Opponibilità del fondo patrimoniale. Ubi consistam dell’onere probatorio della (non) inerenza del debito al soddisfacimento dei bisogni della famiglia alla luce di cass., 08 Febbraio 2021, n. 2904

Commento a Tribunale, Napoli Nord, ord. 28 gennaio 2022

La prova dei presupposti di opponibilità del fondo patrimoniale deve essere fornita dal debitore, non potendosi presumere dal ricorso ad un dato tipo negoziale

Sommario:

1. Premessa
2. Il divieto di esecuzione sui beni del fondo patrimoniale. Cenni
3. Presupposti applicativi del divieto: opponibilità formale e sostanziale. Nozione di bisogni della famiglia; attività lavorativa dei coniugi
4. Il superamento dell’aporia applicativa contenuta in Cass., 08/02/2021, n. 2904
5. Considerazioni conclusive; 6.- Riferimenti giurisprudenziali e bibliografici.

 

            1.- Premessa.

L’ordinanza in commento del giudice partenopeo si (ri)allinea alla consolidata giurisprudenza di legittimità in punto di onus probandi, gravante sul debitore, dei presupposti di opponibilità del fondo patrimoniale, in discostamento da quanto statuito da Cass., ord. 08/02/2021, n. 2904 (Pres. Spirito, est. Scarano), pronuncia, probabilmente dai risvolti non meditati, che (si vedrà, solo in apparenza) segna un passo indietro rispetto al tradizionale indirizzo della Suprema Corte in subiecta materia, pacificamente diretto a ostracizzare il fondo patrimoniale come “comodo” strumento per sottrarsi al pagamento dei debiti, derogando lo stesso al generale principio della responsabilità patrimoniale generica di cui all’art. 2740 c.c. (secondo cui <<il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri>>).

Il Tribunale napoletano - nel rigettare un’istanza di sospensione promossa in sede di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.[1] - conferma, in scia con la pregressa giurisprudenza[2], nonché con la giurisprudenza successiva a Cass., n. 2904/2021, cit.[3], che non può presumersi che i presupposti di opponibilità del fondo patrimoniale (vale a dire, l’estraneità del debito ai bisogni della famiglia e la conoscenza di tale circostanza da parte del creditore) siano in re ipsa quando il debitore abbia prestato fidejussione per garantire l’obbligazione di un terzo, l’inammissibilità di automatismi probatori in una materia governata dall’eccezionalità e, pertanto, dallo stretto (e doveroso) rigore esegetico.

Invero, il limite all’aggredibilità dei beni conferiti in fondo patrimoniale costituisce, come detto, deroga al principio generale di cui all’art. 2740 c.c., rendendo più incerta o difficile la soddisfazione del credito o comunque riducendo la garanzia generica spettante ai creditori sul patrimonio del costituente; sicchè, non può che essere interpretato e applicato in modo restrittivo.

Del resto, in considerazione di ciò, la Corte di Cassazione (e la giurisprudenza di merito), sia prima che dopo la menzionata decisione, ha affermato e ribadito l’onere di una prova concreta e “pesante” in capo all’opponente.

La pronuncia aversana, dopo una breve ricostruzione dell’istituto (che verrà per cenni ripresa, in funzione di quanto rilevante per il commento) offre pertanto l’occasione per una riflessione sul punto, per la riconferma dell’orientamento tradizionale, che - si anticipa sin da ora - appare maggiormente coerente con la ratio (correttamente intesa) del fondo patrimoniale e con l’interpretazione sistematica delle norme di riferimento, nonché maggiormente coerente con l’esigenza, avvertita da sensibile giurisprudenza, di riequilibrare i due centri di interesse (famiglia e creditori), sbilanciati in favore del primo[4].

 

            2.- Il divieto di esecuzione sui beni del fondo patrimoniale. Cenni.

Il fondo patrimoniale costituisce un complesso di beni destinato a far fronte ai bisogni della famiglia, che può essere costituito per atto pubblico inter vivos o per testamento (art. 167 c.c.).

Con il fondo patrimoniale, attraverso una convenzione matrimoniale assoggettata a oneri formali e pubblicitari (arg. ex art. 167 c.c.), i coniugi costituiscono su determinati beni un vincolo di destinazione al soddisfacimento dei bisogni della famiglia.

