L’impatto del decreto “milleproroghe” (D.L. n. 183 del 31.12.2020) sulle procedure esecutive immobiliari

Riflessioni e possibili letture interpretative
L’impatto del decreto “milleproroghe” (D.L. n. 183 del 31.12.2020) sulle procedure esecutive immobiliari

Sommario: 

1) Introduzione e inquadramento del tema d’indagine
2) Sospensione delle procedure ai sensi dell’art. 54 ter del d.l. n. 18/2020
3) L’inefficacia introdotta dall’art. 4 del D.L. N. 137 del 28.10.2020 (cd. “decreto ristori” entrato in vigore in data 29.10.20)
4) La sospensione degli ordini di rilascio
5) L’evoluzione del dibattito alla luce della legislazione emergenziale
6) Della risposta data dal Ministro delle Giustizia in sede di interrogazione parlamentare al decreto milleproroghe (decreto legge n. 183/2020); 7). Le novità apportate con il decreto legge n. 183/2020 (c.d. “decreto milleproroghe”)
8) Conclusioni

 

 1. Introduzione e inquadramento del tema d’indagine.

L’emergenza sanitaria legata alla diffusione del virus Covid-19 ha avuto, e continua ad avere, forte incidenza sul piano economico e giuridico. Invero, anche il procedimento di esecuzione immobiliare sta subendo le pesanti conseguenze delle pandemia in corso e ciò, in particolare, in termini di: 1) minore ricorso al mercato delle aste immobiliari; 2) stallo delle procedure per via dell’applicazione dell’art. 83 del D.L. n. 18/2020; 3) successiva sospensione delle procedure esecutive aventi ad oggetto l’abitazione principale del debitore esecutato (art. 54 ter d.l. n. 18/2020 da ultimo prorogata sino al 30.6.21 per via del d.l. n. 183/2020); 4) sospensione degli ordini di liberazione ex art. 103, comma 6, del d.l. n. 18/2020 anch’essa oggetto di proroga sino al 30.6.21.

Il Governo e, in secondo luogo, il legislatore sono intervenuti copiosamente, come visto, con diversi interventi normativi di natura emergenziale al fine di contemperare il diritto di credito azionato in via esecutiva con l’interesse giuridico al mantenimento del godimento dell’abitazione oggetto di pignoramento. Dalla congerie di norme introdotte nell’ultimo periodo appare evidente che l’intento del legislatore sia quello di apprestare una tutela transitoria in favore del debitore esecutato e, più in generale, dei soggetti che a causa della situazione contingente non siano in grado di procurarsi delle sistemazioni abitative alternative.

Nell’esaminare se effettivamente l’intento del legislatore miri a fronteggiare esigenze transitorie o, piuttosto, rappresenti un preciso fine politico agevolato, per così dire, dalla situazione emergenziale in corso, si cercherà di approfondire la tematica concernete l’esatto perimetro applicativo delle norme citate ed il peso che ciascuna lettura ermeneutica è in grado di riverberare sul sistema delle procedure esecutive. In particolare, oggetto precipuo del presente contributo è la disamina delle implicazioni teoriche e pratiche scaturenti dalle diverse interpretazioni cui si presta l’art. 103, comma 6, del d.l. n. 18/2020.

In conclusione si darà atto della direzione complessivamente impressa dal legislatore al procedimento esecutivo e del suo progressivo affrancamento, fra l’altro, dai principi operativi sottesi alle linee guida elaborate dal Consiglio Superiore della Magistratura con delibera dell’11.10.17 volte a implementare l’efficacia delle procedure esecutive, attraverso la diffusione delle prassi cc.dd. “virtuose” elaborate nei vari Tribunali, in favore dell’incremento, forse solo apparente, delle tutele riservate ai debitori esecutati che abitino l’immobile oggetto di esecuzione.

 

2. Sospensione delle procedure ai sensi dell’art. 54 ter del d.l. N. 18/2020.

Con Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18[1] (in Gazz. Uff., 17 marzo 2020, n. 69) noto, in gergo, come c.d. “decreto cura Italia”, all’art. Art. 54 ter, rubricato “Sospensione delle procedure esecutive sulla prima casa”, è stato previsto quanto segue:

“1. Al fine di contenere gli effetti negativi dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, in tutto il territorio nazionale è sospesa, per la durata di sei mesi a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare, di cui all’articolo 555 del codice di procedura civile, che abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore”.

L’articolo, in particolare, è stato inserito dall’art. 1, comma 1, della Legge 24 aprile 2020, n. 27, di conversione del D.L. citato, pubblicata in Gazzetta Uff. 29/4/2020 n. 110.

A tenore dell’art. 1, comma 4, la legge in commento è entrata in vigore dal giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, dunque deve ritenersi che l’art. 54 ter produca effetti dal 30.4.2020.

Sull’esatta interpretazione della norma si sono diffuse diverse tesi ed infatti svariate sono state le circolari emesse da svariati Tribunali d’Italia[2] volte ad indicare le possibili direttrici da seguire, specie da parte degli ausiliari dei giudici dell’esecuzione.

Tralasciando le tesi più originali e, pertanto, meno seguite ci si è sostanzialmente interrogati su quattro aspetti della norma: 1) natura della sospensione; 2) ambito applicativo soggettivo; 3) ambito oggettivo; 4) ripresa della procedura esecutiva all’esito del termine di sospensione.

Sulla natura della sospensione, si è sostanzialmente affermato che trattasi di sospensione disposta direttamente dalla legge sussumibile all’interno del paradigma dell’art. 623 c.p.c., che opererebbe automaticamente cioè prescindendo da un provvedimento espresso del G.E.; il quale, tutt’al più, può limitarsi a darne atto, ove venga investito di apposita istanza dalle parti o segnalazione di un ausiliario della procedura. All’interno di tale inquadramento sistematico, nella prassi ci si è divisi tra Tribunali in cui la sospensione è stata ritenuta automatica e uffici ove si è richiesto agli ausiliari di vagliare la sussistenza delle condizioni per ritenere la procedura soggetta a sospensione onde consentire, in ultima istanza al G.E., di prenderne atto mediante decreto avente natura dichiarativa.

La sospensione in parola, dunque, è “esterna” o “necessaria” nel senso che è disposta dalla legge e non dal giudice dell’esecuzione il quale deve, come detto, limitarsi a prenderne atto. Naturale conseguenza di ciò è che avverso il provvedimento con cui si prende atto della sospensione esterna[3] sarà ammessa la sola opposizione agli atti esecutivi e non anche il reclamo perché detto rimedio, ai sensi dell’art. 624 c.p.c., è circoscritto ai provvedimenti di sospensione pronunciati dal G.E. (cd. “sospensione facoltativa”).

A parere di chi scrive appare preferibile la prassi dei Tribunali in cui la sospensione è stata dichiarata per mezzo di un’esplicita presa d’atto del G.E.. Tale soluzione, infatti, se da un lato richiede la lavorazione di svariate istanze e relazioni degli ausiliari volte a sollecitare detta presa d’atto, presenta, tuttavia, il vantaggio di eliminare l’obiettivo stato d’incertezza che permea l’operato degli organi della procedura tenuto conto, peraltro, che eventuali atti connessi alla liquidazione dell’abitazione pignorata dovrebbero senz’altro reputarsi nulli per violazione del combinato disposto degli articoli 626 c.p.c. e 54 ter con la conseguenza che detta invalidità potrà farsi valere a mezzo di opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. ovvero tramite reclamo ex art. 591 ter c.p.c., nel primo caso, se l’atto sia compiuto dal G.E., nel secondo caso, se compiuto dal professionista delegato.

Chiarita la natura della sospensione in commento, ci si è interrogati sul suo ambito applicativo oggettivo e soggettivo.

Quanto al primo aspetto si è condivisibilmente ritenuto che: “l’abitazione principale è quella in cui il titolare del diritto immobiliare dimora abitualmente (nel caso, col proprio nucleo familiare) ed in cui di regola risiede: requisito da apprezzarsi con riferimento alla destinazione stabile, effettiva e durevole dell’immobile ad abitazione del debitore. Occorre dunque immediatamente riferirsi al concetto civilistico di residenza, positivamente individuato (dall’art. 43, comma 2, c.c.) nel luogo in cui il soggetto dimora abitualmente[4].

Chiaramente esulano dalla portata applicativa della norma le abitazioni che prima della entrata in vigore della disposizione (30.4.20) siano state oggetto di aggiudicazione per le quali opera l’art. 187 bis d.a. al c.p.c. che mantiene fermi i diritti dell’aggiudicatario, anche provvisorio, divenuto tale prima della causa di estinzione o di chiusura anticipata (dunque anche della causa di sospensione) della procedura esecutiva.

Sul piano della portata soggettiva della norma, occorre premettere che la ratio della disposizione in commento può essere individuata nella tutela del diritto del debitore esecutato a che sia temporaneamente arrestata ogni attività esecutiva diretta a privarlo definitivamente del bene destinato a sua abitazione principale. Se questo è il fine della norma, deve allora ritenersi che la stessa sia applicabile ai beni immobili pignorati in cui il debitore esecutato, da solo o con i suoi congiunti, vi abiti. Allo scopo di evitare condotte opportunistiche del debitore esecutato, cioè volte a simulare l’esistenza di una relazione abitativa su un immobile in precedenza non abitato, si ritiene che detto stato abitativo, pure non essendo esplicitamente richiesto dalla norma, debba sussistere sin dalla notifica del pignoramento e che permanga alla data del 30 aprile 2020 (data di entrata in vigore della sospensione).

Stante la natura eccezionale della norma, devono ritenersi recessive le tesi di chi, pure meritoriamente, ha prospettato una lettura costituzionalmente orientata della norma volta ad estenderne la portata applicativa in favore dei soggetti diversi dal debitore e quindi, per esemplificare, anche all’occupante senza titolo opponibile. Secondo questa tesi, non vi sarebbe, alcuna ragione per differenziare le posizioni di questi ultimi rispetto a quella del debitore[5].

Al riguardo, per quanto possa condividersi in astratto la finalità sottesa alla lettura ermeneutica in commento, la stessa appare slegata dal tenore letterale della norma la quale fa riferimento, ai fini dell’individuazione del soggetto a favore del quale deve ritenersi applicabile la disposizione di favore, al solo debitore esecutato e non ad altri soggetti o parti.

Per converso, la norma può estendersi ai soggetti per legge equiparati ai debitori (si pensi al terzo datore di ipoteca non debitore ovvero all’avente causa del venditore soccombente in revocatoria ex art. 2902 comma 1 c.c.). Invero, l’art. 604 c.p.c. dispone che al terzo che subisce l’esecuzione si applicano tutte le disposizioni relative al debitore tra le quali, appunto, va annoverato l’art. 54 ter.

Infine, sulla ripresa della procedura esecutiva si sono prospettate tre diverse soluzioni. Secondo un primo orientamento, la procedura esecutiva riprende automaticamente il suo corso senza necessità di un atto di impulso di parte. Secondo una tesi intermedia, il G.E. nel dichiarare la presa d’atto della sospensione della procedura deve contestualmente fissare l’udienza utile per la prosecuzione del giudizio. Infine, secondo una terza tesi, la procedura esecutiva deve essere riassunta dal pignorante o dall’intervenuto titolato avente interesse a pena di estinzione.

Orbene, a parere di chi scrive[6], la tesi da preferire è l’ultima fra quelle prospettate. Invero, per tutte le ipotesi di sospensione della procedura esecutiva è sempre necessaria un’attività di riassunzione. Ciò lo si desume dal contenuto degli artt. 623, 624, 624 bis e, soprattutto dall’art. 627 c.p.c. di portata generale.

