Il pignoramento cumulativo di beni mobili ed immobili

Le potenzialità di uno strumento processuale poco utilizzato, tra esigenze di tutela esecutiva del credito e ottimizzazione delle risorse del procedimento esecutivo
Il pignoramento cumulativo di beni mobili ed immobili

Sommario

1. Premessa.
2. L’oggetto e l’ambito di applicazione del pignoramento cumulativo.
3. Il pignoramento cumulativo.
4. La separazione delle procedure.
5. La custodia.
6. Il procedimento di vendita.
7. Il compenso del professionista delegato.

 

  1. Premessa.

Il pignoramento cumulativo di beni mobili ed immobili a norma dell’art. 556 c.p.c. è strumento poco utilizzato nella prassi. Si tratta, tuttavia, di una indifferenza immeritata, poichè esso è in grado, come si tenterà di spiegare, di generare prassi virtuose che assicurano sia una migliore tutela esecutiva del credito, sia una efficiente gestione della procedura esecutiva, realizzando economie di costi e di tempi processuali.

È noto che, in linea generale, il creditore può cumulativamente azionare una pluralità di mezzi di espropriazione. Lo prevede espressamente l’art. 483 c.p.c., che sotto questo profilo constituisce declinazione processuale dell’art. 2740 c.c. Egli dunque potrebbe decidere di eseguire, per la tutela del medesimo credito, sia un pignoramento immobiliare che un pignoramento mobiliare (o di crediti).

Per fare ciò il codice di procedura civile gli consente di percorrere due strade. La prima è quella di attivare distinte procedure esecutive: una per i beni immobili, ed ua per i beni mobili, ciascuna delle quali darà origine ad un autonomo processo esecutivo, indipendente dall’altro[1]. In alternativa, l’art. 556 c.p.c. riconosce al creditore la possiblità di pignorare, insieme all’immobile, anche i mobili che l’arredano, attraverso un’espropriazione congiunta degli uni e degli altri[2], il che non costituisce una speciale forma di pignoramento immobiliare[3], ma un istituto di carattere meramente processuale, che raccoglie in una sola procedura esecutiva beni il cui procedimento espropriativo normalmente soggiace a regimi differenziati[4].

 

  1. L’oggetto e l’ambito di applicazione del pignoramento cumulativo.

L’individuazione dell’ambito di applicazione dell’istituto impone di coordinare l’art. 556 c.p.c.  con la previsione di cui all’art. 2912 c.c., a norma del quale il pignoramento si estende ipso iure (oltre che ai frutti) alle pertinenze ed agli accessori della cosa principale senza la necessità che il creditore esprima un’autonoma determinazione volitiva in questa direzione, sicché essa è richiesta solo quando si tratta di stabilire se sono o meno ricompresi nella procedura espropriativa beni mobili che non sono ascrivibili alle suddette due categorie.

Ai sensi dell’art. 817 c.c. sono pertinenze le cose destinate in modo durevole al servizio o all’ornamento di un’altra. Affinché una cosa possa dirsi pertinenza di un bene principale occorrono, sulla scorta di quanto stabilito dalla citata norma, due requisiti: un elemento soggettivo (appartenenza al medesimo soggetto, e volontà di imporre il vincolo da parte del proprietario o titolare di altro diritto reale) ed uno oggettivo, dato dalla contiguità, anche solo di servizio, e non occasionalità della destinazione, per cui il bene accessorio deve arrecare una “utilità” al bene principale, e non al proprietario di esso. Va ancora aggiunto che il vincolo pertinenziale tra la cosa accessoria e la cosa principale cessa quando viene oggettivamente meno la destinazione funzionale tra i due beni o quando l’avente diritto, con atto volontario, dispone separatamente della pertinenza. E così, secondo Cass., sez. I, 29 settembre 1993, n. 9760, in tema di pignoramento immobiliare avente ad oggetto un bene aziendale, il rapporto che lega i vari beni organizzati in azienda è, in linea di principio, di assoluta parità, nel senso che, per definizione, nessuno di essi assume la funzione di bene principale; conseguentemente, resta a carico di chi intende giovarsi del particolare regime collegato alla pertinenzialità l’onere di provare la sussistenza di tale vincolo, mancando il quale il pignoramento eseguito sull’immobile aziendale (nella specie si trattava di un’azienda alberghiera) non si estende automaticamente ai beni mobili che l’arredano. Per sottoporre ad esecuzione forzata anche detti beni, stante la loro autonomia funzionale, sarà dunque necessario eseguire separati pignoramenti per gli immobili e per i mobili, salvo il ricorso all’art. 556 c.p.c., con l’avvertenza che, anche in caso di esecuzione congiunta, il creditore assistito da una causa di prelazione relativa solo al bene immobile, non può pretendere di essere soddisfatto con prelazione anche sul ricavato imputabile all’esecuzione forzata mobiliare.

