Nuove prospettive in tema di usurarietà degli interessi moratori

Commento a Cass. civ. Sez. III, Sent., (ud. 15/01/2019) 17-10-2019, n. 26286 – Pres. Vivaldi, Est. D’Arrigo

Validità ed effetti della c.d. “clausola di salvaguardia” nella quantificazione degli interessi convenzionali

Cassazione civile, 17 ottobre 2019, n. 26286 - pres. Vivaldi, est. D'Arrigo

MUTUO - interessi; CONTRATTI BANCARI;

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Gli interessi di mora possono essere soggetti a reductio ad aequitatem

Cassazione civile, 17 ottobre 2019, n. 26286 - pres. Vivaldi, est. D'Arrigo

MUTUO - interessi; CONTRATTI BANCARI;

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Applicazione e modalità di calcolo del “tasso soglia” agli interessi di mora

Cassazione civile, 17 ottobre 2019, n. 26286 - pres. Vivaldi, est. D'Arrigo

MUTUO - interessi; CONTRATTI BANCARI;

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La Cassazione interviene sul problema del “cumulo” di interessi corrispettivi e moratori

Cassazione civile, 17 ottobre 2019, n. 26286 - pres. Vivaldi, est. D'Arrigo

MUTUO - interessi; CONTRATTI BANCARI;

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Sommario:

1. Il caso
2. Le questioni problematiche e le soluzioni offerte dalla sentenza Cass. n. 26286/2019
3. Conclusioni: la rimessione alle Sezioni Unite con ordinanza n. 2694 del 22 ottobre 2019

  1. Il Caso

Con ricorso ex art. 615 c.p.c. proposto nell’ambito di una procedura esecutiva immobiliare, la debitrice si doleva dell’usurarietà dei tassi di interesse convenuti nel contratto di mutuo fondiario stipulato con la Banca e posto alla base dell’esecuzione forzata intrapresa in suo danno. All’esito del giudizio di merito relativo all’opposizione, il Tribunale di Monza rigettava la domanda, rilevando l’assenza di prova dell’usurarietà sia dell’interesse corrispettivo sia di quello moratorio, escludendo che i due valori potessero cumularsi ai fini della verifica del superamento del tasso soglia. Il giudice, inoltre, riteneva dirimente la circostanza che nel contratto di mutuo fosse inserita la cd. clausola di salvaguardia, tramite la quale la Banca si impegnava a mantenere i tassi di interesse entro il limite previsto dall’art. 2 della L.108/1996. L’opponente impugnava la predetta sentenza e la Corte d’Appello di Milano riteneva inammissibile l’impugnazione con ordinanza ex art. 348 bis c.p.c. La debitrice esecutata presentava, pertanto, ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c.

  1. Le questioni problematiche e le soluzioni offerte dalla sentenza Cass. 26286/2019

I nodi interpretativi posti all’attenzione della Corte di Cassazione nel caso di specie hanno ad oggetto questioni “vecchie” e “nuove” in materia di usura, rispetto alle quali la Terza Sezione della Suprema Corte ha fatto luce, assumendo posizioni decise e, in parte, innovative.

Le censure mosse dal ricorrente hanno richiesto, in primo luogo, di dare risposta alla vexata quaestio riguardante la possibilità o meno di procedere alla sommatoria tra il tasso di interesse corrispettivo e il tasso di interesse moratorio, previsti dal contratto di mutuo, al fine di verificare il superamento del tasso soglia usura.

Ebbene, la tesi che ammette la sommatoria tra i tassi trae origine da un’interpretazione della nota pronuncia della Suprema Corte (Cass. 9/1/2013 n. 350), nella quale, in un passaggio, si è affermato che “ai fini dell'applicazione dell'articolo 1815 c.c. e dell'articolo 644 c.p., si considerano usurari gli interessi che superano il limite stabilito nella legge al momento in cui sono promessi o comunque convenuti a qualunque titolo, e quindi anche a titolo d'interessi moratori.