La riassunzione del giudizio, cessata la causa di sospensione, lungi dal rappresentare un inutile aggravio a carico del creditore (di fatto riducendosi al deposito di un mero ricorso con cui si chiede di fissare l’udienza in prosecuzione), deve ritenersi imposta dall’applicazione della regola processuale civile secondo cui il processo muove dall’impulso di parte (99 c.p.c.) ed è alimentato dall’interesse ad agire (100 c.p.c.); condizioni, queste, che devono sussistere non solo nella fase iniziale del giudizio, ma per tutto il suo corso. Il G.E., pertanto, potrà riprendere la direzione della procedura ex art. 484 c.p.c. ove sussista un interesse attuale ad agire che si materializzi in un atto di riassunzione. Del resto, dopo una sospensione di tal fatta (ben 14 mesi stante la proroga sino al 30.6.21) non è scontato che il creditore mantenga l’interesse a coltivare il giudizio (si pensi al caso in cui la procedura sia definita bonariamente fra le parti, alla vendita dell’immobile effettuata fuori dalla procedura con pagamento diretto al creditore, alla sopravvenuta consapevolezza da parte del creditore dell’impossibilità di soddisfare il suo credito in ragione delle attuali condizioni del mercato immobiliare)[7].

 

3. L’inefficacia introdotta dall’art. 4 del D.L. N. 137 del 28.10.2020 (cd. “decreto ristori” entrato in vigore in data 29.10.20).

Nell’ottobre del 2020, all’art. 54 ter è stata affiancata, dall’art. 4 del d.l. n. 137 del 28.10.2020 (cd. “decreto ristori” entrato in vigore in data 29.10.20), altra particolare fattispecie. Tale norma, nel prevedere la proroga della sospensione dell’art. 54 ter sino al 31.12.20 ha introdotto una originale ipotesi di inefficacia.

Il tenore testuale della norma è il seguente:

“(…) È inefficace ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare, di cui all’articolo 555 del codice di procedura civile, che abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore, effettuata dal 25 ottobre 2020 alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”.

Il decreto “ristori” è stato convertito in legge (del 18/12/2020 - n. 176) pubblicata in Gazzetta Uff. il 24/12/2020 n. 319 (in vigore dal giorno successivo a quella di pubblicazione). Nella legge di conversione è stata apportata all’art. 4 del d.l. n. 137/20 la sola modifica della rubrica disponendo quanto segue:

alla rubrica, le parole: «nella prima casa» sono sostituite dalle seguenti: «sulla prima casa»“.

Nulla il legislatore ha disposto o chiarito in ordine all’”inefficacia di ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare”.

La norma non appare di agevole lettura tenuto conto della manifesta discontinuità normativa rispetto alla norma precedentemente entrata in vigore (l’art. 54 ter per l’appunto) che si limitava a disporre la sospensione della procedura esecutiva avente ad oggetto l’abitazione del debitore esecutato. Alla sospensione il Governo ha affiancato l’inefficacia, peraltro circoscrivendola al limitato lasso temporale intercorrente tra il 25 ottobre 2020 ed il 25.12.20 (entrata in vigore della legge di conversione). Allora ci si chiede quale sia il surplus giuridico o l’ulteriore effetto utile della norma se, avuto riguardo ad una procedura pendente che riguardi la casa d’abitazione, la stessa dovrà comunque ritenersi sospesa.

Ancora, non risulta altresì chiaro se l’inefficacia colpisca il pignoramento o, piuttosto, la procedura esecutiva pure se quest’ultima debba ritenersi sospesa dunque inidonea a recare alcun danno al debitore esecutato.

Probabilmente, potrebbe ipotizzarsi che l’autore della legge abbia inteso chiarire quale sia la “sanzione” giuridica da applicare per l’ipotesi in cui non venisse rispettata da parte della procedura la sospensione imposta dall’art. 54 ter di guisa che ogni atto, tanto di parte quanto del G.E., debba ritenersi inefficace; eppure, detta lettura non spiegherebbe perché la norma sia confinata entro un limitato lasso temporale.

Queste sono solo alcune riflessioni scaturenti dal tenore letterale della norma che si articolano sullo sfondo di un fondato sospetto di illegittimità costituzionale ove con essa si ritenesse che sia stato introdotto un divieto transitorio di pignoramento delle abitazioni principali. Al riguardo, basterebbe osservare che ad una simile conclusione osterebbero gli artt. 3 e 24 della Costituzione. Detta conclusione, del resto, consentirebbe al debitore di fruire di una sorta di zona franca di carattere transitorio ove gli sarebbe consentito di sottrarsi agli effetti del pignoramento con la conseguente deroga dell’art. 2740 c.c.. In altri termini, ove il pignoramento dell’abitazione si ritenesse inefficace, in ragione del discusso divieto in commento, sarebbe preclusa al creditore la possibilità di soddisfare coattivamente il suo diritto di credito[8].

Al fine di evitare le gravi conseguenze pratiche di cui sopra, è stata teorizzata una lettura costituzionalmente orientata della norma secondo cui la stessa, lungi dall’introdurre un divieto transitorio di pignoramento dell’abitazione principale del debitore, andrebbe riferita agli atti successivi allo stesso con la conseguenza che solo gli atti successivi al pignoramento sarebbero colpiti dall’inefficacia in parola[9].

La tesi, qui condivisa, ha innegabilmente impegnato gli interpreti ad effettuare evidenti, sia consentito, forzature ermeneutiche del dato letterale della norma, ma ciò si è reso necessario onde attribuire alla disposizione un significato compatibile con il sistema delle esecuzioni e, più in generale, con i precetti di portata costituzionale che sovraintendono l’adempimento coattivo del diritto di credito mediante espropriazione[10].

Il quadro pratico che ne scaturisce all’esito di tale complessa ricostruzione può essere sintetizzato come segue:

  • gli atti di natura liquidatoria compiuti durante il periodo di sospensione decorrenti dal 30 aprile 2020 sino al 24 ottobre 2020 saranno inficiati da nullità, deducibile con l’opposizione agli atti ex 617 c.p.c. ovvero con il reclamo ex art. 591 ter c.p.c., mentre i medesimi atti, conseguenti da pignoramenti perfezionatisi dal 25 ottobre 2020 sino all’entrata in vigore della legge di conversione del decreto c.d. “Ristori” (25,.12.2020), dovranno considerarsi, invece, colpiti da inefficacia, rilevabile anche ex officiodal giudice dell’esecuzione sino al termine della fase processuale di compimento dell’atto.

Certo è che così intesa la norma, la stessa finisce per sovrapporsi, senza alcuna innovazione di rilievo, alla nullità dell’atto compiuto in costanza di sospensione già desumibile delle norme pre-esistenti all’intervento normativo (su tutte l’art. 626 c.p.c. ed, appunto, il 54 ter). Eppure la tesi in commento rappresenta probabilmente quella meno perniciosa per il processo esecutivo e per il suo coerente e sistematico dispiegarsi se non si vuole teorizzare un divieto di pignoramento transitorio dell’abitazione principale del debitore.

Una breve riflessione deve dedicarsi, allora, alle conseguenze pratiche derivanti dall’inefficacia introdotta dall’art. 4 “Ristori”.

Gli atti posti in essere dal creditore pignorante al fine di curare la rituale introduzione e prosecuzione del processo di esecuzione (iscrizione a ruolo, istanza di vendita, deposito documentazione ipocatastale), ferma la integrale validità del pignoramento come sopra meglio chiarito, non vanno ritenuti in senso stretto atti liquidatori, pure essendo evidente il nesso di strumentalità che lega detti atti a quelli liquidatori (ordinanza di vendita delegata, pubblicazione avviso di vendita, celebrazione udienza di vendita, aggiudicazione, emissione decreto di trasferimento etc.). Ne deriva che gli atti sopra elencati non rientrano nel fuoco della sospensione ex art. 54 ter ma saranno colpiti dall’inefficacia sancita dal legislatore. Ove ciò accadesse, non sarà necessario, ad avviso di chi scrive, imporre al creditore di duplicare le attività poste a suo carico. Invero, se, esemplificando, dovesse dichiararsi (secondo una lettura molto rigorosa della norma in commento) l’inefficacia della iscrizione a ruolo o dell’istanza di vendita, tale declaratoria non potrà comportare alcuna conseguente statuizione di inefficacia del pignoramento a monte, ciò perché deve comunque considerarsi che una volta dichiarata l’inefficacia dell’atto in rilievo la procedura, con tutti i termini connessi all’atto dichiarato inefficace, deve comunque considerarsi sospesa e ciò in ragione dell’art. 54 ter che in alcun modo può reputarsi sostituito dall’art. 4 decreto ristori giacché, come visto sopra, l’inefficacia in esso prevista rappresenta la sanzione dell’inosservanza della stasi imposta ex lege dalla sospensione disciplinata dall’art. 54 ter a cui si affianca.

In pratica, dichiarata l’inefficacia dell’atto di iscrizione a ruolo, il creditore potrà pur sempre replicare detta iscrizione entro 15 giorni (non già dalla restituzione degli atti ex art. 557, comma 2, dall’ufficiale giudiziario), ma dalla cessazione della causa di sospensione (allo stato prevista per il 30.6.21).

Il pignoramento notificato nel periodo di vigenza dell’art. 54 ter, infatti, deve ritenersi validamente perfezionato e tutti i termini e le incombenze processuali previste a pena di decadenza devono ritenersi sospesi con la conseguenza che detti termini riprenderanno il loro corso dopo la cessazione della causa di sospensione legale.

Ove nonostante la sospensione il creditore abbia comunque rispettato le cadenze processuali imposte dalla legge, e la procedura non fosse dichiarata sospesa, eventuali opposizioni da cui scaturirebbero nullità o declaratorie di inefficacia non determineranno alcuna definitiva decadenza processuale ai danni del pignorante (o creditore titolato a questo sostituitosi) perché i termini riprenderanno a decorrere all’esito della cessazione della sospensione (ciò vale per tutti i termini previsti ad esempio dal 497, 557, 567 etc.).

Detta soluzione deve considerarsi unitaria tanto per il caso di nullità od inefficacia, dichiarati rispettivamente ex art. 626 c.p.c. e 4 “ristori” e, potrebbe garantire maggiore semplicità nella soluzione delle questioni problematiche. Ove il pignoramento riguardi più cespiti, il creditore dovrà ritenersi rimesso in termini all’esito della sospensione per quanto riguarda gli adempimenti esclusivamente riferibili all’abitazione principale tenuto conto che la nullità o l’inefficacia degli atti riferibili a quest’ultima non possono estendersi al valido pignoramento che vincoli altri cespiti destinati ad altri usi.

 

4. La sospensione degli ordini di rilascio.

Ai sensi del Decreto Legge del 17/3/2020 - n. 18 (pubblicato in Gazzetta Uff. 17/03/2020 n. 70) e, in particolare, in forza dell’art. 103 rubricato “Sospensione dei termini nei procedimenti amministrativi ed effetti degli atti amministrativi in scadenza” al comma 6 è stato previsto che: “L’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, anche ad uso non abitativo, è sospesa fino al 1° settembre 2020”.

Il decreto legge è entrato in vigore il 17/3/2020 ed alla data di entrata in vigore si prevedeva che gli ordini di rilascio fossero sospesi sino al 30.6.20. Solo in sede di conversione (legge entrata in vigore il 30.4.20) è stato modificato il comma in commento prevedendo l’estensione della sospensione sino al primo settembre.

Al riguardo, ci si è immediatamente posti il problema interpretativo relativamente alla possibilità di applicare detta sospensione ai decreti di trasferimento e, più in generale, agli ordini di liberazione giudiziali emessi nelle procedure esecutive.