Inoltre, Cass., sez. III, 20 marzo 2012, n. 4378 ha avuto modo di precisare, a proposito dell’esetensione del pignoramento alle pertinenze, che affinché essa operi è necessario “non solo che sussista in concreto una relazione di asservimento così qualificabile nel rispetto dell’art. 817 cod. civ., ma che questa risulti con caratteri di assolutezza ovvero di indispensabilità o di inequivocità del rapporto pertinenziale”.

Quanto agli accessori, è noto che di essi manca una definizione all’interno del codice, ed in dottrina si ritiene, generalmente, che tali possono essere sia le così dette “pertinenze improprie” (cioè le cose destinate a servizio od ornamento della cosa principale anche in modo non duraturo, ovvero da chi non ne ha la proprietà) sia le accessioni in senso tecnico, vale a dire gli incrementi fluviali, (alluvione e avulsione), i casi di unione e commistione, le accessioni al suolo[5].

E così, Cass. Pen. 19 giugno 2007, n. 23754, occupandosi del caso in cui un soggetto aveva asportato dall’immobile pignorato gli infissi, i termosifoni, i pavimenti, la porta blindata, la caldaia, i pannelli in cartongesso di tamponamento, una pergola pompeiana ed una vasca idromassaggio, ha ritenuto che questi beni, in forza della previsione di cui all’art. 2912 c.c., dovevano ritenersi ricompresi nel pignoramento, indentificando nelle pertinenze ed accessori “tutto ciò che concorre a definire il valore economico del bene esecutato”, qualificando, in particolare, negli accessori “sia le accessioni in senso tecnico, caratterizzate da una unione materiale con la cosa principale (piantagioni, costruzioni), sia quei beni che, pur conservando la loro individualità, sono collegati a quello principale da un rapporto tanto di natura soggettiva, determinato dalla volontà del titolare del bene, quanto di natura oggettiva conseguente alla destinazione funzionale che li caratterizza e che ne fa strumento a servizio del bene cui accedono”.

Sempre i giudici della nomofilachia (Cass. 23 marzo 2012, n. 4378) hanno dovuto precisare che invece non costituiscono pertinenze le suppellettili, gli arredi ed i mobili che riguardano esclusivamente la persona del titolare, a meno che non siano destinati in modo durevole all’ornamento dell’immobile.

E chiaro pertanto che l’art. 556 c.p.c. non si applica agli accessori e alle pertinenze, che sono ricompresi automaticamente nell'oggetto del pignoramento ai sensi dell'art. 2912 c.c.[6].

Viceversa, i beni non legati da rapporto pertinenziale o da un vincolo di accessorietà con la cosa principale, nei termini sopra riferiti, possono venire colpiti separatamente dall’immobile, secondo le regole dell'esecuzione mobiliare di cui agli artt. 513 ss., oppure, in forza dell’art. 556 c.p.c., insieme con l'immobile che arredano, o al cui servizio sono destinati. È il caso, ad esempio, dei macchinari collocati all’interno di un opificio, o degli arredi di un locale commerciale.

La scelta tra due modelli procedimentali si risolve sul piano della opportunità pratica: segnatamente, allo schema previsto dell’art. 556 c.p.c. si ricorre normalmente quando l'arredo si presenti quale parte di un tutto, unitariamente apprezzabile sul piano economico funzionale[7], come accade normalmente ove il pignoramento colpisca la casa ammobiliata, specie se si tratta di mobili contestualizzati in uno specifico modello architettonico[8], oppure, come detto, un opificio con annessi macchinari costituenti una dotazione strumentale unica[9].

