Il termine per la presentazione dell’istanza di assegnazione ha natura perentoria (a margine di Trib. Palermo, 25.1.2019)

L'interpretazione sistematica degli artt. 572, 573 e 588 c.p.c.

Il termine per presentare l'istanza di assegnazione ha natura perentoria

Tribunale, Palermo, 25 gennaio 2019, n. 14728 - pres. Di Marco, est. Imperiale

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - ASSEGNAZIONE;

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Il provvedimento in rassegna – il primo che, a quanto consta, si sia occupato ex professo della questione a seguito delle riforme riguardanti l’istituto dell’assegnazione attuate con il d.l. n. 83 del 2015 ed il d.l. n. 69 del 2016 – qualifica come perentorio il termine previsto dall’art. 588 c.p.c. per la presentazione dell’istanza di assegnazione.

In ciò il Tribunale si discosta motivatamente da un precedente della giurisprudenza di legittimità (Cass. 18.4.2011, n. 8857), ove peraltro veniva in rilievo il caso in cui un G.E. aveva prefigurato, quale conseguenza della mancata presentazione di istanze di assegnazione o di amministrazione giudiziaria nei dieci giorni dall’udienza fissata per la prosecuzione, l’estinzione della procedura; in tale occasione, la Corte ebbe ad affermare che “in mancanza di una esplicita disposizione normativa, non era dunque consentito al giudice dell'esecuzione trasformare, sia pur attraverso una sorta di ‘procedimento processuale indiretto’, un termine ordinatorio in perentorio, previa prefigurazione anticipata dell'estinzione della procedura in epoca anteriore alla scadenza del termine stesso”.

 

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Una sintesi del caso deciso può giovare alla migliore intelligenza dei termini del problema.

Nell’ambito di una procedura esecutiva immobiliare, un creditore intervenuto propone, in data 15.3.2018, istanza per vedersi assegnato il bene pignorato al prezzo a base d’asta fissato per l’esperimento di vendita calendarizzato in data 20.3.2018.

L’istanza viene respinta e il provvedimento impugnato ai sensi dell’art. 617 c.p.c..

Il Giudice dell’esecuzione disattende la domanda volta all’adozione dei provvedimenti ex art. 618 c.p.c. e, quindi, l’interessato propone reclamo al Collegio.

Con riguardo al profilo che qui specificamente interessa, il Collegio – data contezza del citato precedente di legittimità in senso difforme e di opinioni dottrinali discordanti, specie a seguito delle riforme del 2015-2016 – ha ritenuto che il termine di cui all’art. 588 c.p.c. (dato al creditore per presentare istanza di assegnazione) sia di natura perentoria, poiché “l’interpretazione sistematica delle norme e l’assunto della eterogeneità dell’istanza di assegnazione rispetto all’offerta di acquisto (per mancanza di cauzione e di irrevocabilità) porta a ritenere che il termine a ritroso rispetto alla vendita del cespite pignorato (…) persegua la funzione di rendere l’istanza di assegnazione conoscibile alla platea dei possibili e successivi offerenti per evitare una lesione del diritto – normativamente sancito dall’art. 572, comma 3, c.p.c. – dell’offerente che voglia presentare una offerta inferiore al prezzo base determinato dall’art. 568 c.p.c. o al prezzo ribassato a seguito dei successivi esperimenti di vendita”.

Prima di valutare la correttezza della soluzione indicata, rileva soffermarsi brevemente sul contenuto delle riforme (già prima richiamate) che hanno interessato l’istituto dell’assegnazione all’evidente scopo di procurarne la rivitalizzazione (secondo quanto ritenuto concordemente dalla dottrina che si è occupata dello stesso di recente: per tutti v. Vanz, I nuovi profili dell’assegnazione forzata immobiliare, Riv. Dir. Proc., 2017, 1, 156; Farina, Il concorso tra assegnazione dell’immobile al creditore e aggiudicazione in capo al migliore offerente e la (mancanza di) discrezionalità del giudice dell’esecuzione, in Riv. Esec. Forz., 2018, 427; sia consentito inoltre il rinvio al mio L’assegnazione nell’esecuzione forzata immobiliare, in questa Rivista).

In primo luogo, il legislatore è intervenuto sull’art. 588 c.p.c., nella parte in cui prevede i casi in cui può darsi corso all’assegnazione, al fine di espungere dal relativo testo le espressioni “con incanto” e “per mancanza di offerte”.

