Spariscono caldaia e condizionatore dall'immobile pignorato: chi fa la querela?

La legittimazione del custode giudiziario a sporgere querela per la sottrazione di accessori e pertinenze o per il danneggiamento dell’immobile pignorato (art. 388, comma 3, c.p.). Nota a Tribunale di Reggio Emilia, sez. penale, 13-22/11/2017
Spariscono caldaia e condizionatore dall'immobile pignorato: chi fa la querela?

Tribunale di Reggio Emilia, sez. penale, Giudice A.Cardarelli, 13-22/11/2017

– Omissis è stata tratta a giudizio dinanzi a questo Tribunale, in composizione monocratica, per rispondere del reato di cui all’art. 388, comma 3, c.p., a lei ascritto in rubrica.

In relazione alla questione di procedibilità sollevata dalla difesa dell’imputata, le parti – all’udienza del 13 novembre 2017 – hanno concluso come da verbale.

Orbene, nella specie – conformemente alle concordi conclusioni delle parti – non risulta proposta valida querela sia perché dall’esame del contenuto dell’esposto presentato dall’Istituto Vendite Giudiziarie non emerge la chiara volontà di procedere nei confronti dell’imputata (trattandosi di denuncia presentata “per dovere d’ufficio” dal custode giudiziario dell’immobile pignorato, al fine di rappresentare la condotta dell’imputata, evidentemente con la finalità di escludere eventuali responsabilità del custode) sia perché persona offesa del reato in esame è il creditore procedente (che non risulta avere presentato querela); e ciò a prescindere da ogni considerazione nel merito, avuto riguardo ai beni oggetto dell’imputazione, a fronte di pignoramento immobiliare.

Con l’effetto che va dichiarata l’improcedibilità dell’azione penale per la mancanza di valida querela.

P.Q.M.

Visti gli artt. 129 e 529 c.p.p.,

dichiara non doversi procedere nei confronti dell’imputata in ordine al reato a lei ascritto per mancanza di valida querela.

 

 

 

Spariscono caldaia e condizionatore dall’immobile pignorato: chi fa la querela?

La legittimazione del custode giudiziario a sporgere querela per la sottrazione di accessori e pertinenze o per il danneggiamento dell’immobile pignorato (art. 388, comma 3, c.p.).

Nota a Tribunale di Reggio Emilia, sez. penale, 13-22/11/2017

di Giovanni Fanticini, magistrato dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione

 

Sommario: 1. – La fattispecie e la decisione del Tribunale. 2. – L’oggetto del pignoramento e il custode giudiziario. 3 – Il custode giudiziario è persona offesa dal reato ex art. 388, comma 3, c.p.?

 

  1. – La fattispecie e la decisione del Tribunale.

La debitrice esecutata, prima di rilasciare l’abitazione (conformemente all’ordine di liberazione emesso dal giudice dell’esecuzione), asportava dall’immobile l’impianto di climatizzazione e la caldaia a muro.

Il custode giudiziario (l’Istituto Vendite Giudiziarie) esortava la debitrice a riconsegnare i beni, ma questa non ottemperava e dichiarava di non essere disposta alla restituzione.

Conseguentemente, il custode presentava «esposto denuncia-querela» contro l’esecutata.

Nel procedimento penale – che vedeva la debitrice imputata del reato previsto e punito dall’art. all’art. 388, comma 3, c.p. («Chiunque sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa di sua proprietà sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa fino a euro 309») – il difensore eccepiva l’improcedibilità dell’azione penale per difetto di querela del soggetto legittimato a presentarla.

Il giudice monocratico del Tribunale di Reggio Emilia, in accoglimento dell’eccezione, dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputata per mancanza di una valida querela.

Le motivazioni addotte a sostegno della decisione sono due (anche se tra le righe se ne potrebbe scorgere una terza, rimasta assorbita).