Secondo autorevole tesi[11]: “ l’art. 103, comma 6, d.l. n. 18 del 2020 costituisce disposizione eccezionale contenuta in una normativa speciale e, come tale, è insuscettibile di applicazione analogica: la disposta sospensione della “esecuzione” non può riguardare – pena la violazione dell’art. 14 delle preleggi – la “attuazione” dell’ordine di liberazione o del decreto di trasferimento ai sensi dell’art. 560 c.p.c. (come modificato dall’art. 18-quater, comma 1, d.l. 30/12/2019, n. 162, convertito, con modificazioni, dalla legge 28/2/2020, n. 8). Con la riforma codicistica del 2016 il legislatore aveva previsto che il custode non dovesse più “eseguire” l’ordine di liberazione attraverso una procedura ex artt. 605 ss. c.p.c., bensì “attuare” il provvedimento secondo le disposizioni impartite dal giudice dell’esecuzione; l’intervento del 2019 sull’art. 560 c.p.c. aveva eliminato qualsivoglia riferimento alle modalità da seguire per la realizzazione del provvedimento, alimentando numerosi dubbi interpretativi; il legislatore del d.l. n. 162 del 2019 (rectius, della legge di conversione n. 8 del 2020) ha esplicitamente disposto che il custode debba provvedere alla “attuazione” (dell’ordine di liberazione o del decreto ex art. 586 c.p.c.), dizione che nel linguaggio tecnico-giuridico non coincide con (né è sovrapponibile a) quella di “esecuzione”.

Secondo la tesi in commento, che per ragioni espositive chiameremo “restrittiva”, dovrebbe ritenersi che l’art. 103, comma 6, c.p.c. disponga la sospensione della sola procedura di “esecuzione” degli ordini di rilascio di cui agli artt. 605 e ss. c.p.c. e non anche degli ordini di liberazione ex art. 560 c.p.c. e delle ingiunzioni di liberazione di cui all’art. 586 c.p.c. (ove, beninteso, l’attuazione di detti provvedimenti sia curata dal custode ausiliario del G.E.).

La tesi sin da subito ha trovato discreta applicazione pratica e plurime adesioni[12]. Di essa si apprezza il rigore giuridico e sistematico della premessa e l’inquadramento della disciplina emergenziale nel più ampio contesto del processo esecutivo e del sistema del doppio binario determinato, da un lato, dall’attuazione degli ordini di liberazione a cura del custode e, per altro verso, dall’esecuzione degli ordini di rilascio come disciplinato dagli art. 605 e ss., c.p.c..

La tesi, tuttavia, si presta a delle critiche nella misura in cui si potrebbe contrariamente osservare che la volontà del legislatore in ordine alla sospensione degli ordini di liberazione non debba ritenersi circoscritta alle sole procedure d’esecuzione (605 e ss., c.p.c.), ma estesa, in via generale, a tutti quei provvedimenti che comportino quale effetto ultimo la liberazione dell’immobile. In altri termini, secondo la tesi contrapposta, che pertanto possiamo definire “estensiva”, con la sospensione dell’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, il legislatore ha introdotto una sospensione eccezionale, ma al tempo stesso generalizzata a tutti i casi di liberazione da attuare od eseguire in costanza di pandemia, volta ad impedire la perdita della disponibilità di un immobile utilizzato a scopo abitativo o commerciale. Circoscrivere il perimetro applicativo della norma alle sole procedure esecutive ex artt. 605 c.p.c. e ss., equivarrebbe ad una interpretazione parzialmente abrogativa della disposizione non giustificata e contraria alla ratio della stessa.

Inoltre, l’adesione alla tesi restrittiva comporterebbe un’indebita diversificazione di situazioni identiche ex latere debitoris; così, se emesso il decreto di trasferimento l’aggiudicatario decidesse di avvalersi del custode per l’attuazione dell’ingiunzione di liberazione, la sospensione non troverebbe applicazione, viceversa, la norma emergenziale ri-troverebbe applicazione se lo stesso aggiudicatario decidesse di eseguire l’ingiunzione a mezzo ufficiale giudiziario e secondo la procedura prevista dagli artt. 605 e ss., c.p.c.. Appare, in altri termini, decisamente evidente la disparità di trattamento nel medesimo caso, visto dalla prospettiva del debitore, il quale non potrà fare altro che augurarsi che l’aggiudicatario decida di non instare al custode di attuare l’ingiunzione di liberazione[13].

In definitiva, condividere la tesi estensiva, conduce l’interprete, gioco forza, a ritenere che la sospensione degli ordini di liberazione debba applicarsi in via generale a tutti i provvedimenti ex art. 560 e 586 c.p.c. emessi dal G.E. e ciò a prescindere, soprattutto per quanto riguarda l’ingiunzione di liberazione contenuta nel decreto di trasferimento, che la stessa sia attuata dal custode od eseguita per mezzo della procedura disciplinata dagli art. 605 e ss., c.p.c..

Se si ritiene che l’art. 103 comma 6 debba applicarsi sempre all’ingiunzione di liberazione, bisogna conseguentemente domandarsi quale sia il regime applicativo intertemporale previsto dalla norma. In altri termini, è d’uopo chiarire se la sospensione possa riguardare anche l’ingiunzione di liberazione contenuta nel decreto di trasferimento emesso prima della entrata in vigore dell’art. 103, comma 6.

Invero, in alcuni Uffici[14] è stato ritenuto che se gli effetti dell’aggiudicazione avvenuta prima dell’entrata in vigore dell’art. 54 ter debbano essere tenuti fermi (in ragione dell’art. 187 bis d.a. al c.p.c.) dovrà conseguentemente escludersi l’applicazione dell’art. 103, comma 6, all’ordine di liberazione contenuto nel decreto di trasferimento (ingiunzione di liberazione ex art. 586 c.p.c.).

La tesi, invero, poggia sulla perspicace considerazione per cui non avrebbe pregio logico e poi giuridico ritenere prevalente il diritto dell’aggiudicatario a mantenere fermo l’acquisto (in ragione della regola sancita dall’art. 187 bis d.a. al c.p.c.) se poi, una volta emesso il decreto di trasferimento, questo non fosse suscettibile di attuazione[15] od esecuzione. Del resto, se così non si ritenesse, l’aggiudicatario frattanto divenuto proprietario dell’immobile in forza dell’emissione del decreto di trasferimento, non potrebbe, ciò nonostante, immettersi nel possesso dell’immobile così peraltro sopportando il rischio della regola res perit domino ovvero una eventuale responsabilità (oggettiva) ex art. 2051 c.c..

La tesi è suggestiva e sicuramente ben argomentata.

Eppure non può ritenersi condivisibile perché l’art. 103 comma 6 presuppone, ove si accordasse preferenza alla tesi estensiva, non solo l’avvenuta aggiudicazione, ma l’emissione del decreto di trasferimento o quanto meno di un ordine di liberazione dunque si può senz’altro affermare che se l’art. 187 bis d.a. al c.p.c. è in grado di neutralizzare gli effetti della sospensione ex art. 54 ter, ma non può tuttavia sortire alcuna ulteriore conseguenza rispetto all’attuazione od esecuzione dell’ingiunzione di liberazione contenuta nel decreto di trasferimento tenuto conto dell’art. 103, comma 6, del d.l. n. 18/2020.

Vero è che così l’aggiudicatario si espone a diversi rischi tra i quali il danneggiamento od il perimento del bene, ma tale valutazione (rectius: contemperamento degli interessi salvo quanto si dirà nel prosieguo sulla possibilità di emettere ordini di liberazione urgenti ex art. 560 c.p.c.) è stata effettuata dal legislatore il quale, fra le diverse esigenze in contrapposizione, ha preferito accordare tutela preferenziale al debitore che abiti o utilizzi l’immobile pure se abbia frattanto perso il diritto di proprietà.

Altra questione, in termini di applicazione temporale della norma, potrebbe in astratto ipotizzarsi ove il decreto di trasferimento fosse emesso prima della entrata in vigore del D.L. n. 18/20 e, dunque, dell’art.103, comma 6. Ove si ritenesse, in questo caso, di applicare rigidamente la regola tempus regit actum, in base alla quale ciascun atto processuale deve essere assoggettato alla normativa vigente nel momento in cui è stato emesso o si verifica (cfr. art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale), si dovrebbe ritenere che il decreto di trasferimento emesso prima della entrata in vigore della norma e non ancora attuato od eseguito non soggiace alla sospensione in parola.

Ancora, si potrebbe pure ipotizzare che i decreti emessi durante la vigenza del decreto legge n. 18/2020, ma prima dell’entrata in vigore della legge di conversione che ha modificato l’art. 103, comma 6 prevendendone l’estensione dal 30 giugno al primo settembre (e poi al 31.12.20 e, infine, al 30.6.21), non subiscano detta proroga e ciò sempre in forza del principio tempus regit actum.

In realtà, le prospettate soluzioni non possono ritenersi condivisibili.

Invero, l’art. 103, comma 6 ha ad oggetto la sospensione dell’esecuzione dei provvedimenti di rilascio cosicché rientrano nella relativa disciplina tutti gli ordini di liberazione o ingiunzioni di liberazione che, benché emessi prima, non siano stati ancora eseguiti od attuati alla data di entrata in vigore della normativa d’urgenza.

Trattasi, infatti, di provvedimenti che producono reale incidenza sullo spossessamento del bene solo nel momento in cui sono concretamente attuati od eseguiti con ciò dovendosi ritenere possibile che fra la emissione dell’ordine e l’esecuzione dello stesso sussista una cesura temporale che comunque non incide, ai fini che qui rilevano, sulla possibilità di derogare all’art. 103, comma 6, se al tempo della sua entrata in vigore l’ordine non risulta concretamente attuato od eseguito[16].

In definitiva, l’art. 103, comma 6, del d.l. n. 18/2020 preclude l’attuazione o l’esecuzione delle ingiunzioni di liberazione contenuti nei decreti di trasferimento benché l’aggiudicazione sia stata disposta prima dell’entrata in vigore dell’art. 54 ter.

 

5. L’evoluzione del dibattito alla luce della successiva legislazione emergenziale.

In corso d’opera, la tesi restrittiva ha ricevuto ulteriori consensi tenuto conto del tenore testuale della rubrica dell’art. 17 bis introdotto dalla legge di conversione n. 77/2020 (pubblicata nel Supplemento ordinario alla “Gazzetta Ufficiale„ n. 180 del 18 luglio 2020 - Serie generale) del decreto legge n. 34/2020.

In altri termini, con la Legge 17 luglio 2020, n. 77 di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 dopo l’articolo 17 è stato inserito il seguente articolo:

«Art. 17-bis (Proroga della sospensione dell’esecuzione degli sfratti di immobili ad uso abitativo e non abitativo). - 1. Al comma 6 dell’articolo 103 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, le parole: “1° settembre 2020” sono sostituite dalle seguenti: “31 dicembre 2020”».

Ebbene, la norma sembra avere chiarito definitivamente quale sia il campo di applicazione dell’art. 103, comma 6, del D.L. n. 18/20. Con l’espressa menzione della sola esecuzione degli “sfratti”, infatti, il legislatore pare avere disvelato l’esatta portata della norma limitandola alle sole liberazioni disposte all’esito dei procedimenti di sfratto ex art. 657 e ss., c.p.c., eseguiti tramite le procedura disciplinata dall’art. 605 e ss., c.p.c..

