L’acquisto in executivis a titolo derivativo e l’inammissibilità dell’azione di rivendica di chi è parte nel processo

Le parti del processo esecutivo hanno l'onere di denunciare, con l'opposizione ex art. 617 c.p.c., l'erroneo trasferimento all'aggiudicatario di un cespite che è oggetto di pignoramento, essendo inammissibile un'azione (nella specie, di rivendica) autonoma, cioè distinta dai rimedi tipici dell'esecuzione forzata, da esse proposta per contrastare gli effetti dell'esecuzione, ponendoli nel nulla o limitandoli

La Cassazione ribadisce il principio di intangibilità degli acquisti in executivis al di fuori del processo esecutivo

Sommario: 

  1. La vicenda processuale: la rivendica di un bene staggito e alienato.
  2. Il fondamento della decisione: il sistema del processo esecutivo.
  3. La natura derivativa dell’acquisto in executivis.
  4. La tutela dell’acquisto dell’aggiudicatario rispetto ai vizi della vendita.
  5. Conclusioni 

 

  1. - La vicenda processuale: la rivendica di un bene staggito e alienato.

L’originaria attrice, intimata nel giudizio di legittimità, aveva agito in giudizio chiedendo alla controparte la riconsegna di un’area, assumendo di esserne la legittima comproprietaria e contestando l’acquisizione della parte avversa avvenuta ad esito di un procedimento esecutivo immobiliare e con decreto di trasferimento.

Costituitasi, la controparte chiedeva invece riconoscersi la tardività nella consegna del bene staggito, di cui l’attrice era stata proprietaria assieme al marito, nonché la rimozione di quanto dalla stessa apposto e la demolizione della costruzione effettuata dalla medesima, assunta come abusiva.

Il giudizio terminava con sentenza del Tribunale di Chieti, Sezione distaccata di Ortona, che accoglieva parzialmente la domanda attorea condannando l’acquirente in executivis a ripristinare lo status quo ante alterato dalle opere realizzate dal medesimo su area di proprietà comune.

Nel merito il giudice di prime cure aveva affermato che, durante l’esecuzione, l’immobile era stato suddiviso in diversi lotti, il primo attribuito al convenuto ed il quarto all’attrice, mentre restava in comune la pertinenza costituita da una piccola area cortiliva.

Con l’appello, l’acquirente del bene chiedeva riformarsi la decisione per avere il giudice disatteso la stabilità e definitività del decreto di trasferimento, atto che gli aveva concesso in via definitiva la proprietà esclusiva del terreno in discussione, compresa la pertinenza reclamata dall’avversaria.

La Corte d’Appello Dell’Aquila, in parziale riforma del provvedimento impugnato, condannava l’appellata al risarcimento del danno per ritardo nel rilascio del bene aggiudicato e alla rimozione di una tettoia ivi costruita, ma confermava la statuizione del giudice di prime cure sulla riduzione in pristino dello stato dei luoghi alterati dai lavori svolti dall’appellante, riconoscendo così la contitolarità dell’appellata sull’area cortiliva oggetto del trasferimento nella precedente esecuzione forzata.

 

  1. - Il fondamento della decisione: il sistema del processo

I principi e le finalità dell’esecuzione forzata guidano la decisione in commento.

Anni di processi esecutivi portati avanti con lentezza e spesso senza esiti positivi hanno indotto il legislatore a realizzare plurime riforme (decisiva quella degli anni 2005-2006), tutte dirette in modo deciso ad attuare i principi di celerità ed al contempo di certezza dei procedimenti esecutivi e dei provvedimenti intermedi emanati nel suo corso (in una parola, alla stabilità degli effetti dell’esecuzione forzata): alla base di tali specifiche regole sta certamente l’art. 111 Cost. che, nel sancire quali principi fondamentali dell’ordinamento il giusto processo e la sua durata ragionevole, include l’effettività della tutela giurisdizionale (anche esecutiva) e l’adeguatezza dell’esecuzione alla sua funzione costituzionale.

La tutela giurisdizionale esecutiva consiste, nella sua essenza, nel far conseguire la soddisfazione del proprio credito a chi ne ha diritto, anche superando l’inerzia o il contrasto del debitore.

Emblematica sul punto è la pronuncia n. 28387/2020 delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione che, nel risolvere le problematiche relative alla trascrivibilità del decreto di trasferimento in pendenza del termine per proporre opposizione agli atti esecutivi, ha espressamente sancito che il processo esecutivo deve mirare al ripristino del diritto pronunciato con un’azione di recupero efficace ed effettiva.

L’autorevole precedente giurisprudenziale individua quale precipua finalità dell’ordinamento la salvaguardia del diritto del creditore di ottenere una piena tutela giurisdizionale per il recupero del credito, esigenza di fronte alla quale cede quella di contenere i disagi del debitore, se non nei casi previsti da talune norme peculiari e nei confini di un corretto iter del processo esecutivo.

