impedita dalla mancata comunicazione.

 

  1. Conclusioni. La (superflua?) prassi di imporre la notifica dell’avviso di vendita.

In definitiva, il combinato disposto di plurimi argomenti consente una duplice conclusione.

In primis, la natura attenuata del contradditorio che governa la procedura esecutiva, l’assenza di specifiche disposizioni e la inesistenza di pregiudizi sostanziali immediatamente identificabili, portano ad escludere che dal tessuto del codice di rito possa ricavarsi la regula iuris per cui l’avviso di vendita vada notificato al debitore.

Inoltre, quand’anche il giudice, nell’esercizio dei suoi poteri di direzione della procedura (art. 484 c.p.c.) abbia prescritto al professionista delegato di provvedere alla notifica dell’avviso di vendita, la violazione di questo adempimento non si risolve in un vizio della procedura capace di cagionarne la necrosi se il debitore non indica quale concreto vulnus abbia provocato quella omissione processuale.

Pervero, la prassi di stabilire la notifica dell’avviso di vendita al debitore, comune a diversi uffici giudiziari, sottende non tanto il nobile proposito di assicurare una (non richiesta) pienezza di contraddittorio, quanto piuttosto il banausico interesse a far decorrere quanto prima il termine per la proposizione di eventuali opposizioni agli atti esecutivi, nel timore che possibili doglianze possano essere maliziosamente taciute per poi dispiegarsi solo avverso il decreto di trasferimento.

In realtà va osservato che si tratta di un timore parzialmente ingiustificato, e di un escamotage non sempre idoneo allo scopo.

Infatti, nel fisiologico divenire della procedura esecutiva, il giudice potrebbe aver pronunciato l’ordinanza di vendita all’udienza fissata ex art. 569 con decreto che, ai sensi dell’art. 567 c.p.c. è stato comunicato al debitore. Questo vale, a maggior ragione, se il debitore è presente (personalmente o a mezzo del suo difensore). Stesse considerazioni devono svolgersi quante volte l’ordinanza di vendita sia pronunciata all’esito di scioglimento di riserva, poiché in questi casi il provvedimento è comunicato dalla cancelleria alle parti ex art. 134 c.p.c.. Se tanto è accaduto, la notifica dell’avviso di vendita non ha ragion d’essere, atteso che il termine di cui all’art. 617 c.p.c. per impugnare l’ordinanza di vendita è regolarmente decorso, a seconda dei casi, dalla data dell’udienza o dalla data della comunicazione dell’ordinanza pronunciata a scioglimento di riserva;

solo se il decreto di fissazione dell’udienza ex art. 569 c.p.c., o l’ordinanza di vendita pronunciata a seguito di scioglimento di riserva assunta all’udienza non sono state comunicate, la notifica dell’avviso di vendita svolge un effettivo ruolo di recupero del contraddittorio 

Parimenti, non è di alcuna utilità notificare l’avviso di vendita per far decorrere, rispetto a vizi suoi propri, il termine di cui all’art. 617 c.p.c., atteso che solo gli atti del giudice dell’esecuzione, e dunque non l’avviso di vendita (atto del professionista delegato) sono impugnabili con lo strumento della opposizione agli atti esecutivi[20].

 

[1] In realtà sarebbe stato corretto promuovere reclamo a norma dell’art. 591-ter c.p.c.

[2]  Cass., sez. III, 03/02/2012, n. 1609; Cass., sez. III, n. 30/06/2014, n. 14774.

[3] Giugliano, Brevi note sulla configurabilità di un obbligo giuridico di notifica dell'avviso di vendita nel frammentario panorama giurisprudenziale. Contenuto minimo descrittivo dell'immobile oggetto di vendita, in www.inexecutivis.it, pubblicato il 5/9/2018; Mercurio Aggiudicatario: una tutela imperfetta, Riv. es. for., 2020, 3, 652.

[4] Trib. Pavia 18/09/2017 in www.ius explorer.it; Trib. Larino, 06/11/2019, inedita; Trib.  Roma sez. IV, 27.03.2012 in www.ius explorer.it che evidenzia la necessità della notifica dell’ordinanza che dispone la vendita. Ha implicitamente ritenuto necessaria la notifica dell’avviso di vendita Trib. Monza Sez. III, 05 maggio 2016, con nota critica di Porcelli, Sulla dubbia configurabilità dell’obbligo di notifica dell’avviso di vendita al debitore e sull’applicabilità dell’art. 96, 3° co. C.p.c. al giudizio ex art. 624 c.p.c., Riv. Es. for. 2017, 1, 221 

[5] L’onere di predisporre l’avviso di vendita si ricava dall’art. 59i-bis, comma terzo, n. 2 c.p.c.

