La Suprema Corte di Cassazione si pronuncia sull’ambito di applicazione dell’art. 631-bis del codice di procedura civile

Commento a Cass. Civ., sez. III, sentenza 14 marzo 2022, n. 8113 – pres. Vivaldi, est. Fanticini

Omessa pubblicazione della vendita sul P.V.P. e mancato rispetto del termine per l’anticipazione delle spese necessarie per la pubblicità: le differenti conseguenze

Cassazione civile, Sez. III, 14 marzo 2022, n. 8113 - pres. Vivaldi, est. Fanticini

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - VENDITA - PUBBLICITÀ; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - CHIUSURA ANTICIPATA; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - PROVVEDIMENTO E SUA IMPUGNAZIONE;

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Se il giudice o il professionista delegato non fissano un termine entro cui effettuare la pubblicità della vendita sul P.V.P., la stessa va eseguita, a pena di estinzione della procedura esecutiva, almeno quarantacinque giorni prima del termine per la presentazione delle offerte

Cassazione civile, Sez. III, 14 marzo 2022, n. 8113 - pres. Vivaldi, est. Fanticini

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - VENDITA - PUBBLICITÀ;

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La Cassazione precisa i presupposti ai quali consegue, in caso di omissione della pubblicità della vendita sul P.V.P., l’estinzione del processo esecutivo

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ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - CHIUSURA ANTICIPATA;

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Le conseguenze della mancata esecuzione delle forme di pubblicità prescritte nell’ordinanza di vendita

Cassazione civile, Sez. III, 14 marzo 2022, n. 8113 - pres. Vivaldi, est. Fanticini

ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - VENDITA - PUBBLICITÀ; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - CHIUSURA ANTICIPATA;

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La chiusura della procedura esecutiva non fa venir meno l’interesse alla pronuncia sull’esistenza di una causa di estinzione della stessa

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ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO; ESTINZIONE DEL PROCEDIMENTO - CHIUSURA ANTICIPATA;

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Sommario:

1. – Il caso
2. – Definizione del processo esecutivo ed interesse alla pronuncia sull’estinzione
3. – Pubblicità degli avvisi e inadempienza delle relative prescrizioni contenute nell’ordinanza di vendita: premessa
4. – Conseguenze della violazione delle relative prescrizioni in tema di pubblicità contenute nell’ordinanza di vendita: le tesi del Collegio
5. – Segue: divieto di applicazione analogica dell’art. 631-bis c.p.c. ed interpretazione restrittiva del precetto
6. – Segue: improseguibilità del processo ed efficacia preclusiva della vendita
7. – Segue: l’inottemperanza degli obblighi pubblicitari tra estinzione, chiusura anticipata del processo esecutivo e nullità degli atti processuali
8. – Considerazioni conclusive

  1. – Il caso.

Il caso sottoposto al vaglio della Corte di Cassazione è riassumibile come segue. Il Giudice dell’esecuzione ha autorizzato la vendita, ai sensi dell’art. 569, comma 3 c.p.c., senza disporne la delega ex art. 591-bis c.p.c. ed ha onerato i creditori titolati della pubblicazione dell’avviso di vendita e dell’elaborato di stima sul portale delle vendite pubbliche e su un altro sito “commerciale”, almeno 45 giorni prima della scadenza del termine per il deposito delle offerte di acquisto.

I debitori hanno eccepito l’estinzione del processo esecutivo ai sensi dell’art. 631-bis c.p.c., in quanto l’avviso di vendita era stato predisposto e sottoscritto dal custode piuttosto che dal cancelliere. Di conseguenza l’atto da pubblicare sarebbe stato da considerare inesistente, non essendo stato confezionato dal soggetto legittimato a compierlo. L’inesistenza dell’atto si sarebbe riverberata sull’efficacia della relativa pubblicazione, posto che quella eseguita dal creditore sarebbe stata irrilevante, non avendo avuto ad oggetto l’avviso di vendita. Al contempo hanno lamentato l’omessa pubblicazione della relazione di stima, ritenendo che anche detta omissione rientrasse nel perimetro applicativo della norma.

Il giudice dell’esecuzione ha rigettato l’istanza di estinzione e la parte esecutata ha interposto reclamo ai sensi dell’art. 630, comma 3, del codice di procedura civile.

Il Collegio, invocando il principio di tipicità sancito dall’art. 156 c.p.c., ha escluso qualunque illegittimità dell’avviso di vendita, ritenendo perciò validamente eseguita anche la relativa pubblicazione. Per altro verso ha affermato che l’omessa pubblicazione della perizia di stima è estranea alla fattispecie estintiva di cui all’art. 631-bis del codice di rito, confermando il rigetto dell’istanza di estinzione.

Avverso la sentenza è stato interposto gravame davanti alla Corte d’Appello, secondo cui «l’avviso [di vendita] dato dal custode, in quanto atto dato da soggetto non qualificato secondo la legge, è inesistente», con conseguente irrilevanza degli adempimenti pubblicitari successivi eseguiti a cura della parte creditrice. Tuttavia, diversamente da quanto sostenuto dai debitori esecutati, ciò non ha determinato l’estinzione della procedura giacché, se l’atto da pubblicare non è mai venuto ad esistenza, non è possibile imputare al creditore procedente o ai creditori titolati intervenuti il fatto di non aver provveduto alla relativa pubblicazione. In particolare è stato affermato che non si può rimproverare il ceto creditorio di «non avere provveduto alla pubblicazione dell’avviso di vendita nel termine assegnato dal Giudice, dal momento che la pubblicazione entro quel termine sarebbe stata comunque impossibile, stante la mancanza, per assoluta inesistenza, dell’avviso di vendita da pubblicare».

 La controversia è giunta in Cassazione, la quale – nel rigettare il ricorso – ha messo a punto una serie di principi di diritto, alcuni dei quali assolutamente apprezzabili e condivisibili, mentre altri – a sommesso avviso di chi scrive – forse bisognosi di qualche (ulteriore) riflessione.

