Il titolo esecutivo giudiziale definitivo: da "fatto" a quaestio juris (?)

La “somministrazione” del diritto sostanziale trascura l’art. 474 c.p.c. (e l’organo nomofilattico agita acque calme) Nota a margine di Cass. Sez. Un., 21 febbraio 2022, n. 5633(Pres. Curzio, est. Scoditti)

Sommario:

1.- La vicenda. L’ordinanza interlocutoria della Sezione Lavoro
2.- La pronuncia delle Sezioni Unite. Ricostruzione
3.- Il titolo esecutivo-giudicato tra fatto e valore giuridico nelle maglie della decisione
4.- Considerazioni “a freddo”, tra interpretazione, integrazione extratestuale e (in)esistenza del titolo esecutivo
5. Osservazioni conclusive
6.- Riferimenti giurisprudenziali e bibliografici 

 

            1.- La vicenda. L’ordinanza interlocutoria della Sezione Lavoro. 

Con ricorso ai sensi dell’art. 442 c.p.c., un lavoratore agricolo agisce nei confronti dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.) presso il Tribunale di Foggia, Sezione Lavoro, chiedendo, fra l’altro, dichiararsi “il diritto di parte ricorrente ad essere iscritta, ai sensi del r.d. n. 1949/1940 e successive modificazioni, nell’elenco nominativo dei lavoratori agricoli del Comune di Trinitapoli dell’anno 2007 per n. 156 giornate lavorative” e di “conseguentemente condannare l’I.N.P.S. a rettificare i suddetti elenchi e ad accreditare a parte ricorrente 156 contributi giornalieri per l’anno 2007”.

Il Tribunale adito, in accoglimento del ricorso, con sentenza n. 6567/2010 - divenuta res judicata -, dichiara il diritto del ricorrente all’iscrizione negli elenchi dei lavoratori agricoli, come da domanda.

Il lavoratore, quindi, dapprima notifica atto di precetto all’I.N.P.S., intimando all’Istituto di eseguire quanto statuito nella suddetta sentenza procedendo all’iscrizione negli elenchi, e, decorso infruttuosamente il pertinente termine ex lege, propone ricorso al G.E ai sensi dell’art. 612 c.p.c. per la determinazione delle modalità dell’esecuzione forzata della sentenza de qua.

Nelle more, l’Istituto provvede alla spontanea iscrizione del ricorrente negli elenchi anagrafici; sicchè, il lavoratore domanda all’adito G.E. l’estinzione del processo esecutivo, con la liquidazione delle relative spese.

Il G.E. dichiara - oltre che l’estinzione (atipica) della procedura - la cessazione della materia del contendere, con pronuncia compensativa delle spese processuali, e, al solo fine della valutazione di soccombenza virtuale, afferma l’inidoneità della sentenza in questione, in quanto contenente statuizione soltanto dichiarativa, a fondare l’esecuzione ex art. 612 c.p.c., contemplando quest’ultima disposizione la sola “sentenza di condanna”.

Il lavoratore pertanto impugna il provvedimento con ricorso in opposizione agli atti esecutivi ex art. 617, comma 2, c.p.c., dolendosi della disposta compensazione delle spese di lite.

All’esito del giudizio di merito, con sentenza del 21 aprile 2015 il Tribunale di Foggia accoglie la spiegata opposizione, condannando l’I.N.P.S. al pagamento delle spese del processo esecutivo e del giudizio di opposizione.

In particolare, il Tribunale foggiano, per quanto qui di interesse, invece ritiene la citata sentenza n. 6567/2010 suscettibile di esecuzione forzata ex art. 612 c.p.c. sulla scorta del sottostante petitum, avendo il lavoratore proposto, in seno all’atto introduttivo del giudizio “madre”, anche una “domanda di condanna al ripristino della sua posizione assicurativa mediante la reiscrizione negli elenchi nominativi annuali degli operai agricoli”.

L’Istituto perciò ricorre in Cassazione, denunciando l’“omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio” (ex art. 360, n. 5), c.p.c., nella novellata formulazione), per aver il Tribunale pugliese ricostruito la portata precettiva della sentenza posta a fondamento dell’esecuzione non sulla base del tenore del pronunciamento (recante soltanto capo dichiarativo, con conseguente insussumibilità nell’alveo degli artt. 474 e 612 c.p.c.), ma sulla scorta della domanda “a monte” proposta nel giudizio ex art. 442 c.p.c. (inclusiva di istanza condannatoria), in tal senso quindi omettendo l’esame della sentenza che tale giudizio aveva definito.

Il ricorrente afferma poi di incasellare il motivo de quo nei termini predetti poiché consapevole del consolidato orientamento giurisprudenziale per cui è preclusa in sede di legittimità l’interpretazione del titolo esecutivo giudiziale nei giudizi di opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi.