Tuttavia, sin dalle prime applicazioni del principio di diritto espresso dalla richiamata pronuncia, le corti di merito e infine anche la stessa Corte di Cassazione (cfr. Trib. Reggio Emilia Sent., 06/10/2015 n. 1297 in www.iusexplorer.it; Trib. Milano Sent., 31/05/2019 n. 5194, ivi – Cass. 28/06/2019, n. 17447) hanno fornito un’interpretazione assolutamente antitetica, ritenendo che la sentenza della Corte di Cassazione n. 350/2013 non contenga alcuna affermazione nel senso della necessità di cumulare il tasso moratorio al tasso corrispettivo, avendo invece semplicemente affermato che sono soggetti alla disciplina sull’usura anche gli interessi moratori. In tal senso si è valorizzata la diversità ontologica e funzionale degli interessi corrispettivi rispetto a quelli di mora: infatti, mentre l’interesse corrispettivo rappresenta il prezzo versato dal debitore in ragione della disponibilità del denaro fornito dal creditore ed è dovuto nella fase “fisiologica” del rapporto ossia nel corso del piano di rimborso graduale, l’interesse moratorio è dovuto, invece, nella fase “patologica” del rapporto, e può qualificarsi come liquidazione anticipata e forfettaria del danno causato al mutuante dall’inadempimento o dal ritardato adempimento del mutuatario. In sostanza, gli interessi corrispettivi e quelli di mora sono applicati in via alternativa, nel senso che - nel momento in cui il debitore diviene moroso - il tasso di interesse di mora non si aggiunge a quello corrispettivo, ma si sostituisce a quest’ultimo, con conseguente impossibilità di procedere alla sommatoria dei due tassi ai fini della verifica dell’usurarietà del mutuo.

Sul punto, la pronuncia della Corte di Cassazione in commento si è espressa confermando la tesi già consolidata nella giurisprudenza di legittimità, esplicitando però in maniera cristallina l’equivoco che si annida dietro la tesi cd. del cumulo, definendo quest’ultimo, in estrema analisi, un “falso problema”.

Infatti, la Corte, dopo aver ribadito la “diversità di causa e di funzione tra interesse corrispettivo ed interesse moratorio”, ha chiarito che “in materia di rapporti bancari, può discutersi di "cumulo" degli interessi corrispettivi con quelli moratori convenzionali in due accezioni differenti”.

In particolare, la prima accezione di “cumulo” concerne un fenomeno matematico, che sorge per esigenze eminentemente pratiche e per il quale in molti dei contratti bancari il tasso degli interessi moratori si ottiene sommando uno spread, ossia un incremento di percentuale, al saggio degli interessi corrispettivi: in questa ipotesi, il ritardato pagamento da parte del debitore, determinerà l’applicazione della somma tra il tasso pattuito a titolo di interesse corrispettivo ed il suddetto incremento percentuale, costituendo tale somma l’interesse moratorio. La sentenza in commento ha esplicitato come, in questo caso, “solo impropriamente è possibile parlare di "cumulo". In realtà, non si tratta della contemporanea percezione di due diverse specie di interessi. La banca percepisce soltanto gli interessi moratori, il cui tasso è, però, determinato tramite la sommatoria innanzi descritta. Quindi, è al valore complessivo e non ai soli punti percentuali aggiuntivi che occorre aver riguardo al fine di individuare il tasso di interesse moratorio effettivamente applicato e percepito”.

Nella seconda accezione, invece, può parlarsi di “cumulo” laddove il debitore venga costituito in mora dal creditore in ragione di ritardati pagamenti ma il contratto continui ad essere efficace tra le parti in quanto la banca non si è ancora determinata a recedere dallo stesso, con conseguente decadenza del cliente dal beneficio del termine. In questa ipotesi, definita fase di “incaglio”, il cliente dal giorno in cui diviene moroso, è tenuto a corrispondere anche lo spread che costituisce la maggiorazione convenzionale degli interessi moratori, ma rimanendo efficace il rapporto tra le parti “vi è la sensazione che il cliente continui a corrispondere l'interesse corrispettivo quale remunerazione per il godimento del denaro ed inoltre l'interesse moratorio per il ritardato adempimento. In questa prospettiva, l'interesse di mora (costituito dal solo spread) sembra cumularsi con l'interesse corrispettivo, conservando ciascuno dei due la propria individualità, funzione giuridica e autonomia”. Ebbene, anche in questo caso, la Suprema Corte ha chiarito che non si determina alcun "cumulo" effettivo tra interessi moratori e corrispettivi, atteso che, dalla costituzione in mora, gli interessi percepiti dal creditore hanno tutti natura moratoria “sia per quel che concerne la maggiorazione prevista dal contratto nel caso di ritardato pagamento, sia per la parte corrispondente, nell'ammontare, agli interessi corrispettivi previsti "prima della mora" ma che, per effetto di quest'ultima, ha cambiato natura, così come testualmente disposto dall'art. 1224 c.c.”. E ciò anche in considerazione del fatto che, potendosi qualificare gli interessi moratori come clausola penale, trova applicazione l’art. 1383 c.c., il quale prevede che "il creditore non può domandare insieme la prestazione principale e la penale, se questa non è stata stipulata per il semplice ritardo".