  1. Definizione del processo esecutivo ed interesse alla pronuncia sull’estinzione.

I giudici di legittimità, prima di entrare nel merito della questione, hanno dovuto affrontare la problematica degli effetti della chiusura del processo esecutivo intervenuta in pendenza del giudizio di accertamento della causa estintiva.

Ad avviso del Collegio, la definizione della procedura esecutiva nelle more della pronuncia sull’estinzione non fa venir meno l’interesse ad agire degli esecutati. Infatti, «mentre la chiusura del procedimento esecutivo determina la cessazione della materia del contendere per sopravvenuto difetto di interesse a proseguire il giudizio se trattasi di opposizioni agli atti esecutivi […], permane l’interesse alla decisione del reclamo ex art. 630 c.p.c. avverso il provvedimento di diniego dell’estinzione del processo, perché, a norma dell’art. 632, comma 2, c.p.c., una pronuncia ricognitiva dell’estinzione della procedura in data anteriore all’aggiudicazione o all’assegnazione comporterebbe l’inefficacia degli atti successivamente compiuti oppure – in caso di riconoscimento di un’estinzione verificatasi dopo l’aggiudicazione o l’assegnazione (improduttiva di effetti nei confronti dell’aggiudicatario/assegnatario ex art. 187-bis disp. att. c.p.c.) – l’attribuzione all’esecutato della somma ricavata».

Nella fattispecie, la vendita del compendio pignorato e la distribuzione del ricavato in favore dei creditori non ha determinato la cessazione della materia del contendere, conservando la parte esecutata interesse a far valere l’inefficacia degli atti esecutivi compiuti dopo la consumazione della fattispecie estintiva e, astrattamente, anche dello stesso decreto di trasferimento.

Quanto precede è senz’altro condivisibile. Detta conclusione è, invero, la logica conseguenza della natura dichiarativa (o ricognitiva) del provvedimento che accerta l’estinzione del processo, che emerge a chiare lettere dal testo normativo, posto che a mente dell’art. 630, comma 2, c.p.c. l’estinzione «opera di diritto» ed «è dichiarata» con ordinanza del giudice dell’esecuzione[1].

La sentenza in commento, nella sua lineare affermazione, offre peraltro alcuni spunti di riflessione.

La Corte di Cassazione ha opportunamente chiarito che l’estinzione del processo maturata anteriormente all’aggiudicazione o all’assegnazione non determina la (mera) nullità degli atti esecutivi successivi, da far perciò valere nelle forme previste dall’art. 617 c.p.c., ma comporta la più radicale «inefficacia degli atti successivamente compiuti». La precisazione non appare secondaria, posto che in materia processuale la nullità degli atti non ne determina ex se l’inefficacia, essendo invece onere della parte interessata farla rilevare ai sensi dell’art. 157, comma 1, c.p.c., avvalendosi dei rimedi e degli strumenti impugnativi previsti dalla legge processuale.

Il Collegio – discorrendo di «inefficacia degli atti successivamente compiuti», senza ulteriori limitazioni o specificazioni – ha inoltre attratto al fuoco delle sue conclusioni anche il decreto di trasferimento (art. 586 c.p.c.).

In effetti, la tutela dell’aggiudicatario di cui all’art. 187-bis disp. att. c.p.c. (introdotto dall’art. 2, comma 4-novies, lettera b, del decreto legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni nella legge 14 maggio 2005, n. 80) copre i casi di estinzione o di chiusura anticipata del processo successivi all’aggiudicazione, anche provvisoria, o all’assegnazione del bene. L’aggiudicatario (o l’assegnatario) resta invece soggetto al rischio dell’accertamento dei fatti estintivi anteriori, salvo il limite al suo rilievo posto dall’art. 630, comma 2, c.p.c., a mente del quale l’estinzione deve essere dichiarata «non oltre la prima udienza successiva al verificarsi della stessa»[2].

Da quanto precede deve concludersi che nel caso in cui dovesse essere eccepito che l’estinzione del processo esecutivo sia maturata anteriormente all’aggiudicazione, non vi sarà neppure spazio per invocare dall’aggiudicatario e dai creditori in buona fede la tutela di cui all’art. 2929 c.c., e ciò nella misura in cui all’estinzione consegua l’inefficacia e non la nullità (da far valere con l’opposizione ex art. 617 c.p.c.) degli atti esecutivi successivamente compiuti[3].

Resta da capire se tali affermazioni abbiano portato la terza sezione della Corte di Cassazione, anche in maniera inconsapevole, a porsi su una linea di discontinuità rispetto al principio affermato dalle Sezioni Unite nel 2012, secondo cui l’art. 2929 c.c. sarebbe invocabile dall’aggiudicatario anche nel caso – ancor più estremo – in cui l’espropriazione non avrebbe neppure potuto essere legittimamente promossa dal creditore (cfr. Cass. Civ., Sez. Un. 28 novembre 2012, n. 21110).

Resta fermo, invece, l’onere di aggredire il decreto di trasferimento con l’opposizione ex art. 617 c.p.c. nel caso in cui la violazione delle prescrizioni contenute nell’ordinanza di vendita non riguardi la pubblicazione dell’avviso sul portale delle vendite pubbliche. Secondo la Cassazione (cfr. infra) l’inosservanza di ogni altra disposizione data dal giudice dell’esecuzione non sarebbe sussumibile sotto l’art. 631-bis c.p.c. e, di conseguenza, si porrebbe solo un problema di nullità (non di inefficacia) degli atti processuali successivamente compiuti.

  1. – Pubblicità degli avvisi e inadempienza delle relative prescrizioni contenute nell’ordinanza di vendita: premessa.

Si arriva così al tema centrale della pronuncia in commento: quello degli effetti sul processo esecutivo della violazione, da parte dei creditori, delle prescrizioni dettate dal giudice dell’esecuzione in materia di pubblicità dell’avviso di vendita.

