ESECUZIONE FORZATA E DIRITTO SOSTANZIALE NEL PENSIERO DI SALVATORE PUGLIATTI

Tra norme sostanziali e processuali alla ricerca della coerenza e unitarietà del sistema
ESECUZIONE FORZATA E DIRITTO SOSTANZIALE NEL PENSIERO DI SALVATORE PUGLIATTI

  1. Alcune considerazioni, prima di affrontare il tema assegnato, vorrei riservarle a Salvatore Pugliatti, non soltanto (e prima ancora che) come giurista, quale autentico uomo di cultura. Sappiamo, del resto, che a molti giuristi è stato riservato l’onore delle celebrazioni, non di rado anche in vita, ma è certo che pochi tra loro sono stati evocati con una così ampia e variegata quantità di definizioni o anche semplicemente aggettivi, come è accaduto per Salvatore Pugliatti: giurista ‘inquieto’ (da parte di Paolo Grossi), ‘innovatore’ (secondo Angelo Falzea), ‘completo’ (Pietro Rescigno), in ogni caso ‘un maestro per tutti (Giovanni Silvestri), ricordando soltanto alcuni titoli delle testimonianze – divenute, assai spesso, notevoli contributi scientifici, in forma di saggi affidati alla penna di notevoli studiosi – rese soltanto in una della più recenti celebrazioni del Maestro messinese, avvenuta nella sua Università nel 2003, in occasione del centenario della nascita. È uno degli indici, prima ancora di avere la riprova immediata scorrendo la sua sterminata produzione letteraria (giuridica e non: si pensi che soltanto gli “Scritti giuridici” sono raccolti in sei volumi, meritoriamente ripubblicati dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, per i tipi di Giuffrè, tra il 2008 e il 2012), della personalità insolitamente e autenticamente poliedrica di Pugliatti: giurista, certo, fra i più significativi del secolo appena trascorso, ma soprattutto s’è detto in esordio uomo di cultura.

Quale «civilista secondo le anagrafi accademiche, in effetti giurista a cui nessuna scienza giuridica di settore è stata aliena» - sono le ammirate parole di un altro Maestro della cultura giuridica italiano del secolo appena trascorso, ossia Massimo Severo Giannini, nel ricordo pubblicato dopo la sua prematura scomparsa nel 1976 -, Pugliatti mostra, fin dai primi approfondimenti e con sufficiente chiarezza, l’esigenza di fondare le proprie ricerche anche sulle costruzioni dottrinali maturate in altri ambiti, confrontandosi in particolare con la dottrina pubblicista e processualista.

In questo senso, muovendosi tra il diritto sostanziale e processuale, l’opzione cade su temi particolarmente complessi ed effettivamente di confine, ossia tra l’affermazione del diritto e la sua concreta attuazione: emblematica la Teoria dei trasferimenti coattivi (introduzione), che compare negli Annali dell’Università di Messina nel 1931 ed Esecuzione forzata e diritto sostanziale (la monografia del 1935, di cui ci si occuperà nelle pagine seguenti), cui può aggiungersi, se non altro per la sostanziale contemporaneità, il breve ma denso contributo Processualismo e diritto sostanziale (pronta e argomentata risposta, nella parte quarta del Foro italiano del 1936), ove il nostro A. replica, con eleganza ma anche con estrema precisione e fermezza, alle critiche che aveva immediatamente rivolto Salvatore Satta alla monografia, soprattutto per quel che concerne il suo nucleo concettuale, ossia l’analisi del trasferimento coattivo legato alla vendita forzata (v. infra, n. 2).

Per un uomo alla continua ricerca di stimoli culturali, nei più diversi ambiti del sapere - non a caso ricordato anche come il “Benedetto Croce di Messina” -, il diritto civile «non fu la sua prigione scientifica» (parole di Falzea), come dimostrava la sua grande passione per la letteratura (è noto il suo rapporto di amicizia con Eugenio Montale), la linguistica (si veda il saggio Sistema grammaticale e sistema giuridico, ove Pugliatti valorizza il rapporto con Giovanni Nencioni, autore del celebre lavoro Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio del 1946, nella ricerca dei nessi tra diritto e linguistica, a partire da Savigny), la storia dell’arte e la musica (nel 1940 appare il libro L’interpretazione musicale e inizia la collaborazione con la rivista “La rassegna musicale”, per giungere alla pubblicazione di altri lavori di musicologia, come Cicerone e la musica, del 1942, La musica nell’opera di Dicearco di Messina, del 1944, Chopin e Bellini, del 1952). In tal senso potrebbe stupire, se non altro in un contesto quale il nostro sempre più orientato verso un esasperato specialismo, il fatto che proprio con riferimento alla musica Pugliatti, non soltanto ne apprese i fondamenti tecnici da autodidatta, ma ne fece materia di insegnamento presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Messina (fino alla sua collocazione fuori ruolo nel 1973). Una notazione, quest’ultima, di per sé peculiare, ma che s’inscrive a pieno titolo nella descrizione del giurista, ma soprattutto dell’uomo di cultura celato dietro al primo, aiutando significativamente a comprendere il senso ultimo del suo articolato, ma sempre lineare, messaggio metodologico.

Anche per la musica, Pugliatti poneva in primo piano la dimensione ‘disciplinare’, per così dire, ossia la necessaria coerenza ai canoni scientifici, come si nota in ogni pagina del libro L’interpretazione musicale, ove viene valorizzata la creatività dell’interprete che, mediante il lavoro filologico, «mira a conseguire la piena intelligenza dell’opera d’arte: un risultato quindi schiettamente intellettuale». In ambito musicale, così come in materia giuridica, il suo è certamente un approccio insolito alla cultura - da intendersi con la C maiuscola, s’è detto correttamente -, che valse al Maestro messinese l’ulteriore definizione, tra le tante già ricordate, di «vero uomo del Rinascimento, multicorde, come ben di rado ne vede il nostro tempo ed ancor più di rado il nostro mondo universitario» (sono le parole di un altro gigante del pensiero giuridico novecentesco italiano, ossia Arturo Carlo Jemolo).  

È la ricerca del “sistema” il filo conduttore più evidente della sua attività scientifica, divenendo poi la stessa cifra identificativa della Scuola messinese, che a lui deve in un certo senso la nascita e comunque l’affermazione nel panorama nazionale (e dalla quale mai si distaccherà, anche solo fisicamente, declinando così le offerte di insegnamento in università che all’epoca potevano apparire più blasonate, mentre il suo Ateneo messinese lo vedrà Rettore, dal 1955 al 1975, impegnato in prima linea anche nel momento critico a ridosso del 1968, attraverso un continuo e proficuo dialogo con il ceto studentesco, soprattutto nei frangenti di maggiore tensione politica). Ed è appena il caso di ricordare come, alla base della riflessione sul “sistema”, si collochi il problema dei rapporti del sistema normativo con l’ordinamento giuridico, quest’ultimo quale “realtà assai complessa, e concreta, quindi originaria”, che “rappresenta la concretezza storica, e quindi il continuo mobile, mentre il sistema normativo (…) rappresenta il discontinuo astratto”: una sorta di dualismo componibile mediante la sintesi unitaria garantita dall’integrazione.

La sua positiva e costruttiva irrequietezza intellettuale (secondo il ricordato giudizio di Paolo Grossi) conduceva Pugliatti a progettare e poi dar vita a una delle opere che hanno segnato la storia della cultura italiana, di quella giuridica in particolare nel secolo appena trascorso, ossia l’Enciclopedia del diritto, che vede la luce nel 1957 e pullula di “voci” fondamentali a firma del Maestro messinese (dalla teoria generale al diritto privato nel senso più lato dell’espressione), con il sostegno decisivo di un altro dei suoi amici di gioventù - anch’egli studente nello stesso Istituto Tecnico, ove il nostro A. si era diplomato per diventare “ragioniere”, avendo stretto la duratura e profonda amicizia anche con Giorgio La Pira -, ossia Antonino Giuffré, fondatore della omonima casa editrice (senza dimenticare, tra i padri storici dell’Enciclopedia, un altro gigante del pensiero giuridico di quel tempo, oltre che del Novecento più in generale, ossia Francesco Calasso).

