L'attuazione dell'ordine di liberazione con l'ausilio della forza pubblica

Il potere del giudice dell'esecuzione di avvalersi direttamente della forza pubblica e i possibili conflitti con l'autorità amministrativa.
L'attuazione dell'ordine di liberazione con l'ausilio della forza pubblica

 SOMMARIO:

  1. L’assistenza della forza pubblica nelle esecuzioni civili.
  2. Il potere del giudice dell’esecuzione di attuare l’ordine di liberazione.
  3. L’individuazione della forza pubblica.
  4. I poteri del prefetto.
  5. Profili di illegittimità costituzionale.
  6. Come risolvere i possibili conflitti? 

 

  1. L’assistenza della forza pubblica nelle esecuzioni civili.

La principale problematica che attiene alla concretizzazione della liberazione coattiva degli immobili riguarda le resistenze (attive o passive) al rilascio da parte degli occupanti, rispetto alle quali si rende spesso indispensabile l’uso – legittimo – della forza.

Nelle esecuzioni per rilascio “ordinarie” (incluse quelle con cui si eseguono gli ordini di liberazioni emessi fino al 2/8/2016) spetta all’ufficiale giudiziario il potere, riconosciuto dagli artt. 608 e 513 c.p.c. di chiamare in ausilio la forza pubblica, tenuta a prestare assistenza anche in virtù della formula esecutiva impressa sul titolo che, tra l’altro, prescrive “a tutti gli ufficiali della forza pubblica di concorrervi, quando ne siano legalmente richiesti” (art. 475 c.p.c.).

L’esperienza ha purtroppo dimostrato che spesso i ritardi nei rilasci sono da imputare alla mancata partecipazione degli agenti di polizia, ad un ingiustificato self-restraint nell’uso della forza per vincere le resistenze degli occupanti riottosi e, perfino, a rinvii disposti dalla stessa forza pubblica (si tratta, ovviamente, di situazioni “patologiche” non potendosi la forza pubblica surrogare all’ufficiale giudiziario che conduce la procedura).

L’atteggiamento mantenuto dai responsabili delle forze dell’ordine in alcune realtà locali che hanno rifiutato (o ritardato) l’intervento su richiesta degli ausiliari deputati all’esecuzione dei provvedimenti di natura civile è contrario ai principi di uno Stato di diritto e la giurisprudenza, nazionale e sovranazionale, è stata (purtroppo) più volte chiamata a denunciarne la violazione.

L’assistenza della forza pubblica in fase esecutiva costituisce, infatti, collaborazione all’esecuzione forzata ed essendo ausiliaria e strumentale rispetto al provvedimento giurisdizionale[1], mira “all’attuazione delle decisioni giudiziarie definitive e/o vincolanti che, in uno Stato che rispetta la preminenza del diritto, non possono restare inoperanti a detrimento di una parte”[2]; la facoltà di avvalersi dell’ausilio della forza pubblica impone “la prestazione di mezzi per l’attuazione del diritto sancito dal titolo esecutivo, onde dare attuazione alla funzione sovrana della giurisdizione”[3] e “l’autorità amministrativa richiesta di concorrere con la forza pubblica all’esecuzione del comando contenuto nel titolo esecutivo ha il dovere di prestare i mezzi per l’attuazione in concreto dello stesso onde realizzare il fine ultimo della funzione sovrana della giurisdizione … Si toglierebbe altrimenti vigore alla protezione giurisdizionale garantita al cittadino e tutta l’attività giurisdizionale risulterebbe sostanzialmente vanificata e, in definitiva, lo Stato negherebbe se stesso come ordinamento … L’interesse del singolo [è] coattivamente soddisfatto in sede esecutiva con la forza che solo lo Stato è autorizzato a dispiegare; ovviamente predisponendo mezzi adeguati alla bisogna. L’apprestamento di tali mezzi da parte della pubblica amministrazione è, pertanto, assolutamente doveroso”[4].