Secondo una fortunata espressione, che ben esplica la centralità degli adempimenti pubblicitari nel regolare (e proficuo) svolgimento della fase di vendita, la pubblicità è l’anima del processo esecutivo[4].

Il fondamento normativo della pubblicità degli avvisi è costituito dall’art. 490 c.p.c., il cui primo comma stabilisce che «Quando la legge dispone che di un atto esecutivo sia data pubblica notizia, un avviso contenente tutti i dati, che possono interessare il [al] pubblico, deve essere inserito sul portale del Ministero della giustizia in un’area pubblica denominata “portale delle vendite pubbliche”». Il secondo comma dispone che lo stesso avviso, unitamente all’ordinanza di vendita e alla relazione di stima, sia pubblicato su appositi siti internet almeno 45 giorni prima della scadenza del termine per la presentazione delle offerte o della data dell’incanto, nel caso in cui l’espropriazione abbia per oggetto beni mobili registrati di valore superiore ad € 25.000,00 ovvero beni immobili. Infine, il terzo comma attribuisce al giudice dell’esecuzione il potere di disporre la pubblicazione del solo avviso anche su quotidiani di informazione locali o nazionali.

Lo scopo di tali adempimenti è quello di portare a conoscenza della più ampia platea di potenziali acquirenti, l’esistenza della vendita coattiva, ciò riflettendosi simmetricamente sulle possibilità di addivenire prima, e ad un prezzo più alto (in considerazione del meccanismo dei ribassi; cfr. art. 591 c.p.c.), alla vendita del cespite pignorato.

La pubblicità sul portale delle vendite pubbliche è divenuta obbligatoria a seguito del decorso di trenta giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle specifiche tecniche previste dall’art. 161-quater disp. att. c.p.c. e l’omessa pubblicazione, laddove imputabile al debitore, è positivamente sanzionata con l’estinzione del processo, a norma dell’art. 631-bis del codice di rito.

Quest’ultimo stabilisce che «Se la pubblicazione sul portale delle vendita pubbliche non è effettuata nel termine stabilito dal giudice per causa imputabile al creditore pignorante o al creditore intervenuto munito di titolo esecutivo, il giudice dichiara con ordinanza l’estinzione del processo esecutivo e si applicano le disposizioni di cui all’art. 630, secondo e terzo comma». Il dettato normativo prosegue affermando, pleonasticamente, che «la disposizione di cui al presente articolo non si applica quanto la pubblicità sul portale non è stata effettuata perché i sistemi informatici del dominio giustizia non siano funzionanti […]».

L’esigenza che l’omissione, per assurgere a fattispecie estintiva, debba essere ascritta ad un’omissione del creditore è stata ribadita – laddove ve ne fosse bisogno – anche nella sentenza in commento, ove si afferma che ai fini della declaratoria di estinzione del processo esecutivo «non è sufficiente che la pubblicità sul portale delle vendite pubbliche non sia effettuata entro il termine stabilito dal giudice o dal professionista delegato (o, comunque, almeno quarantacinque giorni prima del termine per la presentazione delle offerte, ricavabile dall’art. 490, comma 3, c.p.c.), ma anche che tale omissione sia dovuta all’inerzia o all’inadempimento del creditore».

L’estinzione, atteggiandosi a sanzione di una condotta inerte che non consente al processo di svilupparsi in direzione del suo esito fisiologico (vendita del bene e distribuzione del ricavato), presuppone infatti che l’omissione sia imputabile alla parte interessata alla sua prosecuzione e dotata del relativo potere d’impulso processuale. Del resto, a livello sistematico, è possibile affermare che a fondamento di tutti i casi di estinzione previsti dalla normativa processuale vi è sempre un’inattività (cfr. art. 630 c.p.c.), un’inerzia (artt. 631 e 631-bis c.p.c.) o una condotta rinunciataria (art. 629 c.p.c.) implicante il sopravvenuto disinteresse (cfr. art. 100 c.p.c.) alla prosecuzione del processo.

Il legislatore non ha invece comminato espressamente la medesima sanzione (l’estinzione del processo) anche per l’ipotesi in cui l’omissione riguardi la pubblicità “commerciale” ex art. 490, commi 2 e 3, c.p.c., sebbene si tratti di adempimenti parimenti doverosi, imposti dalla legge (comma 2) o dal giudice (comma 3), e parimenti preordinati ad informare il mercato dell’esistenza della vendita del bene pignorato.

Si tratta di una scelta legislativa sicuramente discutibile, se non addirittura criticabile, nella misura in cui la pubblicità disposta ai sensi degli artt. 490, commi 2 e 3, c.p.c. svolge di fatto un ruolo di ben più marcato rilievo rispetto a quella “istituzionale”, soprattutto a causa dei notori (per gli addetti ai lavori) limiti che caratterizzano la consultazione del portale delle vendite pubbliche.

In tal senso appare opportuno ricordare che la Corte di Cassazione ha avuto modo di sottolineare in passato l’identico valore delle diverse forme di pubblicità ai fini della regolarità del subprocedimento di vendita: «In tema d'espropriazione forzata, le condizioni di vendita fissate dal giudice dell'esecuzione, anche in relazione ad eventuali modalità di pubblicità ulteriori rispetto a quelle minime di cui all'art. 490 cod. proc. civ., devono essere rigorosamente rispettate a garanzia dell'uguaglianza e parità di condizioni tra tutti i potenziali partecipanti alla gara, nonché dell'affidamento da ciascuno di loro riposto nella trasparenza e complessiva legalità della procedura, per cui la loro violazione comporta l'illegittimità dell'aggiudicazione, che può essere fatta valere da tutti gli interessati e, cioè, da tutti i soggetti del processo esecutivo, compreso il debitore» (Cass. Civ., sez. VI-3, sent. 7 maggio 2015, n. 9255).