Le parole del primo di una lunga serie di allievi, laureato con un maestro ancora giovanissimo, ossia Rosario Nicolò, scolpiscono bene la complessa e articolatissima personalità di Pugliatti, il quale «non era soltanto un civilista, nel senso tradizionale del termine, ma un giurista, perché a lui erano familiari metodi e contenuti di tutte le componenti della scienza giuridica e perché i suoi contributi, che spaziano dalla più astratta speculazione di teoria generale, quando cioè si pone a valutare le ragioni ultime della ricerca scientifica nel mondo del diritto, all’analisi rigorosa del diritto positivo o alle soluzioni di problemi di esegesi della normativa, non tollerano confini o etichette particolari, riguardano il diritto privato e il diritto pubblico, la storia del diritto e il diritto comparato, sempre con l’occhio rivolto alla considerazione della realtà sociale, anche in un tempo nel quale si indulgeva alle facili approssimazioni sociologiche, spesso solo idonee a creare confusioni di piani ed errori di impostazione, e che oggi sono tanto di moda» (è la voce di Rosario Nicolò, nella Presentazione dei cinque volumi (in sei tomi) degli Scritti in onore, avvenuta nel 1978).

Dettate non soltanto dall’affetto dell’allievo - nonché amico, essendo quasi coetaneo -, ma condivise unanimemente dagli studiosi che, senza appartenere alla Scuola messinese, hanno fatto ampiamente tesoro dei suoi insegnamenti (tanto sul piano metodologico, quanto in termini più propriamente ermeneutici e dunque nella prospettiva analitica ed esegetica, con riferimento ai numerosissimi studi sui singoli istituti), tali considerazioni trovano immediata conferma anche soltanto scorrendo l’indice degli “scritti giuridici” di Pugliatti, raccolti in un’opera che consta di ben sei volumi, i quali colpiscono, oggi forse ancor più che in passato, per la perfetta sintonia e armonia tra la profondità dell’indagine esegetica, problematica e dunque puntuale, su temi diversissimi e spesso distanti dal diritto civile in senso stretto, e la saldezza del discorso sul piano dogmatico (indipendentemente dalla tematica volta per volta prescelta).

Una dogmatica, peraltro, sempre sostenuta dalla ferma convinzione che quella giuridica è, e non potrebbe che essere, ‘scienza pratica’, ossia un sistema di concetti funzionali all’inquadramento e alla conoscenza della complessità delle vicende umane e delle controversie, dovendosi evitare, in tal modo, il rischio della astratta esercitazione teoretica (ancorché gli scritti di indole più propriamente metodologica possano, talvolta, ingenerare questa sensazione, ma soltanto per chi si fermi alla loro intitolazione). È chiarissimo, del resto, che per Pugliatti l’astrazione “non è un gioco gratuito e arbitrario dell’intelletto, ma un procedimento ineliminabile del conoscere”. Può essere interessante notare come questa convinzione, uno (ma probabilmente il più importante) dei fili conduttori di tutta la sua riflessione, rilevi anche nel confronto che il Pugliatti “linguista” approfondisce con il sistema grammaticale: “L’opera della grammatica e della giurisprudenza non ha soltanto un fine didattico, ma ha un fine pratico, consistente nella funzione protettiva, dello strumento linguistico o giuridico, poiché al limite la ribellione totale, e cioè la torre di Babele nel campo linguistico e l’anarchia nel campo giuridico rappresentano teoricamente lo stesso fenomeno: la distruzione dello strumento e la paralisi della funzione” (il brano è tratto da Sistema grammaticale e sistema giuridico).

Chi con la massima autorevolezza e profondità di pensiero ha ricostruito la storia e la cultura del diritto civile nel Novecento, offrendone un’avvincente narrazione, riferisce che Pugliatti «fa spicco tra i giuristi italiani del secolo ventesimo», di cui fu «indiscusso protagonista», anche perché nel suo itinerario scientifico si misurerà  con «tutti i grossi problemi della scienza giuridica del Novecento, anche quei problemi tormentatori che un civilista meno animoso e coraggioso avrebbe accuratamente evitato», come dimostra lo scenario della civilistica, anche assai autorevole, maturata a cavallo tra la prima e la seconda metà del secolo, intenta a coltivare il proverbiale orticello della propria materia, con i collaudati (anche se, in molti casi, arrugginiti) strumenti della dogmatica tradizionale (cercando di riportare, parafrasandolo, il giudizio nella già ricordata avvincente presentazione, resa valorizzando la prospettiva storica, di Paolo Grossi).

In primo luogo, e fin dagli studi giovanili, emerge l’esigenza di individuare l’esatta dimensione della giuridicità e, in ragione di ciò, la scelta del metodo da adottare nella ricerca giuridica; con il problema, quindi, del rapporto tra scienza giuridica e speculazione filosofica e con l’interrogativo, che accompagna invero tutta la sua riflessione, della scientificità del diritto e della sua più appropriata collocazione nell’alternativa tra scienze naturali e scienze storiche. Il punto di avvio del percorso pugliattiano, infatti, sta in quella che egli stesso definisce una “concezione integrale della giuridicità”, che intende prendere le distanze tanto dal formalismo e dalla pretesa “purezza” del diritto di stampo kelseniano, quanto dalle correnti sociologiche (affermatesi, com’è noto, a cavallo tra i due secoli) e che, esplicitata fin dal lavoro di esordio L’atto di disposizione e il trasferimento dei diritti  (del 1927, ora ripubblicato nel terzo volume dei già ricordati Scritti giuridici), ribadisce e precisa nella sua opera monografica forse più impegnativa (Esecuzione forzata e diritto sostanziale, che di seguito verrà esaminata più da vicino, in alcuni suoi tratti salienti), dove si legge: «Il fenomeno giuridico è un fatto storico-sociale giuridicamente qualificato: il nucleo (elemento sostanziale) sta nel fatto, l’elemento qualificativo (elemento formale) promana dalla norma. Anche da un punto di vista scientifico, non filosofico, se può essere concesso analizzare separatamente contenuto e forma, non si può certo prescindere, per la comprensione del fenomeno, dal considerare gli elementi costitutivi nella loro sintesi» (significativo brano tratto dall’opera in esame). Non si può fare a meno di ricordare che proprio questa concezione della giuridicità, preziosa sintesi di materia e forma (in altri termini di fatto e norma), che impone pertanto all’interprete uguale attenzione alla duplice componente di ogni fatto normativo, «guiderà Salvatore Pugliatti in tutta la sua produzione giuridica e costituirà il metodo adottato dalla Scuola di Messina» (nelle parole di Angelo Falzea).

 

  1. Reso il più che doveroso omaggio al Maestro, nella sua veste di uomo di cultura del suo tempo, si può passare ad esaminare i tratti salienti dell’intersezione tra il diritto sostanziale e il processo nel trasferimento coattivo della vendita forzata. La premessa sul giurista e sull’uomo Salvatore Pugliatti, consente di avvicinarsi all’opera monografica sui rapporti tra esecuzione forzata e diritto sostanziale.

