Considerazioni sulla spedizione del titolo in forma esecutiva alla luce dell’art. 23 del c.d. “Decreto Ristori”

La digitalizzazione di un incombente funzionale all'avvio del processo esecutivo, attraverso una ricostruzione dei suoi connotati storico-dogmatici e un'analisi delle sue prospettive future, al lume di un'importante novità introdotta dal Legislatore dell'emergenza
Considerazioni sulla spedizione del titolo in forma esecutiva alla luce dell’art. 23 del c.d. “Decreto Ristori”

SOMMARIO:

1.Natura e scopo della spedizione in forma esecutiva 
2.Le verifiche prodromiche alla spedizione
3.Il retaggio della spedizione
4. Il sistema dell’art. 474 c.p.c. e il piano dei rimedi oppositivi
5.L’estrazione degli atti con modalità telematiche
6.Le misure organizzative assunte dai Tribunali
7.La modifica apportata dal c.d. “Decreto Ristori”

 

1.Natura e scopo della spedizione in forma esecutiva

La spedizione in forma esecutiva è attività strumentale a far sì che l’atto possa assolvere alla funzione di titolo esecutivo. L’art. 475 c.p.c. recita: “le sentenze e gli altri provvedimenti dell’autorità giudiziaria e gli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale, per valere come titolo per l’esecuzione forzata, debbono essere muniti della formula esecutiva, salvo che la legge disponga altrimenti”.

Per i titoli di credito e le scritture private autenticate, il cui originale di regola è già nella disponibilità delle parti non è stabilita alcuna spedizione; a sostituirla è l’obbligo della trascrizione integrale nel precetto.

Per i titoli di formazione giudiziale la spedizione è incombenza del cancelliere (comma 3, art. 475 c.c.), per gli atti pubblici è compito del notaio o del pubblico ufficiale che li hanno formati.

Nell’istituto alligna un requisito di stampo formale, consistente nell’attestazione – resa sull’originale dell’atto conservato nel pubblico ufficio – dell’avvenuto rilascio di una copia provvista della c.d. “formula esecutiva”.

La spedizione individua, tra le tante copie autentiche, la sola idonea a giovare da titolo che sorregge l’esecuzione forzata.

In effetti, le sentenze e gli altri provvedimenti emessi dall'autorità giudiziaria, nonché gli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale, per “valere come titolo per l'esecuzione forzata”, necessitano, a tenore del ridetto art. 475 c.p.c., salvo che la legge disponga altrimenti, del “comando” in cui si risolve l’accennata formula esecutiva: il cancelliere, infatti, per quel che attiene i titoli giudiziari, il notaio o il pubblico ufficiale per quelli d’altra natura, devono apporre dopo l'intestazione “Repubblica italiana - In nome della legge”, l'ordine (“comandiamo”) a tutti gli ufficiali giudiziari che ne siano richiesti e a chiunque faccia carico di mettere in esecuzione il titolo, oltre che al pubblico ministero, di prestare assistenza e a tutti gli ufficiali della forza pubblica di concorrere, qualora ne siano legalmente richiesti.

S’è detto che l’apposizione formale in parola si effettua sulla copia destinata ad essere impiegata per l’avvio dell’esecuzione forzata unitamente al precetto. Il comma 2 dell’art. 475 c.p.c. prevede che la copia in forma esecutiva possa essere rilasciata solo alla parte “a favore della quale fu pronunciato il provvedimento o stipulata l’obbligazione, o ai suoi successori, con indicazione in calce della persona alla quale è spedita”.

 

2.Le verifiche prodromiche alla spedizione

Avuto riguardo alla spedizione, l’art. 153 disp. att. c.p.c. prescrive che il cancelliere verifichi che la sentenza o il provvedimento giudiziale sia formalmente perfetto.

Le verifiche che il pubblico ufficiale compie sono, peraltro, d’indole meramente estrinseca.

In tal senso, i vizi da omessa o errata spedizione in forma esecutiva del titolo, oltre a non essere rilevabili d’ufficio, legittimano la proposizione della sola opposizione agli atti esecutivi[1].

In virtù del principio generale di cui all’art. 156 c.p.c., la mancata opposizione sana il vizio rappresentato dalla mancata o erronea spedizione[2].