La Sezione Lavoro, con ordinanza interlocutoria n. 12944 del 13 maggio 2021, rimette la causa al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite, per la presenza di una questione di massima di particolare importanza, per l’appunto afferente all’interpretazione del titolo esecutivo giudiziale, sulla scorta dei seguenti (sintetizzati) passaggi motivazionali:

            - come anche rappresentato dal ricorrente, la costante e risalente giurisprudenza di legittimità[1] esclude in seno ai procedimenti esecutivi e oppositivi l’interpretazione diretta del titolo esecutivo di formazione giudiziale definitivo, rilevando il titolo-giudicato, nell’ambito del processo esecutivo, come “fatto”: in altri termini, l’interpretazione del titolo esecutivo, compiuta dal giudice dell’esecuzione o da quello chiamato a sindacarne l’operato nell’ambito delle opposizioni esecutive, si risolve nell’apprezzamento di un fatto, come tale incensurabile in Cassazione se non nei limiti dell’art. 360, n. 5), c.p.c.[2];

            - sicchè, il motivo di ricorso, circoscritto nei limiti propri dell’art. 360, n. 5), c.p.c., per rilevare il titolo esecutivo giudiziale definitivo quale “fatto”, si appalesa infondato, poiché il fatto del cui omesso esame si duole l’Istituto (il titolo esecutivo-giudicato) risulta invece comunque esaminato nella gravata pronuncia foggiana, seppure con interpretazione errata, come sostanzialmente denunciato nel ricorso per Cassazione;

            - di contro, consentita alla Corte l’interpretazione diretta del titolo esecutivo giudiziale (ossia, ritenendosi la sentenza definitiva sindacabile nella più ampia ottica della violazione di legge ex art. 360, n. 3), c.p.c.,), il motivo di ricorso si profila accoglibile, a fronte della portata meramente dichiarativa della pronuncia, con conseguente inidoneità a fondare l’azione esecutiva, che richiede sentenza di condanna a un facere infungibile (rimandando all’uopo, tra le più recenti, a Cass., n. 18572/2019).

La Sezione Lavoro, essenzialmente in ciò radicando il contrasto pretorio, ipotizza il virtuale superamento del predetto orientamento consolidato per il tramite di Cass., Sez. Un., 09 maggio 2008, n. 11501, che, nell’enunciare il principio di diritto per cui, ai fini dell’interpretazione di provvedimenti giurisdizionali, si deve fare applicazione, in via analogica, dei canoni ermeneutici prescritti dagli artt. 12 Preleggi ss., invece che di quelli propri degli atti negoziali, in ragione dell’assimilabilità dei provvedimenti giudiziali alle norme giuridiche quanto a vis imperativa e indisponibilità per le parti (v. infra), ha direttamente proceduto all’interpretazione del titolo esecutivo posto a base dell’esecuzione (decreto di liquidazione CTU), gravitandosi in ambito di quaestiones juris.

In conclusione, l’ordinanza interlocutoria si domanda se il titolo esecutivo-sentenza definitiva in sede esecutiva e di opposizione esecutiva si atteggi:

  1. a) come questione di “fatto”, rilevante non come decisione della lite ma come titolo rappresentativo di un “diritto certo, liquido ed esigibile” ai sensi dell’art. 474 c.p.c., da soddisfare in sede esecutiva, (censurabile nei limiti dell’art. 360, n. 5), c.p.c.,), come da giurisprudenza “consolidata”;
  2. b) oppure come quaestio juris (censurabile nei limiti della violazione di legge ex 360, n. 3), c.p.c.).

Il ricorso giunge pertanto alle Sezioni Unite. Sed necesse erat, a fronte di un orientamento che la stessa Sezione Lavoro riconosce come “consolidato”?

  

            2.- La pronuncia delle Sezioni Unite. Ricostruzione. 

Al fine di dare atto del contrasto (?) giurisprudenziale in corso, le Sezioni Unite, sulla scorta dell’ordinanza interlocutoria, in primo luogo ricostruiscono le principali tappe pretorie in subiecta materia[3]:

            - secondo il “risalente…inalterato e costante” (sic) orientamento della giurisprudenza di legittimità (già, Cass., nn. 2565/1957 e 2834/1960 e fino a Cass., n. 32196/2018), l’interpretazione del giudicato (esterno) quale titolo esecutivo giudiziale costituisce apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se immune da vizio motivazionale, posto che in sede di esecuzione la sentenza passata in giudicato non opera come decisione della lite, bensì come titolo esecutivo che, al pari degli altri titoli esecutivi, va inteso come presupposto fattuale dell’esecuzione (cfr. anche nota 2);

            -  siffatto orientamento, afferma la decisione, ha perciò tutti i requisiti per poter essere definito come “consolidato” e la “particolare forza di tale orientamento” (sic) è traibile “dalla resistenza opposta a quello che avrebbe potuto rappresentare il punto di svolta della giurisprudenza in argomento, e cioè Cass. Sez. U. 25 maggio 2001, n. 226[4] (nonché Cass., Sez. Un., 28 novembre 2007, n. 24664 e 09 maggio 2008, n. 11501).

E infatti, rileva il Consesso, la giurisprudenza delle Sezioni semplici, a fronte della “svolta” rappresentata dalla menzionata pronuncia del 2001, ha consapevolmente mantenuto fermo l’indirizzo tradizionale della non sindacabilità in sede di legittimità del titolo esecutivo giudiziale nei procedimenti oppositivi, restando il provvedimento giurisdizionale incluso nel fatto e rimesso pertanto all’apprezzamento riservato al giudice di merito: il riferimento è in primo luogo a Cass., 21 novembre 2001, n. 14724, di poco successiva[5].

Il Collegio riferisce poi (pag. 10), che la posizione assunta, all’indomani delle Sezioni Unite n. 226 del 2001, da Cass., n. 14727/2001, cit., non ha subito variazioni fino alla ordinanza interlocutoria del 2021.

Pertanto, anche all’utente più in erba non può che sorgere un primo (e intuibile) interrogativo: ma esiste(va) davvero un contrasto da dirimere?

Partendo da tali assunti, la pronuncia in commento, giungendo “nel merito del quesito” (da pag. 12), sbocca in una corposa discettazione di teoria generale e filosofia del diritto, che approda all’affermazione per cui “il valore giuridico può essere derubricato a fatto a seconda del punto di vista che si assume”, nella evidenziata “relatività che caratterizza la distinzione fra il valore giuridico e il fatto[6].

