ESTINZIONE E CHIUSURA ANTICIPATA ATIPICA DELL’ESECUZIONE: UN’ALTERNATIVA DI LUNGA DURATA

Commento a Tribunale Barcellona P.G., sentenza 18 giugno 2020

L’estinzione della procedura esecutiva a causa dell’omesso pagamento del PVP va impugnata con reclamo, anziché con l’opposizione agli atti esecutivi

Tribunale, Barcellona Pozzo di Gotto, 23 giugno 2020, n. 492 - pres. De Marco, est. Lo Presti

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - VENDITA - PUBBLICITÀ; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - CHIUSURA ANTICIPATA; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - PROVVEDIMENTO E SUA IMPUGNAZIONE;

Scarica il provvedimento

I giudici di merito in contrasto con la Cassazione sugli strumenti di impugnazione dei provvedimenti di estinzione “atipica” della procedura esecutiva

Tribunale, Barcellona Pozzo di Gotto, 23 giugno 2020, n. 492 - pres. De Marco, est. Lo Presti

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - VENDITA - PUBBLICITÀ; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - CHIUSURA ANTICIPATA; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - PROVVEDIMENTO E SUA IMPUGNAZIONE;

Scarica il provvedimento

  1. – Il caso deciso può riassumersi in poche battute.

Il giudice dell’esecuzione – non avendo il creditore anticipato le spese per la pubblicità suppletiva disposta ai sensi dell’art. 490, 3° comma, c.p.c., constatata l’impossibilità di procedere al (secondo) tentativo di vendita di un immobile – dichiarò la improcedibilità della procedura esecutiva.

Il provvedimento fu impugnato col reclamo di cui all’art. 630, 3° comma, c.p.c.

Sembrerebbe – a quanto risulta dalla sentenza – che il creditore avesse utilizzato il reclamo concesso per l’impugnazione dei provvedimenti di estinzione senza preoccuparsi di giustificare la scelta, visto che l’ordinanza del g.e. aveva dichiarato (non l’estinzione, ma) l’improcedibilità dell’esecuzione.

Il tribunale – in consapevole difformità dal diffuso orientamento secondo cui il controllo della dichiarazione di improcedibilità dell’esecuzione avrebbe dovuto essere indotto dall’opposizione agli atti esecutivi, configurando un’ipotesi di estinzione atipica – ha ritenuto ammissibile il reclamo, considerato che «la distinzione tra cause di estinzione tipiche atipiche ... non appare necessaria alla luce del dato normativo».

Secondo il tribunale, l’assimilazione nell’unica categoria dell’estinzione (oggi definita) tipica di tutte le fattispecie di chiusura anticipata del processo esecutivo sarebbe imposta: a) dall’art. 630, 1° comma, c.p.c., quale norma sanzionatrice di «qualunque pigrizia o inoperatività del creditore»; b) dall’economia processuale interna, in quanto col reclamo la questione della correttezza della chiusura anticipata del processo sarebbe immediatamente definita (dal collegio) con sentenza, laddove l’opposizione agli atti esecutivi potrebbe vedere la definizione con sentenza gravata della fase del reclamo avverso il provvedimento di rigetto o di accoglimento dell’istanza di sospensione dell’esecuzione; c) dall’economia processuale esterna, giacché si eviterebbe alle parti di contestare la chiusura anticipata dell’esecuzione – in virtù del principio di precauzione – con la contemporanea proposizione del reclamo e della opposizione di cui all’art. 617 c.p.c.; d) dalla necessità di dichiarare l’estinzione quante volte il processo esecutivo non sia più in grado di «proseguire in via definitiva».

 

  1. – Non avrei dubbi sull’intenzione del tribunale di superare la definizione del caso concreto, esprimendo la propria contrarietà al doppio binario tracciato dal diritto vivente in ordine ai rimedi esperibili da chi ritenga che l’esecuzione avrebbe dovuto invece continuare.

La pronuncia in esame – negatrice della distinzione fra chiusura anticipata tipica o atipica – come le sentenze della Corte di cassazione, sembra destinata a operare non solo per il passato (decisione del caso concreto), ma anche per il futuro, mediante l’enunciazione di un principio di diritto suscettibile di applicazione in tutte le controversie che dovessero presentare la medesima questione e in ogni caso in grado mantenere aperto il discorso sul sistema duale chiusura tipica o atipica dell’esecuzione[1].