Sul tema dei controlli preliminari all’adempimento di che trattasi non sono mancati i dissidi interpretativi.

Un tesi minoritaria e recessiva adombrava in passato che il cancelliere, il notaio o il pubblico ufficiale, nel frangente della spedizione in forma esecutiva, fossero onerati di appurare, non soltanto l’astratta sussumibilità del titolo nel novero contemplato dall’art. 474 c.p.c., ma di anche acclarare l’attitudine di esso a consacrare un diritto di credito avente connotati di certezza, liquidità ed esigibilità e, come tale, idoneo a dare impulso all’espropriazione forzata[3].

In quest’ottica, la spedizione in forma esecutiva presuppone una verifica in concreto dell’esistenza del titolo esecutivo, che qualora – esemplificativamente – condizionato o sottoposto a termine giustificherebbe il rifiuto ad apporla.

Un diverso e maggioritario avviso ricostruttivo evidenzia, invece, che l’esecutività occorra in concreto solo nel momento in cui l’azione esecutiva sia effettivamente esercitata, non già nella fase antecedente alla spedizione in forma esecutiva, per apporre la quale si mostra sufficiente constatare l’esecutività in astratto del titolo[4].

Detta opzione ermeneutica appare coerente con la declinazione meramente formale della spedizione in forma esecutiva.

 

3.Il retaggio della spedizione

La spedizione è quasi un retaggio, adatto, per un verso, ad attestare l’idoneità generica e potenziale di un atto a fungere da titolo esecutivo, per altro verso, a vagliarne l’unicità.

L’art. 476, comma 1, c.p.c. prescrive, infatti, che non possono essere spedite in forma esecutiva in favore della stessa parte più copie del titolo. A tal riguardo, il cancelliere come il notaio o altro pubblico ufficiale sono obbligati a verificare in modo specifico, pena l’applicazione di una sanzione pecuniaria, che la copia rilasciata sia una sola. L’inosservanza di tale precetto costituisce, nondimeno, una mera irregolarità[5].

È significativo che già quasi un secolo fa l’apposizione in formula esecutiva venisse colta dalla più autorevole dottrina alla stregua di “residuo storico”[6] e che tale percezione abbia pervaso, con varietà d’accenti, anche le riflessioni dei più illustri studiosi dei decenni immediatamente successivi[7].

Anche la Suprema Corte di Cassazione ha guardato alla spedizione quasi al modo di un “relitto”, per quanto utile, da un lato, ad attestare l’idoneità generica e potenziale di cui s’è appena detto, dall’altro, a controllarne il rilascio una tantum e in esclusiva.

In particolare, i giudici nomofilattici si sono posti stabilmente sulla medesima lunghezza d’onda degli studiosi ora rammentati, avendo evidenziato come già nel codice di procedura italiano del 1865 avesse fatto breccia l'opinione, poi recepita in quello attuale, per cui l'apposizione della formula esecutiva altro non è che un'affermazione “esteriore e solenne” d'una efficacia che già è inerente al titolo esecutivo. Con la spedizione non si accerta, in tal senso, l'attuale efficacia di questo, perché quell’efficacia, se vi è, è immanente ad esso[8].

Il cancelliere, come il notaio o altro pubblico ufficiale, sono obbligati a verificare in modo specifico, pena l’applicazione di una sanzione pecuniaria, che venga rilasciata una sola copia esecutiva del medesimo titolo, ma finanche l’inosservanza di tale precetto è inidonea a vanificare il processo esecutivo, costituendo – come dianzi osservato – una mera e rapidamente sanabile irregolarità[9].

Un dato di ragionevole certezza è, pertanto, fruibile: in sede di apposizione della formula, il cancelliere non pare deputato a verificare, né che l'efficacia esecutiva del titolo sussista in quanto non sospesa, né che il titolo giudiziale consti effettivamente in quanto non revocato, annullato o cassato.

A tale dato se ne accosta un altro: l'ufficiale giudiziario, dal canto suo, sembra doversi senz’altro limitare alla mera e semplice lettura delle risultanze estrinseche del titolo medesimo, non potendo compiere indagini più delicate.

In definitiva, il titolo esecutivo sguarnito della formula non smette d’essere tale, quindi non cessa di sostenere l’edificio processuale dell’esecuzione forzata.

