Verifica del merito creditizio: quid iuris?

Commento a Ord. Trib. Torre Annunziata 13.09.2021

Violazione del merito creditizio: quid iuris?

Tribunale, Torre Annunziata, 13 settembre 2021 - est. Musi

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE; TITOLO ESECUTIVO - STRAGIUDIZIALE - MUTUO FONDIARIO; OPPOSIZIONE ALL'ESECUZIONE - FASE SOMMARIA; MUTUO - titolo esecutivo;

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Sommario:

1. Il caso e la decisione
2.  La valutazione del merito creditizio: tra disciplina speciale e principio generale
3. Violazione del merito creditizio: conseguenze, quid iuris?
4. Considerazioni conclusive.

 

  1. Il caso e la decisione

Nell’ambito di una procedura espropriativa immobiliare, recante il proprio titolo esecutivo in un contratto di mutuo cui accedeva ipoteca volontaria, il terzo datore, soggetto passivo della esecuzione intrapresa ex art. 602 c.p.c., proponeva ricorso in opposizione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., chiedendo disporsi la sospensione della incardinata procedura esecutiva, lamentando la nullità del contratto di mutuo (nonché delle garanzie ad esso accessorie per violazione degli obblighi imposti dalla normativa consumeristica) per assenza e/o illiceità della causa concreta, motivi illeciti comuni e concessione fittizia di credito finalizzata all’estinzione di debiti di una società insolvente. In particolare, l’opponente, previa narrazione delle vicende sostanziali societarie e finanziarie antecedenti alla procedura espropriativa, si doleva dell’indebita condotta della banca creditrice procedente, la quale si era determinata a concedere il credito richiesto, pur nella consapevolezza dello stato di consolidata insolvenza in cui versava la società debitrice e, dunque, dell’insussistenza di concrete ed effettive possibilità di restituzione delle somme erogate a titolo di finanziamento.

Il Giudice, preliminarmente ribadendo la piena legittimazione del terzo proprietario, in quanto soggetto direttamente pregiudicato dall’azione esecutiva, a muovere contestazioni ed eccezioni alle ragioni di credito fatte valere in executivis, non ravvisa i presupposti per la concessione della richiesta misura sospensiva. Sulla scorta di una valutazione prognostica, confacente alla fase cautelare dell’opposizione all’esecuzione, il Giudicante ritiene, conformandosi ai (seppur esigui) pronunciamenti di merito, nonché ai principi di diritto enunciati dalla Suprema Corte di Cassazione, che l’eventuale accertamento nel giudizio a cognizione piena di un’illegittima e, dunque, abusiva erogazione di credito in favore della debitrice esecutata determinerebbe, non già l’integrale caducazione del contratto di mutuo da reputarsi invalido, quanto - al più - l’insorgenza di un credito risarcitorio in favore del terzo proprietario opponente. Quanto all’ulteriore doglianza sollevata in ordine alla invalidità delle garanzie prestate, il Giudice, ricostruendo, dal tenore dell’atto di opposizione, la volontà dell’opponente di invocare l’art. 1955 c.c., e valorizzando la duplice veste di fideiussore e datore di ipoteca assunta dall’opponente nella vicenda sostanziale, sottolinea l’inestensibilità tout court della normativa sulla fideiussione al terzo datore e, in ogni caso, l’insussistenza, nel caso concreto, di prove circa il fatto omissivo o commissivo del creditore che avrebbe precluso al garante di esercitare la facoltà di surroga. Reputa, infine, in ogni caso non applicabile la normativa consumeristica al contratto di fideiussione stipulato dall’opponente, posto che questi rivestiva, all’epoca del rilascio della garanzia, il ruolo di socia ed amministratrice della società debitrice.

  1. La valutazione del merito creditizio: tra disciplina speciale e principio generale.

Ai sensi dell’art. 124 bis T.U.B., il finanziatore è tenuto, in vista della stipula del contratto di finanziamento con il consumatore, a valutare il merito creditizio sulla scorta di informazioni adeguate, eventualmente fornite dal consumatore stesso ovvero ottenute consultando un’apposita banca dati. Tale disposizione normativa rappresenta la concretizzazione nazionale dell’art. 8 della direttiva 2008/48 CE, attuata in Italia per il tramite del D.lgs 141/2010, il quale ha introdotto il principio del cd. prestito responsabile; in particolare, tenuto conto della relazione biunivoca esistente tra facilità di accesso al credito e prospettive di sovraindebitamento dei privati, la direttiva europea mira a contenere gli effetti distorsivi di un eccessivo ricorso al finanziamento, in un’ottica di corresponsabilizzazione tra istituto di credito e cliente, segnando, così, un punto di rottura rispetto all’impostazione tradizionale che riconosceva unicamente il finanziato/consumatore quale responsabile della situazione di insolvenza generatasi.