Ancora, con la suddetta pronuncia, è stato ribadito che alla tutela giurisdizionale esecutiva va riconosciuta un’indefettibilità che si atteggia quale principio ispiratore dell’ordinamento, assunto ormai consolidato nelle pronunce di legittimità (Cass. 11116/2020; Cass. 19883 a 19888/2019), così come in quelle della Corte Costituzionale (tra le altre, Corte Cost. 128/2021 e 87/2022), della Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU Hornsby c. Grecia [GC], ric. n. 18357/91, 19 marzo 1997, § 40, e, più recentemente, CEDU, Ilgar Mamadov c/ Azerbaigian, causa 15172/13, 29/05/2019) e della Corte di Giustizia dell'Unione europea (con riferimento al diritto ad una effettiva tutela giurisdizionale esecutiva, tra le altre, C.G.U.E., 29/07/2019, Alekszij Torubarov c/ Bevandorlàsi és Menekultugyi Hivatal, C-556/17, punto 57).

Costituisce indefettibile corollario della tutela giurisdizionale assicurata al creditore la configurazione di un sistema che salvaguardi l’affidamento riposto dai soggetti, diversi dalle parti, sulla correttezza e regolarità degli atti compiuti nel processo esecutivo.

Già in passato le Sezioni Unite avevano individuato nella protezione degli interessi del terzo estraneo (l’aggiudicatario) uno degli strumenti indispensabili al funzionamento dell’esecuzione forzata (Cass. 21110/2012, che all’art. 187-bis disp. att. c.p.c. ha riconosciuto il rango di norma sistematica, determinante un privilegio per l’affidamento dell’aggiudicatario anche in caso di esecuzione intrapresa sine titulo).

Dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite si ricava, dunque, che è corollario della tutela giurisdizionale esecutiva il valore della stabilità delle situazioni giuridiche sorte dal processo di esecuzione e, così, una tensione ordinamentale alla stabilità degli effetti della vendita forzata, la quale si esplica attraverso la massima protezione dell’acquisto dell’aggiudicatario dalle ripercussioni di nullità anteriori o di vicende successive all’aggiudicazione.

Ai medesimi principi si era ispirata anche la decisione di Cass. 3709/2019, nella quale si evidenzia che il sistema ideato dal legislatore è univocamente diretto ad assicurare, ai terzi interessati all’acquisto del bene oggetto di espropriazione, la sicurezza e la stabilità degli effetti del provvedimento conclusivo, e cioè la stabilità della vendita giudiziaria.

Nel citato arresto giurisprudenziale si evidenzia che l’efficienza del processo esecutivo – per sua natura volto ad acquisire una maggior somma ricavata dall’alienazione del cespite pignorato nel minor numero di tentativi di vendita – non può prescindere dalla tutela dell’aggiudicatario, posto che il suo affidamento su un atto più difficilmente attaccabile da eventuali e successivi provvedimenti giudiziari lo rende inevitabilmente più propenso a pagare una cifra maggiore per l’acquisizione del bene.

Se è pur vero che all’aggiudicatario non può essere riconosciuto, prima del decreto di trasferimento, un diritto soggettivo pieno sul bene aggiudicato, secondo univoca giurisprudenza va però riconosciuta e tutelata la sua aspettativa di diritto.

A maggior ragione, una volta compiuto l’atto traslativo, l’ordinamento giuridico impone di salvaguardare al massimo l'affidamento qualificato sulla stabilità della vendita giudiziaria e, con essa, l’irreversibilità degli effetti dell’espropriazione.

Proprio su tali fondamenti – garanzia di stabilità della vendita e tendenziale immutabilità degli effetti dell’esecuzione forzata – si basa la pronuncia qui commentata.

 

  1. - La natura derivativa dell’acquisto in executivis.

Tra le questioni poste dal ricorrente, cruciale risultava quella attinente alla proponibilità dell’azione di rivendica del bene staggito da parte dell’esecutata la quale, si sosteneva, non avrebbe potuto valersi dell’azione prevista dall’art. 2919 c.c., ma avrebbe invece dovuto esperire una tempestiva opposizione esecutiva.

A riguardo, i giudici di legittimità hanno rilevato che, come accertato nel merito, il decreto di trasferimento includeva l’area oggetto di contesa, già oggetto di pignoramento, e poi acquisita coercitivamente dal ricorrente, pur se non descritta nel bando di vendita del lotto aggiudicato.

Insomma, il decreto di trasferimento era affetto da un errore perché l’area cortiliva, pur se pignorata, non doveva essere inclusa nell’atto traslativo, in quanto non indicata nell’avviso di vendita e comune ad altri cespiti (anch’essi staggiti).

Si osserva che, in linea generale, il terzo proprietario di un bene staggito, ancorché non abbia proposto opposizione di terzo, può agire comunque in rivendica, risultando il pignoramento atto inidoneo ad incidere il titolo di proprietà.

La tutela del terzo deriva, innanzitutto, dall’art. 2921 c.c. che da un lato paventa all’aggiudicatario la possibilità di essere evitto e, dall’altro, appresta comunque una tutela risarcitoria.

Va posto l’accento, poi, sulla previsione dell’art. 2919, comma 1, c.c. in merito all’effetto traslativo della vendita forzata, in base al quale è sancito il principio, comune alle esecuzioni mobiliari ed immobiliari per cui «nemo plus juris transferre potest quam ipse habet».