[6] Andrioli, Commento al codice di procedura civile, III Napoli, 1957, 204.

[7] D’Onofrio, Commento al codice di procedura civile, IV ed. II, Torino, 1957, 164.

[8] In proposito sia consentito un rinvio a D’Alonzo, Manuale del professionista delegato nelle esecuzioni immobiliari, NelDiritto Editore, 2019, 275.

[9] In questo senso si è espressa Cass. civ., 1 settembre 1999, n. 9212, secondo la quale “Nel processo d’espropriazione forzata (che s’articola in una pluralità di fasi, ciascuna delle quali si chiude con un atto esecutivo, rispetto al quale gli atti precedenti della medesima hanno funzione preparatoria) la fase della vendita (che inizia dopo l’ordinanza con cui si stabiliscono le modalità e la data della vendita forzata e si conclude con il provvedimento di trasferimento coattivo del bene che segue l’aggiudicazione) comprende atti preparatori oltre l’ordinanza stessa (quali le forme di pubblicità legale e quella aggiuntiva disposta dal Giudice, l’assenso dei creditori ammessi al passivo con diritto di prelazione, le modalità previste dalla legge per il versamento del prezzo) la cui mancanza o irregolarità vizia di nullità lo stesso atto che si pretende di trasferimento, con conseguente inapplicabilità della disposizione di cui all’art. 2929 cod. civ. (secondo la quale la nullità degli atti esecutivi precedenti alla vendita non ha effetto riguardo all’aggiudicatario, salvo il caso di collusione con il creditore procedente), poiché, in tal caso, la nullità degli atti presupposti si riverbera sul preteso atto di trasferimento ed è opponibile all’aggiudicatario. Sicché, la preclusione nei confronti dell’aggiudicatario, delle eccezioni di nullità del processo esecutivo opera solo quando la vendita, come atto finale del processo esecutivo sussista e sia esente da vizi formali, sia che si tratti di vizi che direttamente la concernino, sia che si tratti di vizi che riguardino gli atti presupposti.

Nella specie, la S.C. ha confermato il provvedimento con il quale il Tribunale aveva escluso che potessero concretare la nullità degli atti presupposti i criteri adoperati dal G.D. al fallimento per escludere che il prezzo offerto risultasse notevolmente inferiore a quello giusto, ovvero per accertare l’esistenza di concrete possibilità di realizzo di un prezzo superiore a quello offerto, ovvero per valutare le circostanze di convenienza introdotte da una proposta di concordato.

 

[10] Cass., sez. III, 19/12/2014, n. 26930. Presuppone implicitamente la necessità della notifica dell’avviso di vendita anche Cass., sez. III, 10/02/2015, n. 2472.

[11] Cfr. sul punto, Cass., sez. III, 07/05/2015, n. 9255; Cass., sez. III, 29/09/2015, n. 11171, Cass. sez. III, 05/10/2018, n. 24570.

[12] Cfr, Cass., sez. III, 18/08/2003, n.12122; Cass., sez. III, 17/05/2005 n. 10334; Cass., sez. III, 20/11/2009 n. 24532; Cass., sez. III, 24/04/2012, n. 6459.

[13] Così la citata Cass., sez. III, 29/09/2014, n. 20514.

[14] Cass., sez. III, 30/06/2014, n. 14774.

[15] Sulla cui natura cfr, si vis, D’Alonzo, La legittimazione dei pubblici ufficiali ad offrire nei procedimenti di vendita giudiziale e fallimentare tra esigenze di trasparenza ed autonomia negoziale, Il diritto fallimentare e delle società commerciali, 2020, 2, 379 ss.

[16] Che consente di depositare l’istanza di sospensione fino a 20 giorni prima della scadenza del termine per il deposito delle offerte di acquisto

[17] Che ammette il rinvio della vendita con il consenso dei creditori e degli offerenti che abbiano prestato cauzione.

[18] Cfr. Soldi, Manuale dell’esecuzione forzata, Padova, 2019, 47.

[19] Cass., sez. III, 03/02/2012, n. 1609; Cass., sez. III, 29/09/2014, n. 20514.

 

[20] Cass. Sez. III, 20/01/2011, n. 1335; Cass., sez. III, 30/09/2015, n. 19573; Cass., sez. III, 12/12/2016, n. 25317; Cass., sez. III, 06/03/2018, n. 5175.

Scarica il documento: trib Torre Annunziata 12-10-2020.pdf