E infine, la sentenza accende i fari sul nodo gordiano: “ciò che deve qui verificarsi è se il giudicato possa rilevare all’interno del giudizio di opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi quale valore giuridico o quale fatto”.

Detto altrimenti, il titolo esecutivo-giudicato nell’azione esecutiva e oppositiva costituisce fatto o valore giuridico? 

 

            3.- Il titolo esecutivo-giudicato tra fatto e valore giuridico nelle maglie della decisione. 

Venendo in medias res, a valle delle richiamate premesse le Sezioni Unite (ri)calibrano il ruolo del titolo esecutivo nell’esecuzione forzata in termini di “valore giuridico”[7].

In che modo?

Per giungere a tale conclusione, la pronuncia muove dallo scopo del processo esecutivo, ovverosia dalla sua “strumentalità…alla realizzazione del diritto sostanziale” che è stato dichiarato all’esito del processo di cognizione[8]; strumentalità da cui il Consesso fa discendere, nettamente, il seguente corollario: considerato che “compito dell’esecuzione forzata è l’adeguamento dello stato di fatto allo stato di diritto”, “nel processo esecutivo il titolo non è perciò il presupposto fattuale dell’azione esecutiva, ma è il valore giuridico cui la realtà materiale deve essere ricondotta per la realizzazione dell’interesse del creditore sancito dal diritto”.

Al cospetto del valore giuridico, afferma la Corte, non vi è attività di ricognizione di un dato empirico (come accade per il fatto), ma identificazione di una regola, venendo perciò in rilievo l’attività dell’interpretazione[9].

In sintesi, mentre il fatto si accerta, il valore giuridico si interpreta e il giudice può accostarsi al titolo esecutivo ora come fatto, ora come valore, sulla base della prospettiva del caso (“i valori si interpretano, non si accertano alla stregua del fatto empirico, allorquando in questione non sia l’esistenza del fatto storico ma la portata del precetto”).

Conclude infine il Collegio, almeno in via di enunciazione, che “la prospettiva dell’esecuzione forzata come adeguamento dello stato di fatto allo stato di diritto include nell’ordine dei valori giuridici l’intero complesso dei titoli esecutivi, e dunque non solo quelli giudiziali ma tutte le ipotesi contemplate dall’art. 474 cod. proc. civ.”.

Sicchè la pronuncia, almeno in tale parte, discorre onnicomprensivamente del “ruolo di valore giuridico del titolo esecutivo”, senza distinzione tra titoli giudiziali e stragiudiziali, di cui tuttavia enuclea nel seguito un differente “trattamento”[10] (trattamento differenziale che, si anticipa, non appare coerente con l’impianto di tutela ordinamentale del credito; al pari, si anticipa che assolutamente irrilevante ai fini esecutivi è anche la tracciata differenza tra titolo esecutivo-sentenza passata in giudicato e non passata in giudicato).

Le Sezioni Unite riferiscono infine (il passaggio è necessario per comprendere la portata del termine “somministrazione”, impiegato in pronuncia) che l’interpretazione del giudicato, “svolta mediante i canoni esegetici di cui all’art. 12 Preleggi”, “ha quale termine di riferimento una norma di diritto sostanziale, l’art. 2909 c.c., che attesta la normatività dell’accertamento che vi è contenuto: ciò che «fa stato» non è la sentenza passata in giudicato ma «l’accertamento» ivi contenuto”.

In altri termini, “il diritto sostanziale che trova applicazione con riferimento al rapporto non è quello previsto dalla legge generale e astratta, ma è quello corrispondente all’accertamento contenuto nella sentenza costituente cosa giudicata formaleex art. 324 c.p.c.: ecco come il giudicato (rectius, l’accertamento ivi contenuto) diventa la “fonte del diritto applicabile alla fattispecie”.

Sintetizzando, il titolo esecutivo-giudicato nel giudizio di opposizione esecutiva rileva non quale vincolo (esterno) per l’accertamento giurisdizionale, ma quale “diritto sostanziale del caso concreto”.

Orbene, e giungendo al principio di diritto, considerato che il dovere del giudice di ricerca del diritto (principio jura novit curia) si riferisce soltanto al precetto generale e astratto facente parte del sistema gerarchico delle fonti (sin da Cass., 17 maggio 1976, n. 1742), la denuncia nel giudizio di legittimità della violazione dell’art. 2909 c.c. in giudizio oppositivo per erronea interpretazione al titolo esecutivo giudiziale passato in giudicato deve contenere, a pena di inammissibilità, la specifica e rigorosa indicazione del precetto sostanziale di cui si denuncia l’errata interpretazione (art. 366, comma 1, n. 4), c.p.c.) e della parte del provvedimento giurisdizionale passato in giudicato contenente il precetto sostanziale, nonché dell’eventuale elemento extratestuale, ritualmente acquisito nel giudizio di merito, che sia rilevante per l’interpretazione del giudicato (art. 366, comma 1, n. 4), c.p.c.).

Pur non essendo sede per dilungarsi funditus sull’integrazione extratestuale del titolo esecutivo (per cui si rimanda a Cass., Sez. Un., 2 luglio 2012, n. 11066, nonché a Cass., 08 giugno 2017, n. 14267), è tuttavia qui indispensabile rilevare che gli innanzi menzionati arresti pretori risultano protesi al “colmare” le lacune di stesura della sentenza (o, sostanzialmente, a voler essere severi, a sopperire alla “pigrizia” dell’estensore nella ricerca/menzione dei dettagli, essenzialmente numerici), quando sia soltanto “mancata la concreta estrinsecazione della soluzione come operata nel dispositivo o perfino nel tenore stesso del titolo”, in ottica di effettività della tutela giurisdizionale e di contenimento del contenzioso anche impugnatorio (artt. 24 e 111 Cost.)[11], rimandando al successivo paragrafo per il deposito di qualche considerazione sul punto. 