Solo l’assoluta impossibilità (forza maggiore) di prestare assistenza può giustificare un (temporaneo) diniego da parte delle Autorità, a fronte di una legittima richiesta da parte del giudice o dei suoi ausiliari: sussiste, difatti, “un diritto soggettivo ad ottenere dall’amministrazione le attività necessarie all’esecuzione forzata del provvedimento, comprese quelle relative all’uso della forza pubblica, le quali integrano comportamenti dovuti (sempre che non ricorra un’impossibilità determinata da forza maggiore) e non discrezionali”[5]e, specularmente, “il rifiuto di assistenza della forza pubblica all’esecuzione dei provvedimenti del giudice … sempre che non dipenda da accertata indisponibilità di forza … costituisce un comportamento illecito”[6].

         2. Il potere di avvalersi della forza pubblica per l’attuazione dell’ordine di liberazione.

L’ordine di liberazione dell’immobile pignorato non costituisce una novità normativa: da oltre dieci anni il legislatore ha innovato l’art. 560 c.p.c. rendendo obbligatoria – al più tardi al momento dell’aggiudicazione o dell’assegnazione – l’emissione del provvedimento e pure la giurisprudenza della Suprema Corte ha interpretato la disposizione nel senso dell’obbligatorietà della liberazione e della possibilità, per il giudice dell’esecuzione, di disporre il rilascio del cespite anche in un momento processuale anteriore alla conclusione della gara[7]; da ultimo, anche il Consiglio Superiore della Magistratura, nell’individuare le linee guida delle “buone prassi nel settore delle esecuzioni immobiliari” ha riconosciuto l’ineluttabilità dell’ordine e sostenuto l’opportunità di una sua emissione anticipata rispetto all’aggiudicazione[8].

Nella formulazione dell’art. 560 c.p.c. coniata dalla riforma del 2006 il giudice dell’espropriazione immobiliare non aveva alcun potere per ingerirsi nell’autonoma e distinta procedura esecutiva per rilascio condotta dall’ufficiale giudiziario allo scopo di renderla più celere e, se del caso, per disporre l’intervento della forza pubblica.

Al contrario, il vigente art. 560 c.p.c. (novellato dal d.l. 3/5/2016, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla l. 30/6/2016, n. 119) attribuisce espressamente al predetto giudice il potere/dovere di dettare al custode le disposizioni per attuare il proprio provvedimenti e il comma 3 della menzionata norma prevede che “per l’attuazione dell’ordine il giudice può avvalersi della forza pubblica”.

A ben vedere, il potere di avvalersi della forza pubblica o di farsi assistere da questa era già genericamente contenuto nell’art. 68 c.p.c., di cui l’odierno art. 560 c.p.c. costituisce una specificazione nel processo di esecuzione forzata.

Un ulteriore fondamento normativo della prerogativa dell’autorità giudiziaria si rinviene nell’art. 14 del r.d. 30/1/1941, n. 12 (“Ordinamento giudiziario”): nello stabilire che “ogni giudice, nell’esercizio delle sue funzioni, può richiedere, quando occorre, l’intervento della forza pubblica e può prescrivere tutto ciò che è necessario per il sicuro e ordinato compimento degli atti ai quali procede”, la norma fornisce uno strumento più specifico al giudice dell’esecuzione (che, nel dare attuazione all’ordine di liberazione, sta procedendo al compimento di un atto del suo ufficio) consentendogli di dare precisi ordini alla forza pubblica sulle condotte da tenere[9].

Sotto il profilo operativo vari uffici giudiziari si sono già attrezzati adottando circolari o stipulando protocolli d’intesa per stabilire le regole con cui il giudice dell’esecuzione può avvalersi dei diversi organi di polizia, nonché (e soprattutto) le modalità tese a favorire la doverosa collaborazione istituzionale[10].

         3. L’individuazione della forza pubblica.

La lettera dell’art. 560 c.p.c. è precisa nello stabilire che spetta al giudice dell’esecuzione la potestà di avvalersi della forza pubblica.

Non appare, dunque, rispettoso del disposto normativo un generico trasferimento al custode giudiziario riassunto in una pilatesca disposizione “autorizza il custode ad avvalersi, se del caso, dell’ausilio della forza pubblica”.

Si deve, invece, ritenere che l’impiego della forza pubblica da parte del magistrato possa avvenire sia in forma “diretta” sia in via “indiretta”.

Con la prima è lo stesso giudice a dettare ad una specifica autorità le disposizioni a cui attenersi.