Uno studio diviso, nell’estremo rigore logico e metodologico del nostro A., in tre parti molto diverse tra loro - la prima dedicata alla realizzazione coattiva dei diritti, in relazione alla teoria dell’adempimento, la seconda incentrata su scopi, mezzi e modi dell’esecuzione forzata, mentre nella terza si esaminato aspetti e momenti tipici dell’esecuzione forzata -, nel quale, tuttavia, è indubbiamente la prima quella maggiormente espressiva delle grandi qualità giuridiche e capacità sistematiche di Salvatore Pugliatti, che pochi anni prima – con esattezza, nel 1931- aveva affidato al già ricordato apposito studio, svolto in forma “introduttiva” (secondo lo stesso Autore), ma ancora una volta notevole e compiuto ai fini di una visione generale del sistema, la sua riflessione sulla “teoria dei trasferimenti coattivi”.

La rapida premessa sullo stretto collegamento – ritenuto innegabile e perciò ammesso, in vario modo, dai più autorevoli studiosi, come Chiovenda, Betti o Carnelutti - tra l’esercizio di un diritto (in forma processuale) e il diritto sostanziale cui il primo si riferisce, al punto che “non si può concepire un diritto sostanziale senza il diritto processuale, e viceversa” (richiamando nello stesso senso la dottrina tedesca del tempo sul punto, che enfatizzava l’unità, senza negare l’autonomia sistematica del secondo), prepara la trattazione della “questione preliminare e fondamentale”, presentata nei seguenti termini: “a) che cosa si attua e che cosa non si attua nella esecuzione forzata; b) che cosa può attuarsi nella esecuzione in genere, anche volontaria, delle obbligazioni, e che cosa non può attuarsi nella esecuzione forzata; c) che relazione esiste tra il rapporto giuridico e la esecuzione, volontaria o forzata”, venendo in luce la costruzione dell’esecuzione forzata in rapporto all’adempimento e la sua giustificazione dogmatica.

In questo senso, l’adempimento e l’esecuzione forzata possono rappresentare vicende coniugabili nella prospettiva della realizzazione dei diritti e dell’estinzione del vincolo obbligatorio – rimanendo accertato, secondo Pugliatti: “a) che tra il diritto soggettivo di colui che chiede l’esecuzione e il risultato dell’esecuzione stessa vi è un indiscutibile rapporto di derivazione; b) che l’esecuzione forzata, come quella volontaria, estingue l’obbligazione e quindi il rapporto giuridico” -, assumendo il duplice punto di vista del pagamento (volontario) e della prestazione coattiva.

Un capitolo lungo e invero piuttosto impegnativo, se non altro se lo si confronta con il ben più leggere approccio corrente alle questioni di carattere teorico-generale, è poi dedicato ai concetti di “potere giuridico e diritto subiettivo”. Muovendo dalla distinzione fondamentale tra atti relativi all’esercizio di un potere e atti relativi all’adempimento di un obbligo, si esamina il rapporto tra potere e diritto soggettivo, sottolineando che la funzione – concetto decisivo, non soltanto nel pensiero di Pugliatti s’intende ma dal Maestro messinese sempre enfatizzato, per comprendere tanto le c.d. “situazioni soggettive”, quanto le vicende giuridiche – nel momento in cui “costituisce la forza propulsiva, compresa tra i due poli del dovere e del potere, presuppone come base e piedistallo l’ufficio pubblico o privato”.

Di qui, la riflessione su un altro tema assai caro al nostro A., ossia la rappresentanza - si ricorderà la preziosa raccolta dei tanti scritti in argomento (che partono dai più giovanili scritti: Il conflitto d’interessi tra principale e rappresentante e Il negozio di gestione sottostante alla rappresentanza, entrambi negli Annali dell’Università di Messina, rispettivamente del 1928 e 1929), contenuta negli Studi sulla rappresentanza, Milano, 1965 -, nella relazione appunto con il concetto di ufficio in generale, ma anche con l’idea della “sostituzione”, nelle sue diverse forme o “applicazioni positive”, come la disposizione su cosa altrui. L’elemento funzionale della sostituzione è nell’autorizzazione, potendosi in tal modo considerare la relazione tra la sostituzione e l’atto dovuto, ma anche tra la sostituzione e la rappresentanza.

Enunciato già nel titolo del capitolo, è il diritto soggettivo che viene in rilievo, in tutti i suoi risvolti critici, particolarmente complessi e comunque articolati, nella prospettiva prescelta da Pugliatti di tipo teorico-generale e nel confronto con le “dottrine negatrici”, in particolare quelle maturate negli anni Venti del secolo appena trascorso, riconducili a Duguit e Kelsen, intese a dimostrare l’inconsistenza o l’inutilità del concetto di diritto soggettivo, quale nozione addirittura “metafisica”. La finalità è di definire, in modo più chiaro e corretto rispetto al passato, la distinzione tra diritto e potere, anche in rapporto alla rappresentanza legale e convenzionale (tema, s’è detto, ricorrente nella riflessione pugliattiana, che dunque verrà sviluppato in saggi e monografie, che rimangono ancora oggi punti di riferimento, per la loro ampiezza e profondità davvero esemplari).

Se la lunga riflessione sul diritto soggettivo potrebbe apparire, almeno prima facie, datata o comunque dalla valenza quasi esclusivamente storica – pur sempre parte significativa della storia delle idee, in ogni caso legata alla più autorevole dottrina della prima metà del Novecento -, i punti fermi del ragionamento di Pugliatti si rivelano fondamentali per qualsiasi ragionamento, anche ai nostri giorni, oltre che decisivi per lo sviluppo successivo della cultura civilistica e, va sempre precisato, del pensiero giuridico in generale.

La volontà, si afferma, “di fronte all’ordinamento giuridico è essa medesima una condizione di fatto perché si producano gli effetti giuridici che derivano dalla norma, non è la fonte di un potere originario, che come tale il diritto debba necessariamente riconoscere e la norma può considerare come equivalenti, come presupposti di fatto, la volontà del soggetto titolare e quella del suo rappresentante legale”. Viene richiamato il celebre Trattato di Francesco Ferrara – occorre rammentare che siamo negli anni Venti, in particolare 1921- ove si afferma che “il diritto soggettivo è un potere che emana dall’ordine giuridico a protezione d’interessi umani, e non è dato per la spiritualistica soddisfazione di attuare la propria volontà”; mentre Pugliatti aggiunge che, “[s]e dunque la volontà è presa in considerazione dal diritto, essa è considerata come mezzo e non come fine”. Considerazioni che, si diceva, possono tranquillamente essere sottoscritte anche oggi, soprattutto quando si avvertono gli echi di interpretazioni, applicazioni o pretese esigenze ricostruttive, secondo cui il diritto (nella declinazione soggettiva o soggettivistica, se si preferisce) dovrebbe soddisfare i bisogni e/o i desideri individuali – si ignora o semplicemente si trascura che l’ordinamento può consentire soltanto la realizzazione di interessi meritevoli di tutela e non le voglie del singolo individuo -, mentre Pugliatti valorizza e fa propria la concezione “jehringiana”, secondo la quale “il diritto non è un potere di volontà, ma un interesse giuridicamente rilevante”.

         Il confronto con i giuristi tedeschi, che per tutta la prima metà del secolo avrebbero fortemente influenzato la civilistica e, in generale, la dottrina italiana, ma anche con la più avanzata cultura giuridica d’oltralpe, che già ai primi del Novecento proponeva un deciso ‘svecchiamento’ del diritto civile francese, ponendo altresì le basi per lo sviluppo della nuova e assai feconda tendenza dottrinale comparatistica – si allude alle grandi figure di Francois Geny e Raymond Saleilles e ai lori lavori della prima decade del ventesimo secolo -, vale a confermare l’idea della necessità di una considerazione unitaria di volontà e interesse (del soggetto che presuppone la sua volontà), ma deve essere chiaro che “immediato oggetto della protezione del diritto è l’interesse: tutto lo scopo del diritto consiste nella tutela dei beni e degli interessi. La volontà è solo un mezzo - prosegue il nostro A. – per la finalità dell’individuo e dell’ordinamento giuridico”.

