La liberazione dell’immobile pignorato occupato dai terzi: il giudice dell’esecuzione tra poteri gestori e cognizione in senso lato

Commento a Cass. 28 marzo 2022, n. 9877

Il G.e. può ordinare direttamente liberazione dell’immobile pignorato locato ad un “canone vile”

Cassazione civile, Sez. III, 28 marzo 2022, n. 9877 - pres. Vivaldi, est. De Stefano

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - CUSTODIA; ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - CUSTODIA - ORDINE DI LIBERAZIONE;

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 SOMMARIO:
1. L’ordine di liberazione e la sua funzione
2. In particolare. L’ordine di liberazione nei confronti dei terzi
3. La natura giuridica ed il procedimento
4. La liberazione dell’immobile occupato a “canone vile”
5. La tutela del terzo – 6. Le parti necessarie del giudizio

 

1. L’ordine di liberazione e la sua funzione

L’ordine di liberazione, istituto originariamente di matrice giurisprudenziale[1] ma successivamente recepito dal legislatore[2], costituisce la più fulgida espressione dei poteri ordinatori del giudice dell’esecuzione (art. 487 c.p.c.), oggi significativamente contraddistinti, come si dirà, dalla commistione di momenti prettamente gestori e momenti lato sensu decisori. Ben vero, le recenti riforme del processo esecutivo dimostrano come, via via con maggior frequenza, il giudice dell’esecuzione sia chiamato ad esercitare poteri cognitivi, sebbene in funzione meramente esecutiva[3], ovvero attuativa del diritto, tanto da indurre a parlare di una “contiguità tra il “conoscere” ed i poteri ordinatori esercitati all’interno del processo”[4], destinata, nondimeno, a produrre unicamente effetti endoprocedimentali.

In detto contesto si colloca l’ordine di liberazione, (già) definito da accorta dottrina quale “provvedimento sommario semplificato esecutivo, non idoneo al giudicato, funzionale all’effettività della tutela giurisdizionale esecutiva[5], che deve estrinsecarsi “non solo nella giuridica, ma pure nella materiale estrazione dal patrimonio del debitore del diritto staggito, ai fini della sua liquidazione e cioè trasformazione in denaro, al fine del maggior soddisfacimento  possibile dei diritti dei creditori” (par. 6 della sentenza in commento). Di tale esigenza pubblicistica è espressione quella peculiare potestà ordinatoria del giudice dell’esecuzione, come “consacrata” dalla pronuncia in esame, che consente allo stesso anche la “sommaria delibazione di quelle questioni di diritto la cui soluzione è indispensabile per l'ordinato e proficuo sviluppo della procedura” (par. 7 sentenza in commento).

Giova ricordare che la ratio dell’istituto, è, evidentemente, quella di evitare all’aggiudicatario le incertezze sui tempi e sui costi necessari per conseguire la disponibilità del bene nell’ottica di incentivare le vendite giudiziarie[6] quale naturale corollario “del principio  generale della necessaria effettività dell'azione giurisdizionale esecutiva, indispensabile per lo stesso corretto funzionamento delle istituzioni[7]. Della detta ratio si trova conferma anche nella sentenza oggi in commento, ove si descrive l’ordine di liberazione come “fondamentale strumento di conseguimento delle migliori condizioni possibili di negoziabilità del bene pignorato sul mercato dei potenziali acquirenti, notoriamente connesse allo stato di immediata, piena ed incondizionata disponibilità del bene” (par. 4).

E non a caso, sempre la S.C., in un importante precedente (con medesimo estensore) aveva avuto modo di evidenziare come il giudice abbia il dovere, prima di dichiarare impossibile il raggiungimento del fine specifico dell'espropriazione, consistente nella liquidazione alla base del soddisfacimento dei creditori e, dunque, prima di adottare il provvedimento di cui all’art. 164 bis disp. att. c.p.c., di avvalersi - o di tentare di avvalersi, o di motivare congruamente sulle ragioni per le quali non si avvale - di tutti gli strumenti messi a sua disposizione espressamente dal codice, ivi compreso, fino alla novella del 2019, quello della liberazione di tutti gli immobili staggiti “essendo intuitivo che solo quelli liberi possono essere venduti ad un prezzo conveniente per il venditore[8].

Rivelandosi impossibile, in questa sede, ripercorrere le tappe della evoluzione normativa che ha interessato l’istituto in esame, vale la pena osservare come, in una prima fase (ricompresa tra il 2006 ed il 2018), il legislatore abbia, progressivamente, esteso la possibilità di liberazione collocandola, al più tardi, entro l'aggiudicazione  (sebbene non fosse infrequente che tale momento venisse anticipato, nella prassi, sino a coincidere con quello della delega delle operazioni di vendita), mentre le più recenti riforme si siano mosse in direzione contraria, rendendo residuale la possibilità di liberazione dell'immobile prima della pronuncia del decreto di trasferimento nei casi in cui questo sia "abitato dal debitore e dai suoi familiari" (così la formulazione attuale dell'art. 560, 8° comma, c.p.c.)[9].

 

2. In particolare. L’ordine di liberazione nei confronti dei terzi

L’art. 559 co. 2 c.p.c. sancisce che il debitore deve essere sostituito nella custodia ogni qualvolta non occupi l’immobile, dovendosi ricomprendere in dette ipotesi quelle in cui il cespite venga utilizzato da terzi. Al riguardo, stante la non chiarissima formulazione originaria dell’art. 560 co. 3 c.p.c., sebbene la dottrina si sia posta il problema di stabilire se il giudice dell’esecuzione possa ordinarne la liberazione ovvero debba autorizzare il custode all’esercizio delle ordinarie azioni di rilascio[10], vieppiù a mente della novellata formulazione l’esigenza di ricorrere alle azioni testé indicate si impone unicamente allorché il terzo occupante sia munito di titolo di godimento opponibile alla procedura[11], potendosi, viceversa, procedere alla liberazione diretta, per il tramite di uno strumento ben più agile, in tutti i casi in cui l’immobile sia occupato da terzi sine titulo.