In dottrina si è tuttavia precisato che la collocazione del mobile all’interno dell’immobile non è ex se condizione sufficiente a giustificare lo strumento processuale in parola, occorrendo altresì l’accertamento un rapporto di funzionalità, anche se solo di tipo ornamentale[10]. Diversamente opinando, si osserva, si potrebbero pignorare, congiuntamente all’immobile, tutti i mobili che indistintamente ivi si trovano, il che condurrebbe ad un risultato distonico rispetto all’obiettivo della norma, la quale consente il pignoramento congiunto solo di quei beni mobili che, se venduti unitamente all’immobile, producono un differenziale positivo in termini di appetibilità, che si traduce in una più facile collocazione sul mercato[11], poiché l’acquisto di quei beni ha senso (o ha maggior senso) per il potenziale offerente, se compiuto contestualmente a quello dell’immobile nel quale sono collocati[12].

Questa ricostruzione della norma trova un addentellato nel dato testuale della disposizione, che prevede il pignoramento congiunto di beni mobili ed immobili quando ciò appaia "opportuno", il che impone uno scrutinio di convenienza sul piano economico.

A questa lettura può tuttavia affiancarsi una diversa esegesi del requisito di opportunità richiesto da codice, lettura che guarda all’esclusivamente al creditore - i cui interessi sono presidiati da tutto il processo esecutivo - ed all’economia processuale. Osservando l’istituto da questo ambito prospettico potrebbe dunque affermarsi che il pignoramento congiunto del bene immobile e dei mobili che ivi si trovano può essere compiuto quante volte il creditore lo ritenga opportuno, nel senso di utile alle sue ragioni, in guisa che, avendo in animo di pignorare beni un bene immobile ed anche  i mobili che ivi sono presenti, potrà farlo per il tramite dell’art. 556 c.p.c., indipendentemente da ogni valutazione di asservimento funzionale.

La percorrenza di questo sentiero ermeneutico da un lato non è pregiudizievole per il debitore, che comunque rimarrebbe assoggettato all’espropriazione; dall’altro, consente al creditore una più agevole tutela esecutiva del credito, realizzando ad un tempo le economie processuali derivanti dalla trattazione, in un unico procedimento esecutivo, di quelle che avrebbero potuto essere due distinte esecuzioni forzate.

Qualche incertezza si pone in ordine alla possibilità che l’istituto in parola possa operare quando l'ufficiale giudiziario che proceda ad un pignoramento cumulativo si trovi dinanzi a beni mobili già precedentemente colpiti da un pignoramento mobiliare, ma non pare che in questo caso non possa procedersi ex art. 556 c.p.c.: da un lato perché il codice non subordina questa possibilità alla inesistenza di un precedente pignoramento, e dall’altro perché, soprattutto, questa opzione non danneggia il precedente creditore pignorante, atteso che il pignoramento congiunto si risolve in una opportunità di migliore collocazione del beni mobili sul mercato. A questa conclusione si giunge anche in applicazione del principio della continenza ex art. 39, comma secondo, c.p.c.[13], ed altresì in ragione del fatto che il cumulo è disciplinato dalla normativa immobiliare, che prevale su quella di cui all'art. 524[14].

 

  1. Il pignoramento cumulativo.

Poiché, come detto, la norma opra al difuori degli automatismi di cui all’art. 2912 c.c., la volontà di procedere cumulativamente su beni mobili ed immobili deve essere esplicitata dal creditore il quale deve manifestarla nell'atto di pignoramento immobiliare da notificare a norma dell’art. 555 c.p.c.[15].

Resta da chiedersi se, proprio al fine di ottenere una più proficua vendita e di ridurre le spese della procedura, che a norma dell’art. 95 c.p.c. gravano sul debitore, una volontà in tal senso possa essere espressa anche dall’esecutato, a procedimenti esecutivi iniziati, il quale, a cospetto di due procedimenti esecutivi, l’uno riguardante l’immobile e l’altro avente ad oggetto i mobili ivi contenuti, potrebbe chiederne la riunione al giudice dell’esecuzione immobiliare.