Da altro angolo di visuale, dunque, la mancanza della formula esecutiva, ove non si metta in dubbio l'esistenza stessa del titolo, innesca un difetto di regolarità del precetto o del procedimento esecutivo, quindi una semplice difformità dal suo modello o archetipo formale, che non pregiudica la validità dell'atto processuale, né incide sui requisiti indispensabili per il raggiungimento da parte sua del proprio scopo.

In particolare, la presenza di un’irregolarità formale nel precetto correlata a un “deficit” della spedizione può ritenersi sanata, oltre che per l’inutile decorso del termine contemplato dall’art. 617 c.p.c., anche per l’anzidetto raggiungimento dello scopo, il che accade ogni qualvolta il rimedio oppositivo si limiti a lamentare l'esistenza della discrasia o carenza formale in sé, senza protestare alcun pregiudizio da esse conseguente ai diritti di chi la sconta.

In buona sostanza, ogni qualvolta viene in apice un titolo incontestato nella sua esistenza, la mancanza di una formula esecutiva resa “in purezza” reca la matrice del vizio inoffensivo. Non c’è tangibile danno connesso alla mancata apposizione della formula esecutiva, quando, beninteso, tutti i presupposti per il suo rilascio siano sussistenti, dal momento che, in caso contrario, un problema che attiene ad una formula si farebbe assurgere a criticità di sostanza, addirittura tale da travolgere il titolo.

 

4.Il sistema dell’art. 474 c.p.c. e il piano dei rimedi oppositivi

La cornice delle regole dovrebbe a questo punto apparire nitida.

Nel sistema delineato dall’art. 475 c.p.c., la spedizione del titolo in forma esecutiva non comporta l'accertamento dell’efficacia di questo, né dell'inesistenza di fatti impeditivi o estintivi della azione esecutiva, ma conduce esclusivamente a una verifica formale per il debitore dell'esistenza del titolo medesimo.

La contestazione di erronea apposizione della formula esecutiva postula un’opposizione agli atti esecutivi nella misura in cui si si faccia riferimento soltanto alla correttezza di detta spedizione. In tal caso, l’innesto indebito della formula fa germinare un’irregolarità del procedimento esecutivo, che può essere immediatamente denunciata attraverso un’opposizione ex art. 617 c.p.c. del precetto. In definitiva, dà luogo ad un'opposizione relativa alla regolarità formale del titolo esecutivo l’opposizione con cui si deduce che il titolo notificato non è stato (correttamente) spedito in forma esecutiva.

In giurisprudenza alcuni punti appaiono fermi: il vizio anzidetto deve essere dedotto nel termine decorrente ai sensi dell’art. 617 c.p.c. dalla notifica del precetto e non può esserlo successivamente, poiché si tratta di un vizio che non impedisce che i successivi atti dell'esecuzione possano essere compiuti in modo per sé regolare e che il processo esecutivo prosegua sino alla formale realizzazione del diritto della parte istante[10]; l'irregolarità del titolo esecutivo notificato senza la spedizione in forma esecutiva non può essere sanzionata, in base alle regole generali sulla nullità degli atti processuali, quando l'atto abbia comunque raggiunto lo scopo cui era destinato[11].

Un profilo prominente è stato di recente chiarito. Neppure qualora deduca, anziché un’imperfezione, un'omessa spedizione in forma esecutiva della copia del titolo esecutivo, il debitore opponente non può limitarsi, a pena di inammissibilità dell'opposizione, a dedurre l'irregolarità formale in sé considerata, ma deve indicare quale concreto pregiudizio ai diritti tutelati dal regolare svolgimento del processo esecutivo abbia cagionato[12].

Pure l’inosservanza del dovere di non rilasciare in forma esecutiva più di una sola copia del titolo per la esecuzione forzata costituisce, a sua volta, una mera irregolarità della esecuzione che è fine a sé stessa e non incide pertanto né sulla efficacia del titolo esecutivo né sulla validità della relativa esecuzione[13].

Proprio il caso di mancata spedizione del titolo esecutivo, nel senso di sua vera e propria carenza ovvero di imperfezioni attinenti alla mancanza od erroneità dell'intestazione, senza però che si metta in discussione l'esistenza del titolo, costituisce l'unica ipotesi in cui il vizio che affligge quest’ultimo è denunciabile con l'opposizione ex art. 617 c.p.c.[14].

