Riforma dell’esecuzione forzata: novità per creditori, debitori e mercato

Il contributo analizza le principali novità in arrivo nella materia esecutiva, scrutinandone i profili sistematici e le ricadute applicative

 Sommario

  1. Premessa.
  2. Tramonta la formula esecutiva.
  3. La ricerca con modalità telematica dei beni da pignorare e la sospensione del termine di efficacia del precetto durante la ricerca.
  4. Novità in tema di istanza di vendita e deposito della documentazione ipocatastale.
  5. L’ennesima modifica della disciplina della custodia.
  6. Ordine di liberazione. Un parziale ritorno al passato.
  7. La ridisegnata disciplina del reclamo avverso gli atti del professionista delegato.
  8. La vente (non) privé dell'immobile pignorato. I contenuti della delega.
    8.1. L’istanza del debitore.
    8.2. Aggiudicazione senza gara.
    8.3. L’opposizione dei creditori e la gara.
    8.4. Il trasferimento dell’immobile per atto negoziale.
    8.5. L’incerto destino dell’istituto.
  9. Aggiustamenti in tema di predisposizione, discussione ed approvazione del piano di riparto.
  10. Esecuzione forzata e normativa antiriciclaggio: norma senza sanzione?
  11. Ulteriori interventi di raccordo tra diritto vivente e norma.
  12. Dove va l'esecuzione forzata.

 

1. Premessa

Il 17 ottobre è stato pubblicato in gazzetta ufficiale il il d.lgs 10 ottobre 2022, n. 149, che si è incaricato di attuare la l. 26 novembre 2021, n. 206, recante " Delega al Governo per l'efficienza del processo civile e per la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie e misure urgenti di razionalizzazione dei procedimenti in materia di diritti delle persone e delle famiglie nonché in materia di esecuzione forzata".

Va subito anticipato, e lo si vedrà meglio analizzando le singole disposizioni, che il compito del legislatore delegato è stato, in relazione a taluni aspetti, tutt’altro che agevole.

Invero, se alcune norme della legge delega erano così specifiche e “piane” da richiedere poco più che un mero travaso nel corpo del decreto legislativo, altre – ed il riferimento corre, in primis, all’abrogazione della formula esecutiva – solo apparentemente anodine, si sono rivelate a dir poco insidiose, perché gravide di una profluvie di implicazioni all’interno delle maglie del codice, le quali hanno imposto plurimi interventi di raccordo; altre ancora, invece, indicavano una disciplina (si pensi alla vente privé) così decontestualizzata rispetto al tessuto codicistico che, ove tradotta pedissequamente, avrebbe rischiato di creare istituti inesorabilmente destinati a restare flatus vocis.

Anticipando la sintesi di un primo giudizio di questo ennesimo tentativo riformatore può dirsi che non si tratta certo di una riforma epocale, e pare calzante l’icastica osservazione, rivolta alla legge delega, secondo cui alcune disposizioni “parrebbero rivestire una funzione di prevalente conferma dell'esistente, in una chiave direi quasi "cosmetica"[1].

Per alcuni versi il legislatore delegato recepisce prassi vigenti nella maggior parte degli uffici giudiziari e già suggerite dalle linee giuda del CSM. Per altri, il tentativo è stato quello di gettare un fascio di luce rispetto a temi che hanno interrogato la dottrina e la giurisprudenza (lo si vedrà, ad esempio, a proposito dell'art. 591- ter c.p.c.). Vi sono disposizioni, invece, che si muovo nell’ottica di una accelerazione dei tempi dell'esecuzione, realizzata sia direttamente, tramite interventi su taluni termini processuali (è il caso, ad esempio, della sovrapposizione del termine per il deposito dell’istanza di vendita con quello per la produzione della documentazione ipocatastale), sia indirettamente: così è per il tentativo di razionalizzare la tormentata disciplina della custodia del compendio pignorato, interessata nel recente passato da taluni “svarioni”. Si introduce, infine, all’interno del nostro ordinamento, l’istituto delle vente privé, che dovrebbe consente al debitore di intervenire nel procedimento liquidatorio del compendio pignorato presentando egli stesso al giudice ed ai creditori un offerente, con esiti che solo la prassi potrà disvelare compiutamente.

 

2. Tramonta la formula esecutiva

La lett. a) del comma 12 dell’art. 1 della legge 206/2021, incaricava il legislatore delegato di abrogare la formula esecutiva e di disporre che per l’inizio dell’esecuzione forzata fosse sufficiente la copia conforme all’originale del titolo esecutivo.

L’attuazione di questa indicazione era tutt’altro che agevole. Invero, il rischio di preterizione era alto, poiché la formula esecutiva ricorre più volte nel codice, sicché è stato necessario registrare più norme.

In primo luogo, il legislatore delegato ha ritenuto di conservare, in qualche misura, il contenuto (non certo l’anacronistica sacralità[2]) della spedizione in forma esecutiva, aggiungendo all’art. 474 c.p.c. un ultimo comma, nel quale si ribadisce che il titolo (esecutivo) è messo in esecuzione da tutti gli ufficiali giudiziari che ne siano richiesti e da chiunque spetti, con l’assistenza del pubblico ministero e il concorso di tutti gli ufficiali della forza pubblica, quando ne siano legalmente richiesti. Si noti che, adattando il precetto all’attuale contesto normativo, il pubblico ministero non è più chiamato ad eseguire, ma ad assistere l’esecuzione.

La traduzione della delega ha imposto inoltre la riscrittura, anche nel titolo, dell’art. 475 c.p.c., ove oggi è previsto che i titoli esecutivi, per legittimare l’esecuzione forzata “devono essere formati in copia attestata conforme all’originale, salvo che la legge disponga altrimenti”, precisandosi che questo vale sia per la parte a favore della quale fu pronunciato il provvedimento o stipulata l'obbligazione, che per i suoi successori[3]. Il legislatore sembra dunque aver fatto propri quei rilievi dottrinari volti a distinguere le due attività che inscindibilmente davano vita all'istituto di cui all’art. 475 cpc, ossia la "spedizione" e la "apposizione della formula": la prima destinata a certificare l'esistenza del titolo e attestare la conformità della copia emessa all'originale; la seconda coincidente con l'apposizione del comando rivolto agli organi esecutivi[4].

La disposizione deve essere letta in uno con il nuovo testo dell’art. 153 disp. att. c.p.c., che non è più dedicato al “rilascio del titolo esecutivo”, ma alle modalità di rilascio della “Copia degli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale”, prevedendosi che, le copie degli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale devono essere munite “del sigillo del notaio o dell'ufficio al quale appartiene l'ufficiale pubblico”, il che esclude la possibilità che la parte, quando previsto, possa attestare la conformità di un titolo all’originale, al fine di procedere esecutivamente.

All’evidenza, questo cambio di paradigma ha imposto l’abrogazione dell’art. 476 c.p.c. poiché, venendo meno la spedizione in forma esecutiva del titolo, non aveva più ragion d’essere la disciplina del procedimento di rilascio delle altre copie in forma esecutiva.

Pure necessitata, in conseguenza dell’abrogazione della formula esecutiva, è stata la sistemazione dell’art. 476, nel quale si è dovuto prevedere che l’esecuzione deve essere preceduta, salvo che la legge non disponga diversamente, non già dalla notifica del titolo “in forma esecutiva”, bensì dalla notifica del titolo “in copia attestata conforme all’originale”.

Altra norma sulla quale è stato necessario intervenire è stato il secondo comma dell’art. 488. Invero, poiché il primo comma è stato modificato nel senso che il fascicolo dell’esecuzione sia tutto telematico, è preclusa alla parte la possibilità di depositare l’originale del titolo esecutivo. Ciò ha richiesto un rimaneggiamento dell’art. 488, comma secondo, c.p.c.., poiché in presenza di un fascicolo telematico, non aveva più senso la originaria previsione per cui si riconosceva al creditore la facoltà, previa autorizzazione del presidente del Tribunale o del giudice dell'esecuzione di depositare, in luogo dell'originale, una copia autentica del titolo esecutivo, fermo restando l’obbligo di depositare l’originale, qualora richiesto (anche in considerazione del fatto che vi sono in circolazione ancora molti titoli non in copia digitale).

La nuova disposizione, invece, obbliga il creditore “a presentare” (dunque, verosimilmente, quanto meno ad esibire) l’originale del titolo esecutivo o la copia autenticata dal cancelliere o dal notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge, ogni qualvolta il giudice ne faccia richiesta[5].

 

3. La ricerca con modalità telematica dei beni da pignorare e la sospensione del termine di efficacia del precetto durante la ricerca.

Con la previsione di cui alla lett. b) del 12° comma, il legislatore delegante indicava il percorso da seguire per sciogliere un nodo che si era posto nella prassi (ma non solo) in relazione al raccordo tra il termine di efficacia del precetto, stabilito in 90 giorni, e i tempi necessari al completamento del procedimento di ricerca dei beni pignorabili con modalità telematiche (cosa che rileva quasi esclusivamente in tema di pignoramento presso terzi), disciplinato dall'art. 492-bis c.p.c.

La norma, nella sua formulazione originaria, prevedeva che, " su istanza del creditore procedente", il Presidente del tribunale autorizzava la ricerca con modalità telematiche dei beni da pignorare. Se la ricerca si rivelava fruttuosa, l'ufficiale giudiziario provvedeva d'ufficio al pignoramento, nelle forme del pignoramento mobiliare o del pignoramento presso terzi, a seconda degli esiti dell'indagine.

Tra i molti interrogativi che la disposizione poneva[6] v’era quello di stabilire se, riferendosi la norma al creditore procedente, l'istituto in parola obbligasse alla previa attivazione di una procedura esecutiva, e se, in caso contrario, fosse necessaria quantomeno la preliminare notifica dell'atto di precetto.

A queste perplessità aveva posto rimedio l'art. 13, comma 1, lett. ff, n. 1, d.l. 27-6-2015, n. 83, convertito, con modificazioni dalla l. 6-8-2015, n. 132, espungendo il riferimento al creditore "procedente", e riconoscendo la legittimazione ad attivare il procedimento di ricerca dei beni da pignorare con modalità telematica al creditore che "ha diritto a procedere ad esecuzione forzata", id est il creditore munito di un valido titolo esecutivo[7].

Trovava altresì risposta l’aporia relativa al precetto, poiché il legislatore sanciva espressamente che la richiesta di autorizzazione alla ricerca tramite banche dati poteva essere proposta al Presidente del tribunale solo dopo la notificazione del precetto.

Sul tappeto rimaneva invece il rilevante problema pratico della decorrenza del termine di perenzione del precetto prima della conclusione del procedimento di ricerca dei beni. Invero, poiché a mente dell'art. 481 c.p.c. il precetto diviene inefficace se nel termine di novanta giorni dalla sua notificazione non è iniziata l'esecuzione, ci si chiedeva quali effetti producesse la perenzione del precetto intervenuta prima che l'ufficiale giudiziario procedesse al pignoramento dei beni eventualmente rinvenuti[8].

La legge delega, prendendo posizione sul punto, aveva previsto che la presentazione dell'istanza di cui all'art. 492 -bis c.p.c. sospendeva la decorrenza del termine di cui all'art. 481, 1° comma, che riprendeva a decorrere dalla conclusione delle operazioni previste dal 2° comma del medesimo art. 492 -bis, il che per il caso di pignoramento negativo avrebbe significato che il termine sarebbe ricominciato a decorrere a partire dalla redazione del verbale, redatto dall'ufficiale giudiziario, nel quale vengono indicate le banche dati consultate e le relative risultanze.

Sulla base di queste direttrici il legislatore ha compiuto plurimi interventi.

In primo luogo, pur in assenza di una espressa indicazioni in proposito, ha abrogato la previsione per cui la ricerca dei beni con modalità telematiche necessiti della previa autorizzazione del presidente del Tribunale, evidentemente considerandolo (ed a buon motivo) un soverchio aggravio procedurale sia per il creditore che per l’ufficio; in questo modo l’ufficiale giudiziario procederà sulla base della sola istanza del creditore munito di titolo e (valido) precetto, provvedendo egli stesso ad un controllo che nella sostanza è analogo a quello che svolge prima di procedere al pignoramento mobiliare.