Con la seconda modalità, da ritenersi comunque conforme all’art. 560 c.p.c., l’ordine alla forza pubblica (genericamente a Carabinieri, Polizia di Stato o Polizia Municipale) contenente la specificazione delle attività da eseguire è impartito dal magistrato il quale fornisce altresì precisi criteri con cui il custode possa, in relazione alle peculiari esigenze della procedura, individuare in dettaglio l’autorità di cui concretamente avvalersi (considerando le rispettive competenze territoriali ed effettuando un’adeguata rotazione tra i diversi organi).

Sono da considerare quali soggetti inclusi nella categoria “forza pubblica” gli agenti di Pubblica Sicurezza (Polizia di Stato), i Carabinieri, le Guardie di Finanza, i Vigili del Fuoco, gli Agenti di Custodia e le persone ad essi equiparate, nonché tutti quegli organismi non militarizzati i cui dipendenti sono investiti di potestà di coercizione diretta sulle persone e sulle cose ai fini dell’ordine e della sicurezza pubblica[11], ivi compresi gli Agenti della Polizia Municipale[12]

         4. I poteri del prefetto.

Dopo aver approvato la modifica dell’art. 560 c.p.c. nel 2016 col deliberato intento di favorire le vendite giudiziarie, il legislatore ha introdotto (d’urgenza) una norma in controtendenza, potenzialmente idonea ad annientare l’ordine di liberazione (e, più in generale, qualsivoglia provvedimento giurisdizionale di rilascio di immobili).

Il riferimento è all’art. 11 (“Disposizioni in materia di occupazioni arbitrarie di immobili”) del d.l. 20/2/2017, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla l. 18/4/2017, n. 48, il quale stabilisce che:

  • “il prefetto, nella determinazione delle modalità esecutive di provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria concernenti occupazioni arbitrarie di immobili [...] impartisce [...] disposizioni [...] per assicurare il concorso della forza pubblica all’esecuzione di provvedimenti dell’autorità giudiziaria concernenti i medesimi immobili” (comma 1);
  • l’impiego della forza pubblica è definito “secondo criteri di priorità che, ferma restando la tutela dei nuclei familiari in situazioni di disagio economico e sociale, tengono conto della situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica negli ambiti territoriali interessati, dei possibili rischi per l’incolumità e la salute pubblica, dei diritti dei soggetti proprietari degli immobili, nonché dei livelli assistenziali che devono essere in ogni caso garantiti agli aventi diritto dalle regioni e dagli enti locali.” (comma 2);
  • dall’eventuale annullamento delle disposizioni prefettizie può soltanto derivare “l’obbligo per l’amministrazione di disporre gli interventi necessari ad assicurare la cessazione della situazione di occupazione arbitraria dell’immobile”, con esclusione di qualsivoglia tutela risarcitoria (comma 3).

Ad un organo della pubblica amministrazione viene attribuito il potere di intervenire sull’attuazione dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria ordinaria dotati di efficacia esecutiva con un’ampia discrezionalità non limitata alle concrete modalità operative e persino senza la previsione di un termine massimo di differimento; in linea teorica, il prefetto potrebbe differire a tempo indefinito – fino a quando cioè altre pubbliche amministrazioni, per esempio gli enti locali, individuino un’alternativa soluzione abitativa – l’attuazione di un ordine di rilascio emanato dall’autorità giurisdizionale, così vanificando non soltanto la funzione giudiziaria, ma anche il principio di legalità, dato che ne uscirebbe annichilita la regula iuris applicata dal giudice nel caso concreto.

Come esposto, la norma rischia di vanificare la tutela giurisdizionale esecutiva riducendo l’ordine di liberazione a mero flatus vocis, posto che il diniego della forza pubblica (indispensabile per il rilascio) potrebbe discendere dalla considerazione di interessi non coincidenti con la “giustizia” (la quale presuppone che una decisione giudiziaria possa essere concretizzata attribuendo effettivamente unicuique suum) o, peggio, da valutazioni “politiche” (legate ad una ricerca del consenso popolare e oltremodo perniciose perché idonee a determinare un’alterazione dei diritti attribuiti ai cittadini dalla legge). 