L’acquisto in executivis è effettuato a titolo derivativo e non originario, sicché il rischio di evizione per l’acquirente è identico a quello corso da un qualunque soggetto che si appresti ad acquisire un immobile tramite un contratto di vendita privatistico.

Ne consegue che il bene può essere fatto oggetto di pretese da parte di terzi e che vi sia un potenziale rischio di evizione per l’aggiudicatario.

 

  1. - La tutela dell’acquisto dell’aggiudicatario rispetto ai vizi della vendita.

Nella fattispecie esaminata il giudice dell’esecuzione, nel trasferire il bene oggetto dell’esecuzione all’aggiudicatario, aveva erroneamente ricompreso l’area di pertinenza oggetto di rivendica, senza avvedersi della divisione in lotti precedentemente effettuata che detta area, pur pignorata, non aveva incluso nel lotto aggiudicato.

Per le parti del processo – rileva la Suprema Corte – il rimedio all’errore compiuto non è identico a quello riconosciuto al terzo, dovendo esse necessariamente esperire l’opposizione agli atti esecutivi.

Infatti, a mente dell’art. 586 c.p.c., il decreto di trasferimento è atto del processo esecutivo, emesso dal giudice dell’esecuzione, con funzione eminentemente espropriativa in quanto volto alla conversione in denaro dell’immobile pignorato.

L’impugnazione del decreto di trasferimento può essere esperita, con l’opposizione agli atti esecutivi, sia per vizi formali sia per problematiche sostanziali che inficino la validità o l’efficacia dell’atto (sul punto Cass. 8857/1996; Cass. 11430/1998; Cass. 19968/2005; Cass. 17460/2007; Cass. 11316/2009; Cass. 3723/2012).

Addirittura, quandanche il decreto di trasferimento avesse ad oggetto un bene in tutto o in parte diverso da quello pignorato, non sarebbe inesistente, ma solo affetto da invalidità, che le parti sono onerate di fare valere con il rimedio dell'opposizione agli atti esecutivi nei termini di cui all'art. 617 c.p.c.; e ciò anche nell'ipotesi in cui risulti controversa l'identificazione del bene oggetto del decreto con riferimento alla sua estensione (Cass. 17811/2021).

In sostanza, per le parti del processo, l’atto di trasferimento si inserisce nella procedura di espropriazione del bene e, se questa è avvenuta in difformità rispetto a quanto stabilito, l’unico rimedio a loro disposizione è costituito dall’art. 617 c.p.c., mentre le azioni ordinarie (tra cui la rivendicazione) possono essere impiegate esclusivamente dai terzi estranei all’esecuzione.

Così, anche in base all’art. 2920 c.c. (secondo il quale i terzi che vantino diritti sulla cosa mobile pignorata non possono far valere le proprie ragioni nei confronti dell’acquirente di buona fede), nell’esecuzione immobiliare è sempre ammissibile un’azione da parte di soggetti terzi pregiudicati da un’esecuzione “ingiusta” e condotta senza la loro partecipazione al relativo procedimento; allo stesso modo, la regola di cui all’art. 2929 c.c., sulla rilevanza di eventuali nullità del processo esecutivo, posta a tutela della stabilità degli acquisti per vendita od assegnazione, non compromette i diritti dei terzi sulla cosa.

Al contrario, è affatto diversa la posizione dell’esecutato (la parte controricorrente nel caso in esame), che ha potuto partecipare al procedimento esecutivo ed avrebbe potuto – e dovuto – in quella sede fare ricorso agli strumenti (come appunto la opposizione agli atti esecutivi) volti a correggere o comunque a denunciare errori commessi nel corso della procedura.

L’esercizio autonomo di una azione di rivendica da parte del soggetto esecutato incontra il limite invalicabile dell’interesse dell’ordinamento alla tutela insita nell’esecuzione forzata ed alla realizzazione del credito vantato: per l’esecutato sarebbe stata ammissibile solo una tempestiva opposizione agli atti esecutivi per far constare l’erroneo trasferimento, non già una distinta azione, affetta invece da improponibilità originaria perché fuori dal sistema, in quanto tesa a minare la stabilità degli atti posti in essere nel corso dell’esecuzione e gli stessi principi guida del giusto processo esecutivo, volti a una efficace soddisfazione del credito vantato.

 

  1. - Conclusioni. 

L’erronea assegnazione di un bene che non era ricompreso nella vendita forzata da cui è scaturito l’atto di trasferimento deve fare i conti con le regole che presidiano il processo esecutivo.

La necessità che il processo esecutivo si sviluppi risponde ad alti principi perseguiti e tutelati dall’ordinamento, il che comporta un’interpretazione sistematica tesa a proteggere i suoi effetti e, cioè, la stabilità della vendita forzata: in questa ottica si colloca anche la distinzione, operata nella sentenza, tra i rimedi a disposizione delle parti della procedura e quelli, più ampi, riconosciuti agli estranei al processo.

Scarica il documento:

Cass. 27677-2022.pdf
Top