Occorre ammettere, in conclusione, che “il concetto del diritto subiettivo è un concetto complesso, costituito dalla sintesi di vari elementi”: un potere del soggetto, che tuttavia deve fare riferimento “non già ad una materiale possibilità, ma ad una norma dalla        quale il potere medesimo deriva”; tale potere è concesso per la protezione di un interesse, affidata alla volontà dello stesso soggetto titolare dell’interesse: ma i due elementi – avverte il nostro A. – “vanno considerati come necessariamente ed inscindibilmente collegati tra loro”. Dalla determinazione del diritto soggettivo, si può passare alla distinzione tra diritto e potere, sottolineando come quest’ultimo sia “collegato all’idea di funzione”, nel senso che “un potere può essere attribuito ad un soggetto come proprio, solo in relazione a una funzione che sia (stata attribuita come) propria al soggetto medesimo”, risultando in tal modo “la natura strumentale del potere”, s’è detto, alla funzione, fondata su un ufficio, pubblico o privato, di modo che “la titolarità dell’ufficio e della funzione relativa, non già la alienità dell’interesse che viene ad essere realizzato, spiega il collegamento del potere col soggetto”. Ciò consente a Pugliatti di concludere nel senso che “anche l’ufficio di diritto privato appartiene agli istituti regolati dalle norme di ordine pubblico, e quindi esorbita dal campo degli interessi tipicamente privati e individuali”.

La lunga e complessa riflessione su diritto, potere e, in ultima analisi s’è visto, dovere – quale elemento essenziale del potere – conduce l’A. ad affrontare il tema, già ricordato e notoriamente tra quelli a lui più cari nel corso di tutto il percorso di studi, della rappresentanza, legale e convenzionale, in relazione appunto al potere, connesso all’ufficio, in vista della realizzazione di una determinata funzione (si pensi all’emblematica vicenda della potestà genitoriale, all’epoca etichettata come “patria potestà”).

Ponte di passaggio, per così dire, dell’indagine sull’esecuzione – nei suoi rapporti con il diritto sostanziale - e in particolare sulla vendita forzata, è “il trasferimento nella teoria della realizzazione dei diritti”, che dà il titolo al terzo capitolo. Il punto di partenza è sempre il “diritto subbiettivo”, ossia il suo contenuto con riferimento alla duplice facoltà di godimento e di disposizione, riprendendo Pugliatti un tema già indagato, in modo sempre magistrale sul piano sistematico, nel lavoro su “l’atto di disposizione e il trasferimento dei diritti”. Le idee di fondo, ribadite anche in questo studio evidentemente, fanno capo: a) al trasferimento legato alla volontà del titolare del diritto; b) alla produzione degli effetti giuridici in virtù della legittimazione posta alla base del diritto subbiettivo, che consente l’esercizio della facoltà di disposizione; c) la tendenziale, come conseguenza logica e coerente con quanto appena detto, “inammissibilità di trasferimenti non volontari o fondati sulla volontà di persone diverse dal titolare”, con la precisazione, assai opportuna considerando il seguito dell’indagine sull’esecuzione e sulla vendita forzata, che “la volontà non è essa la causa giuridica (formale) del trasferimento, ma solo il mezzo con cui si esercita quella facoltà di disposizione che spetta al soggetto titolare”. 

  Alla definizione dei caratteri, del concetto e della delimitazione del trasferimento volontario, segue l’analisi della vicenda traslativa del diritto, ossia del trasferimento, in relazione alla successione e all’acquisto “derivativo-costitutivo”, anche nel confronto con la (diversa) vicenda giuridica della “surrogazione”, al fine di approdare alla “giustificazione dogmatica del concetto di trasferimento”, rispetto alla quale – è appena il caso di precisarlo – è costante il riferimento alla più autorevole dottrina tedesca del tempo, oltre che ai massimi giuristi italiani, come ad esempio Chiovenda e Carnelutti sul versante processuale, mentre Ferrara, Coviello e Gorla sono, tra gli altri, i referenti preferiti sul piano civilistico sostanziale.

Se non è possibile - almeno in questa sede, dovendo rispettare i tempi concessi per l’esposizione - seguire da vicino la sofisticata trattazione dei temi appena indicati, non si può fare a meno di segnalare la conclusione del capitolo – si diceva, in un certo senso di passaggio, ma proprio per questo, necessario anello di congiunzione con la vicenda dell’esecuzione e della vendita forzata – in cui si denuncia una “grave lacuna” e un vistoso “errore metodologico”, da parte della dottrina civilistica che, pur avendo considerato i mezzi di liberazione forzata del debitore, “non ha tenuto conto dei mezzi coattivi con i quali si può realizzare il diritto del creditore, lasciando che di essi si occupasse la dottrina processualistica”. In altri termini, si rimprovera alla civilistica (dell’epoca, s’intende) di aver considerato “soltanto l’adempimento volontario, e di contro a questo l’inadempimento”, passando il testimone alla dottrina processualistica per quel che concerne l’accertamento dell’inadempimento e la conseguente condanna, senza ritornare al diritto sostanziale, anche se l’esecuzione forzata ha, indubbiamente, “come fine la realizzazione del diritto, sia pure in forma coattiva”.

Sembra al nostro A. evidente “che una volta chiuso questo ciclo, si debba rientrare in campo privatistico, per completare la teoria dell’adempimento, ponendo accanto ad essa la teoria della realizzazione coattiva dei diritti”, tenendo presenti – secondo una nota metodologica tipica del grande giurista messinese e che, insieme a numerosi altri indizi, rivela la grande attualità del suo insegnamento, anche nella materia specifica di cui ci stiamo occupando – “le esigenze nuove ed originali che sorgono dallo stretto contatto tra i rapporti di diritto privato e il processo esecutivo che mira a realizzarli”.

Il nesso, di carattere apicale si potrebbe dire, tra l’esecuzione forzata e il diritto sostanziale si rinviene in quello che Pugliatti esprime come “un principio generale: per la realizzazione del diritto non è necessaria l’attività propria del soggetto obbligato, né (sempre) la prestazione dell’oggetto dedotto in obbligazione”. Tale principio è estensibile, infatti, alla realizzazione coattiva dei diritti, nelle sue diverse forme caratterizzate dalla “sostituzione di un soggetto – il debitore – a mezzo di altri soggetti che formano l’ufficio esecutivo”, il quale “esercita un potere per l’attuazione di un pubblico interesse”, sicché “l’atto giuridico tipico di tutto il procedimento di esecuzione non è il negozio giuridico o l’atto dovuto, ma il provvedimento”. La vendita dei beni del debitore funzionale a realizzare il denaro per il pagamento del creditore o l’assegnazione dei beni in pagamento (nei casi eccezionali assimilabili, secondo il parallelismo su cui ruota lo studio, alla datio in solutum) comporteranno comunque un trasferimento coattivo, “come mezzo a fine” e come “uno degli strumenti più importanti del processo esecutivo”.

La seconda parte del lavoro è dedicata a “scopi, mezzi e modi dell’esecuzione forzata”, muovendo proprio dallo scopo, che vale a connettere il momento della tutela processuale con il rapporto giuridico sostanziale, in quanto “il procedimento esecutivo si muove per la realizzazione del diritto del creditore”, pur chiarendo subito l’A. l’autonomia del processo esecutivo, in cui “si avrà una proiezione del solo obbligo di garanzia, in quanto per definizione l’elemento debito s’è consumato per l’atteggiamento assunto dal debitore”.