         5. Profili di illegittimità costituzionale.

La norma è, infatti, fortemente sospetta di illegittimità costituzionale; uno dei primi commentatori ritiene esplicitamente “auspicabile un ragionevole ripensamento del Legislatore mediante l’abrogazione dell’art. 11 del decreto-legge 48/2017”[13].

La disposizione di legge non pare conciliabile, innanzitutto, con la separazione dei poteri dello Stato, principio strutturale dell’ordinamento costituzionale[14], proprio per il potere di incidenza di un organo dell’esecutivo sulle statuizioni degli organi giudiziari.

In secondo luogo, “l’effetto che può discendere dalla mancata previsione di un termine cronologico massimo, e in ogni caso adeguatamente contenuto, entro cui l’autorità amministrativa può eseguire i provvedimenti di quella giudiziaria che dispongono il rilascio dei beni immobili [...] appare anche lesivo della struttura del diritto di proprietà disegnata dall’articolo 42 della Costituzione e dei confini che tale disposizione impone al legislatore nel limitare tale fondamentale diritto dei rapporti economici e sociali”[15], posto che il nucleo centrale del diritto dominicale è costituito dalla facoltà di godimento del bene.

L’art. 42 – che tutela la proprietà come “garantita dalla legge” (comma 2) – consente di comprimere il diritto di godimento con provvedimenti di rango primario e non già con l’esercizio (tanto ampio da demandare alla pubblica amministrazione il bilanciamento di contrapposti interessi) di un potere amministrativo (“come accadrebbe nel caso in cui l’esecuzione dell’ordine venisse differita in virtù di atto del prefetto oltre un assai contenuto lasso temporale strettamente necessario per l’attuazione materiale”[16]).

Peraltro, una dilatazione sine die dei tempi del rilascio determinerebbe sia una “espropriazione larvata” in violazione dell’art. 42, 3° co., Cost. e dell’art. 17 CEDU, sia l’inosservanza del diritto al rispetto dei beni sancito dall’art. 1 del Protocollo Addizionale n. 1 alla CEDU del 20 marzo 1952, in ragione della sua incidenza negativa sulla soddisfazione dei crediti[17].

Da ultimo, anche l’esclusione di qualsivoglia risarcimento o indennizzo si pone in contrasto con le norme costituzionali e sovranazionali, poiché “nel caso in cui, nell’individuare l’elenco delle priorità alla luce del preminente interesse dei nuclei familiari in condizioni disagiate, il provvedimento generale del Prefetto comporti che l’arbitraria occupazione si protragga a tempo indefinito, così da risultare un sostanziale ed improprio esercizio del potere espropriativo, quanto gli effetti di tale provvedimento amministrativo determinino il decorrere di un non irrisorio lasso temporale, di modo da comportare un sostanziale effetto di temporanea requisizione del bene, risulta dai citati principi generali anche di ordine costituzionale l’ineliminabile facoltà del proprietario di chiedere, e ottenere, il pagamento di un equo indennizzo da parte della pubblica amministrazione”[18].

Fornendo un’interpretazione costituzionalmente orientata (e, di fatto, volta a preservare la disposizione da una censura di illegittimità costituzionale), la giurisprudenza formatasi sulla scorta del previgente art. 3 d.l. 30/12/1988, n. 551, convertito, con modificazioni, dalla l. 21/2/1989, n. 61 – che attribuiva al prefetto il potere di stabilire i criteri per l’assistenza della forza pubblica ai fini dell’esecuzione dei provvedimenti di rilascio di immobili urbani adibiti ad uso di abitazione – aveva ritenuto che l’autorità amministrativa avesse “il compito di dettare i criteri di ordine generale per l’impiego della forza pubblica, ma non di decidere caso per caso, in relazione al singolo sfratto, se debba essere o meno assegnata la forza pubblica richiesta dall’ufficiale giudiziario”[19].

Al prefetto, dunque, spettava soltanto l’emanazione di un provvedimento generale di graduazione, contenente una preventiva regolamentazione dell’attività di collaborazione, atto avente natura amministrativa, inidoneo a incidere direttamente sui singoli procedimenti esecutivi (e, come tale, non lesivo dei principi costituzionali succitati) e suscettibile di impugnazione dinanzi al giudice amministrativo.