L’analisi della sentenza esige perciò separarne il contenuto per così dire direttamente decisorio (l’ordinanza di chiusura anticipata per mancato versamento delle spese è reclamabile a norma dell’art. 630, 3° comma, c.p.c.) da quello programmatico (tutti i provvedimenti di chiusura anticipata non sono suscettibili di opposizione agli atti esecutivi, dovendo essere sottoposti al medesimo reclamo previsto per le ordinanze dichiarative dell’estinzione).

Al tribunale barcellonese va riconosciuto il merito di aver ravvivato il dibattito sul sistema dei controlli avverso i provvedimenti di chiusura anticipata dell’esecuzione e il coraggio di aver manifestato il proprio dissenso dall’opinione corrente. Né può tacersi la rilevanza del problema anche per stabilire gli effetti dell’una o dell’altra chiusura anticipata dell’esecuzione sulla prescrizione del credito fatto valere[2].

La pronuncia – condivisibile (per ragioni non sempre coincidenti con quelle enunciate dal tribunale) quanto alla decisione del caso concreto – sollecita qualche dubbio sulla possibilità, quanto meno de iure condito, di espungere l’opposizione regolata dall’art. 617 c.p.c. dai rimedi utilizzabili dal creditore che voglia contestare la pronuncia di chiusura dell’esecuzione.

 

  1. – L’ammissibilità del reclamo avverso l’ordinanza di improcedibilità dell’esecuzione a causa della mancata anticipazione dei costi per la pubblicità suppletiva è stata argomentata con la negazione della dicotomia chiusura anticipata tipica o atipica, tratta innanzitutto dall’art. 630, 1° comma, c.p.c., nella parte in cui dichiara l’estinzione conseguenza del comportamento delle parti che non proseguono il processo. Situazione ravvisata dal tribunale tutte le volte in cui i creditori «non si attivano per il compimento di qualunque atto necessario e strumentale rispetto alla liquidazione del bene».

Quest’affermazione – corroborata dalle argomentazioni ricordate all’inizio di questo discorso – identifica la ratio decidendi della pronuncia: il tribunale, anziché porsi il problema del possibile inquadramento dell’ordinanza sottoposta al suo esame nell’ambito dei provvedimenti dichiarativi dell’estinzione, ha superato, rendendola irrilevante, la questione, negando la categoria della chiusura (talora definita, a mio avviso meno correttamente, estinzione) atipica dell’esecuzione.

Condivido l’ammissibilità del reclamo in caso d’impossibilità di vendita del bene espropriato per la mancanza della pubblicità suppletiva; sono invece molto perplesso sulla possibilità de iure condito di eliminare la separazione fra chiusura anticipata atipica ed estinzione del processo esecutivo.

A mio avviso, proprio il riferimento alla improseguibilità del processo contemplata dall’art. 630, 1° comma, c.p.c., rende la norma inutilizzabile ai fini dell’abbandono della distinzione fra chiusura anticipata tipica e atipica. Comprendere una vicenda nella fattispecie «quando le parti non ... proseguono» il processo, obbliga a inserirla nell’estinzione tipica, vista l’inequivoca previsione («il processo si estingue») della norma.

Pertanto, nella controversia esaminata il tribunale – proprio in virtù del contenuto dell’art. 630, 1° comma, c.p.c. – avrebbe dovuto rilevare (almeno a me così pare) che il provvedimento impugnato, piuttosto che di improseguibilità dell’esecuzione, era nella sostanza un’ordinanza dichiarativa dell’estinzione, come tale suscettibile di reclamo (e non di opposizione agli atti esecutivi)[3].

Pertanto, la motivazione avrebbe qui potuto, anzi (secondo me) dovuto, arrestarsi. Del resto, non venendo in alcun modo in rilievo la chiusura anticipata atipica dell’esecuzione, la conclusione non avrebbe potuto giustificare neppure un obiter dictum.

 

  1. – La sentenza, come detto, induce tuttavia a chiedersi se sia possibile racchiudere tutte le ipotesi del variegato insieme estinzione anticipata atipica nella estinzione disciplinata dall’art. 630 c.p.c.