In secondo luogo, ha previsto che la presentazione dell’istanza di ricerca all’ufficiale giudiziario sospende il termine dei novanta giorni di validità del precetto, e la sospensione perdurerà fino a quanto l’ufficiale giudiziario comunicherà di non aver eseguito le ricerche per mancanza dei presupposti, ovvero fino alla comunicazione del processo verbale di cui al quarto comma dell’art. 591-bis, vale a dire del processo verbale che l'ufficiale giudiziario redigerà, terminate le operazioni, indicando tutte le banche dati interrogate e le relative risultanze.

Infine l’art. 492-bis si completa di un ultimo comma nel quale si prevede che quando il termine di efficacia del precetto è stato sospeso per effetto della richiesta di ricerca di beni con modalità telematica inoltrata all’ufficiale giudiziario, il creditore, per offrire la prova che, decorso il termine di sospensione, il precetto non sia perento, dovrà depositare, nel termine previsto dagli art. 518, sesto comma, 543, quarto comma e 557, secondo comma, a pena di inefficacia del pignoramento, l’istanza di ricerca inoltrata all’ufficiale giudiziario, l’eventuale autorizzazione (o il provvedimento di rigetto) del presidente del Tribunale (ove il creditore abbia chiesto di procedere alla ricerca prima della notificazione del precetto ovvero prima che sia decorso il termine di cui all’articolo 482, se vi è pericolo nel ritardo), nonché la comunicazione del verbale di cui al precedente quarto comma, ovvero la comunicazione dell’ufficiale giudiziario di cui al primo comma.

È infine da segnalare che della intervenuta sospensione del termine di efficacia del precetto dovrà essere dato conto all’interno dell’atto di pignoramento, che quindi si arricchisce di un ennesimo contenuto. Invero, l’ottavo comma dell’art. 492 è stato riscritto, prevedendosi che quando l’efficacia del precetto è stata sospesa a norma dell’art. 492-bis, c.p.c. il pignoramento deve contenere l’indicazione: della data di deposito dell’istanza di ricerca telematica dei beni; dell’eventuale autorizzazione (o il rigetto) del presidente del Tribunale; della data di comunicazione del processo verbale redatto dall’ufficiale giudiziario.

 

4. Novità in tema di istanza di vendita e deposito della documentazione ipocatastale.

È stato abbastanza agevole, per il legislatore delegato, recepire la previsione, ispirata ad evidenti finalità acceleratorie, di cui alla la lett. c) del 12° comma dell’art. 1 l. 206/2021, la quale disponeva che il termine prescritto dal 2° comma dell'art. 567 c.p.c. per il deposito della documentazione ipocatastale, o del certificato notarile sostitutivo, avrebbe dovuto coincidere con il termine per il deposito dell'istanza di vendita previsto dal l'art. 497 c.p.c. Attuando questa indicazione, il nuovo testo dell’art. 567, comma secondo c.p.c., non prevede più che la documentazione ipocatastale debba essere depositata nel termine di 60 giorni dall'istanza di vendita, ma dispone che si debba provvedere entro il termine (45 giorni) di efficacia del pignoramento, e dunque entro lo stesso termine in cui, a norma dell'articolo 497, deve essere formulata all'istanza di vendita.

Verosimilmente questo significherà, in concreto, che con un solo deposito telematico il creditore dovrà richiedere la vendita, ed allegare ad essa la documentazione ipocatastale o la certificazione notarile sostitutiva.

A cascata, la modifica appena indicata ha richiesto di emendare il secondo comma dell'articolo 567 dove oggi si dispone che il termine per il deposito della documentazione ipocatastale può essere prorogato non più di 60 giorni, ma di soli 45 giorni. A questo proposito va osservato che, ove il creditore mediti di chiedere siffatta proroga, dovrà farlo prima della scadenza del termine per il deposito dell'istanza di vendita, poiché la scadenza di questo termine coincide con la scadenza del termine per il deposito della documentazione ipocatastale.

È difficile dire se queste previsioni ridurranno davvero i tempi del processo, noto essendo quanto le norme debbano fare i conti con la “dura lezione della pratica[9]”. Certamente, con l'introduzione di questa modifica potrebbe accadere che si ridurranno i tempi di cui normalmente il debitore dispone per reperire le risorse necessarie a richiedere la conversione del pignoramento, se essa provocherà, a cascata, l’anticipazione dell'udienza di cui all'art. 569 c.p.c. (il che, evidentemente, non è detto, poiché la data dell’udienza di comparizione delle parti dipende in larga misura dal carico di lavoro del giudice dell'esecuzione), la qualcosa, paradossalmente, potrebbe addirittura costituire intralcio alla definizione del procedimento esecutivo (cui alle volte si assiste) senza lo spargimento di sangue provocato dalla vendita coattiva del bene pignorato.

 

5. L’ennesima modifica della disciplina della custodia

Com’è orami tradizione di ogni intervento normativo che si occupi di esecuzione forzata, anche quello qui analizzato contiene disposizioni che interessano di custodia.

La delega demandava al legislatore delegato di anticipare i tempi di sostituzione del debitore nella custodia dell'immobile, prevedendo che ciò dovesse avvenire, entro quindici giorni dal deposito della documentazione ipocatastale, contemporaneamente alla nomina dell'esperto stimatore.

L’indicazione non costituiva un novum nella prassi degli uffici, trattandosi di un modello procedimentale già diffusamente utilizzato, e cristallizzato nella delibera 11-11-2017 del Consiglio Superiore della Magistratura, recante, " Buone prassi nel settore delle esecuzioni immobiliari - linee guida", dove si era condivisibilmente osservato che " detta opzione operativa si mostra, in rapporto alle alternative praticabili, idonea a produrre il miglior rapporto tra risultati ottenuti e mezzi impiegati, posto che ad un incremento limitato di costi (per i compensi del custode ausiliario per il quale si accelera la assegnazione dell'incarico) fa da contraltare la maggior fluidità impressa alla procedura, nella quale si isolano a monte le possibili criticità e si predispone la strada per le successive fasi".

La delega è stata recepita attraverso una completa riscrittura degli artt. 559 e 560 c.p.c.

Lart. 559, dopo aver ribadito (al primo comma) che con il pignoramento il debitore è costituito ex lege custode del compendio pignorato, introduce al comma 2 l’obbligatorietà della nomina di un custode giudiziario in luogo del debitore, contestualmente alla nomina dello stimatore. La disposizione, come si vede, anticipa i tempi di sostituzione del custode. Invero, la previgente lettera del secondo comma dell’art. 559 c.p.c. prevedeva che, prima della vendita, alla sostituzione del debitore nella custodia si provvedesse quando: vi fosse istanza del creditore pignorante o di un creditore intervenuto; l'immobile non fosse occupato dal debitore; il debitore custode non osservava gli obblighi su di lui incombenti.

Un ulteriore elemento di novità viene inoltre rappresentato dal fatto che, a differenza del vecchio ordito normativo, che nulla diceva a proposito della individuazione del soggetto cui conferire l’incarico custodiale in caso di sostituzione anticipata rispetto al momento della pronuncia dell’ordinanza di vendita, la riforma prescrive che le funzioni di custode siano affidate ad un soggetto iscritto nell’elenco dei professionisti delegati, oppure all’IVG.

La nuova disposizione dell’art. 559 prevede poi, in ossequio alle direttrici rinvenienti dalla legge delega, che alla sostituzione del debitore custode non sia dato corso quando " la custodia non abbia alcuna utilità ai fini della conservazione o amministrazione del bene ovvero per la vendita".

Questa locuzione non è molto diversa dal sintagma che si leggeva nel previgente art. 559, 4° comma, c.p.c., il quale statuiva che il giudice poteva evitare di sostituire il debitore nella custodia quando " per la particolare natura" dei beni " ritenga che la sostituzione non abbia utilità". Infatti, ieri come oggi, l’opportunità di procedere o meno alla sostituzione del debitore nella custodia dovrà essere scrutinata in funzione della utilità, ai fini della migliore collocazione del cespite sul mercato, di una attività di conservazione ed amministrazione del cespite medesimo.

Un elemento di novità va tuttavia colto nel dato per cui oggi l'utilità di una custodia giudiziale sia sondata non solo in funzione della conservazione, ma anche del subprocedimento di vendita: si consideri, ad esempio, che anche un bene che non necessita di conservazione o amministrazione potrebbe, cionondimeno, richiedere l'investitura di un custode diverso dal debitore, in ragione della necessità di assicurare il diritto di visita dello stesso.

L’anticipata sostituzione del custode è anche ancillare all’attuazione della previsione del nuovo terzo comma dell’art. 559, il quale lo incarica di collaborare con lo stimatore (contestualmente al quale è nominato) al controllo della completezza della documentazione ipocatastale, redigendo apposita relazione informativa nel termine fissato dal giudice dell’esecuzione.

Anche qui riecheggia il contenuto della richiamata delibera del CSM, che muovendo dal presupposto per cui tra i compiti che l'art. 173 -bis, 2° comma, disp. att. c.p.c. assegna all'esperto v'è anche quello di controllare la completezza dei documenti di cui all'art. 567, 2° comma, c.p.c., aveva predicato l'opportunità di " un supporto convergente di professionalità distinte: l'una - quella dello stimatore - maggiormente avvezza ai risvolti dell'inventariazione, della classificazione e della descrizione estimativa, censuaria, planimetrica dei beni; l'altra - quella del custode (che sia un soggetto formatosi anche sulle discipline giuridiche) - addestrata a cogliere le implicazioni legali salienti della connotazione catastale e urbanistica dei beni e dei diritti che prima facie vi insistano. Il controllo della documentazione appare dunque più esauriente nella misura in cui stimatore e custode sommino i rispettivi angoli di visuale nella prospettiva di una verifica coordinata e simultanea".

L’art. 559 comma tre dissipa peraltro alcune incertezze che rampollavano dalla lettura della legge delega, la quale non indicava le modalità attraverso cui dovesse declinarsi la collaborazione del custode con l’esperto[10]. Essa, invero, prevede che tale attività si sostanzi in una apposita relazione informativa da redigersi nel termine assegnato dal GE.

 

6. Ordine di liberazione. Un parziale ritorno al passato

Assai significativo è il paniere di interventi che interessano la travagliata disciplina dell’ordine di liberazione.

La lett. f), 12° comma prescriveva al legislatore delegato di " prevedere che il giudice dell'esecuzione ordina la liberazione dell'immobile pignorato non abitato dall'esecutato e dal suo nucleo familiare ovvero occupato da soggetto privo di titolo opponibile alla procedura, al più tardi nel momento in cui pronuncia l'ordinanza con cui è autorizzata la vendita o sono delegate le relative operazioni e che ordina la liberazione dell'immobile abitato dall'esecutato convivente col nucleo familiare al momento in cui pronuncia il decreto di trasferimento, ferma restando comunque la possibilità di disporre anticipatamente la liberazione nei casi di impedimento alle attività degli ausiliari del giudice, di ostacolo del diritto di visita di potenziali acquirenti, di omessa manutenzione del cespite in uno stato di buona conservazione o di violazione degli altri obblighi che la legge pone a carico dell'esecutato o degli occupanti". La successiva lett. h) aggiungeva poi, con una evidente nostalgia per la disciplina del 2016[11], che avrebbe dovuto essere il custode ad attuare il provvedimento di liberazione dell'immobile pignorato, secondo le disposizioni del giudice dell'esecuzione immobiliare, senza l'osservanza delle formalità di cui agli artt. 605 ss. c.p.c., anche successivamente alla pronuncia del decreto di trasferimento, nell'interesse dell'aggiudicatario o dell'assegnatario, se questi non lo avessero esentato.

Le direttive della legge delega sono state recepite attraverso la integrale riscrittura dell’art. 560 c.p.c, che trasuda il tentativo del legislatore di ridisegnare organicamente la disciplina dell'ordine di liberazione, superando gli incagli di cui il tessuto codicistico oggi soffre[12].