La Corte di Cassazione, dunque, ha confermato anzitutto la diversità di funzioni degli interessi moratori e di quelli corrispettivi e soprattutto l’alternatività della loro applicazione nel corso del rapporto tra il cliente e la banca, con la conseguenza che se essi non vengono mai a cumularsi nell’esecuzione del contratto, non possono sommarsi ai fini della valutazione di usurarietà.

Come anticipato, la giurisprudenza di legittimità ha affermato in più occasioni che la differenza ontologica e funzionale degli interessi moratori rispetto agli interessi corrispettivi non rende la pattuizione degli interessi di mora esente dal vaglio di usurarietà, anche in ragione del disposto dell’art. 1, D.L. n. 394/2000, conv. in L. n. 24/2001, ai sensi del quale possono essere considerati usurari gli interessi convenuti " a qualunque titolo", e dunque anche a titolo di interessi di mora (cfr. Cass. 06/03/2017, n. 5598; Cass. 05/12/2016, n. 5598). La suddetta tesi, poi, risulta avallata anche dalla Corte costituzionale, che ha ritenuto "plausibile" l'assunto "secondo cui il tasso soglia riguardasse anche gli interessi moratori" (Corte cost., 25/02/2002, n. 29).

Tuttavia, nella giurisprudenza di merito non sono mancate pronunce ove si è affermato che gli interessi moratori sfuggirebbero all'applicazione della normativa di prevenzione dell'usura (Trib. Milano 27 settembre 2017, n. 9709, in www.expartecreditoris.it; Trib. Monza 19 giugno 2017, n. 1911, in www.dirittobancario.it; Trib. Modena 13 gennaio 2017, in www.expartecreditoris.it; Trib. Roma 16 settembre 2014, ivi). Tale opzione ermeneutica, in particolare, si fonda su un duplice argomento.

In primo luogo, si è sottolineato che la legge “antiusura” afferma che sono usurari gli interessi, superiori a una data soglia, previsti "in corrispettivo di una prestazione" (art. 644 c.p.), e che il debitore “deve corrispondere” (art. 1815 c.c.). In questo senso, considerato che gli interessi moratori - riconducibili ad una clausola penale ex art. 1382 c.c. - non assolvono alla funzione di remunerare il creditore per il prestito concesso, ma a quella risarcitoria di tenerlo indenne dai danni sofferti, non può ritenersi che essi siano contemplati dalla normativa antiusura, la quale fa riferimento esclusivamente ad interessi previsti come " remunerazione".

In secondo luogo, si è evidenziato che il valore medio di riferimento dei tassi applicati dalle banche (T.E.G.M.), sul quale, poi, si costruisce il tasso soglia ai fini dell’usura, non ha mai tenuto in considerazione gli interessi moratori, i quali sono invece sottoposti ad una separata rilevazione statistica da parte della Banca d’Italia.  In considerazione di tale dato, si è argomentato che se si sottoponessero gli interessi moratori al vaglio di usurarietà rispetto al tasso soglia si metterebbero a confronto due valori chiaramente disomogenei. 

Si osserva al riguardo che la sentenza della Corte di Cassazione in commento ha confermato l’orientamento espresso dalle precedenti pronunce di legittimità, ribadendo la necessità di sottoporre al vaglio di usurarietà anche gli interessi moratori, seppure separatamente considerati rispetto agli interessi corrispettivi, precisando, tuttavia, che nella verifica dell’usurarietà del tasso di mora qualora il contratto preveda che il tasso degli interessi moratori sia determinato sommando al saggio degli interessi corrispettivi previsti dal rapporto un certo numero di punti percentuale, è al valore complessivo risultante da tale somma, non ai soli punti percentuali aggiuntivi, che occorre aver riguardo al fine di individuare il tasso degli interessi moratori effettivamente applicati.