La risposta negativa si trova proprio nella motivazione del provvedimento in esame: secondo il tribunale, l’art. 630, 1° comma, c.p.c. manifesta «l’intenzione del legislatore ... di sanzionare con l’estinzione qualunque pigrizia o inoperatività del creditore, presumendo che dietro l’inattività si celi un disinteresse (anche sopravvenuto) ad agire in executivis».

Anche se la volontà legislativa potesse interpretarsi nel senso di far dipendere l’estinzione da qualunque pigrizia o inattività del creditore, resterebbero comunque escluse dalla fattispecie estintiva una serie d’ipotesi in cui – pur mancando l’inerzia del creditore – il processo esecutivo sarebbe stato nell’impossibilità di proseguire, con la necessità di un provvedimento dichiarativo di siffatta impossibilità.

Basterà ricordare l’art. 164 bis disp. att. c.p.c., che significativamente parla (non di estinzione, ma) di chiusura anticipata del processo esecutivo e le ipotesi in cui il titolo esecutivo sia venuto meno per ragioni esterne (a es., accoglimento di un’opposizione all’esecuzione del debitore o del terzo; annullamento o sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo in sede cognitiva). Né può essere trascurato l’art. 187 bis disp. att. c.p.c., nel quale è netta la distinzione fra estinzione e chiusura anticipata dell’esecuzione.

La separazione fra estinzione e chiusura anticipata atipica trova del resto fondamento in ragioni sistematiche, che non è possibile ignorare.

Come nel processo di cognizione le fattispecie estintive non esauriscono le ipotesi in cui il processo non è in grado di raggiungere il suo risultato utile (la sentenza di merito), altrettanto accade nell’esecuzione forzata, in cui l’estinzione regolata dall’art. 630 c.p.c. non può racchiudere tutte le ipotesi dell’impossibilità di conseguire un risultato utile (soddisfazione, anche parziale, delle ragioni del creditore).

Nel processo di cognizione la definizione del processo imposta da una questione (di giurisdizione, competenza o altra pregiudiziale) ostativa alla pronuncia sul merito è affidata a un provvedimento distinto da quello dichiarativo dell’estinzione (ordinanza o sentenza a contenuto processuale); nel processo esecutivo l’impossibilità di raggiungere un risultato utile ancorché non possa operare l’estinzione è sancita dall’ordinanza del giudice dell’esecuzione dichiarativa dell’impossibilità (o inutilità) di prosecuzione.

Detto altrimenti, nel processo esecutivo l’ordinanza di chiusura anticipata (atipica) è funzionalmente identica[4] alla sentenza a contenuto processuale idonea a definire il processo di cognizione.

Pertanto, per negare autonomia (rispetto all’estinzione) alla chiusura anticipata atipica dell’esecuzione, sarebbe stato necessario dimostrare perché nel processo esecutivo – a differenza di quanto stabilito per il processo di cognizione – tutte le ipotesi d’impossibilità di conseguire un risultato utile debbano essere ricondotte all’unica categoria dell’estinzione.

In realtà, anche nel processo esecutivo l’esigenza di non lasciare alle parti (specialmente al creditore) il potere di governare i tempi della tutela giurisdizionale trova una disciplina tipica, ed eccezionale rispetto al modo di definire il procedimento, nella disciplina dell’estinzione. Fuori di tale ipotesi, vale a dire quando l’inattività della parte non sia collegabile all’influenza sui tempi del processo, e comunque quando il legislatore (escludendo la fattispecie dall’estinzione) non l’abbia previsto, eliminare la chiusura anticipata del processo appare contraria alla disciplina positiva.

 

  1. – Il caso affrontato dal tribunale di Barcellona di Pozzo di Gotto in realtà ha posto in evidenza una disarmonia nella tutela esecutiva, scaturita dalle continue riforme che l’hanno interessata.

È innegabile che il processo necessiti di istituti in grado di imporre alle parti comportamenti idonei ad assicurare il compimento dell’attività processuale. Nel processo esecutivo il quadro degli istituti impulsivi è più difficile da comporre: a parte l’ipotesi di cui all’art. 631 c.p.c. e quelle regolate con riferimento a specifiche fattispecie (a es., art. 624, 3° comma, c.p.c.) l’art. 630, 1° comma, c.p.c. fa dipendere l’estinzione (soltanto) dall’inosservanza di un termine perentorio stabilito per la sua prosecuzione o riassunzione. Inoltre, le novelle succedutesi nel tempo – con l’esternalizzazione (outsourcing) della fase liquidatoria della procedura concorsuale – pur avendo posto oneri specifici e sempre crescenti a carico dei creditori istanti, non sempre hanno avuto di cura di disegnare con coerenza le conseguenze delle relative inattività.