Ben vero, dall’attuale formulazione della norma si può ricavare come la liberazione, laddove disposta in danno del terzo occupante, sia destinata a non scontare le limitazioni (invece) imposte dal legislatore, quanto al tempo del provvedimento, per il caso in cui il cespite pignorato sia occupato dal debitore quale abitazione principale[12]. E che l’attuale disciplina positiva fornisca gli strumenti interpretativi per attribuire alla liberazione dell’immobile la connotazione di “regola generale” lo conferma la stessa sentenza in commento, sottolineando come “l’esplicita regolamentazione dei casi e dei tempi in cui l’ordine di liberazione è escluso nei confronti del debitore o del suo nucleo familiare che vivano nell’immobile espropriato rende evidente che esso è oramai la regola generale in relazione alle espropriazioni immobiliari, in quanto funzionale all’ordinato e proficuo sviluppo di queste” (par. 5), tanto soprattutto nell’ottica della finalizzazione della procedura alla tutela dell’aggiudicatario che impone “l’anticipazione degli effetti favorevoli per quest’ultimo come disegnati dai codici sostanziali e di rito quali diverranno definitivi in suo favore col decreto di trasferimento e col suo peculiare regime di efficacia ultra partes” (par. 8).

Può, dunque, affermarsi che la liberazione (sistematica ed anticipata) dell’immobile pignorato, ove occupato da terzi sine titulo, rappresenti (e debba rappresentare) il modus operandi ordinario nella gestione e direzione del processo da parte del giudice dell’esecuzione, che, all’uopo, potrà servirsi di tutti i poteri, ordinatori in senso stretto e cognitivi (sui generis) per assicurare l’effettività dell’azione esecutiva.

 

3. La natura giuridica ed il procedimento

Mentre all’atto della sua introduzione con la riforma del 2005, l'ordine di liberazione costituiva titolo esecutivo, come tale suscettibile di essere attuato nelle forme di cui agli artt. 605 e segg. c.p.c. (con attribuzione al custode del compito di curarne l’esecuzione per tramite dell’organo ausiliario a tanto deputato e mediante notificazione dell’avviso di sloggio preceduta dalla notifica del titolo e del precetto) ed anche nei confronti dei terzi - fatta salva la facoltà dell’intimato di far valere l’esistenza di un eventuale titolo di possesso/detenzione con il rimedio di cui all’art. 615 c.p.c. -  nel 2016 è stata introdotta una forma attuativa semplificata in analogia con quanto previsto dall'art. 669-duodecies c.p.c.[13]

La novella non sembra aver inciso sulla individuazione del destinatario dell’ordine di liberazione che era - e resta - il debitore esecutato, nondimeno è prescritta la notifica del provvedimento al terzo occupante che, eventualmente, potrà reagire impugnandolo ex art. 617 c.p.c. per far valere la titolarità di un diritto opponibile alla procedura potendosi ricavare, da tale previsione, la conclusione che, ancorché l’ordine di liberazione abbia perduto la qualità di titolo esecutivo, non ne è venuta meno l’efficacia esecutiva anche nei confronti dei terzi. Del resto, se lo scopo dell’ordine di liberazione è, come sottolinea la Corte (nel già citato par. 8) anticipare, per l’aggiudicatario, quegli effetti favorevoli delineati dai codici sostanziali e di rito, giocoforza lo strumento di cui all’art. 560 c.p.c. dovrà connotarsi della medesima “efficacia ultra partes” riconducibile all’atto destinato a rendere quegli effetti definitivi (ossia il decreto di cui all’art. 586 c.p.c.).

L’ordine di liberazione diviene, per effetto della riforma del 2016 e nella interpretazione giurisprudenziale, atto auto – attuativo interno al processo esecutivo[14], emesso all’esito di un sub procedimento, nel quale è il giudice dell’esecuzione a determinare tempi (nei limiti anzidetti, per quanto concerne il debitore) e modalità di attuazione per il tramite del suo organo “servente ed indefettibile”, ovvero il custode giudiziario.

In merito al “tempo della liberazione”, è appena il caso di evidenziare, senza pretesa alcuna di completezza, che la facoltà di disporre la liberazione anche in un momento anteriore all’aggiudicazione, trattandosi dell’ “esercizio di un potere discrezionale da parte del giudice dell’esecuzione, che è espressione dei suoi compiti di gestione del processo ed è funzionale alla realizzazione dello scopo del processo”, era stata già espressamente riconosciuta dalla S.C.[15] che, dunque, con la pronuncia oggi in commento, si pone in linea di evidente continuità con quel precedente, ribadendo la necessità “di fare conseguire subito alla procedura la disponibilità del bene per la sua offerta in gara e quindi in tempo anche anteriore all’aggiudicazione” (par. 8).

Ben vero, l’anticipazione del momento di emissione dell’ordine di liberazione si rivela, quanto mai, opportuna nel caso di immobile occupato da terzi[16], contribuendo a scongiurare il rischio che un titolo opponibile possa emergere successivamente in danno dell’acquirente ed a detrimento dell’affidabilità delle vendite giudiziarie. Se ciò è vero e se all’ordine di liberazione può attribuirsi rilievo di atto conclusivo di un sub procedimento proprio del processo esecutivo, occorre chiedersi se il terzo debba essere sentito prima dell’emissione del provvedimento. In linea generale - premesso che, secondo una prima tesi, l’audizione dei terzi non sarebbe obbligatoria pur potendo “rivelarsi coerente alle ragioni dell’economia processuale evitando l’emanazione di un provvedimento destinato ad essere revocato, ove impugnato a norma dell’art. 617 c.p.c.[17], mentre per altri autori sarebbe indispensabile un previo contraddittorio con il debitore ed il terzo occupante[18] -  dalla nuova formulazione normativa che “procedimentalizza” l’ordine di liberazione, al 6° comma dell’art. 560 c.p.c., rendendolo, di fatto, obbligatorio “quando l’immobile non è abitato dal debitore e dal suo nucleo familiare”, può ricavarsi come il destinatario dell’ordine sia sempre il debitore esecutato (unico soggetto, a mente della citata disposizione, a dover essere previamente “sentito”, unitamente al custode), a nulla rilevando che, dopo la riforma del 2016, non ci si trovi più al cospetto di un titolo esecutivo, come tale efficace ultra partes: ben vero, l’attitudine del provvedimento auto – attuativo ad incidere (anche) le ragioni dei terzi si desume, non solo dal riconoscimento in capo a questi ultimi della legittimazione ad impugnare il provvedimento,  ma anche dall’attribuzione all’ordine di liberazione della connotazione di provvedimento anticipatorio in favore dell’aggiudicatario degli effetti favorevoli del decreto di trasferimento, ivi compresa la efficacia ultra partes,