La limitazione in parola, del resto, potrebbe trovare la sua giustificazione in ragione della diversità delle fattispecie giuridiche in rilievo e, dunque, delle differenti tutele concesse al conduttore moroso ed al debitore esecutato. Quest’ultimo, a differenza del conduttore, subisce una procedura esecutiva in ragione di un conclamato inadempimento e, pertanto, le sue esigenze abitative devono ritenersi cedevoli rispetto agli interessi rappresentati all’interno del processo esecutivo. In esso il creditore (o i creditori) attende la soddisfazione del suo diritto di credito mediante ripartizione del ricavato e l’aggiudicatario, che nel frattempo è divenuto proprietario dell’immobile giusta emissione del decreto di trasferimento, vanta il diritto ad essere immesso nel possesso dell’immobile. All’evidenza, nella procedura esecutiva, sussistono una molteplicità di interessi e diritti soggettivi che, cumulati tra loro, rendono l’interesse del debitore al mantenimento dell’uso dell’abitazione senz’altro recessivo.

Detta soluzione ermeneutica, d’altra parte, sembra essere quella che meglio rappresenta l’esigenza di tutelare l’affidamento dell’aggiudicatario a partecipare e conseguire, una volta resosi aggiudicatario e versato il saldo prezzo, la consegna dell’immobile. Accordare immediata tutela a questo interesse/diritto soggettivo significa garantire la funzionalità delle esecuzioni immobiliari le quali senza le vendite non conoscono alcun positivo epilogo. Il sistema delle esecuzioni immobiliari, infatti, deve apprestare tutela all’affidamento riposto dall’aggiudicatario: egli deve poter accedere facilmente alle informazioni relative all’immobile (pubblicità e completezza della stessa); deve poterlo visitare (difatti in caso di condotta ostativa l’art. 560 c.p.c. prevede la possibilità di emanare un ordine di liberazione ai danni del debitore che ne ostacoli dette visite); deve partecipare liberamente all’udienza di vendita e, versato il saldo prezzo, deve conseguire nei termini di legge il decreto di trasferimento e con esso il diritto alla immissione nel possesso nell’immobile entro tempi ben scanditi (cfr. art. 560 c.p.c.) e contenuti. Non accordare tutela ad uno solo di questi fondamentali snodi processuali del sub-procedimento di vendita significa ridurre[17] la platea dei potenziali acquirenti interessati a partecipare alle aste immobiliari con tutto ciò che ne consegue in termini di minori vendite; prezzi più bassi; minore esdebitazione del debitore; aumento del credito (corso degli interessi); superamento della ragionevole durata del processo; inutilità della procedura esecutiva che non sia strumentale alla vendita del compendio pignorato.

D’altronde, nei procedimenti di sfratto non sussiste una tale molteplicità di interessi da salvaguardare, anche se tutelare le esigenze abitative e non del conduttore moroso con una norma che, in buona sostanza, trasla detta tutela in termini di costi e di conseguente minore valore della proprietà privata in capo ai proprietari di detti immobili, suscita non poche perplessità in termini di opportunità, proporzionalità e ragionevolezza della norma e, dunque, della conseguente tenuta costituzionale di tale grave limitazione della proprietà privata[18].

Ciò premesso, la rubrica dell’art. 17 bis, in commento, ha inoltre il merito di dirimere sul nascere la discrasia creata in origine dall’art. 103, comma 6 ove si aderisse alla tesi restrittiva. In altri termini, la limitazione della sospensione alle procedure esecutive degli ordini di sfratto, ha tolto l’interprete dall’imbarazzo del diverso trattamento da riservare, nonostante l’identità della fattispecie vista dalla prospettiva del debitore esecutato, all’ingiunzione di liberazione contenuta nel decreto di trasferimento ove attuata dal custode (non soggetta a sospensione secondo la tesi in commento) rispetto all’identica ingiunzione eseguita dall’ufficiale giudiziario. L’esplicita inclusione dei soli sfratti nell’alveo dell’art. 103, comma 6 risolve il problema perché in entrambe le ipotesi sopra indicate tanto l’attuazione quanto l’esecuzione dell’ingiunzione di liberazione si collocheranno al di fuori dell’ambito oggettivo della norma, da considerare riservata, bene dirlo ancora una volta, agli sfratti[19].

L’art. 17 bis introdotto dalla legge di conversione n. 77/2020 del decreto legge n. 34/2020 sembra, in definitiva, avere risolto la questione interpretativa certificando, per così dire, l’intuizione di quegli interpreti che all’indomani della emanazione dell’art. 103, comma 6, hanno letto la norma attenendosi scrupolosamente al suo dato letterale ricusando letture estensive della stessa non consentite dalla sua natura eccezionale e transitoria (cfr. art. 14 delle preleggi).

Ebbene, in realtà la questione è tutt’altro che chiusa come meglio si vedrà nel prossimo paragrafo.

 

6. Della risposta data dal Ministro delle Giustizia in sede di interrogazione parlamentare al decreto milleproroghe (decreto legge n. 183/2020).

Proprio nel momento in cui sembrava di poter affermare che i dati testuali confermassero la prevalenza della tesi restrittiva sull’altra, si sono registrati due diversi sussulti di segno opposto.

In sede di interrogazione parlamentare[20], è stato richiesto al Ministro della Giustizia se l’art. 103, comma 6, ove preveda la sospensione dell’esecuzione degli ordini di liberazione, debba intendersi esteso ai provvedimenti ex art. 560 e 657 c.p.c.. Detta interrogazione scaturiva, come visto, dalla disomogenea applicazione della norma nel territorio nazionale[21].

Il Ministro, nel rispondere all’interrogazione parlamentare, ha affermato, in particolare, quanto segue:

“(…) deve ritenersi che la formulazione della disposizione di cui all’art. 103, comma 6, del Decreto-legge 18/20 non lasci spazio ad equivoci.

Dal tenore letterale della norma risulta evidente che la stessa si riferisce in linea generale alla esecuzione di tutti i provvedimenti di rilascio, indipendentemente dalle procedure alle quali gli stessi accedano (tra i quali, esecuzione immobiliare, procedimenti di convalida di sfratto, attuazione ex art. 669 duodecies c.p.c. di provvedimenti resi ai sensi dell’art. 703 c.p.c.). Pertanto, a fronte di un testo chiaro e di portata generale (in claris non fit interpretatio) non pare necessario intervenire con una norma di interpretazione autentica”.

Orbene, la risposta alla interrogazione parlamentare, è bene precisare, è stata resa a fine novembre 2020, dunque successivamente alla pubblicazione della legge di conversione n. 77/2020 del D.L. n. 34/20.

All’autorevole punto di vista del Ministro non pare possa però attribuirsi efficacia di interpretazione autentica[22], giacché essa è riservata al parlamento quando interviene a mezzo di un provvedimento legislativo che in ragione del suo carattere interpretativo avrà efficacia retroattiva, né lo stesso può includersi tra le circolari ministeriali o fra gli altri atti di normazione secondaria che abbiano rilevanza giuridica nel sistema della fonti. Di certo la risposta disorienta, per così dire, gli esponenti della tesi restrittiva nella misura in cui il legislatore con la legge di conversione del D.L. n. 34/20 sembrava avere delimitato l’ambito applicativo della norma ponendo la parola fine alla querelle interpretativa.

Il parere del Ministro, deve, a parere dello scrivente, ritenersi prevalentemente un atto politico, ed infatti è reso quale risposta ad una interrogazione parlamentare e, tuttavia, bisogna chiedersi se tale lettura della norma, possa disvelare, quanto meno, l’intentio legis sottesa all’art. 103, comma 6.

La risposta è senz’altro affermativa nel senso che è probabile che nelle intenzioni del Governo (Consiglio dei Ministri) vi fosse la volontà di emanare una norma che disponesse in via generalizzata la sospensione dell’esecuzione degli ordini di rilascio, ciò a prescindere dalle procedure da cui detti ordini siano scaturiti.In altri termini, sul punto la tesi estensiva pare avere ricevuto un autorevole avallo ermeneutico quanto meno rispetto alle intenzioni che hanno mosso il Governo al momento della stesura della norma.

Eppure, l’acritica adesione alla tesi supportata dal vertice del ministero (ove reputa altresì applicabile la norma ai provvedimenti emessi ex art. 560, 669 duodecies e 703 c.p.c.) comporterebbe l’indiscriminata applicazione della sospensione in parola ai provvedimenti d’urgenza resi dall’Autorità giudiziaria. Invero, per esemplificare, il debitore esecutato che nelle more dell’emanazione del decreto di trasferimento o dopo l’emanazione dello stesso danneggi dolosamente l’immobile potrà avvalersi della sospensione dell’ordine di liberazione ex art. 560 o 586 c.p.c. frattanto emesso dal G.E.; ancora, il soggetto che esperisca vittoriosamente un’azione di reintregra nel possesso a seguito di uno spoglio violento, secondo la lettura estensiva in commento, non potrà immettersi nel possesso in ragione della sospensione dell’ordine di liberazione e ciò finanche se lo stesso abbia, prima dello spoglio, utilizzato l’immobile quale sua abitazione principale. In altri termini, l’adesione acritica alla tesi estensiva porrebbe, senza alcuna retorica, a denegare tutela a situazioni giuridiche soggettive di estrema rilevanza peraltro oggetto di un provvedimento urgente dato dall’autorità giudiziaria.

Ancora, altra conseguenza per così dire paradossale della norma in commento, si registra ove si considera che da un lato, secondo la tesi estensiva, sarebbe, come visto, preclusa l’attuazione dei provvedimenti giudiziali d’urgenza, mentre, dall’altro, la norma consentirebbe l’esecuzione degli ordini di liberazione che non promanano da provvedimenti di natura giudiziaria (si pensi agli atti esecutivi ex art. 474 c.p.c. di natura convenzionale, ai verbali di conciliazione, di mediazione, di negoziazione assistita, ciò tenuto conto del riferimento operato dall’art. 103, comma 6, ai soli “provvedimenti” cui non rientrano, all’evidenza, gli atti negoziali)[23].

Ebbene, pure volendo riconoscere che il parere in commento abbia indiscussa valenza nel disvelare le intenzioni dell’autore della norma (il Governo), deve comunque osservarsi, riecheggiando una costante massima della ermeneusi del diritto[24], che il senso della norma si stacca dall’autore del testo e vive di vita propria. Invero, la cesura tra intentio legis, diritto formale e diritto materiale è data da come l’intenzione dell’autore sia tradotta nel testo normativo: più precisa ed accurata sarà la traduzione, più aderente alla intentio legis sarà la vita della norma.

Nel caso di specie, sia consentito dissentire dal giudizio di chiarezza attribuito alla norma da parte del Ministro. Invero, la stessa può davvero risultare chiara solo aderendo alla tesi restrittiva che applica quanto palesato dalla norma sul piano letterale (non potendo un giurista ritenere sinonimi, specie in una norma di stretta interpretazione, “esecuzione” ed “attuazione” nonché “sfratti” ad ogni ordine di liberazione o procedura a ciò strumentale prevista dall’ordinamento).

Se l’intenzione dell’autore della norma, allora, era quella di introdurre una sospensione generalizzata, sarebbe stato preferibile utilizzare parole precise e puntuali contemplando anche i titoli esecutivi di fonte negoziale.

In ogni caso, nel momento in cui il parlamento, unico detentore della potestà legislativa, nel prorogare l’efficacia temporale della sospensione disciplinata dall’art. 103, comma 6, usa testualmente le seguenti espressioni: “proroga della sospensione dell’esecuzione degli sfratti (…)” appare evidente che l’originaria intenzione del Governo debba ritenersi superata.