E così, dopo aver ribadito che sia il debitore che il custode giudiziario debbono rendere il conto a norma dell’articolo 593 si riafferma, superandosi l’incertezza che derivava dal testo riscritto con la l. n. 12 del 11 febbraio 2019, che il divieto di stipulare locazioni in assenza di autorizzazione del giudice dell’esecuzione, riguarda non solo il custode, ma anche il debitore[13].

Viene affermata, con forza, la chiara la voluntas legis di imporre l'anticipata liberazione dell’immobile[14] non abitato dal debitore e dal suo nucleo familiare nel momento in cui si pronuncia l’ordinanza di vendita.

Allo stesso modo, non sembra più discutibile il fatto che la pronuncia del decreto di trasferimento non necrotizza il potere/dovere giudiziale di adozione dell'ordine di liberazione, che deve essere pronunciato, in caso di immobile abitato dal debitore, contestualmente al decreto di trasferimento. Ciò implicitamente conferma che alla procedura esecutiva sia ascrivibile una obbligazione di consegna dell'immobile venduto, negli stessi termini in cui l'art. 1476 c.c. confeziona questo obbligo in capo al venditore[15].

Pure affrontato, e risolto in modo del tutto condivisibile, è il problema delle modalità attuative dell'ordine di liberazione, a proposito della quale la legge delega ed il legislatore delegato tornano alla positiva esperienza maturata con la riscrittura dell'art. 560 avvenuta nel 2016

Sul punto, si riafferma preliminarmente la doverosità della liberazione a prescindere dalla richiesta dell'aggiudicatario, legittimato tuttavia a rinunciarvi, indipendentemente dalla pronuncia del decreto di trasferimento, che dunque non interrompe le funzioni custodiali. La soluzione immaginata si lascia apprezzare in ragione del fatto che la consegna dell'immobile è garanzia di affidabilità della vendita, e sul piano normativo si giustifica in forza della previsione di cui al citato art. 1476 c.c. che impone al venditore un obbligo di consegna del bene. Coerente con questo assunto, peraltro, è la specificazione per cui la liberazione dell’immobile deve avvenire senza oneri per l’aggiudicatario.

All’attuazione dell’ordine di liberazione provvederà dunque il custode, in seno alla procedura esecutiva immobiliare (e dunque senza la necessità di munirsi del ministero di un difensore e senza l’onere della previa notifica del titolo esecutivo e del precetto) anche successivamente alla pronuncia del decreto di trasferimento, eventualmente avvalendosi della forza pubblica o di altri ausiliari, previa autorizzazione del giudice dell’esecuzione.

Meglio individuato risulta anche il perimetro dei doveri cui è tenuto l’esecutato che abita l’immobile.

Invero, oltre a ribadirsi che l’esecutato dive: assicurare l’esercizio del diritto di visita, secondo le disposizioni del giudice dell’esecuzione, tutelare e mantenere adeguatamente l’immobile in uno stato di buona conservazione ed osservare gli altri obblighi che la legge pone a suo carico, la norma chiarisce (ma si tratta di approdo cui la prassi era già arrivata per via esegetica) che non devono essere ostacolate le attività degli "ausiliari" del giudice, tra i quali va certamente annoverato anche l'esperto stimatore. In definitiva, si cristallizza non solo un obbligo di non frapporre ostacoli al fluido divenire della procedura sin dalle sue battute iniziali, ma anche un dovere di collaborazione attiva.

Correlativamente, secondo le indicazioni che provenivano dalle migliori prassi, si positivizza il dovere per il custode giudiziario “di vigilare affinché il debitore e il nucleo familiare conservino il bene pignorato con la diligenza del buon padre di famiglia e ne mantengano e tutelino l’integrità”.

Opportunamente il legislatore risolve il tema, assai discusso, relativo alla possibilità di riconoscere tutela rafforzata all’esecutato che abiti da solo l’immobile.

A sostegno della tesi restrittiva si affermava[16] che la possibilità di adottare anticipatamente l'ordine di liberazione per il debitore single o per la famiglia che non abitasse l’immobile assieme al debitore si ricaverebbe dalla considerazione che, reiteratamente, il legislatore utilizzava la congiunzione "e", per cui non vi sarebbero margini per una interpretazione diversa da quella che individui la ratio legis nella tutela della famiglia.

Opposta opinione veniva sostenuta da coloro i quali ritenevano che una siffatta ricostruzione avrebbe reso la previsione irragionevole[17], aggiungendosi da parte di altri che la permanenza all'interno dell'abitazione doveva essere garantita anche quando fosse sopraggiunto, nel corso dell'esecuzione, un provvedimento di assegnazione della casa coniugale al coniuge del debitore, con contestuale allontanamento di quest'ultimo[18].

Consapevole di questo dibattito il legislatore delegato, sul presupposto per cui l’interesse privatistico del debitore all’abitazione ha natura di vero e proprio diritto fondamentale, come tale idoneo a comprimere (seppur in maniera temporanea) il pieno esercizio della tutela esecutiva poiché concorre a formare “i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione” (così Corte Cost. n. 128/2021) ha scelto di attribuire il beneficio in parola anche al debitore single: ciò è avvenuto non recependo la locuzione “convivente” adoperata dal legislatore delegante, sicché è oggi possibile riconoscere la permanenza sino al trasferimento (anche) al debitore che occupi da solo l’immobile.

Pur nel ridisegnato assetto, restano tuttavia alcuni coni d’ombra.

Non è chiara, ad esempio, la nozione di abitazione, a proposito della quale è destinato a riproporsi il dibattito sollevato dalla previgente normativa.

In particolare, resta aperto il problema di individuare quali immobili rientrano nella disciplina del divieto di liberazione anticipata. A questo proposito, taluni ritengono che il divieto concerna i soli cespiti destinati ad uso abitativo, per identificare i quali si dovrebbe avere riguardo esclusivamente alla loro destinazione catastale, essendo giuridicamente irrilevante il concreto utilizzo del bene fatto dall'esecutato[19].

In termini dubitativi si pone invece l'opinione di chi, per contro, distingue tra la situazione di un immobile la cui destinazione sia diversa da quella abitativa, che determinerebbe l'insussistenza del diritto dell'esecutato ad abitarlo, da quella in cui si è in presenza di abusi sanabili, nel qual caso l'ostacolo ad abitare sarebbe solo di carattere formale[20].

Altri sostengono che, accanto all'elemento formale, occorre considerare la situazione di fatto. Ciò in ragione dell'obiettivo perseguito dall'impianto complessivo della norma, che è quello di accordare tutela ad debitore che abiti l'immobile, non già a determinate categorie di cespiti, con la conseguenza per cui, a prescindere dalla destinazione catastale, un immobile che sia qualificabile come abitazione (ed a tal fine le indicazioni che rinvengono dalla perizia di stima sono fondamentali) e che di fatto sia abitato dal debitore (e dal suo nucleo familiare) non può essere oggetto dell'ordine di liberazione[21].

A questa osservazione potrebbe replicarsi che in questo modo si legittimerebbero abusi. Sennonché, se si sostiene questo, dovrebbe dirsi che l'ordine di liberazione va adottato anche quando il debitore abita, ad esempio, un immobile accatastato come abitazione, in cui però sono stati commessi illeciti edilizi. Inoltre, questa affermazione collide con il principio per cui la qualificazione catastale identifica una situazione di fatto a prescindere dalla regolarità urbanistico edilizia della stessa, per cui se accatasto un immobile nella categoria "D", nulla impedisce all'Agenzia del Territorio di eseguire un accertamento e di assegnare al cespite una classificazione catastale diversa da quella dichiarata[22].

In secondo luogo avrebbero potuto meglio essere precisati quali sono gli "altri" obblighi del debitore, la cui violazione implica la pronuncia dell'ordine di liberazione, posto che non tutte le prescrizioni che la legge impone all'esecutato sono funzionali alla buona conservazione e manutenzione del bene pignorato.

Infine (ma questo, ad onor del vero, avrebbe comportato un deragliamento dai binari della legge delega), si sarebbe potuta cogliere l'occasione per disciplinare compiutamente le modalità di visita dell'immobile, per delineare le forme di tutela dei terzi occupanti, per dipanare la controversa dinamica del riparto di legittimazione, tra esecutato e custode, alla partecipazione alle assemblee condominiali, per garantire, attraverso specifici presidi normativi, il constante aggiornamento degli oneri condominiali di cui l'acquirente risponde in solido con il venditore a norma dell'art. 63 disp. att. c.c.

 

7. La ridisegnata disciplina del reclamo avverso gli atti del professionista delegato. 

La legge delega (art. 1, 12° comma, lett. l) pronosticava la sostanziale riscrittura della disciplina del reclamo avverso gli atti del professionista delegato contenuta nell’art. 591-ter c.p.c.. In essa, infatti, si indicavano due previsioni: quella di “un termine di venti giorni per la proposizione del reclamo al giudice dell'esecuzione avverso l'atto del professionista delegato ai sensi dell'articolo 591-ter del codice di procedura civile”; quella per cui l'ordinanza con cui il giudice dell'esecuzione decide il reclamo avrebbe dovuto essere impugnata con l'opposizione di cui all'articolo 617 c.p.c.

E così, il nuovo art. 591-ter c.p.c. dopo aver confermato che “quando, nel corso delle operazioni di vendita, insorgono difficoltà, il professionista delegato può rivolgersi al giudice dell'esecuzione, il quale provvede con decreto”, aggiunge che le parti possono reclamare dinanzi al giudice dell’esecuzione gli atti del delegato nel termine di 20 giorni decorrenti dal compimento dell’atto o dalla sua conoscenza.

Infine, si prevede che contro il provvedimento adottato del giudice dell’esecuzione adito in sede di reclamo è esperibile il rimedio di cui all’art. 617 c.p.c.

Il nuovo tessuto dell’art. 591-ter c.p.c. pone rimedio a vari problemi affrontati dalla dottrina e dalla giurisprudenza.

Un primo dubbio derivava dal fatto che mancava, nell’originaria previsione dell’art. 591-ter c.p.c., la indicazione di un termine per il reclamo[23].

Sulla questione si era espressa anche la Corte di cassazione con la sentenza 18-4-2011, n. 8864, stabilendo: che gli atti del professionista delegato erano reclamabili fino a quando essi non avessero avuto materiale esecuzione; che al reclamo di cui all'art. 591- ter c.p.c. si affiancava il rimedio dell'opposizione agli atti esecutivi esperibile avverso il decreto di trasferimento, nel quale si riversavano i vizi degli atti compiuti dal professionista delegato.

In questo scenario è dunque intervenuta prima la legge delega, fissando il termine finale di 20 giorni per la proposizione del reclamo, e poi il legislatore delegato, il quale si è premurato di individuare altresì il dies a quo di questo termine (che nella legge delega non era indicato), fissandolo nella esecuzione dell’atto o nella sua conoscenza. Ciò, con l'ulteriore conseguenza per cui, quando il reclamo sia proposto oltre il termine di venti giorni decorrenti dal compimento dell'atto, sarà onere del reclamante dimostrare, analogamente a quanto accade in materia di opposizione agli atti esecutivi[24], il momento in cui ha avuto conoscenza dell'atto.

La disciplina del reclamo avverso i provvedimenti del professionista delegato viene novellata anche per un altro significativo aspetto, poiché mentre fino ad oggi l’art. 591-ter c.p.c. indicava quale rimedio praticabile avverso il provvedimento del giudice che decide sul reclamo quello di cui all'art. 669- terdecies c.p.c., la riforma sostituisce ad esso il presidio della opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c.

Si tratta di un cambio di rotta che ridefinisce la fisionomia dell'istituto, poiché incide indirettamente sulla stabilità degli atti del professionista e sulla portata dell'ordinanza con la quale il giudice dell'esecuzione si pronuncia sul reclamo.