È causa di opposizione agli atti esecutivi anche il rilascio della copia del titolo in forma esecutiva a persona diversa da quella in cui favore il titolo sia stato emesso[15].

Differente è l’ipotesi in cui il debitore si dolga del fatto che un determinato documento sia stato illegittimamente provvisto della formula esecutiva ancorché non ne avesse la natura e la portata. In tal caso, la giurisprudenza di legittimità ritiene che l’opposizione debba qualificarsi alla stregua di opposizione all’esecuzione, dacché la contestazione non è circoscritta all’aspetto formale, ma veicola la negazione della sussistenza stessa del diritto del creditore a procedere in executivis[16]. Altrimenti detto, solo quando la contestazione revochi in dubbio l’esistenza stessa del titolo esecutivo o il difetto delle condizioni necessarie affinché l'atto acquisti la relativa, il rimedio esperibile è quello accluso nell’art. 615 c.p.c.[17].

 

5.L’estrazione degli atti con modalità telematiche

L’art. 52 d.l. 24 giugno 2014 n. 90 conv. con l. 11 agosto 2014, n. 114, che ha introdotto il comma 9-bis all’art. 16-bis del d.l. 18 ottobre 2012, n. 179, conv., con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, è stata veicolato nel sistema una significativa novità, densa di possibili sviluppi.

La norma testualmente dispone che “le copie informatiche, anche per immagine, di atti processuali di parte e degli ausiliari del giudice nonché dei provvedimenti di quest'ultimo, presenti nei fascicoli informatici o trasmessi in allegato alle comunicazioni telematiche dei procedimenti indicati nel presente articolo, equivalgono all'originale anche se prive della firma digitale del cancelliere di attestazione di conformità all'originale”.

In buona sostanza, è stato previsto che il difensore, il consulente tecnico, il professionista delegato, il curatore ed il commissario giudiziale siano legittimati ad estrarre con modalità telematiche duplicati, copie analogiche o informatiche di atti e di provvedimenti e di attestare la conformità delle copie estratte ai corrispondenti atti contenuti nel fascicolo informatico. Si è, inoltre, stabilito che le copie analogiche ed informatiche, anche per immagine, estratte dal fascicolo informatico e munite dell’attestazione di conformità testé segnalata, equivalgono all’originale.

Si sono immantinente diffuse richieste, rivolte dai difensori alle cancellerie, di apposizione della formula esecutiva su copie cartacee di provvedimenti giurisdizionali tratti dal fascicolo informatico, autenticate dal difensore avvalendosi della facoltà di nuova generazione.

Il Ministero della Giustizia, con circolare del 23 ottobre 2015, si è affrettato a puntualizzare che la cancelleria debba proseguire ad osservare le consuete modalità di rilascio di copia esecutiva, provvedendo essa stessa, su richiesta di parte, all’estrazione della copia stessa, alla sua certificazione di conformità all’originale con contestuale spedizione in forma esecutiva.

In realtà, non parrebbe utopistico immaginare in un contesto di digitalizzazione integrale del processo che il difensore provveda in autonomia all’estrazione di copia ed alla sua autenticazione, rivolgendosi alla cancelleria solo per l’apposizione della formula esecutiva, con conseguente esonero dal versamento di qualsiasi diritto.

L’opinione ministeriale denega il ricorso a quest’ultima modalità operativa, reputandola esclusa, alla luce di quanto disposto dall’art. 153 disp. att. c.p.c., adducendo che questa norma non è stata interessata da alcuna recente modifica, tanto da mantenere in capo alle cancellerie l’attività di rilascio della copia in forma esecutiva ex art. 475 c.p.c.

Tuttavia, al netto della questione del percepimento dei diritti di cui all’art. 268 d.P.R. n. 115 del 2002 non è velleitario ipotizzare che la nuova previsione incida nel perimetro dell’istituto codicistico dell’apposizione della formula esecutiva per mano del cancelliere, accostandosi ad esso e spalancando la possibilità della apposizione della formula esecutiva su copie formate con le modalità tratteggiate dall’art. 16 bis, comma 9 bis.