Nella cornice del provvedimento generale si inseriva “l’atto specifico con il quale viene concessa la forza pubblica per attuare, nel singolo caso concreto, l’ordine di rilascio contenuto nel provvedimento giurisdizionale”[20].

Tuttavia, la diversità delle disposizioni non consente di applicare de plano i medesimi percorsi logico-argomentativi all’art. 11 del d.l. 20/2/2017, n. 14, anche perché non è dato sapere – allo stato – se la neonata norma sarà interpretata e concretamente applicata nello stesso modo. 

         6. Come risolvere i possibili conflitti?

Difatti, dal generico contenuto delle circolari ministeriali sinora emanate con riferimento all’art. 11 del d.l. 20/2/2017, n. 14[21] non emergono indicazioni sulle modalità attuative, nemmeno con riguardo ai precedenti normativi e giurisprudenziali.

Tuttavia, per l’ampiezza dei poteri riconosciuti ai prefetti nel bilanciare eterogenei e non convergenti interessi (tutela dei nuclei familiari in situazioni di disagio economico e sociale, sicurezza urbana, incolumità e salute pubblica, prerogative dei proprietari, livelli di assistenza che devono essere garantiti dagli enti pubblici territoriali) e per la genericità della disposizione, è altamente probabile l’insorgenza di interferenze con la tutela giurisdizionale esecutiva.

Si ipotizzi che il giudice dell’esecuzione – avvalendosi dei poteri conferitigli dagli artt. 560 e 68 c.p.c. e 14, r.d. 30 gennaio 1941, n. 12 – disponga della forza pubblica imponendo la sua partecipazione agli accessi del custode e prescriva comportamenti finalizzati alla liberazione entro una certa data e che, di contro, il prefetto detti disposizioni con cui tali provvedimenti vengano disattesi o procrastinati.

Quid iuris?

È ovviamente da escludere la legittimazione del giudice dell’esecuzione ad impugnare innanzi al giudice amministrativo o al giudice ordinario le disposizioni prefettizie.

L’azione potrebbe invece spettare al custode giudiziario in quanto soggetto tenuto ex lege a procurare la liberazione del bene e, quindi, direttamente interessato dai provvedimenti emessi in contrasto con tale finalità (ed è nella sede giudiziaria adita dall’ausiliario che potrebbe essere sollevata la questione di legittimità costituzionale della norma).

Se la norma dovesse essere praticamente declinata così come prescritto dalla Suprema Corte con riguardo all’art. 3 d.l. 30/12/1988, n. 551, ci si potrebbe trovare di fronte a due atti prefettizi distinti: un atto generale di graduazione volto a definire i “criteri di priorità”; un atto specifico di concessione/diniego della forza pubblica.

Il primo potrà essere sindacato dal giudice amministrativo, involgendo lo stesso valutazioni discrezionali del prefetto, rispetto alle quali vi è solo l’interesse legittimo dell’avente diritto al rilascio all’osservanza delle condizioni di cui all’art. 11 del d.l. 20 febbraio 2017, n. 14.

Per individuare il regime di impugnazione del provvedimento specifico con cui venga negata o limitata l’assistenza della forza pubblica come disposta dal giudice dell’esecuzione, occorre previamente interrogarsi sulla natura dell’atto.

Se l’esercizio del potere prefettizio fosse preceduto da una valutazione discrezionale del caso concreto alla stregua di quanto previsto dal “provvedimento quadro”, l’atto, incidente sulla singola procedura esecutiva e sugli interessi in essa coinvolti, avrebbe un contenuto (altamente) discrezionale e si giustificherebbe, dunque, il ricorso alla tutela giurisdizionale amministrativa.

Tale prima conclusione conferma (e, anzi, rafforza) i già manifestati dubbi di legittimità costituzionale della succitata disposizione di legge, che costituisce violazione dell’art. 102, comma 1, Cost., rimettendo di fatto la funzione giurisdizionale esecutiva all’autorità amministrativa; anzi, può pure prospettarsi una violazione dell’art. 111, 2° co., Cost., posto che la ragionevole durata del processo sarebbe pregiudicata dall’aggravamento, per via dei possibili ricorsi alla giurisdizione amministrativa, del procedimento di rilascio ex art. 560 c.p.c.