Ciò posto, potrebbe obiettarsi che al terzo occupante in forza di contratto di locazione a canone vile, in quanto titolare di un diritto di godimento astrattamente opponibile (per cui v. infra sub 4) rispetto al quale la possibilità di emissione del provvedimento di cui all’art. 560 c.p.c. passa per un accertamento lato sensu cognitivo del G.E. (che va al di là della verifica “allo stato degli atti” se l’immobile possa considerarsi giuridicamente libero ai fini della sua vendita forzata), debba essere riservato un trattamento diverso da quel “contraddittorio differito ed eventuale” riconosciuto ai terzi occupanti sine titulo, potendosi rivelare l’audizione preventiva del terzo, se non necessaria (non rivestendo il ruolo di parte del processo esecutivo, né diventandolo per effetto della convocazione ex art. 485 c.p.c.), quantomeno opportuna al fine di evitare l’emissione di “provvedimenti che possano giustificare altri procedimenti[19]. Nondimeno, la sentenza in commento, nell’attribuire al giudice dell’esecuzione il potere di emanazione diretta dell’ordine di liberazione anche nel caso di cui all’art. 2923 co. 3 c.c., pare confinare espressamente la tutela del terzo destinatario dell’ordine nel solo ambito (ristretto e temporalmente delimitato) della opposizione ex art. 617 c.p.c. (par. 12), da un lato, escludendo che l’impugnazione di quell’atto peculiare del processo di espropriazione immobiliare che è l’ordine di liberazione possa riguardare il profilo formale della mancata previa instaurazione del contraddittorio e, dall’altro, consentendo all’accertamento, pur sommario, compiuto dal giudice dell’esecuzione di acquisire, per il tramite del decorso del termine decadenziale, una sua definitività (pur limitata alla procedura esecutiva).

 

4. La liberazione dell’immobile occupato “a canone vile”

L’art. 2923 c.c. è norma di riferimento al fine di stabilire l’opponibilità o meno, nei confronti dell’aggiudicatario, del contratto di locazione stipulato dal proprietario del bene sottoposto ad esecuzione forzata. I primi due commi stabiliscono, in forza del principio emptio non tollit locatum,  che l’acquirente del bene espropriato è tenuto a rispettare, analogamente a quanto previsto per la vendita ordinaria (artt. 1599 e 1600 c.c.), le locazioni concluse dal proprietario/debitore esecutato (ovvero, dal suo dante causa) solamente ove risulti che il relativo negozio sia stato stipulato in data anteriore al pignoramento[20], dovendosi, al contrario, ritenere inopponibili all’aggiudicatario, ed ancor prima inefficaci nei confronti della procedura esecutiva, tutti quegli atti costitutivi di diritti di godimento posti in essere successivamente, e senza la necessaria autorizzazione del giudice dell’esecuzione[21].

I criteri ai quali il dato positivo ancora l’opponibilità della locazione all’aggiudicatario dell’immobile staggito non si discostano da quelli dettati, per la vendita ordinaria, dagli artt. 1599 e 1600 c.c.; in particolare:

  • per le locazioni infra-novennali, è richiesta una data certa, generalmente assicurata dalla registrazione del contratto, anteriore al pignoramento (1°comma);
  • per le locazioni ultra-novennali, oltre al requisito della certezza della data, è altresì richiesto che il contratto sia stato trascritto in data anteriore al pignoramento (2°comma);
  • qualora il contratto sia sfornito di data certa anteriore, la sua opponibilità è subordinata all’anteriorità, rispetto al pignoramento, della detenzione della cosa locata da parte del conduttore, ma in tal caso l’acquirente è tenuto a rispettare la locazione solo per la durata corrispondente a quella stabilita per le locazioni a tempo indeterminato (4°comma).

Alla regola secondo cui le locazioni opponibili all’aggiudicatario sono solo quelle stipulate in data antecedente il pignoramento, fa eccezione il disposto di cui al comma terzo dell’art. 2923 c.c.: l’aggiudicatario non è tenuto a rispettare la locazione, altrimenti opponibile nei suoi confronti, quando il canone convenuto sia inferiore di un terzo al giusto prezzo o a quello risultante da precedenti locazioni (canone c.d. vile)[22].

La fattispecie de qua, la quale presuppone che la locazione sia in astratto opponibile all’aggiudicatario in base ai requisiti richiesti, alternativamente, dai commi primo, secondo e quarto, risulta informata all’intento del legislatore codicistico di disincentivare il proprietario del bene ed il terzo conduttore alla conclusione di patti stipulati in diretto pregiudizio dei creditori del primo e, di riflesso, in pregiudizio del futuro aggiudicatario dell’immobile pignorato. La norma riformula l’art. 687 del previgente codice di procedura civile del 1865, sostituendo alla presunzione di frode “l'estremo obiettivo consistente nel fatto che il prezzo pattuito sia inferiore di un terzo al giusto prezzo o a quello risultante da precedenti locazioni[23].

Con la previsione in commento, l’ordinamento considera dunque, ipso jure, inopponibili le locazioni interessate da canone vile, senza richiedere la ricorrenza dei presupposti, più rigorosi, di un’azione revocatoria ordinaria: nondimeno, alla ratio primaria, individuabile nella tutela delle ragioni creditorie dalle condotte fraudolente del debitore, si affiancano le generali esigenze pubblicistiche delle vendite giudiziarie e del fine ultimo cui le stesse sono dirette (ritenute prevalenti su quelle del locatario che abbia comunque tratto vantaggio dalla corresponsione, pendente il rapporto, di un canone esiguo), laddove vengono considerati inopponibili all’acquirente anche quei contratti di locazione conclusi dal dante causa del soggetto che subisce l’espropriazione[24].

Il dato letterale della disposizione, dettata nei riguardi (ed in favore) del solo acquirente della res pignorata, ha fatto discutere la dottrina in merito alla possibilità che della speciale ipotesi di inopponibilità potessero giovarsi anche gli organi della procedura esecutiva ed il ceto creditorio che a questa abbia dato impulso [25] (non a caso, il fulcro del ricorso avanzato dalla terza locataria del compendio pignorato che ha occasionato la pronuncia della Corte in commento si sostanziava nella censura circa la ritenuta sussistenza, da parte del giudice dell’opposizione ex art. 617 c.p.c., della legittimazione in capo alla procedura esecutiva ad ordinare, nei suoi confronti, la liberazione coattiva dell’immobile oggetto di contratto di locazione concluso a canone vile, prima dell’aggiudicazione o dell’assegnazione).