Da quanto detto ne consegue che quand’anche l’intenzione originaria sottesa all’art. 103, comma 6, fosse sovrapponibile agli argomenti tracciati dai fautori della tesi estensiva, detta lettura deve ritenersi superata dal legislatore il quale nel fare propria la norma ha indicato, peraltro in conformità al parere dell’Ufficio studi di Camera e Senato, il suo ambito di applicazione circoscrivendolo agli sfratti. La risposta resa dal Ministro della Giustizia all’interrogazione parlamentare può senz’altro annoverarsi tra gli indici dell’intentio legis ma, ciò nonostante, si è visto come la lettura proposta non pare più attuale alla luce delle modifiche alla norma disposte dal legislatore nonché in ragione degli effetti pratici conseguenti dall’adesione alla stessa.

La vicenda, tuttavia, non volge ancora al termine.

 

7. Le novità apportate con il decreto legge n. 183/2020 (c.d. “decreto milleproroghe”).

Come noto, attraverso il decreto milleproroghe il Consiglio dei ministri posticipa l’entrata in vigore di disposizioni normative o proroga l’efficacia di leggi in scadenza.

Ancora una volta, il Governo ha prorogato l’efficacia della sospensione contenuta negli artt. 54 ter e 103, comma 6 del d.l. n. 18/20 estendendone la portata temporale sino al 30.6.21.

Quanto all’art. 103, comma 6, nel milleproroghe, precisamente all’art. 13, comma 13, si dispone quanto segue:

 “La sospensione dell’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, anche ad uso non abitativo, prevista dall’art. 103, comma 6, del decreto – legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, è prorogata sino al 30 giugno 2021 limitatamente ai provvedimenti di rilascio adottati per mancato pagamento del canone alle scadenze e ai provvedimenti di rilascio conseguenti all’adozione, ai sensi dell’art. 586, comma 2, c.p.c., del decreto di trasferimento di immobili pignorati ed abitati dal debitore e dai suoi familiari”.

Il decreto, entrato in vigore il primo gennaio 2021, estende l’efficacia nel tempo della sospensione degli ordini di liberazione.

La norma da ultimo in commento, per la prima volta afferma expressis verbis che l’art. 103, comma 6, si applica all’esecuzione dei provvedimenti di rilascio emessi ai sensi dell’art. 586, comma 2, c.p.c. aventi ad oggetto l’immobile abitato dal debitore.

Invero, si riapre con forza la disputa interpretativa in parte sopita dalla legge n. 77/20 ed, ancora una volta, pare riemergere con rinnovato vigore il valore della tesi estensiva. L’uso dell’avverbio “limitatamente” utilizzato dall’art. 13, comma 13, viene usato per delimitare le ipotesi cui debba ritenersi prorogata l’efficacia temporale della norma e ciò presuppone, logicamente, che nel perimetro dell’art. 103, comma 6, ante milleproroghe i provvedimenti di rilascio (rectius ingiunzione di liberazione) ex art. 586 c.p.c. fossero già compresi nella disposizione. In parole più semplici, se con la proroga ci si limita a disporre un’estensione temporale parziale della norma solo a talune ipotesi significa che il Governo ha ridotto la portata oggettiva della disposizione distinguendo, tra le varie ipotesi prima disciplinate o contenute nella norma, solo quelle che alla luce del permanere della emergenza sanitaria meritino ancora tutela.

Letta in questo modo si dovrebbe allora ritenere che l’art. 13, comma 13 ha affermato che:

  • prima della proroga, l’art. 103, comma 6, doveva ritenersi applicabile a tutte le ipotesi di esecuzione di ordini di liberazione (pure emessi all’interno di una procedura esecutiva oltre ovviamente agli sfratti);
  • dopo la proroga, la norma restringe il suo campo di applicazione ai soli sfratti per morosità ed alle ingiunzioni di liberazione contenuti nell’art. 586, comma 2, c.p.c. aventi ad oggetto le abitazioni del debitore e dei suoi familiari.

Nella norma, rimane il riferimento alle “esecuzioni” degli ordini di liberazione sicché, alla luce della tesi restrittiva, dovrebbe ancora ritenersi che la sospensione riguardi solo le ingiunzioni di liberazioni in cui l’aggiudicatario non abbia esplicitamente richiesto che il custode ne curi l’attuazione. Secondo la tesi estensiva, viceversa, deve ora ritenersi chiaro che la norma troverebbe applicazione in tutte le ipotesi di liberazione ex art. 586 c.p.c. a prescindere dalla modalità, prescelta dall’aggiudicatario, di attuazione od esecuzione dell’ordine medesimo.

In realtà, tanto la tesi restrittiva quanto quella estensiva, pure avendo tanti argomenti a loro favore, presentano, ciò nondimeno, degli inconvenienti pratici specie dopo l’entrata in vigore del milleproroghe. Appare, pertanto, necessario prospettare dei correttivi alla tesi restrittiva comunque preferibile che, conseguentemente, potremmo definire restrittiva temperata.

Invero, come abbiamo visto, accedere alla tesi estensiva comporta l’inaccettabile conseguenza secondo cui l’art. 103, comma 6, sarebbe applicabile quanto meno sino al 31.12.20 a tutte gli ordini di liberazione quand’anche emessi in via d’urgenza con sostanziale inibizione dell’applicazione dell’art. 560 c.p.c. che consente, come noto, la possibilità di emettere ordini di liberazione al ricorrere di particolari ipotesi previste dal legislatore.

Di contro la tesi restrittiva, ha sempre mantenuto una coerenza di fondo condivisibile, ma non può essere più applicata integralmente all’indomani dell’entrata in vigore del milleproroghe. In altri termini, affermare che l’art. 103, comma 6, ove riferito o riferibile alle ingiunzioni di liberazione ex art. 586 c.p.c. emessi nell’ambito della procedura esecutiva riguarderebbe esclusivamente le procedure d’esecuzione e non anche quelle di attuazione curate dal custode non può essere condiviso.

Non si può, infatti, asserire che il diritto soggettivo del debitore esecutato che abiti l’immobile al mantenimento dello stesso sino al 30.6.21 si atteggi diversamente a seconda della scelta concreta dell’aggiudicatario contemplata nell’art. 560, comma 6, c.p.c.. Se infatti si afferma che soltanto l’esecuzione dell’ingiunzione ai sensi dell’art. 605 e ss., c.p.c. può considerarsi sospesa (sempre che riguardi l’abitazione del debitore) deve conseguentemente escludersi l’attuazione della medesima ingiunzione ove invece l’aggiudicatario opti per l’attuazione ad opera del custode.

La tesi, come visto, si presterebbe ad una ingiustificata disparità di trattamento di casi uguali, se visti dalla prospettiva del debitore esecutato. Inoltre, la norma sarebbe presto di fatto disapplicata (quanto meno nell’ambito delle esecuzioni immobiliari) perché l’aggiudicatario, tenuto conto delle maggiori difficoltà, legate all’esecuzione dell’ingiunzione, propenderebbe per chiedere esplicitamente al custode di curare l’attuazione dell’ordine ex art. 586 c.p.c.. Né, a diverse conclusioni, si può addivenire ove si ritenesse che la procedura esecutiva immobiliare deve concludersi entro termini ragionevoli mentre l’esecuzione ex art. 605 e ss., c.p.c. non sarebbe sottoposta ai medesimi limiti di durata. Questa considerazione invero non pare condivisibile non fosse altro perché anche l’esecuzione ex art. 605 e ss., c.p.c. rientra nel lato novero dei procedimenti che devono essere conclusi entro termini ragionevoli. In secondo luogo, il diritto è accordato al debitore il cui interesse, nel conflitto con l’aggiudicatario, è stato ritenuto dal legislatore prevalente sicché l’unico soggetto che possa disporre del diritto (rinunciandovi) è il solo debitore esecutato e non anche l’aggiudicatario, poiché se così fosse, il legislatore avrebbe attribuito all’aggiudicatario il diritto potestativo di liberarlo o meno a seconda della procedura di attuazione od esecuzione dell’ordine di ingiunzione prescelta.

In definitiva, il debitore che abita l’immobile, benché oggetto di trasferimento, deve rimanere all’interno dello stesso sino al 30.6.21 prescindendo dalla scelta compiuta dall’aggiudicatario.

E tuttavia, e qui trova fondamento la lettura temperata della tesi restrittiva proposta in questa sede, se adesso il campo applicativo della norma (con riguardo alle esecuzioni immobiliari) appare inequivocabilmente circoscritto alle ingiunzioni di liberazione ex art. 586 c.p.c. dovrà allora ritenersi consentito al G.E., nelle ipotesi disciplinate dall’art. 560 c.p.c., l’emanazione dell’ordine di liberazione e la sua attuazione, nei casi ivi disciplinati, a cura del custode non potrà considerarsi in alcuna maniera oggetto di sospensione. Ciò perché la fattispecie non è stata esplicitamente contemplata nel decreto milleproroghe che per via della sua natura eccezionale, in ordine alla proroga in questione, deve comunque considerarsi norma di stretta interpretazione.

Appare tuttavia d’uopo rilevare come la possibilità di emettere l’ordine di liberazione ex art. 560 c.p.c. nonostante l’avvenuta pubblicazione del decreto di trasferimento non si risolva in una inutile duplicazione di titoli equipollenti, purché sia chiaro quale sia il diverso campo di applicazione di ciascun provvedimento[25]. Ed invero, ferma restando l’inattuabilità o l’ineseguibilità dell’ingiunzione di liberazione contenuta nel decreto di trasferimento con cui si trasferisce il diritto pignorato relativo all’immobile abitato dal debitore esecutato, sarà possibile emettere, ciò nonostante, un ordine di liberazione ex art. 560 c.p.c. ove il debitore si renda responsabile di condotte tali da arrecare ingiustificati danni all’aggiudicatario frattanto divenuto proprietario.

Come noto, con il deposito del decreto di trasferimento si realizza l’effetto traslativo con la conseguenza che l’aggiudicatario diviene proprietario del cespite abitato dal debitore esecutato. L’aggiudicatario, come visto, nonostante l’emissione del decreto di trasferimento in suo favore non potrà essere immesso nel possesso del bene sino al 30.6.21. Bisogna chiedersi pertanto se il diritto del debitore al mantenimento della detenzione dell’immobile possa ricevere tutela incondizionata dall’ordinamento pure là dove il debitore, ormai consapevole dell’aggiudicazione dell’immobile, ponga in essere atti tali da ledere lo ius ad rem dell’aggiudicatario.

Come noto, secondo Cassazione civile sez. III, n. 14765 del 30/06/2014 l’aggiudicatario, fermo il successivo versamento del saldo prezzo e l’emanazione del decreto di trasferimento in suo favore, acquista il diritto di ricevere il lotto nelle stesse condizioni indicate nella perizia di stima. Ciò comporta il correlativo obbligo di diligenza e di buona fede a carico dei soggetti tenuti alla custodia e conservazione del bene aggiudicato, così da assicurare la corrispondenza tra quanto ha formato oggetto della volontà dell’aggiudicatario e quanto venduto, nonché un obbligo di correttezza (quale espressione di un principio di solidarietà sociale) anche dei terzi, i quali, allorché l’aggiudicatario lamenti la perdita o il danneggiamento dell’immobile aggiudicato prima del deposito del decreto di trasferimento, rispondono del relativo danno a norma dell’art. 2043 cod. civ.).

Orbene, ben pochi dubbi vi sono che lo ius ad rem vantato dall’aggiudicatario debba essere tutelato e garantito nonostante il diritto del debitore di mantenere l’immobile anche dopo l’emissione del decreto di trasferimento. Ne consegue che il debitore che danneggi l’immobile sarà senz’altro responsabile per i danni arrecati all’immobile. La responsabilità risarcitoria del debitore però potrebbe rivelarsi del tutto inutile se si considera che lo stesso, a fronte di una esecuzione appena subita, non avrà un patrimonio tale da poter garantire l’adempimento dell’obbligazione risarcitoria sempre che l’aggiudicatario decida di citarlo in giudizio per ottenere una sentenza di condanna che probabilmente non avrà mai alcun adempimento spontaneo.