Se, invece, si individuasse nel provvedimento specifico un atto (ritenuto) privo di discrezionalità amministrativa e, soprattutto, incidente su diritti soggettivi, potrebbe richiamarsi (con opportuni adattamenti) l’orientamento giurisprudenziale coniato nel vigore dell’art. 3 d.l. 30/12/1988, n. 551, secondo cui “il provvedimento di concessione (o di diniego), in concreto, della forza pubblica [...] si connota come singolo momento del più complesso procedimento di esecuzione, così che la sua eventuale illegittimità, impingendo posizioni di diritto soggettivo, trova il suo giudice naturale nel giudice dell’esecuzione (e non anche nel giudice amministrativo), e può essere contestata con il rimedio di cui all’art. 617, secondo comma, cod. proc. civ.”[22].

Ammettendo la possibilità di adire il giudice ordinario, il problema si complica per individuare il giudice abilitato a sindacare il provvedimento del prefetto incidente configgente con l’ordine di liberazione: potrebbe ragionevolmente sostenersi che l’atto di diniego possa essere sindacato dallo stesso giudice dell’espropriazione immobiliare adito dal custode con lo strumento dell’opposizione agli atti esecutivi, dato che l’art. 560 c.p.c. concentra in capo al giudice dell’esecuzione la risoluzione di tutte le questioni inerenti all’attuazione dell’ordine (peraltro, proprio con l’opposizione ex art. 617 c.p.c.).

Potrebbe apparire incongruo demandare allo stesso giudice che ha emanato le disposizioni per l’attuazione dell’ordine il sindacato sulla legittimità dell’atto prefettizio; si osserva, però, che tale soluzione non si porrebbe in contrasto col principio di terzietà della giurisdizione, sia perché è normale che gli atti esecutivi siano vagliati, in prima battuta, dallo stesso giudice dell’esecuzione (fermo restando che il giudizio di merito spetta ad altro magistrato ex art. 186-bis disp. att. c.p.c.), sia perché la decisione giudiziale sarebbe comunque vincolata (ex art. 101 Cost.) al rispetto del disposto legislativo e alla verifica di conformità del provvedimento di diniego all’atto generale di graduazione emanato dal prefetto.

Al solo giudice ordinario spetterebbe, poi, il potere di disapplicare l’atto amministrativo illegittimo (in ipotesi, il provvedimento di graduazione) qualora ritenuto non conforme alla legge.

Non può sollevarsi, invece, conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato ai sensi dell’art. 37 l. 11/3/1953, n. 87, poiché il prefetto non è organo apicale abilitato a dichiarare definitivamente la volontà del potere a cui appartiene: infatti, la giurisprudenza costituzionale è costante nel riconoscere ai singoli organi giurisdizionali (e, dunque, al giudice dell’esecuzione) la legittimazione ad assumere la qualità di parte nei conflitti di attribuzione, in quanto, in posizione di piena indipendenza garantita dalla Costituzione, sono competenti a dichiarare definitivamente, nell’esercizio delle relative funzioni, la volontà del potere cui appartengono; di contro, “non sussiste la legittimazione passiva del Prefetto, nei confronti del quale è stato instaurato il giudizio, perché il potere esecutivo non costituisce un potere “diffuso”, come quello giudiziario, ma il suo organo di “vertice”, a cui occorre nella specie fare riferimento in base al cit. art. 37 della L. n. 87 del 1953, è costituito dall’intero Governo”[23].

 

 

[1] C. Cost., 24/7/1998, n. 321.

[2] C. Dir. Uomo, 11/7/2002, che richiama l’art. 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

[3] Cass. SS.UU. 26/6/1996, n. 5894.

[4] Cass. 26/2/2004, n. 3873.

[5] Cass. SS.UU., 18/3/1988, n. 2478.

[6] Cass. SS.UU. 1/8/1962, n. 2299.

[7] Cass. 3/4/2015, n. 6836; Cass. 3/11/2011, n. 22747.