Poiché il momento culminante dell’esecuzione è costituito, nella prospettiva del nostro A., dal trasferimento coattivo, di quest’ultimo vengono esaminati con particolare cura gli elementi, i caratteri, la natura, la struttura e, infine, gli effetti. Come “chiave di volta” dell’esecuzione forzata, si sottolinea ancora la funzione strumentale del trasferimento coattivo, confermata anche in considerazione del “momento finale dell’esecuzione”, che comporta la chiusura del processo esecutivo e la soddisfazione del creditore.

Il tema, o almeno uno dei temi più appassionanti, è quello dell’accostamento alla compra-vendita – avente come presupposto fondamentale la manifestazione di volontà del titolare del diritto – di un trasferimento che avviene come atto tra vivi, normalmente a titolo oneroso, effettuato però senza il concorso della volontà del titolare, dunque con una caratterizzazione in negativo, per così dire, compensata da una in positivo, per quanto attiene all’ “atto di volontà emanante da un organo pubblico, il quale non fa che adempiere alla funzione propria del suo ufficio, esercitando il potere che la legge a tal fine gli conferisce, come potere suo proprio”, dovendosi peraltro collocare tale volontà, non già nell’ambito negoziale, ma nella categoria dei provvedimenti. Non si tratta di riflessioni, più o meno sofisticate, confinabili al clima culturale degli anni Trenta, ossia all’incirca un secolo fa, potendo le stesse costituire la premessa per il corretto inquadramento metodologico di problematiche e questioni giuridiche attualissime, come ad esempio quelle connesse all’attuale legislazione, in materia di accordi dei privati con la p.a. sostitutivi di provvedimenti: uno dei temi (non soltanto di attualità, ma anche) di frontiera nell’analisi dei rapporti tra diritto privato e pubblico, ma ancor più nel confronto tra le diverse ma contigue aree della tutela giurisdizionale, innanzi al giudice amministrativo e ordinario.

Svolgendo la riflessione già iniziata con il contributo - definito dall’A. stesso come “introduzione”, ma particolarmente ampio e articolato - sulla “teoria dei trasferimenti coattivi”, Pugliatti riprende il tema del rapporto tra interesse pubblico, collocato alla base del trasferimento coattivo realizzato nell’esecuzione forzata, e l’interesse privato, che invece si realizza, con l’iniziativa del titolare del diritto sostanziale, affermando che “i trasferimenti coattivi sono figure giuridiche le quali appartengono al diritto pubblico, ma che spiegano i loro effetti nel campo dei rapporti di diritto privato; per un verso dunque essi sono regolati dalle norme del diritto pubblico, per altro da quelle di diritto privato”, ferma la collocazione del trasferimento all’interno del procedimento esecutivo, alla stregua di atto finale (collegato organicamente agli altri atti), sicché si può discorrere di “atto-procedimento”.

Compiuto l’esame dei rapporti di diritto sostanziale nell’esecuzione – con riferimento, in primo luogo, al soggetto passivo della stessa e del trasferimento coattivo, con il relativo obbligo di garanzia, in senso generico e specifico, ma anche alla condizione giuridica dell’aggiudicatario e dell’assegnatario – Pugliatti può finalmente concentrare la sua attenzione sulla vendita forzata, sviscerandone la natura, il contenuto e la struttura, ma anche gli effetti, nel costante raffronto con la vendita volontaria e, in particolare, con le numerose problematiche di indole sistematica legate al trasferimento consensuale del diritto, quale modello generale di riferimento nella storia del pensiero giuridico e nella tradizione civilistica.

I poli, immediatamente esplicitati, tra i quali si svolge lo studio “sono costituiti dai due fondamentali effetti che il processo esecutivo produce nel campo dei diritti privati: l’estinzione (totale o parziale) del credito per cui si procede (ed eventualmente di altri crediti) e il trasferimento coattivo dei diritti. Il primo effetto costituisce la finalità ultima (mediata) del processo esecutivo, lo scopo pratico per cui il meccanismo dell’esecuzione forzata si muove; l’altro costituisce il mezzo con cui normalmente si riesce a convertire in denaro i beni del debitore, al fine di provvedere al pagamento dei debiti”.  

Se nei precedenti studi sui trasferimenti coattivi erano state messe in luce le analogie della vendita forzata con l’espropriazione per pubblica utilità, Pugliatti sottolinea, ancora una volta, le differenze strutturali e funzionali con la vendita volontaria, denunciando apertamente le inaccettabili finzioni, cui una parte della dottrina si era vista costretta a ricorrere per sostenere le affinità tra le due vicende e figure giuridiche: un solo ma significativo esempio fa capo all’idea, secondo la quale opererebbe una forma di rappresentanza - in senso lato, evidentemente, ossia estendendo il concetto e l’istituto civilistico - del venditore/debitore da parte dell’organo giudiziario esecutivo.

L’erroneità di una ricostruzione di questo tipo, sul piano sistematico – al pari, del resto di altre forzature in termini di “finzioni”, quale ad esempio la volontà implicita del venditore di dar corso alla vendita forzata - appare evidente in termini funzionali, se solo si considera che “la rappresentanza, volontaria o legale, mira ad attuare un interesse del rappresentato; l’esecuzione forzata invece mira a comporre un conflitto d’interessi”, così confermandosi – peraltro in piena sintonia con la più autorevole dottrina del tempo, rappresentata dal riferimento a Carnelutti, ma anche a Chiovenda e Satta – che “l’interesse pubblico, se pur combinato con un interesse privato, acquista la preminenza in tutto il procedimento”.

Anche dal punto di vista del creditore, peraltro, l’idea della rappresentanza non funzionerebbe, secondo Pugliatti, così come l’ipotesi teorica – facente capo a Chiovenda essenzialmente – della “espropriazione delle facoltà di disposizione”, da parte evidentemente dello Stato. Sempre in sintonia con i suoi studi sull’atto di disposizione, il nostro A. ritiene così che la costruzione chiovendiana vada semplificata, ragionando sempre in chiave funzionale, potendosi ritenere “che l’ordine giuridico conferisca immediatamente all’organo pubblico il potere di attuare un trasferimento coattivo, prescindendo del tutto da un atto di disposizione del titolare del diritto”.

Le meticolose e articolate argomentazioni di Pugliatti per liberare da ogni condizionamento di natura privatistica la vendita forzata, stante l’innegabile predominio della pubblica potestà, per un verso evitano la possibile confusione della vendita forzata con quella volontaria, per altro verso tuttavia – qui si coglie, a mio avviso, il messaggio metodologico profondo dell’A., sempre attento a verificare la coerenza e la sistematicità delle ricostruzioni teoriche, in quanto il diritto e, di conseguenza, la giurisprudenza non possono che rispondere alle esigenze della scienza pratica – consentono di ricondurre le due vicende “al ceppo comune del trasferimento, e quindi sono governate da un sostrato di regole comuni ai trasferimenti, siano essi volontari o coattivi. Ciò non toglie che in concreto – si aggiunge opportunamente da parte dell’A. –, ciascun tipo di trasferimento debba essere regolato da norme particolari, che presentano deviazioni rispetto a quelle generali”.

 A questo punto, è possibile definire, non soltanto la natura della vendita forzata, ma anche e soprattutto il principio su cui si fonda la teoria dei trasferimenti coattivi, in deroga evidentemente all’idea del trasferimento mediante la manifestazione di volontà del titolare: “quando un fine pubblico richiede, come mezzo per la propria attuazione questo trapasso, esso può aver luogo senza o contro la volontà del titolare, in virtù della appropriata manifestazione di volontà di un organo del potere pubblico a ciò destinato” e aggiunge l’A. “qui siamo nel pieno dominio del diritto processuale”.