La prima modifica riflette la scelta di allineare l’istituto in esame a quello della vendita forzata, posto che la stessa ormai avviene di regola senza incanto: altrimenti detto, il legislatore ha inteso svincolare l’assegnazione da un presupposto (la celebrazione di una vendita con incanto) di verificazione più che meramente eventuale.

La seconda modifica discende dalla necessità di coordinare la disposizione con i novellati artt. 572 e 573 c.p.c., in specie per quanto attiene alla ipotesi di concorso tra una o più offerte minime (cioè formulate al ribasso rispetto al prezzo di vendita) e una istanza di assegnazione: concorso che – in sintesi – il legislatore risolve sempre a vantaggio del creditore istante se – all’esito di gara o meno – il prezzo offerto si mantiene al di sotto di quello posto a base d’asta per l’esperimento di vendita di cui si tratta; viceversa, la formulazione – anche a seguito di gara – di una offerta pari o superiore a tale prezzo determina in ogni caso l’aggiudicazione del bene, a preferenza della sua assegnazione al creditore che ne abbia fatto richiesta (non può essere condivisa – quindi – la pronuncia Trib. Udine, 15.7.2011, che ha ritenuto corretta la scelta del G.E. di accordare preferenza ad una istanza di assegnazione formulata per un prezzo più alto rispetto a quello risultante dall’offerta superiore, seppur di poco, al prezzo a base d’asta: su questo punto v. ancora Farina, op. cit.).

Ancora, il legislatore è intervenuto sull’art. 589 c.p.c. al fine di stabilire che l’istanza di assegnazione va fatta per una somma non inferiore a quella prevista dall’art. 506 c.p.c. (il che rileva in specie se vi sono creditori meglio collocati rispetto all’istante) e al prezzo base stabilito per l’esperimento di vendita in relazione al quale l’istanza stessa è stata presentata.

In precedenza, la norma faceva riferimento al “prezzo determinato a norma dell’art. 568 c.p.c.”, il che implicava, secondo l’opinione prevalente (in senso contrario v. Travi, Espropriazione immobiliare, in NNDI, VI, 1957, 917), che la convenienza nel formulare una istanza di assegnazione si esauriva con il primo tentativo di vendita, posto che, pur a fronte dei successivi ribassi, il creditore avrebbe dovuto pur sempre conteggiare il valore di partenza del bene senza poterne ottenere l’assegnazione per una somma minore (con la conseguenza di poter vantare – eventualmente – un credito residuo più alto nei confronti del debitore esecutato).

Al contrario, il creditore può oggi presentare istanza di assegnazione con riferimento al prezzo ribassato, tenendo sempre conto delle spese di procedura (e, se vi sono, dei creditori meglio collocati), e quindi scontare in relazione al proprio credito tale importo minore, il che presenta indubbi vantaggi specialmente laddove, all’esito di numerosi esperimenti di vendita andati deserti, diventa via via più concreto il rischio di una esecuzione infruttuosa (su questo punto v. Vanz, op. cit).

 

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Ai fini che qui interessano occorre prendere specificamente in considerazione la modifica diretta al coordinamento con gli artt. 572 e 573 c.p.c..

In base al combinato disposto di tale norme, da leggersi per quanto detto anche alla luce del novellato art. 588 c.p.c., i casi in cui può aver luogo l’assegnazione del bene subastato al creditore sono i seguenti:

  1. vendita (normalmente senza incanto) andata deserta;
  2. vendita nella quale non vi sia stata aggiudicazione perché l’unica offerta presentata è inferiore al valore posto a base d’asta;
  3. vendita nell’ambito della quale, a fronte della presentazione di più offerte al di sotto del prezzo posto a base d’asta, gli offerenti non abbiano aderito all’invito del G.E. (o del delegato) di operare rilanci sull’offerta più alta;
  4. vendita nell’ambito della quale, a fronte della presentazione di più offerte ed a seguito di gara tra gli offerenti, il prezzo offerto sia inferiore a quello posto a base d’asta.

Appare evidente, quindi, che vi è un interesse giuridicamente qualificato degli offerenti alla previa conoscenza della presentazione di una istanza di assegnazione.

Invero tale interesse assume una certa consistenza laddove vi sia un unico offerente che abbia formulato offerta minima.

Difatti, in caso di più offerte minime, gli offerenti potranno ingaggiare la gara e, all’esito della stessa, pareggiare o superare il valore posto a base d’asta, così conseguendo in ogni caso l’aggiudicazione del bene; altrimenti detto, al fine di preservare il detto interesse all’aggiudicazione, è necessario, ma anche sufficiente, che gli offerenti, al momento dell’apertura delle buste, siano resi edotti dell’avvenuta presentazione di una istanza di assegnazione.