Il vincolo così impresso comporta che detti beni non sono aggredibili per debiti che i creditori conoscevano essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia: pertanto, l’esecuzione sui beni e sui frutti del fondo patrimoniale è consentita unicamente, a norma dell’art. 170 c.c. (disposizione costruita con una formulazione negativa), per i debiti contratti per far fronte a esigenze familiari.

Il conferimento dell’immobile nel fondo pertanto non crea un vincolo assoluto, ma relativo: il creditore munito di titolo esecutivo ben può intraprendere l’azione esecutiva anche su un immobile confluito in un fondo patrimoniale costituito e trascritto prima del pignoramento, spettando a chi intenda avvalersi del regime di impignorabilità dei beni l’onere della prova dei presupposti di applicabilità del menzionato articolo, proponendo opposizione esecutiva ex art. 615, co. 2, c.p.c. (discendendo dall’impignorabilità soltanto relativa la non passibilità di rilievo officioso).

In tesi generale, spetta al creditore la scelta se avvalersi preliminarmente dell’azione revocatoria ordinaria ex art. 2901 c.c. per prevenire possibili opposizioni del debitore, ovvero se agire direttamente in via esecutiva esponendosi a una possibile opposizione.

Sotto l’aspetto dell’ordo temporalis, l’inopponibilità afferisce ai soli gravami anteriori all’annotazione; di talchè, se prima dell’annotazione è trascritto il pignoramento, il fondo è inopponibile ai creditori (artt. 2913 ss. c.c.) e, se prima dell’annotazione è iscritta ipoteca, il creditore conserva il potere di espropriare (art. 2808 c.c.).

Infine, il divieto di azioni esecutive sui beni in fondo patrimoniale opera con riguardo sia ai crediti (estranei ai bisogni della famiglia) sorti in epoca successiva alla sua costituzione, sia ai crediti anteriori all’atto costitutivo[5].

           

3.- Presupposti applicativi del divieto: opponibilità formale e sostanziale. Nozione di bisogni della famiglia; attività lavorativa dei coniugi.

Il vincolo di inespropriabilità in esame deve essere contemperato con l’esigenza di tutela dell’affidamento dei creditori.

Pertanto, sul piano della ripartizione dell’onere probatorio, la prova dei presupposti di applicabilità dell’art. 170 c.c. grava sul debitore in opposizione che invochi il regime di impignorabilità del bene costituito in fondo patrimoniale.

In particolare, il debitore, per “sacrificare” le ragioni del creditore, ha l’onere di dimostrare:

  1. a) la regolare costituzione del fondo e la sua formale opponibilità al creditore procedente, ossia che il fondo sia stato regolarmente annotato nei registri dello stato civile ex 162 c.c., per l’opponibilità ai terzi, e trascritto nei registri immobiliari ex art. 2647 c.c., con mera funzione di pubblicità notizia[6] (opponibilità formale);
  2. b) la contrazione del debito verso il pignorante per scopi estranei ai bisogni della famiglia (la impignorabilità presuppone la non inerenza del debito alle esigenze familiari) e la consapevolezza in capo al creditore di tale “estraneità”, al momento del perfezionamento dell’atto da cui deriva l’obbligazione (opponibilità sostanziale, rispettivamente oggettiva e soggettiva).

Non pone peculiari profili problematici (almeno sul piano dell’enunciazione delle coordinate di principio, e salvo dunque il riscontro casistico) la prova dell’elemento sostanziale soggettivo, che può essere fornita anche mediante presunzioni semplici (da ultimo, Cass., n. 2904/2021, cit.).

Di contro, ben più approfondito esame merita l’elemento sostanziale oggettivo, per cui è indispensabile perimetrare la categoria delle esigenze familiari.

Per la giurisprudenza costante, posto che la riconducibilità dei beni alle esigenze del nucleo costituisce accertamento di fatto, istituzionalmente rimesso al giudice di merito (Cass. n. 12730/2007), il criterio identificativo dei debiti per i quali può avere luogo l’esecuzione va ricercato non già nella natura - ex contractu o ex delicto - dell’obbligazione, ma nella relazione esistente tra il fatto generatore di essa e i bisogni della famiglia, di modo che l’esecuzione sui beni del fondo può avere luogo qualora la fonte e la ragione del rapporto obbligatorio abbiano inerenza diretta e immediata con i bisogni della famiglia[7].