Sebbene il dato letterale non consenta questa opzione, non vi sono ostacoli dogmatici che impediscono l’applicazione analogica dell’istituto anche quando una richiesta di cumulo sia formulata, a procedimento iniziato, dal debitore, atteso che nell’uno e nell’altro caso si realizzerebbero quelle economie che esso si propone di conseguire.

Viene ancora generalmente ritenuto che l’iniziativa del creditore per l’espropriazione congiunta possa manifestarsi solo in via originaria o contestuale, con esclusione di ogni forma di riunione successiva[16]. Sennonché, anche in relazione a questo aspetto, non pare revocabile in dubbio che mancano ragioni preclusive di sistema ad una riunione successiva, la quale tuttavia dovrà confrontarsi con la opportunità di riunire procedure esecutive che si trovano in stadi processuali tali per cui essa non avrebbe più ragion d’essere, sicché ad esempio non potrebbe richiedersi la riunione di una procedura esecutiva mobiliare in cui sono già stati esperiti i tre tentativi di vendita contemplati dall’art. 532, secondo comma, c.p.c. alla procedura esecutiva immobiliare in cui l’ordinanza di vendita debba essere ancora pronunciata o, pur essendo stata pronunciata, le attività conseguenti siano alle battute iniziali.

Manifestata, da parte del creditore, la volontà di procedere uno acto, la forma del pignoramento sarà quella propria di ciascuna tipologia di beni. Lo si ricava agevolmente dal secondo comma dell’art. 556, il quale prevede che l'ufficiale giudiziario forma atti separati per l'immobile e per i beni mobili, il che si traduce nel fatto che mentre i beni mobili saranno pignorati nelle forme previste dagli artt. 518 ss c.p.c., l'immobile è sottoposto ad esecuzione secondo il paradigma di cui all’art. 555 c.p.c.[17], con l’avvertenza che entrambi i pignoramenti, dovranno recare l'espressa menzione del fatto che si procede a pignoramento congiunto[18].

Coordinando poi questa previsione con quella di cui all’art. 557 c.p.c., a norma della quale al deposito dell’atto di pignoramento provvede il creditore procedente, si avrà che per ognuno dei due pignoramenti decorrerà il termine di quindici giorni rispettivamente previsto dall’art. 557 e 518, la cui violazione, conseguentemente, travolgerà soltanto il pignoramento cui si riferisce.

 

  1. La separazione delle procedure

Detto dell’ambito operativo del procedimento per pignoramento congiunto ed indagato il momento (originario o successivo) in cui si può proecedere con questo strumento, nonché i soggetti (creditore e debitore) a ciò legittimati, resta da chiedersi se ed in quale misura sia possibile invertire la rotta, separando cioè il procedimento in modo da ottenere due distinte procedure esecutive autonome: l’una riguardante i beni immobili e l’altra avente ado oggetto i mobili.

La dottrina, pur a fronte dell’assenza di una specifica discciplina, ritiene possibile procedere alla separazione quante volte le ragioni di opportunità che hanno suggerito un pignoramento congiunto siano venute meno[19], sulla scorta di un’analisi da svolgersi in punto di fatto, e rimessa, in caso di disaccordo delle parti, alla valutazione del giudice dell’esecuzione immobiliare, dinanzi al quale la procedura pende[20], il cui provvedimento sarà impugnabile con lo strumento della opposizione agli atti esecutivi[21].

Altra ipotesi di separazione può essere individuata nel positivo riscontro della originaria assenza dei presupposti per procedere a norma dell’art. 556 c.p.c. In questa seconda evenienza la dottrina generalmente ritiene che la separazione delle procedure non possa essere disposta d'ufficio dal giudice dell'esecuzione tramite provvedimento ordinatorio adottato ex art. 487 c.p.c. (a differenza del caso in cui vengano meno per fatti sopravvenuti le ragioni di opportunità del cumulo), ma sia deducibile solo dal debitore mediante opposizione agli atti esecutivi[22].

