L' esecutato può essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato ?

Tribunale di Verona 27 novembre 2019

Limiti all’ ammissione dell’ esecutato al patrocinio a spese dello Stato

Tribunale, Verona, 27 novembre 2019 - est. A. Burti

ESPROPRIAZIONE IN GENERE; SPESE DEL PROCEDIMENTO;

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Il caso

Al termine di una procedura esecutiva immobiliare il difensore dell’esecutato che era stato ammesso, in via anticipata e provvisoria, dal Consiglio dell’ordine degli avvocati, al patrocinio a spese dello Stato presenta al G.E. istanza di liquidazione del proprio compenso.

Il giudice esclude però che il soggetto in questione avesse avuto il diritto di essere ammesso al beneficio del patrocinio erariale, e di conseguenza lo revoca, poiché, nella corrispondente istanza, non aveva prospettato una pretesa da far valere nei confronti della propria controparte processuale ovvero degli organi della giurisdizione, e nemmeno la necessità di avanzare un’istanza esecutiva avente un determinato contenuto (come ad esempio una istanza di riduzione o di conversione del pignoramento o una istanza di autorizzazione ad abitare nel bene pignorato).

Secondo l’estensore del provvedimento in commento infatti l’esecutato può essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato solo nelle opposizioni esecutive e nei casi in cui la sua costituzione in giudizio si renda necessaria per la proposizione di una istanza che possa essere vagliata sotto il profilo della non manifesta infondatezza ai sensi dell’art. 126 d.P.R. 115/2002.

Tale ricostruzione, secondo il giudice veronese, trova conferma nella considerazione che il regolamento sui parametri forensi (d.m. 10 marzo 2014 n. 55) non contiene criteri per la liquidazione del compenso per l’attività svolta dal difensore della parte esecutata.

Il patrocinio a spese dello Stato nel processo esecutivo

Il decreto del tribunale di Verona merita attenzione perché è il primo, di cui si abbia notizia, che affronta diffusamente la questione della possibilità di ammettere al patrocinio a spese dello Stato il debitore esecutato.

Finora l’attenzione degli interpreti si era appuntata sulla individuazione dei presupposti per l’ammissione a tale beneficio del creditore procedente.

In dottrina si è così sostenuto che la parte che sia stata ammessa al beneficio nel corso del giudizio di cognizione, e che intenda porre in esecuzione il provvedimento conclusivo di esso, non è tenuto a proporre una ulteriore istanza di ammissione relativa alla procedura esecutiva, alla luce del disposto dell’art. 75 d.P.R. 115/02, secondo il quale l’ammissione al patrocinio è valida per ogni grado e per ogni fase del processo e per tutte le eventuali procedure, derivate ed accidentali, comunque connesse.

Per la stessa ragione l’ammissione al patrocinio ottenuta per promuovere una esecuzione forzata si estende altresì al diritto di costituirsi in giudizio nell’eventuale opposizione promossa dal debitore.

Da tale premessa consegue che la necessità di ottenere l’ammissione al beneficio per la sola fase dell’esecuzione forzata, si pone soprattutto, se non esclusivamente, nelle ipotesi in cui la parte intenda eseguire un titolo di formazione non giudiziale (assegno, cambiale, atto notarile, verbale di conciliazione raggiunta in sede di mediazione volontaria).

La giurisprudenza di legittimità (Cass. 22/12/2015, n. 25791) è stata però di diverso avviso, avendo evidenziato, in maniera invero assai condivisibile, come il riferimento da parte dell’art. 75, comma 2, d.P.R. 115/2002 all’applicazione della normativa in tema di patrocinio a spese dello Stato, “in quanto compatibile”, anche al processo di esecuzione, privi di fondamento in radice la prospettazione di un’ammissione al patrocinio nel processo esecutivo discendente automaticamente dall’ammissione al patrocinio nel giudizio di cognizione.

Una volta riconosciuto che il creditore procedente non abbiente deve avanzare istanza di ammissione al patrocinio relativa alla fase esecutiva occorre chiedersi se debba essere valutato anche il requisito della non manifesta infondatezza della domanda, quale presupposto per l’ammissione al beneficio nelle procedure esecutive.

Invero potrebbe sostenersi che il consiglio dell’ordine eventualmente chiamato a decidere sull’istanza, o il giudice in sede di riesame del rigetto di essa, debbano solo verificare la sussistenza del titolo esecutivo, sia esso di formazione giudiziale o stragiudiziale.

La giurisprudenza di merito (Trib. Napoli, 23 marzo 2005) ha invece affermato che, in materia esecutiva, il presupposto per l’ammissione al gratuito patrocinio è costituito dalla non manifesta inutilità dell’esperimento di detta azione, e pertanto la relativa istanza deve contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione del bene o dei beni del debitore che si intende sottoporre ad espropriazione.