Nel solco dell’ampliamento progressivo dei margini della tutela dell’aggiudicatario, anche per il tramite della relativa anticipazione, si colloca, dunque, il pronunciamento del Supremo Consesso, allorché attribuisce al giudice dell’esecuzione il potere di emettere l’ordine di liberazione diretto con effetti nei confronti del terzo occupante l’immobile pignorato in forza di contratto di locazione a canone vile, in un momento antecedente l’emissione del decreto di trasferimento del diritto reale staggito in capo all’aggiudicatario/acquirente, unico soggetto al quale appare, prima facie, riferibile la fattispecie contemplata dal 3° comma dell’art. 2923 c.c., sul presupposto (più che condivisibile) che, se l’ordine di rilascio può essere legittimamente emesso nei confronti di chi occupi il bene staggito in forza di titolo non opponibile, allo stesso modo deve riconoscersi la legittimazione in capo al custode, sulla scorta del provvedimento del giudice dell’esecuzione, ad attuare l’ordine di rilascio una volta ritenuta da quest’ultimo, sia pure con una cognizione sommaria, la manifesta esiguità del canone di locazione.

Ben vero, in dottrina, l’estensione delle fattispecie di inopponibilità della locazione conclusa a canone vile anche al ceto creditorio, e dunque agli organi della procedura, è stata anche giustificata sulla scorta del disposto di cui all’art. 2919 c.c., posto che “gli atti inopponibili al creditore pignorante ed ai creditori intervenuti sono inopponibili anche all’acquirente, onde tra i due regimi esiste una piena correlazione[26]: in sostanza, anche la locazione a canone vile è da ritenersi inefficace nei confronti dei creditori, così come avviene per il futuro acquirente della res oggetto di espropriazione, tanto da legittimare il potere del giudice dell’esecuzione “a pronunciare e del custode ad attuare l’ordine di liberazione ex art. 560, trattandosi di provvedimento ordinato a massimizzare il ricavato della vendita coattiva, altrimenti decurtato qualora l’acquirente fosse vincolato alla locazione, notorio essendo che il valore dell’immobile locato è inferiore a quello del medesimo bene libero[27].  Ed è esattamente in questa prospettiva che si muove la pronuncia in commento: l’anticipazione degli effetti favorevoli per l’aggiudicatario si attua per il tramite dell’ordine di liberazione, emanato dal giudice dell’esecuzione ed attuato dal custode al fine di porre il cespite staggito nelle migliori condizioni in vista della vendita coattiva, dal momento che “quanto non sarà opponibile all’aggiudicatario non è opponibile neppure alla procedura o ai creditori che ad essa danno impulso, nell’interesse non solo e non tanto del primo, quanto in quello pubblicistico del rituale sviluppo della procedura e quindi per ragioni di ordine pubblico processuale” (par. 9).

 

5. La tutela del terzo

Prima del 2016, la tutela del terzo occupante l’immobile espropriato “colpito” dall’ordine di cui all’art. 560 c.p.c. era assicurata dall’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.: posta l’espressa natura di titolo riconosciuta all’ordine di liberazione, eseguibile dal custode nelle forme di cui agli artt. 605 ss. c.p.c.[28], il terzo poteva opporsi contestando allo stesso il diritto di agire in executivis nei suoi confronti eccependo l’esistenza, in proprio favore, di un titolo opponibile alla procedura.

Con la riforma del 2016 - nell’evidente intento di snellire il sub-procedimento de quo - il modello dell’esecuzione per rilascio lascia il posto ad un provvedimento a cognizione sommaria attuabile dal custode secondo le modalità stabilite dal giudice dell’esecuzione[29] avverso il quale va esperita opposizione agli atti esecutivi, e tanto non solo da parte del debitore e dei creditori, ma anche del terzo interessato, in favore del quale, non a caso, viene altresì previsto, come detto, l’onere di notificazione del provvedimento precipuamente ai fini della decorrenza del termine di venti giorni di cui all’art. 617 c.p.c.

Al terzo - del quale l’art. 560 c.p.c. non prescriveva (e non prescrive tuttora) la previa audizione obbligatoria, invece prevista per debitore e custode - è, dunque, riconosciuta la legittimazione all’esperimento di una tutela recuperatoria “idonea a garantire sia una rapida decisione di natura cautelare…ex art. 618 c.p.c. (nonché un eventuale giudizio di cognizione, deciso con sentenza ricorribile per cassazione), sia le esigenze di celerità della procedura esecutiva (assicurate dalla perentorietà del termine di venti giorni prescritto per l’opposizione ex art. 617 c.p.c.)[30].

