BUONE NUOVE DALLA SUPREMA CORTE: LA SENTENZA DI ACCERTAMENTO DELL’ACQUISTO PER USUCAPIONE È INEFFICACE ULTRA PARTES

Il creditore ipotecario è litisconsorte necessario nel giudizio di accertamento dell’usucapione dell’immobile pignorato; pertanto la sentenza di usucapione non è opponibile al suddetto creditore se pretermesso, né vincola la decisione del giudice dell’opposizione ex art. 619 c.p.c. che può prudentemente apprezzarla quale mero elemento di prova.

La sentenza di usucapione ottenuta soltanto nei confronti del debitore esecutato non è opponibile al creditore ipotecario  

Cassazione civile, 13 novembre 2019, n. 29325 - pres. Vivaldi, est. D'Arrigo

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE; OPPOSIZIONE DI TERZO ALL'ESECUZIONE; CAUSE DI PRELAZIONE;

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Sommario

  1. Il caso di specie.
  2. La soluzione adottata dalla Suprema Corte.
  3. Sulla inefficacia della sentenza di usucapione nei confronti del creditore ipotecario pretermesso nella giurisprudenza. La pronuncia della Corte costituzionale.
  4. Gli orientamenti più recenti della giurisprudenza di merito e di legittimità.
  5. Sulla (ir)retroattività dell’usucapione.
  6. La questione dell’efficacia inter partes della sentenza di accertamento dell’usucapione.
  7. Conclusioni.

 

  1. Il caso di specie.

La sentenza con cui il Tribunale di Arezzo aveva accertato l’usucapione di un immobile appartenente al debitore (fratello dell’attore), era opposta ex art. 404, primo comma, c.p.c. da due creditori ipotecari - davanti al medesimo Tribunale - per ottenere la dichiarazione di inefficacia del provvedimento opposto. Il Tribunale ha accolto l’opposizione e dichiarato l’inefficacia del provvedimento opposto nei confronti dei creditori ipotecari.

Avverso quest’ultima decisione i soccombenti hanno proposto appello davanti la Corte d’appello di Firenze. La Corte ha rigettato l’impugnazione ed altresì precisato che nessuna specifica censura era stata sollevata in relazione alla parte di sentenza sull’omessa integrazione del contraddittorio nei confronti dei creditori ipotecari, litisconsorti necessari.

La sentenza della Corte d’appello è stata impugnata con ricorso per cassazione; tra i vari motivi di ricorso quello più ragguardevole ha ad oggetto la violazione dell’art. 404 c.p.c. per aver qualificato come litisconsorti necessari i creditori ipotecari iscritti anteriormente alla trascrizione della domanda di usucapione.

 

  1. La soluzione adottata dalla Suprema Corte.

La sentenza in commento ha ritenuto inammissibile il suddetto motivo: posto che nessuna censura è stata al riguardo sollevata nel giudizio di impugnazione svoltosi davanti alla Corte d’appello di Firenze, i Giudici di legittimità hanno rilevato la conseguente formazione del giudicato interno[1]. È opinione pacifica, difatti, che davanti al Supremo Collegio non può essere recuperato dai ricorrenti un motivo di gravame che avrebbe dovuto essere dedotto con l’atto di appello perché riguardante una statuizione della decisione di primo grado.

Nonostante l’evidente inammissibilità del suddetto motivo, i Giudici hanno ritenuto sussistenti i presupposti per pronunciarsi, d’ufficio, nell’interesse della legge, ex art. 363, comma 3, c.p.c.

La Suprema Corte ha, così, affrontato sla questione degli effetti della sentenza di usucapione nei confronti del creditore ipotecario pretermesso dal relativo giudizio, riconoscendo in capo a quest’ultimo soggetto la legittimazione ad impugnarla nei modi e nelle forme di cui all’art. 404, primo comma, c.p.c., in quanto litisconsorte necessario. Con la precisazione che la sentenza di usucapione, se resa all’esito di un giudizio cui egli non è ha partecipato, è inefficace nei suoi confronti.