Costituisce pertanto jus receptum il principio per cui le esigenze familiari devono intendersi non in meramente oggettivo, ma comprensive anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari (Cass., nn. 4011/2013, 21800/2016 e 5017/2020).

Del pari, i bisogni del nucleo non devono essere intesi in senso restrittivo, ricomprendendovi, con progressiva estensione pretoria, anche le “esigenze volte al pieno mantenimento e all’armonico sviluppo della famiglia nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, con esclusione solo delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi” (Cass., nn. 134/1984; 5684/2006; con riguardo alle obbligazioni caratterizzate da intenti speculativi, le stesse sono idonee a rientrarvi solo ove “poste in essere al fine di impedire un danno sicuro al nucleo familiare”: Cass., n. 15862/2009).

In estrema sintesi, va verificato se il rapporto sia o meno teso a un miglioramento del tenore di vita e del benessere psico-fisico della compagine familiare (v. anche Trib. Reggio Emilia, ord. 14/06/2011).

E’ dunque evidente la tendenza pretoria a fornire un’interpretazione ampia della categoria dei bisogni della famiglia, corrispondentemente riducendo la portata del divieto di cui all’art. 170 c.c., proprio in quanto deroga alla regola della piena responsabilità patrimoniale ex art. 2740 c.c.

Assai delicata è poi la questione dei debiti contratti nell’ambito dell’attività lavorativa di uno dei coniugi.

A decorrere essenzialmente da Cass., n. 134/1984, è stato ammesso che anche dall’attività lavorativa (seppure non realizzata mediante la gestione o la valorizzazione dei beni in fondo) possono scaturire obbligazioni dirette a soddisfare i bisogni della famiglia, rivolgendosi siffatta attività all’armonico sviluppo della comunità familiare, oltre che al suo sostentamento essenziale.

Successivamente, si è preteso che, per essere consentita l’aggressione esecutiva dei beni in fondo, “la fonte e la ragione del rapporto obbligatorio abbiano inerenza diretta e immediata con i bisogni della famiglia”, desumibile da una valutazione in concreto dell’assetto familiare e dell’attività lavorativa da cui è originato il debito (Cass., n. 12998/2006).

In questa scia, efficacemente la menzionata sentenza del Tribunale di Lecce n. 2564/2012 osserva che “un’obbligazione che sorge nel corso dell’attività lavorativa non può non avere una connessione immediata e diretta con l’oggetto della stessa attività. Solo indirettamente, invece, può essere collegata al soddisfacimento dei bisogni della famiglia, e cioè nei limiti in cui il lavoro è preordinato a realizzare proventi da destinare alle esigenze familiari”.

Il che impone la imprescindibile verifica nel caso concreto, considerando il complessivo patrimonio familiare, destinato al relativo sostentamento e/o benessere, nonchè la sua capienza ai fini predetti.

Dalla normativa costituzionale (artt. 2 e 29 della Grundnorm) e codicistica (artt. 143 e 144 c.c.) è possibile ricavare il principio per cui i redditi derivanti dal lavoro dei coniugi non sono destinati alla famiglia solo in via residuale ma, anzi, in via principale (in ossequio al principio di proporzionalità contenuto nell’art. 143, comma 3, c.c.), seppure non sia possibile riferire direttamente e immediatamente alle esigenze familiari i debiti assunti nell’attività professionale o imprenditoriale del membro della famiglia (poiché la stessa attiene, in via immediata e diretta, soltanto all’attività stessa), ma di conseguenza solo in via mediata.

Sulla scorta del dato positivo, in chiave costituzionalmente orientata, e dell’esegesi teleologica dell’istituto, l’approdo giurisprudenziale maggioritario arriva pertanto a individuare una vera e propria presunzione di inerenza (mediata) dei debiti lavorativi alle esigenze familiari[8]; presunzione che tuttavia, si vedrà, appare non correttamente valutata nelle conclusioni di cui a Cass., n. 2904/2021.

Nella giurisprudenza di merito adesiva merita menzione, anteriormente a Cass., n. 2904/2021, Trib. Bari, ord. 24/04/2019 e, successivamente a Cass., n. 2904/2021, Trib. Palermo, ord. collegiale 06/08/2021. 