I problemi di ordine più tecnico, per così dire, posti dalla vendita forzata sono numerosi e analizzati con dovizia di argomenti: dalle questioni attinenti al momento del trapasso del diritto (un tema particolarmente caro a Pugliatti, sul quale si può rinviare anche alla sua nota di commento Sul momento del trapasso del diritto nei trasferimenti coattivi, ad App. Messina, 26 maggio 1933, nel Foro italiano dello stesso anno), all’incapacità di acquistare, ai rapporti tra l’effetto reale e quelli obbligatori, alle nullità degli atti del processo esecutivo, sino alle problematiche sollevate dalle domande in separazione o di tutela della proprietà, ovvero dalla presenza di diritti personali dei terzi, per giungere agli obblighi dell’aggiudicatario, ai soggetti che partecipano al riparto del prezzo di aggiudicazione, con la graduazione dei creditori e così via.

Non è possibile, tuttavia, anche soltanto scorrerli in questa sede, mentre può essere interessante, al fine di valorizzare la significativa portata metodologica del contributo, ricordare i fondamenti dell’analisi, che l’A. definisce come “due idee semplici”: da un lato, “il concetto di realizzazione del diritto che importa come conseguenza l’estinzione del rapporto, con la liberazione del debitore; dall’altro lato, l’idea dell’autonomia interna (relativa) del rapporto processuale, postulante una finale (esterna) dipendenza (legame di mezzo a fine) [specifica l’A.] rispetto al rapporto (di diritto) sostanziale”. Elaborando la teoria della realizzazione coattiva dei diritti, diventa possibile collegare a quest’ultimo – ossia al rapporto (di diritto) sostanziale – “il rapporto processuale, considerato nella sua tipica funzione strumentale, e più nella fase esecutiva, pur attraverso la digressione della fase dichiarativa”.

Per cercare di offrire un quadro il più possibile completo, Pugliatti non soltanto ha intrecciato i fili di vicende diverse – il trasferimento volontario e quello coattivo -, chiarendone la rispettiva appartenenza ai due versanti, privato e pubblico, dell’ordinamento, di per se stesso ovviamente unitario e coerente nella visione sistematica di cui deve farsi carico il giurista, ma ha anche “attinto largamente a leggi speciali, alle quali assai di rado fa riferimento il teorico, mentre proprio le leggi speciali sono la viva voce delle tendenze legislative e il segno più tangibile del progresso giuridico. Il tessuto di concetti e di principi teorici – così si conclude l’opera – gioverà indubbiamente alla pratica illuminata per la quale le scienze applicate (come la nostra) lavorano”.

Su quest’ultima riflessione, posta in chiusura di uno studio, non soltanto prezioso tanto nei contenuti quanto e soprattutto nei diversi messaggi di natura metodologica, ma anche profondamente originale nella letteratura giuridica del tempo, potrebbero innestarsi alcune rapide considerazioni finali, che aiutano a comprendere, ove occorra, l’ammirazione, se non la sincera venerazione, che ha sempre circondato il Maestro, s’è detto tanto come giurista quanto come persona, in vita così come dopo la sua prematura scomparsa (nell’ormai lontano 1976).

 

  1. Per concludere la riflessione, tenterei di mettere in ordine alcuni spunti di natura metodologica e segnalare gli aspetti di spiccata attualità del lascito culturale di Pugliatti.

I fili conduttori del suo itinerario, forse anche espressivo di una certa ‘inquietudine’ – per riprendere ancora la già ricordata definizione di Paolo Grossi -, ma senza dubbio assai appassionato e determinato, comunque mosso da un’irrefrenabile curiosità intellettuale, possono essere individuati in alcune parole-chiave, che nessuno può seriamente ritenere prive di attualità nel discorso giuridico dei nostri giorni, ma anzi sembra che reclamino oggi un’ancora più attenta considerazione da parte dei giuristi - tanto quelli della cattedra, quanto chi opera nella pratica -, rispetto a quanta ne abbiano avuta in passato.

Tali parole-chiave potrebbero essere riconducibili a: l’idea di sistema, la logica, i concetti giuridici, la scienza (se si preferisce, la scientificità) del diritto e della giurisprudenza, ove s’incrociano i fatti e le norme, le forme e i contenuti, che impongono la ricerca di una loro composizione ‘armonica’ (in sintonia, dunque, con quanto avviene in altri sistemi del mondo extra-giuridico, di particolare interesse per Pugliatti, ossia il sistema linguistico e quello musicale, cui s’è fatto cenno in apertura). Conviene ricordare alcune semplici, come sempre, ma pregnanti parole del Maestro: “sia consentito – si afferma nel celebre saggio su La logica e i concetti giuridici – che io tenti di riaffermare la mia fede nella scienza giuridica come rigorosa sistematica concettuale, e di sostenerla sulla base dei principi immutabili della logica”, ove si avverte l’inevitabile eco della cultura gius-filosofica formalista dominante, rappresentata peraltro da giuristi di grande statura (come, ad esempio, Angelo Ermanno Cammarata), ma soprattutto l’esigenza di opporre la logica e la coerenza del sistema all’ideologia e alla ‘politicizzazione’ nel diritto, secondo alcune tendenze dell’epoca (sinteticamente etichettate con l’espressione tedesca Freirecht, quali manifestazioni di un diritto “libero” dai vincoli che impone la coerenza della logica e del sistema).   

Si è detto, sempre ragionando del lascito culturale di Pugliatti, che «a partire da siffatta acquisizione teorica apparirà sempre più chiaro che non è possibile comprendere l’essenza del fenomeno giuridico se non attraverso un’opera di “disvelamento”, con metodo analitico, della enunciata dualità a cominciare dalla forma norma» (qui le espressioni sono di Vincenzo Scalisi, in un esemplare saggio dei nostri tempi: Dalla Scuola di Messina un contributo per l’Europa). Un modus operandi che, applicato a temi specifici del diritto positivo, si sviluppa in una sorta di decostruzione e ricostruzione strutturale dei fenomeni studiati. In apparenza così innocua e quasi scontata nel mettere insieme due entità, l’una astratta e statica l’altra concreta e mutevole, l’intuizione e la convinzione di Pugliatti «contiene una insospettabile miscela esplosiva dal momento che mette insieme, strette da stabile convivenza entro il medesimo schema, due entità (la materia fatto e la forma norma) percorse da potenziale e conflittuale tensione l’una concreta mutevole e mobile l’altra astratta, statica e tendenzialmente immutabile del tempo» (sempre nelle parole di Scalisi). A partire da questa impostazione metodologica, in una serie di saggi che coprono tutto l’arco della sua riflessione di studioso, Pugliatti s’interroga sul valore scientifico del diritto e dei concetti giuridici e sulla collocazione più appropriata da riservare alla “scienza giuridica”, cui viene assegnato il compito di sciogliere le aporie e le eventuali incomunicabilità tra dato positivo e materia-fatto (si tratta, per ricordare le opere più celebri in ordine cronologico, di: Logica e dato positivo in rapporto ad alcuni fenomeni giuridici anomali, 1935; La logica e i concetti giuridici, cit., 1941; Valore conoscitivo e funzione pratica delle scienze particolari, 1946; Crisi della scienza giuridica, 1948; Fiducia e rappresentanza indiretta, 1948; La Giurisprudenza come scienza pratica, 1951; Sistema grammaticale e sistema giuridico, 1972).