Innanzitutto, il giudice ha ritenuto che l’atto denominato «esposto denuncia-querela» non avesse i requisiti della querela, non essendo stata espressamente manifestata la volontà di procedere in ordine al reato illustrato attraverso una richiesta di punizione del responsabile.

In secondo luogo, si è affermato che – in ogni caso – il custode giudiziario non è legittimato a sporgere querela poiché la persona offesa dal reato è soltanto il creditore (procedente).

Infine – con un suggestivo passaggio sulla natura dei cespiti asportati in una esecuzione forzata di un immobile – sembra che si adombri l’impossibilità di configurare il reato di asportazione di beni mobili in un’espropriazione immobiliare.

La prima motivazione – attinente ad un giudizio di fatto sulla valenza come querela del documento presentato dall’Istituto di Vendite Giudiziarie – non sarà oggetto di queste considerazioni.

Più interessanti sono le altre ragioni poste a fondamento della decisione.

 

  1. – L’oggetto del pignoramento e il custode giudiziario.

In base al disposto dell’art. 2912 c.c. il pignoramento si estende automaticamente a «gli accessori, le pertinenze e i frutti» del bene staggito; in forza del principio suesposto, la cosa principale e quella a cui si estende il pignoramento sono assoggettate al medesimo regime giuridico.

L’espressione «accessori» impiegata dalla norma non è tecnica e non trova una definizione positiva: secondo una dottrina, è accessoria la cosa che, pur conservando la propria individualità materiale, si trova in tale rapporto di connessione con una cosa principale da seguirne il regime giuridico, sicché la differenza tra accessorio e pertinenza è rappresentata dalla circostanza che quest’ultima può essere oggetto di separati atti o rapporti giuridici (godendo di una propria autonomia concettuale), mentre il primo perde di senso se separato dalla cosa principale

Sono automaticamente assoggettate all'espropriazione anche quando non menzionate né specificamente identificate nell'atto di pignoramento pure le «pertinenze», le quali, ai sensi dell’art. 817 c.c., sono costituite dalle cose che – senza essere incorporate in altre e pur mantenendo la propria individualità – sono destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di altre.

L’imposizione del vincolo pertinenziale – da cui deriva l’applicazione dell’art. 2912 c.c. – esige la sussistenza in concreto di una relazione di asservimento che «risulti con caratteri di assolutezza ovvero di indispensabilità o di inequivocità ... in modo che si possa così sopperire alla lacuna riscontrabile nella trascrizione del pignoramento riguardante soltanto la cosa principale, a fini di tutela dei terzi [... e, cioè, ... ] presuppone un rapporto funzionale o strumentale che oggettivamente sussista tra la cosa principale e la cosa accessoria, tenuto conto della natura delle cose e della normale caratteristica oggettiva della cosa accessoria di servire o di essere da ornamento alla cosa principale» (Cass. civ., 20 marzo 2012, n. 4378, la quale esclude, di regola, la natura pertinenziale di suppellettili, arredi e mobilio, a meno che non siano destinati durevolmente all'ornamento di questo; nel caso di specie si trattava di collezioni d'arte figurativa, opere pittoriche, arredi di pregio – quali lampadari, orologi, salottini, tavoli e pianoforti –, una vasta biblioteca e una collezione di fotografie antiche).

Nessun dubbio può ragionevolmente manifestarsi sull’oggettiva destinazione al servizio dell’immobile della caldaia per il riscaldamento e dell’impianto di climatizzazione: il nesso pertinenziale è palese e, pertanto, le cose asportate dalla debitrice costituivano oggetto del pignoramento immobiliare.

Sono poste a presidio del predetto vincolo di pignoramento le norme che sanciscono l’inefficacia degli atti dispositivi dei beni pignorati compiuti successivamente al suo perfezionamento (artt. 2913 ss. c.c.).