 

            4.- Considerazioni “a freddo”, tra interpretazione, integrazione extratestuale e (in)esistenza del titolo esecutivo. 

La ricostruzione dei termini essenziali e motivazionali della decisione mette in luce la posizione del Consesso, che, in vero e proprio revirement (la decisione, nelle battute finali, impiega l’espressione “mutamento della giurisprudenza rispetto alla questione dirimente” quale grimaldello compensativo delle spese di lite), traghetta (motivatamente?) il “ruolo” del titolo esecutivo giudiziale definitivo dal piano del “fatto” (così, da Cass., n. 14727/2001, cit.) al piano della quaestio juris, recando con sé plurimi interrogativi e variegate riflessioni (di seguito riportate non per ordine di importanza).

 

            1)  In primis, qual è l’argomentazione giuridica che mette in ombra anni di piana giurisprudenza di legittimità?

L’operazione ispettiva per il lettore è alquanto difficoltosa: il lettore più critico potrebbe finanche sostenere la tesi, coi dovuti adattamenti, della motivazione apparente (pure nei termini della difficile sostenibilità, anche applicativa) o della ricorrenza di un’ipotesi di giurisprudenza “normativa”.

Orbene, il ragionamento della Corte indubbiamente poggia su considerazioni (essenzialmente) metagiuridiche e pregevoli ad ampio spettro, pur nei confini dell’art. 118 disp. att. c.p.c.; all’operatore non privo di qualche ricordo liceale o universitario non può sfuggire, tra l’altro, l’ispirazione kantiana, se non quasi shakespeariana, dell’espressione “il titolo esecutivo enuncia il dover essere cui l’essere, mediante il processo esecutivo, deve uniformarsi”, suggestivo inciso di “apertura” della digressione de qua.

Tuttavia, le coordinate esegetiche fornite dalla Suprema Corte (per vero già in sede di lettura di non agevole afferrabilità anche per l’operatore più avvezzo), si profilano critiche dal punto di vista pratico-applicativo: sia per il giudice di merito e per il “concreto” giudice dell’esecuzione, sia per la tenuta lato sensu del sistema ordinamentale (anche in punto di sostenibilità ponderale del carico della Giustizia); sistema notoriamente governato dal “mito” del giudicato e della sua intangibilità, quale basilare dogma dello Stato di diritto in quanto espressione della stessa certezza del diritto.  

Forse, nell’intenzione della Corte vi era proprio il voler ribadire il “mito” del giudicato, “innalzandolo” da mero fatto a valore giuridico; e invero, discorrere di “valore giuridico” può di primo impatto indurre l’utente a ritenere che, per tale via, il giudicato “valga di più”.

Ciò nonostante, l’operazione esegetica rischia di sortire effetto esattamente contrario rispetto a quello (probabilmente) auspicato dal Consesso, se già sol si considera, come asserito in pronuncia, che del fatto si può soltanto prendere atto, mentre il valore giuridico va interpretato.

 

            2) In scia, è lecito interrogarsi sull’ubi consistam del valore giuridico nella prassi operativa: cos’è in concreto il valore giuridico? Esiste un valore giuridico non riconducibile a una norma giuridica (la cui violazione apre il varco al motivo ex art. 360, n. 3), c.p.c.)?

Questa riflessione conduce a interrogarsi circa la effettiva utilitas della pronuncia, nel solco del principio, di stampo economistico, del c.d. “minimo-mezzo” (o di quello, a respiro unionale, di ragionevolezza e proporzionalità), applicato in sede processual-civilistica per il tramite del principio della c.d. “ragione più liquida”[12].

E dunque, cui prodest?

A parere di chi scrive, la risposta della Corte è andata oltre il confine della stretta (e preziosa) necessità rispetto all’esigenza di giustizia, sia sul piano generale che del caso concreto:

  1. a) si è detto, il ricorrente censura la sentenza del giudice dell’opposizione esecutiva dolendosi, ai sensi dell’art. 360, n. 5), c.p.c., dell’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio, al cospetto di sentenza di mero accertamento e perciò non legittimante l’avvio dell’esecuzione ex 612 c.p.c. - conclusione delineata dal G.E. nel vaglio di soccombenza virtuale -.

Si ritiene, il Consesso avrebbe potuto limitarsi, al pari del G.E., a verificare se si fosse o meno al cospetto di un titolo esecutivo, attraverso la mera “lettura” del presunto titolo: ossia, avuto riguardo al “fondamentale canone ermeneutico della compenetrazione di dispositivo e motivazione”, ricordato dalla pronuncia nelle battute finali.

In altri termini, senza portare in pista il contenuto precettivo del giudicato, per il Collegio sarebbe stato sufficiente riscontrarne la portata dichiarativa: sia la Sezione Lavoro che le Sezioni Unite avrebbero potuto (ma forse più “modestamente”), nel legittimo potere riqualificatorio, incastrare il motivo nelle maglie della violazione di legge, ma in relazione agli artt. 474 e 612 c.p.c.[13].

La questione da dirimere, nella specie, non coinvolge(va) quindi l’interpretazione del titolo esecutivo, ma l’(in)esistenza di quest’ultimo: non si verte(va) nell’ambito dell’interpretazione del giudicato, ma della mera “lettura” dello stesso.