[8] Esplicitamente, Consiglio Superiore della Magistratura, Buone prassi nel settore delle esecuzioni immobiliari - linee guida., delibera 11/10/2017, in http://www.csm.it/web/csm-internet/lavori-del-consiglio/dal-plenum, 12: “È obbligatoria ed indefettibile l’emissione dell’ordine di liberazione, ex art. 560 c.p.c. al momento dell’aggiudicazione”.

[9] In forza del combinato disposto delle norme citate, il giudice dell’espropriazione può prescrivere alla forza pubblica, oltre alla presenza degli operatori a una certa data, anche l’assunzione di specifiche condotte collaborative, compreso l’impiego delle “maniere forti” in caso di resistenza.

[10] Esemplare è la circolare del Tribunale di Reggio Emilia “Assistenza della forza pubblica per l’attuazione degli ordini di liberazione nelle procedure esecutive immobiliari” dell’1/9/2016:

“La richiesta di assistenza della forza pubblica si articolerà nel modo seguente:

  1. l’Istituto Vendite Giudiziarie di Reggio Emilia comunicherà alla forza pubblica designata copia del provvedimento di liberazione, specificando il termine finale entro il quale la stessa deve essere attuata;
  2. con la medesima comunicazione, il predetto Custode Giudiziario proporrà una data e un orario per il compimento delle attività di liberazione unitamente agli Agenti di forza pubblica;
  3. spetterà agli organi di forza pubblica fornire tempestiva risposta (possibilmente scritta) alla predetta comunicazione, confermando la data fissata o proponendone una diversa, ferma restando la necessità di rispettare il termine finale per la liberazione stabilito dal Magistrato;
  4. una volta concordata la data, solo in caso di circostanze sopravvenute e imprevedibili, la forza pubblica richiesta di intervento dal Custode Giudiziario potrà concordarne un differimento di massimo 7 giorni;
  5. nella denegata ipotesi in cui la forza pubblica richiesta dell’intervento non dovesse fornire tempestiva risposta e collaborazione all’ausiliario del Giudice dell’Esecuzione, il Custode Giudiziario provvederà a farne relazione allo stesso Giudice, il quale potrà impartire direttamente ordini agli organismi suindicati, fermo restando che l’eventuale rifiuto di prestare l’assistenza richiesta dal Giudice o dai suoi ausiliari potrebbe integrare le fattispecie delittuose previste dagli artt. 328 e 329 cod. pen. (la cui immediata denuncia al Pubblico Ministero è obbligatoria, trattandosi di reati procedibili d’ufficio).

Nel merito delle attività da svolgere:

  1. gli Agenti della forza pubblica dovranno essere presenti alla data e all’ora fissate;
  2. il compito della forza pubblica non è limitato alla salvaguardia dell’incolumità del Custode, ma comprende anche quello di vincere eventuali resistenze ed utilizzare, ove necessario, anche strumenti di coercizione fisica;
  3. pertanto, su richiesta del Custode Giudiziario, gli Agenti provvederanno a vincere le resistenze degli occupanti e, avvalendosi delle proprie prerogative e se necessario della forza, ad accompagnarli al di fuori dell’immobile da liberare;
  4. su richiesta del Custode Giudiziario, gli Agenti della forza pubblica dovranno altresì prestare la loro assistenza alle ulteriori operazioni di liberazione (a titolo esemplificativo: sostituzione delle serrature, perlustrazione dei luoghi, inventario dei beni mobili rinvenuti, verbalizzazione, ecc.) sino alla loro conclusione;
  5. non spetta alla forza pubblica intervenuta alcuna valutazione sull’opportunità della liberazione, sui suoi presupposti e/o sulle modalità con cui la stessa viene realizzata, né compete alla stessa alcun sindacato sulle conseguenze dell’attuazione dell’ordine di liberazione ... Alla luce delle suesposte considerazioni, non è consentito agli Agenti di forza pubblica giudicare il provvedimento giurisdizionale o la legittimità dell’esecuzione, né è permesso pretendere – come è capitato – un preventivo avviso ai Servizi Sociali o all’AUSL o la presenza di un medico-legale o altro ancora; eventuali provvedimenti in tal senso competono all’Autorità Giudiziaria e/o agli ausiliari della stessa);
  6. qualora venga redatto un verbale dagli Agenti della forza pubblica, gli stessi provvederanno a rilasciarne copia al Custode Giudiziario qualora non sia coperto da segreto istruttorio.
  7. nella denegata ipotesi in cui la forza pubblica richiesta dell’intervento non dovesse fornire la collaborazione richiesta e indicata nei numeri che precedono, il Custode Giudiziario provvederà a farne relazione allo stesso Giudice, il quale potrà impartire direttamente ordini agli organismi suindicati, fermo restando che l’eventuale rifiuto di prestare l’assistenza richiesta dal Giudice o dai suoi ausiliari potrebbe integrare le fattispecie delittuose previste dagli artt. 328 e 329 cod. pen. (la cui immediata denuncia al Pubblico Ministero è obbligatoria, trattandosi di reati procedibili d’ufficio).”.