Sviluppando tali premesse ha poi affermato che nella successiva opposizione di terzo ex art. 619 c.p.c. (fondata sull’usucapione della piena proprietà del bene pignorato ed ipotecato) il giudice non può attribuire efficacia di giudicato alla sentenza di accertamento dell’usucapione, resa all’esito di autonomo giudizio intercorso esclusivamente tra il debitore (titolare formale del diritto di proprietà) ed il presunto usucapiente.

Da qui l’affermazione che il giudice dell’opposizione all’esecuzione può considerare la sentenza de qua, con motivato e logico apprezzamento, solo come un’eventuale prova dell’intervenuta usucapione, la cui sussistenza deve appunto essere accertata all’esito della fase istruttoria della causa.

La Corte di Cassazione coglie l’occasione per tornare, a distanza di qualche anno, ad occuparsi dello spinoso problema della efficacia della sentenza di usucapione nei confronti del creditore ipotecario pretermesso. La sentenza si lascia apprezzare, a nostro parere, sia perché fornisce una chiave di lettura della questione correttada un punto di vista sistematico; sia perché restituisce al creditore ipotecario idonea tutela, adeguandosi alle indicazioni fornite, tempo addietro, da un significativo arresto della Corte costituzionale.

 

  1. Sulla inefficacia della sentenza di usucapione nei confronti del creditore ipotecario pretermesso nella giurisprudenza. La pronuncia della Corte costituzionale.

Per comprendere meglio i termini della questione decisa oggi dalla Cassazione, ci sembra utile ripercorrere il caso che, ormai quasi venti anni fa, venne sottoposto all’esame del Giudice delle leggi.

Questi i fatti rilevanti: nel giudizio di opposizione all’esecuzione intrapreso dal presunto usucapiente, il Tribunale di Spoleto aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 2909 c.c., laddove consente di opporre il giudicato a soggetti rimasti estranei al processo, titolari di un diritto dipendente o subordinato alla situazione definita in quel giudizio; in via subordinata, dell’art. 619 c.p.c., nella parte in cui riconosce al terzo di proporre opposizione a tutela del proprio diritto sul bene pignorato, invocando un accertamento conseguito in altro giudizio, indipendentemente dalla partecipazione del creditore ipotecario.

L’ordinanza di rimessione aveva precisato che l’art. 2909 c.c. avrebbe violato l’art. 3 Cost., perché le parti, con il loro comportamento nei confronti della lite, possono disporre dell’esito del giudizio, pur in assenza di intenti frodatori o collusivi; e avrebbe pure violato l’art. 24 Cost., in quanto chi è soggetto a tale efficacia riflessa non è sufficientemente tutelato dall’opposizione di terzo ex art. 404, secondo comma, c.p.c.

La Corte ha ritenuto la questione manifestamente inammissibile, poiché il Tribunale rimettente si sarebbe reso inottemperante all’onere di argomentare sulla sua rilevanza. In particolare, avrebbe omesso di fornire adeguata motivazione sia sulla configurabilità nel nostro ordinamento della usucapio libertatis e del principio della «retroattività reale» dell’usucapione, sia sull’operatività dell’art. 2915, secondo comma, c.c. Inoltre, il Tribunale non avrebbe considerato che la domanda di accertamento (dell’avvenuto acquisto per usucapione) va ricondotta ad una di quelle domande «per la cui efficacia rispetto ai terzi acquirenti la legge richiede la trascrizione»; come pure il giudice a quo non avrebbe affrontato la questione dell’opponibilità – nei confronti del terzo possessore – dell’ipoteca iscritta sull’immobile in data anteriore alla maturazione del termine per l’usucapione ovvero alla trascrizione della correlativa domanda di accertamento o di revindica[2].