L’obbligo di verifica del merito creditizio, incentrato sull’analisi dell’affidabilità economico – finanziaria del cliente, essenziale al fine di conoscere il profilo di rischio legato al finanziamento e, dunque, accertare la capacità del finanziato di restituire gli importi erogati con rate costanti, assolve una eterogena funzione protettiva: nei confronti dei finanziatori, posto che la concessione di finanziamenti eccessivi rende particolarmente difficoltoso il recupero del credito erogato; nei confronti dei soggetti finanziati che, sebbene prima facie beneficiari di un credito più cospicuo, sarebbero ex adverso onerati del versamento di ratei mensili maggiorati, con un connesso prevedibile abbassamento del tenore di vita ed innalzamento del rischio di insolvenza a fronte della impossibilità di restituire il credito; nei confronti del mercato, tenuto conto che, in un’ottica macroeconomica, l’erogazione di crediti esorbitanti costituisce un problema, non già limitato al singolo istituto mutuante, quanto, piuttosto, alla complessità degli operatori finanziari esposti al rischio del completo default del sistema bancario; nei confronti degli altri creditori del debitore sovrafinanziato che, sprovvisto delle risorse necessarie per ripianare la propria posizione di passività, potrebbe smettere di onorare tutti i suoi debiti.

La speciale disposizione bancaria succitata, così come - dal medesimo tenore - l’art. 120 undecies T.U.B., introdotto con D.lgs 72/2016, contingenta expressis verbis la propria applicazione al caso in cui il soggetto finanziato sia qualificabile come “consumatore”, nondimeno tale obbligo può dirsi di portata generale, dunque, operante anche al di fuori del credito al consumo.

Nella consapevolezza dell’insussistenza di un precetto normativo idoneo ad investire il finanziatore dell’onere di verificare il merito creditizio, può ravvisarsi un fondamento positivo in tal senso negli artt. 1175 - 1176 - 1337 c.c., norme precettive queste che guardano alla buona fede, alla diligenza ed alla correttezza quali principi generali reggenti il rapporto obbligatorio e contrattuale. In questo senso, il finanziatore che verifica diligentemente il merito creditizio del cliente assume una condotta rispettosa dei cd. principi di sana e corretta gestione, punti cardine dell’attività degli imprenditori operanti nel settore del credito (si v. al riguardo gli artt. 53 - 67 - 108 - 114 quinquies, II co. - 114 quaterdecies T.U.B., recanti disposizioni sul contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni). Tale è la rilevanza ed essenzialità della ponderazione del rischio da parte del finanziatore che la stessa trova disciplina e riconoscimento anche in fonti extranazionali: il riferimento più pregnante è agli accordi di Basilea del 1988, così come al Regolamento UE n. 575/2013 che parametra la valutazione delle esposizioni di credito a meccanismi di rating interni. Sul punto, la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare che, sebbene non sussista nel nostro ordinamento giuridico un generico dovere di attivarsi al fine di evitare eventi di danno, la normativa bancaria tipizza taluni obblighi di comportamento, posti a tutela degli operatori e del sistema stesso, gravanti sulla banca quale operatore qualificato in ragione del proprio status, pertanto specifici rispetto al generico precetto del neminem laedere, la cui violazione può integrare gli estremi della culpa in omittendo (Cass. Civ. 18610/2021; Cass. Civ. 21641/2005; Cass. Civ. 72/1997).

 Dunque, guardando al sistema normativo nel suo complesso, può riconoscersi primaria rilevanza all’obbligo di verifica del merito creditizio, soprattutto in quei casi in cui il cliente versi in situazione di difficoltà economica.

 Ebbene, sulla scorta dei rilievi che precedono, può dirsi corrispondente ad una condotta conforme ai principi di buona fede e diligenza quella dell’ente creditizio che verifichi concretamente la solvibilità e capienza economico - patrimoniale del soggetto che intende accedere ad un finanziamento al fine di salvaguardare, da un lato, seppur nei limiti dell’apprezzabile sacrificio, gli interessi della controparte, evitando che il debitore possa versare in una situazione di sovraindebitamento e, dall’altro, il proprio diritto alla restituzione delle somme erogate.