Alternativamente, non può escludersi che l’aggiudicatario possa invocare anche la responsabilità dell’ausiliario del giudice per omessa custodia (rectius: vigilanza). Circostanza sicuramente possibile e peraltro giuridicamente sostenibile, ed allora occorre garantire non solo che l’aggiudicatario ottenga ciò che abbia effettivamente acquistato, ma che gli organi della procedura si attivino per vigilare a che il debitore esecutato rimasto nella detenzione dell’immobile meriti il mantenimento di detta relazione materiale nonostante il trasferimento dell’immobile.

Al riguardo occorre evidenziare come il secondo comma dell’art. 560 c.p.c. (testo vigente) attribuisca al custode nominato il dovere di vigilare affinché il debitore e il suo nucleo familiare conservino il bene pignorato con la diligenza del buon padre di famiglia e ne mantengano e tutelino l’integrità.

Tale disposizione dovrà ritenersi applicabile anche a fronte della avvenuta emissione del decreto di trasferimento sino all’effettiva consegna dell’immobile in favore dell’aggiudicatario (ove quest’ultimo richieda espressamente al custode di attuare l’ingiunzione di liberazione) ovvero sino al 30.6.21 salvo ulteriori proroghe (ove l’aggiudicatario non abbia formulato istanza ex art. 560, comma 6, c.p.c.). Ne consegue che tutte le volte in cui il debitore ed il suo nucleo familiare, ostacolino le operazioni di vigilanza da parte del custode; non mantengano in buona conservazione, per colpa o dolo, l’immobile aggiudicato e in tutti gli altri casi in cui il debitore violi gli altri obblighi che la legge pone a suo carico, il G.E. dovrà emanare l’ordine di liberazione ex art. 560 c.p.c..

Detto ordine, dunque, non duplica quello contenuto nel decreto di trasferimento: i presupposti e le finalità di detto ordine sono differenti. L’ingiunzione di liberazione è emanata al fine di consentire all’aggiudicatario di ricevere il materiale possesso del cespite acquistato, l’ordine di liberazione ex art. 560, comma 6 prima parte, c.p.c. è volto, invece, a impedire che il debitore ponga in essere condotte tali da pregiudicare lo ius ad rem dell’aggiudicatario, od il diritto dei creditori di conseguire il prezzo ricavato dalla vendita dedotte le spese della procedura[26].

Corollario del superiore ragionamento è che la procedura manterrà la custodia dell’immobile detenuto dal debitore che si estrinsecherà nel mantenimento del potere/dovere di vigilanza in capo al custode (ausiliario del giudice) il quale periodicamente o allorché vi siano particolari necessità controllerà che il debitore mantenga l’immobile in buono stato di manutenzione evitando che lo stesso approfitti di un diritto (quello al mantenimento della detenzione sino al 30.6.21) che, come per le altre situazioni giuridiche di diritto soggettivo, incontra limiti intrinseci ed estrinseci la cui tutela spetterà al G.E. in costanza di esecuzione immobiliare.

 

8. Conclusioni.

Il sistema delle esecuzioni immobiliari è profondamente cambiato in poco più di tre anni.

Nell’ottobre del 2017 il Consiglio Superiore della Magistratura elaborava, dopo attenta riflessione, studio e raccolta delle migliori prassi operative sperimentate nei tribunali della penisola, delle linee guida volte a implementare l’efficienza delle procedure esecutive, ridurne i tempi del giudizio, consentire di vendere a prezzi più alti e garantire al debitore la maggiore esdebitazione.

Nelle linee guida si suggeriva, in particolare, al paragrafo n. 16 quanto segue:

È obbligatoria ed indefettibile l’emissione dell’ordine di liberazione, ex art. 560 c.p.c. al momento dell’aggiudicazione (v. Cass. n. 6836/2015).

La pratica del processo esecutivo, peraltro, dimostra che può sicuramente sortire effetti benefici l’anticipazione (dell’emissione e anche dell’attuazione) dell’ordine di liberazione, posto che un bene libero è certamente più appetibile sul mercato.

È dunque buona prassi che il giudice dell’esecuzione emetta detto ordine di liberazione contestualmente all’ordinanza di delega.

La declinazione oramai self-executing di tale provvedimento - attraverso l’opera del custode giudiziario supportato eventualmente dalla forza pubblica (art. 68 c.p.c. e art. 14 Ordinamento Giudiziario) - esclude che dalla procedura immobiliare germini un’autonoma esecuzione per rilascio secondo le forme ordinarie e ne garantisce pertanto una pronta attuazione.

Merita anche osservare che il provvedimento di antieconomicità, ex art. 164-bis disp. att. c.p.c., non potrebbe ritenersi correttamente emesso senza aver prima tentato di alienare il bene in assenza di occupanti ancorché sine titulo”.

A distanza di qualche anno, l’utile suggerimento di cui sopra non risulta più percorribile, quanto meno rispetto ai beni pignorati abitati dai debitori esecutati.

L’inversione di tendenza si deve alle recenti modifiche dell’art. 560 c.p.c. ad opera, del D.L. 14.12.2018 n. 135 convertito, con modificazioni, nella legge 11.2.2019 n. 12 che, nel riscrivere l’art. 560 c.p.c., ha attribuito al debitore e familiari conviventi il diritto di mantenere il possesso dell’immobile sino al decreto di trasferimento[27] (salvo il compimento di condotte ostative di cui all’art. 560, comma 6, c.p.c.). Inoltre, in discontinuità rispetto alla versione precedente, il legislatore non confermava la previsione che consentiva che il provvedimento di rilascio fosse attuato dal custode secondo le disposizioni del giudice dell’esecuzione immobiliare e senza l’osservanza delle formalità di cui agli articoli 605 e seguenti, anche successivamente alla pronuncia del decreto di trasferimento nell’interesse dell’aggiudicatario o dell’assegnatario se questi non lo esentavano.

La riforma del 2018 dunque si colloca in netta discontinuità rispetto alle prassi indicate dal Consiglio Superiore della Magistratura in punto di liberazione dell’immobile pignorato. Si accorda tutela prevalente all’interesse del debitore a rimanere nel possesso dell’immobile sino all’emissione del decreto di trasferimento e si elimina il sistema del doppio binario di guisa che nella vigenza della norma, come modificata, risultata precluso al custode attuare gli ordini di liberazione senza l’osservanza della procedura disciplinata dagli art. 605 e ss., c.p.c..

L’impianto dell’art. 560 c.p.c. rimane pressoché invariato anche all’esito dell’ulteriore modifica operata in sede di conversione, dall’art. 18-quater, comma 1, d.l. 30 dicembre 2019, n. 162, conv., con modif., in l. 28 febbraio 2020, n. 8[28].

Viene reintrodotto il potere del custode, su istanza dell’aggiudicatario o dell’assegnatario, di provvedere all’attuazione dell’ingiunzione di liberazione e ciò anche per le procedure di espropriazione immobiliare pendenti alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge in commento (così l’art. 18-quater, comma 3, d.l. n. 162 conv., con modif., in l. 28 febbraio 2020, n. 8). Rimane integra, tuttavia, la previsione che attribuisce al debitore ed ai suoi familiari (art. 560, comma 3, c.p.c.) il mantenimento del possesso sino al decreto di trasferimento.

Con il diffondersi della pandemia, tale percorso di implementazione delle tutele attribuite al debitore esecutato ha trovato ulteriore sviluppo ed estensione sino al punto di accordare al debitore esecutato (ed ai suoi familiari) che abiti l’immobile pignorato la sospensione delle procedure esecutive finanche dopo l’emissione dei decreti di trasferimento in tal modo superando il disposto dell’art. 560 c.p.c. che garantiva il possesso dell’immobile non oltre l’emissione del decreto di trasferimento.

Si completa così un tortuoso percorso di modifica del sistema delle esecuzioni immobiliari in cui è stato attribuito, con plurimi interventi normativi anche pre-emergenza Covid spesso mal coordinati tra loro, al debitore esecutato il diritto di mantenere il possesso dell’immobile. Tale nuova sensibilità politica ha ed avrà indubbie ricadute pratiche atteso che è del tutto probabile, anche quando l’emergenza sanitaria sarà rientrata, che diminuiranno le vendite nelle procedure esecutive (la presenza dei debitori, come noto scoraggia gli acquirenti); diminuirà la fiducia nelle aste immobiliari da parte dei potenziali acquirenti (si tenderà ad evitare di acquistare un immobile ove il sistema giuridico non è in grado di garantire l’immediata immissione in possesso subito dopo l’emissione del decreto di trasferimento); serviranno più tentativi di vendita per aggiudicare il lotto abitato con ovvio nocumento delle ragioni dei creditori e dei debitori esecutati considerato il minore prezzo che la procedura sarà in grado di conseguire e, dunque, la minore esdebitazione; le procedure esecutive dureranno di più con evidenti ricadute anche in termini di costi da irragionevole durata del processo e, infine ma non per importanza, i creditori, soprattutto banche e società di cartolarizzazione, conseguiranno minore liquidità e in tempi più lunghi auspicando che detta eventualità non si traduca in un maggiore costo del denaro od in un più difficile accesso da parte dei risparmiatori al credito ed ai mutui fondiari per l’acquisto della prima casa.

Il trend normativo[29] degli ultimi anni appare oramai inequivoco, nonostante qualche imprecisione testuale, e sarà compito dei giudici dell’esecuzioni immobiliari, salvo future riforme di segno opposto, interpretare tale cambiamento applicando con molta attenzione e prudenza le nuove disposizioni, tanto ordinarie quanto emergenziali, escludendo soluzioni ermeneutiche che non ponderano adeguatamente i molteplici e, spesso non convergenti, interessi e posizioni che animano la procedura esecutiva sempre che il coacervo dei dati normativi passati in rassegna resista al vaglio di costituzionalità[30]

 

[1] Decreto convertito con modificazioni dalla Legge 24 aprile 2020, n. 27.

[2] Per una rapida visione delle diverse circolari diffuse cfr. A. D’AMBROSIOCovid-19 e sospensione dei pignoramenti immobiliari, ogni città ha le sue regole L’articolo 54-ter del Dl Cura Italia non chiarisce il ruolo degli ausiliari ed i singoli uffici giudiziari hanno fornito interpretazioni diverse” in ilsole24ore.com.

[3] Si pensi, ad esempio, al creditore che si duole dell’effettiva destinazione dell’unità immobiliare ad abitazione del debitore.

[4] Così testualmente G. FANTICINI, S. LEUZZI, R. ROSSI, S. SAIJA, “Alla ricerca di un significato per la “sospensione delle procedure esecutive nella prima casa” su InExecutivis.

 

[5] Cfr. «Circolare informativa relativa all’applicazione dell’art 54 ter del decreto legge n. 18/2020 convertito dalla Legge n. 27 del 24 Aprile 2020 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 29 Aprile 2020», adottata dal Tribunale di Bologna il 2 maggio 2020

[6] Ma negli stessi termini v. più diffusamente G. Fanticini, S. Leuzzi, R. Rossi, S. Saija, “alla ricerca di un significato per la “sospensione delle procedure esecutive nella prima casa” cit.