A seguito dell’ulteriore riforma del 2020, la nuova formulazione dell’art. 560, co.6, c.p.c., letta unitamente all’art. 2923 c.c., impone l’emissione dell’ordine di liberazione “quando l'immobile non è abitato dal debitore e dal suo nucleo familiare” ed allorché il giudice dell’esecuzione non ravvisi, con cognizione meramente sommaria allo stato degli atti (eventualmente arricchita del contributo del terzo che occupi l’immobile staggito sentito ex art. 485 c.p.c.), l’esistenza di un titolo opponibile ai sensi dei commi primo, secondo, terzo e quarto della disposizione del Codice, di per sé ostativo alla pronuncia del provvedimento anticipato di rilascio. Benché la novella abbia eliminato l’esplicito riferimento all’opposizione agli atti ex art. 617 c.p.c., è pacificamente riconosciuta la possibilità di ricorso degli interessati (debitore, creditori, terzo) al detto rimedio generale[31], confermata dalla sentenza in commento: “gli uni (le parti del processo) e gli altri (i terzi) troveranno tutela delle loro ragioni davanti al giudice dell’esecuzione…nelle forme dell’opposizione agli atti esecutivi di quel provvedimento” (par. 12).  Analogamente, nonostante il silenzio normativo, la notifica in favore del terzo dell’ordine di liberazione si rivela pur sempre necessaria, a prescindere dalla avvenuta previa convocazione dello stesso ex art. 485 c.p.c.: ciò in quanto il terzo, a differenza dell’esecutato e dei creditori, non è mai parte in senso tecnico della procedura (e di tanto vi è conferma nella pronuncia in commento che lo individua come terzo “destinatario” degli effetti dell’ordine), cosicché la notifica assicurerà quella “conoscenza legale del provvedimento”, quale presupposto indefettibile della relativa stabilizzazione endoesecutiva ex art. 617 c.p.c.[32] In assenza di notificazione dell’ordine, deve dunque ritenersi che il termine di 20 giorni non possa decorrere, neanche nel caso in cui il terzo abbia aliunde avuto conoscenza dello stesso ovvero (direttamente) in sede di attuazione del provvedimento da parte del custode[33], con potenziali ripercussioni sulla stabilità della vendita giudiziaria, atteso che il terzo “potrà contrastare la liberazione avvalendosi dell’opposizione agli atti in qualunque momento[34], e dunque anche successivamente all’emissione del decreto di trasferimento ed all’immissione nel possesso dell’immobile da parte dell’aggiudicatario, fino alla conclusione dell’espropriazione forzata. Giocoforza, laddove, invece, il terzo proponga tempestiva opposizione, lo stesso potrà ridiscutere (se previamente sentito) o contestare per la prima volta la legittimità del provvedimento ex art. 560 c.p.c. (emesso nei confronti del debitore, ma destinato a riverberare i propri effetti nella sua sfera giuridica), allegando e documentando l’esistenza in proprio favore di un titolo opponibile (ex art. 2923 c.c.). In particolare, per ciò che riguarda, specificamente, l’ipotesi di cui al comma terzo dell’art. 2923 c.c.[35], il terzo potrà, anzitutto, contestare la sommaria delibazione compiuta dal G.E. circa la viltà del canone (presumibilmente fondata sulle sole risultanze della perizia di stima dell’esperto e delle relazioni del custode giudiziario). E ciò, se non nella prima fase dell’opposizione (sommaria e destinata a sfociare in un provvedimento cautelare o indilazionabile), sicuramente nel successivo (eventuale) giudizio di merito, introdotto ex art. 618, co.2 c.p.c., ove alle conclusioni circa l’esiguità del canone pattuito e corrisposto dal terzo conduttore potranno essere contrapposte le risultanze di una consulenza di parte, mediante la quale sottoporre ad un più compiuto raffronto il canone ritenuto irrisorio con quelli pattuiti per immobili simili e collocati nel medesimo contesto territoriale; non è poi da escludere che il terzo possa documentare la presenza di un precedente rapporto di locazione dell’immobile staggito, al quale ancorare il giudizio di non esiguità del canone[36]. Giova evidenziare come i due criteri – giusto prezzo e precedente contratto di locazione – possano anche operare congiuntamente, non ponendosi necessariamente in termini di alternatività: gli elementi dagli stessi ricavabili sono, poi, passibili di libera valutazione dal giudice dell’opposizione, secondo il principio del libero apprezzamento[37].

La sentenza di accoglimento della opposizione, investendo un atto esecutivo non indispensabile per la sopravvivenza del processo, ordinerà l’eliminazione dell’atto viziato (nella specie, l’ordine di liberazione) rimettendo al giudice dell’esecuzione il compimento delle (eventuali) attività di rinnovazione[38]. In ogni caso, la sentenza che definisce il giudizio di opposizione agli atti, sia che accolga la domanda sia che la rigetti, avrà sempre natura di accertamento, producendo i propri effetti solo dal momento del relativo passaggio in giudicato. Si osserva, inoltre, che l’irrevocabilità di una sentenza emessa ai sensi dell’art. 617 c.p.c. ha portata endoprocedimentale, pur dovendosi dare conto di una tendenza a riconoscere al giudicato sulla opposizione agli atti una valenza più ampia che investe la stessa esistenza dei diritti delle parti[39].

 

Segue. Le parti necessarie del giudizio

La S.C., nella pronuncia in commento, fa applicazione di un principio assolutamente consolidato: quello secondo cui nell’opposizione agli atti esecutivi sono parti necessarie tutti i soggetti già coinvolti nel processo e, tra questi, evidentemente, il debitore (nella fattispecie, rimasto pretermesso nell’intero giudizio di opposizione). Del resto, appare piuttosto evidente come, nel caso specifico della impugnazione dell’ordine di liberazione da parte del terzo ex art. 617 c.p.c., il debitore che è il destinatario, quanto meno formale, dell’atto del giudice dell’esecuzione non potrà che essere parte necessaria del giudizio nel quale viene in discussione la legittimità di quello stesso atto (al riguardo, cfr. Cass. n. 7213/1994 secondo cui “poiché nelle cause di opposizione agli atti esecutivi (art. 617 cod. proc. civ.) sono passivamente legittimati e "litisconsorti" necessari tutti i soggetti del processo esecutivo indicati dall'art. 485, comma primo, cod. proc. civ., il debitore esecutato è parte necessaria del giudizio nel quale si discute della validità di atti del processo che incideranno sulla distribuzione del ricavato dell'esecuzione, con la conseguenza che la questione della non integrità del contraddittorio, per la mancata evocazione del debitore (e la conseguente nullità della sentenza), può essere rilevata d'ufficio anche in sede di legittimità”). Ben vero, l'individuazione delle “parti necessarie” va compiuta con riferimento alle “situazioni già coinvolte nel processo”, attività destinata a non presentare aspetti particolari nell'esecuzione mobiliare presso il debitore e in quella immobiliare. Si tratta di forme di esecuzione legate tra di loro dalla comune finalità espropriativa e, quindi, il collegamento con il processo esecutivo dal quale può nascere la situazione di litisconsorzio necessario è altrettanto comune: in particolare, il collegamento con il processo esecutivo si manifesta soprattutto nelle opposizioni agli atti esecutivi, nelle quali è richiesta la presenza sia del debitore esecutato, sia dei creditori intervenuti nel processo esecutivo[40].

Nelle opposizioni agli atti esecutivi, la presenza del debitore è richiesta anche per le irregolarità riguardanti la fase dell'aggiudicazione, perché in essa debitore, creditore procedente e creditori intervenuti, hanno un comune interesse a che:

  1. a) il valore del bene sia correttamente determinato con i criteri indicati dall'art. 584 cod. proc. civ.;
  2. b) l'efficacia delle offerte di acquisto sia stabilita secondo le indicazioni contenute nell'art. 571 dello stesso codice;
  3. c) il prezzo base dell'asta sia determinato come prescritto dal citato art. 584;
  4. d) il versamento del prezzo di aggiudicazione avvenga nei termini indicati dall'art. 585 del codice di rito. Su ciascuna di queste modalità i soggetti del processo esecutivo (e quindi anche il debitore) possono interloquire[41]:

Sotto altro profilo, l'opposizione agli atti esecutivi dà luogo ad una causa inscindibile, di cui sono legittimi contraddittori, tutti i soggetti indicati nell'art. 485 cod. proc. civ. e, perciò, oltre al creditore procedente, ai creditori intervenuti e al debitore, in quanto parti del processo esecutivo in cui è stato compiuto l'atto di cui l'opponente chiede sia dichiarata la nullità, anche il soggetto che, destinatario degli effetti dell'atto, ha interesse alla sua stabilità[42].