 

  1. La custodia e la liberazione dell’immoble.

La eterogeneità dei modelli di custodia dei beni mobili ed immobili, rispettivamente articolati dagli artt. 520 e 559 c.p.c., pone un problema di coordinamento delle due discipline, coordinamento che dovrà essere tanto maggiore quanto più intenso si intenda il concetto di unicità della procedura originata da questo modus procedendi.

In prima battuta, non pare possa dubitarsi del fatto che per i beni mobili (in ordine ai quali si potrebbe porre un problema di custodia a fini strettamente conservativi, e cioè volti a garantire che essi non siano materialmente sottratti alla procedura) occorrerà seguire le regole scandite dagli artt. 520 e 521 c.p.c., ed dunque l’ufficiale giudiziario potrà egli stesso individuare un custode, laddove invece col pignoramento immobiliare è il debitore ad essere costituito custode ex lege a norma del primo comma dell’art. 559[23].

Superato tuttavia questo momento iniziale, esigenze di coordinamento imporranno di attenersi alla disciplina di cui agli artt. 559 e 560 c.p.c., i quali si applicheranno, in quanto compatibili, anche in riferimento ai beni mobili, con l’ulteriore precipitato per cui il custode degli stessi sarà il custode degli immobili.

Peraltro, esigenze funzionali imporranno verosimilmente che la custodia (e la successiva vendita) dei beni mobili si svolga in loco, e quindi prescindendo dall’asporto, con la conseguenza che al fine di sottrarre i beni mobili alla disponibilità del debitore o di terzi che potrebbero sottrarli alla procedura, sarà necessario adottare quanto prima la liberazione dell’immobile dalle persone che lo occupano.

Questa necessità deve tuttavia confrontarsi con l’ipotesi in cui il bene immobile sia abitato dal debitore e dal suo nucleo familiare, posto che in questi casi il terzo comma dell’art. 559 prevede che costoro non perdano la disponibilità dell’immobile almeno fino alla data del decreto di trasferimento, a condizione che rispettino le prescrizioni imposte dal medesimo art. 560 c.p.c., pena l’anticipata attuazione dell’ordine di liberazione.

In simili contesti occorrerà procedere verificando, caso per caso, se l’esigenza di conservazione dei beni, a fronte dei rischi conseguenti al fatto che gli stessi permangano nella materiale disponibilità dell’esecutato, sia prevalente rispetto al dato per cui il collegamento esistente tra beni mobili ed immobili che ha giustificato il procedimento cumulativo di cui all’art. 556 c.p.c., richieda che il mobilio non sia spostato dal luogo in cui si trova per non vedere pregiudicato il rapporto funzionale con l’immobile.

Ove si opti per la seconda (fisiologica) scelta, è evidente che gli obblighi che l’art. 560 impone al debitore, e che hanno ad oggetto l’immobile, si estenderanno anche ai beni mobili, sicché l’anticipata pronuncia ed attuazione dell’ordine di liberazione potrà conseguire anche alla violazione degli obblighi di conservazione riguardanti questi ultimi. Invero, per quanto l’art. 560 obblighi il debitore ad un comportamento improntato alla diligenza rispetto al bene immobile, esso deve essere letto come presidio di un generale dovere di ordinaria diligenza e di leale collaborazione, che il legislatore premia riconoscendo al debitore di continuare ad abitare l’immobile, sicché un comportamento lesivo, per dolo o cola, degli interessi diretti ed immanenti della procedura, non può non comportare l’anticipata adozione dell’ordine di liberazione.

La custodia congiunta dei beni mobili ed immobili cumulativamente pignorati riverbera i suoi positivi effetti anche nel momento dell’attuazione dell’ordine di liberazione adottato dal giudice dell’esecuzione.