Particolarmente appassionata è la sua difesa del diritto come scienza, dovendosi tuttavia distinguere “la scienza giuridica, orientata soltanto verso la conoscenza e del tutto disinteressata, dalla tecnica giuridica, che traduce in precetti pratici le formulazioni della scienza” (da La Giurisprudenza come scienza pratica), così come occorre tenere ferma non soltanto la “connessione, ma addirittura reciproca coordinazione funzionale e strutturale” (da Esecuzione forzata e diritto sostanziale).  Nelle parole di Pugliatti, dunque, «è legittimo attribuire alla giurisprudenza l’appellativo di scienza pratica»: una sorta di tertium genus capace di coniugare la sistematicità delle “scienze naturali” con la relatività delle “scienze storiche”.

Ancorché erede di un’importante, ma va ricordato anche ingombrante (se non talvolta paralizzante), tradizione dogmatica - formatasi in gran parte, com’è noto, nella seconda metà del secolo precedente, per opera soprattutto dei giuristi tedeschi (con i quali, peraltro, il nostro A., al pari di tutti i più autorevoli giuristi del tempo, dialoga continuamente), la ferma convinzione di Pugliatti è nel senso che quella giuridica è, come si è appena ricordato, essenzialmente, scienza pratica: il sistema di concetti non può che essere funzionale al corretto inquadramento e alla migliore conoscenza della complessità dei rapporti umani, con i relativi conflitti intersoggettivi.

Presentando una raccolta di suoi precedenti saggi, intitolata Diritto civile. Metodo-teoria-pratica, pubblicata per Giuffré nel 1951, Pugliatti ricordava l’importanza di: “suggerire l’esigenza di un rigoroso orientamento metodologico e segnarne qualche linea; far trasparire l’istanza critica circa il valore della stessa ricerca; contribuire alla costruzione del sistema del nostro diritto positivo, rispetto ad alcuni fra i più complessi e delicati problemi attorno ai quali la scienza si affatica; offrire indicazioni per la conveniente impostazione e risoluzione di questioni pratiche”. Di qui, anche la lapidaria affermazione, che esprime in una magistrale sintesi i due assi portanti - analisi del problema ed esegesi della norma, per ricostruire il sistema - del metodo da lui propugnato: “il primo serio tentativo esegetico è già il primo passo verso il sistema” (da La logica e i concetti giuridici, originariamente in Riv. dir. comm., 1941, I, 197, ma poi ripubblicato a cura di Natalino Irti, La polemica sui concetti giuridici, Milano, 2004, nel confronto con i contributi sullo stesso tema di Arturo Carlo Jemolo, Guido Calogero e Widar Cesarini Sforza).  

Se si volesse sintetizzare, scontando l’inevitabile e mortificante riduttività della definizione applicata a un pensiero così articolato, al contempo sempre espresso con la chiarezza e la linearità che solo i grandi possono permettersi, si potrebbe ritenere che la meta della riflessione teorica e metodologica di Pugliatti sia verso una concezione che può definirsi “storico-reale” del diritto, dove il sistema (discontinuo, statico e astratto) delle forme giuridiche si confronta continuamente e così si misura con l’ordinamento, «ossia con quella normatività sociale originaria (il c.d. diritto vivente o attuazione spontanea) che immanentemente e incessantemente scorre nella concreta e reale e storica esperienza di vita dei consociati, e una tale sollecitazione trova realizzazione attraverso la via della integrazione, resa possibile dal generale principio di indeterminazione che connota ogni norma e l’intero sistema» (è ancora Vincenzo Scalisi, nel già ricordato contributo Dalla Scuola di Messina un contributo per l’Europa).

Espressioni, queste ultime, che forse oggi potrebbero sembrare a uno sguardo frettoloso persino scontate, ma che vanno non soltanto inquadrate nel loro tempo, ma anche e soprattutto comprese nell’evoluzione e dunque nella storia del pensiero - ciò che al giurista, tanto chi opera nella pratica quanto il teorico, purtroppo, molte volte sfugge, concentrandosi l’attenzione soltanto sul dato normativo isolato e decontestualizzato -, per la valenza fortemente innovativa che avevano all’epoca e per gli effetti che hanno sortito sulla cultura giuridica, come dimostra il fatto stesso che oggi potremmo ritenerle una sorta di patrimonio comune oramai acquisito (anche se, considerando con un po’ di attenzione il modo di operare dei giuristi, nei diversi contesti s’è detto, si può dubitare che tale acquisizione sia veramente comune ed effettiva).

Una concezione del diritto che, sul piano metodologico, condurrà Pugliatti, negli anni immediatamente successivi all’entrata in vigore della Costituzione - prima che si producesse, nella cultura giuridica, innanzitutto sul versante dottrinale, ma poco dopo con il riscontro anche giurisprudenziale, il fenomeno del c.d. ‘disgelo costituzionale’, con il riconoscimento diffuso dell’effettività e dell’immediata incidenza dei principi e delle norme rinvenibili nel dettato costituzionale -, a superare, in alcuni contributi per quegli anni pioneristici, l’artificiosa contrapposizione tra norme precettive e norme programmatiche e ad affermare il principio della «massima attuazione della Costituzione» quale principio sistematico organizzatore di tutto il diritto positivo (in particolare, egli sottolineava, come precursore, la portata immediatamente precettiva dell’art. 36 Cost., così come della formulazione che incentra la tutela costituzionale della proprietà privata sul criterio della «funzione sociale» (di cui all’art. 42 della Cost.) quale «cemento, l’idea unificatrice, il principio sistematico organizzatore» (sono parole di Pietro Perlingieri), ponendo così le basi di una nuova stagione del diritto civile quella costituzionale che vedrà come protagonista la più avveduta dottrina degli anni ’60 (si pensi, solo esemplificativamente, a studiosi come Stefano Rodotà, Pietro Perlingieri, Pietro Rescigno).

Anche in materia di proprietà privata, l’intervento di Pugliatti sembra davvero decisivo, compiendosi l’opzione per il punto di vista ‘oggettivo’, che condurrà all’analisi delle norme e degli istituti in funzione (delle specifiche qualità giuridiche e dunque) dello statuto dei beni, mentre per altro verso si enfatizza il nesso tra proprietà (nella pluralità delle situazioni giuridiche e degli istituti con cui si presenta il concetto nell’ordinamento), lavoro e impresa (stimolata inizialmente da un incontro di studi giuslavoristico del 1954). Il giurista, nel pensiero di Pugliatti, ha il compito di valorizzare quella ‘funzione sociale’, che già si poteva rinvenire nel tessuto e nella genesi del (nuovo) codice civile, manifestata in quella sede dai vincoli e obblighi conformativi del diritto del proprietario. La rilevanza ‘sociale’ dell’uso di determinati beni, nell’analisi di Pugliatti essenzialmente riconducibili alla proprietà fondiaria, comporterebbe così una sorta di «invasione del diritto pubblico», in una commistione con la dimensione ‘privata’ e soggettiva del diritto privato tutta da ripensare, che finisce per trasformare profondamente i caratteri della proprietà «nel nuovo diritto», rispetto al godimento, ma anche al potere di disposizione e al trasferimento del diritto. 

Nel contesto cui s’è fatto appena cenno, emerge in modo particolare un altro aspetto, molto importante e soprattutto influente sugli sviluppi della civilistica successiva, ossia la sensibilità di Pugliatti per il versante pubblico del diritto, e in particolare per l’inevitabile commistione con la dimensione autenticamente privata e soggettiva del diritto privato, in un certo senso anche ‘individualistica’, tutta da ripensare - come magistralmente esposto nella nota voce “Diritto pubblico e privato”, del 1964, dell’Enciclopedia del diritto -, che finisce per trasformare profondamente i caratteri della proprietà “nel nuovo diritto”, rispetto al godimento, ma anche al potere di disposizione e al trasferimento del diritto.