L’iter argomentativo che ha condotto la Corte a sostenere la tesi in esame risulta arricchito da ulteriori considerazioni rispetto a quelle espresse sinora considerate.

Invero, nel prendere in esame uno dei principali assunti della tesi contraria che vorrebbe il tasso di mora esente dal vaglio di usurarietà, ossia la circostanza che gli interessi di mora non sono computati nella rilevazione del T.E.G.M, la Suprema Corte ha richiamato quanto espresso nella sentenza delle Sezioni Unite n. 16303 del 2018, ove in termini analoghi si poneva la questione della inclusione della "commissione di massimo scoperto" (CMS) nel calcolo degli oneri rilevanti ai fini della valutazione di usurarietà. La CMS, infatti, sino al 2010 (ed in particolare sino all’entrata in vigore del D.L. 29/11/ 2008, n. 185, art. 2bis, conv. nella L. 28/01/2009, n. 2), al pari del tasso di mora, non risultava computata nel calcolo del T.E.G.M. ma era oggetto di rilevazione separata da parte della Banca d’Italia. Ebbene, come ritenuto in ordine alla CMS, la tesi fondata sull’esigenza di uniformità dei parametri non risulta persuasiva. In quel caso, la Corte aveva dato atto che la circostanza dell’esclusione della CMS dal calcolo del T.E.G.M. e la sua rilevazione separata nell’ambito dei decreti ministeriali trimestrali è un dato meramente formale che non determina l’impossibilità di comparare precise quantità ai fini della verifica del superamento del tasso soglia dell'usura. Nello stesso senso si è espressa la Corte di Cassazione nella sentenza in commento con riguardo al tasso di mora: “il medesimo ragionamento può essere agevolmente traslato agli interessi moratori, giacché la Banca d'Italia, pur non includendo la media degli interessi di mora nel calcolo del T.E.G.M., ne ha fatto una rilevazione separata, individuando una maggiorazione media, in caso di mora, di 2,1 punti percentuali”.

A questo punto, è emersa la problematica di stabilire se la valutazione di usurarietà sul tasso di mora possa essere svolta avendo riguardo al medesimo tasso soglia individuato per gli interessi corrispettivi (calcolato a partire dall’entrata in vigore del D.L. n. 70/2011 sommando al T.E.G.M. il valore di un quarto, più ulteriori quattro punti percentuali) ovvero se debba assumersi a parametro un valore diverso. In quest’ottica, infatti, occorre considerare, da un lato, che i tassi di mora non sono computati nell’ambito del T.E.G.M. ma che essi sono oggetto rilevazioni separate effettuate dalla Banca d’Italia, e dall’altro lato che dall’esame di tali rilevazioni, effettuate sulla media dei tassi di interesse moratori applicati nelle operazioni finanziarie, emerge che gli interessi di mora sono sempre maggiori di qualche punto percentuale rispetto agli interessi corrispettivi.

A fronte di tale quadro, in una precedente pronuncia, la Corte di Cassazione ha evidenziato che interessi corrispettivi e moratori, in realtà, attendono alla medesima funzione economica, ossia alla remunerazione del capitale (“gli interessi corrispettivi ex art. 1282 c.c. remunerano un capitale di cui il creditore si è privato volontariamente; quelli moratori ex art. 1224 c.c. remunerano invece un capitale di cui il creditore è rimasto privo involontariamente”, pertanto “anche gli interessi moratori costituiscono la remunerazione di un capitale, e rientrano nella previsione degli interessi "promessi o dovuti in corrispettivo di una prestazione in denaro” di cui alla L. 108/1996” Cass. ord. 30/10/2018, n. 27442), pertanto il riscontro dell'usurarietà degli interessi moratori dovrebbe essere compiuto confrontando puramente e semplicemente il saggio degli interessi pattuito nel contratto col tasso soglia calcolato con riferimento a quel tipo di contratto, senza alcuna maggiorazione od incremento ( “è infatti impossibile, in assenza di qualsiasi norma di legge in tal senso, pretendere che l'usurarietà degli interessi moratori vada accertata in base non al saggio rilevato ai sensi della L. n. 108 del 1996, art. 2, ma in base ad un fantomatico tasso talora definito nella prassi di "mora-soglia", ottenuto incrementando arbitrariamente di qualche punto percentuale il tasso soglia”).  