È noto infatti che a mente dell’attuale art. 560, comma sesto, terzo capoverso c.p.c., quando nell'immobile da liberare si trovano beni mobili che non debbono essere consegnati (e dunque beni mobili non pignorati), il custode intima alla parte tenuta al rilascio (ovvero al soggetto al quale gli stessi risultano appartenere) di asportarli, assegnandogli un termine non inferiore a trenta giorni, salvi i casi di urgenza. Qualora l'asporto non sia eseguito detti beni si considerano abbandonati e il custode, salvo diversa disposizione del giudice dell'esecuzione, ne dispone lo smaltimento o la distruzione.

Ora è evidente che qualora i beni presenti all’interno dell’immobile siano anch’essi pignorati, l’attivazione del procedimento surrichiamato viene meno e dunque il bene può essere consegnato all’acquirente in tempi certamente più brevi, noto essendo che frequentemente la liberazione dell’immobile viene ritardata proprio dalla necessità di curare l’asporto dei beni mobili ivi collocati.

 

  1. Il procedimento di vendita.

L’unicità del procedimento importa, come suo immediato precipitato, che unica sarà anche l’istanza di vendita (non essendo necessaria la presentazione di richieste distinte per l'immobile e per i mobili) a proposito della quale deve ritenersi che il termine di cui all’art. 497 c.p.c. decorra dall’ultimo dei pignoramenti eseguiti, non essendo ipotizzabile una istanza di vendita cumulativa se il pignoramento di alcuni cespiti non si è ancora perfezionato[24].

Parimenti, sarà anche unica la perizia di stima (la quale dovrà tuttavia determinare separatamente il valore dei mobili rispetto a quelli dell’immobile, anche nel caso di formazione di un unico lotto di vendita, in quanto, come si vedrà, i valori dei beni mobili ed immobili fungeranno da parametro di individuazione del compenso dovuto al professionista delegato), l’ordinanza di vendita, ed il relativo procedimento, poiché tutti i cespiti staggiti vengono liquidati complessivamente come un unicum[25].

Sul piano processuale questa peculiarità importa che la vendita si dipanerà secondo gli schemi della vendita immobiliare, per un elementare principio di continenza (tanto è vero che la norma in commento viene collocata in seno alla disciplina del pignoramento immobiliare), e quindi non troverà applicazione il limite dei tre tentativi da compiersi nel termine di sei mesi, così come previsto dall’art. 532 c.p.c., anche in ragione del fatto che la vendita unitaria determina un differenziale aggiuntivo di appetibilità dei beni sul mercato che inevitabilmente andrebbe dissipato se si rinunciasse ad una vendita in blocco.

Questa unitarietà non esclude tuttavia che, in linea di principio, i beni immobili ed i relativi beni mobili possano essere venduti, sempre in seno alla medesima procedura, come lotti separati, laddove all’esito di una valutazione di opportunità si ritenga preferibile optare per un siffatto programma di vendita. Ciò, infatti, non tradisce ex se lo spirito della disposizione, in quanto il soggetto interessato potrà certamente presentare offerta di acquisto per gli uni e per gli altri. Tuttavia, questa scelta va accuratamente soppesata in concreto, poiché potrebbe costituire un problema per l’offerente il quale avesse sì l’intenzione di i mobili, a condizione tuttavia di riuscire ad aggiudicarsi anche l’immobile.

Non sembra comunque condivisibile l’isolata prospettazione di chi[26] ha sostenuto che le due procedure, pur procedendo in parallelo dinanzi al medesimo ufficio giudiziario, ed al cospetto dello stesso giudice dell’esecuzione, debbano rimanere distinte, poiché ciò si tradurrebbe una vanificazione dello scopo perseguito.

Nulla cambia invece a proposito della fase della distribuzione del ricavato, posto che con la vendita dei beni pignorati l’oggetto dell’esecuzione muta, e diventa il prezzo dei beni ormai collocati sul mercato. Si procederà dunque secondo le regole generali, tenendo separate le masse laddove alcuni creditori vantino diritti di prelazione solo su alcuni dei beni venduti o vi siano spese di giustizia che siano state sostenute in modo differenziato per i diversi beni pignorati[27], con l’ulteriore avvertenza che per le spese non specificatamente imputabili ad un bene piuttosto che ad un altro si dovrà procedere ad una imputazione proporzionale determinata tenuto conto del valore di stima[28].