 

  1. Gli orientamenti più recenti della giurisprudenza di merito e di legittimità.

Alla base del problema della individuazione degli strumenti processuali a disposizione del creditore ipotecario in seguito all’accertamento dell’usucapione compiuto in un processo cui egli non abbia preso parte, si pone l’art. 2651 c.c. che richiede la trascrizione della sola sentenza (e non anche della domanda) che accerti l’estinzione per prescrizione (rectius l’acquisto per usucapione) del diritto di proprietà[3].

Va subito notato che, in questi casi, il provvedimento viene adottato in violazione del principio del contraddittorio e del diritto alla difesa[4]. Ed infatti il creditore ipotecario non è a conoscenza dell’azione instaurata dal terzo possessore, che non è onerato della trascrizione della domanda di accertamento della propria pretesa.

Il creditore ipotecario apprende, solitamente, dell’intervenuta usucapione solo dopo la trascrizione della sentenza di accertamento ovvero quando l’usucapiente propone opposizione all’esecuzione; talvolta addirittura dopo il trasferimento del bene all’aggiudicatario[5].

Si aggiunga che, nella prassi, allo scopo di sottrarre il bene all’azione esecutiva, il proprietario convenuto nel giudizio di accertamento è spesso contumace; e se si costituisce in giudizio è solo per aderire alla domanda del terzo possessore. In queste situazioni il giudice, anche in forza del principio dispositivo, si limita ad accogliere la domanda di accertamento dell’usucapione.

Nel tentativo di tutelare le ragioni del creditore ipotecario, alcuni tribunali hanno riconosciuto a tale soggetto il potere di avvalersi dell’opposizione regolata dal primo comma dell’art. 404 c.p.c., dal momento che la pronuncia resa inter alios «ha quale effetto riflesso la perdita del proprio diritto, autonomo ed incompatibile con l’accertamento retroattivo della proprietà, effetto caratteristico della sentenza di usucapione»[6].

La giurisprudenza di legittimità ha, invece, negato in capo al creditore ipotecario la qualifica di contraddittore necessario nel giudizio di usucapione, in quanto la sua legittimazione «non è correlata all’accertamento richiesto, che riguarda il riconoscimento che la proprietà è stata acquistata con il decorso del tempo e non che è stata acquistata con il decorso del tempo e che lo è stata libera dal diritto di ipoteca». Con la conseguenza che il creditore ipotecario è legittimato a proporre opposizione di terzo revocatoria ex art. 404, secondo comma, c.p.c.[7]

 Come è agevole rendersi conto, in questo modo, si finisce per costringere il creditore ipotecario ad intraprendere un giudizio dall’esito alquanto incerto, a motivo delle maggiori difficoltà connesse al raggiungimento della prova del dolo o della collusione in suo danno.

 

  1. Sulla (ir)retroattività dell’usucapione.

Recuperando le indicazioni fornite dalla Consulta sembra necessario soffermarsi, sia pure brevemente, sui presupposti sostanziali e sui meccanismi che regolano l’usucapione.

In passato la giurisprudenza di legittimità ha escluso che nel nostro ordinamento possa configurarsi la c.d. usucapio libertatis, salvo affermare che la prevalenza delle ragioni del possessore rispetto a quelle del proprietario formale sarebbe determinata dalla retroattività dell’usucapione[8], per la quale l’acquirente a titolo originario deve considerarsi effettivo proprietario sin dal momento in cui ha iniziato a possedere[9].

Dal proprio canto, la Cassazione, pur ammettendo che il principio di retroattività reale non ha cittadinanza nel nostro ordinamento, ne ha tuttavia consentito l’operatività in forza di  «contingenti ragioni di necessità e di opportunità pratica», laddove «senza pregiudizio di terzi (che nell’intervallo abbiano ad esempio acquistato dal proprietario) occorra sanare o rendere certe e definitive situazioni alle quali abbiano dato luogo gli atti intermedi dell’usucapiente»[10]. Se in un primo momento la retroattività dell’usucapione era stata affermata per dare certezza agli atti dispositivi posti in essere dal possessore, nel presupposto del disinteresse (e quindi della mancanza di atti dispositivi) del dominus, le pronunce più recenti, con l’ampliamento della tutela accordata al possessore, hanno invece finito per privare di efficacia gli atti compiuti dal legittimo proprietario, benché regolarmente trascritti o iscritti[11].