Emerge chiara la tendenza della giurisprudenza di merito alla verifica nel caso concreto, senza alcun automatismo in materia, risultando rilevante, ai fini in esame, l’allegazione e dimostrazione da parte dell’opponente di un eventuale svolgimento di altre attività produttive di redditi potenzialmente destinabili ai bisogni della famiglia, nonché idonei al dignitoso mantenimento dello stessa.

 

            4.- Il superamento dell’aporia applicativa contenuta in Cass., 08/02/2021, n. 2904.

Nel descritto contesto normativo e interpretativo, il Tribunale aversano si discosta consapevolmente dal recente approdo giurisprudenziale (Cass., 08/02/2021, n. 2904, cit.) che, statuendo una presunzione di inerenza dei debiti lavorativi all’attività di impresa, sembra essersi posto “in continuità più predicata che praticata” con la precedente giurisprudenza (di legittimità e di merito).

Come osservato, gli elementi di maggiore divergenza tra le due pronunce si riscontrano nell’interpretazione dei criteri di valutazione del materiale probatorio attinenti alla (non) inerenza del debito al soddisfacimento dei bisogni della famiglia, e segnatamente nello statuto della presunzione di inerenza dei debiti lavorativi, interpretata quale “inerenza ai bisogni della famiglia” nell’ordinanza in commento e quale “inerenza all’attività d’impresa” nella richiamata pronuncia di legittimità.

Ebbene, la giurisprudenza già in passato aveva rilevato che nel corso dell’attività lavorativa e/o imprenditoriale di uno dei coniugi potessero nascere debiti connotati da causa familiae, fermo restando che l’inerenza ai bisogni della famiglia non è mai immediata, bensì mediata, poiché solo gli utili possono essere reimpiegati per l’acquisto di beni o servizi nell’interesse della famiglia (Cass. n. 15862/2009; Trib. Lecce 24/08/2012, n. 2564).

Inoltre, l’inciso di cui a Cass., n. 2904/2021 per cui “risponde invero a nozione di comune esperienza che le obbligazioni assunte nell’esercizio dell’attività d’impresa o professionale abbiano uno scopo normalmente estraneo ai bisogni della famiglia” risulta alquanto discutibile e frutto di lettura “monca” del dato e dello “spirito” normativo e pretorio, potendosi ritenere, al contrario, che lo scopo dell’attività lavorativa sia, in base all’id quod plerumque accidit (e arg. ex art. 143, comma 3, c.c.), proprio il sostentamento del nucleo, sebbene con vincolo di inerenza non diretto ma mediato.

Detto altrimenti, l’interpretazione del requisito dell’inerenza, offerta dalla Suprema Corte, non sembra considerare adeguatamente il motivo principale che ha indotto la giurisprudenza, progressivamente, ad attribuire la causa familiae anche ai debiti contratti nel corso dell’attività lavorativa, in considerazione del dovere normativo di entrambi i coniugi di contribuire ai bisogni della propria famiglia, in relazione alle proprie sostanze; e se tutti e due i coniugi sono tenuti, in pari misura, al concorso nel contributo al ménage familiare, non si comprende come le obbligazioni assunte nell’esercizio dell’attività d’impresa di uno dei due possano avere, in via presuntiva, uno scopo estraneo ai bisogni della famiglia (in assenza di diverso accordo ex art. 144 c.c.).

Già sotto tali, concorrenti, profili, l’ordinanza in commento merita di essere salutata con favore.

Ma non solo. Stride con l’intero impianto sistematico e pretorio l’affermazione di cui a Cass., n. 2904/2021 per cui richiedere al debitore un onere di “prova od allegazione su di una qualche diversa fonte di sostentamento della famiglia” costituisca onere “dai giudici di merito indebitamente e del tutto immotivatamente imposto…privo invero di fondamento alcuno, con conseguente violazione pertanto (anche) della regola di ripartizione dell’onere della prova ex art. 2697 c.c.”.

Invero, stante la regola generale dettata dall’art. 2740 c.c., secondo cui il debitore risponde con tutto il suo patrimonio, spetta allo stesso debitore - che afferma che alcuni cespiti sono sottratti alla garanzia patrimoniale perché costituiti in fondo patrimoniale - dar prova dei propri assunti, in applicazione del generale principio onus probandi incumbit ei qui dicit[9].