La tesi proposta, tuttavia, non ha convinto le corti di merito territoriali, le quali si sono fatte portatrici di soluzioni diverse, in aperto contrasto con quanto stabilito dalla Corte di Cassazione.

In particolare, si è osservato che seguendo il criterio di calcolo indicato dalla citata ordinanza, ci si troverebbe a mettere a confronto parametri disomogenei: considerato, infatti, che le rilevazioni operate dalla Banca d’Italia al fine di determinare il T.E.G.M. (base di calcolo del “tasso soglia”), sono effettuate senza computare gli interessi di mora, “sarebbe del tutto iniquo, oltre che scientificamente inattendibile, un confronto di due dati disomogenei, ove il primo sia calcolato computando le voci di costo secondo una data metodologia (che esclude gli interessi di mora), e il secondo sia calcolato, computando voci di costo diverse (includendo gli interessi di mora)” (cfr. Trib. Roma sent. 22/11/2018 n. 22543 e 28/11/2018 n. 22880/2018 in www.expartecreditoris.it). In questo senso, si è evidenziato che, al fine di ricostruire in via in interpretativa un tasso soglia degli interessi moratori, il quale dovrà essere necessariamente superiore al tasso soglia degli interessi corrispettivi, “l’unico parametro oggettivo disponibile per la è dato dai risultati di un’indagine statistica effettuata dalla Banca d’Italia, che rilevò come mediamente il tasso degli interessi moratori convenzionalmente pattuito fosse maggiorato di 2,1 punti percentuali rispetto al tasso medio degli interessi corrispettivi”.

Ebbene, deve osservarsi che le considerazioni espresse dalla giurisprudenza di merito richiamata, sono state avallate dalla Corte di Cassazione proprio con la sentenza in commento, la quale, sconfessando l’assunto di cui all’ordinanza della medesima Corte 30/10/2018, n. 27442, ha sancito in maniera netta che per individuare la soglia usuraria degli interessi di mora “sarà sufficiente sommare al "tasso soglia" degli interessi corrispettivi il valore medio degli interessi di mora, rilevato dalla Banca d’Italia (2,1%), maggiorato nella misura prevista dalla L. n. 108 del 1996, art. 2, comma 4”.

Dunque, secondo tale approccio, per verificare l’usurarietà del tasso di mora, l’interesse moratorio applicato dovrà essere raffrontato con un tasso soglia “di mora” determinato attraverso la maggiorazione del TEGM del 2,1%, mentre il valore di maggiorazione di cui all’art. 2 comma quarto della L.108 del 1996 (ossia quello del cinquanta per cento), deve intendersi per il periodo successivo al maggio 2011 come aumento di un quarto più quattro punti percentuali, così da rendere il calcolo omogeneo rispetto a quello che si effettua per individuare il tasso soglia partendo dal T.E.G.M. Deve evidenziarsi al riguardo, però, che dal primo trimestre dell’anno 2018 i decreti ministeriali riportano un dato aggiornato delle rilevazioni statistiche della Banca d’Italia sui tassi di mora, che viene individuato nella misura dell’1,9%.

Ulteriore questione posta al vaglio della Corte di Cassazione attiene alle conseguenze dell’eventuale sconfinamento del tasso di mora rispetto alla soglia. In particolare, ci si è domandati se, in caso di usurarietà dei soli interessi moratori e non anche di quelli corrispettivi, possa trovare applicazione l’art. 1815 c.c. e in quali termini.

Secondo un primo orientamento espresso da parte di alcune corti di merito e dalla stessa Corte di Cassazione (vd. Trib. Vicenza 21/09/2019 n. 1905 in www.studiolegale.leggiditalia.it; Trib. Napoli 17/1/2017, n. 626, in www.expartecreditoris.it; Trib. Milano 8/3/2016, in www.ilcaso.it - Cass. ord. 30/10/2018, n. 27442), la sanzione della nullità della pattuizione di interessi con conseguente gratuità del mutuo, prevista dall’art. 1815 comma secondo c.c., appare sproporzionata in ipotesi di usurarietà dei soli interessi moratori; si ritiene, infatti, che tale “sanzione privata” abbia ad oggetto i soli interessi corrispettivi, che concernono la fisiologia del rapporto, mentre gli interessi moratori, essendo applicati nella patologia dello stesso, sarebbero sottratti a tale disciplina, la quale costituisce norma di carattere eccezionale rispetto al principio di cui all’art.1419 c.c. e  dunque non estendibile in via analogica. In quest’ottica, sarebbe necessario isolare le singole clausole dal corpo del regolamento contrattuale, tanto che l'eventuale nullità della pattuizione relativa agli interessi moratori, non pregiudicherebbe la validità della pattuizione concernete gli interessi corrispettivi.