Posta quindi la partecipazione necessaria del debitore al giudizio ex art. 617 c.p.c. promosso dal terzo avverso l’ordine di liberazione emesso dal giudice dell’esecuzione sul presupposto della viltà del canone di locazione, occorre chiedersi se rivesta analogamente ruolo di parte necessaria il terzo nella opposizione interposta dal debitore. Il terzo, come detto, non assume ruolo di parte del processo esecutivo, nemmeno nel caso in cui sia evocato, ex art. 485 c.p.c., per essere sentito prima dell’emissione dell’ordine. A mente dei principi dianzi riportati, dovrebbe dunque concludersi nel senso che il terzo non assuma la posizione di parte necessaria nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi promosso avverso l’ordine ex art. 560 c.p.c. dal debitore. Tuttavia, l’evocazione in giudizio del terzo è destinata ad acquisire rilevanza (tanto da far concludere nel senso della necessarietà della sua partecipazione al giudizio a cognizione piena ex art. 617 c.p.c.) laddove si attribuisca al pronunciamento del giudice della opposizione (all’esito della fase di merito) una valenza esterna al processo esecutivo, tale da precludere a tutte le parti di quel rapporto inciso dall’accertamento di metterne in discussione gli esiti.

 

Conclusioni

La sentenza oggetto dell’odierno commento contribuisce, ad avviso di chi scrive, a costruire e rafforzare un microsistema basato sulla combinazione dell’art. 2923, co.3, c.c. (sul versante sostanziale) e dell’art. 560 c.p.c. (dal lato procedurale) che, integrandosi a vicenda, condividono la medesima finalità e tendono, in ogni caso, ad un risultato univoco: garantire il futuro acquirente, stabilizzare, rafforzandolo, il sistema delle vendite giudiziarie, aumentare le possibilità di soddisfazione dei crediti azionati nell’espropriazione e, di riflesso, perseguire il risultato della esdebitazione dell’esecutato.

Sullo sfondo, l’esigenza di tutela del debitore, a vedere “impregiudicato il suo diritto a non subire abusi nell’estrinsecazione di una posizione soggettiva processuale di supremazia della sua controparte”,  che diviene diritto ad essere parte (necessaria) del processo nel quale viene in discussione, non solo (e non tanto) la legittimità di un atto espressione della potestà ordinatoria del giudice dell’esecuzione, ma anche l’accertamento da questi compiuto circa i presupposti per la sua emissione (inevitabilmente coinvolgenti un rapporto, del quale il debitore -  locatore potrebbe avere interesse a far valere l’opponibilità, ai fini della ricomprensione dei canoni nella massa attiva da distribuire ex art. 509 c.p.c.).

  Resta da chiedersi se le articolate argomentazioni della sentenza in esame, delle quali si è cercato di dare conto, possano fornire (ulteriori) spunti ai fini dell’affermazione, anche con riferimento al “sub procedimento” di liberazione dell’immobile pignorato (così come già avvenuto nel contesto della distribuzione), di un progressivo ampliamento dell’oggetto dell’opposizione agli atti esecutivi dall’ “atto” al “rapporto”, ai fini della stabilità ed efficacia, per così dire, extra – esecutiva all’accertamento compiuto dal giudice della opposizione in ordine alla viltà o meno del canone del contratto di locazione inerente l’immobile pignorato,  quale ulteriore importante tassello per la realizzazione delle finalità del processo esecutivo.

  

 

[1] Al riguardo, si rinvia a D. LONGO, La custodia dell’immobile pignorato, in Riv. Es. forz. 395.

[2] Introdotto per la prima volta dal d.l. 35/05 conv. con modifiche in l. 80/05, l’attuale disciplina è frutto delle modifiche apportate dalle seguenti norme: D.L. 14 marzo 2005, n. 35, conv., con modificazioni, in L. 14 maggio 2005, n. 80L. 28 dicembre 2005, n. 263D.L. 3 maggio 2016, n. 59, conv., con modificazioni, in L. 30 giugno 2016, n. 119D.L. 14 dicembre 2018, n. 135, conv., con modificazioni, in L. 11 febbraio 2019D.L. 30 dicembre 2019, n. 162, conv., con modificazioni, in L. 28 febbraio 2020, n. 8. Per una puntuale ricostruzione dell'evoluzione normativa dell'art. 560 c.p.c. sino al febbraio 2019 v., per tutti, Crivelli, L'ordine di liberazione dopo la L. 11 febbraio 2019, n. 12, in Riv. Esec. Forz., 2019, 764 e segg.

[3] Così G. GHIURGHI, Verso un nuovo modello di esecuzione civile?, in www.judicium.it

[4] S. RUSCIANO, L’ambito di applicazione dell’art. 487 cod. proc. civ., il potere di direzione del giudice e la revocabilità dell’ordinanza di sospensione dell’esecuzione in pendenza del giudizio di merito, in www.judicium.it.

[5] Così G. OLIVIERI, La liberazione dell’immobile pignorato. L’efficacia del nuovo titolo esecutivo nei confronti dei soggetti diversi dal debitore ed i rimedi esperibili, in Riv. esec. Forz., 2009.

[6] Non a caso, G. FANTICINI, La custodia dell’immobile pignorato in La nuova esecuzione forzata, Zanichelli, 2018, individua come fattore determinante della inefficienza delle procedure esecutive nonché della separazione tra il mercato delle vendite giudiziarie ed il normale mercato immobiliare proprio l’incertezza sui tempi e sui costi della liberazione del cespite pignorato.

[7] Così Cass. civ. 22747/2011, ma vedasi, più di recente, Cass. civ. 6836/2015 ove si sottolinea come “l’esercizio di tale potere da parte del giudice dell’esecuzione comporta il contemperamento dell’interesse del debitore a continuare ad abitare l’immobile con le ulteriori esigenze del processo, onde garantire l’effettività dell’azione giurisdizionale esecutiva, perseguita dall’innovazione legislativa dell’ordine di liberazione obbligatorio

[8] Cfr. Cass. civ. 11116/2020.