  1. – Conseguenze della violazione delle relative prescrizioni in tema di pubblicità contenute nell’ordinanza di vendita: le tesi del Collegio.

A fronte del suesposto quadro normativo, la giurisprudenza maggioritaria, su cui finisce per innestarsi anche la recente sentenza di legittimità del 14 marzo 2022, ha ritenuto che il trattamento normativo da riservare alle due fattispecie, sia pur analoghe per contenuto e identiche nella funzione, debba essere de iure condito diversificato.

A prescindere dal profilo – non analizzato per inammissibilità del motivo di ricorso – degli effetti da riconoscere ad un atto processuale posto in essere da un soggetto diverso da quello all’uopo individuato dalla legge, nella fattispecie esaminata dalla Corte Suprema di Cassazione i debitori esecutati hanno denunciato, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., la violazione e falsa applicazione degli artt. 490 e 631-bis c.p.c., essendo stato escluso nei precedenti gradi di giudizio che la mancata esecuzione delle altre forme di pubblicità previste dal giudice dell’esecuzione potesse condurre all’estinzione del processo. In particolare è stato rilevato dai ricorrenti che già davanti al giudice dell’esecuzione, al Tribunale in sede di reclamo ex art. 630, comma 3, c.p.c. e alla Corte d’Appello, era stata eccepita l’omessa pubblicazione della perizia di stima.

Il punto focale della motivazione tracciata dalla Suprema Corte ruota intorno al problema della delimitazione del perimetro applicativo dell’art. 631-bis del codice di procedura civile.

Secondo il Collegio, la norma (introdotta dall’art. 13, comma 1, del decreto legge 27 giugno 2015, n. 83, convertito con modificazioni nella legge 6 agosto 2015, n. 132) ha natura speciale, con la conseguenza che la stessa non può essere oggetto di applicazione analogica (n.d.r., stante il divieto di cui all’art. 14 delle preleggi).

Ne deriva che omissioni diverse da quelle ivi contemplate non sono sussumibili sotto l’art. 631-bis c.p.c., ma possono tradursi in un vizio del subprocedimento di vendita da far valere ai sensi dell’art. 617 c.p.c. nei confronti del decreto di trasferimento laddove si sia comunque pervenuti all’aggiudicazione, potendo altrimenti «condurre ad un provvedimento di chiusura anticipata della procedura» nel caso in cui le stesse vengano rilevate e accertate anteriormente.

Ne deriva che «la mancata esecuzione delle forme pubblicitarie diverse dalla pubblicazione sul P.V.P. – in violazione delle prescrizioni dell'ordinanza di vendita in tema di pubblicità – non resta priva di sanzione, né dopo la vendita (comportando, invece, ove tempestivamente denunciata con opposizione ex art. 617 cod. proc. civ., la caducazione del decreto di trasferimento), né prima della stessa, potendo il giudice dell'esecuzione pronunciare la chiusura anticipata del processo, qualora l'omissione sia addebitabile a incuria o inerzia del creditore».

  1. – Segue: divieto di applicazione analogica dell’art. 631-bis c.p.c. ed interpretazione restrittiva del precetto.

Dall’articolata motivazione posta dalla Cassazione a fondamento della decisione si ricava, innanzitutto, che la formulazione letterale dell’art. 631-bis c.p.c. non consente di estendere i suoi effetti a casi diversi da quello specificamente contemplato.

Il Collegio ha dunque ritenuto di dover fare rigida applicazione del principio di cui all’art. 12, comma 1, delle preleggi: nell’interpretazione della legge, ossia nell’estrapolazione del precetto, non può attribuirsi al testo normativo un senso diverso da quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse. Talmente rigida da aver bandito dallo spettro applicativo della norma perfino il caso in cui l’omessa pubblicazione dell’avviso sul portale delle vendite pubbliche derivi «[dal]l’inutile spirare del termine […] per l'anticipazione delle spese di pubblicità, incluso il contributo per la pubblicazione sul P.V.P. prescritto dall'art. 18-bis d.P.R. n. 115 del 2002», poiché – come già segnalato – ciò «comporta l'impossibilità per la parte di compiere l'atto indispensabile per la prosecuzione e conduce ad una pronuncia di improseguibilità [non di estinzione] del processo».

A sostegno dell’assunto la Cassazione ha argomentato che «il termine per la pubblicazione sul P.V.P. - esplicitamente previsto dalla legge e avente natura perentoria in ragione delle conseguenze che l'art. 631-bis cod. proc. civ. fa derivare dal suo vano spirare (sulla possibilità di individuare la natura del termine dalla sua funzione anche in assenza di una sua esplicita qualificazione in tal senso, v. Cass., Sez. U, Sentenza n. 262 del 12/1/2010) - ha natura diversa dal termine - necessariamente ordinatorio (ex art. 152 cod. proc. civ.; v. in proposito, Cass., Sez. 1, Sentenza n. 1168 del 7/2/1997, Rv. 105356-01) - fissato per il deposito di somme necessarie allo svolgimento delle successive attività processuali».

Seguendo tale impostazione, lo spazio applicativo riconosciuto all’art. 631-bis c.p.c. finisce per essere piuttosto marginale. Non solo in quanto nella generalità dei casi le operazioni di vendita sono delegate ai sensi dell’art. 591-bis c.p.c. ad un professionista delegato, che riceve altresì l’incarico di curare gli adempimenti pubblicitari previsti dall’art. 490 c.p.c. (cfr. art. 591-bis, comma 3, n. 2, c.p.c.), ma anche perché una lettura tanto rigida del dato normativo finisce per sterilizzare la portata innovativa dell’art. 631-bis c.p.c., anche laddove il giudice dell’esecuzione fissi la vendita innanzi a sé (come nel caso deciso): in tale eventualità, l’art. 570 c.p.c. pone infatti a carico del cancelliere – e non anche del creditore – l’obbligo di dare «pubblico avviso» dell’ordine di vendita «a norma dell’art. 490», senza ulteriori distinzioni, così da ricomprendervi anche la pubblicazione sul portale delle vendite pubbliche; il legislatore, introducendo l’art. 631-bis c.p.c., non ha infatti modificato le precedenti disposizioni in ordine al soggetto incaricato della pubblicazione degli avvisi.