L’erogazione di credito non rappresenta un affare privato riservato alle sole parti del contratto, ragion per cui l'ordinamento prevede una serie di principi, controlli e regole, prodromici alla gestione e ponderazione dei rischi propri del settore bancario, tenuto conto che le possibili conseguenze negative trascendono la sfera di interesse della banca mutuante ed impattano, in primis sul finanziato, ma, altresì, sugli altri soggetti che hanno intrattenuto affari e rapporti di credito con questi.  È proprio su tale presupposto che si è formata e stratificata la giurisprudenza in ordine alla fattispecie di cd. abusiva concessione del credito. Con tale locuzione si fa riferimento alla condotta della banca finanziatrice che, scientemente, decida di riconoscere (ovvero continuare ad assicurare) l’erogazione del credito nei confronti di un’impresa insolvente, ritardandone così il fallimento ed ingenerando la falsa convinzione della permanenza in bonis dell’impresa nei confronti dei terzi, i quali, per l’effetto, continuino ad intrattenere rapporti contrattuali con essa (si v. Cass. Civ. 11695/2018).

L’abusiva concessione di credito, concretizzatasi, nei fatti, in un indebito sostegno all’impresa in dissesto, alimentata da una negligente o, addirittura, assente verifica del merito creditizio, rappresenta un’ipotesi di abnorme ed illegittimo utilizzo della libertà negoziale in danno dei terzi in buona fede.

La condotta di abusiva concessione del credito viene stigmatizzata e censurata anche nell’ambito della speciale disciplina fallimentare. Invero, ai sensi dell’art. 218 L. Fall. - disposizione questa duplicata all’art. 325 del D.lgs 12 gennaio 2019, n. 14, cd. Codice della crisi d’impresa - per abusiva concessione del credito deve intendersi la condotta dell’impresa che ricorra o continui a ricorrere al credito, dissimulando il proprio dissesto ovvero lo stato d’insolvenza.

Specularmente a quanto sin qui affermato in riferimento al consumatore, l’abusivo ricorso ovvero concessione di credito pregiudicano l’impresa in difficoltà, tanto sotto il versante contabile, provocando un’ingravescenza delle perdite dovute ai costi legati alla prosecuzione dell’attività di impresa, tanto sotto quello economico, stante la diminuzione della consistenza patrimoniale.

È bene sin d’ora precisare, tuttavia, che il nostro ordinamento giuridico positivizza e riconosce forme di sostegno all’impresa in difficoltà finanziaria, atte a favorire il ripianamento della posizione di deficit ed evitare di conseguenza il fallimento, assicurando pronta soddisfazione ai creditori. Emblematico in tal senso è l’art. 217 bis I. fall., introdotto dal D.l. 31 maggio 2010, n. 78, conv. in L. 30 luglio 2010, n. 122 che prevede l'esenzione dai reati di bancarotta dei pagamenti e delle operazioni compiuti in esecuzione di un concordato preventivo, di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato o del piano attestato di risanamento. Ulteriori esempi di favor del legislatore per il sostegno alle imprese sono rappresentati dagli strumenti della c.d. finanza-ponte, funzionale all’attivazione degli istituti di risanamento previsti dalla legge (cfr. art. 182 quater, comma 2, I. fall.); la c.d. finanza interinale, prodromica al giudizio di omologazione in corso di procedura, in via ordinaria o urgente (ex art. 182 quinquies, commi 1 e 3, L. fall.); i finanziamenti in esecuzione della risoluzione della crisi, che mirano al risanamento secondo il piano predisposto dall'imprenditore (ex art. 182 quater, comma 1, L. fall.). Trattasi, in ogni caso, di strumenti speciali cui il cliente potrà fare ricorso previo espletamento di un’accurata istruttoria da parte dell’ente creditizio, atta a verificare la sussistenza dei presupposti previsti ex lege. Pertanto, elemento discriminante tra una abusiva o meritevole concessione del credito all’impresa insolvente sarà costituito dall’adozione da parte della banca di una prudente, cauta ed accurata condotta, atta ad evitare l’evento dannoso rappresentato dalla cristallizzazione dell’insolvenza debitoria. Quanto detto consente di meglio comprendere il fondamento dell’orientamento di legittimità che non ravvisa gli estremi della abusiva concessione del credito nella scelta della finanziaria che, sulla scorta di una valutazione prognostica ex ante, ritenga sussistenti concrete possibilità di ripianamento della crisi ovvero di permanenza dell’impresa sul mercato (cfr. Cass. Civ. 18610/2021).