La Suprema Corte (Cass. 22/12/2015, n. 25791), a sua volta, muovendo dallo stesso presupposto, della necessità di una preventiva verifica sull’iniziativa giudiziaria che intende assumere la parte non abbiente, ha sostenuto che nel processo esecutivo la valutazione di non manifesta infondatezza della pretesa che si intende soddisfare va condotta, da un lato, sulla esistenza del titolo esecutivo (potrebbe essere fatto valere, per esempio, un documento che non rientra in quelli previsti dall’art. 474 c.p.c., o una sentenza di condanna generica, o un titolo ottenuto nei confronti di persona diversa da quella nei cui confronti si intende agire), dall’altro, avuto riguardo alla possibile fruttuosità dell’esecuzione.

E, per consentire la verifica di quest’ultimo aspetto, secondo la Cassazione, l’istante non deve indicare nella propria richiesta i beni suscettibili di aggressione, perlomeno nel caso di espropriazione mobiliare, ma piuttosto fornire elementi idonei a ritenere la non manifesta inutilità dell’esecuzione.

Tali conclusioni sono state criticate da parte della dottrina sulla base del rilievo che ciò che rende necessaria una nuova istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato è la soccombenza dell’istante, mentre nel caso di specie il creditore procedente è risultato vittorioso nel giudizio di cognizione, tant’è che ha ottenuto la formazione del titolo esecutivo, sicché dovrebbe valere la regola generale dell’art. 75 d.P.R. 115/2002.

A questa osservazione si può però ribattere che la valutazione di non manifesta infondatezza ben può riguardare qualsiasi iniziativa giudiziale, compresa la proposizione del giudizio esecutivo.

Nessun dubbio si è posto invece sulla possibilità di ammissione al patrocinio a spese dello Stato per intraprendere o intervenire nelle espropriazioni presso terzi, in quelle immobiliari e mobiliari, nelle esecuzioni per consegna o rilascio o in quelle aventi ad oggetto un obbligo di fare o di non fare.

Perché non è possibile estendere il patrocinio a spese dello Stato all’esecutato

La dottrina ha riconosciuto all’esecutato la possibilità di essere ammesso al patrocinio erariale solo in relazione al giudizio di opposizione, che egli intenda proporre, ed in particolare alle ragioni sul quale esso si fondi, ma non ha spiegato perché analoga conclusione non sia consentita rispetto al giudizio di espropriazione forzata.

A tanto provvede il Tribunale di Verona, nel provvedimento che si annota, con considerazioni in larga parte condivisibili.

Innanzitutto il giudice scaligero esclude che possa costituire un ostacolo all’estensione del beneficio anche al processo esecutivo la circostanza che in esso le parti possono stare in giudizio personalmente poiché in giurisprudenza si è affermato di recente un indirizzo che ritiene applicabile la disciplina sul patrocinio a spese dello Stato in ogni procedimento civile, pure di volontaria giurisdizione, e anche quando l’assistenza tecnica del difensore non è prevista dalla legge come obbligatoria (Cass. 14/12/2017, n.30069; Cass. 05/01/2018, n.164; Cass. 4/06/2019, n.15175; Corte Costituzionale, 13/11/2019, n. 234).

Tale lettura è sicuramente in linea con il tenore letterale dell’art. 75, comma 2, ultima parte, del d.P.R. 115/2002 che prevede il beneficio quando “(…) l’interessato debba o possa essere assistito da un difensore” ed è anche conforme ai parametri costituzionali degli artt. 3 e 24 Cost.

Risulta tutto sommato condivisibile anche l’osservazione del giudice scaligero secondo cui il beneficio del patrocinio erariale può essere riconosciuto solo a chi sia titolare, in tesi, di una pretesa passibile della valutazione in termini di non manifesta infondatezza richiesta dall’art. 126, comma 1, d.P.R. 115/2002, e che tale pretesa nel debitore esecutato, potrebbe ravvisarsi solo nei casi in cui egli avesse necessità di avanzare una specifica istanza nel corso della procedura.

A tale ricostruzione si potrebbe obiettare che, poiché anche la parte che assume un atteggiamento passivo, di mera contraddizione degli assunti della controparte, quale è quello piuttosto frequente del convenuto nel giudizio ordinario, può godere del patrocinio erariale, allo stesso trattamento andrebbe soggetto il debitore che intendesse solo resistere all’esecuzione.

Sul punto è però agevole replicare che l’esecutato che intenda contestare il diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata è tenuto ad assumere un ruolo attivo e proporre opposizione.

Meno convincente è il passaggio della decisione in commento che rinviene una conferma della interpretazione proposta nell’assenza nel d.m. 55/2014 di parametri specifici riguardanti attività che possa svolgere il difensore della parte esecutata. Tale osservazione infatti non tiene conto che l’art. 2 del regolamento succitato consente il ricorso all’analogia “per i compensi ed i rimborsi non regolati da specifica previsione”.

Vi sono però ulteriori ragioni, che non sono state considerate nel decreto in esame, che impediscono di estendere il beneficio del patrocinio erariale al debitore esecutato e che sono legate alle modalità di liquidazione delle spese del processo esecutivo.

Secondo la prevalente, anche se non unanime, dottrina il principio di soccombenza, affermato dall’art. 91 c.p.c., trova applicazione nel giudizio di cognizione mentre la regola generale propria del processo esecutivo è quella per cui le spese sostenute dal creditore procedente o intervenuto debbono restare a carico dell’esecutato, in quanto soggetto al procedimento che ha cagionato.