Esigenze normative (art. 630, 1° comma, c.p.c.) e sistematiche rendono impraticabile l’assimilazione in una categoria unica (che oggi definiamo dell’estinzione tipica) dei provvedimenti coi quali il giudice dell’esecuzione debba dare atto della inutilità della prosecuzione del processo. Oggi si richiede all’interprete di dare coerenza alle ipotesi in cui il legislatore – sanzionando comportamenti inerti – ha previsto l’estinzione rispetto a quelle in cui non è realizzata la fattispecie estintiva.

Detto altrimenti: a me pare che de lege lata il lavoro da compiere, piuttosto che avventurarsi in ardue ridefinizioni del sistema, sia quello di regolare i confini tra l’estinzione e le altre ipotesi di chiusura del processo esecutivo, vagliando accuratamente la riconducibilità alle ipotesi contemplate dall’art. 630, 1° comma. c.p.c. delle situazioni in cui non è possibile raggiungere alcun risultato utile.

Ritengo che in questa prospettiva vada letta la sentenza del tribunale barcellonese: considerando obiter dicta le altre affermazioni, il suo significato (che condivido) è quello dell’inserimento nella categoria dell’estinzione (tipica) anche della fattispecie in cui il creditore abbia omesso di provvedere alle anticipazioni necessarie per la pubblicità disposte ai sensi dell’art. 490, 2° e 3° comma, c.p.c.

 

  1. – La necessità di separare (anche nel processo esecutivo) le pronunce dichiarative dell’estinzione da quelle di improseguibilità rendono inevitabile il doppio binario, imponendolo gli articoli 630, 3° comma, 487 e 617 c.p.c.

Né, a ben guardare, il diverso sistema di controllo è tale da ledere i principi dell’economia processuale: non quella interna, visto che anche l’opposizione agli atti è suscettibile di definizione non solo col provvedimento del collegio, ma anche con quello adottato dal g.e. a norma degli articoli 618 e 624 c.p.c. 

Il conflitto con l’economia esterna, visto che le incertezze sulla natura del provvedimento di chiusura anticipata possono indurre le parti alla duplicazione dei rimedi (reclamo e opposizione agli atti) avverso la medesima ordinanza, non può giustificare l’interpretazione abrogatrice della distinzione fra chiusura anticipata tipica e atipica dell’esecuzione.

In realtà si tratta di un inconveniente (non di una incompatibilità sistematica) – che può manifestarsi soltanto in alcune ipotesi di non chiara identificazione – destinato ad attenuarsi a mano a mano che la prassi avrà delimitato i rapporti fra estinzione e chiusura atipica.

D’altra parte, la possibile duplicazione di rimedi avverso uno stesso provvedimento – suggerita dal principio di precauzione – non è esclusiva dell’ordinanza di chiusura anticipata dell’esecuzione (si pensi alla revocazione e al ricorso per cassazione tutte le volte in cui può apparire dubbia la collocazione dell’errore fra i vizi deducibili in sede di legittimità).

In conseguenza, anche la tollerabilità di sistema dell’inconveniente denunciato rafforza il mio scetticismo sulla riconducibilità di tutti i provvedimenti di chiusura anticipata all’unica categoria dell’estinzione.

 

[1] Sulla cui articolazione mi permetto rinviare (anche per le opportune citazioni di dottrina e giurisprudenza) al mio scritto Note sulla chiusura atipica del processo esecutivo, in Rivista dell’esecuzione forzata (REF), 1, 2020, 80 ss., § 1.

[2] Questione sulla quale s’è pronunciata Cass. 9 maggio 2019, n. 12239, in questa rivista, con una mia nota del 29 luglio 2019.

[3] Tale convincimento era stato da me già manifestato – proprio a proposito della pubblicità suppletiva, per effetto dell’interpretazione estensiva dell’art. 631 bis c.p.c. – nelle Note sulla chiusura atipica del processo esecutivo, cit., § 10.

[4] Cass. 9 maggio 2019, n. 12239.