Invero, la natura dei provvedimenti adottati dal giudice dell'esecuzione, o dal collegio a norma dell'art. 591-ter c.p.c., era assai controversa, dubbio essendo il loro carattere di decisorietà ed idoneità a costituire cosa giudicata. Si trattava di interrogativi la cui risposta implicava conseguenze di non poco momento, atteso che da essi derivava: la possibilità o meno di impugnare quei provvedimento con ricorso per cassazione ex art. 111, 7° comma, Cost.; la capacità del provvedimento adottato in sede di reclamo di vincolare il giudice dell'esecuzione; la possibilità di impugnare con il rimedio dell'opposizione agli atti esecutivi il decreto di trasferimento nel quale si siano trasfusi i vizi di atti compiuti dal delegato.

Lo stato dell'arte prima delle modifiche in commento era quello indicato da Cass. civ., Sez. III, 9/05/2019, n. 12238[25], la quale aveva affermato i seguenti principi di diritto: a) tutti gli atti del professionista delegato sono reclamabili dinanzi al giudice dell'esecuzione ai sensi dell'art. 591- ter c.p.c.; b) gli atti coi quali il giudice dell'esecuzione dia istruzioni al professionista delegato o decida sul reclamo avverso gli atti di questi hanno contenuto meramente ordinatorio e non vincolano il giudice dell'esecuzione nell'adozione dei successivi provvedimenti della procedura; c) il reclamo al collegio avverso gli atti suddetti del giudice dell'esecuzione mette capo ad un provvedimento che non ha natura decisoria e non è suscettibile di passare in giudicato; d) eventuali nullità verificatesi nel corso delle operazioni delegate al professionista, e non rilevate nel procedimento di reclamo ex art. 591- ter c.p.c., potranno essere fatte valere impugnando ai sensi dell'art. 617 c.p.c.

A queste conclusioni il giudice nomofilattico era giunto osservando che lo scopo del subprocedimento, incidentale, del reclamo, per il modo in cui era disciplinato, non poteva che essere ordinatorio e non decisorio, poiché aveva la (sola) funzione di evitare e risolvere problemi pratici o superare le perplessità del professionista delegato, non già quella di risolvere, con efficacia di giudicato, questioni di diritto. Ciò si ricavava: da un lato dalla collocazione della norma (inserita nel paragrafo dedicato alla delega delle operazioni di vendita nell'espropriazione immobiliare) e quindi dal suo limitato perimetro applicativo, volto a fronteggiare le incertezze incontrate o a rimediare agli errori commessi dal professionista delegato; dall'altro dal fatto che il procedimento de quo poteva trarre origine solo da un atto del professionista delegato (che si è rivolto al giudice motu proprio, o il cui atto sia stato impugnato dalle parti). Quindi, i provvedimenti adottati dal giudice dell'esecuzione ex art. 591-ter costituivano mero esercizio di un'attività ordinatoria di impulso, coordinamento e controllo sull'operato compiuto dall'ausiliario del g.e., ed anche il controllo del collegio sulle ordinanze emesse dal giudice dell'esecuzione aveva ad oggetto un'attività ordinatoria. Si tratterebbe, in sostanza, di un controllo analogo a quello previsto dall'art. 178, 3° comma ss., c.p.c., prima delle modifiche introdotte dalla l. 26-11-1990, n. 353, per il controllo del collegio sulle ordinanze con cui il giudice istruttore provvedeva sulle richieste istruttorie delle parti, o a quello previsto dall'art. 92 disp. att. c.p.c., in tema di difficoltà insorte nel corso delle indagini peritali.

Poste queste premesse, la sentenza aveva concluso nel senso che l'ordinanza collegiale, in quanto priva del carattere di definitività, non vincola il giudice dell'esecuzione, ed eventuali nullità verificatesi nel corso delle operazioni di vendita si sarebbero trasmesse agli atti successivamente adottati dal giudice dell'esecuzione, i quali avrebbero potuto essere impugnati con l'opposizione agli atti esecutivi, facendo valere la nullità derivata dall'errore commesso dal professionista delegato.

Il legislatore, con la modifica qui in esame, sembra voler proprio intervenire sui tratti somatici dell'istituto tratteggiati dalla suprema Corte, creando un meccanismo di stabilizzazione degli atti del subprocedimento di vendita, volto a scongiurare il rischio che i vizi di esso si riverberino, a posteriori, sul decreto di trasferimento.

Invero, l'eliminazione dello strumento del reclamo al collegio, e la sua sostituzione con l'opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., da un lato assicura un percorso giurisdizionale pieno al procedimento di reclamo, che in tal guisa affluisce al procedimento oppositivo avverso gli atti del giudice dell'esecuzione; dall'altro, cristallizza il divenire della fase della vendita, costruendo una preclusione processuale (che matura per effetto del decorso del termine per l'opposizione) il cui precipitato è quello di impedire che, violazioni non tempestivamente dedotte, siano lamentate per il tramite della opposizione agli atti esecutivi dispiegata contro il decreto di trasferimento, decreto che sarà certamente ancora passibile di impugnativa, ma soltanto per vizi suoi propri, e non già per distorsioni verificatesi durante la vendita.

Resta da chiedersi  in quali termini, nel ridisegnato quadro, il giudice dell'esecuzione potrà intervenire, motu proprio, nell'esercizio dei poteri di direzione della procedura ex art. 484, 1° comma, c.p.c., per rimediare a violazioni processuali che abbiano alterato il fisiologico svolgimento della vendita ma che non siano state tempestivamente dedotte con lo strumento del reclamo[26].

 

8.  La vente (non) privé dell'immobile pignorato. I contenuti della delega.

L’art. 1 comma12 lett. n) della legge delega conteneva una complessa disciplina volta a permettere (si potrebbe dire “permettere al debitore” ma in realtà, come vedremo, così non è, poiché a vendere non è il debitore) la vendita del compendio pignorato al di fuori non già del processo esecutivo (poiché comunque era previsto il coinvolgimento delle parti di questo, del giudice dell'esecuzione ed eventualmente del professionista delegato) ma, parzialmente, al di fuori del subprocedimento di vendita, inteso come procedimento dipanato secondo le regole di cui agli artt. 569 ss. c.p.c.[27] .

L’idea era certamente nuova nel panorama normativo nazionale (se si esclude l’ipotesi speciale contemplata dal dpr 602/1973 in tema di esecuzione esattoriale), ma in realtà gemmava dalla considerazione, vecchia di quasi un secolo, secondo cui la disciplina delle esecuzioni forzate “mostra in conflitto, con varie fortune secondo i tempi, due tendenze antitetiche: quella volta a favorire creditore contro la mancanza di probità del debitore, e quella volta a difendere il debitore contro la spietata avidità del creditore[28].

Nella sua formulazione originaria il progetto di legge prevedeva: che il debitore, con istanza depositata non oltre dieci giorni prima dell'udienza prevista dall'art. 569, 1° comma, c.p.c., potesse chiedere al giudice dell'esecuzione di essere autorizzato a procedere direttamente alla vendita dell'immobile pignorato per un prezzo non inferiore al suo valore di mercato, allegando all’istanza una offerta di acquisto accompagnata da cauzione d importo non inferiore al decimo del prezzo proposto; che il giudice, verificata l'ammissibilità dell'istanza nel contraddittorio tra le parti, autorizzasse il debitore a procedere alla vendita stabilendo il prezzo, le modalità del pagamento e il termine entro il quale versare il prezzo e stipulare l'atto.

Questa stesura si caratterizzava per un lungo elenco di vuoti, che rendevano l’istituto facile preda di abusi e condotte distorsive[29].

Il delegante, consapevole di questi originali difetti, aveva meglio strutturato la delega, il cui testo definitivo era certamente più maneggevole.

Si prevedeva infatti che, non oltre 10 giorni prima dell'udienza fissata per la vendita, il debitore potesse chiedere al giudice dell'esecuzione di essere autorizzato a procedere direttamente alla vendita dell'immobile pignorato per un prezzo non inferiore al prezzo base indicato nella relazione di stima (così abbandonandosi l’originario riferimento al valore di mercato, che nella vendita esecutiva costituisce solo un parametro di determinazione del valore di vendita) allegando all'istanza una offerta di acquisto irrevocabile (requisito assente nell’originario disegno di legge delega) accompagnata da una cauzione di importo non inferiore a un decimo del prezzo proposto.

A questo punto il giudice dell'esecuzione, se l'offerta era ammissibile, ordinava che l'esecutato rilasciasse l'immobile (il tenore della norma non lasciava dubbi in ordine al fatto che la liberazione fosse dovuta anche nel caso di immobile abitato dal debitore unitamente alla sua famiglia) ed apriva sulla offerta presentata una procedura competitiva, disponendone la pubblicazione e rendendo noto che entro sessanta giorni potevano essere formulate ulteriori offerte di acquisto (anch'esse assistite da cauzione) per un importo non inferiore a quello dell'offerta già presentata. All'esito, similmente a quanto avveniva in un ordinario procedimento di vendita, si sarebbe fissata la data in cui procedere alla deliberazione sulle offerte ed alla gara tra gli offerenti, avvenuta la quale il giudice dell'esecuzione avrebbe aggiudicato l'immobile stabilendo le modalità di pagamento del prezzo, da versare entro novanta giorni, a pena di decadenza. Anche questa vendita avrebbe prodotto l’effetto purgativo di cui all'art. 586 c.p.c.

Orbene, al netto di una serie di arcani dogmatici che la disciplina immaginata dalla legge delega poneva, come ad esempio quello relativo alla individuazione dell'atto (decreto di trasferimento o rogito notarile) traslativo della proprietà, il punto di maggiore criticità si annidava nella convenienza economica del percorso così immaginato, atteso che l'offerente presentato dal debitore non poteva avvalersi della possibilità di offrire ad un prezzo ridotto del 25% , come previsto dagli artt. 569 e 571 c.p.c., e ciononostante avrebbe dovuto confrontarsi con le offerte presentate dagli altri interessati, dovendo poi attendere i tempi di svolgimento di un procedimento competitivo provocato dalla sua offerta; il tutto accompagnato dall'obbligo, per il debitore, di provvedere alla liberazione dell'immobile anche se lo avesse abitato unitamente al proprio nucleo familiare.

  8.1. L’istanza del debitore.

La delega in tema di vendita diretta ha trovato attuazione negli artt. 568-bis e 569-bis c.p.c.

La prima di queste due norme prevede che il debitore, con istanza depositata non oltre dieci giorni prima della udienza fissata per la pronuncia dell’ordinanza di vendita, può chiedere al giudice dell'esecuzione di disporre la vendita diretta dell'immobile pignorato o di uno degli immobili pignorati.

Si registra qui un primo “scostamento” (si vedrà che molti ve ne sono) dalla legge delega, nella quale si immaginava che il debitore domandasse di essere “autorizzato a procedere direttamente alla vendita”. Il distinguo tassonomico non è di forma, ma di sostanza, poiché con esso il legislatore delegato sottolinea (giustamente) che si tratta pur sempre di vendita giudiziale, nella quale il trasferimento di proprietà non si produce per effetto di un atto di autonomia negoziale del venditore esecutato[30].

È lecito chiedersi se l’istanza di vendita diretta necessiti della difesa tecnica.

A questo proposito occorre muovere dalla previsione di cui all’art. 82 c.p.c., a mente del quale la parte può stare in giudizio solo con il ministero di un difensore, “salvo che la legge non disponga diversamente”.

Si afferma, generalmente, che questa disposizione, in uno a quella di cui all’art. 83 c.p.c., trovi applicazione anche nei procedimenti di esecuzione (Cass., sez. III, 7/12/1984, n. 6603), anche se, in relazione alla posizione del debitore esecutato, la dottrina osserva che il principio scolori, ritenendosi necessaria la difesa tecnica per la sola proposizione di opposizioni esecutive[31], atteso che la posizione della parte esecutata rimane, per così dire, sullo sfondo della procedura, nata per la esclusiva tutela delle ragioni creditorie.

Così, ad esempio, si ammette che l’esecutato non necessiti del ministero di un difensore per depositare l’istanza di conversione del pignoramento ex art. 495 c.p.c.[32].

Sennonché, con riferimento alla istanza di vendita privata di cui all’art. 468-bis c.p.c., appare difficile sostenere che il debitore possa agire personalmente.