Un terzo aspetto merita di essere considerato: si tratta dell’avere messo in luce - in punto di ubi consistam dell’onere probatorio della (non) inerenza ai bisogni della famiglia - la pericolosità (e strumentalizzabilità) di automatismi probatori in una materia governata dall’eccezionalità, alla luce dell’art. 2740 c.c..

Per vero, come attentamente rilevato dal giudice partenopeo, le innanzi ricostruite coordinate pretorie (par. 3) sono state, almeno in termini di enunciati di principio, interamente recepite anche dalla apparentemente innovativa pronuncia di legittimità; nondimeno, Cass., n. 2904/2021 non sembra fare buon governo delle predette linee esegetiche, rischiando di aprire la strada a un forse involontario revirement giurisprudenziale, nell’ottica di ingiustificata ultraprotezione del debitore a scapito della tutela del credito.

           

            5.- Considerazioni conclusive.

A parere di chi scrive, Cass., n. 2904/2021 non è espressiva di un concreto e ponderato discostamento dalla giurisprudenza sul punto, ma sembra frutto, piuttosto, di un involontario disallineamento applicativo, presentando discrasia tra la enunciazione delle consolidate coordinate pretorie, pertinenti al caso in esame, e la effettiva interpretazione e specifica applicazione delle stesse.

A ben vedere, nella motivazione non è sviluppata una piena ed efficace critica alla precedente giurisprudenza di legittimità, e l’accoglimento dei motivi di ricorso sembra dovuto tanto a un (non condivisibile) riferimento alla causa concreta del contratto (di fidejussione) concluso dal coniuge-debitore, quanto alla omessa indicazione degli elementi di fatto sui quali il giudice del merito ha fondato la presunzione di inerenza.

Alla luce delle osservazioni che precedono, e considerato il successivo arresto di legittimità (Cass., 25/10/2021, n. 29983), la portata innovativa della Suprema Corte n. 2904/2021 può essere ridimensionata, trattandosi di ordinanza che non solo non capovolge, in astratto, i principi tradizionali, ma degli stessi non fa neppure logica e convincente applicazione concreta.

Di tali circostanze il Giudice aversano si mostra pienamente consapevole, ponendo la pronuncia di legittimità nella prospettiva di un arresto isolato (e per vero, forse finanche di un revirement, quantomeno meditato) non in grado di superare l’assunto, consolidato, secondo il quale, in presenza di un bene immobile confluito nel fondo patrimoniale, l’inerenza dell’attività lavorativa (svolta da uno dei coniugi) ai bisogni della famiglia è presunta, incombendo al debitore opponente l’onere di provare la sussistenza dei requisiti di operatività del divieto di cui all’art 170 c.c., e ciò a prescindere dal titolo dell’obbligazione che ha dato origine al credito azionato.

E infatti, successivamente, non solo la giurisprudenza di merito menzionata (aversana e palermitana), ma anche la giurisprudenza di legittimità, per il tramite di Cass., n. 29983/2021, “ritorna” sui consolidati binari ermeneutici e li applica congruamente (nella specie, respingendo la tesi del ricorrente per cui, in presenza di una fidejussione prestata dal ricorrente a garanzia di affidamenti ottenuti da società di cui era socio, sussistevano in re ipsa entrambi i presupposti della opponibilità del fondo patrimoniale - in particolare ritenendo dimostrata per definizione la prova dell’estraneità del debito ai bisogni della famiglia -).

A tale decisione il giudice aversano, in sede cautelare, ha motivatamente e convincentemente aderito, in scia rispetto ai precedenti conformi e al criterio dell’id quod plerumque accidit.

Di talchè, non può che sottolinearsi la “tenuta” teleologica e sistematica dell’orientamento tradizionale (nonché il suo respiro costituzionale), come accennato in premessa diretto a ostracizzare il fondo patrimoniale come “comodo” strumento sottrarsi al pagamento dei debiti; e ciò, anche sulla base dello stesso tenore testuale (ma non anche fedelmente applicativo) della critica decisione, che, si è detto, comunque incontestatamente ribadisce i principi pretori ripetutamente espressi in materia dalla Suprema Corte.

Appare quindi auspicabile il mantenimento degli assunti tradizionali - da cui discende la necessità di evitare qualsivoglia (pericoloso) automatismo probatorio - nella cui evoluzione la giurisprudenza ha cercato (con apprezzabili risultati) di rintracciare faticosamente un punto di equilibrio tra le esigenze di protezione della famiglia, cui è preposto il fondo, e la tutela delle ragioni creditorie, da considerarsi non ex se, ma anche quale extrema ratio espressivo-applicativa del principio di effettività della tutela giurisdizionale (artt. 24, 41, 47 e 111 Cost.).