Se la ricostruzione della disciplina dei beni e della proprietà, a cavallo tra due mondi si direbbe - quello pre-codicistico, di matrice ottocentesca, e quello post-costituzionale, connotato da principi o valori, se si preferisce l’espressione, sostanzialmente ignoti alla cultura giuridica precedente – è quella in cui maggiormente si può riscontrare la tendenza di Pugliatti in questo senso, va detto che già l’opera giovanile che abbiamo esaminato, sui rapporti tra le due dimensioni, processuale e sostanziale, della realizzazione del diritto, mostra con sufficiente chiarezza la consapevolezza dell’A. di un’inevitabile connessione del risvolto pubblico (che connota l’esecuzione forzata e, dunque, il trasferimento coattivo) con quello emblematicamente privato del trasferimento (volontario) dei diritti, quale effetto dell’atto dispositivo del soggetto privato.

Rinvenire una ricaduta attuale nella raffinata riflessione di Pugliatti sui rapporti tra pubblico e privato riesce difficile, considerando che molta acqua è passata sotto i proverbiali ponti, con una profonda mutazione dello scenario sociale, economico e, in ultima analisi, politico. Può essere comunque valorizzato, come sempre, il messaggio metodologico di Pugliatti e, in ultima analisi, la curiosità dello studioso di esplorare un territorio giuridico complesso e articolato, che si definisce – in ogni momento della lunga storia che ha caratterizzato questa “grande dicotomia”, per riprendere il titolo di un recente e avvincente studio di storia del diritto di Bernardo Sordi - in funzione delle contingenze storiche e dei contesti socio-politici.

Nel contesto socio-economico attuale, deve ritenersi che la prospettiva “pubblicistica” intesa alla ‘correzione’ dei problemi interni al mondo dei rapporti tra privati, non abbia più come punto di riferimento essenziale lo Stato, salvo che per la funzione in senso lato ‘regolatoria’. Il che consente di valorizzare le correlazioni funzionali fra diritto pubblico e diritto privato, rinunciando a perseguire aride e schematiche delimitazioni, secondo un modello o, se si preferisce, uno scenario comune anche ad altri ordinamenti - tra cui il nostro, evidentemente -, posto che i due ambiti del diritto, lungi da ogni forma di contrapposizione concettuale, vivono nella realtà attuale un rapporto di vicendevole implicazione.

Appare evidentissima, per concludere la riflessione sin qui condotta muovendo dalla considerazione di un contributo giovanile del grande giurista messinese, l’attualità dell’insegnamento di Salvatore Pugliatti va ben al di là della sempre meticolosa trattazione – un dato tutt’altro che scontato per un giurista dalle vedute così ampie e multidisciplinari - delle questioni tecnico-giuridiche connesse alla vicenda dell’esecuzione forzata, materia peraltro tra le più soggette alle innovazioni e, non di rado, alle complicazioni che hanno interessato la disciplina nel lungo tempo intercorso dal lavoro qui ricordato. Per misurare la distanza che separa l’opera di Pugliatti dai numerosi studi successivi in questa materia, può essere sufficiente notare la totale assenza di riferimenti alla giurisprudenza, peraltro ritenuta pressoché irrilevante dalla dottrina del tempo (così come nei decenni successivi), in quanto si assumeva che la stessa non potesse essere altro che una puntuale applicazione della norma con riferimento a una data fattispecie concreta, in tal modo escludendosi a priori, in un certo senso, il dialogo tra dottrina e giurisprudenza ‘a doppio senso, per così dire, cui siamo oggi abituati e che sembra svolgersi con quest’ultima che sembra sempre più la protagonista principale.

L’insegnamento e dunque il messaggio agli studiosi di oggi, soprattutto ai più giovani, si coglie già nella scelta del tema, insolito per un civilista anche a quel tempo, inteso a porre a confronto la disciplina (e le categorie ordinanti) del processo – come strumento per la realizzazione del diritto – con gli scenari del diritto sostanziale, superando gli steccati disciplinari e dialogando così tanto con i civilisti, quanto con i processualisti (in entrambi in casi, confrontandosi con le voci più autorevoli del suo tempo, ma anche del recente passato). Dal punto di vista del tema, peraltro, il messaggio potrebbe rivelarsi particolarmente attuale, con riferimento alla riforma in itinere delle procedure concorsuali, un tempo affidate, sostanzialmente, alla logica dell’esecuzione forzata e, di conseguenza, alla dimensione processuale, mentre dal 2005 in poi il legislatore ha enfatizzato i contenuti sostanziali del diritto dell’insolvenza e della crisi, valorizzando la molteplicità degli interessi e dei rapporti sostanziali, che dovrebbero trovare la loro sintesi nel momento procedimentale. In questo senso, sarebbe auspicabile che anche il lavoro, in corso d’opera, di revisione del nuovo codice della crisi e dell’insolvenza avvenga secondo le linee metodologiche, indicate già all’inizio del secolo scorso ma poi riprese e sviluppate negli scritti più maturi, che costituiscono un po’ il filo conduttore dell’opera di Pugliatti.

È parimenti evidente la massima attenzione alle ricordate parole-chiave della riflessione pugliattiana (sistema, logica, concetti giuridici), declinate all’insegna della coerenza (quanto al sistema e, in ultima analisi, all’ordinamento nel suo complesso considerato), del rigore (quanto alla logica), della precisione (quanto all’uso dei concetti e delle categorie, pur nella consapevolezza della loro mutabilità costante nel tempo, in funzione degli interessi, alla cui tutela sono funzionali). Anche in questo caso, si tratta di una lezione, che proviene dalla lettura di tutti i suoi scritti – soprattutto, si direbbe quasi paradossalmente, quelli considerati minori, in quanto relativi a interventi specifici, su temi anche minuti, non di rado nella forma della nota a sentenza – sull’organizzazione del pensiero, per chiunque intenda avvicinarsi alla materia giuridica, inesorabilmente scientifica e pratica allo stesso tempo (secondo la prospettazione dello stesso Pugliatti, che possiamo tranquillamente sottoscrivere anche oggi).

Il Maestro ci ricorda – invero insieme ad altri studiosi del suo tempo, ma non insieme a molti studiosi dei nostri giorni, per lo più affannati nel tentativo di rincorrere l’occasionalità e la episodicità della legislazione, in tal modo, mortificando il pensiero e riducendo la riflessione, anche rispetto alla normativa più recente, alla puntuale e minuziosa esegesi del testo – che il dato normativo, ossia il diritto positivo vigente, è soltanto il punto di partenza per il lavoro del giurista che, attraverso lo strumentario metodologico da lui indicato e indagato nei numerosi scritti appunto sul metodo, può tentare di saldare il suddetto dato formale con gli interessi concretamente in gioco in modo che la coerenza del sistema venga preservata e confermata, come valore irrinunciabile dell’ordinamento. Se “logica, concetti e arte sistematoria servono a non ridurre il giurista a mero esegeta, a inserirlo nel tronco di una almeno bimillenaria tradizione scientifica” – sono le parole di Paolo Grossi, tratte dal saggio su Pugliatti, quale “giurista inquieto” –, il messaggio del Maestro affidato a un’efficace metafora si rivela di impressionante attualità per il civilista di oggi, posto di fronte a sfide di grande complessità nel tentativo di dare un ordine al discorso giuridico, quando ricorda, nel saggio già menzionato su La logica e i concetti giuridici: “fortunata la generazione che non è condannata al lavoro del giardiniere che ritocca per la millesima volta le aiuole alle quali dedica da anni la sua cura vigile e costante, ma piuttosto ha il privilegio di dovere trasformare in giardino una sterpaia; e così dovrà sconvolgere la terra, e duramente lavorare e faticare, prima di vedere compiuta la propria opera”.