Nella giurisprudenza della Suprema Corte è costante l’affermazione per cui nel procedimento esecutivo l’onere delle spese non segue il principio della soccombenza come nel giudizio di cognizione, ma quello della soggezione del debitore all’esecuzione (cfr. da Cass., 28/11/1958, n. 3800, a Cass., 11/10/1994, n. 789, Cass., 08/05/1998, n. 4653, e Cass., 30/06/2011, n. 14504 e da ultimo anche Cass. 5/10/2018, n.24571).

La giurisprudenza di legittimità ha anche chiarito che la liquidazione delle spese operata dal giudice dell’esecuzione nel processo di espropriazione forzata si distingue nettamente dalla condanna disposta ai sensi dell’articolo 91 c.p.c. (Cass. 29/5/2003, n. 8634).

Infatti al giudice è preclusa l’adozione di una pronuncia di condanna, costituente titolo esecutivo, del soggetto che ha subito l’esecuzione, potendo egli, ai sensi dell’art. 510 c.p.c., solamente determinare l’importo spettante per capitale, interessi e spese, mediante un’operazione di mera liquidazione delle varie voci che costituiscono il diritto del creditore, in vista dell’emissione di una successiva pronuncia non già di condanna bensì di distribuzione o di assegnazione (come anche ai fini della determinazione della somma da sostituire al bene pignorato in sede di conversione ex art. 495 c.p.c).

Nella medesima prospettiva poi è stato affermato che l’art. 95 c.p.c., “non presuppone un vero e proprio credito per le spese del giudizio, come è implicito nel precedente art. 92, ma più semplicemente la collocazione delle spese” (con il relativo privilegio) “affrontate dal creditore procedente e da quelli intervenuti, sul ricavato dell’esecuzione” (Cass. 14/11/2002, n. 16040).

Si noti poi che il legislatore ha tenuto conto di tali peculiarità nel fissare, nell’art. 133 d.P.R. 115/2002, il criterio per la regolamentazione delle spese dei processi con parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato poiché in esso ha utilizzato una formula (“… pone a carico della parte soccombente …non ammessa al beneficio…”), idonea a ricomprendere il sopra menzionato esito del giudizio di esecuzione forzata.

E’ evidente che anche tale previsione postula che la parte tenuta a farsi carico delle spese del processo esecutivo, impropriamente definita “soccombente”, sia l’esecutato e richiede di individuare il provvedimento con il quale tali spese possono essere poste a suo carico, qualora il creditore procedente o intervenuto sia stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato.

Orbene, tale provvedimento è identificabile con quello con il quale il giudice, dopo avere liquidato tutte le spese sostenute dalla parte ed avere determinato i compensi per difensori e consulenti, provvede alla distribuzione della somma ricavata.

Nell’esecuzione immobiliare corrisponde a quello con il quale, ai sensi dell’art. 598 c.p.c. il giudice dell’esecuzione, in caso di mancanza di opposizione, ordina il pagamento delle quote al creditore ammesso al gratuito patrocinio.

Il giudice disporrà anche che il pagamento delle spese del processo esecutivo, comprese quelle a titolo di onorario per il difensore del creditore, sia effettuato in favore dello Stato.

Tale sistema, soprattutto laddove prevede l’adozione di un progetto di distribuzione delle somme ricavate dalla vendita coattiva, attribuisce quindi rilievo solo alle spese sostenute dai creditori e non anche a quelle che potrebbe sostenere il debitore esecutato, tantomeno a quelle per la sua eventuale assistenza difensiva, anche perché, se così non fosse, si avrebbe il paradosso per cui egli, creditore di sé stesso, potrebbe soddisfarsi sul ricavato della vendita dei suoi beni.

Di conseguenza non risulta nemmeno possibile il ricorso al meccanismo previsto dall’art. 133 d.P.R. 115/2002 perché questo presuppone che si via un progetto di distribuzione a favore dei creditori ammessi al patrocinio a spese dello Stato.

Per queste ragioni si può, in conclusione, affermare che la disciplina del patrocinio a spese dello Stato risulta incompatibile con il processo esecutivo, con riguardo alla posizione del debitore esecutato, ai sensi dell’art. 75, comma 2, d.P.R. 115/2002.

 

Riferimenti giurisprudenziali e bibliografici.

Quanto alla giurisprudenza si rinvia a quella richiamata nel testo.

Quanto alla dottrina si segnalano i contributi di:

Trocker, voce Patrocinio gratuito, in Digesto IV, ed., Disc. Priv,. Sez. civ, XIII, Torino, 1995, c.290.

Scarselli, Modifiche alla legge 30 luglio 1990 n.217, recante istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti, in Nuove leggi civili commentate, 2002, 130-136

Di Marzio, Patrocinio a spese dello Stato: per iniziare l’esecuzione forzata occorre una nuova istanza?, in www.ilprocessocivile.it

Vaccari, Le spese dei processi civili, Milano, 2017, 125-127; 425-429.