La Corte stessa si avvede che la censura dell’Istituto ricorrente “sottende una denuncia di non corretta lettura del titolo giudiziale”, in funzione di attuazione dell’effettivo comando giudiziale, infine scolpendo (o colpendo) il nucleo del “problema”: il motivo “attinge in realtà non il contenuto precettivo del giudicato, ma la sua portata, dichiarativa o di condanna”.

Appare perciò affetta da intrinseca aporia l’affermazione per cui “la via intrapresa dall’odierno ricorrente è quella…della censura dell’interpretazione del giudicato, sia pure nei limiti della sua portata”.

L’interpretazione del giudicato è cosa ben diversa dalla ricognizione della sua “portata” (dichiarativa o condannatoria): l’interpretazione rimanda a un’attività ab interno, la individuazione della portata a un’attività ricognitivo-perimetrativa ab externo;

  1. b) confondere la perimetrazione (dall’esterno) della “portata” del giudicato con la sua (interna) interpretazione rischia di aprire la strada a un pericoloso sistema impugnatorio extra ordinem della res judicata aliunde

Dinanzi a un dispositivo inesatto, la via non è l’interpretazione del titolo, ma la sua impugnazione nelle sedi pertinenti;

  1. c) la poderosa operazione dogmatica condotta dalla Suprema Corte presta il fianco a perplessità anche in considerazione della voluntas sottesa al ricorso.

Se l’operazione di riqualificazione nei termini della violazione della norma di diritto ex art. 360, n. 3), c.p.c. appare più che condivisibile, “alla stregua di una lettura non formalista dei motivi di ricorso per cassazione[14], invece non convince affatto che, a valle del percorso giuridico-filosofico della pronuncia, la norma individuata dalle Sezioni Unite non sia l’(auspicato e sufficiente) art. 474 c.p.c. (in combinato disposto con l’art. 612 c.p.c.), ma l’art. 2909 c.c..

La Corte correttamente conclude che, guardando “allo scopo reale del motivo di ricorso, si intende che ciò che al fondo il ricorrente denuncia è la violazione della portata del titolo esecutivo giudiziale[15].

La asserita violazione, per l’appunto, attiene alla “portata” del giudicato.

E infatti, coerentemente il ricorrente sol menziona la consolidata giurisprudenza in subiecta materia, cui risulta aderire senza contestazione alcuna: semplicemente, col gravame l’Istituto mira(va) a ottenere la riforma della sentenza impugnata sulla scorta dell’inidoneità della stessa a costituire titolo per l’esecuzione forzata degli obblighi di fare, in quanto priva dell’indispensabile statuizione di condanna, e non il revirement di legittimità rispetto al consolidato orientamento de quo;

  1. d) la stessa decisione nelle battute iniziali (pag. 8), a riconosce la “forza” dell’orientamento “consolidato” in materia.

Lecito, a questo punto, per il disorientato lettore, interrogarsi allora sulla necessità/opportunità di una sua messa in discussione; l’interrogativo è ancora più assordante se si considera la non utilità dell’impiegato modus procedendi ai fini dell’accoglimento del ricorso, come innanzi tracciato raggiungibile mediante la più rapida e “sicura” lettura del dispositivo “compenetrato”.

Peraltro, a sostegno della tesi dell’inesistenza del titolo, la Corte (e già la Sezione Lavoro) fa menzione pure di un piano, pertinente e recente precedente pretorio, Cass., n. 18572/2019, cit., che avrebbe consentito di “liquidare” rapidamente la questione, avuto riguardo al brocardo nulla executio sine titulo[16].

E dunque, come da gergo colloquiale, la spesa vale l’impresa?

 

            3) La decisione, come accennato, pur discorrendo onnicomprensivamente di “ruolo di valore giuridico del titolo esecutivo”, con riguardo pertanto ai titoli sia giudiziali che stragiudiziali, tuttavia “assolve” dal sindacato di legittimità i titoli stragiudiziali.

Inoltre, distingue il titolo esecutivo giudiziale definitivo dal non definitivo: quest’ultimo per la Corte “non costituisce invece questione di diritto”, poiché “il giudicato è…altra cosa rispetto alla comune sentenza”.

Epperò, se è vero, sul piano della teoria generale, che “il giudicato è…altra cosa rispetto alla comune sentenza”, al procedimento esecutivo poco interessa se il titolo esecutivo rivenga da una “comune sentenza” o da una sentenza definitiva, da un titolo giudiziale o stragiudiziale.

La creata disparità di “trattamento” non trova addentellato di diritto positivo e, anzi, si pone in difficile coordinamento con l’intero impianto di tutela ordinamentale del credito (cristallizzato dall’art. 499 c.p.c. e dal regime degli interventi non titolati), assolutamente insensibile a tali diversificazioni.

Nell’azione esecutiva, infatti, alcuna norma differenzia, sia in termini di disciplina che di interpretazione, i titoli esecutivi, del tutto equipollenti tra loro e accomunati dal requisito della certezza, liquidità ed esigibilità, sulla scorta degli artt. 474 e 499 c.p.c. (salvo il discorso per gli interventi non titolati non disconosciuti).

L’esecuzione non si occupa del giudicato, ma del titolo esecutivo, che costituisce la (pre)condizione dell’azione esecutiva, irrilevante il suo carattere di definitività, o meno, e la sua natura giudiziale, o meno.

 

            4) Si può interpretare qualcosa che è già frutto di interpretazione?

Il giudicato, afferma la Corte, ha (o è) valore giuridico perché è “legge del caso concreto”; da tale dato ne discenderebbe l’interpretabilità, quale interpretazione del diritto sostanziale del caso concreto.