 

  1. Il compenso del professionista delegato e custode.

Il pignoramento cumulativo determina infine la necessità di scrutinare, a valle, gli accorgimenti che devono essere adottati per individuare i criteri di determinazione del compenso dovuto al professionista delegato ed al custode.

A questo proposito, premesso che ragioni di economia processuale e di assicurazione degli obiettivi tipici del pignoramento cumulativo impongono, nella sostanza, che la delega di tutti beni, mobili ed immobili, sia conferita al medesimo soggetto cui sarebbe stata affidata la sola vendita dei beni immobili, ai fini della determinazione del compenso occorre ragionare in modo parzialmente diverso a seconda che i mobili siano stati venduti o meno unitamente all’immobile in un unico lotto, oppure abbiano costituito lotti distinti.

Nel primo caso è da ritenere che il compenso debba essere calcolato applicando i parametri di cui all’art. 2 del d.m. D.M. 15 ottobre 2015, n. 227, (recante “regolamento concernente la determinazione e liquidazione dei compensi per le operazioni delegate dal giudice dell'esecuzione ai sensi degli articoli 169-bis e 179-bis delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile”) per quella quota parte di prezzo di aggiudicazione riferibile ai beni immobili, mentre per la porzione di ricavato ascrivibile ai beni mobili andranno applicati i criteri di quantificazione del compenso previsti dall’art. 3 del citato d.m.. È chiaro che per determinare la quota di corrispettivo riferibile ai beni mobili dovranno eseguirsi le debite proporzioni rispetto al valore di stima determinato per gli uni e per gli altri.

Se invece si dovesse procedere per lotti separati, distinguendo gli immobili dal resto, potrà procedersi secondo quanto previsto dall’art. 2 comma 2 del d.m. 227/2015, a mente del quale “quando le attività di cui al comma 1, numeri 1), 2) e 3) riguardano più lotti, in presenza di giusti motivi il compenso determinato secondo i criteri ivi previsti può essere liquidato per ciascun lotto”, con la specificazione che per i beni mobili opereranno i criteri di cui al successivo art. 3.

Simmetricamente, dovrà ragionarsi con riferimento alla determinazione del compenso dovuto per le attività custodiali, applicandosi rispettivamente gli artt. 2 e 5 del d.m. 15 maggio 2009, n. 80. In particolare, per quanto attiene alla custodia dei mobili sarà verosimilmente applicato l’art. 5 del citato d.m., che detta i criteri di liquidazione del compenso per la custodia esercitata presso i locali del debitore, e non già l’art. 4.

 

[1] È discussa in dottrina la possibilità che plurime procedure esecutive azionate in danno del medesimo debitore possano dal luogo al fenomeno processuale della riunione. Alcuni autori nega la rilevanza della sola identità del soggetto passivo (GUALANDI, Creditori iscritti e creditore sequestrante nell'espropriazione forzata, RTPC, 1959, 223). Altri, invece, ritengono che una tale riunione possa essere disposta con ordinanza del giudice dell'esecuzione, previa istanza di un creditore procedente. In particolare, una prima opinione (RICCI, cit. 270) subordina il cumulo di procedimenti esecutivi a due condizioni: il rispetto della competenza del giudice dell'esecuzione e l'unicità del creditore procedente. Altri (TARZIA, L'oggetto del processo di espropriazione, Milano, 1961, 484) ammette la fattispecie del cumulo soggettivo attivo solo se le esecuzioni promosse dai diversi creditori colpiscono differenti beni della medesima natura, siti nella stessa circoscrizione giudiziaria e, se mobili, nella disponibilità del medesimo soggetto. Altri ancora, invece, facendo leva sull'art. 10 c.p.c. , che contempla la possibilità di cumulare più domande e quindi anche più domande esecutive, ammette sempre la riunione purché non incompatibile con il differente stadio esecutivo delle procedure (CASTORO, cit. 186, 187).

Dal canto suo, la giurisprudenza (Cass., sez. III, 19-12-2013, n. 28461) ha ritenuto applicabile in via analogica al procedimento esecutivo la disposizione di cui all’art. 273 c.p.c.