Invero, a prescindere dalla valenza generale del precetto di cui all’art. 82 sopra richiamato, che rende eccezionali le ipotesi di legittimazione personale della parte, viene in considerazione il dato per cui l’istanza di vendita “diretta” rivolta dal debitore al giudice, non differisce dall’istanza di vendita (che potremmo, per simmetria, chiamare “non diretta”) che invece deposita il creditore procedente a norma dell’art. 497 c.p.c., sicché non vi sarebbero ragioni per giustificare un diverso trattamento dell’una rispetto all’altra.

Si aggiunga, inoltre, che l’istanza in parola è un vero e proprio atto processuale, poiché è compiuto da una delle parti del processo, va depositato nel fascicolo (telematico), è finalizzato ad ottenere dal giudice un provvedimento di aggiudicazione (in caso di non opposizione dei creditori) o di vendita (in caso di dissenso di almeno uno dei creditori), deve essere notificato ad altri soggetti (creditore procedente, creditori intervenuti, creditori iscritti non intervenuti).

La richiesta deve essere fatta non già “per un prezzo non inferiore al prezzo base indicato nella relazione di stima” ma per un prezzo “non inferiore al valore indicato nella relazione di stima di cui all’articolo 173-bis, terzo comma delle disposizioni d’attuazione del presente codice”, e questo perché il prezzo base sarà fissato solo in un momento successivo dal giudice dell’esecuzione o dal professionista delegato.

Si precisa inoltre che l’istanza in parola può riguardare il bene pignorato oppure uno dei beni pignorati, il che riverbera i suoi effetti pratici quando lo stimatore abbia predisposto più lotti di vendita.

Conformemente alle prescrizioni della legge delega, si puntualizza che, a pena di inammissibilità, all'istanza di vendita deve essere allegata una offerta di acquisto a sua volta accompagnata da una cauzione di importo non inferiore al decimo del prezzo offerto. Nulla viene detto a proposito delle modalità di versamento di tale cauzione, ma è evidente potranno dirsi validamente prestate quelle sole cauzioni che assicurino con certezza la messa a disposizione della provvista, sicché ad esempio andrà dichiarata inammissibile una cauzione versata con assegno bancario o con pagamento non eseguito in favore della procedura esecutiva.

La norma prevede inoltre che l’istanza e l’offerta siano notificate, a cura dell’offerente o del debitore, almeno cinque giorni prima dell’udienza prevista dall’articolo 569, al creditore procedente, ai creditori intervenuti ed ai creditori iscritti, anche se non intervenuti. Nel silenzio della disposizione è da ritenersi che i creditori iscritti non intervenuti destinatari della notificazione siano, in caso di plurimi lotti, solo quelli titolari di cause di prelazione sul lotto o sui lotti di cui si chiede la vente privé, atteso che solo costoro sono interessati dall’effetto purgativo che essa produrrà.

Il legislatore specifica che, a pena di inammissibilità, l’istanza non può essere formulata più di una volta. Il rigore della disposizione (che non circoscrive questo limite al singolo lotto ma lo configura con caratteri di assolutezza) deve probabilmente indurre a ritenere che una nuova istanza non potrà essere formulata neanche in relazione a lotti diversi da quelli indicati in una precedente istanza non accolta.

  8.2. Aggiudicazione senza gara.

l’art. 569-bis disciplina le “modalità della vendita diretta” e prevede in primo luogo che, il giudice dell’esecuzione, all’udienza fissata per la vendita, valutata l’ammissibilità dell’istanza (ma, evidentemente, il vaglio di ammissibilità andrà rivolto all’offerta ed alla cauzione, come si ricava dalla lettura del comma quarto, che parla di ammissibilità dell’offerta) dovrà in primo luogo verificare se il prezzo offerto è almeno uguale al valore indicato dall’art. 568 (anche qui si è opportunamente abbandonato il riferimento al valore di mercato).

Se il prezzo offerto è inferiore al prezzo base, il giudice fisserà, evidentemente con ordinanza, un termine di dieci giorni per integrare l’offerta e la cauzione, decorsi inutilmente i quali dichiarerà inammissibile l’offerta.

La norma non specifica da quando decorra questo termine, né a chi (debitore o offerente) debba essere comunicato il provvedimento che dispone l’integrazione. Partendo da quest’ultimo profilo, si dovrebbe ritenere che il destinatario di questo provvedimento sia il debitore medesimo, poiché l’istanza di vendita diretta è presentata dal debitore, e che il termine fissato decorra dalla data dell’udienza, ove il giudice abbia provveduto in udienza, o dalla data di comunicazione del provvedimento adottato a scioglimento di riserva, ex art. 134 c.p.c.

Se invece il prezzo offerto è almeno uguale al pezzo base, o se l’offerta viene integrata nel termine assegnato, il giudice dell’esecuzione, se non vi sono opposizioni, aggiudica l’immobile all’offerente, stabilendo le modalità di pagamento del prezzo, da versare entro novanta giorni (o nel termine inferiore eventualmente indicato dall’offerente), a pena di decadenza. Versato il prezzo (e verificato l’assolvimento degli obblighi relativi alla normativa antiriciclaggio), il giudice dell’esecuzione pronuncerà altersì il decreto di trasferimento, il che consente chiaramente di affermare che la vendita diretta è, a tutti gli effetti, vendita giudiziaria.

Se invece il prezzo non è versato nel termine di 90 giorni, il comma ottavo dispone che il giudice dell’esecuzione dispone la vendita, secondo il regime generale di cui all’art. 569, comma terzo c.p.c.. Benché no non sia menzionata la previa declaratoria di decadenza dell’aggiudicatario, cionondimeno essa si impone in forza dell’esplicito richiamo all’art. 587 c.p.c. contenuto nel sesto comma dell’art. 569-bis.

8.3. L’opposizione dei creditori e la gara.

Alla vendita diretta possono opporsi i creditori “entro l’udienza di cui all’articolo 569”.

Il legislatore delegato non qualifica l’opposizione, ma appare chiaro che qui il vocabolo sia stato utilizzato in senso atecnico, come sinonimo di un mancato accordo[33], anche perché, non essendovi ancora un provvedimento di aggiudicazione del giudice che, appunto, disponga la vendita diretta, non può invocarsi alcun rimedio oppositivo nel senso proprio del termine.

Sempre a proposito dell’opposizione, e con specifico riferimento al momento ultimo per promuoverla, è da ritenere che se il giudice dell’esecuzione dovesse differire l’udienza, avendo assegnato un termine per l’integrazione dell’offerta, sarà quest’ultima l’udienza in cui il consenso potrà essere negato.

Se dunque anche uno solo dei creditori aventi titolo si oppone si oppone, il giudice pronuncerà una ordinanza che apre un vero e proprio subprocedimento liquidatorio.

In questa ordinanza il giudice dell’esecuzione: fisserà un termine non superiore a quarantacinque giorni per la esecuzione degli adempimenti pubblicitari di cui all’art. 490 c.p.c., in seno ai quali dovrà essere anche dato conto dell’offerta pervenuta e del suo contenuto (prezzo offerto, importo della cauzione, termine indicato per il versamento del saldo), il che comporterà la redazione di un vero e proprio avviso di vendita, a norma dell’art. 570 c.p.c. (da ciò deriva che, evidentemente, ulteriori interessati dovranno offrire un prezzo base almeno pari a quello indicato dall’offerente presentato dal debitore);

fisserà il termine di novanta giorni per la formulazione di ulteriori offerte di acquisto ad un prezzo non inferiore a quello dell’offerta già presentata, garantite da cauzione in misura non inferiore a un decimo del prezzo proposto;

convocherà il debitore, i comproprietari, il creditore procedente, i creditori intervenuti, i creditori iscritti e gli offerenti a un’udienza per la deliberazione sull’offerta e, in caso di pluralità di offerte, per la gara tra gli offerenti, che potrà svolgersi con modalità telematiche (salvo che sia pregiudizievole per gli interessi dei creditori o per il sollecito svolgimento della procedura) nel rispetto della normativa regolamentare di cui all’articolo 161-ter disp. att. c.p.c..

Va notato che dal momento in cui il giudice pronuncia questa ordinanza decorre il termine di 120 giorni di irrevocabilità dell’offerta, per cui si dovrà avere cura di fissare l’udienza per la delibazione sulle offerte e sulla gara tra gli offerenti entro questo termine. In caso di vendita asincrona telematica dovrà altresì assicurarsi che il termine ultimo per l’esecuzione dei rilanci ( compreso il così detto extra time) preceda la scadenza del centoventesimo giorno.

Legittimati a partecipare alla gara saranno l’offerente originario e tutti gli ulteriori eventuali offerenti, con l’avvertenza che dovranno essere ammessi a concorrere anche coloro che (per una malintesa interpretazione dell’istituto della vendita diretta), dovessero formulare una così detta “offerta minima”; ciò in quanto la disciplina della vendita diretta non ha inciso sui requisiti di ammissibilità dell’offerta di cui all’art. 571 c.p.c.

Inoltre, quando si procede in modalità telematica, nelle forme della vendita sincrona pura o della vendita asincrona, occorrerà trovare un sistema per inviare all’offerente le credenziali di accesso al portale del gestore della vendita telematica, come previsto dall’art. 16 del dm n. 32/2015, a mente del quale “Almeno trenta minuti prima dell’inizio delle operazioni di vendita il Gestore della vendita telematica invia all’indirizzo di posta elettronica certificata indicato nell’offerta”, che è lo stesso utilizzato per l’invio dell’offerta, “un invito a connettersi al proprio Portale”, fornendogli anche le credenziali di accesso necessarie per partecipare alla gara. In questi casi sarà opportuno che l’ordinanza di vendita inviti l’offerente alla indicazione di un indirizzo di posta elettronica da trasmettere al gestore della vendita entro il termine previsto per la formulazione di ulteriori offerte di acquisto, avvertendolo che in difetto non sarà in grado di partecipare alla eventuale gara.

Espletata la gara e versato il saldo prezzo da parte dell’aggiudicatario, il giudice dell’esecuzione pronuncia il decreto di trasferimento, a norma dell’art. 586 c.p.c.

 8.4. Il trasferimento dell’immobile per atto negoziale.

L’ultimo comma dell’art. 569-bis prevede che, su istanza dell’aggiudicatario, il giudice dell’esecuzione autorizza il trasferimento dell’immobile mediante atto negoziale e ordina, contestualmente alla trascrizione di quest’ultimo, la cancellazione delle trascrizioni dei pignoramenti e delle iscrizioni ipotecarie ai sensi dell’articolo 586.

La norma costituisce il recepimento, in sede di esecuzione individuale, di un modus procedendi noto alle procedure concorsuali, dove è previsto che alla vendita dei beni acquisiti all’attivo si possa procedere, a norma dell’art. 107, comma primo, l.fall., (oggi art. 216, 2° comma cci) tramite “procedure competitive”, le quali mediante adeguate forme di pubblicità, assicurino la massima informazione e partecipazione degli interessati. In queste vendite, non essendo previsto il rinvio alle regole del codice di procedura civile, il trasferimento dell’immobile può avvenire mediante rogito notarile, cui si accompagna, a norma dell’art. 108, comma secondo, l.fall., (art. 217, 2°co. cci) la pronuncia di un decreto con il quale il giudice delegato ordina la cancellazione delle formalità pregiudizievoli gravanti sull’immobile.

Ora, non è chiaro se alla cancellazione delle formalità pregiudizievoli debba provvedere il professionista delegato o il notaio rogante. Il rinvio all’art. 591-bis n. 11 c.p.c. (che assegna al professionista delegato il compito di procedere alla trascrizione, registrazione e voltura catastale del decreto, nonché alle cancellazioni delle trascrizioni pregiudizievoli) compiuto dal medesimo art. 591-bis commi 11° e 12°, dovrebbe indurre a ritenere che il notaio si occupa della sola stipula, e non già degli adempimenti conseguenti.

Il fatto che il trasferimento possa avvenire mediante atto negoziale non muta la natura, pur sempre giudiziaria, della vendita. Plurimi indici depongono in tal senso.