A ben guardare, tale impostazione non è supportata da alcuna previsione normativa.

La migliore dottrina ha, sul punto, osservato che per individuare la corretta soluzione di tali problematiche occorre muovere dal rilievo sistematico che tutte le fattispecie giuridiche producono effetti a partire dal momento in cui si perfezionano, sempre che non vi sia una diversa indicazione normativa. Da un punto di vista sostanziale, premesso il principio di carattere generale della irretroattività della legge, di cui all’art. 11 delle Preleggi del codice civile, deve essere chiaro che se l’acquisto per usucapione si compie allo scadere del termine necessario al suo perfezionamento, gli atti di disposizione compiuti dal possessore (prima di tale momento) rimangono fermi se ed in quanto sopraggiungano i requisiti di efficacia dell’usucapione[12]. In altre parole: l’idoneità dell’usucapione a travolgere i diritti acquistati dai terzi dal precedente proprietario, nel periodo anteriore al suo compimento è una diretta conseguenza della peculiarità del titolo dell’acquisto, che è originario, non certamente della retroattività dell’accertamento[13].

Si aggiunga che tra i presupposti costituitivi dell’acquisto a titolo originario va annoverato il possesso esercitato dal terzo in maniera continuata ex art. 1158 c.c., oltre che pacifica e palese ai sensi dell’art. 1163 c.c. Ed infatti, solo se connotato da tali elementi fattuali, il possesso del terzo può divenire rilevante per l’ordinamento, tanto da assurgere a modo di acquisto a titolo originario del diritto a favore del soggetto che «utilizza il bene nel tempo»[14].

Non a caso un risalente indirizzo della Suprema Corte ha correttamente chiarito che l’acquisto della proprietà per usucapione ha sempre per fondamento una situazione di fatto caratterizzata dal mancato esercizio del diritto di proprietà da parte del titolare e una prolungata signoria di fatto di colui che possiede uti dominus. Con l’ulteriore implicazione che l’esercizio da parte del proprietario formale delle facoltà inerenti il proprio diritto, come la concessione di un diritto reale, «oltre a rendere di per sé equivoca e non pacifica l’altrui situazione possessoria, fa sì che questa non aderisca al contenuto del diritto di proprietà (art. 1140 c.c.) che deve presentare i caratteri della pienezza e della esclusività (art. 832 c.c.) e non possa dar luogo all’acquisto stesso per usucapione»[15].

 

  1. La questione dell’efficacia inter partes della sentenza di accertamento dell’usucapione.

La sentenza che si commenta non ha avuto modo di pronunciarsi sul conflitto (sostanziale) del creditore ipotecario con il terzo possessore, limitandosi ad affrontare la questione, schiettamente processuale, dell’efficacia ultra partes della sentenza di accertamento dell’usucapione e, quindi, sull’opponibilità al creditore ipotecario pretermesso della sentenza che abbia riconosciuto l’acquisto a titolo originario del terzo.

Ebbene, sulla scorta delle indicazioni della Corte costituzionale correttamente la sentenza della Cassazione ha ritenuto inefficace rispetto al creditore ipotecario l’accertamento dell’usucapione compiuto in un giudizio dove questi non ha partecipato.

È infatti l’art. 2909 c.c. a disporre che gli «aventi causa» vincolati dall’efficacia del giudicato sono soltanto coloro che hanno assunto tale qualifica post rem iudicatam; a questi soggetti non rimane altra possibilità che succedere nel diritto, come accertato dalla sentenza resa nei confronti del dante causa[16].