La circostanza che l’art. 153 disp. att. c.p.c. serbi in capo al cancelliere l’attività di spedizione della copia in forma esecutiva e che quest’ultimo sia istituzionalmente deputato a procedere alla spedizione in forma esecutiva delle sentenze e degli altri provvedimenti giurisdizionali non esclude che – in una prospettiva di fluidificazione degli adempimenti formali – egli possa apporre la formula di legge su una copia da altri estratta ed “attestata”, anziché necessariamente su una copia da egli stesso attesti come conforme all’originale conservato presso l’ufficio giudiziario cui appartiene.

 

6.Le misure organizzative assunte dai Tribunali

L’irruzione dell’emergenza epidemiologica ha riproposto la questione, imprimendo sull’onda dei restringimenti delle attività una spinta ulteriore alla prassi, già emersa e formalizzata mediante protocolli intercorsi fra singoli uffici giudiziari e locali consigli dell’ordine forense, di consentire il rilascio da parte del cancelliere di formula esecutiva firmata digitalmente, a fronte della presentazione, da parte dell’avente diritto, di copia del titolo giurisdizionale del quale il difensore della parte attestava la conformità all’originale a norma dell’art. 9-bis dell’art. 16-bis d.l. n. 179 del 2012.

Ancorché la spedizione in forma esecutiva del titolo sia rimasta nostalgicamente ancorata ad una lettura meccanica della previsione contenuta nell’art. 475 c.p.c., le prassi – come sovente e più che altrove accade nel contesto delle esecuzioni forzate – hanno precorso le norme, anticipandone senso e prospettiva.

La pandemia ha modificato in radice l’organizzazione del lavoro, implicando, attraverso il distanziamento sociale, la drastica riduzione delle attività svolte in praesentia. Pure l’ambito espropriativo, che per il suo sostrato empirico ordinariamente si muove sul terreno concreto più d’ogni altro settore della giurisdizione, non si è fatto trovare impreparato dinanzi all’esigenza di un ineludibile pragmatismo, attraverso una svolta repentina e telematica del lavoro.

La necessità di far fronte alla riduzione del personale di Cancelleria e di contingentare gli accessi agli uffici ha suggerito, già nella primavera del 2020, a diversi Tribunali di riprendere le fila di misure organizzative orientate, sul fronte del rilascio di copie di provvedimenti, a guardare al futuro.

Lo schema sperimentato ha fatto perno sull’invio della richiesta via pec all’Ufficio, sul successivo riscontro per iscritto da parte della cancelleria anche in ordine al quomodo della consegna (entità dei diritti di copia, luogo, giorno ed ora di consegna), al ritiro per appuntamento delle copie con consegna contestuale delle marche da bollo necessarie.

In alcuni tribunali si è compiuto un passo ulteriore attraverso protocolli d’intesa con gli ordini, che hanno condotto al rilascio, non solo di formule esecutive ma anche di copie autentiche con modalità telematiche. Il che è assicurato attraverso uno impianto a sua volta semplice: il cancelliere verifica la regolarità dell’istanza depositata nel fascicolo telematico, appura il versamento telematico dei diritti di cancelleria e la completezza della documentazione, deposita nel fascicolo telematico l’originale del titolo esecutivo richiesto composto dall’atto e dalla formula, vi appone la propria firma digitale.

Il difensore si cura poi, in autonomia, di autenticare le successive copie della formula esecutiva, conformi a quella rilasciata digitalmente dal Cancelliere, apponendovi la formula di attestazione di conformità.

Il difensore, munito di titolo esecutivo e di copia conforme digitalmente attestata, è abilitato in tal guisa a rivolgersi direttamente all’UNEP alfine procedendo a dare esecuzione al provvedimento.

 

7.La modifica apportata dal c.d. “Decreto Ristori”

La conversione del c.d. “Decreto Ristori” ha coniato un’essenziale novità, consentendo finalmente il rilascio della copia in forma esecutiva del titolo giudiziale.

Il comma 9-bis dell’art. 23 del d.l. n. 137 del 2020, inserito in sede di conversione (con l. 18 dicembre 2020, n. 176), porta a compimento l’itinerario legislativo che ha condotto alla dematerializzazione dei processi civili.

La nuova disposizione esordisce affermando che: “La copia esecutiva delle sentenze e degli altri provvedimenti dell'autorità giudiziaria di cui all'art. 475 c.p.c. può essere rilasciata dal cancelliere in forma di documento informatico previa istanza, da depositare in modalità telematica, della parte a favore della quale fu pronunciato il provvedimento”.