Tuttavia, è intuibile che il giudicato non possa essere interpretato analogamente al diritto sostanziale applicabile alla fattispecie astratta: il giudicato, pur diritto sostanziale del caso concreto, non può che, semplicemente, leggersi, in quanto “fa stato” (art. 2909 c.c.), sintetizzando l’attività esegetica del diritto sostanziale generale e astratto già aliunde operata[17].

 

            5) C’è, a parere di chi scrive, considerevole e intuitiva differenza, sia pratica che “valoriale”, tra l’integrazione extratestuale (essenzialmente numerico-quantitativa) del giudicato, affermata dalla giurisprudenza a far data dalle citate Sezioni Unite n. 11066 del 2012, e l’interpretazione del giudicato di cui discorrono le Sezioni Unite in commento nel 2022.

Come, da ultimo, riportato da Cass., n. 10806/2020, l’interpretazione del titolo esecutivo giudiziale (nella specie, relativa alla portata del giudicato esterno di una sentenza definitiva di condanna al pagamento di una somma di denaro, con riguardo agli interessi e alla rivalutazione) compete al giudice dell’esecuzione e, in caso di opposizione ex art. 615 c.p.c., a quello dell’opposizione, che ne individua la portata precettiva sulla base del dispositivo e della motivazione; egli può ricorrere, ove il contenuto del titolo sia obiettivamente ambiguo o incerto - e ferma l’indeducibilità di motivi di contestazione nel merito delle statuizioni - anche a elementi extratestuali, purché ritualmente acquisiti nel processo e a condizione che non sovrapponga la propria valutazione in diritto a quella del giudice del merito, dovendo perciò ritenersi esclusa la possibilità di integrare una pronuncia carente o dubbia facendo riferimento a regole di diritto o a orientamenti giurisprudenziali: l’esito dell’interpretazione (rectius, integrazione) extratestuale non deve essere tale da attribuire al titolo una portata contrastante con quanto risultante dalla lettura congiunta di dispositivo e motivazione.

Di contro, il contrasto del tenore del titolo rispetto a elementi extratestuali oggettivamente discordanti può essere, eventualmente, emendato, secondo i rispettivi presupposti e limiti temporali, o con il ricorso al procedimento di correzione presso lo stesso giudice che ha emesso il provvedimento impugnato o attraverso l’impugnazione per revocazione (Cass., n. 5049/2020, cit.).

Ebbene, l’integrazione (è più opportuno discorrere in termini di integrazione extratestuale, e non di interpretazione extratestuale) rimanda all’impiego di dati ex actis obiettivi, certi, mentre l’attività interpretativa riecheggia conduzione e connotazione a base soggettivistica, frutto del prudente apprezzamento del giudice del merito, tendenzialmente insindacabile in Cassazione. 

 

  1. - Osservazioni conclusive. 

La posizione della Corte, protesa alla risindacabilità in sede di legittimità del titolo esecutivo incastonato nel giudicato, rischia di aprire la strada a un sistema impugnatorio extra ordinem della res judicata e a una progressiva entropia del sistema giudiziario, fino a un vero e proprio “assalto” al giudice di legittimità.

I G.E. - al pari dei giudici di merito delle opposizioni esecutive -, sotto la scure della legge Pinto sono già oltremodo affannati, alle prese, tra l’altro, proprio con gli abnormi flussi oppositivi (pure privi di contributo unificato in sede “cautelare”), oltre che affaticati dalle oscillazioni pretorie nella preponderante materia bancaria.

A sommesso parere di chi scrive, ferma la “portata” (sia consentito l’impiego a tema del termine) magistrale della decisione, probabilmente chi lavora quotidianamente sui ruoli esecutivi, lato sensu intesi, avrebbe trovato di maggiore ausilio (sia per la concreta risposta di giustizia che per la sostenibilità del carico giudiziario) la lettura di ben 27 pagine in risposta uniforme alle variopinte e dibattute questioni che affastellano le esecuzioni (si pensi, anche per preponderanza statistica, alla scivolosa materia bancaria).

Alto è il pericolo di strumentalizzazione della pronuncia, se si considera che nelle sedi esecutive il debitore tenta il “tutto per tutto” per proteggere il cespite pignorato (nella maggioranza dei casi abitazione principale, come ricorda il tribolato art. 54 ter d.l. n. 18/2020).

Il giudicato, si ritiene, può rimanere “valore giuridico”, incastrato nei termini di cui all’art. 2909 c.c. (sulla ritenuta premessa di chi scrive, di cui supra, che ogni valore giuridico può ricondursi a norma), e il titolo esecutivo può mantenere il proprio “ruolo” di “fatto” coi suoi caratteri ex art. 474 c.p.c.: sono “valori” che possono coesistere nella sentenza-titolo esecutivo.

La sentenza passata in giudicato contenente anche statuizione condannatoria, e dunque costituente pure titolo esecutivo, ha invero due “cuori”.

Ed è corretto distinguere tra giudicato e titolo esecutivo contenuto nel giudicato poiché, si rammenta, nella sede esecutiva non si accertano diritti, ma vi è attuazione di diritti certi: il titolo esecutivo non somministra il diritto sostanziale (somministrato dall’“accertamento”), ma è la diretta conseguenza dell’accertamento operato dal giudicato.

In altri termini, il titolo esecutivo è lo strumento per la soddisfazione dell’interesse sostanziale già valutato nel (e in astratto tutelato dal) giudicato-accertamento.

Sia consentita, infine, un’ultima considerazione.