[7] Sulla necessità di un atto di riassunzione del processo all’esito di una causa di sospensione straordinaria cfr. Suprema Corte di Cass. n. 5955/2016 secondo cui: “La riassunzione di un processo sospeso, nella specie a seguito del terremoto che ha colpito la città de L’Aquila il 6 aprile 2009, è tempestiva quando il corrispondente ricorso sia stato depositato in cancelleria nel termine perentorio previsto dall’art. 297, comma 1, c.p.c., sicché la mancata successiva notifica del detto ricorso, unitamente al pedissequo decreto di fissazione dell’udienza, non determina l’estinzione del giudizio, dovendo invece il giudice fissare un nuovo termine per la notifica a norma dell’art. 291 c.p.c..”.

[8] Inoltre, tale presunto divieto di pignoramento dell’abitazione principale può prestarsi ad un uso distorto da parte di quei debitori che, consapevoli della inefficacia del pignoramento notificatogli nel lasso temporale considerato dal legislatore, potrebbero disporre dei loro diritti in favore di terzi al fine di sottrarre l’immobile all’azione esecutiva (salvo successivo esperimento vittorioso dell’azione revocatoria o di simulazione) del creditore chirografario.

[9] v. più diffusamente G. Fanticini, S. Leuzzi, R. Rossi, S. Saija, “alla ricerca di un significato per la “sospensione delle procedure esecutive nella prima casa” cit.

[10] Sulle prime pronunce giurisprudenziali della norma cfr. Agostino SOLA “Prime interpretazioni giurisprudenziali sulla sospensione delle procedure esecutive immobiliari sulla prima del d.l. n. 137/2020 (“decreto ristori”)” in ntplusdiritto.ilsole24ore.com ove si cita l’ordinanza del Tribunale di Pordenone del 28.12.20 la quale ha sostanzialmente negato che l’inefficacia in commento possa riferirsi all’atto di pignoramento.

[11] Cfr. “Legislazione d’emergenza e processi esecutivi e fallimentari” a cura di Cosimo D’Arrigo, Giorgio Costantino, Giovanni Fanticini e Salvatore Saija pubblicata online su InExecutivis”.

[12] Cfr. Tribunale di Siracusa, sez. fall., Ord. 17.9.20; Trib. Bari 24.7.20.

[13] Di certo, ove il debitore abbia lasciato spontaneamente l’immobile (circostanza senz’altro prospettale ove si tenga a mente che la sospensione ha pur sempre ad oggetto diritti disponibili) o nel caso in cui l’immobile sia libero da cose e persone non vi sarà alcun problema pratico.

[14] Sul punto V. Tribunale, Napoli Nord, 5 giugno 2020 con nota di V. AMENDOLAGINE “la sospensione dell’esecuzione immobiliare per l’emergenza Covid-19” su Judicium il Processo civile in Italia e in Europa.

[15] Sulla tesi in commento V. Concetta MARINO “Cosa accade all’abitazione principale del debitore già aggiudicata alla data di entrata in vigore dell’art. 54 ter della legge n. 27/2020? Il tribunale di Napoli Nord si pronuncia a favore del decreto di trasferimento” in diritto.it in cui l’A. osserva che: “(…)La soluzione interpretativa preferita in dottrina è la seconda, nel presupposto che l’interesse del debitore a non lasciare la casa in cui abita durante il periodo dell’emergenza sanitaria vada protetto anche dopo l’aggiudicazione del bene, considerando l’esigenza di cui ha tenuto conto il legislatore nell’imporre la sospensione delle espropriazioni immobiliari in questo caso. A riprova di questo assunto viene invocato il disposto dell’u.c. dell’art. 560 c.p.c. a mente del quale: “se l’immobile pignorato è abitato dal debitore e dai suoi familiari il giudice non può mai disporre il rilascio dell’immobile pignorato prima della pronuncia del decreto di trasferimento ai sensi dell’articolo 586 “. Da questa disposizione si evince la rilevanza della situazione abitativa del debitore anche dopo l’aggiudicazione, che viene salvaguardata sino al decreto di trasferimento. Sarebbe dunque ragionevole ritenere che il regime di sospensione legale impedisca l’emissione di questo decreto fino al 30 ottobre, anche quando sia intervenuta l’aggiudicazione definitiva”.

[16] Quanto poi all’applicazione delle proroghe successivamente disposte alla sospensione degli ordini di liberazione bisogna chiedersi se queste siano applicabili ai decreti di trasferimenti emessi prima della delle stesse; cioè se l’esecuzione dell’ingiunzione di liberazione emessa prima del 30.4.20 esplichi effetti solo sino al 30 giugno 2020 ovvero debba ritenersi soggetto a tutte le ulteriori proroghe, a cascata, disposte sino al primo settembre 2020 o ancora al 31.12.20 o, infine, al 30.6.21.

Il problema attiene all’efficacia intertemporale della norma contenuta nel decreto legge convertita con modifiche dalla legge di conversione.

Secondo l’art. 77, comma 3, della Costituzione i decreti perdono efficacia sin dall’inizio (ex tunc) se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Sulla scorta di ciò si è ritenuto nella dottrina tradizionale che per risolvere tale questione si dovrebbe distinguere tra emendamenti soppressivi e sostitutivi da un lato, ed emendamenti modificativi dall’altro. In altre parole, l’emendamento sostitutivo o soppressivo comportando un effetto parificabile all’omessa conversione della norma si traduce in una rimozione ex tunc o retroattiva della norma oggetto del decreto legge. Viceversa, in caso di modificazione, la norma originaria del decreto legge manterrebbe gli effetti per i fatti verificatisi sotto la sua vigenza e la norma modificata dalla legge di conversione spiegherebbe effetti ex nunc dal momento della pubblicazione della legge di conversione (sul punto cfr. Cassazione civile sez. III, 10/05/2016, (ud. 29/01/2016, dep. 10/05/2016), n.9386; Cass. Sez. 5, Sentenza n. 8056 del 28/03/2008, Rv. 602648; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 11186 del 26/05/2005, Rv.581930 e Cass. Sez. 1, Sentenza n. 3106 del 17/03/2000, Rv. 534842).

In pratica si dovrebbe ritenere che i decreti di trasferimento emessi sotto la vigenza dell’art. 103, comma 6 ante legge di conversione sarebbero ineseguibili sino al 30 giugno mentre gli altri, emessi dopo il 30 aprile sino al primo settembre e così a seguire anche rispetto alle successive proroghe della norma disposte dai successivi decreti legge e relative conversioni con modiche.

La tesi è anche in questo caso suggestiva ma finisce per rappresentare un mero rompicapo. Invero, come visto, se riteniamo che la norma sia applicabile ai decreti di trasferimento non ancora attuati od eseguiti alla data di entrata in vigore del decreto legge allora dovrà gioco forza ritenersi applicabile la proroga disposta dalla legge di conversione perché all’entrata in vigore di quest’ultima gli ordini non saranno stati di certo attuati od eseguiti in quanto soggetti al primo termine di sospensione sino al 30 giugno.

 

[17] L’affidamento della platea indifferenziata ed indistinta di tutti i potenziali partecipanti alla gara, e in genere alla regolarità della procedura di aggiudicazione, alla cristallizzazione degli effetti dell’aggiudicazione ed al conseguenziale diritto al conseguimento del bene costituisce uno dei principi portanti delle riforme del processo esecutivo a partire dal 2006 (Cassazione civile, sez. VI, 07/05/2015, (ud. 11/03/2015, dep.07/05/2015), n. 9255 Cass. 2 aprile 2014, n. 7708Cass. 28 novembre 2012, n. 21110; Cass. 6 dicembre 2011, n. 26202Cass. 14 giugno 2011, n. 12960; Cass. Sez. Un., 12 gennaio 2010, n. 262).

 

[18] Sul punto, molto interessante è la riflessione di CAMPIDELLI Silvio - Avvocato in Rimini Di Marco GIAMPAOLO - Avvocato in Vasto “È costituzionalmente legittimo il blocco degli sfratti?” su quotidianogiuridico.it ove si legge: “(…)il blocco degli sfratti non è condizionato ad alcuna valutazione comparativa fra le condizioni economiche e finanziarie del locatore e del conduttore, con la conseguenza che ben può essere quest’ultimo (e magari soltanto quest’ultimo) a trovarsi in uno stato di indigenza aggravato dall’inadempimento della controparte.

La Corte Costituzionale (…) nella sentenza n° 310/2003 resa dal Giudice delle leggi 7 ottobre 2003, nella quale, al di là delle considerazioni radicate sul caso in disamina, si esprimono dei principi di portata generale: “La sospensione della esecuzione per rilascio costituisce un intervento eccezionale che può incidere solo per un periodo transitorio ed essenzialmente limitato sul diritto alla riconsegna di un immobile sulla base di un provvedimento giurisdizionale legittimamente ottenuto … In altri termini, la procedura esecutiva attivata da parte del singolo soggetto provvisto di titolo esecutivo giurisdizionale, non può essere paralizzata indefinitivamente con una serie di pure e semplici proroghe, oltre un ragionevole limite di tollerabilità. Non si intende con ciò negare che il legislatore debba farsi carico delle esigenze di coloro che si trovano in particolari situazioni di disagio, in quanto appartenenti a categoria protetta, ricorrendo ad iniziative del settore pubblico o accordando agevolazioni o ricorrendo ad ammortizzatori sociali; ma non può indefinitivamente limitarsi, per di più senza alcuna valutazione comparativa, a trasferire l’onere relativo in via esclusiva a carico del privato locatore, che potrebbe trovarsi in identiche o anche peggiori situazioni di disagio

[19] In ogni caso, si potrebbe ritenere pure aderendo alla tesi restrittiva, comunque preclusa l’attuazione dell’ordine di liberazione perché l’ordine di liberazione in questo caso avrebbe natura di atto endoesecutivo comunque soggetto alla sospensione ex art. 54 ter D.L. n. 18/20. In tal senso cfr. C. Marino “Cosa accade all’abitazione principale del debitore già aggiudicata alla data di entrata in vigore dell’art. 54 ter della legge n. 27/2020? Il tribunale di Napoli Nord si pronuncia a favore del decreto di trasferimento” cit., secondo cui: “(…) questa forma di liberazione semplificata del bene immobile aggiudicato costituisce un atto endoesecutivo che dunque incapperà nella sospensione legale di cui all’art. 54 ter. Pertanto, qualora si ritenesse possibile anche nel periodo di sospensione legale del processo espropriativo l’emanazione del decreto di trasferimento, per evidenti ragioni di parità di trattamento, sia che l’aggiudicatario intenda avvalersi del meccanismo semplificato di liberazione dell’immobile interno all’esecuzione secondo la previsione dell’art. 560, comma 6 c.p.c., bypassando l’applicazione dell’art. 605 c.p.c., sia che intenda servirsi del decreto di trasferimento come t.e. per il rilascio ai sensi dell’art. 605 c.p.c., dovrà comunque attendere il 31 ottobre per la liberazione dell’immobile acquistato, in ossequio alla speciale protezione garantita al debitore in questo periodo di emergenza socio-sanitaria”.

[20] Cfr. Interrogazione e relativa risposta scritta n. 4-07638 del Dep. Catello Vitiello (res. 432 del 25.11.2020).