In questo stato di cose il creditore ipotecario pretermesso (che abbia iscritto il diritto di prelazione addirittura prima della proposizione della domanda di accertamento e, spesso, addirittura prima del perfezionarsi della fattispecie acquisitiva) non può e non deve ritenersi vincolato dalla sentenza di usucapione. Per le medesime ragioni la pretermissione del creditore ipotecario nel giudizio tra il possessore (terzo) ed il proprietario formale (debitore) impone al medesimo possessore di fornire – nell’ambito dell’opposizione all’esecuzione - la prova dell’acquisto a titolo originario: la sentenza resa inter alios rileva, pertanto, soltanto come fonte di prova.

Se tali considerazioni sono esatte, è altresì condivisibile e merita di essere condivisa la decisione in commento laddove afferma che il giudice dell’opposizione all’esecuzione non può recepire l’accertamento sull’usucapione ed estendere al creditore ipotecario gli stessi effetti che il dato normativo riconosce agli «aventi causa» successivi al giudicato, dovendo invece dare corso all’istruzione probatoria. A ritenere diversamente verrebbe violato sia il diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost., sia il principio del giusto processo di cui all’art. 111 Cost. e, in particolare, quello del contraddittorio[17].

È appena il caso di precisare che la tutela riconosciuta dalla Corte di Cassazione al creditore ipotecario ci sembra insuperabile ed al tempo stesso indipendente dalla soluzione fornita dalla sentenza di accertamento dell’usucapione al conflitto (sostanziale) tra il titolare del diritto reale ed il terzo possessore.

Deve essere chiaro, inoltre, che la tutela del creditore ipotecario (e quindi il diritto al rispetto del principio del contraddittorio) non può (e non deve) essere correlata al momento della pronuncia di accertamento dell’usucapione, ma soltanto al tempo dell’iscrizione ipotecaria e del perfezionamento dell’acquisto a titolo originario.

Questi, dunque, i riferimenti temporali da tenere presente per evitare che il terzo che si afferma possessore possa agevolmente ottenere ed utilizzare la sentenza di usucapione allo scopo di liberare l’immobile dall’iscrizione pregiudizievole; e per scongiurare il rischio di un vero e proprio abuso nei confronti del titolare del diritto reale che potrebbe rimanere privo della garanzia specifica che assiste il suo credito. In altre parole, è del tutto irrilevante il momento in cui è stato reso l’accertamento dell’usucapione rispetto alla pendenza del processo esecutivo (ed alle sue parentesi di cognizione); ciò che invece rileva in maniera troncante è l’inefficacia della sentenza per un soggetto che, seppure titolare di un diritto incompatibile con quello accertato, non abbia partecipato al relativo giudizio.

 

  1. Conclusioni.

In conclusione, resta da dire che nell’eventuale giudizio di opposizione all’esecuzione intrapreso dal terzo a norma dell’art. 619 c.p.c. appare opportuno (rectius: necessario) che il creditore contesti l’esistenza dei presupposti dell’usucapione ed eccepisca il mancato raggiungimento della prova del possesso (continuo e pacifico) sull’immobile per venti anni. Particolare rilievo assumono, dunque, la prova sull’effettivo inizio del possesso e quella sulle modalità del suo esercizio, prova che – come noto – deve essere fornita dal terzo che si afferma usucapiente. Ciò allo scopo di evitare che l’usucapione venga dichiarata in presenza di meri atti di tolleranza, sui quali non può certamente fondarsi l’acquisto, a titolo originario, del diritto di proprietà.

 

[1] Sulla rilevabilità officiosa, anche in sede di legittimità, del giudicato interno, cfr. ex multis, Cass., 2 giugno 1998, n. 5406; Cass., 26 febbraio 1999, n. 1672. In dottrina, su tutti, in relazione all’effetto devolutivo dell’appello, v. G. Monteleone, Limiti alla proponibilità di nuove eccezioni in appello, in Riv. dir. civ., 1983, I, 724 ss.; Id., La funzione dei motivi ed i limiti dell’effetto devolutivo nell’appello civile secondo le Sezioni Unite della Corte di cassazione, in Giur. it., 1988, I, 1820 ss.