Nulla è previsto per i titoli stragiudiziali.

Quel che si ricava dalla norma risiede in principalità nella legittimazione del cancelliere ad estrarre copia del provvedimento dal fascicolo d’ufficio e di rilasciarne una copia in forma esecutiva, a seguito di una richiesta di parte, del pari formalizzata telematicamente, mediante deposito nel fascicolo d’ufficio.

La copia esecutiva informatica sarà rappresentata da un documento firmato digitalmente dal cancelliere che, anche per immagine, riprodurrà la sentenza o altro provvedimento del giudice, aggiungendovi l’intestazione e la formula “corrente” di cui all’art. 475 c.p.c. e inserendovi l’indicazione del soggetto a favore del quale avviene il rilascio.

Ai fini della spedizione in forma esecutiva non sarà necessaria, pertanto, alcuna attestazione di conformità della copia del titolo da parte del difensore, posto che sia l’estrazione della copia che il suo rilascio si compiranno a cura del cancelliere, la cui sottoscrizione soppianterà – expressis verbis – il sigillo d’ufficio, non più necessario. Sotto quest’ultimo aspetto, la norma che segue, sia pur con alcuni anni di distanza, la traccia dell’art.24, comma 2 del c.d. “Codice dell’Amministrazione digitale” (d.lgs. 7 marzo 2005, n. 82), secondo cui “L'apposizione di firma digitale integra e sostituisce l'apposizione di sigilli, punzoni, timbri, contrassegni e marchi di qualsiasi genere ad ogni fine previsto dalla normativa vigente”.

L’attestazione di conformità da parte del difensore riguarderà, invece, sempre in forza della nuova previsione, l’opportunità del legale di estrarre dal fascicolo telematico “il duplicato e la copia analogica o informatica della copia esecutiva in forma di documento informatico”, attestandone la conformità all’originale nelle forme previste dall’art. 16-undecies d.l. n. 179 del 2012, conv. con l. 17 dicembre 2012, n. 221. La disposizione disciplina le modalità dell'attestazione di conformità dei documenti informatici, prevedendo che quando l'attestazione di conformità si riferisce ad una copia analogica, l'attestazione stessa è apposta in calce o a margine della copia o su foglio separato, che sia però congiunto materialmente alla medesima. Quando l'attestazione di conformità si riferisce ad una copia informatica, l'attestazione stessa è apposta nel medesimo documento informatico e può alternativamente essere impressa su un documento informatico separato; l'individuazione della copia cui si riferisce ha luogo esclusivamente secondo le modalità stabilite nelle specifiche tecniche stabilite dal responsabile per i sistemi informativi automatizzati del Ministero della giustizia. Se la copia informatica è destinata alla notifica, l'attestazione di conformità è inserita nella relazione di notificazione.

Ora, quel che rileva alla luce della convezione “prenatalizia” è che le copie sono dotate per esplicita previsione di piena equipollenza rispetto all’originale, sicché potranno essere utilizzate per dare avvio alle attività prodromiche all’inizio dell’espropriazione forzata.

Sebbene assistita da un’efficacia temporale confinata dentro il recinto dell’emergenza sanitaria ai sensi dell’art. 23 del “Decreto ristori”, è evidente che il riflesso definitivo della positivizzazione transitoria dell’incombenza sarà quello di un avallo di legittimità perentorio e irredimibile delle prassi già invalse.

Il campo viene liberato dalla norma-ponte dalle flebili ragioni ostative e appare sgombro anche di giustificazioni logiche utili a comportare il ritorno al passato, una volta sceso il sipario sull’epidemia.

Le esigenze di riduzione della frequentazione degli uffici giudiziari non scemeranno di colpo, né si concluderanno “a norma di legge”. Non si affievolirà neppure l’opportunità di accorciare i tempi di attesa negli uffici e di liberare le risorse allocatevi all’indirizzo di altre più essenziali attività o priorità.

Tornare, magari in primavera, alla tralaticia modalità cartacea significherebbe scollegare una frazione del “sistema-giustizia” dall’universo del processo telematico, condannandola ad una minore efficienza.