Probabilmente l’occasione, visto il tema, è stata “ghiotta” e la Corte, si è sostenuto, è andata oltre il richiesto e il necessario per la risposta di giustizia, tanto specifica quanto sistematica.

Tuttavia, nel concetto di nomofilachia, sempre a sommesso parere di chi scrive, non può non essere ricompresa l’utilità e la sicurezza anche applicativa per gli utenti del merito (e per i cittadini).

E dunque, ai posteri…l’ardua (e anche stabile?) sentenza.

 

           6.- Riferimenti giurisprudenziali e bibliografici.

 Si richiama la giurisprudenza menzionata in commento nonchè, per il taglio concreto e critico, Capponi, Le Sezioni Unite nel labirinto del titolo esecutivo, in labirintodeldiritto.it e Di Marzio, La Suprema Corte, l’interpretazione del titolo esecutivo...e Nanni Moretti, in ilprocessocivile.it, Giuffrè.

 

[1] L’ordinanza menziona, a pag. 8, una pletora di decisioni della Suprema Corte, a decorrere da Cass., n. 1069/1963.

[2] Per Cass., nn. 14727/2001 e 15338/2018, ex multis (anche in parte qua l’ordinanza interlocutoria a pag. 6 menziona un coacervo di pronunciamenti conformi), in sede di esecuzione la sentenza passata in giudicato, pur ponendosi come giudicato esterno in quanto decisione assunta fuori dal processo esecutivo, non opera come decisione della lite, bensì come titolo esecutivo; di talché, al pari degli altri titoli esecutivi, non va intesa come momento terminale della funzione cognitiva del giudice, bensì come presupposto fattuale dell’esecuzione, ossia come condizione necessaria e sufficiente per procedere a essa, senza che vi sia possibilità di contrasto tra giudicati o di violazione del ne bis in idem.

[3] La sintetica ricostruzione de qua appare opportuna per permettere al lettore di più efficacemente comprendere la portata e la criticità della decisione in commento.

[4] Secondo le parole della decisione in commento, Cass., Sez. Un., 25 maggio 2001, n. 226 “per affermare il principio della rilevabilità d’ufficio del giudicato esterno (al pari del giudicato interno) anche in Cassazione (con il limite della pronuncia sul giudicato, la quale impone l'impugnazione sulla questione), riconobbe che «il giudicato è la legge del caso concreto» (prima nel mondo sostanziale e poi in quello processuale) e che pertanto la relativa questione rientra nella sfera delle questioni di diritto e non di fatto. Si affermò in particolare che «il giudicato non è assimilabile né ad un negozio, né in genere ad un atto giuridico, poiché la sua efficacia opera ad un livello diverso da quello in cui invece opera l’efficacia dei negozi e degli atti giuridici. L’essenza del giudicato è costituita da un comando o precetto, il quale rende certa la situazione giuridica concreta. Il giudicato non deve essere incluso nel fatto e, pur non identificandosi nemmeno con gli elementi normativi astratti, è da assimilarsi, per la sua intrinseca natura e per gli effetti che produce, a tali elementi normativi. La conseguenza è che l’interpretazione del giudicato deve essere trattata piuttosto alla stregua dell’interpretazione delle norme che non alla stregua dell'interpretazione dei negozi e degli atti giuridici». Dopo tale pronuncia è jus receptum che il giudicato esterno sia direttamente accertabile in sede di legittimità con cognizione piena, comprensiva dell’esame diretto degli atti”.

In altri termini, la pronuncia a Sezioni Unite del 2001 ha per prima affermato la rilevabilità ex officio per il giudice di legittimità del giudicato esterno (al pari di quello interno) - con il limite della pronuncia sul giudicato, la quale impone l’impugnazione sulla questione -, rientrando pertanto il profilo nella sfera delle quaestiones juris, facendone conseguire che l’interpretazione del giudicato deve essere condotta sulla base dei canoni ermeneutici prescritti per le norme giuridiche (artt. 12 ss. Preleggi) e non per gli atti negoziali e deve essere sindacata nell’ottica della violazione di legge (v. anche Cass., Sez. Un., 28 novembre 2007, n. 24664; Cass., Sez. Un., 09 maggio 2008, n. 11501).

[5] L’argomento ivi fatto valere è che “in questo caso la sentenza, passata in giudicato, non opera come decisione della lite (o di parte di essa) pendente davanti a quel giudice e che lo stesso avrebbe il dovere di accertare e decidere (se non fosse stata già decisa), ma come titolo esecutivo, in un procedimento, quale è quello esecutivo, che non ha la funzione di accertare e decidere su una res litigiosa, ma solo di porre in esecuzione un titolo già costituito. La lite è stata già decisa nel processo di cognizione ed in quel processo è già stato dato il "comando". Non vi è quindi né la possibilità di un contrasto di giudicati, né di violazione del principio del ne bis in idem. …Quindi la sentenza, passata in giudicato, non costituisce il momento terminale della funzione cognitiva del giudice, né è possibile che vi sia una nuova pronuncia, ma il presupposto del processo esecutivo, ove fondato sulla stessa e non su un diverso titolo. Qui la sentenza, passata in giudicato, opera come un fatto, come in tal senso opera il titolo di credito o l’atto notarile…”.