Per tali ragioni la soluzione tracciata dalla Corte di Cassazione non convince totalmente, perlomeno nella sua rigidità, perché finisce per consegnare agli interpreti una lettura ingessata, se non addirittura abrogatrice, del precetto normativo.

Piuttosto, si ritiene compatibile con la asserita tipicità della fattispecie e con il divieto di analogia della norma speciale una lettura estensiva del dato positivo.

L’art. 631-bis c.p.c. prevede, infatti, che la fattispecie estintiva si consumi – più semplicemente di quanto desumibile dalla lettura della sentenza in commento – laddove la pubblicazione non sia effettuata nel termine stabilito dal giudice dell’esecuzione «per causa imputabile al creditore pignorante o al creditore intervenuto».

Pertanto, se il creditore – su cui grava, in generale, l’obbligo di anticipazione delle spese processuali per il compimento degli atti processuali richiesti o ritenuti necessari dal giudice (art. 8 t.u.s.g.) e che, in applicazione della medesima regola, è pure onerato del pagamento del contributo per la pubblicazione previsto dall’art. 18-bis t.u.s.g. – non effettua il versamento ovvero non mette a disposizione del delegato la provvista necessaria e, per l’effetto, viene di fatto impedito – ai soggetti individuati dalla legge o dal giudice – di procedere alla pubblicazione sul portale delle vendite pubbliche in tempo utile per la celebrazione della vendita, appare difficile escludere l’estinzione della procedura esecutiva, perché è chiaro che la mancata esecuzione delle propedeutiche formalità pubblicitarie di cui all’art. 490, comma 1, c.p.c. sia da imputare ad una inattività del creditore pignorante o di quello eventualmente intervenuto. Esattamente come indicato dal legislatore.

  1. – Segue: improseguibilità del processo ed efficacia preclusiva della vendita.

Dalla lettura della motivazione si ricava inoltre che il completamento della fase di trasferimento costituirebbe lo spartiacque tra l’improseguibilità del processo esecutivo e la nullità dei suoi atti.

Sul punto è bene precisare che tale conclusione riguarda esclusivamente l’ipotesi in cui la violazione delle prescrizioni in materia di pubblicità concerna solo quelle previste dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 490, commi 2 e 3, del codice di procedura civile.

La conclusione deve essere invece diversa nel caso in cui l’omissione abbia riguardato la pubblicazione sul portale delle vendite pubbliche. Infatti, convergendo sul presupposto che l’ordinanza di estinzione del processo ha natura ricognitiva di un effetto che si è già prodotto, non sembra che la causa di estinzione possa mai convertirsi in una causa di nullità degli atti successivi. Tanto è vero che nella stessa pronuncia in commento – a proposito della questione relativa all’interesse ad agire nonostante la distribuzione del ricavato ai creditori – si legge che «permane l’interesse alla decisione del reclamo ex art. 630 c.p.c. avverso il provvedimento di diniego dell’estinzione del processo, perché, a norma dell’art. 632, comma 2, c.p.c., una pronuncia ricognitiva dell’estinzione della procedura in data anteriore all’aggiudicazione o all’assegnazione comporterebbe l’inefficacia degli atti successivamente compiuti».

Tutto ciò costituisce un ulteriore elemento di complicazione a margine di un tema – quello delle cause di chiusura anticipata del processo – già abbastanza complesso, ma che in effetti questa pronuncia tende a ridimensionare. Infatti, nel caso in cui la violazione delle prescrizioni in materia di adempimenti pubblicitari concerna esclusivamente la pubblicità commerciale, l’improseguibilità del processo non potrà essere prospettata in tutti quei casi in cui la vendita si sia comunque tenuta e sia medio tempore intervenuta l’aggiudicazione (o l’assegnazione), dovendo in tal caso impugnarsi il decreto di trasferimento ai sensi dell’art. 617 del codice di rito.

La ratio di tale conclusione risiede nel fatto che – non potendosi applicare l’art. 631-bis c.p.c. per le ragioni già viste – l’omissione non rilevata o non eccepita prima della vendita non ha impedito la prosecuzione, sia pur viziata, delle operazioni di vendita e, di conseguenza, del processo.

  1. – Segue: l’inottemperanza degli obblighi pubblicitari tra estinzione, chiusura anticipata del processo esecutivo e nullità degli atti processuali.

Il Collegio di legittimità, nell’affrontare le superiori questioni, ha richiamato l’attenzione del lettore sulla distinzione tra cause di estinzione del processo e di chiusura anticipata della procedura.

Nella motivazione è stato affermato che mentre l’inerzia (colpevole) del creditore rispetto alla pubblicazione sul portale delle vendite pubbliche comporta automatica decadenza e dà causa all’estinzione dell’espropriazione, l’inutile spirare del termine per l’anticipazione delle spese di pubblicità comporta – ad avviso della Suprema Corte – l’impossibilità per la parte di compiere l’atto indispensabile per la prosecuzione e conduce ad una pronuncia di improseguibilità del processo.

In entrambi i casi gli effetti processuali sono gli stessi: il processo si chiude prima di aver conseguito il suo scopo ed il giudice dell’esecuzione ordina la cancellazione della trascrizione del pignoramento (come confermato da Cass. Civ., sez. VI-3, ord. 10 maggio 2016, n. 9501).