In primis viene in rilievo l’art. 568-bis comma primo, nel quale è previsto non già che il debitore chieda di essere autorizzato a vendere egli stesso (come invece ipotizzava la legge delega), ma che sia il giudice a procedere alla vendita diretta.

Va poi osservato che tale vendita passa comunque attraverso il setaccio del provvedimento di aggiudicazione pronunciato dal giudice ai sensi dell’art. 569-bis comma quarto, aggiudicazione che potrebbe giungere anche all’esito di una gara tra plurimi offerenti.

Da ultimo, va considerato che anche nella vendita diretta perfezionatasi tramite atto negoziale, si produce l’effetto purgativo, tipico delle vendite esecutive[34].

 8.5. L’incerto destino dell’istituto.

Difficile dire, oggi, se l’istituto avrà successo. Certamente qualche dubbio deve averlo avuto anche il legislatore delegato, ove solo si consideri che, scientemente (se ne dà esplicitamente conto nella relazione illustrativa) ha deciso di non recepire l’indicazione (contenuta nella legge delega) per cui l’istanza di vendita diretta obbligava il debitore a liberare immediatamente l’immobile anche se da lui abitato, la qualcosa avrebbe certamente condannato l’istituto ad un prevedibile fallimento.

Affinché il meccanismo vada in porto sarà necessario che il debitore reperisca un potenziale acquirente il quale: si determini a formulare una offerta di acquisto per un prezzo almeno pari a quello base; rinunci alla eventualità di una aggiudicazione con “offerta minima”; abdichi ad una liberazione a cura della procedura (anche se questo problema potrebbe avere una portata ridotta ove si consideri che normalmente il debitore trova un acquirente con l’intesa di permanere nell’immobile); accetti l’incertezza dell’aggiudicazione (alla quale potrebbe porsi rimedio mediante una interlocuzione informale da avviare per tempo) e l’alea di una possibile gara.

Il tutto, inoltre, dovrebbe accadere in un contesto fattuale per cui non è infrequente che il debitore, attivandosi per trovare una via d’uscita, individui egli stesso soggetti disponibili ad acquistare “fuori asta” l’immobile, (nel tempo che precede l’ordinanza di vendita o che intercorre tra un esperimento di vendita e l’altro), per un importo che in alcuni casi è inferiore al valore di stima (con espressione gergale, si parla in questi casi di “saldo e stralcio”).

Si tratta di una negoziazione che passa talvolta per una richiesta una sospensione dell’esecuzione ai sensi dell’art. 624-bis c.p.c., durante la quale si predispongono gli atti necessari a perfezionare il trasferimento. A quel punto, formulata istanza di riassunzione, le parti, l’acquirente ed il notaio rogante si recano in Tribunale il giorno dell’udienza e qui: il debitore firma l’atto di compravendita, l’acquirente consegna il corrispettivo al notaio, i creditori rinunciano all’esecuzione a norma dell’art. 629 c.p.c., il giudice dichiara estinta la procedura e ordina la cancellazione del pignoramento, il notaio consegna la somma ai creditori secondo gli accordi preventivamente intervenuti (dando, ove necessario, il consenso alla cancellazione di eventuali ipoteche), l’acquirente sottoscrive l’atto, ed il cerchio si chiude.

 

9. Aggiustamenti in tema di predisposizione, discussione ed approvazione del piano di riparto.

La riforma coglie anche l’occasione per registrare, in tema di riparto, talune disposizioni non del tutto organiche.

È noto che la lettera dell’art. 591-bis, co. 2, n. 12 c.p.c. chiaramente indicava che l’adempimento del professionista fosse limitato alla elaborazione di una bozza di piano di riparto, che poi il Giudice faceva proprio; per contro la norma di cui all’art. 596 sembrava fare riferimento ad un piano di riparto ascrivibile esclusivamente al professionista, consentendo che l’udienza di approvazione del progetto si potesse tenere dianzi a lui stesso. A cospetto della palese discordanza fra le norme appena richiamate si aprivano alla prassi due possibili modi di procedere: uno che prevedeva l’integrale delega della fase del riparto, ed una che la limitava alla predisposizione della bozza del progetto di distribuzione, con celebrazione dell’udienza di discussione ed approvazione del piano davanti al giudice dell’esecuzione.

Con le modifiche in discorso il legislatore ha chiaramente mostrato di preferire il primo modello operativo, peraltro diffusamente sperimentato.

Infatti, in forza del combinato disposto del nuovo art. 591-bis, co. 2, n. 12 e del novellato art. 596 si prevede che il professionista delegato (e non più anche il giudice delegato) provvede alla formazione del progetto di distribuzione “secondo le direttive impartite dal giudice dell’esecuzione” ed alla sua trasmissione a quest’ultimo. Viene dunque precisato che il progetto di riparto è redatto direttamente dal delegato, secondo le direttive (che evidentemente saranno fissate con l’ordinanza di vendita) del giudice. La norma, sotto questo profilo, recepisce il diritto vivente.

Ricevuto il piano di riparto, il giudice lo esamina nei dieci giorni successivi, ed apportate eventuali variazioni, lo deposita nel fascicolo (affinché possa essere consultato dalle parti) e ne dispone la comunicazione al professionista delegato.

Potrà dunque accadere, in concreto, che il giudice dell’esecuzione, se opina di non dover modificare alcunché, preso atto del piano di riparto trasmesso dal delegato (e che risulta già depositato) ne ordinerà semplicemente la trasmissione al delegato.

Se invece riterrà di apportarvi modifiche, potranno darsi due eventualità: o il giudice dell’esecuzione rideposita un nuovo piano di riparto modificato, oppure semplicemente adotterà un provvedimento in cui indicherà quali modifiche intende apportare al piano.

La novella prevede che, ricevuta la comunicazione, sia il professionista delegato a fissare, nei trenta giorni successivi, l’audizione delle parti per la discussione sul progetto di distribuzione (non è previsto che il piano debba essere loro trasmesso, essendo consultabile mediante accesso al fascicolo), mantenendosi comunque ferma la previsione per cui tra la comunicazione dell'invito e la data della comparizione innanzi al delegato debbono intercorrere almeno dieci giorni.

Evidentemente, non può escludersi che l’audizione sia cartolare, nel senso che il professionista delegato, su disposizione del giudice dell’esecuzione, potrebbe anche assegnare alle parti un termine, non inferiore a 10 giorni, per depositare eventuali osservazioni al piano.

L’art. 597 c.p.c. dispone che la mancata comparizione delle parti per la discussione del piano di riparto (o il mancato deposito di osservazioni nel termine di 10 giorni assegnato dal professionista delegato) importa approvazione dello stesso ed il professionista delegato procede ai pagamenti nei 7 giorni successivi. Tale ultima previsione costituisce la chiara risposta al diffuso convincimento per cui il pagamento delle somme in esecuzione del piano di riparto approvato potesse essere eseguito solo decorsi i termini di cui all’art. 617 c.p.c.[35]. Da questo punto di vista, dunque, la norma s’incarica di chiarire che anche il piano di riparto, come tutti i provvedimenti che scandiscono il divenire della procedura, è immediatamente produttivo di effetti.

 

10. Esecuzione forzata e normativa antiriciclaggio: norma senza sanzione?

La legge delega conteneva la sibillina previsione per cui nelle operazioni di vendita dei beni immobili compiute in seno alle procedure esecutive individuali e concorsuali, dovessero applicarsi agli aggiudicatari gli obblighi previsti dal d.lgs. 21-11-2007, n. 231 (c.d. normativa antiriciclaggio) a carico del cliente, aggiungendosi che il loro rispetto avrebbe dovuto essere verificato dal giudice prima della pronuncia del decreto di trasferimento.

In questo ambito si era subito avvertito che l'intervento del legislatore delegato si profilava assai delicato[36], anche in ragione di un contesto normativo la cui applicazione alla disciplina delle esecuzioni forzata presentava indubbi profili di criticità[37]. Infatti, da un lato sarebbe stato necessario ponderare il rischio per cui l'innesto di questo tipo di oneri, (che non tutti i delegati normalmente compiono, tranne che non si tratti di notai) si traducesse in un soverchio affaticamento delle procedure esecutive; dall'altro bisognava scongiurare il pericolo che il compimento di questi adempimenti si traducesse in una occasione di contestazione da parte del debitore esecutato pronto a cogliere l'attimo per affossare il subprocedimento di vendita[38]. Era dunque necessario ascoltare le preoccupazioni, espresse in dottrina, per cui il recupero coattivo del credito rischiava di essere mortificato " se la macchina organizzativa della procedura 'inchioda' il creditore ad una defatigante attesa, puntellata da 'operazioni' processuali complesse e laboriose[39]" non solo per lui ma anche per il giudice ed i suoi ausiliari.

Fortunatamente il legislatore delegato non si è mostrato sordo alle perplessità da più parti espresse, e così la prescrizione contenuta nella legge delega è stata tradotta nella previsione,  confezionata in un ultimo comma aggiunto all’art. 585 c.p.c., per cui l’aggiudicatario, nel termine fissato per il versamento del saldo (non è chiaro se occorra fare riferimento al termine stabilito nell’avviso di vendita, come sembrerebbe doversi ricavare dal verbo “fissato”, o q quello, più breve, eventualmente indicato nell’offerta di acquisto) deve produrre una autocertificazione in cui fornisce le informazioni prescritte dall’art. 22 d.lgs 21 novembre 2007, n. 231, e dunque una dichiarazione nella quale riferirà se è o non è il titolare effettivo delle somme utilizzate per il versamento del saldo prezzo.

La produzione di siffatta autocertificazione non è richiesta a pena di decadenza, ma questa conseguenza si impone perché una eventuale omissione, impedendo la pronuncia del decreto di trasferimento (come si evince dal novellato art. 586 c.p.c.), ove non accompagnata da una conseguenza inbriglierebbe la procedura in una situazione di stallo. Certamente, alla decadenza non seguirà la perdita della cauzione, cui l’art. 587 c.p.c. assegna una vera e propria funzione sanzionatoria, non essendo questa conseguenza esplicitamente contemplata.

Ed allora, occorrerà chiedersi quali argini possono essere eretti contro la pratica distorsiva di colui che, partecipando ad una vendita, e versando financo il prezzo di aggiudicazione, ometta scientemente di rendere la dichiarazione antiriciclaggio, ben sapendo che la procedura non potrà trattenere la cauzione (e quindi neanche il saldo versato). Probabilmente, occorrerà chiedersi se potrà operare il combinato disposto del secondo capoverso dell’ultimo comma dell’art. 587 c.p.c. e dell’art. 177 disp. att. c.p.c., secondo cui l’aggiudicatario inadempiente (inadempiente rispetto all’obbligo di rendere la dichiarazioe) è tenuto al pagamento di una somma pari alla differenza tra il prezzo da lui offerto, dedotta la cauzione versata, e quello minore per il quale è avvenuta la vendita, in forza di decreto di condanna che costituisce titolo esecutivo a favore dei creditori rimasti insoddisfatti in sede di riparto.

 

11. Ulteriori interventi di raccordo tra diritto vivente e norma.

Per mezzo secolo circa la disciplina dell’esecuzione forzata, è vissuta ai margini del diritto processuale civile[40], come fase eventuale del procedimento – latu sensu consideratodi tutela giurisdizionale dei diritti[41].

Solo a partire dalla fine degli anni ‘90, si è assistito al lento risveglio dell’interesse per questa materia, man mano che progressivamente maturavano due consapevolezze.

La prima, nobilissima, è quella per cui il “giusto processo” deve essere tale non solo in rapporto al giudizio di cognizione, ma anche – e forse soprattutto – in relazione al suo momento esecutivo, quello in cui l’avente diritto consegue, manu militari, il bene della vita che la sentenza, o in generale il titolo esecutivo, gli riconosce[42]. Nella relazione al codice civile del 1940 si legge a questo proposito che “Nel processo esecutivo si misura la vitalità del principio di legalità: e i periodi in cui la tutela del creditore si indebolisce e si fa incerta sono nella storia i periodi la cui anche la legge perde terreno e l'autorità dello Stato declina”.