La medesima Corte di Cassazione, però, in altra precedente pronuncia (Cass. ord., 04/10/2017, n. 23192), aveva espresso tutt’altre convinzioni, affermando che l’art. 1815, comma 2, c.c., dopo aver sancito che la clausola usuraria è nulla, statuisce che non sono dovuti interessi, senza ulteriori specificazioni, né limitazioni. Pertanto, se il tasso soglia viene superato (non importa con riferimento a quale tipologia di interessi), il contratto deve reputarsi usurario, con la conseguenza che nessun interesse è dovuto, sia esso corrispettivo o moratorio.

Altro indirizzo interpretativo, invece, ha proposto una terza via: nell’interpretare gli interessi di mora come clausola penale, ha suggerito, in particolare, di applicare il rimedio previsto all’art. 1384 c.c. che consente al giudice di ridurre d’ufficio la penale considerata manifestamente eccessiva.  

Con riferimento a tale questione, la Suprema Corte nella pronuncia in commento ha affermato, discostandosi anche su tale aspetto a quanto statuito dalla ord. 30/10/2018, n. 27442, che il rimedio di cui all’art. 1815 c.c., comma 2, si sovrappone a quello della reductio ad aequitatem previsto dall’art. 1384 c.c., ritenuto comunque applicabile agli interessi convenzionali di mora, i quali assolvono alla funzione di clausola penale. Si verifica, pertanto, una “duplicazione di strumenti di tutela dell'obbligato”, i quali presentano differenze rilevanti: da un lato,  “la nullità comminata dall'art. 1815 c.c., comma 2, presuppone, infatti, la violazione formale del "tasso soglia", sicché la clausola contrattuale è valida o è invalida anche per un solo centesimo di punto percentuale in più o in meno”; dall’altro lato invece “l'art. 1384 c.c. consente al giudice di intervenire tutte le volte in cui ritiene l'eccessività del saggio di mora convenuto fra le parti, a prescindere dalla circostanza che oltrepassi o sia attestato al di sotto del "tasso soglia". La differenza tra i due rimedi, poi, attiene anche agli effetti prodotti, poiché l'art. 1815 c.c., comma 2, prevede la totale caducazione della pattuizione degli interessi oltre soglia, mentre, nel caso di reductio ad aequitatem, l'obbligazione di corrispondere gli interessi permane, anche se ridotta dal giudice nella misura ritenuta equa.

Da ultimo, la Corte di Cassazione ha concentrato il suo esame sul tema della legittimità e dell’efficacia delle clausole cd. di salvaguardia pattuite nell’ambito di molti contratti bancari, attraverso le quali gli istituti di credito si impegnano a ricondurre il tasso usurario – corrispettivo o moratorio - nei limiti della soglia di legge. La clausola c.d. "di salvaguardia", in sostanza, garantisce che, pur in presenza di un saggio di interesse variabile o modificabile unilateralmente dalla banca, la sua fluttuazione non oltrepassi mai il limite stabilito dalla L. n. 108 del 1996, art. 2, comma 4.

Con riferimento a tale aspetto, nella sentenza in commento, la Suprema Corte ha censurato la valutazione del giudice di primo grado, il quale aveva attribuito rilevanza dirimente alla presenza di tale clausola, osservando che “la previsione della c.d. clausola di salvaguardia evita l'automatico superamento del tasso soglia”.