Si tenga peraltro presente che la stessa giurisprudenza di legittimità ha affermato che «In tema di prescrizione, l'effetto interruttivo permanente determinato dall'atto di pignoramento si protrae, agli effetti dell'art. 2945, comma 2, c.c., fino al momento in cui il processo esecutivo abbia fatto conseguire al creditore procedente, in tutto o in parte, l'attuazione coattiva del suo diritto ovvero, alternativamente, fino alla chiusura anticipata del procedimento determinata da una causa non ascrivibile al creditore medesimo, mentre, in caso contrario, all'interruzione deve riconoscersi effetto istantaneo, a norma dell'art. 2945, comma 3, c.c.» (così, Cass. Civ., sez. III, 9 maggio 2019, n. 12239, da ultimo confermata da Cass. Civ., sez. VI-3, ord. 24 marzo 2021, n. 8217).

Ne deriva che anche sul piano sostanziale non si registrano marcate differenze tra estinzione ed improseguibilità del processo per causa ascrivibile al creditore.

L’unica differenza tra le due fattispecie continua invece a permanere sul piano degli strumenti di reazione processuale, posto che mentre l’ordinanza di estinzione è reclamabile ai sensi dell’art. 630, comma 3, c.p.c., il provvedimento di chiusura anticipata del processo, sia pur laddove questa sia stata disposta a seguito di un’inattività della parte onerata a darvi impulso, deve essere impugnato, a pena di inammissibilità, con l’opposizione agli atti esecutivi[5].

La decisione in commento sembra allora mostrare tutti i limiti della disciplina normativa prevista dagli articoli 629 e seguenti del codice di procedura civile, perlomeno nei termini in cui essa è stata prospettata nell’arco dell’ultimo decennio.

Se fattispecie analoghe sono trattate in maniera difforme v’è da chiedersi, prima di affermare l’irrazionalità delle scelte legislative, se non sia possibile in via interpretativa fugare – almeno in parte – le incoerenze di fondo e ridare organicità al sistema, anche a costo di fare un passo indietro.

  1. – Considerazioni conclusive.

Il legislatore ha disciplinato le ipotesi di estinzione, annoverabili tra le vicende c.d. anomale del processo, negli articoli 629 e seguenti, ai quali si affianca la speciale – e per certi aspetti controversa – fattispecie estintiva prevista dall’art. 624, comma 3, del codice di procedura civile.

Le fattispecie estintive codificate per il processo esecutivo sono state chiaramente concepite e modellate sulla falsariga di quelle previste dagli articoli 306 e seguenti per il rito ordinario del processo di cognizione.

L’articolato normativo è tuttavia insufficiente ai fini della completa individuazione delle possibili cause ostative alla prosecuzione del processo esecutivo. Si pensi a tutte quelle situazioni che ineriscono alla struttura del processo esecutivo, ostando alla sua prosecuzione (a) per il difetto di uno dei presupposti processuali, (b) per la mancanza di una delle condizioni dell’azione e, infine, (c) per qualsiasi fatto sopravvenuto che rende impossibile l’ulteriore sviluppo del processo (cfr. Cass. Civ., sez. III, ord. 10 maggio 2016, n. 9501): un esempio frequente è quello del pignoramento che colpisca un bene non più esistente o al caso della sopravvenuta caducazione (non sospensione) del titolo esecutivo, in difetto di altri creditori titolati anteriormente intervenuti (cfr. Cass. Civ., Sez. Un., sent. 7 gennaio 2014, n. 61); ancora è il caso dell’infruttuosità dell’espropriazione forzata, codificata nell’art. 164-bis disp. att. c.p.c. ad opera dell’art. 19, comma 2, lettera b, del d.l. 12 settembre 2014, n. 132.

In questi casi la prosecuzione del processo esecutivo è obiettivamente impedita da fattori causali diversi da quelli che il legislatore ha associato al concetto normativo di estinzione. Per questo si parla nella prassi, anche con una certa ambiguità, di estinzione atipica del processo, ma invero si tratta di ipotesi di inammissibilità o di improseguibilità dell’azione esecutiva.

Si tratta, nondimeno, di altre ipotesi di chiusura anticipata del processo esecutivo, che hanno natura giuridica diversa dall’estinzione e che non ne condividono la ratio di fondo, dal momento che la chiusura anticipata del processo attiene (o dovrebbe attenere) a circostanze estranee alla volontà o al contegno processuale del procedente: quest’ultima è perciò un aliud rispetto all’estinzione.

La possibilità che il procedimento esecutivo venga definito in anticipo rispetto al suo epilogo fisiologico per cause diverse dall’estinzione in senso tecnico, da tempo ammessa dalla giurisprudenza di legittimità, è stata oggetto di riconoscimento legislativo con l’art. 2, comma 4-novies, lettera b, del decreto legge 14 marzo 2005, n. 35, che ha introdotto l’art. 187-bis disp. att. del codice di rito.

La norma, tuttavia, non discorre di estinzione atipica e non codifica tale (inesistente) categoria, limitandosi a discorrere di altri casi di chiusura anticipata del processo esecutivo contrapposti all’estinzione.

La sentenza in commento ha scientemente e opportunamente evitato l’impiego dell’espressione “estinzione atipica”. Tuttavia ha perorato quell’orientamento secondo cui l’estinzione del processo non può essere dichiarata a fronte di qualsivoglia inattività del creditore procedente, ma solo nei casi tipici previsti dalla legge. Ha infatti escluso che omissioni diverse da quelle sussumibili sotto l’art. 631-bis c.p.c., da interpretare restrittivamente, possano mai assumere rilievo estintivo laddove impediscano lo svolgimento della vendita, confermando però la sanzionabilità del contegno processuale del creditore con l’improseguibilità del processo.

Nondimeno, a sommesso avviso di chi scrive l’omessa pubblicazione dell’avviso di vendita sui siti dedicati alla pubblicità commerciale – nella misura in cui segnalata dal professionista delegato e rilevata dal giudice dell’esecuzione anteriormente alla vendita, impedendone lo svolgimento se non addirittura la fissazione (come di sovente accade) – andrebbe comunque sanzionata con l’estinzione se ascrivibile ad inerzia del creditore. Non ai sensi dell’art. 631-bis c.p.c., che sicuramente ha un suo ambito di applicazione specifico, bensì a norma dell’art. 630, comma 1, c.p.c. che eleva la «inattività delle parti» – e per la precisione ogni inattività alla quale consegua l’arresto, sia pur non definitivo, del procedimento – a causa di estinzione del processo.