Contro gli atti disposizione materiale dei beni staggiti, la garanzia del vincolo di pignoramento è data dall’istituto della custodia (art. 559 c.p.c. nell’espropriazione immobiliare) e rinforzata dalla sanzione penale (artt. 388, commi 3, 4 e 5, e 388-bis c.p.).

 

  1. – Il custode giudiziario è persona offesa dal reato ex art. 388, comma 3, c.p.?.

Il Tribunale di Reggio Emilia ha escluso la legittimazione del custode giudiziario a sporgere querela per la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 388, comma 3, c.p.

La decisione trova riscontro in precedenti (non recenti) della giurisprudenza di legittimità, la quale ha più volte affermato che la «persona offesa dal reato» deve essere individuata nel creditore, «persona a favore della quale è disposto il vincolo» (Cass. pen., 14 febbraio 1995, n. 1512: «Poiché lo scopo della norma di cui al terzo comma dell’art. 388 cod. pen. consiste nella conservazione della situazione determinatasi nel processo esecutivo o cautelare a favore di uno o più soggetti in seguito al pignoramento o all’adozione di un provvedimento di sequestro giudiziario o conservativo, in vista del risultato cui tende l’attività esecutiva o cautelare, titolare del diritto di querela è la persona a favore della quale è disposto il vincolo»), «di natura civilistica» (Cass. pen., 9 giugno 1998, n. 6879: «gli artt. 388 e 388 bis [...] trovano il loro fondamento in violazioni di vincoli di natura privatistica»), e interessata al suo mantenimento.

Alla luce dell’evoluzione della custodia nelle esecuzioni immobiliari dopo la riforma del 2006, l’interpretazione della ratio legis della norma appare eccessivamente riduttiva.

La disposizione dell’art. 388, comma 3, c.p. – reato proprio del proprietario della cosa pignorata dopo la sostituzione nella custodia (dato che al proprietario-custode si riferisce il successivo comma 4) – tutela sì il mantenimento del vincolo di pignoramento sulla res staggita, ma non è corretto ritenere che solo il creditore sia il «soggetto titolare dell’interesse direttamente protetto dalla norma penale e la cui lesione o esposizione a pericolo costituisce l’essenza dell’illecito» (questa è la definizione di «persona offesa» fornita da Cass. pen., 5 maggio 2004, n. 21090).

Certamente la punizione delle condotte indicate dall’art. 388, comma 4, c.p. preserva le ragioni creditorie evitando che la garanzia patrimoniale specifica (il cui oggetto è costituito proprio dal compendio pignorato) possa essere ridotta o annichilita dalla prerogativa dominicale del debitore, il quale potrebbe godere e disporre della cosa pure distruggendola o danneggiandola.

Occorre domandarsi se anche la fattispecie incriminatrice dell’art. 388, comma 3, c.p. abbia quale unico bene giuridico tutelato la salvaguardia delle ragioni creditorie.

Ad avviso dello scrivente la risposta è negativa, poiché il mantenimento degli effetti del pignoramento (specificamente, quelli materiali) è utilità che coinvolge anche ulteriori interessi.

Infatti, oltre a destinare il bene alla liquidazione in favore dei creditori, il pignoramento ha anche un ulteriore effetto e, cioè, la cristallizzazione giuridica e materiale del bene nell’interesse dell’aggiudicatario: «in relazione allo ius ad rem (pur condizionato al versamento del prezzo) che l’aggiudicatario acquista all’esito dell’iter esecutivo» (così Cass. civ., 30 giugno 2014, n. 14765), è evidente che la sottrazione o la distruzione o il danneggiamento di cespiti, pertinenze o accessori pignorati determina una immediata lesione del significato giuridico del vincolo (bene protetto dall’art. 388, comma 3, c.p.) e, in via mediata, pregiudica l’interesse dell’aggiudicatario (che, quindi, è astrattamente abilitato a sporgere querela).