 

6.- Riferimenti giurisprudenziali e bibliografici

Oltre alla giurisprudenza di merito e di legittimità menzionata in commento, per la ricostruzione e la ratio dell’istituto si rimanda a Fanticini, Il divieto di agire sui beni in fondo e un possibile equilibrio tra la tutela della famiglia e le ragioni dei creditori, in Giur. Merito, 2013, 4, 786.

 

[1] Nel caso di specie, la debitrice aveva presentato un’opposizione all’esecuzione ex art. 615, comma 2, c.p.c., allegando al ricorso istanza di sospensione ex art. 624 c.p.c. In sede cautelare, la ricorrente ha eccepito l’impignorabilità dei beni attinti dal creditore procedente in quanto conferiti in un fondo patrimoniale. A sostegno delle proprie pretese, la debitrice (garante in forza di contratto di fidejussione) ha dedotto, in particolare, che lo scopo dell’obbligazione contratta era da rinvenirsi nella ristrutturazione finanziaria della società-debitrice principale, del tutto estraneo (recte non inerente) ai bisogni della famiglia e quindi rientrante nell’ambito applicativo dell’art. 170 c.c. Nel costituirsi, il creditore procedente ha, di contro, evidenziato che l’obbligazione era stata contratta dalla ricorrente in concomitanza con l’attività d’impresa svolta dal coniuge nell’ambito della società (debitrice principale), con conseguente inerenza dell’attività ai bisogni della famiglia. La singolarità del percorso argomentativo della ricorrente si coglie nell’avere reputato assolto l’onere probatorio intorno all’esistenza dei presupposti operativi dell’art. 170 c.c. in forza della mera qualificazione giuridica della fattispecie contrattuale (fidejussione).

[2] Per l’affermazione del principio generale in punto di onere probatorio si vedano, ex multis: Cass., 05/03/2013, n. 5385; Cass., 19/02/2013, n. 4011; Cass., n. 07/02/2013, n. 2970.

[3] Cass., ord. 25/10/2021, n. 29983.

[4] Sul punto, si osserva che il fondo è caratterizzato, come si dirà infra, da vincolo reale di inalienabilità, derogabile per espressa volontà dei coniugi (a mente dell’art. 169 c.c.), e vincolo obbligatorio di destinazione dei beni del fondo ai bisogni familiari, invece inderogabile. Come condivisibilmente osservato dalla giurisprudenza di merito, il punto di equilibrio tra tutela della famiglia e ragioni creditorie appare sbilanciato a favore della famiglia, poiché i creditori devono sempre soggiacere al vincolo di destinazione, e quindi al soddisfacimento delle esigenze di natura familiare, senza possibilità di alcuna deroga convenzionale: in termini, Trib. Lecce, 24/08/2012, n. 2564.

[5] Per la giurisprudenza di merito, v. Trib. Lecce, 24/08/2012, n. 2564, cui si rinvia per la genesi e lo sviluppo, normativo e pretorio, dell’istituto; per la giurisprudenza di legittimità, Cass., n. 15862/2009, per cui è “irrilevante l’anteriorità o posteriorità del credito rispetto alla costituzione del fondo, atteso che il divieto di esecuzione forzata non è limitato ai soli crediti (estranei ai bisogni della famiglia) sorti successivamente alla sua costituzione, ma vale anche per i crediti sorti anteriormente”.

[6] Cass., nn. 21658/2009 e 27854/2013.

[7] Ex multis, cfr. Cass., nn. 8891/2003, 11230/2003, 12998/2006, 16176/2018; per Cass., n. 8881/2018 anche un debito di natura tributaria sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale può ritenersi contratto per soddisfare tale finalità.

[8] Cass., nn. 5684/2006; 1295/2012.

[9] Cfr. Cass. 15/03/2006, n. 5684 e, più recentemente, Cass. 28/09/2012, n. 16526, secondo la quale spetta all’opponente ex art. 615, comma 2, c.p.c. il compito di allegare (prima ancora di dimostrare) gli elementi sui quali si fonda la dedotta impignorabilità dei beni in fondo.

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