[2] C. cost., 29 giugno 2000, n. 219 (ord.) in Foro it., 2001, 1817 ss. con nota di G. Miccolis, Breve nota sulla efficacia ultra partes della sentenza di accertamento dell’avvenuto acquisto per usucapione.


[3] Per Cass., 26 novembre 1999, n. 13184, cit., il legislatore avrebbe individuato delle ipotesi tassative, escludendo che «l’usucapiente sia tenuto a trascrivere il fatto acquisitivo o estintivo».


[4] M.C. Vanz, Usucapione e tutela del credito: il difficile connubio tra problemi sostanziali e diritto di difesa, in Riv. es. forz., 2010, 558 ss.

[5] Cass., 8 maggio 2009, n. 10609, in Not., 2009, 612, che ritiene ammissibile l’opposizione all’esecuzione, iniziata in forza di un decreto di trasferimento ex art. 586 c.p.c., laddove l’opponente si sia affermato proprietario del bene immobile in forza di un acquisto per usucapione verificatosi prima dell’emissione del decreto di trasferimento, in danno del debitore. Per Cass., 25 maggio 2010, n. 12790, il terzo può legittimamente far valere la proprietà o altro diritto reale sul bene pignorato attraverso il rimedio previsto dall’opposizione di terzo di cui all’art. 619 c.p.c. La dottrina ha però segnalato che l’opposizione può essere proposta fino alla vendita o all’assegnazione del bene, in quanto non tende a salvaguardare il diritto del terzo, ma ad ottenere un provvedimento di sospensione ex art. 624 c.p.c., evitando un’espropriazione inutile; di qui il rilievo che, dopo la vendita del bene, l’opposizione è inammissibile, ben potendo il terzo agire direttamente nei confronti dell’aggiudicatario attraverso un’autonoma azione di rivendica (così G. Miccolis, L’opposizione di terzo all’esecuzione, in Riv.es. forz., 2000, 229 e, successivamente, nello stesso senso D. Longo, Le opposizioni dell’esecutato e dei terzi nel processo esecutivo, in AA.VV., L’esecuzione forzata riformata, a cura di Miccolis - Perago, Torino 2009, 577).

[6] Trib. Rimini, 5 agosto 2009, annotata da Vanz, Usucapione e tutela del credito, loc cit.
Più di recente, Trib. Massa, 25 febbraio 2016, in www.lanuovaproceduracivile.com, 2016

[7] Cass., 28 settembre 2012, n. 15698, in Riv. es. forz., 2013, 429 ss., con nota critica di P. Farina, Sentenza di accertamento dell’usucapione e tutela del creditore ipotecario pretermesso

[8] Cass., 28 giugno 2000, 8792, in Vita Not., 2000, 1607.

[9] Questo era, a ben guardare, il meccanismo adottato dal vecchio regime del codice civile dove l’acquisto del diritto per usucapione retroagiva all’inizio del possesso, al fine di garantire la prevalenza dell’acquisto sugli atti dispositivi compiuti medio tempore dal precedente proprietario e, ad un tempo, il consolidamento degli atti posti in essere dallo stesso usucapiente, v., su tutti, G. Pugliese, La prescrizione acquisitiva, Torino 1921, 558.


[10] Per Cass., 17 novembre 1973, n. 3082, in Giur. it., 1974, 1041, la retroattività dell’usucapione sarebbe necessaria ad evitare che: a) l’usucapiente debba restituire i frutti al proprietario in caso di possesso di male fede; b) il precedente proprietario possa intraprendere un’azione risarcitoria per il possesso in male fede dell’usucapiente, fino al termine di prescrizione dell’azione medesima. A tali considerazioni si è tuttavia efficacemente replicato che il problema dei frutti «è superabile concependo il relativo obbligo come accessorio a quello di restituzione della cosa madre e, dunque, estinguibile con il venir meno del diritto principale. Come estinguibile con la tutela reale, di cui appare chiaramente integratrice, sarebbe da considerarsi la eventuale tutela aquiliana (che si volesse ammettere in concorrenza con quella reale restitutoria)». Così S. Ruperto, Usucapione, in Enc. dir., XLV, Milano 1992, 1041. Nello stesso senso G. Cian, Usucapione e comunione legale dei beni, in Riv. dir. civ., 1989, 251, e spec. 271 s., cui si rinvia anche per la precisazione (259, nota 15) che il principio della retroattività deriva dalla tradizione giuridica francese e, segnatamente, dall'art. 1402 del Code Napoléon.