Inoltre, sempre in relazione allo scopo e agli effetti del pignoramento, se gli artt. 2913 ss. c.c. impediscono (rendendo inefficaci) gli atti dispositivi compiuti in pendenza di procedura, la preservazione materiale del cespite nelle more del processo costituisce precipuo compito del custode giudiziario (ex art. 65 c.p.c.), che è (tra l’altro) tenuto ad «assicurare la corrispondenza tra quanto ha formato oggetto della volontà dell’aggiudicatario e quanto venduto» (Cass. civ., 30 giugno 2014, n. 14765) e che potrebbe essere anche chiamato a rispondere del danno lamentato dall’aggiudicatario a norma dell’art. 2043 c.c.

Perciò, la lesione dell’impresso vincolo di pignoramento – nei suoi effetti giuridici e, soprattutto, materiali – compiuta attraverso condotte distrattive e/o distruttive è potenzialmente idonea a riverberarsi anche sul custode giudiziario (a maggior ragione dopo che le funzioni e le attività del custode sono state ampliate con la riforma del codice di procedura civile intervenuta nel 2006) che è garante del mantenimento degli effetti del vincolo e, quindi, portatore dell’interesse protetto (rectius, di uno degli interessi protetti) dalla norma penale.

Il confronto (in parallelo) con un’altra fattispecie incriminatrice può rendere più chiara la legittimazione alla querela del custode giudiziario anche in ordine al reato ex art. 388, comma 3, c.p.

È noto che i canoni di locazione dell’immobile pignorato sono oggetto di pignoramento (ex art. 2912 c.c.) e che il custode è tenuto ad incassarli nel corso della procedura e a rendere il conto delle rendite percepite o, nelle ipotesi in cui trovi applicazione l’art. 41, comma 3, d.lgs. 1 settembre 1993, n. 385, a riversarle al creditore fondiario. Qualora l’esecutato – nella sua qualità di locatore (ma privo del potere di amministrare l’immobile) – ottenga la disponibilità dei canoni e se ne appropri rifiutando di rimetterli al custode, potrebbe seriamente dubitarsi della legittimazione del custode a sporgere querela per il reato di appropriazione indebita? Il bene giuridico protetto dall’art. 646 c.p. è certamente il patrimonio, non già quello dell’ausiliario del giudice ma, presumibilmente, quello dei creditori a cui spetterà l’assegnazione del denaro; nel caso, però, la tutela (civile e penale) avviene per tramite del custode giudiziario, unico titolare del diritto a riscuotere i canoni.

Come per il reato ex art. 646 c.p. il custode deve essere necessariamente considerato «legittimo possessore dei beni» (in proposito, Cass. pen., 2 marzo 1999, n. 2862: «In tema di titolarità del diritto di querela, e dunque di individuazione della persona offesa, cui tale diritto compete, deve intendersi tale il soggetto passivo del reato, ossia colui che subisce la lesione dell’interesse penalmente protetto. Possono pertanto coesistere più soggetti passivi di un medesimo reato, che vanno individuati, appunto, con riferimento alla titolarità del bene giuridico protetto. (Nella fattispecie, la Corte ha ritenuto, con riferimento ad una ipotesi di appropriazione indebita di gioielli da parte di un rappresentante, che persona offesa fosse, non solo la società proprietaria dei preziosi, ma anche il “procacciatore di affari” per conto della predetta società, legittimo possessore dei beni consegnati al rappresentante, e tenuto al risarcimento nei confronti del proprietario).») – e, segnatamente, dei canoni, anch’essi pignorati – in pendenza della procedura esecutiva, nella fattispecie penale ex art. 388, comma 3, c.p. lo stesso ausiliario è soggetto passivo delle condotte di sottrazione, soppressione, distruzione, dispersione o deterioramento delle medesime cose sottoposte a pignoramento, poiché subisce la lesione dell’interesse penalmente protetto (la conservazione materiale della res sulla quale è impresso il vincolo di pignoramento).