La seconda, banausica ma non per questo secondaria, deriva dal fatto che pecunia non olet: le vendite esecutive, ed in generale tutto il sistema del recupero coattivo del credito, “pesano” in termini di PIL poiché una procedura esecutiva efficiente solca il sistema macroeconomico nella misura in cui, assicurando l’adempimento delle obbligazioni (dacché garantisce una proficua gestione della fase patologica del rapporto[43]), incentiva l’iniziativa economica e l’erogazione del credito.

Si è così giunti, grazie anche al formidabile contributo delle best practicies adottate da alcuni pionieristici Tribunali italiani – che hanno rinverdito la preziosa esperienza del diritto “pretorile”, fiore all’occhiello della giurisdizione italiana dei decenni passati – alla legge 3 settembre 1998, n. 302 con la quale è stata legislativamente prevista la possibilità di delegare la vendita immobiliare ai notai. Le riforme del 2005 e del 2006 hanno poi impresso a questo cammino una vigorosa accelerazione, ridisegnando completamente il sistema dell’esecuzione forzata.

La produzione normativa è diventata addirittura alluvionale nel secondo decennio di questo secolo[44], e nel solco di un continuo lavorìo di raccordo tra prassi e diritto si inseriscono a pieno tutolo alcuni interventi di questa ennesima riforma.

Così è, ad esempio, per il comma aggiunto all’art. 570 c.p.c., nel quale si prevede che “L’avviso è redatto in conformità a modelli predisposti dal giudice dell’esecuzione”, la qualcosa sostanzialmente accade nella quasi totalità degli uffici giudiziari, dove ogni sezione esecuzioni dispone di una propria modulistica, o per quello, di analogo tenore, aggiunto all’art. 173-bis disp. att. c.p.c. secondo cui “la relazione di stima è redatta in conformità a modelli predisposti dal giudice dell’esecuzione”.

Pure ispirata alla prassi è la riscrittura del primo comma dell’art. 591-bis c.p.c., nel quale si è innervata la previsione per cui nel delegare le operazioni di vendita il giudice dell’esecuzione dispone che il professionista delegato debba procedere allo “svolgimento, entro il termine di un anno dall’emissione dell’ordinanza, di un numero di esperimenti di vendita non inferiore a tre”.

All’evidenza, il mancato rispetto di questo termine non potrà ex se ascriversi al delegato, quante volte siano occorse vicissitudini processuali ostative (si pensi, per indicare esempi di immediata percezione, ad una sospensione concordata della procedura a norma dell'art. 624 -bis c.p.c., piuttosto che ad una sospensione esterna della stessa ai sensi dell'art. 623 c.p.c.). È chiaro, comunque, che il mancato raggiungimento di questo obiettivo minimo dovrà suggerire di accertare quali cause lo abbiano determinato.

Sempre nel primo comma dell’art. 591-bis viene previsto altresì che nel provvedimento di delega il giudice fissi un termine finale per il completamento delle operazioni delegate, ma nulla vieta che questo termine sia considerabile, già ab origine.

Nell’ultimo comma dell’art. 591-bis si provvede a razionalizzare l’elenco delle relazioni periodiche cui è tenuto il delegato.

Infatti, l'art. 16 -bis, comma 9- sexies, d.l. 18 ottobre 2012, n. 179 (comma aggiunto dall'art. 20, 1° comma, d.l. 12 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla l. 10 novembre 2014, n. 162, convertito, con modificazioni, dalla l. 17 dicembre 2012, n. 221), prevedeva che il professionista delegato entro trenta giorni dalla notifica dell'ordinanza di vendita depositi un rapporto riepilogativo iniziale delle attività svolte. A decorrere dal deposito del primo rapporto riepilogativo, e con cadenza semestrale, lo stesso doveva depositare un rapporto riepilogativo periodico delle attività compiute ed infine, entro dieci giorni dalla comunicazione dell'approvazione del progetto di distribuzione, lo stesso deve depositare un rapporto riepilogativo finale delle attività svolte.

Per effetto della nuova previsione, al rapporto riepilogativo semestrale si sostituisce un rapporto riepilogativo da depositarsi dopo ciascun esperimento di vendita.

 

12. Dove va l’esecuzione forzata.

Si è detto nelle pagine di questo contributo che la logica dei piccoli passi è quella che presiede l’intervento normativo in parola.

Il legislatore delegato, anche in ragione del tracciato fissato dalla legge delega, certamente non meditava di stravolgere l’esecuzione forzata, quanto piuttosto di proseguire il cammino del progressivo efficientamento del procedimento esecutivo, facendo tesoro delle indicazioni della prassi e cercando di rispondere a problematiche concrete provenienti dal mondo dell’accademia e dal formante giurisprudenziale.

L’affermazione dunque, contenuta nel primo paragrafo, per cui non si tratta di una riforma “epocale” non è una diminutio, ma la constatazione di un dato sistematico che si ricava dalla lettura complessiva delle norme, e probabilmente questa caratteristica va salutata con favore nella misura in cui si è preferito, piuttosto, un intervento normativo dagli effetti chiaramente pronosticabili (fatta salva la previsione della vendita diretta), rinunciando a modifiche sperimentali da gettare nel tritacarne della prassi per vedere quali effetti esse avrebbero prodotto.

Senza dubbio si avverte un pressante bisogno di semplificazione, di speditezza, di un contesto che deve rendere creditore e debitore vasi comunicanti, dacché al creditore (liberato dalla sensazione per cui l’esecuzione forzata è, se non un percorso di guerra, quantomeno una corsa ad ostacoli) dovrà essere versato esattamente il dovuto, cui, ex latere debitoris, dovrà corrispondere esattamente il tolto, in guisa che, ad esecuzione terminata (in tempi ragionevoli), ognuno possa avere la serena consapevolezza di aver avuto il suo, e di aver dato il giusto.

Difficile dire se questa ennesima riforma centrerà un tale ambizioso (e forse utopico) obiettivo. Certo è che essa si muove, causa cognita, in quella direzione. Bisognerà solo verificare se le novità introdotte assicureranno quella agilità operativa di cui l’esecuzione forzata ha tanto, tanto bisogno.

 

[1] Così, efficacemente, De Santis, Vecchi problemi e nuove prospettive del processo esecutivo nell'epoca della ripresa e della resilienza in Riv. Es. For., 2022, 1 ss.

[2] Come già osservava Satta, Commentario al codice di procedura civile, IV, Milano, 1959, 93: “l'origine di questa formula la rende del tutto estranea ai moderni ordinamenti, né si riesce a capire la sua singolare vitalità. Basti pensare al ridicolo di un cancelliere che comanda, sia pure in nome della legge, e col nos maiestatis, ai giudici dell'esecuzione e al pubblico ministero», concludendo che la formula «non ha alcun carattere di essenzialità”.

[3] In questo modo si è adattata al mutato regime la originaria previsione contenuta nell’art. 475, 2° co. c.p.c., secondo cui il la spedizione in forma esecutiva può essere rilasciata anche ai successori.

[4] Così, letteralmente, Pilloni, La formula esecutiva, le nuove modalità telematiche di rilascio e la prospettiva di sua soppressione, in N.L.Civ. Comm., 2021, 6, 1497.

[5] Esistono poi, nel decreto legislativo, altre norme sulle quali si è intervenuto perché contenenti disposizioni sul titolo esecutivo: artt. 654 e 663cpc , nella parte in cui fanno riferimento alla formula esecutiva; art. 212 d.lgs 26 agosto 2016, n. 174, in tema di giurisdizione contabile; artt. 115 e 136 del D.lgs. 2 luglio 2010, n. 104 (codice della giustizia amministrativa); art. 29 l. 31 dicembre 2012, n. 247 (in tema di accordo sui compensi professionali in sede di consiglio dell’ordine avvocati); art. 23, comma 9 bis d.l. 28 ottobre 2020, n. 137, conv. l. 18 dicembre 2020, n. 176 (nell’ambito delle misure urgenti in materia di tutela della salute, sostegno ai lavoratori e alle imprese, giustizia e sicurezza, connesse all'emergenza epidemiologica da Covid-19).

[6] Cfr. Spaccapelo, Commento all'art. 492-bis c.p.c., in Codice dell'esecuzione forzata, a cura di Vullo, Milano, 2015, 172; Cossignani, D.L. n. 132/2014: considerazioni sparse in materia di esecuzione forzata, in GI, 2015, 1760.

[7] Soluzione peraltro già predicata in giurisprudenza prima delle modifiche del 2015. Cfr. T. Mantova,3/02/2015; T. Napoli, 2/04/2015; T. Taranto, 13/05/2015.

[8] Che la questione fosse intricata lo dimostra il fatto che soluzioni offerte hanno interessato l'intero ventaglio delle opzioni ermeneutiche astrattamente praticabili. Secondo una prima e rigorosa lettura del dato normativo, entro il termine di 90 giorni si sarebbe dovuto non solo presentare l'istanza al Presidente del tribunale, ma sarebbe dovuto intervenire anche il pignoramento, poiché altrimenti il precetto, che deve precedere l'esecuzione, venendo meno, non sarebbe stato più in grado di sorreggerla (Così Soldi, Manuale dell'esecuzione forzata, Padova, 2015, 331 e 343; Capponi, Manuale di diritto dell'esecuzione civile, IV ed., Torino, 2016, 196).

Altri riconducevano la perenzione del precetto alla mera violazione di una regola processuale, sanzionabile ex art. 617 c.p.c. (De Stefano, Il pignoramento e la conversione, in Il nuovo processo di esecuzione, a cura di Fontana-Romeo, Padova, 2015, 108).

Decisamente più morbida l'idea di coloro i quali ritenevano invece che la richiesta di ricerca dei beni presentata all'ufficiale giudiziario a norma dell'art. 492 -bis c.p.c. impediva la perenzione del precetto prevista dall'art. 481 c.p.c. (Fanticini, Nuovi strumenti di ricerca dei beni da pignorare, in Arieta-De Santis-Didone, Codice commentato delle esecuzioni civili, Milano, 2016, 349).

Infine, ancora più elastica si presentava la ricostruzione secondo cui l'istanza rivolta al Presidente per ottenere l'autorizzazione alla ricerca dei beni, prodromica ad un pignoramento che sarebbe avvenuto senza soluzione di continuità, rappresentava essa stessa una domanda esecutiva idonea ad impedire la decadenza dell'atto di precetto (Longo, La ricerca telematica dei beni da pignorare e l'efficacia nel tempo dell'atto di precetto, in RDPr, 2016, fasc. 2, 463. Analogamente, De Vita, La ricerca con modalità telematiche dei beni da pignorare: un nuovo strumento per l'effettività della tutela giurisdizionale, cit., 85; Ronco, Una bilancia più piccola e una spada più tagliente per la giustizia civile: il D.L. 12 settembre 2014, n. 132, convertito nella L. 10 novembre 2014 n. 162 (con una prima lettura del disegno di legge delega per la riforma del processo civile), in AA.VV., Trasformazioni e riforme del processo civile, a cura di Besso-Frus- Rampazzi-Ronco, Bologna, 2015, 77; Montanari, Profili di rilievo per l'analisi sistematica in un recente intervento riformatore in tema di esecuzione forzata, in GPC, 2015, 683 ss., spec., 690; Micali, La ricerca con modalità telematica dei beni da pignorare, in GI, 2015,1768, nt. 12; Tedoldi, Le novità in materia di esecuzione forzata nel D.L. n. 83/2015...in attesa della prossima puntata..., in CorrG, 2016, 167).

[9] F. De Santis, Vecchi problemi e nuove prospettive del processo esecutivo nell'epoca della ripresa e della resilienza, cit. 5.

[10] A proposito di queste criticità cfr d’Alonzo, La nuova disciplina dell'esecuzione forzata. Considerazioni a prima lettura, in questa Riv. Es. For., 2022, 1, 12, ove si suggeriva la necessità di “comprendere chi assumerà la paternità giuridica di questo controllo (con i connessi profili di eventuali responsabilità) e dell'atto in cui esso si sostanzierà, non essendo chiaro se l'analisi della documentazione ipocatastale si tradurrà (come sembra) in un atto, ulteriore rispetto alla perizia di stima (o ad essa allegato), di cui occorrerà individuare "il" o "i" sottoscrittori”.