[11] Cass., 28 giugno 2000, n. 8792, cit., ha riconosciuto l’operatività del principio della c.d. retroattività reale dell’usucapione per il quale l’usucapiente sarebbe titolare del diritto di proprietà, sin dal primo momento in cui ha cominciato a possedere la cosa. In particolare è stato rilevato che «se si ammettesse che l’alienazione compiuta dal proprietario in pendenza del termine per il maturarsi della usucapione è valida nei riguardi dell’usucapiente, bisognerebbe ammettere che, fatta prima che sia compiuta l’usucapione, essa abbia l’effetto di paralizzarla, se non addirittura di eliminarla. Si introdurrebbe così un nuovo modo di interrompere l’usucapione, che prescinderebbe completamente dal possesso dell’usucapiente, il quale potrebbe esserne del tutto ignaro».


[12] C.M. Bianca, Diritto civile, Milano 1999, VI, 805 ss.; Cian, op. cit., 233; A. Masi, Il possesso e la denuncia di nuova opera e di danno temuto, in Trattato di diritto privato, a cura di P. Rescigno, VIII, Torino 1982, 505 ss.; Ruperto, Usucapione, cit., 1041.


[13] Vanz, Usucapione e tutela del credito: il difficile connubio tra problemi sostanziali e diritto di difesa, cit., 558 ss.

[14] Bianca, Diritto civile, cit., 806.

[15] Cass., 23 giugno 1967, n. 1538.


[16] G. Gualandi, Frammenti sull’opposizione di terzo, in Riv. trim. proc. civ., 1976, 1305 s.; G. Monteleone, I limiti soggettivi del giudicato civile, Padova 1978, 109 ss. Sicché gli aventi causa di cui all’art. 2909 c.c. sono legittimati soltanto alla revocazione straordinaria: sul punto A. Proto Pisani, Opposizione di terzo ordinaria, Napoli 1965, 140 s. Anche per la giurisprudenza di legittimità gli aventi causa vincolati dall'accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato sono, ex art. 2909 c.c., i soggetti che subentrano alle parti nella titolarità delle situazioni giuridiche disciplinate dal comando giurisdizionale, dopo la formazione del giudicato (Cass., 23 ottobre 1985, n. 5194, in Rep. Foro it., 1985, voce Trascrizione, n. 15). Per vero questi soggetti, tenuti a subire il giudicato come i loro danti causa, non possono considerarsi terzi. È stato poi escluso che il successore a titolo particolare, nel corso del processo, nel diritto controverso possa definirsi terzo, poiché condivide integralmente la condizione giuridica del dante causa; pertanto il successore, se può intervenire nel processo ed impugnare la sentenza pronunciata contro il dante causa, a norma del terzo e quarto comma dell’art. 111 c.p.c., non è legittimato all'opposizione di terzo ai sensi dell'art. 404, primo comma, c.p.c. (Cass. 10 marzo 1997, n. 2126, in Corr. giur., 1997, 1092, con nota di F. Macario, Effetto traslativo nella vendita di cosa futura; Cass. 14 dicembre 1990, n. 11908).


[17] Per E. Montesano, La tutela giurisdizionale dei diritti, Torino 1985, 270, «nessuno può subire, per giudicato inter alios, la negazione di un diritto o l’imposizione di un obbligo o di una soggezione: altrimenti, i terzi, non partecipi del processo concluso dal giudicato, verrebbero privati delle garanzie di azione e difesa assicurate dalla Costituzione».

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