[11] Cass. pen. 5/12/1986, n. 4259.

[12] Cass. pen. 13/10/2005, n. 5393.

[13] Cacace, Appunti sulla (in)costituzionalità del potere dei Prefetti in materia di rilascio dei beni immobili illecitamente occupati, in http://www.magistraturaindipendente.it/appunti-sulla-incostituzionalita-del-potere-dei-prefetti-in-materia-di-rilascio-dei-beni-i.htm, 27/9/2017, 4.

[14] Con riferimento al potere del prefetto di sospendere i processi di esecuzione forzata nei confronti delle vittime dell’usura ai sensi dell’art. 20, comma 7, della l. 23/2/1999, n. 44 (nella formulazione anteriore alla modifica apportata dall’art. 2, comma 1, lettera d), numero 1), l. 27/1/2012, n. 3), la Corte Costituzionale – nel dichiarare l’illegittimità costituzionale della norma – ha ritenuto che “La violazione dei principi costituzionali posti a presidio dell’indipendenza ed autonomia della funzione giurisdizionale appare pertanto palese, considerato che il Prefetto viene ad essere investito, dalla norma impugnata, del potere di decidere in ordine alle istanze di sospensione dei processi esecutivi promossi nei confronti delle vittime dell’usura; potere che, proprio perché incidente sul processo e, quindi, giurisdizionale, non può che spettare in via esclusiva all’autorità giudiziaria” (C. Cost., 23/12/2005, n. 457).

[15] Cacace, Appunti sulla (in)costituzionalità del potere dei Prefetti in materia di rilascio dei beni immobili illecitamente occupati, in http://www.magistraturaindipendente.it/appunti-sulla-incostituzionalita-del-potere-dei-prefetti-in-materia-di-rilascio-dei-beni-i.htm, 27/9/2017, 2.

[16] Cacace, Appunti sulla (in)costituzionalità del potere dei Prefetti in materia di rilascio dei beni immobili illecitamente occupati, in http://www.magistraturaindipendente.it/appunti-sulla-incostituzionalita-del-potere-dei-prefetti-in-materia-di-rilascio-dei-beni-i.htm, 27/9/2017, 3.

[17] La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha incluso nell’applicazione dell’art. 1 del Protocollo Addizionale n. 1 i diritti di credito derivanti da decisioni giudiziarie (C. Dir. Uomo, Raffinieries Grecques Strane & Stratis Andreadis c. Grecia, n. 13427/87, 9/12/1994, § 61; C. Dir. Uomo, Kotov c. Russia, [GC], n. 54522/00, 3/4/2012; C. Dir. Uomo, De Luca c. Italia, n. 43870/04, 24/9/2013).

[18] Cacace, Appunti sulla (in)costituzionalità del potere dei Prefetti in materia di rilascio dei beni immobili illecitamente occupati, in http://www.magistraturaindipendente.it/appunti-sulla-incostituzionalita-del-potere-dei-prefetti-in-materia-di-rilascio-dei-beni-i.htm, 27/9/2017, 4.

[19] Tra le altre, Cass. SS.UU., 26/5/1998, n. 5233.

[20] Cass. SS.UU., 26/5/1998, n. 5233

[21] Ministro dell’interno, direttiva 18/7/2017, prot. n. 11001/123/111; Ministero dell’interno, circ. 1/9/2017.

[22] Cass. SS.UU., 26/5/1998, n. 5233.

[23] C. Cost., 7/2/1986, n. 38.