[9] Si parla al riguardo di un particolare “statuto di protezione” disegnato dal legislatore con riferimento al debitore che occupi l’immobile a fini abitativi (così A. SOLDI, Manuale dell’esecuzione forzata, cit., 1614), rispetto al quale la possibilità di emissione anticipata dell’ordine di liberazione viene “relegata” alle ipotesi codificate di violazione di obblighi sullo stesso gravanti, cosicché in dette ipotesi la liberazione non risponderà più alle finalità del processo esecutivo e cioè alla migliore liquidazione (efficiente, efficace e rapida) del cespite staggito, bensì a quella di conservazione di quest’ultimo.

[10] Mentre G. OLIVIERI, La liberazione dell’immobile pignorato. L’efficacia del nuovo titolo esecutivo nei confronti dei soggetti diversi dal debitore ed i rimedi esperibili, in Riv. esec. Forz., 2009, 2.ss. opina nel senso che salvo che vantino un titolo di godimento opponibile al processo esecutivo, i terzi occupanti si trovano in una posizione del tutto assimilabile a quella del debitore esecutato, Montanaro, artt. 559-560 in AA.VV. Commentario alle riforme del processo civile, a cura di Briguglio e Capponi, Padova, 2007, 284 ritiene che laddove l’immobile pignorato sia nella disponibilità di altri dal debitore non possa prescindersi dalla intrapresa di azioni ordinarie di rilascio.

[11] Per A. SOLDI, Manuale dell’esecuzione forzata, VII Ed. 2019, 1648, sono terzi aventi diritto a mantenere il godimento del bene: 1) i titolari di un contratto di locazione avente data certa anteriore al pignoramento; 2) i titolari di un diritto reale di godimento trascritto in epoca antecedente alla trascrizione del pignoramento nonché all’iscrizione dell’ipoteca del creditore procedente; 3) il coniuge o l’ex coniuge dell’esecutato con provvedimento di assegnazione della casa coniugale trascritto antecedentemente alla trascrizione del pignoramento

[12] L’art. 560 c.p.c. nel testo novellato dalla riforma del 2019 ha introdotto uno specifico statuto di protezione per il debitore che occupi l’immobile pignorato quale abitazione principale escludendo la possibilità di una sua liberazione anticipata (co. 8 “quando l’immobile pignorato è abitato dal debitore e dai suoi familiari il giudice non può mai disporre il rilascio dell’immobile pignorato prima della pronuncia del decreto di trasferimento”), salvo che ricorrano specifiche ipotesi di violazione da parte del debitore degli obblighi sullo stesso gravanti (co. 6 “qualora sia ostacolato il diritto di visita di potenziali acquirenti, quando l’immobile non sia adeguatamente tutelato e mantenuto in uno stato di buona conservazione, per colpa o dolo del debitore e dei membri del suo nucleo familiare”).

[13] Per una compiuta ricostruzione della tematica cfr. Cass. civ. 7656/2015.

[14] Parla significativamente di “esecuzione endogena” del comando giudiziale. S. LEUZZI, Il “nuovo” ordine di liberazione dell’immobile pignorato alla luce del d.l. 59/2016 conv. con l. 119/2016 in http://www.eclegal.it/wp-content/uploads/pdf/2016-09.19_ordine-liberazione-dellimmobile-pignorato.pdf, 2

[15] Cfr. Cass. civ. 6836/2015.

[16] Al riguardo cfr. E. ASTUNI, Vincoli opponibili nelle procedure esecutive: la locazione di immobili – Rassegna di casi e questioni, Studio n. 2-2011/E del Consiglio Nazionale del Notariato, in http://www.notariato.it/sites/default/files/2-11-e.pdf), secondo il quale “la liberazione immediata provoca il detentore a “scoprire le carte”, cioè ad esibire – se ne ha – gli elementi di fatto in suo possesso idonei a comprovare la locazione opponibile e in un momento possibilmente anteriore all’aggiudicazione”.

[17]G. OLIVIERI, cit., 4.

[18] Così M. CIRULLI, Le nuove disposizioni in materia di espropriazione forzata contenute nella legge 30 giugno 2016, n. 119, 26, in www.judicium.it, secondo il quale l’attuazione del contraddittorio differito ed eventuale aggrava il procedimento con un incidente cognitivo che invece è prevenibile applicando nei confronti del terzo la regola audiatur et altera parte.

[19] Per l’espressione cfr. G. OLIVIERI, cit., 2.

[20] Il discrimen temporale per la verifica circa l’opponibilità (o meno) della locazione, per gli effetti di cui all’art. 2923 c.c. (ovvero per quelli di cui all’art. 560, co. 6, c.p.c.) è individuato nella notifica del pignoramento, momento in cui il debitore è costituito custode (v. Cass. civ. 7998/2015), ed all’ingiunzione ivi contenuta, e non nella trascrizione dell’atto.

[21] Il pignoramento conferisce ex lege al debitore la veste di custode dell'immobile e dei suoi accessori, comportando l’interversione del potere di fatto esercitato uti dominus in un possesso qualificato alla stregua di norme di diritto pubblico, in qualità di ausiliario del giudice e quindi nell'interesse della procedura. Posto che il terzo nominato custode non può concedere in locazione l'immobile senza autorizzazione del giudice, allo stesso modo la locazione, non autorizzata, e stipulata dal debitore in data successiva al pignoramento, è dapprima inefficace nei confronti della procedura e successivamente non opponibile all’aggiudicatario.

[22] È, in tal modo, attenuata “con una norma di favore per l’aggiudicatario, la regola emptio non tollit locatum, che invece informa le altre fattispecie disciplinate dalla disposizione codicistica”: così E. ASTUNI, Vincoli opponibili nelle procedure esecutive cit.

[23] Cfr. Relazione preliminare del Ministro Guardasigilli al Codice civile del 4 aprile 1942, par. 1991.

[24] Cfr. Cass. civ. n. 16718/2012 secondo la quale “le specifiche esigenze di effettività della vendita forzata, da perseguirsi nella specie mediante la tutela della maggior possibile pienezza dei suoi effetti in favore degli aggiudicatari, impongono l'esenzione di questi ultimi dall'obbligo di rispettare la locazione, qualora il prezzo convenuto sia inferiore di un terzo al giusto prezzo o a quello risultante da precedenti locazioni, anche quando si tratti di locazioni in corso al momento del pignoramento, che siano state consentite o stipulate dai danti causa del soggetto che ha subito l'espropriazione

[25] Cfr. G. FANTICINI, cit. 981, per il quale la problematica “concerne proprio il tenore letterale della norma, in quanto la disciplina ivi contenuta non è riferita al creditore pignorante o agli intervenuti, né al custode, bensì all’acquirente in executivis”.

[26] G. FANTICINI, cit., 984.