Con la pronuncia in esame, i giudici di legittimità hanno statuito infatti che, in astratto, la clausola in esame “non presenta profili di contrarietà a norme imperative. Anzi, al contrario, essa è volta ad assicurare l'effettiva applicazione del precetto d'ordine pubblico che fa divieto di pattuire interessi usurari”. Tuttavia, la suddetta pattuizione, seppure non si ritiene possa avere carattere elusivo, determina l’assunzione di un obbligo contrattuale da parte della banca consistente nell’assicurare che, per tutta la durata del rapporto, non vengano mai applicati interessi che oltrepassino il "tasso soglia". Ciò comporta, secondo la Corte, una "contrattualizzazione" del divieto di legge, la quale determina specifiche conseguenze sul piano del riparto dell'onere della prova: in virtù della logica che appartiene alle obbligazioni contrattuali, infatti, il creditore – che in tale specifica obbligazione è il cliente – può limitarsi ad allegare l’inadempimento del debitore – la banca -, sul quale graverà l’onere di dimostrare di aver adempiuto. In quest’ottica, alla clausola di salvaguardia non può essere attribuita valenza dirimente, ma occorre verificare in concreto che l’applicazione dei tassi di interesse si sia mantenuta nei limiti consentiti dalla legge, con onere della prova della circostanza gravante sulla banca.

  1. Conclusioni: la rimessione alle Sezioni Unite con ordinanza n. 2694 del 22 ottobre 2019

Deve osservarsi, in conclusione, che, la pronuncia in esame, dopo aver confermato gli indirizzi consolidati nella giurisprudenza di legittimità sia con riferimento alla questione della sommatoria tra i tassi di interesse corrispettivi e moratori, sia con riguardo alla necessità di sottoporre al vaglio di usurarietà anche i tassi di mora, ha fornito un’interpretazione davvero innovativa con riguardo al tema dell’individuazione del tasso soglia di riferimento. Stabilendo, infatti, che esso debba essere calcolato in via autonoma rispetto al valore soglia utilizzato per gli interessi corrispettivi, ponendosi, sul punto, in aperto contrasto con quanto era stato affermato dalla stessa Terza Sezione della Suprema Corte nell’ordinanza 30/10/2018, n. 27442.

Proprio il suddetto contrasto è stato rilevato dalla Prima Sezione della Corte di Cassazione, la quale con l’ordinanza n. 26946 del 22 ottobre 2019 ritenuto di sollecitare un ulteriore approfondimento in ordine ad alcuni degli aspetti affrontati dalla sentenza in commento, rimettendo gli atti al Primo Presidente ai fini della valutazione di una rimessione alle Sezioni Unite.

Nella specie, si è devoluta all’attenzione del Primo Presidente, in primo luogo, la questione di massima importanza relativa all’applicabilità o meno della normativa antiusura agli interessi moratori, e la conseguente rilevanza dell’avvenuto superamento del tasso soglia, osservato che nonostante l’orientamento costante della Corte di Cassazione sul punto, in dottrina e nella giurisprudenza di merito permane acceso il dibattito sulla richiamata questione, pervenendosi a conclusioni diametralmente opposte sulla scorta degli argomenti citati nella disamina iniziale, tra i quali l’esclusione degli interessi moratori dalla base di calcolo del T.E.G.M.

In secondo luogo, l’ordinanza ha rilevato il contrasto in ordine al tema dell’individuazione del tasso soglia di riferimento nella materia in esame. Come anticipato, infatti, se da un lato si è sostenuto che, in assenza di qualsiasi norma di legge in tal senso, non può pretendersi di accertare il carattere usurario sulla base di un tasso ottenuto incrementando arbitrariamente di qualche punto percentuale il tasso soglia e dunque la valutazione di usurarietà degli interessi di mora va compiuta “confrontando puramente e semplicemente il saggio degli interessi concordato dalle parti col tasso soglia calcolato in riferimento al tipo di contratto stipulato, senza alcuna maggiorazione od incremento” (Cass. ord. 30/10/2018, n. 27442), dall’altro si è dato rilievo all’esigenza di porre a confronto dati omogenei. In quest’ultimo senso, si è argomentato che essendo il T.E.G.M. determinato in base alla rilevazione dei tassi degli interessi corrispettivi, normalmente meno elevati di quelli degli interessi moratori, il confronto di questi ultimi con il tasso soglia calcolato sulla base del primo valore potrà condurre più frequentemente ad affermare il carattere usurario della pattuizione, in tal modo favorendo ingiustificatamente il debitore.

In attesa della rimessione alle Sezioni Unite delle questioni affrontate, occorre evidenziare che era stato proprio il medesimo consesso, nella citata sentenza risolutiva delle questioni interpretative legate alla CMS, a porre in risalto l’esigenza di assicurare l'omogeneità dei dati in base ai quali devono essere calcolati i tassi in concreto applicati e i valori medi che si utilizzano quali parametri. Sarà dunque questa la soluzione preferibile anche in materia di tassi moratori?