[2] RICCI, La connessione nel processo esecutivo, Milano, 1986, 70

[3] VERDE, Pignoramento mobiliare diretto e immobiliare, in ED, XXXIII, Milano, 1983, 834.

[4] RICCI, La connessione nel processo esecutivo, Milano, 1986, 69.

[5] VERDE, cit. 798; BUSNELLI, in BIGLIAZZI GERI, BUSNELLI, FERRUCCI, Della tutela giurisdizionale dei diritti, in comm. cod. civ., VI, 4, Torino, 1980, 271.

[6] ANDRIOLI, Commento al codice di procedura civile, III, 2ª ed., Napoli, 1947; TRAVI, Espropriazione immobiliare, in NDI, VI, Torino, 1960, 905; SATTA, Commentario al codice di procedura civile, III, Milano, rist. 1966, 348; VERDE, cit. 834; RICCI, cit. 70; BONGIORNO, Espropriazione immobiliare, in Digesto civ., VIII, Torino, 1992, 38; BUCOLO, Il processo esecutivo ordinario, Padova, 1994, 774; BONSIGNORI, L'esecuzione forzata, 3ª ed., Torino, 1996, 202; CORSARO, BOZZI, Manuale dell'esecuzione forzata, 3ª ed., Milano, 1996, 323; SATTA, PUNZI, Diritto processuale civile, 13ª ed., Padova, 2000, 678; CASTORO, Il processo di esecuzione nel suo aspetto pratico, 10ª ed., Milano, 2006, 565.

[7] TRAVI, cit. 906; SATTA, PUNZI, cit. 677.

[8] VERDE, cit. 834; RICCI, cit. 70; CORSARO, BOZZI, cit. 323.

[9] ANDRIOLI, cit. 158; SATTA, cit. 347; VERDE, cit. 834.

[10] RICCI, cit. 78.

[11] TRAVI, 906; ZANZUCCHI, Diritto processuale civile, III, 4ª ed., Milano, 1964, 203; SATTA, 348; RICCI, cit. 70; BONGIORNO, cit. 38; CORSARO, BOZZI, cit. 323; CASTORO, cit. 565.

[12] RICCI, cit. 101.

[13] SATTA, cit. 349; RICCI, cit. 108.

[14] BUCOLO, cit. 775; CASTORO, cit. 565.

[15] SATTA, cit. 348; TARZIA, L'oggetto del processo di espropriazione, Milano, 1961, 386; VERDE, cit. 834; CAPPONI Il pignoramento immobiliare, in BOVE, CAPPONI, MARTINETTO, SASSANI, L'espropriazione forzata, Torino, 1988 423; BONSIGNORI, cit. 202; CORSARO, BOZZI, cit. 324; REDENTI, VELLANI, Diritto processuale civile, III, 3ª ed., Milano, 1999, 343.

[16] SATTA, cit. 348; RICCI, cit. 107; CAPPONI, cit. 424; BONGIORNO, cit. 39.

[17] TRAVI, cit. 906; RICCI, cit. 71; CAPPONI, cit. 424; MONTELEONE Diritto processuale civile, 3ª ed., Padova, 2004, 1011.

[18] RICCI, cit. 79; REDENTI, VELLANI, cit. 342.

[19] RICCI, cit. 96.

[20] TARZIA, cit. 465.

[21] TRAVI, cit. 906; VERDE, cit. 834; CAPPONI, cit. 424; REDENTI, VELLANI, cit. 343; CORSARO, BOZZI, cit. 324.

[22] TARZIA, cit. 465; VERDE, cit. 834; RICCI, cit. 104.

[23] SATTA, cit. 349; TRAVI, cit. 906; VERDE, cit. 834; RICCI, cit. 92.

[24] In questi termini SATTA, cit. 348; BUCOLO, cit. 774. Contra RICCI, cit. 88 e 91.

[25] TRAVI, cit. 906.

[26] D’ONOFRIO, Commento al codice di procedura civile, II, 4ª ed., Torino, 1957, 142.

[27] BONGIORNO, cit. 39; CASTORO, cit. 565.

[28] CORSARO, BOZZI, cit. 324.