[11] Art. 4, comma 1, lett. d), nn. 01, 1 e 2, d.l. 3/05/2016, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla l. 30-6-2016, n. 119.

[12] Per una prima analisi di queste norme cfr. Auletta, Nomina, funzioni del custode e liberazione dell’immobile pignorato nell’attuazione della legge n. 206 del 2021, in questa Rivista , pubblicato il 23/09/2022.

[13] Critiche alla previgente disciplina erano state espresse da Crivelli, L’ordine di liberazione dopo la L. 11/02/2019, N. 12, in questa Riv. Es. For., 2019, 4, 790; Giorgetti La liberazione dell’immobile pignorato: il nuovo art. 560 c.p.c. come modificato dalla l. n. 12/2019, Immobili e proprietà, 2019, 8-9, 506; d’Alonzo, sub. Art. 560 c.p.c., in Auletta-Giornado-Leuzzi, Codice delle Esecuzioni,, Milano, 2022, 450.

[14] La cui centralità nel procedimento liquidatorio è stata ribadita, da ultimo, da Cass. civ., Sez. III, 28/03/2022, n. 9877, dove si è affermato che “l'ordine di liberazione è funzionale agli scopi del processo di espropriazione forzata e, in particolare, all'esigenza pubblicistica di garantire la gara per la liquidazione del bene pignorato alle migliori condizioni possibili, notoriamente connesse, sul mercato dei potenziali acquirenti, allo stato di immediata, piena ed incondizionata disponibilità dell'immobile”.

[15] In argomento, cfr. Cass. civ., Sez. I, 17/02/1995, n. 1730; Cass. civ., Sez. III, 30/06/2014, n. 14765.

[16] Fanticini, La liberazione dell'immobile pignorato dopo la "controriforma" del 2019, in questa Rivista, 14/03/2019.

[17] Angelone, Il nuovo modo della custodia dopo la l. 12/2019, in Riv. es. for., 2019, 3, 31; Finocchiaro, La conversione del decreto semplificazioni: riscritto integralmente l'art. 560 c.p.c., in Quad. G, Saggi, 511; Crivelli, , L'ordine di liberazione dopo la l. 11 febbraio 2019, n. 12,in Riv. Es. For., 2019, 4, 782.

16 Russo, La liberazione dell'immobile alla luce delle novelle legislative n. 12 del 2019 e n. 8 del 2020, in Riv. es. for., 2020, 697.787. Soldi, La custodia dell’immobile dopo la legge delega 2021, in Nel labirinto del diritto, 2022, 1, 60 e ss, che interpreta la congiunzione “e” più volte utilizzata nel corpo dell’art. 560 per affermare che il legislatore avrebbe accordato una tutela rafforzata non solo al debitore esecutato, ma anche al suo nucleo familiare. 

[20] Crivelli, op. cit., 760.

[21] Russo, op. cit., 700.

[22] D' Alonzo, in Auletta- Giordano- Leuzzi, Formulario delle esecuzioni, Milano, 2020, 138.

[23] Secondo alcuni (Arieta – De Santis, L'esecuzione forzata, vol. III, Tomo II, Padova, 2007, 1254.) esso andava identificato nella chiusura del processo esecutivo; altri avevano fatto riferimento all'esaurimento della delega (Luiso, I rapporti tra notaio delegato e giudice dell'esecuzione, in questa Riv. Es. For., 2000, 10 ss), mentre altri ancora ritenevano di dover applicare analogicamente l'art. 617 c.p.c., per cui il termine per la proposizione del reclamo era quello di giorni 20 decorrenti dal compimento dell'atto ((Besso, Espropriazione forzata e notai, in GI, 1999, 2453). Taluno infine (Brescia, Norme in materia di espropriazione forzata e di atti affidabili ai notai, in NLCC, 1998, 755) aveva reputato che avrebbe potuto applicarsi il termine di 10 giorni previsto dall'art. 739 c.p.c. per la proposizione del reclamo contro i decreti del tribunale emessi in camera di consiglio.

[24] Cfr. Cass. civ., Sez. III, 9/05/2012, n. 7051; Cass. civ., Sez. VI-III, 27/07/2017, n. 18723.

[25] G. Parisi, Sul regime impugnatorio dei provvedimenti del giudice dell'esecuzione nella vendita forzata delegato,in Riv. es. for., 2019, 4, 881; Abete, L'ordinanza ex artt. 591-ter e 669-terdecies c.p.c.: brevi spunti, in RDPr, 2020, 2, 869.

[26] Cfr. d’Alonzo, La nuova disciplina dell'esecuzione forzata cit., 21, dove si osserva che “vi saranno chiaramente ipotesi di facile gestione, come quella in cui un offerente, illegittimamente escluso dal professionista delegato, ometta di impugnare a norma dell'art. 591- ter c.p.c. il verbale di aggiudicazione. Parimenti, non sarà suscettibile di scrutinio, nel rinnovato assetto, la valutazione, compiuta dal professionista delegato in forza di specifiche indicazioni contenute nell'ordinanza di delega, che in presenza di una sola offerta di acquisto per un importo inferiore al prezzo base (nella misura non eccedente il 25% ), abbia deciso di aggiudicare ritenendo (magari a torto) che un nuovo tentativo di vendita non avrebbe consentito di spuntare un prezzo maggiore, secondo quanto previsto dall'art. 572 c.p.c. Accanto a questi casi, ve ne potrebbero tuttavia essere altri assai più impegnativi. Si pensi, per fare un esempio probabilmente (ed auspicabilmente) di scuola al professionista delegato che aggiudichi il bene all'unico offerente avendo completamente omesso, nel silenzio di tutte le parti, l'esecuzione degli adempimenti pubblicitari, oppure al professionista delegato che ponga in vendita il bene ad un prezzo di gran lunga inferiore a quello determinato dallo stimatore e fatto proprio dal giudice dell'esecuzione”.

[27] Sulla disciplina dell’istituto tracciata dalla legge delega v. Crivelli-Mercurio, Annotazioni sulla legge di delegazione per la riforma del codice di rito, con riferimento alle disposizioni in tema di processo esecutivo, in Riv. es. for., 2021, 4, 1016. E. Fabiani-Picclo, La «vendita diretta» del debitore tra riforme del processo civile e tendenze evolutive della vendita forzata, in Nel labirinto del diritto, 2022, 1, 8 ss.

[28] Così la relazione al Re del codice di procedura civile.

[29] D' Alonzo, La vendita dell'immobile pignorato da parte del debitore. Prassi correnti e prospettive di riforma, in questa Rivista, pubblicato il 9/11/2020. 

[30] Cfr., sul punto, Cass., civ., Sez. III, 02/04/2014, n. 7708.

[31] Cfr. Soldi, Manuale dell’esecuzione forzata, Padova, 2009, 18.

[32] Per quanto, ad avviso di chi scrive, l’assunto andrebbe rivisto in considerazione del tecnicismo, non solo del processo esecutivo, in generale, ma anche dello stesso procedimento di conversione, che necessita di una istanza da depositarsi nel fascicolo (telematico) entro un certo termine, accompagnata dal versamento di una somma.

[33] In questi termini si esprime anche la relazione illustrativa.

[34] Così, anche recentemente, Cass. 22/10/2020, n. 23139, la quale in ambito concordatario ha escluso che l’effetto purgativo sia applicabile alle vendite che costituiscono estrinsecazione del normale esercizio dell’attività d’impresa.

[35] Cfr., in argomento Crivelli, Mercurio, Annotazioni sulla legge di delegazione per la riforma del codice di rito, con riferimento alle disposizioni in tema di processo esecutivo, cit, 4, 1020.

[36] A. Crivelli-E. Mercurio, op. cit., 1038, condivisibilmente sottolineavano le "difficoltà di traslare alla materia dell'esecuzione forzata i suddetti controlli".

[37] In argomento cfr. E. Fabiani-M.Nastri, Vendita forzata e normativa antiriciclaggio, Consiglio Nazionale del Notariato Studio n. 45-2020/E_3-2020/B.

[38] Cfr. d’Alonzo, La nuova disciplina dell'esecuzione forzata. Considerazioni a prima lettura, cit, 19.

[39] Così, efficacemente, De Santis, op. cit.

[40] Per quanto non siano mancati approfondimenti compiuti da voci illustri del panorama dottrinario; si pensi a Satta, L’esecuzione forzata, in Trattato di diritto civile a cura di Vassalli, Torino, 1952, 100 ss.; Mandrioli, L’azione esecutiva. Contributo alla teoria unitaria dell’azione e del processo, Milano, 1955, 372 ss.. Tarzia, L’oggetto del processo di espropriazione, Milano, 1961; Saletti, Processo esecutivo e prescrizione, Milano, 1992; Vaccarella Titolo esecutivo, precetto, opposizioni, Torino, 1983.

[41] Sovente affidata ai magistrati di prima nomina, i quali non vedevano l’ora di cedere il testimone al collega più giovane.

[42] A questo proposito, Cass. civ., sez. I, 6/10/2005, n. 19435 ha avuto modo di affermare che il diritto di ogni persona a che “la sua causa sia esaminata... in un tempo ragionevole” - attribuito sia dall’art. 6, comma primo, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, richiamato già dall’art. 2, comma primo, della legge 24 maggio 2001, n. 89, sia dall’art. 111 Cost. - consiste nella garanzia di ottenere, in un tempo ragionevole, concreta soddisfazione in giudizio delle proprie ragioni ovvero contezza dei motivi per cui queste non debbano essere accolte. In tale prospettiva, l’espressione “decisione... definitiva”, contenuta nell’art. 4 della legge n. 89 del 2001, non coincide con quella di sentenza passata in giudicato, ma indica il momento in cui il diritto azionato ha trovato effettiva realizzazione: onde il diritto all’equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, ai sensi della citata legge n. 89 del 2001, è configurabile anche in relazione al procedimento di esecuzione. Di recente, negli stessi termini, si è espressa Cass. civ., sez. VI, 26/06/2013, n. 16028, secondo la quale “Il diritto all’equa riparazione, riconosciuto dall’art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, è configurabile anche in relazione al processo di esecuzione forzata ed a favore di tutte le parti del processo medesimo. Ne consegue che è legittimato a chiedere l’indennizzo anche il creditore interventore, senza che possa avere rilevanza ostativa la circostanza che lo stesso creditore, a distanza di un apprezzabile periodo dal suo intervento, abbia deciso di rinunciare alla pretesa esecutiva”.

[43] Osserva D’Arrigo Il trattamento del credito fondiario nel nuovo codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza d’impresa, in questa Rivista, 19.10.2020, a proposito della disciplina del credito fondiario, che “ad una maggiore tutela della banca sia in sede contrattuale sia, nel caso di insolvenza, in sede esecutiva, corrispondono una maggiore facilità di accesso al credito da parte degli imprenditori capaci di offrire le garanzie richieste e un più basso costo del denaro (giacché il prestito è maggiormente garantito)”.

[44] Sono infatti intervenuti nella disciplina dell’esecuzione forzata: il d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito in l. 11 agosto 2014, n. 114, il d.l. 27 giugno 2015, n. 83, convertito in l. 6 agosto 2015, n. 132, il d.l. 3 maggio 2016 n. 59, convertito in l. 30 giugno 2016 n. 11, il d.l. 14 dicembre 2018, n. 135, convertito dalla legge 11 febbraio 2019, n. 12, il d.l. 30 dicembre 2019, n. 162 convertito, con modificazioni, con l. 28 febbraio 2020, n. 8. Neppure l’emergenza pandemica ha fatto segnare una battuta di arresto, tanto è vero che anche il d.l. 17 marzo 2020, n. 18 (così detto “cura Italia”), convertito, con modificazioni, con l. 24 aprile 2020, n. 27 si occupa di esecuzione forzata.

 

 

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