Dal significato proprio delle parole utilizzate dal legislatore e dalla connessione logica di esse (cfr. art. 12, comma 1, disp. prel. c.c.) si ricava tuttavia che l’estinzione ex art. 630, comma 1, c.p.c. si verifica nel caso in cui le parti (a) «non lo proseguono» ovvero (b) «non lo riassumono nel termine perentorio stabilito dalla legge o dal giudice», (c) «Oltre che nei casi espressamente previsti dalla legge». Questo significa che il legislatore non ha inteso limitare il potere di estinzione per inattività delle parti ai casi espressamente previsti, potendo il giudice dell’esecuzione dichiarare ugualmente estinto il processo, «Oltre che nei casi espressamente previsti dalla legge», anche in ipotesi che devono essere giocoforza ulteriori: (a) quando le parti «non lo proseguono», ossia non si attivano per il compimento di qualunque atto necessario e strumentale rispetto alla liquidazione del bene; (b) quando le parti «non lo riassumono nel termine perentorio stabilito dalla legge [cfr. artt. 601 e 627 c.p.c.] o dal giudice [cfr. artt. 26 e 50 c.p.c.]».

La norma avrebbe perciò una chiara funzione acceleratoria, per evitare da parte dei creditori un uso distorto dell’azione esecutiva, disincentivando comportamenti passivi che siano di ostacolo ad una sollecita definizione del processo esecutivo[6].

L’orientamento che sostiene la tassatività dell’elencazione delle cause di estinzione per inattività delle parti (rectius del creditore procedente e degli altri creditori titolati intervenuti) – nel quale va collocata anche la sentenza del 14 marzo 2022 – ha offerto un’interpretazione abrogatrice dell’inciso iniziale «Oltre che nei casi espressamente previsti dalla legge», costituendo ad avviso dei suoi sostenitori una previsione superflua nella misura in cui non sarebbero prospettabili casi di estinzione in senso tecnico ulteriori rispetto a quelli espressamente previsti.

Viceversa, in una nota pronuncia della giurisprudenza di legittimità (Cass. Civ., sez. III, sent. 19 maggio 2003, n. 7762), è stato affermato – alla luce dei principi enucleabili dalla sentenza della Corte costituzionale del 17 settembre 1981, n. 195, che ha dichiarato l’illegittimità costituzione dell’art. 630, ultimo comma, c.p.c. nella parte in cui non estende il rimedio del reclamo all’estinzione per rinuncia agli atti (art. 629 c.p.c.), indipendentemente dalla possibilità prospettata dell’impugnazione del provvedimento ai sensi dell’art. 617 c.p.c. –  che «La riserva contenuta nella prima parte dell'art. 630 c.p.c. permette poi di precisare che i casi di estinzione non sono soltanto quelli esplicitamente menzionati negli artt. 629, 630 e 631 (rinuncia agli atti, inattività delle parti e mancata comparizione all'udienza) e che la relativa elencazione non è pertanto tassativa. Può dirsi in via più generale che il processo esecutivo si estingue quando non può più proseguire in via definitiva […]».

Di conseguenza, qualunque inerzia delle parti da cui derivi l’improseguibilità del processo esecutivo può essere ricondotta sotto l’art. 630, comma 1, c.p.c., che – secondo un’interpretazione logica e di sistema – costituisce la norma di chiusura delle fattispecie estintive del processo esecutivo imputabili, come recita la stessa rubrica della norma, alla «inattività delle parti».

L’obiezione secondo cui l’art. 631-bis c.p.c. dimostrerebbe che il catalogo delle fattispecie estintive è costituito da un numero chiuso, perché viceversa la norma sarebbe stata superflua, non persuade: l’introduzione dell’art. 631-bis c.p.c. non è incompatibile con una lettura più ampia dell’art. 630, comma 1, c.p.c., poiché la formulazione del primo è tale da erodere ogni margine di discrezionalità in capo al giudice dell’esecuzione sugli effetti da attribuire all’omessa pubblicazione dell’avviso sul portale delle vendite pubbliche in ordine alla perseguibilità dell’espropriazione, dovendosi altrimenti concludere – in difetto di essa – che anche la violazione dell’art. 490, comma 1, c.p.c. si sarebbe potuta tradurre – laddove non tempestivamente rilevata – in un vizio del procedimento di vendita, da fare valere ai sensi dell’art. 617 c.p.c. nei confronti del decreto di trasferimento.

Anche l’art. 187-bis disp. att. c.p.c. non esclude la praticabilità di una interpretazione estensiva dell’art. 630, comma 1, c.p.c., stando semplicemente ad indicare che il processo esecutivo può addivenire alla chiusura anticipata anche per cause diverse dall’inattività delle parti, a causa di impedimenti oggettivi che ostano alla prosecuzione del processo e che prescindono dall’imputabilità di essi alla condotta dei creditori.

Del resto è dalle stesse motivazioni offerte dalla Corte Suprema di Cassazione in tema di chiusura anticipata del processo e prescrizione (cfr. Cass. Civ., sez. III, 9 maggio 2019, n. 12239), che si colgono tutte le criticità dell’interpretazione rigida e restrittiva dell’art. 630, comma 1, c.p.c., ed anzi sembra che detta problematica funga da cartina tornasole dell’incongrua distinzione tra inattività estintive e altre inattività non estintive[7].