[27] M. CIRULLI, cit., 28

[28] Era, pertanto, integrata “un'ordinaria separata esecuzione in forma specifica per rilascio immobile […] strutturalmente e funzionalmente distinta da quella nel cui corso è stato emesso il titolo esecutivo azionato”: v. in tal senso Cass. civ. 11266/2014, nonché Cass. civ. 7656/2015, cit.). 

[29] Cfr. A. CRIVELLI, cit. pag. 776, secondo il quale “la nuova versione dell’art. 560 c.p.c. abbandona ogni riferimento alla nozione di titolo esecutivo, e torna (per così dire) all’auto-esecuzione a cura del custode”.

[30] G. FANTICINI, cit., 957, il quale evidenzia, peraltro, la coerenza dell’opzione siffatta anche in considerazione “dell’accresciuto ruolo del giudice dell’esecuzione, al quale – con le riforme varate dal 2006 in poi – è stato assegnato il compito di risolvere questioni (precedentemente devolute al giudizio ordinario) con provvedimenti endoesecutivi, caratterizzati da cognizione sommaria e assoggettati ad (eventuale) impugnazione ex art. 617 c.p.c”.

[31] In dottrina, nello stesso senso, cfr. A. CRIVELLI, cit.,762-763.

[32] La mancata impugnazione nel termine impedisce all’accertamento compiuto dal G.E., basato come detto su una cognizione sommaria, per così dire “minore”, di spiegare efficacia preclusiva, tal che tanto al terzo quanto al debitore (parte del contratto sul quale l’accertamento della viltà del canone è destinato ad incidere) sarà consentito di rimetterne in discussione in qualsiasi momento i relativi esiti. Opina diversamente G. BORELLA, Il d.l. 59/2016 convertito in legge 119/2016 e le novità in materia di esecuzione forzata immobiliare, 11 ottobre 2016, in www.ilcaso.it. 11-12, secondo il quale un effetto preclusivo potrebbe riconoscersi solo nell’ipotesi in cui emesso l’ordine di liberazione contro il terzo questi non abbia proposto l’opposizione ex art. 617 c.p.c., così prestando acquiescenza alla decisione del giudice, con conseguente impossibilità di rimettere le cose in discussione in un secondo momento, preclusione derivante dal divieto di venire contra factum proprium e dall’inerzia nell’attivare gli strumenti di reazione previsti dal sistema

[33] Sul punto, cfr. G. FANTICINI, cit., 962, secondo cui “lo scopo della notificazione è soltanto quello di far decorrere il termine per la proposizione dell’opposizione da parte del terzo occupante; la conoscenza legale dell’atto, dunque, non è condizione di validità o efficacia del provvedimento e, perciò, il custode può procedere alla sua attuazione anche in caso di omessa notifica o di vizi di quest’ultima”.

[34] G. FANTICINI, cit., 962

[35] Quanto alle fattispecie di opponibilità previste dai commi primo, secondo e quarto dell’art. 2923 c.c., cfr. E. ASTUNI, cit, al quale si rimanda per ciò che attiene le verifiche in punto di prova dell’anteriorità della data di registrazione del contratto di locazione e della relativa trascrizione rispetto al pignoramento.

[36] Trattasi, tuttavia, di ipotesi che presenta profili di problematicità: come è stato acutamente osservato da E. ASTUNI, cit. 38-39, il precedente canone di locazione non sempre si appalesa criterio affidabile per la determinazione del giusto prezzo, posto che l’immobile attualmente staggito potrebbe aver subito delle modificazioni in pelius, come tali idonee ad incidere, a ribasso, nella determinazione del canone; va, inoltre, presa in considerazione l’ipotesi in cui muti il contesto urbano di riferimento all’interno del quale si trovi il cespite staggito. Appare dunque preferibile ritenere che le “precedenti locazioni” rappresentino strumento per il g.e. da considerare alla stregua di circostanze di natura “indiziaria”, meno concludenti, ai fini del giudizio di viltà del canone, nel caso in cui la situazione di fatto esistente al tempo della precedente locazione si discosti notevolmente da quella attuale. Al contrario, allorquando la misura del canone si presenti significativamente esigua rispetto ad una locazione stipulata a breve distanza rispetto a quella di cui si pretende far valere l’opponibilità, tale evidente sproporzione costituisce elemento pregnante per ritenere che il contratto sia stato concluso al fine di arrecare pregiudizio ai terzi creditori del locatore/esecutato.

[37] Cfr. E. ASTUNI, cit., 38, secondo il quale “il significato di "giusto prezzo" nell'art. 2923 c.c. è dunque non lontano da quello che esso assume nell'art. 1474 c.c. per determinare in via suppletiva il prezzo di vendita”.

[38] La prevalente dottrina e la giurisprudenza di legittimità riconoscono al giudizio ex art. 617 c.p.c. natura meramente rescindente, non spettando al giudice che lo definisca l’adozione dei provvedimenti propri del giudice dell’esecuzione (così v. tra le altre Cass. civ. 7657/2015; Cass. civ. 18336/2014); in dottrina R. ORIANI, L’opposizione agli atti esecutivi, Napoli, 1987, 628: pertanto, la sentenza che dichiarerà l’illegittimità dell’atto esecutivo impugnato ne disporrà la revoca ma non lo sostituirà.

[39] Al riguardo, cfr. A. SOLDI, cit, 2268; in giurisprudenza cfr. Cass. civ. 17371/2011 secondo la quale “in tema di esecuzione forzata, il provvedimento che chiude il procedimento esecutivo, pur non avendo, per la mancanza di contenuto decisorio, efficacia di giudicato, è, tuttavia, caratterizzato da una definitività insita nella chiusura di un procedimento esplicato col rispetto delle forme atte a salvaguardare gli interessi delle parti, incompatibile con qualsiasi sua revocabilità, sussistendo un sistema di garanzie di legalità per la soluzione di eventuali contrasti, all’interno del processo esecutivo. Ne consegue che il soggetto espropriato non può esperire, dopo la chiusura del procedimento di esecuzione forzata, l’azione di ripetizione di indebito contro il creditore procedente (o intervenuto) per ottenere la restituzione di quanto costui abbia riscosso, sul presupposto dell’illegittimità per motivi sostanziali dell’esecuzione forzata”.

 

[40] Cfr. Cass. civ. 8928/1998.

[41] In questo senso, per tutte, Cass. civ. 11615/1992.

[42] Cass. civ. 7213/1994, Cass. civ. 11615/1992, Cass. civ. 2043/1980.