Proprio tenendo in considerazione, come esplicitato all’inizio del presente paragrafo, la natura latu sensu pregiudizievole della fattispecie di abusiva concessione del credito, idonea a pregiudicare interessi non circoscritti alle parti del contratto di finanziamento, viene riconosciuta la legittimazione della curatela fallimentare ad agire per il risarcimento del danno patito a causa dell’indebita condotta della banca, in primis sulla scorta del medesimo titolo con cui avrebbe potuto agire l’imprenditore sovrafinanziato (si pensi al caso del danno cagionato alla società fallita dal sovrabbondante credito richiesto dall’amministratore della società, concesso dalla banca da reputarsi responsabile in solido), ovvero del pregiudizio patito dalla massa dei creditori a fronte della diminuzione patrimoniale e della conseguente violazione della garanzia ex art. 2740 c.c. (in tal caso, si pensi alla legittimazione all’esperimento di azioni revocatorie ex artt. 2901 c.c. e 66 L. fall., nonché alle azioni di responsabilità contro gli organi sociali). Tale legittimazione opera coerentemente con la funzione tipicamente e legislativamente riconosciuta al curatore fallimentare, demandato alla salvaguardia della par condicio creditorum, non sostituendosi mai ai singoli creditori, piuttosto gestendo in ottica conservativa il patrimonio del debitore fallito. 

  1. Violazione del merito creditizio: conseguenze, quid iuris?

Analizzati il fondamento normativo ed interpretativo dell’obbligo di verifica del merito creditizio, di cui si è tentato di valorizzare la natura di precetto di portata generale operante per ogni contratto di finanziamento, anche non inerente al credito al consumo, devesi ora affrontare la spinosa, controversa e non ancora unanimemente definita questione relativa alle conseguenze giuridiche da collegarsi al caso dell’indebita concessione di credito.

Si premette sin d’ora che in tale operazione esegetica alcun ausilio può rinvenirsi nel formante legislativo né interno né comunitario, tenuto conto che la dir. 2008/38 CE rimette agli Stati membri la selezione ed individuazione delle sanzioni applicabili.

Guardando al solo dato normativo interno può evincersi che l’art. 124 bis T.U.B. non positivizza un divieto di stipula del contratto di finanziamento in caso di omessa verifica della solidità finanziaria e, dunque, solvibilità del debitore, pertanto di tali contratti, seppur originati da una condotta negligente, in quanto tale, indebita, va affermata la piena validità. Tale conclusione trova conferma nella normativa codicistica in punto di nullità contrattuali e, in particolare, nell’art. 1418 c.c., I co. che commina la nullità del contratto nel solo caso di violazione di norme imperative. Ebbene, senza soffermarsi sulla atavica ed ancora oggi dibattuta distinzione tra regole di validità e regole di comportamento (in tal senso, Cass. Sez. Un. 26724/2007; si v., altresì, Corte Cost. ord. 24 ottobre 2013, n. 248 e Corte Cost. ord. 2 aprile 2014, n. 77, ove, in materia di riduzione d’ufficio della caparra confirmatoria sproporzionata, il Giudice delle Leggi, ha “elevato” a regole di validità le clausole generali di solidarietà e buona fede), può dirsi che l’obbligo di verifica del merito creditizio, inteso come onere comportamentale gravante sul professionista nella fase prodromica ed antistante alla conclusione del contratto, non rientra nella species delle norme imperative di validità, trattandosi, al contrario, di regola di condotta.