[21] Da segnalare come il Servizio di Studi presso il Senato e la Camera rassegnava un dossier n. A.S. 1766 che sul D.L. 18/2020 così si esprimeva:

“(…) Infine, il comma 6 sospende fino al 30 giugno 2020 l’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, anche ad uso non abitativo. La disposizione sospende dunque le procedure di esecuzione dello sfratto. (il sottolineato è nostro)

Si ricorda che in base agli articoli 657 e seguenti del codice di procedura civile, la procedura si avvia con la convalida di sfratto, che costituisce titolo esecutivo attraverso il quale promuovere l’azione esecutiva di rilascio forzoso dell’immobile. Con il provvedimento di convalida di sfratto, infatti, il tribunale ordina il rilascio dell’immobile e fissa il termine per l’esecuzione, che generalmente è di 30 giorni. Se entro detto termine lo sfrattando non ha provveduto a liberare spontaneamente l’immobile, si può promuovere l’azione esecutiva di rilascio forzoso dell’immobile in base all’art. 608 c.p.c.: l’azione di rilascio forzoso dell’immobile inizia con la notificazione, da parte dell’ufficiale giudiziario, del preavviso di rilascio, atto con il quale comunica all’inquilino la data e l’ora in cui eseguirà l’accesso forzoso presso l’immobile; la liberazione dell’immobile può essere effettuata, se necessario, con l’intervento della forza pubblica

[22] D’altra parte, è stato più volte affermato, specie in ambito tributario come la c.d. interpretazione ministeriale, sia essa contenuta in circolari o in risoluzioni, non vincola né i contribuenti, né i giudici, né costituisce fonte di diritto, gli atti ministeriali medesimi, quindi, possono dettare agli uffici subordinati criteri di comportamento nella concreta applicazione di norme di legge». (Cass. sent. n. 5137/14, in motivazione).

 

[23] Cfr. Paolo SCALETTARIS, “La sospensione dell’esecuzione dei provvedimenti di rilascio disposta con il decreto Cura Italia” condominioelocazione.it – Avvocato nonché in http://www.dirittoegiustizia.it.

[24] Cfr. più diffusamente, P. PIOVANI, Mobilità, sistematicità, istituzionalità della lingua e del diritto, in La filosofia del diritto come scienza filosofica, Milano, 1963, 103 e s.

[25] Sulla diversa funzione dell’ordine di liberazione cfr. Tribunale di Verona (ordinanza 13.05.2020), in cui si è evidenziato come l’ordine di liberazione non rappresenti necessariamente una forma di anticipazione della tutela esecutiva spettante all’aggiudicatario, essendo invero diretto a realizzare interessi che pertengono a tutti i soggetti coinvolti nel processo esecutivo: se infatti nei procedimenti per consegna o rilascio vi è un rapporto processuale “bilaterale” tra creditore e debitore esecutato, con l’ordine di liberazione si instaura invece un “rapporto processuale multipolare” tra colui che occupa il bene, i creditori, l’aggiudicatario (se vi è stata aggiudicazione) e il custode, che deve attuarlo secondo le direttive impartite dal Giudice. Sul punto V. il commento di M. Conte “La “sospensione degli sfratti” prevista dal D.L. 18/2020 (Cura Italia) non si applica agli ordini di liberazione emessi nel corso delle esecuzioni immobiliari” in www.opendotcom.it.

[26] In teoria l’entità dei danni potrebbe essere tale da spingere l’aggiudicatario ad opporre il decreto di trasferimento ex art. 617 c.p.c. per “aliud pro alio”, che ricorre quando il bene consegnato sia completamente diverso da quello venduto, in questo caso perché i difetti prodotti dal debitori sono tali da i impedire alla res di assolvere alla sua funzione naturale o a quella concreta assunta come essenziale dalle parti. Più diffusamente, cfr. Cassazione civile sez. III n. 7708 del 02/04/2014.

[27] Più diffusamente cfr. A.M. SOLDI “Manuale dell’esecuzione forzata” Settima ed. appendice di aggiornamento, CEDAM.

[28] A mezzo della ultima modifica in commento viene novellata la norma aggiungendo quanto segue: A richiesta dell’aggiudicatario, l’ordine di liberazione può essere attuato dal custode senza l’osservanza delle formalità di cui agli articoli 605 e seguenti; il giudice può autorizzarlo ad avvalersi della forza pubblica e nominare ausiliari ai sensi dell’articolo 68. (2) Quando nell’immobile si trovano beni mobili che non debbono essere consegnati, il custode intima alla parte tenuta al rilascio di asportarli, assegnando ad essa un termine non inferiore a trenta giorni, salvi i casi di urgenza da provarsi con giustificati motivi. Quando vi sono beni mobili di provata o evidente titolarità di terzi, l’intimazione è rivolta anche a questi ultimi con le stesse modalità di cui al periodo precedente. Dell’intimazione è dato atto nel verbale. Se uno dei soggetti intimati non è presente, l’intimazione gli è notificata dal custode. Se l’asporto non è eseguito entro il termine assegnato, i beni mobili sono considerati abbandonati e il custode, salva diversa disposizione del giudice dell’esecuzione, ne dispone lo smaltimento o la distruzione. Dopo la notifica o la comunicazione del decreto di trasferimento, il custode, su istanza dell’aggiudicatario o dell’assegnatario, provvede all’attuazione del provvedimento di cui all’articolo 586, secondo comma, decorsi sessanta giorni e non oltre centoventi giorni dalla predetta istanza, con le modalità definite nei periodi dal secondo al settimo del presente comma.

[29] Vedi da ultimo l’art. 1 commi da 376 a 378 L. 178/2020 con cui la legge di Bilancio 2021 ha disposto la nullità delle procedure esecutive aventi a oggetto immobili realizzati in regime di edilizia residenziale pubblica convenzionata e agevolata che sono stati finanziati in tutto o in parte con risorse pubbliche se il creditore procedente non ne ha dato previa formale comunicazione, tramite posta elettronica certificata, agli uffici competenti del comune dove sono ubicati gli immobili e all’ente erogatore del finanziamento territorialmente competente.

La sospensione del procedimento esecutivo nel caso in cui l’esecuzione sia già iniziata, per consentire ai soggetti citati di intervenire nella relativa procedura al fine di tutelare la finalità sociale degli immobili e sospendere la vendita degli stessi.

L’improcedibilità della esecuzione avviata su istanza dell’istituto di credito presso il quale è stato acceso il mutuo fondiario, stipulato in violazione ai criteri di cui all’articolo 44 della legge 5 agosto 1978, n. 457, o da istituto non inserito nell’elenco delle banche convenzionate presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

[30] Desta notevole interesse l’ordinanza del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto del 13.1.2021 che ritenendo rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 54-ter del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, introdotto dall’art. 1, comma 1, della legge 24 aprile 2020, n. 27, modificato dagli articoli 4, comma 1, del decreto legge 28 ottobre 2020, n. 137, e 13 comma 14, del decreto legge 31 dicembre 2020, n. 183 ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.

In particolare, nella brillante ordinanza in commento si pone in evidenza come:

L’art. 54-ter del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, sembrerebbe porsi, in primo luogo, in rotta di collisione con il diritto alla tutela giurisdizionale, scolpito nell’art. 24, comma 1, della Costituzione, di cui il momento dell’esecuzione è quello nel quale se ne afferma l’effettività. A nulla vale riconoscere l’esistenza di un diritto se poi il legislatore frappone ostacoli processuali alla sua realizzazione (…); La progressiva stabilizzazione della sospensione ex art. 54-ter del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, (unitamente alle altre norme che il legislatore dell’emergenza ha adottato a tutela dello status quo), che da un iniziale periodo di sei mesi è giunta ad una sospensione di oltre quattordici, espone la collettività al pericolo di un aumento (anche sensibile) dei tassi di interesse sui mutui per l’acquisto dell’abitazione; (…) L’art. 54-ter determina indubbiamente un’espansione della durata del processo, che in concreto non potrà essere proseguito prima della prossima scadenza del 30 giugno 2021, senza che sia possibile individuare un contraltare, ossia affermare che da essa derivi una concreta utilità per alcuna delle parti. Salvo che l’interesse non sia quello dell’esecutato a sottrarsi all’espropriazione, sebbene ciò sia in evidente antitesi con la finalità istituzionale del processo esecutivo ed è perciò giuridicamente irrilevante ai fini del giudizio di ragionevolezza; (…) L’art. 54-ter del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, per effetto delle modifiche di cui all’art. 4, comma 1, del decreto legge 28 ottobre 2020, n. 137, e da ultimo, per quel che in questa sede rileva, dall’art. 13 comma 14, del decreto legge 31 dicembre 2020, n. 183, che ne ha esteso la vigenza temporale al 30 giugno 2021, ha di fatto reso inoperante la condanna portata dal titolo esecutivo posto a fondamento dell’espropriazione, senza che sia astrattamente ipotizzabile che tale previsione arrechi vantaggi a beni o interessi di rango costituzionale non minori dei pregiudizi segnalati. Non si ravvisa l’esistenza di una connessione razionale e ragionevole tra lo strumento della sospensione del processo di esecuzione e la ratio della norma, ossia salvaguardare incondizionatamente e per un (in)certo periodo di tempo il patrimonio del debitore dall’espropriazione dell’abitazione principale, a prescindere dalla ragioni oggettive che hanno causato il credito e dalle condizioni soggettive delle parti processuali (stato di bisogno dei creditori, abbienza del debitore, e così via)(…)”.

Anche il Tribunale di Rovigo, Sezione Esecuzioni Immobiliari, con Ordinanza del 15.1.21 ha sollevato l’eccezione di illegittimità costituzionale dell’art. 4 D.L. 137/2020 e dell’art. 13 co. 14 D.L. 183/2020, in quanto confliggenti con gli artt. 3, 41, 42, 47, 24, 111, 117 Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 6 CEDU, in relazione all’art. 13 della Carta di Nizza. Nell’ordinanza, in particolare, il Giudice remittente sottolinea la sproporzione delle misure adottate dal legislatore per tutelare il ceto debitorio tenuto conto peraltro che nessun criterio normativo è stato previsto per discernere posizioni debitorie aggravate dalla pandemia da quelle che non hanno alcun nesso eziologico con la crisi sanitaria in corso. Sul punto, infatti, si legge: “(…) La ratio della norma non può infatti essere individuata nell’esigenza di tutela di una parte colpita dalla crisi scatenata dall’emergenza Covid: le procedure sospese alla data del 30.04.2020 riguardano debitori divenuti insolventi ben prima di quella data. (…) Si tratta però di una scelta alla quale dovrebbe provvedere lo stesso legislatore e che questi, invece, scarica su un’altra parte di cittadini (tra l’altro quella contrapposta al

debitore esecutato), con una scelta di parte non giustificata da ragioni redistributive, oltre che pesantemente pregiudizievole per l’affidamento e la libertà d’impresa dei soggetti interessati.

Ancora, nell’ordinanza in commento ampio risalto viene riservato all’impatto economico (in termini di accesso al credito fondiario – mutui prima casa - e, più in generale rispetto al sistema del recupero dei crediti deteriorati) delle misure normative emergenziali: “(…) Ogni difficoltà (non necessaria, adeguata e proporzionata) frapposta al recupero del credito, provoca come reazione una stretta nell’erogazione di ulteriore credito da parte degli istituti, in particolare ai ceti meno facoltosi della popolazione, così che si produce il paradosso per cui una norma pensata per favorire una fascia di soggetti ritenuti deboli (alcuni, quelli insolventi) finisce con il danneggiare proprio l’intera fascia dalla quale molti di quei soggetti provengono (…) Il che vieppiù fa apparire sproporzionata e irragionevole la misura dell’inefficacia dei pignoramenti prevista dall’art. 4 D.L. 137/2020 e la proroga della sospensione delle procedure già avviate, prevista dallo stesso art. 4 e dall’art. 13 co. 3 D.L. 183/2020.

In realtà la finalità del legislatore pare essere puramente e semplicemente quella di una tutela di principio del ceto debitorio (tutela alla quale già provvede adeguatamente la disciplina sovraindebitamento), con una immotivata discesa in campo dello Stato nell’ambito di questioni di carattere privatistico, in violazione della parità e uguaglianza dei cittadini (art. 3 Cost.) e del principio di responsabilità delle proprie azioni (art. 2 Cost. in relazione all’art. 2740 c.c.).