Al contrario, nel caso in cui vi sia un unico offerente che abbia formulato offerta minima, quest’ultimo non potrebbe che prendere atto – sempre in sede di apertura delle buste – della esistenza di una istanza di assegnazione, che a quel punto sarebbe senz’altro prevalente.

Vi è chi sostiene, non senza dovizia di argomenti, che la presentazione di una offerta minima comporta l’assunzione del rischio che la stessa sia resa sterile dalla concorrenza di una istanza di assegnazione.

A chi scrive sembra però evidente che, ad argomentare in questi termini, si pongono le premesse per una ingiustificata disparità di trattamento tra casi omologhi (presentazione di una sola offerta minima e presentazione di più offerte minime), il cui discrimen in definitiva riposa su un fattore casuale ed imponderabile (il numero di offerte presentate).

In altre parole, al presentatore dell’unica offerta minima sarebbe sempre preclusa la possibilità di aggiudicarsi il bene; possibilità che invece sussiste in caso di più offerte, dato che gli offerenti possono, all’esito della gara, neutralizzare l’istanza di assegnazione.

Nell’ipotesi presa in considerazione (unico offerente minimo) la fissazione di un termine per la presentazione dell’istanza di assegnazione presiede proprio all’interesse di tale offerente di: a) valutare la possibilità di formulare una offerta più alta ed aggiudicarsi il bene; b) rinunciare al proposito di partecipare, evitando peraltro anche la immobilizzazione della cauzione.

Nell’uno e nell’altro caso – è bene sottolinearlo – vi è una chiara convenienza anche, per così dire, dalla prospettiva della procedura esecutiva: in particolare, nella fattispecie sub a), l’offerta sarà (pari o) superiore al prezzo a base d’asta; nella fattispecie sub b), il bene sarà assegnato al prezzo a base d’asta.

Stando così le cose, si comprende perché, secondo il Tribunale di Palermo, il termine di cui all’art. 588 c.p.c., al di là di una espressa comminatoria di decadenza, sia da qualificare come perentorio, in ragione dello specifico interesse (sopra esaminato) alla cui tutela lo stesso è preordinato (viene richiamata al riguardo Cass. S.U., 12.1.2010, n. 262).

È chiaro, peraltro, che il collegamento tra il termine e l’interesse che lo stesso tutela sia stato stabilito proprio per effetto delle sopra menzionate riforme, ragione per la quale il contrasto con il precedente della Suprema Corte di Cassazione (Cass. 18.4.2011, n. 8857) si giustifica in ragione della sopravvenienza normativa, che impone di qualificare nel senso anzidetto il termine per la presentazione dell’istanza.

In definitiva, in questa parte, il pronunciamento del Tribunale palermitano si mostra del tutto condivisibile; lo stesso, peraltro, rilancia la complessa tematica della conoscibilità dell’istanza di assegnazione (a maggior ragione se si intende il termine per presentarla come perentorio) che alcuni Uffici giudiziari hanno risolto prevedendo che la stessa sia pubblicata sul sito internet dove è inserito l’avviso di vendita.

 

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Non altrettanto condivisibile si mostra invece il passaggio (evidentemente diretto a rafforzare l’affermazione della ritenuta perentorietà del termine) ove si rileva che il ricorrente non aveva allegato alcun pregiudizio sostanziale (come invece occorre fare laddove si tratti della deduzione di vizi formali) e che, anzi, tale pregiudizio era da escludere in nuce dato che, comunque, lo stesso creditore avrebbe potuto partecipare come offerente alla gara in questione.

Tale principio pone le premesse di una conseguenza troppo radicale perché sembra portare con sé l’affermazione che in nessun caso il creditore potrebbe dolersi della reiezione dell’istanza di assegnazione per intempestività della stessa, data la possibilità di aggiudicarsi il bene a seguito di offerta.

Piuttosto occorre notare che, in concreto, la reiezione dell’istanza potrebbe avvenire nel contesto stesso dell’udienza fissata per la celebrazione della vendita e, dunque, in un momento in cui comunque non sarebbe più possibile al creditore partecipare come offerente.

Va aggiunto poi che, quanto meno nell’ipotesi in cui vi sia un solo creditore, viene in rilievo una datio in solutum la cui capacità satisfattiva è immediata, non essendo necessaria una fase, successiva a quella del trasferimento, di distribuzione del ricavato.