La giurisdizione telematica segna, invece, l’abbandono, senza franchigie, della carta in favore della redazione in formato digitale di tutti – proprio tutti – gli atti processuali. Nel caso di specie, la redazione di un atto tipico della cancelleria non può fuoriuscire dall’alveo dell’art 15, comma 3, del D.M. n. 44 del 2011, in forza del quale: “Quando l'atto è redatto dal cancelliere o dal segretario dell'ufficio giudiziario questi vi appone la propria firma digitale e ne effettua il deposito nel fascicolo informatico”.

Nella prospettiva dell’adeguamento degli adempimenti previsti dalle norme del codice di procedura civile al nucleo di questa disposizione non v’è ratio alcuna per riportare le cancellerie alla spedizione cartacea del titolo esecutivo, in luogo della perpetuazione – se del caso, in via di prassi – dell’adempimento del compito con gli strumenti informatici.

La firma digitale del documento informatico ed il deposito nel fascicolo informatico costituiscono un epilogo fisiologico e irrinunciabile.

L’opportunità introdotta dall’art. 23 “Decreto Ristori” non è, in ultima analisi, legata alla contingenza, ma scandita dall’evoluzione stessa dell’ordinamento e del processo. Si tratta, dunque, di una novità di sistema sbadatamente provvisoria, che del sistema segnerà inesorabilmente un orizzonte definitivo. La digitalizzazione del titolo esecutivo è, infatti, solo l’ultima tappa obbligata del processo telematico. 

 

 

[1] Cass. 6 aprile 1990, n. 2899; Cass. 7 luglio 1999, n. 7026; Cass. 22 giugno 2001, n. 8597, tutte in Italgiure.

[2] Cass. 24 novembre 2005, n. 24812, in Italgiure.

[3] Castoro, Il processo di esecuzione nel suo aspetto pratico, Milano, 2006, 42; Corsaro, Le esecuzioni forzate nel codice di procedura civile, Milano, 2006, 28; Falzone e Alibrandi, Dizionario enciclopedico del Notariato, I, Roma, 1973, 825.

[4] Andrioli, Commento al codice di procedura civile, III, Napoli, 1957, 13; Zanzucchi, Diritto Processuale civile, III, Milano, 1964, 65; Montesano, Nullità della spedizione in forma esecutiva e distinzione tra opposizioni di merito e opposizioni di forma all’esecuzione forzata, in Riv. dir. proc., 1950, II, 236; Grasso, Il titolo esecutivo, in Enciclopedia del diritto, XLIV, Milano, 1992, 689; Petrelli, Atto pubblico, scrittura privata autenticata e titolo esecutivo, in Rivista Notariato, 2005, 556 ss.; in giurisprudenza Cass. 22 febbraio 1971, n. 477.

[5] Cass. 5 settembre 1963, n. 2437.

[6] Chiovenda, Istituzione di diritto processuale civile, I, Napoli, 1935, 284; Mortara, Per il nuovo codice di procedura civile. Riflessioni e proposte, GI, 1924, IV, 3

[7] Redenti, Diritto processuale civile, III, Milano, 1957, 140; Satta e Punzi, Diritto processuale civile, Padova, 2000, 585; Mandrioli, Corso di diritto processuale civile, III, Milano, 1998, 44.

[8] Cass., 5 giugno 2007, n. 13069, in Italgiure.

[9] Cass. 5 settembre 1963, n. 2437 cit.

[10] Cass. 7 luglio 1999, n. 7026, in Italgiure.

[11] Cass., 24 novembre 2005, n. 24812; Cass., 22 gennaio 1999, n. 586, in Italgiure.

[12] Cass. 12 febbraio 2019, n. 3967, annotata da Di Marzio Omessa spedizione in forma esecutiva di copia del titolo esecutivo e opposizione agli atti esecutivi, in Ref, 2019, 4, 899

[13] Cass., 5 settembre 1963, n. 2437, cit.

[14] Cass., 22 giugno 2001, n. 8597, in Italgiure; Cass., 7 luglio 1999, n. 7026, GI, 2000, 470, con nota di Daleffe

[15] Cass. 18 novembre 2014, n. 24548, in Italgiure.

[16] Cass. 26 ottobre 1992, n. 11618; Cass. 27 novembre 1998, n. 12037, in Italgiure.

[17] Cass. 3 giugno 1993, n. 6221; Cass. 14 novembre 2013, n. 25638, in Italgiure.