La questione dell’individuazione delle conseguenze giuridiche della violazione della normativa in punto di merito creditizio, pur densa di implicazioni teoriche di rilievo, non ha ancora investito in modo capillare la giurisprudenza di merito, nondimeno può farsi richiamo alle decisioni assunte dal Collegio dell’Arbitro Bancario Finanziario. In particolare, si segnala la decisione del Collegio di Bari n.16086 del 24 luglio 2018, resa all’esito di una controversia che vedeva coinvolto un debitore contraente di un mutuo ipotecario, erogato dall’ente creditizio sulla scorta della sola documentazione inoltratagli da un mediatore creditizio, omettendo di tenere in considerazione che il mutuatario godeva, al contempo, di finanziamenti presso altri istituti di credito. Il Collegio, preliminarmente evidenziando che l’onere per la banca di effettuare una verifica accurata del merito creditizio non può spingersi sino al punto di vagliare la convenienza economica dell’affare per il richiedente, rigetta il ricorso ritenendo corretto l’operato dell’ente creditizio, il quale aveva raccolto informazioni sulla situazione economica del cliente che non ravvisava, al momento dell’erogazione del credito, profili o rischi di insolvenza, ed in ogni caso reputando non provato dal ricorrente il pregiudizio patito a causa dell’indebita erogazione del credito. Si segnala, altresì, la decisione n.1067/2018 resa dal Collegio di Napoli che, sulla scorta di una motivazione analoga a quella resa nel caso precedentemente citato, precisa che il finanziatore possa rispondere per l’erogazione di credito irresponsabile solo in ipotesi di “lapalissiana violazione del dovere di buona fede nella fase di formazione del contratto di finanziamento” (è questo il caso, ad esempio, di un debitore che, a causa della stipula del contratto di finanziamento, si veda obbligato a vendere beni primari a prezzo vile, al fine di munirsi della liquidità finanziaria necessaria per restituire il credito).  Infine, ulteriore riferimento è costituto dalla decisione n. 4440 del 2013 ove il Collegio di Roma, se da un lato esclude la possibilità di invocare l’annullabilità del contratto di credito in caso di violazione del merito creditizio, trattandosi di una sanzione non comminata espressamente dal legislatore ed inestensibile al di fuori dei casi previsti ex lege, dall’altro, valorizza la necessità che le banche, nella fase precontrattuale, adottino pratiche informative e di educazione dei consumatori consistenti nell’avvertimento sui rischi di un mancato pagamento o di un eccessivo indebitamento.

 Nell’ambito della giurisprudenza di merito, si segnala Trib. Rimini 1° marzo 2019 ove, il giudice, nella valutazione sull’omologabilità o meno di un piano del consumatore, afferma la meritevolezza del debitore e, dunque, la legittimazione a beneficiare della procedura di ristrutturazione del debito, tenuto conto dell’ascrivibilità del sovraindebitamento a sopravvenienze di natura personale non prevedibili né imputabili al debitore, nonché della sussistenza di un profilo di responsabilità del ceto creditorio. Nello stesso senso, Trib. Forlì 20 agosto 2018 ove il Giudice, nel rigettare un’opposizione al piano del consumatore, evidenzia come il controllo di meritevolezza, richiesto ex lege ai fini dell’omologa, debba necessariamente includere la valutazione della condotta tenuta dal finanziatore al momento dell’erogazione, alla luce dell’obbligo ex art. 124 bis T.U.B., al fine di verificare se questi abbia assunto un ruolo causante nell’aggravamento della crisi finanziaria del debitore. Ebbene, nel caso affrontato dal Tribunale romagnolo, si ravvisano gli estremi di una condotta negligente dell’ente creditizio che, benché consapevole della precaria condizione economico – finanziaria della debitrice istante (esposta contestualmente al pagamento di un mutuo ipotecario ed alla cessione del quinto sullo stipendio), ha continuato ad erogare credito.

  1. Considerazioni conclusive

Sulla scorta delle valutazioni sin qui riportate, nella consapevolezza che quella bancaria costituisce una materia, per definizione, magmatica ed in costante evoluzione, legata a doppio filo alla prassi dei mercati finanziari, nonché all’influenza della normativa comunitaria, si reputa condivisibile la decisione assunta dal G.E., seppur nell’ambito della fase sommaria del giudizio di opposizione all’esecuzione. Invero, correttamente il Giudicante, senza azzardare valutazioni di merito, in ogni caso, inconferenti con la parentesi processuale in cui era chiamato a pronunciarsi, ha sottolineato come l’eventuale accertamento di una condotta negligente dell’ente creditizio che abbia omesso di verificare correttamente la meritevolezza del finanziamento, sulla scorta della sussistenza di concrete possibilità di restituirlo, giammai avrebbe condotto ad una caducazione integrale del contratto, ma, al più, ad una condanna risarcitoria della banca per il pregiudizio patito dall’impresa debitrice che, vistasi erogare un credito in misura sproporzionata rispetto alle concrete possibilità finanziarie ed alla capienza patrimoniale, ha subito un’irrimediabile compromissione della propria situazione debitoria.

 

Riferimenti bibliografici

  • SANGIOVANNI, “Contratti di credito ai consumatori ed errata verifica del merito creditizio”, in I contratti, 6/2019;
  • AZADI, “Valutazione del merito creditizio, adeguatezza delle sanzioni e tutela microeconomica dei consumatori”, in Giur.it. 2015.