In quell’occasione è stato affermato che «l’estinzione tipica» si correla a condotte inattive, inerziali o rinunciatarie, mentre «quella c.d. atipica» si sostanza «in un’inidoneità a proseguire il processo esecutivo per impossibilità oggettiva di raggiungere il suo scopo». A tale premessa è seguita la conclusione secondo cui il mancato rinnovo nei termini di cui all’art. 2688-ter c.c. della trascrizione del pignoramento rientra «nella categoria delle dinamiche conclusive del procedimento riconducibili alla connotazione inerziale della condotta del creditore», da ciò derivando che il processo esecutivo «si chiude» – ma forse i giudici di legittimità avrebbero dovuto avere il coraggio di condurre in porto il loro ragionamento, affermando «si estingue» – «perché il creditore non lo ha coltivato come necessario».

Alla luce di quanto precede sembra che la Corte di Cassazione, anche con la pronuncia in commento, abbia perso un’altra occasione per approfondire o illustrare fino in fondo i termini del dibattito sugli effetti dell’inattività delle parti nel processo esecutivo e le ragioni che hanno condotto al superamento dell’interpretazione estensiva dell’art. 630, comma 1, c.p.c., in precedenza sperimentata dalla stessa giurisprudenza di legittimità e che ancora oggi viene riproposta dalla giurisprudenza di merito.

L’inquadramento di una fattispecie tra le cause di estinzione ovvero tra le altre cause di chiusura anticipata del processo incide sullo strumento di tutela da adottare avverso il provvedimento del giudice dell’esecuzione.

La necessità di ricorrere a forme di tutela non omogenee e parcellizzate, specie laddove esse debbano necessariamente concorrere – come nel caso in cui il giudice dell’esecuzione, oltre a dichiarare estinto il processo, rilevi congiuntamente l’esistenza di una causa di chiusura anticipata di esso[8] – è in grado di determinare l’instaurazione di una pluralità di giudizi, soggetti a riti diversi, benché contro provvedimenti che all’atto pratico determinano a carico dei creditori e sul patrimonio del debitore i medesimi effetti. A ciò si affianca il problema, quotidianamente verificabile attraverso l’osservazione dell’attività giudiziaria e attraverso la lettura dei precedenti in materia, anche di legittimità, delle incertezze correlate al sistema del doppio binario di tutela, che provoca un aumento del numero e della durata dei processi aventi ad oggetto la medesima questione (solo in parte risolvibile mediante riunione dei medesimi), determinando perciò lo svolgimento di attività processuale superflua, in quanto gli interessati – per il timore di incorrere in declaratorie di inammissibilità – sono indotti a proporre le proprie doglianze attraverso tutte le plausibili strade processuali.

Ovviamente le criticità segnalate non possono essere risolte semplicemente ampliando i confini dell’art. 630, comma 1, c.p.c., sebbene tale opzione ermeneutica avrebbe quantomeno il sicuro effetto di ridurlo sensibilmente.

Per superare del tutto il sistema binario di tutela avverso i provvedimenti lato sensu estintivi del giudice dell’esecuzione è infatti necessario superare l’attuale assetto normativo. In tempi di riforme, sarebbe pertanto auspicabile de iure condendo la previsione di un unico strumento impugnatorio avverso i provvedimenti con i quali il giudice dell’esecuzione dichiari l’estinzione o, comunque, la chiusura anticipata del processo, secondo il canone di ragionevolezza già invocato in materia dalla Corte costituzione, nella citata sentenza 17 dicembre 1981, n. 195.

 

[1] La questione della portata del provvedimento di estinzione non è peraltro nuova nella giurisprudenza di legittimità, che già l’aveva affrontata in altro precedente che, peraltro, reca l’impronta dello stesso relatore: Cass. Civ., sez. III, sent. 21 novembre 2017, n. 27545.

[2] Espressione che – a dire il vero – ha creato e crea non pochi imbarazzi interpretativi, soprattutto nel caso in cui la vendita sia stata delegata ad un professionista delegato (come ormai accade di regola, a seguito della modifica dell’art. 591-bis, comma 1, c.p.c., ad opera dell’art. 13, comma 1, del decreto legge 27 giugno 2015, n. 83).

[3] In tal senso, del resto, si era già espressa Cass. Civ., sez. III, sent. 11 novembre 2004, n. 21439; conf. Cass. Civ., sez. III, sent. 13 febbraio 2009, n. 3531; Cass. Civ., sez. III, sent. 1 aprile 2010, n. 7991.

[4] F. De Stefano, I procedimenti esecutivi, Milano, 2016, p. 41.

[5] Cfr. Cass. Civ., sez. III, sent. 29 aprile 2020, n. 8404: «I provvedimenti con i quali venga dichiarata l'estinzione del processo esecutivo in ipotesi diverse da quelle tipizzate dal codice sono impugnabili esclusivamente con l'opposizione agli atti esecutivi e non già col reclamo ex art. 630 c.p.c., il quale, ove proposto, deve essere dichiarato inammissibile anche d'ufficio».

[6] Sul dovere del giudice di esercitare i propri poteri di direzione del procedimento in modo da impedire alle parti di porre in essere condotte processuali contrarie al principio fondamentale della ragionevole durata del processo, si vedano Cass. Civ., Sez. Un., 3 novembre 2008 n. 26373, Cass. Civ. sez. III, 17 giugno 2013 n. 15106, Cass. Civ., sez. II, ord. 21 maggio 2018, n. 12515.

[7] Sui limiti e sulle incongruenze di tale distinzione si veda G. Olivieri, Note sulla chiusura atipica del processo esecutivo, intervento del 12 ottobre 2019 al XIII seminario nazionale dei giudici dell’esecuzione organizzato dal Centro Studi Procedure Esecutive e Concorsuali.

[8] Si pensi al caso, alquanto frequente, dell’omessa pubblicazione dell’avviso sul portale delle vendite pubbliche, concorrente con l’omessa pubblicazione del medesimo avviso sui siti della pubblicità commerciale, ovvero con la rilevata antieconomicità dell’espropriazione (cfr. art. 164-bis disp. att. c.p.c.).