[6] Nella verosimile consapevolezza della difficoltà, anche applicativa, dell’inciso, la sentenza indica alcuni esempi concreti:

- il contratto può rilevare ora come valore giuridico, quando sia invocato in giudizio come fonte di reciproci diritti e obblighi fra le parti contraenti, ora come semplice fatto storico influente sulla decisione al livello del mero giudizio di fatto; quando il contratto rileva come valore giuridico è soggetto a interpretazione, altrimenti è un mero fatto storico da accertare;

- il giudicato può entrare nel processo non solo quale norma regolatrice del caso concreto, che si risolve in un vincolo tanto per le parti che per il giudice, ma anche quale fatto storico, quando non sia stato reso fra le stesse parti del giudizio e non abbia pertanto a oggetto il rapporto giuridico dedotto in giudizio, o un elemento della relativa fattispecie costitutiva; anche fra le stesse parti del giudicato può accadere che quest’ultimo abbia valenza di fatto storico, come quando in sede di opposizione all’esecuzione si opponga la prescrizione decennale ai sensi dell’art. 2953 c.c..

Riferisce la Corte come perciò sia agevolmente intuibile che il giudicato astrattamente possa rilevare in un giudizio quale mero presupposto fattuale.

[7] In sintesi, il titolo esecutivo è “valore giuridico cui la realtà pratica deve adeguarsi mediante l’esecuzione forzata, e che spetta al giudice dell’opposizione in sede di cognizione interpretare” e il suo “ruolo” “non cessa nei giudizi di opposizione, sia ai sensi dell’art. 615 che dell’art. 617 cod. proc. civ., tutte le volte che esso funge da parametro di legittimità dell’azione esecutiva intrapresa o dello stesso processo esecutivo quale procedimento. Ogniqualvolta che ai fini dell’accertamento del diritto della parte istante a procedere a esecuzione forzata, o della legittimità degli atti esecutivi, emerge una questione per la cui decisione deve farsi capo al titolo esecutivo, quest’ultimo somministra il valore giuridico sulla base del quale il giudice deve risolvere la controversia. In tali evenienze il giudice del processo di opposizione ha di fronte un valore giuridico e non un fatto”.

[8] Il processo esecutivo rende “possibile la realizzazione dell’interesse del creditore, che non poté aver luogo mediante adempimento volontario da parte del debitore”.

[9]Il titolo esecutivo non è l’oggetto di un accertamento fattuale, alla stessa stregua di un qualsivoglia fatto storico, ma richiede di essere interpretato, proprio perché valore giuridico”.

[10] La Corte afferma che il mutuo ricevuto da notaio (art. 474, comma 2, n. 3 c.p.c.), “non interviene nelle circostanza in discorso quale fatto storico che deve essere accertato come tale sul piano empirico, ma quale valore giuridico che il giudice dell’opposizione deve interpretare nella sua portata precettiva”.

E tuttavia, subito dopo riferisce che, quando il titolo esecutivo corrisponde a un negozio, l’interpretazione resta attività riservata al giudice di merito perché il negozio, pur dotato di forza di legge fra le parti (art. 1372 c.c.), non è ascrivibile alle norme.

Il risultato interpretativo in materia negoziale non è perciò sindacabile in sede di legittimità: “il negozio, come affermato da autorevole dottrina italiana, resta un fatto sociale che l’ordinamento recepisce per effetto del riconoscimento della sua portata precettiva…il significato di valore giuridico del negozio risiede in questa carica regolamentare recepita dall’ordinamento, ma esso resta un fatto, sia pure a contenuto precettivo, e non una norma giuridica. In sede di legittimità il sindacato esperibile da parte del giudice è pertanto solo quello del rispetto delle regole di ermeneutica negoziale. Ciò che può essere denunciato con il ricorso davanti alla Corte di Cassazione è la violazione di tali regole, ma non certo quella del precetto (privato) espresso dal regolamento negoziale”.

Invece, “a conseguenze diverse dall’atto di autonomia privata deve pervenirsi con riferimento al giudicato”, la cui “interpretazione…svolta mediante i canoni esegetici di cui all’art. 12 Preleggi, ha quale termine di riferimento una norma di diritto sostanziale, l’art. 2909 c.c., che attesta la normatività dell’accertamento che vi è contenuto: ciò che «fa stato» non è la sentenza passata in giudicato ma «l’accertamento» ivi contenuto”.

[11] V. anche Cass., 25 febbraio 2020, n. 5049, richiamata da Cass., 05 giugno 2020, n. 10806.

[12] Su tutte, Cass., Sez. Un., 08 maggio 2014, n. n. 9936.

[13] “…trattandosi della portata, e non del contenuto, del giudicato, all’impugnazione del provvedimento in sede di legittimità si sarebbe potuti pervenire anche per la via della violazione degli artt. 474 e 612 cod. proc. civ., la quale avrebbe attinto il titolo giudiziario posto in esecuzione in quanto tale, a prescindere dalla sua natura di giudicato, allo scopo di contestarne la natura di titolo esecutivo”.

[14] Cass., Sez. Un., 24 luglio 2013, n. 17931.

[15] Ritenuto l’inquadramento del motivo, come accennato, “condizionato” dal consolidato indirizzo pretorio in materia di interpretazione del titolo esecutivo giudiziale nei giudizi di opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi.

[16] Per Cass., invero, n. 18572/2019, la sentenza di mero accertamento dell’obbligo di un ente previdenziale di inserire il nominativo di un lavoratore agricolo in un determinato elenco non è suscettibile di essere posta a base di esecuzione forzata in forma specifica.

[17] E’ la stessa pronuncia peraltro ad affermare che “quando il diritto di cui fare applicazione è però quello contenuto nel giudicato…la Corte di Cassazione non ha il dovere di ricerca nell’ordinamento della corrispondente fattispecie legale, ma deve fare applicazione della norma individuale che risulta prevista dalla sentenza passata in cosa giudicata”.

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